«Così l'uomo

andò in scena»

Silvia Guzzetti

Lady Macbeth sonnanbula

Intervista a Michael Alexander, tra i massimi esperti dell'opera di William Shakespeare: «È il primo autore a dare vita a personaggi ricchi di conflitti interiori» 

Grande esperto di Shakespeare, il primo cattolico a salire in cattedra all'università scozzese di St. Andrews dalla Riforma protestante cominciata proprio in quella cittadina, Michael Alexander, classe 1941, ha avuto una formazione cosmopolita. Scuola superiore gestita dai benedettini a Downside, nel sud dell'Inghilterra, laurea in letteratura inglese a Oxford, nove mesi in Francia e tre all'università per stranieri di Perugia. Poi la carriera accademica: Princeton, gli atenei di California, East Anglia e Stirling. Il professor Alexander ha dedicato volumi a Ezra Pound, Norman MacCaig e Les Murray, ha realizzato una traduzione di Beowulf, per la Penguin, che ha venduto un milione di copie, e un'altra de I racconti di Canterbury; la sua popolare Storia della letteratura inglese, pubblicata da Palgrave Macmillan, è usata anche in alcune università italiane. Con Shakespeare è cresciuto, ha mangiato e lavorato. «Avevo letto tutte le sue opere prima dei 18 anni», racconta, «e ho recitato come Bottom in Sogno di una notte di mezza estate». Il suo libretto Reading Shakespeare, un'introduzione alla vita e alle opere del Bardo, ha riscosso il parere positivo di molti critici quando è stato pubblicato nel 2013. «La dedica "Benedíctus benedicat", all'inizio, è il mio modo di ringraziare i benedettini che mi hanno formato e anche Dio», dice ancora: «Penso che si sia esagerato con le interpretazioni di Shakespeare in chiave freudiana o post-marxista e che sia importante tornare alla fonte, fidarsi dei documenti, rileggere i testi oltre i vari adattamenti teatrali».

Può parlarci delle origini di Shakespeare? C'è chi mette in dubbio la sua esistenza...
«Questa domanda mi sorprende perché sappiamo molto di Shakespeare ed è tutto certo. I documenti della parrocchia di Stratford ci dicono quando è stato battezzato. Chi erano i genitori e sua moglie. Quando sono nati i figli e quando sono morti. Shakespeare era anche un abile uomo d'affari che riuscì a comprarsi la più grande casa privata di Stratford. A vent'anni aveva già tre figli e doveva lavorare come attore e drammaturgo per mantenerli. Purtroppo questa vita così banale si combina male col culto dello scrittore che è cominciato a metà del Settecento e molti hanno cominciato a non fidarsi più dei documenti e a negare la vera identità di Shakespeare. Alcuni aristocratici e alcuni americani, per esempio, non riescono a credere che il più grande autore di tutti i tempi abbia fatto soltanto la scuola superiore e abbia umili origini. Eppure nessun esperto, oggi, dubita che Shakespeare sia nato a Stratford upon Avon nell'aprile del 1564, e che abbia sposato, a 18 anni, Anne Hathaway, più anziana di lui, la quale aspettava già una bambina, Susanna, che nacque nel 1583. Seguirono due gemelli, Hamnet e Judith, nel 1585, ma il maschio morì a soli 11 anni. Documentati sono anche i matrimoni delle figlie e le nascite dei nipoti e, naturalmente, la morte dello stesso autore il 23 aprile 1616. Purtroppo della personalità del drammaturgo sappiamo pochissimo. Ben Jonson, che lo conosceva bene perché era suo amico, descrive una persona modesta, tranquilla e gentile che scriveva molto facilmente. Penso che Shakespeare fosse molto equilibrato e che cercasse di evitare di attirare troppa attenzione sulla sua persona, atteggiamento che si combina bene con l'ipotesi che avesse simpatie cattoliche e volesse mantenere un basso profilo, durante il regno della regina Elisabetta I, quando i fedeli alla Chiesa di Roma non avevano vita facile».

Quale fu l'itinerario storico e letterario di Shakespeare?
«Finì il liceo classico di Stratford, dove imparò perfettamente il latino, quando aveva quindici anni. Non sappiamo nulla del periodo intercorso tra la fine della scuola superiore e il documento del 1592 in cui il suo rivale Robert Greene lo attaccò come un parvenu, un attore che osava scrivere opere teatrali benché non avesse una laurea. Greene dice che Shakespeare stava scuotendo la scena teatrale di Londra e, grazie alle sue parole, possiamo essere sicuri che, in quel periodo, si trovava senza dubbio a Londra».

Quali sono le fonti storiche e letterarie di Shakespeare e i suoi autori di riferimento?
«Conosceva Euripide, in traduzione latina, e anche la Bibbia. Il teatro inglese medioevale. La letteratura classica romana ed europea. Sappiamo le fonti di ciascuna delle sue opere. Si tratta di testi italiani o francesi, spesso tradotti, perché Shakespeare tendeva a prendere in prestito, usare e rifare. Conosceva benissimo il latino e, grazie a esso, sapeva leggere il francese e, probabilmente, l'italiano e un po' di spagnolo. La storia di Otello ha una fonte italiana e anche quella di Romeo e Giulietta, attraverso una riedizione francese. Per gli scrittori dell'epoca era normalissimo prendere in prestito storie e l'originalità non era importante. Shakespeare aveva l'opportunità di osservare persone importanti perché faceva parte della compagnia del re che recitava a corte. Senz'altro impara moltissimo, sulla vita dell'aristocrazia e di personaggi famosi, da conversazioni che ascolta con grande attenzione. Prende in prestito anche da altre opere teatrali dell'epoca e ammira Marlowe, Kyd e Lyly».

Qual è l'importanza di Shakespeare nella storia della letteratura mondiale?
«In Inghilterra è importante da prima del Settecento. Poi diventa famoso in Germania durante il movimento romantico. In Italia arriva piuttosto tardi, grazie a Manzoni, che scrive molto positivamente di lui; ma diventa un grande autore europeo solo nell'Ottocento. Con l'epoca coloniale sbarca anche in Paesi non europei. Penso che abbia avuto un impatto importantissimo sui romanzi, le opere teatrali e le opere liriche di tutto il mondo. Walter Scott, il romanziere più importante d'Europa, imparò moltissimo da lui. Il successo di Shakespeare è dovuto al fatto che sapeva quando ignorare le regole classiche, implicitamente aristocratiche, che andavano strette agli altri popoli europei. Non gli dispiaceva l'aristocrazia ma le sue opere parlano di tutte le classi sociali, dai camerieri di pub ai soldati ai commercianti. È un autore molto "democratico" che dà profondità e ampiezza ai suoi personaggi e scrive per un medium allora popolarissimo come il teatro pubblico che, ai tempi, aveva il ruolo di televisione e giornali. Se facciamo eccezione per i poverissimi, tutti andavano a teatro proprio come oggi si guarda la televisione. Oggi Shakespeare è famoso anche in Cina e in Sud America perché le sue opere possono essere adat-
tate a contesti culturali diversi».

Perché alcuni dei suoi personaggi come Amleto, Romeo e Giulietta e Re Lear sono diventati icone dell'immaginario collettivo?
«Perché rappresentano tratti umani e dilemmi sempre attuali che trascendono ogni epoca. In Giulietta e Romeo Shakespeare vuole rappresentare l'intensità e, insieme, la capacità distruttiva degli amori giovanili. In Re Lear quello che succede quando un re impazzisce, divide il proprio regno e provoca una guerra civile. In Otello la gelosia che deriva dall'insicurezza sulla propria identità. Macbeth ricorda il comportamento di diversi dittatori africani contemporanei. Shakespeare, più di altri drammaturghi, è interessato ai conflitti famigliari e questo attira la maggior parte degli spettatori perché quasi tutti siamo cresciuti in una famiglia o apparteniamo a una famiglia. Le donne di Shakespeare sono personaggi forti e attraenti – l'autore aveva due figlie – e c'è maggiore parità tra i sessi rispetto ad altri drammaturghi e agli autori che l'hanno preceduto. Nelle commedie le donne sono più mature degli uomini dei quali vedono pregi e difetti mentre questi ultimi, quando si innamorano, non capiscono più nulla».

Qual è l'importanza della ricerca dell'io e della vita interiore nell'opera di Shakespeare?
«Shakespeare è il primo autore moderno a dare vita a personaggi a tre dimensioni, ricchi, complicati, interessanti che troviamo soltanto nel romanzo psicologico del XIX secolo. È bravissimo a parlare di conflitti interni, nuovissimi sia per il teatro che per la letteratura della sua epoca. Amleto si sviluppa in modo negativo perché la sua mente è corrotta dal veleno delle terribili istruzioni di suo padre che gli chiede di uccidere lo zio Claudio. Vuole farlo ma, nello stesso tempo, non vuole. È lo stesso terribile dilemma di Macbeth che vuole e, nello stesso tempo, non vuole uccidere Duncan, e di Otello che vuole amare ma, insieme, ripudiare Desdemona se quest'ultima l'ha tradito davvero come sostiene lago. Per la prima volta, nella storia dellaletteratura, il dibattito interiore dei personaggi viene trattato con tanta profondità e sottigliezza. Nella tragedia greca –si pensi ad Antigone e Creonte per esempio – i personaggi hanno punti di vista opposti ma non conflitti interni. Sono personaggi lineari, a due dimensioni, ed è la trama a fare la parte del leone».

Che cosa pensa della teoria che Shakespeare fosse cattolico?
«Nessun fatto, nella biografia di Shakespeare, indica a quale religione appartenesse ma, personalmente, penso che avesse forti simpatie per il cattolicesimo. Proveniva da una casa cattolica e da una contea in gran parte cattolica. Il padre, quasi sicuramente, era cattolico come tutti i suoi contemporanei nati in quel periodo. A differenza dei suoi colleghi drammaturghi – Marlowe per esempio –che attaccano la Chiesa e prendono in giro il papa e i santi, Shakespeare dimostra rispetto per la religione cattolica e sembra a suo agio in Francia e in Italia. Ha simpatie cosmopolite, universali, come è tipico di un cattolico. La presenza di stranieri, per lui, non è un problema come dimostrano i personaggi di Shylock e Otello. Per questo motivo è così interessato a Venezia che, a quei tempi, era un posto davvero cosmopolita a differenza di Londra.
Ci sono, nelle sue opere, personaggi precristiani che si comportano in modo cristiano. Re Lear, per esempio, quando viene riunito con la figlia Cordelia e i due si inginocchiano chiedendo perdono l'uno all'altra. Questa idea del perdono non esiste in epoca classica ma non si tratta di un errore di cronologia. Shakespeare sa perfettamente che cosa sta facendo. C'è una consapevolezza profonda, nelle sue opere, dell'idea che siamo stati creati e, di conseguenza, non siamo padroni dell'universo e abbiamo responsabilità gli uni nei confronti degli altri. La malvagità di Macbeth è raccontata con un linguaggio religioso e l'uccisione del re è sacrilega. Per legge non si poteva parlare di religione in teatro perché si trattava di un argomento troppo controverso e anche il grande Shakespeare lo doveva evitare».

(Fonte: Luoghi dell'infinito, aprile 2016, pp.22-25)