Tre personaggi

in cerca di Cervantes

Pietro Citati

Don Quijote Sancho Panza y Dulcinea
Il nome di Don Chisciotte

Il romanzo di Cervantes è gremito di ritratti di Don Chisciotte, come se egli non fosse mai sazio di rappresentare il suo personaggio e restasse sempre un tocco o una sfumatura da aggiungere. Eccolo qui, nella prima pagina. «L'età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant'anni. Era di corporatura vigorosa, secco di carni, col viso asciutto, molto mattiniero ed era appassionato di caccia.» Quando, nella seconda parte del Don Chisciotte, ritorna sulla bocca del Cavaliere del Bosco, le varianti sono poche e di poco rilievo: il «naso aquilino e un po' ricurvo», e i «grandi baffi, neri e spioventi». Poi Cervantes interviene ancora, dando qualche volta alla figura del suo eroe qualcosa di sinistro e spettrale.
Non sappiamo cosa Don Chisciotte abbia fatto nei primi cinquant'anni della sua vita. Ma possiamo facilmente immaginarlo. Colui che si chiamerà Don Chisciotte, ed è ora soltanto Quijada o Quesada o Quijana, era un hidalgo: dunque non lavorava, non pagava le tasse; e viveva una vita chiusa e monotona, come la moltitudine degli hidalgos che popolavano la Spagna nell'età di Filippo II. Sappiamo cosa mangiava: vacca, montone, insalata di carne, uova e prosciutto, lenticchie, «e qualche colombino in più la domenica». Non aveva moglie né figli; probabilmente aveva conosciuto rarissime inclinazioni amorose nella giovinezza, tra le quali possiamo identificare soltanto una contadina. Una governante di oltre quarant'anni, una nipote quasi ventenne, e un garzone che lavorava i campi e gli sellava il ronzino formavano tutta la sua famiglia. Aveva qualche amico, tra i quali il curato e il barbiere del luogo senza nome. Tutto attorno a lui, e dentro di lui, era ripetuto: tutto era uguale, come nella vita di Madame Bovary. Così dobbiamo cominciare da un paradosso: l'uomo della ripetizione è, o sta per diventare, l'uomo della rarità; uno che inventa completamente la sua vita e quella degli altri, e vede castelli al posto di locande, eserciti al posto di greggi.
Una di queste consuetudini lo porta al di fuori del mondo della ripetizione, nel cuore della rarità. Nei momenti oziosi (i quali erano i più numerosi dell'anno), l'hidalgo leggeva libri di cavalleria con tanta passione e tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l'esercizio della caccia e l'amministrazione dell'azienda, e vendette diversi ettari di terra per comprare romanzi cavallereschi, e ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene. Di notte stava sveglio per capire i suoi romanzi e cavarne fuori un senso, sebbene - commenta Cervantes - non avrebbe saputo capirci nulla nemmeno Aristotele. Spesso l'autore interrompeva il libro, e prometteva il seguito di quell'avventura interminabile in un altro libro: allora l'hidalgo aveva il desiderio di prendere lui la penna e scrivere la fine; e certamente l'avrebbe fatto, se altri pensieri non glielo avessero impedito. Discuteva col curato e col barbiere su chi era stato il miglior cavaliere: se Palmerino d'Inghilterra o Amadigi di Gaula o Galaor o il Cavaliere di Febo.
L'hidalgo si immerse talmente nella lettura che passava le notti a leggere da un crepuscolo all'altro, e le giornate dalla prima all'ultima luce; e così dal poco dormire e dal molto leggere, gli si inaridì il cervello, in modo che perdette il giudizio. La fantasia gli si riempì di tutto quello che leggeva nei libri: incantamenti, contese, battaglie, sfide, ferite, amori, tempeste; e sembrava che tutta quella macchina di immaginazioni e invenzioni fosse verità, e per lui non c'era al mondo storia più certa. Inseguiva le imprese del Cid Ruiz Díaz, del Cavaliere dall'Ardente Spada, di Ber-nardo del Carpio, di Rinaldo di Montalbano. Qualche volta giungeva a leggere i libri di avventure per due giorni e due notti di seguito, dopo di che metteva mano alla spada, assestando colpi alle pareti, e quando si era stancato diceva di aver ammazzato quattro giganti grandi come torri, e il sudore che gli colava dalla stanchezza diceva che era il sangue delle ferite che aveva ricevuto in combattimento. Allora beveva una brocca di acqua fredda, e, tornato sano e tranquillo, sosteneva che quella era una preziosissima bevanda che gli aveva donato Alquife, un grande mago suo amico.
Mentre leggeva i libri di cavalleria, o si trasformava in cavaliere errante, lo spirito dell'hidalgo era doppio: sia caldo e umido sia secco e arido. In una parola era quello del Grande Malinconico: l'angelo di Diirer, l'eroe di Burton, Watteau, Sterne, Fiissli, Chateaubriand, Baudelaire, e dei romantici tedeschi che amavano tanto il Cavaliere dalla Trista Figura. Così egli poteva abbandonarsi sia all'immaginazione più fervida e scatenata sia alla freddezza arida - i due poli della Malinconia. In quanto malinconico, l'hidalgo era lo straniero, il remoto, il dissimile, il fuggiasco, l'esiliato; e tutti i personaggi del libro «morivano dalla voglia di sapere che razza di uomo fosse, così diverso dal carattere di tutti gli altri uomini». Quindi, come ci assicura la prima riga del libro, non apparteneva a nessun luogo: viveva in margine a qualsiasi realtà, sia tangibile sia reale e inverosimile; nemmeno la grotta di Montesinos era la sua patria. Anche Cervantes che, come ci racconta il Prologo, «stava sospeso, con la carta davanti, la penna all'orecchio, il gomito sul tavolo e la mano alla guancia» nel gesto dell'angelo di Diirer, era un Malinconico. Ma tra lui e la sua creatura c'era una differenza profondissima. Don Chisciotte non rideva: o, rideva qualche volta, imitando Sancio; mentre Cervantes scavava nella malinconia il fantastico e fantasmagorico riso che la abita nel profondo, fino a quando si fosse trasformata in incantevoli ragli d'asino, o in un cavallo di legno che volava nel cielo.
L'hidalgo non conosceva esclusivamente i romanzi cavallereschi. La nipote lo prendeva affettuosamente in giro: «Ah, povera me...» diceva «il signore sa tutto, riesce in tutto: scommetto che se volesse fare il muratore, saprebbe costruire sia una casa sia una gabbia da matti». «Io ti assicuro, nipote,» rispondeva spiritosamente Don Chisciotte «che se questi pensieri cavallereschi non prendessero tutti i miei sentimenti, non ci sarebbe cosa che non saprei fare, né curiosità che non uscisse dalle mie mani, specialmente gabbie da matti e stuzzicadenti.» Non c'è dubbio che avesse una buonissima cultura: quella di un umanista del sedicesimo secolo. Fin da bambino amava il teatro: sapeva far prediche come un bravissimo sacerdote; e, con affettuosa competenza, avrebbe saputo educare quei figli che non possedeva. Discorreva con grazia, decoro ed eleganza, sia con Sancio sia con i gentiluomini: era un pungente moralista; quando l'occasione lo stimolava, elaborava eloquenti e precisi discorsi sull'età dell'oro o le armi e la letteratura, come se fosse in un'accademia invece che nella Sierra Morena. Non era uno specialista: o almeno Cide Hamete Benengeli lasciò cadere nella sua conversazione delle piccole sviste, che riguardavano sopratutto la cultura classica. Non fu la sola volta che il grande bugiardo-veritiero storico arabo si divertì a prendersi gioco di un personaggio per il quale aveva tanto affetto, fino a identificarsi con lui.
* * *
Nei tempi moderni, che nascono subito dopo quelli di Don Chisciotte, siamo abituati a credere che il mondo del libro non abbia nulla a che fare con quello della realtà. Là, nelle biblioteche dei palazzi signorili o dei conventi secenteschi, stanno migliaia di libri: con le loro bellissime copertine rilegate in cuoio, i fregi, le illustrazioni, le miniature e sopratutto un intreccio di personaggi, di vicende, di temi, che disegnano quasi sempre una perfetta armonia. Noi qui, invece, su questa terra, non conosciamo nessuna armonia,
nessuna meravigliosa irrealtà e abbiamo dimenticato il profumo delle biblioteche. Solo qualche scrittore cerca di ritrovare questo profumo, rintracciandolo nella nostra vita quotidiana, o inventandolo, se questo sapore si è perduto e smarrito per sempre.
Nel mondo antico esistevano i modelli, che molti rimpiangono, come se con la loro perdita avessimo perduto ogni gusto e idea del mondo. Alessandro Magno fu il più famoso tra questi modelli. A propria volta lui ne aveva quattro: un dio, un semidio, un eroe e un sovrano; Dioniso, Ercole, Achille, Ciro il Grande di Persia. Come Achille, dal quale pretendeva di discendere la sua famiglia materna, desiderò in primo luogo di essere un eroe guerriero. Mentre i suoi rivali combattevano circondati da diecimila guardie, egli era sempre alla testa delle sue truppe, primo nello scalare muri e torri, armato di lancia e di spada, con l'elmo sormontato da un pennacchio meravigliosamente candido e grande. L'Iliade, che portava sempre con sé, chiusa in una cassetta, e leggeva e rileggeva tutte le sere, gli insegnò che poteva coltivare soltanto due passioni, l'ira furiosa e la più disinteressata amicizia. Da Ercole, avo mitico della famiglia paterna, apprese la virtù opposta: quella di sopportare con ostinata pazienza tutti i dolori del mondo; le sofferenze rapide e violente della guerra, e le sofferenze interminabili della fame, della sete e della disperazione.
Quando era ragazzo, la madre lo aveva iniziato ai misteri, alle orge e ai rapimenti di Dioniso; e Alessandro amò fino alla morte i banchetti rituali, che si prolungavano per notti e giorni, eccitando le forze e facendo toccare nell'ebbrezza quanto l'esistenza quotidiana ci nasconde. Da Dioniso, Alessandro prese l'estrema mobilità, che lo trasformò in un re vagabondo, la cui vera reggia era una tenda: il desiderio e l'ansia di superare ogni limite, e quella furia di lacerazione, che ogni tanto irrompeva terribilmente nella sua vita. Nessun altro uomo giunse forse a comprendere in sé tante persone diverse, distribuite lungo un centro che continua a sfuggirci. Fu multiforme, molteplice: un nodo imprevedibile di contraddizioni, così che egli non ci sembra appartenere alla razza dei potenti, ma a quella degli scrittori enormi, Shakespeare e Balzac, che portano nel grembo tutte le creature umane, le cose possibili e impossibili, le città reali e immaginarie. Siccome non era uno, ma tanti, poteva comprendere qualsiasi situazione, e aderirvi nel modo più sottile e sinuoso. Alternava il furore e la freddezza, la temerarietà e la prudenza, la velocità e la lentezza, la sfrenatezza e la moderazione, la crudeltà e la pietà, lo slancio verso l'infinito e l'attenzione verso le minime sfumature.
Prima di indossare il suo vero nome, Don Chisciotte visse nel mondo dei modelli, i quali, come sapeva anche Alessandro, erano contenuti sopratutto nei libri. Gli scrittori arabi, che egli aveva sfiorato, pensavano, come lui, «che un libro è il migliore e il più sicuro amico, collega ciò che è lontano e ciò che è vicino, il passato e il presente, è un morto che ti parla in nome del morto e ti traduce il linguaggio dei vivi». Don Chisciotte non aveva dubbi. Era sicuro che le lezioni dei libri dessero quasi sempre un'esperienza delle cose più sicura di quella che ci fornisce la vista: il lettore si ferma di continuo in quel che legge con un'attenzione permanente; mentre, chi si accontenta di guardare, anche a lungo, non si arresta a nulla. «Ecco perché la lettura supera la vista» dicevano gli arabi.
Don Chisciotte si nutrì profondamente di questo messaggio: visse di libri e di modelli, non soltanto di libri cavallereschi; li mandò a memoria, li ripeté nei minimi particolari, li collegò, li fuse, costruì attorno a loro una figura formata da ripetizioni. Come sanno tutti quelli che hanno seguito quest'arte, vivere con un modello è difficile, tanto più per uno, quale Don Chisciotte, che praticava un'esistenza complicatissima come quella cavalleresca. Egli non fece che incontrare problemi insolubili o quasi insolubili. Per esempio, Sancio Panza seguiva l'hidalgo con il suo amatissimo asino; e Don Chisciotte ripensò agli infiniti libri di cavalleria che aveva letto nella sua vita, per vedere se qualche cavaliere errante avesse avuto uno scudiero a cavallo di un asino. Non ne ricordò nessuno; e accettò ilciuco con buona grazia, anche per la simpatia che Ronzinante'- il suo cavallo - e il bigio senza nome di Sancio avevano l'uno per l'altro. I problemi erano infiniti. Era possibile dare un salario a uno scudiero? Con l'aiuto di Sancio, Don Chisciotte risolse questa difficoltà sorretto dal buon senso e dalla tolleranza - qualità che possedeva in misura molto più vasta di quanto sembri. La questione più ardua era il fatto che viveva nei tempi moderni, alla fine del sedicesimo secolo, che per natura differivano molto da quelli di Amadigi di Gaula o di Palmerino d'Inghilterra. Bisogna essere eroici per abitare in tempi così diversi da quelli del proprio modello: ma Don Chisciotte, per l'appunto, era un eroe.
Come si fa a imitare un modello e a diventare un libro? Come si fa a identificare ciò che è scritto, forse da millenni, e ciò che è semplicemente, volgarmente parlato, e ascoltato ogni minuto per la strada? Imitare unicamente gli oggetti del mondo antico, come fa Don Chisciotte quando si costruisce la celata di cartone, che poi non resiste (a differenza delle celate vere) a un colpo di spada, non può che condurre al fallimento. Ma dopo poche pagine Don Chisciotte comprende il vero segreto. Innanzi tutto, bisogna inventare il metodo dei nomi, scoprendo nomi e genealogie, in primo luogo i propri: cambiare nome è una forma di iniziazione e di rinascita religiosa: suppone nuove passioni e ideali; e libera dai vincoli della società, come Don Chisciotte, che subito dopo aver acquistato il nuovo nome, non è più un semplice hidalgo che vive nell'epoca di Filippo II, ma un eroe senza tempo né spazio.
Quando il libro si apre, Don Chisciotte possiede nomi che risalivano a tradizioni diverse: per alcuni si chiamava Quijada, per altri Quesada, e per altri ancora Quijana; ognuno di questi nomi aveva un significato che è impossibile o inutile dichiarare, perché per il nuovo cavaliere non aveva nessuna importanza. Prima cambiò il nome del cavallo, e dopo molti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, «nome, a suo parere, alto, sonoro e significativo». Dopo altri otto giorni di meditazione, non meno profonda, decise di attribuirsi il nome di Don Chisciotte. Non lo fece, credo, senza dubbi e scrupoli, perché sapeva benissimo, come gli ricordarono malignamente sia Sancio sia Teresa Panza, di non aver nessun diritto di avvolgersi con il glorioso e fastoso manto del don: il don può attribuirselo un caballero, non un semplice hidalgo come lui era, con una piccola rendita, che gli bastava appena a comprare la vacca, la carne fredda, le lenticchie e il colombino che lo nutrivano per tutta la settimana. Questo falso don rubato a un caballero rivela l'esaltazione di Don Chisciotte, la mitomania, il desiderio di gloria, l'amore per la pura apparenza.
Quanto a Quijote, è una parola piena di allusioni: essa rinvia a Lanzarote, il grande Lancillotto dei libri di cavalleria: mentre, in spagnolo, un suffisso in ote è di per sé grottesco: quijote deriva dal francese cuissot che designa il pezzo dell'armatura che copre la coscia; mentre de la Mancha è esemplato su Amadigi di Gaula o simili eroi. Quindi Don Quijote de la Mancha contiene in sé un'autoesaltazione inconcepibile: il mondo cavalleresco; un tratto grottesco; e un'allusione realistica, che contiene di nuovo un tratto grottesco. Quando costruisce minuziosamente il nome che gli spalancherà e fonderà una nuova vita, Don Chisciotte è perfettamente cosciente delle forti sfumature parodistiche e autoparodistiche che esso contiene. Così la sua sorte è determinata: le imprese che gremiranno il romanzo saranno sublimi, tragiche, farsesche, parodistiche: egli conosce benissimo, fin dall'invenzione del nome, le diverse forme del suo destino. Capisce anche che la parodia, e l'autoparodia, sono per lui l'unico mezzo per realizzare il sublime, e per incarnare il modello del libro sulla terra.
Qualcuno afferma che tutte le imprese di Don Chisciotte sono fallimenti, perché ogni tentativo di incarnare il libro nella realtà non può che portare al fallimento. Perché fallimento? Le lotte di Don Chisciotte contro i mulini a vento o contro le greggi-eserciti sono un trionfo grandioso dell'immaginazione, che Cervantes sottolinea con cura, sebbeneil suo eroe rimanga ferito e percosso in maniera farsesca. Don Chisciotte fallisce solo verso la fine della seconda parte del romanzo, quando si chiude in sé stesso, attendendo invano la liberazione di Dulcinea dall'incantesimo; e la sua fantasia si intristisce, si isterilisce, rinunciando alle sue conquiste leggendarie.


Dulcinea del Toboso

Il Don Chisciotte è un repertorio della passione amorosa, che sviluppa tutti i temi della tradizione petrarchesca e rinascimentale, specialmente nei racconti intercalati. Qualche volta la donna è mascherata da uomo, secondo un modello di androgino che Cervantes prediligeva: il presunto giovane si toglie il berretto: si mette a scuotere la testa da una parte e dall'altra, e a quel gesto si sciolgono e spargono capelli che i raggi del sole potrebbero invidiare. I lunghi e biondi capelli non solo ricoprono le spalle della ragazza, ma ne nascondono tutta la persona; e se non fosse per i piedi – due pezzi di bianco cristallo fra i ciottoli del fiume – nient'altro si vedrebbe di lei. Tutte le forme di amore-passione sono presenti nel libro: l'amore solitario, l'amore radioso, l'amore infelice,
re respinto, l'amore irrazionale, l'amore-morte, l'amore senza pudore, l'amore ubiquo, l'amore incestuoso, l'amore geloso, l'amore che vola, l'amore lentissimo, l'amore-ossessione, l'amore silenzioso, l'amore che scrive, l'amore-maledizione, l'amore-follia.
L'amore di Don Chisciotte per Dulcinea è esattamente il contrario di questi esempi di amore-passione: la sua unicità si oppone alla molteplicità dei sentimenti amorosi che percorrono le campagne e le montagne della Spagna, dove sembrano trovare il loro giusto luogo. La prima domanda che il lettore si propone è quella elementare: Don Chisciotte conosce o, almeno, ha visto Dulcinea del Toboso? Cervantes gioca squisitamente attorno al tema di Dulcinea, o come suona il nome completo, Aldonza Lorenzo, figlia di Lorenzo Tappetto (Corchuelo) e di Aldonza Noci (Nogales). Nel primo capitolo del romanzo, Cervantes dice che Aldonza era una giovane contadina «di bell'aspetto», di cui un tempo Don Chisciotte era stato innamorato, sebbene in dodici anni l'avesse vista a malapena quattro volte; mentre lei, a quanto è dato supporre, non si era nemmeno accorta di queste inclinazioni del giovane e maturo hidalgo. Poi Don Chisciotte Si contraddice. Quando attraversa di notte il Toboso, dice a Sancio: «Non ti ho detto mille volte che in tutti i giorni della mia vita non ho mai veduto l'incomparabile Dulcinea, né ho mai varcato le soglie del suo palazzo, e che sono innamorato per sentito dire e per la gran fama che ha di bella e discreta?». Che Don Chisciotte abbia o non abbia mai visto Aldonza Lorenzo è un fatto che appartiene anch'esso al meraviglioso regno dei nomi: Dulcinea era un nome che gli pareva «musicale e peregrino e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a sé stesso e alle proprie cose».
Tutto quello che Don Chisciotte e Sancio hanno visto di Dulcinea è inessenziale: perché, nel libro di Cervantes, Dulcinea esiste soltanto come fantasia o ossessione, mai come realtà. Nessuno, né Don Chisciotte né Sancio, la contempla. Dulcinea è un grandioso personaggio assente: una specie di dio negativo, come nel Corpus dello Pseudo-Dionigi. E se non esiste per Don Chisciotte, tanto meno esisterà per gli altri personaggi. Quando l'hidalgo incontra sei mercanti di Toledo che vanno a comprar seta a Murcia, si assicura bene le staffe, stringe la lancia, accosta lo scudo al petto: si mette nel mezzo della strada, alza la voce e dice con aria arrogante: «Fermi tutti, se tutti prima non riconoscono che non c'è al mondo una fanciulla più bella dell'Imperatrice della Mancia, l'impareggiabile Dulcinea del Toboso». I mercanti si fermano, e uno di loro gli dice: «Signor cavaliere, noi non sappiamo chi sia quella degna signoradi cui parlate: fatecela vedere: che se è realmente di tanta bellezza come voi dite, con gran voglia e senza nessuna costrizione riconosceremo la verità che ci viene richiesta da parte vostra». È la richiesta dell'ingenuo empirismo, che vuole vedere e conoscere le cose. Ma Don Chisciotte ribatte: «Se ve la facessi vedere, che sforzo fareste a riconoscere una verità così notoria? La cosa importante è che senza vederla, dovete crederlo, riconoscerlo, affermarlo, giurarlo e difenderlo; altrimenti, voi siete in guerra con me, gente enorme e superba». Dunque, la bellezza di Dulcinea non è cosa reale, che debba essere provata dalla vista, questo senso infimo: essa è una creazione mentale nella quale bisogna credere come nelle idee di Platone, che nessuno vede ma che ciascun fedele riconosce.
Se, comunque, volesse descrivere Dulcinea, Don Chisciotte non potrebbe mai effigiarla, tratteggiarla e raffigurarla «punto per punto e parte per parte». «Questa impresa dovrebbe occupare i pennelli di Parrasio, di Timante e di Apelle e i bulini di Lisippo» insiste Don Chisciotte «per dipingerla e inciderla in quadri, in marmi e in bronzi; e l'eloquenza di Demostene e di Cicerone». La sua bellezza è sovrumana: perché in lei diventano veri tutti i chimerici attributi della bellezza che i poeti danno alle loro dame. I capelli sono d'oro, la fronte campi elisi, le sopracciglia archi del cielo, gli occhi soli, le guance rose, le labbra coralli, i denti perle, il collo alabastro, il petto marmo, le mani avorio; e tutto il resto è impareggiabile. La donna negativa, la donna che non si trova, come dice Leopardi, è colorata da tutte le immagini della tradizione letteraria, da Omero a Garcilaso.
Per quanto sembri impossibile, tra l'anima di Dulcinea e quella di Don Chisciotte esiste l'assoluta identità amorosa: la stessa identità amorosa che nel Nuovo Testamento corre tra Cristo e il suo fedele. «Vivo autem, iam non ego: vivit vero in me Christus» dice l'epistola di Paolo ai Galati (2,20). «Colei che porto incisa e stampata nell'intimo del mio cuore e nei più oscuri recessi dei miei visceri»: «è lei che combatte in me e in me vince, e io vivo e respiro in lei, e da lei ho vita ed essere» dice Don Chisciotte, in parole intrise di Antico e Nuovo Testamento e di Garcilaso. Le due vite si sciolgono e si fondono dolcemente l'una nell'altra, come in un lago senza onde. Non importa che la donna amata rifiuti l'amore del cavaliere: essa non ha nessun obbligo di contraccambiare e nemmeno di accettare di essere amata. Quello che conta è l'amore assoluto di Don Chisciotte, il quale culmina nel rifiuto e nella negazione da parte di Dulcinea. «O Dulcinea del Toboso» declama il cavaliere «giorno della mia notte, gloria del mio tormento, bussola dei miei itinerari, stella della mia sorte...»
Quando Amadigi di Gaula, il modello e l'esempio di Don Chisciotte, vede Oriana, la sua amatissima dama, il cuore gli balza nel petto, gli sguardi contemplano colei che più ama, abbassa gli occhi al suolo, e gli pare così bella che i sensi turbati gli fanno morire le parole sulle labbra. Oriana ricambia il suo sguardo, lo modera, lo placa, e gli permette di parlare con lei e di lei liberamente. Nel caso di Don Chisciotte, ogni fremito erotico si perde: non osa toccare nemmeno col pensiero la mano di Dulcinea. L'immagine di lei è dipinta sulla tela vergine della sua anima in modo che è impossibile cancellarla: se viene dipinta un'altra immagine sopra di essa, questa non fa presa e non si vede. Dulcinea sembra a Don Chisciotte una cosa più divina che umana, ed egli resta avvinto e allacciato nell'inestricabile rete amorosa. Con grande ansia del cuore, non sa come fare per vincere il silenzio. Pensando a lei, non dorme, imitando gli antichi cavalieri erranti, che passavano senza dormire notti e notti in foreste deserte, in compagnia del ricordo della donna amata.
La notte, sotto la luce della luna, Don Chisciotte dice a Dulcinea, con la voce più tenera, delicata e amorosa: «O mia signora Dulcinea del Toboso, vertice di ogni bellezza, fine e corona della discrezione, archivio della più pura leggiadria, deposito della virtù e, infine, modello di quanto c'è al mondo di fruttuoso, onesto e dilettevole. A quest'ora cosa starà facendo la tua grazia? Starai forse volgendo ilpensiero al cavaliere di te schiavo, che a tanti pericoli, solo per servirti, ha voluto esporsi di sua volontà? Dammi notizie di lei, tu luna, lampada dai tre volti!». L'immagine di Dulcinea è consacrata sia alla triplice luna sia al sole: ma è delicata, tenera; e si adatta meglio alla luna, che avvolge di un velo tutte le cose, perché il bacio del sole potrebbe sciuparle e appassirle il volto.
L'ultima parola su Dulcinea viene detta in un'incantevole conversazione tra il Duca, la Duchessa e Don Chisciotte. Dulcinea è nobile o non è nobile? Il Duca è scettico. «Quanto ad altezza di lignaggio, Dulcinea non può stare alla pari con le Oriane, le Alastrajaree, le Madasime e altre del genere, di cui sono piene le storie che vostra grazia ben conosce.» Don Chisciotte risponde che Dulcinea è «figlia delle sue opere», che sono le virtù a nobilitare il sangue, che i meriti di una donna bella e virtuosa arrivano a fare miracoli, e che Dulcinea possiede, nel suo blasone fantastico, «qualcosa che la può portare a diventare regina con corona e scettro». Dunque, conclude, sebbene «virtualmente e non formalmente, Dulcinea porta rinchiusi in sé i più alti destini».
La Duchessa ha appena avanzato un'obiezione molto più grande. Dal romanzo di Cervantes, che ha appena visto la luce, si deduce che Don Chisciotte non ha mai visto Dulcinea, e quindi non è di questo mondo, ma una dama fantastica che il cavaliere «ha generato e partorito nel proprio intelletto, figurandosela con tutte quelle grazie e quelle perfezioni che ha voluto». Insomma è un'idea platonica, contro la quale la Duchessa rivolge la sua obiezione realistica. La risposta di Don Chisciotte è sottilissima. Rifiuta di prendere una posizione oggettiva, perché «solo Iddio sa se c'è al mondo Dulcinea o se non c'è, se è fantastica o non è fantastica». Commenta con meraviglioso buon senso: «Non sono cose queste la cui prova debba essere spinta fino in fondo». Lui sa soltanto che Dulcinea esiste, perché «non l'ha generata né partorita lui». Dulcinea è perfetta: «bella senza macchia, seria senza superbia, amorosa ma onesta, grata perché cortese, cortese perché educata e finalmente, nobile per nascita». Dulcinea non è perfetta perché esiste: ma la sua incontaminata perfezione ha generato la sua esistenza, la sua idea ha generato la sua realtà. Esiste in modo virtuale: ma, appunto per questa virtualità, «porta rinchiusi in sé i più alti destini».

 

Sancio

Il romanzo di Cervantes contiene molti ritratti di Don Chisciotte: pochissimi di Sancio, e quasi sempre eguali fra loro. Lo vediamo piccolo, grasso, con le gambe gracili ed eventualmente la barba lunga: «Bisognerà che tu ti faccia la barba spesso» lo rimprovera Don Chisciotte «perché ce l'hai così folta, arruffata e irregolare che se non te la rasi col rasoio ogni due giorni perlomeno, a un tiro di schioppo si vedrà quello che sei». «Se necessario» risponde Sancio «mi farò venire il barbiere sempre dietro, come il cavallerizzo di un grande.»
I ritratti di Sancio sono pochi, non perché egli sia poco complesso e complicato: Sancio è complicatissimo e molteplice, forse persino più di Don Chisciotte. Abbiamo visto che Don Chisciotte si inventa, si crea e quindi si trasforma: Don Chisciotte non è Quijada e Alonso Quijano el Bueno non è Quesada; e questa autocreazione gli permette di diventare un eroe della cavalleria. Sancio non immagina nemmeno lontanamente di crearsi e di trasformarsi. A differenza di Don Chisciotte non è don: si chiama Sancio Panza, e Sancio Panza si chiamava suo padre, Sancio suo nonno, e tutti sono stati Panza, senza appendice di don. Non cambia mai: resta quello che è: fedele alla sua natura e alla sua vocazione; «nudo nacqui e nudo mi ritrovo», come dice uno dei suoi amatissimi proverbi.
Se gli uomini dipendono anche dai loro vestiti e dalle loro funzioni, non c'è vestito o funzione che possa mutare Sancio Panza. Quando il Duca, dopo averlo nominato governatore, gli dice: «Questa sera vi forniranno l'abito adatto che dovete indossare», Sancio risponde: «Mi vesta come vogliono: in qualsiasi maniera io vada vestito, sarò sempre Sancio Panza». E quando lascia l' insula Barataria, salendo sul suo diletto asino, pronuncia un bellissimo e facondissimo discorso nel quale difende il suo ego e la sua libertà. «Fatemi largo, signori miei; e lasciatemi tornare alla mia antica libertà: lasciatemi andare in cerca della mia vita passata, perché mi risusciti da questa morte presente. Io non nacqui per essere governatore né per difendere insule o città dai nemici che volessero attaccarle. Sono più adatto per arare e zappare, potare le vigne che non per dar leggi o difendere province o regni. San Pietro sta bene a Roma.»
Sancio Panza esiste, vive, respira ed è libero, perché è in primo luogo un corpo: un corpo «di complessione sanguigna», vivo di sensi e di sensazioni, e ricco di una intensità e di una gioia che Don Chisciotte, specie dopo essere divenuto don, non conosce. Tutti i suoi sensi agiscono e si muovono: mangia, ascolta, odora, tocca, vede. Sopratutto mangia. Il cibo è il suo sacramento: la visione della cottura dei cibi risveglia, in lui, una furibonda forza estatica; un appetito furibondo, che è anche odorato furibondo, come nel meraviglioso episodio delle nozze di Camacho, dove la vita diventa soltanto un cibo, che i lettori devono prepararsi a masticare e ingoiare con la stessa passione di Sancio.
Tutta la sua professione di scudiero di un cavaliere errante, che Sancio compie accanto al magrissimo Don Chisciotte, è un esercizio, dove il bere e il mangiare si intrecciano di continuo. Ora, Sancio si sistema come meglio può sull'asino: tira fuori dalla bisaccia quanto vi ha messo, cammina e mangia con molta lentezza dietro al suo padrone, e di tanto in tanto alza in aria l'otre, con tale piacere «che l'avrebbe guardato con invidia il più squisito taverniere di Malaga». Ora, attende, seduto, l'ora di cena. Con grande ansia aspetta che giunga la cena: sebbene abbia l'impressione che il tempo se ne stia fermo sempre allo stesso punto, finalmente arriva l'istante felice in cui gli offrono unabraciola di manzo con cipolle e zampe di vitella. Ora, tasta l'otre e lo trova un po' più floscio della sera prima: gli si stringe il cuore perché gli sembra che non potrà colmare abbastanza presto quel vuoto. Sancio mangia sopratutto cibi rustici: vacca, lardo, carne affumicata, rape, cipolle, formaggio. Forse il piatto che preferisce è il cuore della sua immaginazione: l'olla podrida: le diverse qualità di carne cotte lentamente, in poca acqua, accompagnate da qualche legume, si disfano, si fondono e odorano; e a Sancio sembra che quello sia il profumo del cibo supremo.
Chi ama l'olla podrida non può che essere avido e avaro. In tutto il corso del viaggio, Sancio raccoglie borse piene di denaro: qualsiasi cosa che luccichi e splenda, e la sua famiglia non è da meno. A Don Chisciotte, Sancio chiede un salario, sebbene nessuno scudiero cavalleresco abbia mai preso salario: fantastica il possesso o il governo di un' insula, luogo che non conosce, ma che contiene certamente un'immensa quantità di monete. La salvezza di Dulcinea porta con sé altro denaro. Quando rinuncia al governatorato dell'insula Barataria, crediamo che egli rinunci a ogni possesso, ritornando alla sua nuda condizione di contadino. In realtà non rinuncia a niente: perché dopo il giuramento solenne, dimentica presto di averlo pronunciato, e riprende a sognare e a fantasticare ricchezze.
Un altro aspetto della vita di Sancio è il sonno: dorme con la stessa immaginazione, la stessa furia, la stessa profondità, lo stesso spessore con cui mangia. Sepolto nel sonno, steso sul basto del suo asino, non si rammenta nemmeno di sua madre che l'ha messo al mondo. E se alcuni di noi hanno quello che si chiama un «secondo sonno», lui non lo conosce, perché il sonno gli dura dalla sera alla mattina. Come i grandi dormiglioni, apprezza il dono del risveglio: quando i raggi del sole gli feriscono gli occhi, Sancio si sveglia all'improvviso, e si sgranchisce muovendo e stiracchiando le membra. Così comprendiamo perché egli esalti tanto grandiosamente il sonno: lo fa con un tale ardore sentenzioso che ci fa venire in mente un passo di Shakespeare. «Benedetto colui che inventò il sonno» risponde a Don Chisciotte che lo critica «mantello che ricopre tutti quanti gli umani pensieri, cibo che toglie la fame, acqua che fuga la sete, fuoco che scalda il freddo, freddo che calma l'ardore, e insomma moneta universale con cui si comprano tutte le cose, bilancia e peso che eguaglia il pastore al re e l'ingenuo al sapiente.»
Se è un corpo, Sancio capisce infallibilmente gli altri corpi: non solo quelli degli uomini, ma anche quelli degli animali. Sebbene sia proibito dall'etica cavalleresca, cavalca un asino: un asino senza nome, il bigio, come egli lo chiama. Per lui, nutre un infinito affetto: una tenerezza come si può avere per un figlio; e con lui, non solo percorre le strade e i boschi della Spagna, ma va a caccia. È il suo compagno «perpetuo nella prospera e nell'avversa fortuna». Don Chisciotte nutre una specie di indifferenza per Ronzinante, sebbene il vecchio cavallo si sacrifichi per lui, riceva colpi, bastonate e venga travolto da eserciti di greggi: mentre l'affetto di Sancio per il bigio cresce e si approfondisce col tempo, e non tollera separazioni.
Col corpo, Sancio mangia, beve, dorme: ma sopratutto ride. Per lui il mondo è immensamente comico: totalmente comico; e non meno comiche e insensate sono le prescrizioni e le osservazioni di Don Chisciotte. Sancio ride di un'enorme risata: enorme come la sua fame, la sua sete, la sua paura, il suo sonno – tutte passioni che sembrano ispirate e circondate dal riso. A volte, Don Chisciotte lo guarda: vede che Sancio ha le guance gonfie, la bocca piena di risate come potrebbe averla piena di cibo: è sul punto di scoppiare; infine non può trattenersi e deve premersi i fianchi con le mani per non morire dal ridere. Allora nemmeno Don Chisciotte può resistere: vedendo Sancio, anche lui ride; e il mondo, per qualche istante, rivela la sua essenza: riso liberato e scatenato, che sconfigge qualsiasi passione e sentimento, persino la tenebrosa malinconia.
Quando Don Chisciotte parla, Sancio deforma la sue parole: siano normali o colte o erudite o squisite, le parole di Don Chisciotte vengono degradate, e involontariamente parodiate. Ciò che è dotto diventa farsesco. Don Chisciotte parla del balsamo di Fierabrds: balsamo che, nella tradizione leggendaria, aveva unto Gesù prima della sepoltura: sulla bocca di Sancio Panza il nome colto, religioso e leggendario, diventa un nome grottesco, feo Blas, vale a dire la bevanda del fetido Biagio. Allo stesso modo, il difficile elmo di Mambrino diventa il volgare elmo di Malandrino. Gli errori o i lapsus di Sancio sono innumerevoli e divertentissimi. Divertenti per noi, lettori del 1604 o del 2013: non per Don Chisciotte, che molto di rado si diverte, ma di solito corregge spietatamente gli errori di Sancio, come se la missione cavalleresca fosse, in primo luogo, una missione di rettitudine linguistica. Conquistare una locanda-castello, o vincere un esercito di greggi non è fondamentalmente diverso, per Don Chisciotte, dal parlare in corretto castigliano. Sancio non sopporta queste correzioni, in cui vede un eccesso di esibizione e di erudizione: protesta con una violenza persino eccessiva. La lingua non è, per lui, un fatto di precisione e cultura: ma fluidità, espressività, colore; la sua lingua, la sua meravigliosa lingua plebea.
Sancio racconta: e racconta con tale colore e precisione che talora riesce a divertire persino Don Chisciotte, e, quasi sempre, la Duchessa. Queste straordinarie narrazioni sono ottenute attraverso una serie di violenze alla lingua ufficiale e alla logica alle quali obbedisce Don Chisciotte. Quando racconta, Sancio divaga, dimentica, perde il filo, dice cose che non c'entrano, si sofferma per strada, ricorda false testimonianze, seguendo tutti i capricci e i ricordi della sua mente e di quella dell'universo. L'effetto è di una comicità impagabile.
Il cuore del linguaggio di Sancio sono i proverbi: egli ne ha il corpo pieno, come di olla podrida e di risate. Don Chisciotte ha un'idea precisa dei proverbi: essi, per lui, dovrebbero scorciare e sintetizzare un evento, una storia, un sentimento, un complesso intellettuale nella verità immodificabile di una sentenza. In questo senso, egli li ama e li apprezza. A Sancio, della verità delle sentenze importa poco: quello che gli interessa è la verità della lingua. La cosa singolare è che i proverbi cominciano a infittirsi, nella sua lingua, piuttosto tardi: come se si sviluppassero via via che essa entra in rapporto sempre più stretto con quelle di Don Chisciotte, del Duca e della Duchessa. Alla fine i proverbi si moltiplicano follemente, fitti di ricordi biblici, fino a diventare una selva smisurata che occupa tutta la conversazione.
Quale ne sia il senso non è facile dire: i proverbi esprimono la saggezza popolaresca di Sancio, la sapienza (che è altra cosa), la finta ingenuità, l'astuzia, la sottigliezza, la fantasia, la sciocchezza, la follia di Sancio. Ma esprimono qualcosa di molto più profondo: lo slancio verbale, la pura forza della lingua, l'abbondanza, il flutto ondoso della parola parlata. Il significato ha un'importanza relativa. I proverbi di Sancio assomigliano e anticipano i discorsi di Dickens (che era un grande ammiratore di Cervantes). Come avrebbe detto Chesterton, «grandi sorsate di parole» erano, sia per Cervantes sia per Sancio, «come grandi sorsate di vino, pungenti e rinfrescanti».
Sancio proclama continuamente di essere ingenuo; e, come tutti sanno, nessuno è meno ingenuo, nessuno è più astuto, malizioso, accorto, sottile, di chi esalta la propria ingenuità verbale. Sancio spezza questa presunta ingenuità con scoppi bizzarri, fantastici, stravaganti, come quando, nel cielo completamente buio, descrive gli invisibili ricami del cielo. C'è una sola cosa in cui Sancio è veramente e profondamente ingenuo. Di continuo parla della propria qualità di «vecchio cristiano», vale a dire non convertito come i moriscos; e rivendica la sua fede in Cristo, in Maria, la propria qualità di cattolico d'anima e di corpo, senza deficienze né lacune. Se è «vecchio cristiano», è «nemico mortale degli ebrei», ostile ai moriscos, e dubita delle loro macchinazioni. «Quand'anche non avessi che il credere, come sempre credo, fermamente e veramente in Dio e in tutto quello che ritiene e crede la Santa Chiesa Cattolica Romana, ... gli storici dovrebbero aver misericordia di me e trattarmi bene nei loro scritti. Ma dicano quello che vogliono perché nudo son nato e nudo mi trovo.»
Malgrado la sua professione di «vecchio cristiano», la filosofia di Sancio (perché la sua è una filosofia) non è fanatica, né statica, né razionale né rettilinea. Nel suo mondo tutto obbedisce alla mobilità e alla contraddizione: Dio castiga e perdona: le cose si muovono e si spostano ogni istante: l'universo s'inchina al capriccio della fortuna e delle donne; e noi ignoriamo completamente il volto tenebroso del futuro. «Dio, che dà la piaga» dice Sancio in uno dei suoi discorsi più ispirati «dà anche la medicina. Nessuno sa quello che sta per avvenire: di qui a domani ci sono molte ore, e in un'ora e anche in un momento, cade la casa; io ho visto piovere e splendere il sole nello stesso momento; c'è chi si corica sano la sera, e il giorno dopo non si può muovere. E, ditemi, c'è qualcuno che possa lodarsi di aver messo un chiodo nella ruota della fortuna? No, di certo; e tra il sì e il no delle donne non mi azzarderei a mettere la punta di uno spillo, perché non ci entrerebbe. ... Come ho sentito dire, l'amore guarda con certi occhiali che fanno sembrare il rame, oro, la povertà, ricchezza, e le ciste, perle.» Don Chisciotte lo deride e lo accusa di infilare proverbi e frottole, chiodi e ruote della fortuna. Ma Sancio sa che il suo signore non lo comprende: la sua filosofia è troppo vera, profonda e complicata perché un semplice cavaliere errante possa intenderla. «Se non mi si capisce, non c'è da stupirsi che le mie sentenze siano scambiate per spropositi.»

(Fonte: IL Don Chisciotte, Oscar Mondadori, Milano 2013, pp. 9-24; 31-37)