Assetati di silenzio

L'esperienza di Taizé

Fr. John di Taizé

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Quando: nel mese di agosto. Dove: in un paese della Borgogna (Francia), distante dalle strade trafficate. In un periodo in cui molti dei loro coetanei sono a prendere il sole sulle spiagge di Nizza o di Rimini, quattromila ragazze e ragazzi, di età compresa fra i quindici e i trent'anni, siedono assieme in silenzio in una semplice chiesa di calcestruzzo attorno una comunità di monaci vestiti di bianco. Provengono da tutti gli angoli d'Europa così come dall'Africa, dall'Asia e dal continente americano, e trascorreranno otto o dieci minuti in silenzio per tre volte al giorno nel corso di un'intera settimana. La preghiera a cui partecipano comprende canti, letture bibliche e preghiere d'intercessione, ma il suo fulcro è questo prolungato momento di silenzio. A chi è abituato a meditare può non sembrare molto, ma lo è di certo per questi giovani, per i quali non fa parte della normale routine quotidiana. Ciononostante tornano in chiesa, giorno dopo giorno, e dichiarano di apprezzare questa esperienza così diversa da ciò a cui sono abituati.
Questo luogo, naturalmente, è Taizé, e sto descrivendo le settimane di ritiro che riuniscono decine di migliaia di giovani (nel corso di un anno) attorno a una comunità monastica ecumenica conosciuta per il suo stile di preghiera meditativo ma accessibile, e nota anche per l'avventura che ha intrapreso con la generazione dei più giovani negli ultimi quarant'anni. Se Taizé è meglio conosciuta per i canti ripetitivi che vengono utilizzati oggi nelle chiese di tutto il mondo, il nostro tema-principe è il silenzio, che è anche una parte essenziale della liturgia a Taizé.
Il presente articolo esaminerà le origini e l'importanza del silenzio per la Comunità di Taizé e la sua vita di preghiera, e di conseguenza per i giovani pellegrini che ospita. Perché le donne e gli uomini del XXI secolo, in particolare i giovani, dovrebbero interessarsi al silenzio? Cosa ci dice questo sul loro conto, sul conto della società contemporanea e sul ruolo della chiesa nel mondo odierno? Queste sono grandi domande alle quali non può essere data una risposta definitiva. Tuttavia la riflessione sul ruolo del silenzio a Taizé può offrire una prospettiva importante e sorprendente da cui prenderle in esame.

IL FASCINO DEL DESERTO

Quando il giovane che sarebbe poi diventato frère Roger, il fondatore di Taizé, lasciò la nativa Svizzera nell'agosto del 1940 per stabilirsi in Francia, fu spinto da due motivazioni principali. Per prima cosa, desiderava lasciarsi alle spalle una situazione di sicurezza e di relativo benessere per vivere in un paese dilaniato dalla guerra. In quanto seguace di Cristo, avvertiva che il suo posto era al fianco delle persone in difficoltà. Ben presto iniziò a offrire un rifugio alle vittime della guerra, in particolare agli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste. Ma una seconda motivazione lo portava a Taizé, forse ancor più impellente: quella di mettere in pratica il messaggio del vangelo, creando una comunità ispirata alla tradizione monastica. Sulle orme di molti altri credenti lungo i secoli, a cominciare da quelli noti come i padri e le madri del deserto, egli desiderava centrare la propria vita su una relazione con l'Assoluto di Dio, l'unica cosa necessaria (cf. Lc 10,42). Frère Roger ha sempre creduto che le distrazioni di un'esistenza frivola e superficiale tendano a inibire la creatività e ad annacquare la chiamata alla sequela di Cristo. Venendo a Taizé, scelse volontariamente di evitare di adattare la sua fede alle convenzioni sociali e di vivere, con gli altri, una vita semplice centrata sulla preghiera, il lavoro e l'ospitalità.
Nel suo diario, il 20 febbraio 1969, scriveva:

Quando ho scelto il villaggio di Taizé, nel 1940, ero solo. Il silenzio dei deserti tonifica l'incontro con Dio. L'uomo, nella sua solitudine, è sensibile ad una presenza che lo abita. Essere nel deserto non è conforme alla natura dell'uomo. È richiesta tutta l'attenzione per cogliere un silenzio abitato in pienezza [1].

Nell'inserire il desiderio di una comunità nell'ambito della grande tradizione monastica del cristianesimo, frère Roger adottò il valore del silenzio quale modo per indicare la priorità della ricerca di Dio, a cui si aggiungono tutte le altre (cf. Mt 6,33). E, ciononostante, è significativo che egli non abbia visto questa vocazione come in alcun modo contraria all'enfasi posta dal vangelo sull'amore e sul servizio del prossimo. Forse grazie alle sue radici nella tradizione riformata del cristianesimo, che egli non rinnegò anche quando s'ispirò alle tradizioni cattolica e ortodossa scegliendo la vita monastica, frère Roger non accettò mai l'usuale divisione della vita religiosa in ordini "attivi" e "contemplativi". La duplice motivazione che l'ha condotto a Taizé ne dà una testimonianza eloquente. La ricerca di Dio, anziché essere un'alternativa alla premura nei confronti dei nostri simili, dovrebbe, se autentica, condurci a loro. Questo principio si è dimostrato vero sin dagli albori del cristianesimo: «Se uno dice "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

IL SILENZIO INTERIORE PER RIMANERE IN CRISTO

Come si è concretizzato il silenzio nella vita della Comunità di Taizé? Innanzitutto, in armonia con l'importanza della disponibilità verso gli altri, la comunità non pratica un silenzio esteriore per lunghi periodi durante il giorno. Questo silenzio ha luogo nella liturgia comunitaria tre volte al giorno, nel corso di parte del pasto principale della comunità a mezzogiorno, al mattino presto e la sera tardi. Questi momenti esistono per promuovere un atteggiamento del cuore che frère Roger definiva «silenzio interiore».
La Regola di Taizé, composta dal suo fondatore negli anni 1952/1953, quando la comunità esisteva già da diverso tempo, contiene tre massime che in un certo senso riassumono la visione spirituale di frère Roger. La seconda di esse tratta del nostro oggetto: «Conserva in ogni cosa il silenzio interiore per rimanere in Cristo» [2].
In primo luogo, bisogna notare che il silenzio non viene qui presentato come fine a se stesso, bensì come via per una relazione più profonda con Gesù Cristo. Com'è tipico della tradizione riformata, la visione rogeriana del silenzio è cristo-centrica. Nel breve capitolo della Regola che commenta questa massima [3], il concetto viene ulteriormente sottolineato: «Il silenzio interiore [...] rende possibile la nostra conversazione con Gesù Cristo [...]. Il tuo dialogo con Gesù Cristo reclama questo silenzio».
Come è possibile? Secondo frère Roger, il silenzio interiore gioca soprattutto un ruolo "negativo", di purificazione: esso «esige che ci si dimentichi di se stessi, per acquietare le voci discordanti e per dominare gli affanni ossessivi» [4]. Si potrebbe dire che ci aiuta ad andare sotto la superficie della personalità con tutta la sua confusione e la sua reattività, per raggiungere un posto più intimo in cui un'azione autentica fondata in Dio diventa possibile. Il mondo contemporaneo ha sicuramente un bisogno estremo di questo atteggiamento: come conseguenza dei progressi tecnologici e del dilagare delle informazioni, le persone tendono a vivere sempre di più in modo superficiale, e sono al contempo meno in grado di gestire tutti gli stimoli che le bombardano senza sosta. La società odierna è inesorabilmente diretta verso una divisione e una frammentazione sempre più grandi. In un tale contesto, trovare la propria vera identità sembra un'impresa impossibile.
Secondo frère Roger, questa identità è insita in una relazione con Cristo. Egli incoraggia i confratelli a servirsi dei momenti di silenzio per dialogare con Cristo, per «rimettere ogni cosa costantemente nelle sue mani» e «per parlargli con la semplicità di un fanciullo»: ciò porterà all'armonia interiore (una versione precedente della Regola parlava addirittura di «ristabilire l'ordine in te») [5]. Come emerge chiaramente dal contesto, non ci si riferisce in alcun modo a uno stile di vita rigido e fondato su regole stringenti, ma è una via di mezzo tra l'ansia da un lato e il compiacimento dall'altro. È l'atteggiamento di una persona in viaggio, che sa trovare la libertà interiore e l'elasticità necessaria per essere davvero presente per gli altri e per le esigenze del mondo di oggi.
La Regola di Taizé riconosce che il raggiungimento di questa attitudine interiore è lungi dall'essere automatico o semplice: «Ma chi di noi non teme questo silenzio e non preferisce distrarsi all'ora del lavoro, rifuggire la preghiera per stancarsi con vane occupazioni, scordando se stessi e il prossimo?» [6]. Già sessant'anni fa il fondatore di Taizé aveva compreso che il desiderio di rifuggire dalle profondità del nostro essere e di nascondersi da Dio (cf. Gen 3,8), riempiendo le nostre vite con delle attività spesso senza senso, fa parte della condizione umana. Oggigiorno questa tendenza è diventata onnipresente; si potrebbe dire senza troppa paura di esagerare che sia una delle caratteristiche salienti delle nostre società consumiste, con i loro intrattenimenti infiniti. Ciò significa che la ricerca del silenzio interiore è spesso una lotta che necessita di un impegno concreto. E, in quanto esseri in carne e ossa influenzati da ciò che ci circonda, siamo indotti a creare una struttura esteriore nelle nostre vite che favorisca la crescita e la persistenza di questa disposizione interiore. Questa è la motivazione della presenza degli elementi citati nella vita quotidiana a Taizé: minuti di silenzio durante la preghiera comune, durante i pasti e in altri momenti della giornata. Frère Roger ha detto sempre chiaramente che il valore di queste pratiche era limitato però reale, ed era questa anche la ragione per cui il silenzio assoluto non faceva parte della sua idea di comunità:

La discrezione, sia nell'espressione della parola sia nel movimento, non ha mai ostacolato il rapporto umano; solo il silenzio muto rischierebbe di provocare questa frattura. Ed esso non ci è chiesto perché non comporta, di per sé, l'autentico spirito di silenzio interiore [7].

Un ultimo aspetto del silenzio a Taizé - che la comunità condivide con molte altre comunità religiose e cristiani devoti - è l'invito a fermarsi ogni tanto per un periodo più lungo di ritiro silenzioso: «Vi sono momenti in cui culmina il silenzio di Dio nelle sue creature. Nella solitudine del ritiro, l'incontro intimo con Cristo ci rinnova» [8]. Quando frère Roger scrisse queste parole negli anni Cinquanta, non era affatto comune per i cristiani, in particolare quelli d'estrazione protestante, ritagliarsi del tempo per dei ritiri periodici in solitudine. Taizé è sempre stata un posto dove le persone potevano trascorrere una settimana in silenzio, strutturato dalla preghiera comunitaria, dalle letture bibliche che offrono argomenti di riflessione e da incontri regolari con uno dei fratelli o delle sorelle di Sant'Andrea che collaborano con noi. In realtà, l'iniziazione dei giovani ai ritiri nel silenzio è probabilmente uno degli importanti ministeri meno conosciuti della Comunità di Taizé. Ogni settimana, fino al 10% dei giovani visitatori scelgono di trascorrere l'intero soggiorno in un "gruppo del silenzio" con sistemazioni separate da quelli impegnati nel lavoro e nelle discussioni. Per dirla con le parole di presentazione degli incontri per i giovani: «Prendersi il tempo di ascoltare - nella preghiera, nella lettura della Bibbia e nella riflessione personale - può ristorarci e aiutarci a scoprire di più circa la presenza di Dio nelle nostre vite». Chi non si sente pronto per questo o non è in grado di trascorrere un'intera settimana in silenzio può scegliere l'esperienza dei due giorni, dal giovedì sera alla domenica mattina.

IL SILENZIO E I GIOVANI

Come reagiscono le decine di migliaia di giovani che vengono a Taizé ogni anno a questa esperienza di silenzio, così nuova per la maggior parte di loro? Per molti è la prima volta che trascorrono così tanto tempo stando semplicemente seduti in silenzio, senza aggeggi elettronici a riempir loro le orecchie di musica o a intasare il cervello [9].
È vero che, a causa di questa scarsa familiarità, l'impatto iniziale dei circa otto minuti di silenzio durante le preghiere comunitarie può risultare sconcertante per i giovani visitatori. «Che succede? È una cosa voluta, o qualcuno si è scordato qualcosa? Cosa ci si aspetta che io faccia in questi momenti?».
Osservano gli altri: e molti sembrano decisamente a proprio agio. Anche questo accresce la sensazione di disagio («Sono l'unico che si sente perso?»), ma al contempo li incoraggia («Se ci riescono loro, posso farcela anch'io!»). La cosa sorprendente è che, senza dare loro quasi nessuna spiegazione, in breve - un giorno o due - la maggioranza si è adattata al momento di silenzio e lo considera persino un'esperienza positiva. Non è una prova lampante del fatto che il bisogno di fermarsi e tacere è profondamente radicato negli esseri umani? Una volta superato l'ostacolo e immersi in un clima di pace e silenzio, i più scoprono che ciò soddisfa un loro profondo desiderio interiore, di cui prima non erano consapevoli. Una giovane ha addirittura utilizzato l'espressione "causa dipendenza" nei confronti dell'esperienza del silenzio, volendo probabilmente dire che poco a poco il tacere l'ha guidata in un luogo dentro di sé di cui prima non era a conoscenza e dove era felice di restare.
I giovani pellegrini di Taizé in quali modi utilizzano i momenti di silenzio? Per alcuni, il tempo di silenzio è semplicemente un attimo per fermarsi e riposare. Dopo una impegnativa giornata di lavoro e spesso di accese discussioni, sentono il bisogno di "digerire" tutto quello che è successo, di assimilarlo nel loro essere. Per dirla con le parole di un ragazzo, «è un momento per calmarsi, per capire che sono umano, che sono ancora vivo». In un mondo sempre più indaffarato, corriamo il serio pericolo di sfiorare solo in superficie la vita, di vivere come automi; di qui l'importanza di fermarci per ritrovare il nostro baricentro, così da poter prendere il controllo delle nostre esistenze.
Altri giovani usano il tempo del silenzio per una riflessione cosciente. «Nel silenzio ripenso alla giornata, ai testi biblici che abbiamo appena letto». Questa opportunità «per guardarmi dentro», afferma qualcun altro, inizialmente può essere causa di ansia: «All'inizio avevo paura di stare in silenzio: cosa scoprirò?». Questo, tra l'altro, sembra essere uno degli ostacoli che molte chiese incontrano per includere dei momenti di preghiera silenziosa nelle celebrazioni. Molte persone oggigiorno sono diventate a tal punto aliene alle loro vite interiori da temere ciò che accadrebbe se si guardassero dentro. Questo conduce a diverse strategie per evitare di prendere sul serio il silenzio.
Ma coloro che perseverano e corrono il rischio di immergersi nel silenzio, quasi inevitabilmente capiscono che non c'è nulla di cui avere paura. Al contrario, la pace interiore che ne deriva fa sì che ne valga la pena.

UN CONTESTO DI BELLEZZA E DI SEMPLICITÀ

Uno degli elementi che favoriscono questo processo di ambientamento all'esperienza del silenzio a Taizé è la cornice esterna nella quale lo si realizza. Innanzitutto, un certo numero di giovani sottolineano la bellezza del fatto che abbracciano il silenzio insieme a molti altri. «La prima volta che sono venuto a Taizé, è stato magico per me vedere tutte queste persone riunite in silenzio», ha detto un ragazzo. Un altro ha accennato al fatto che lo stare assieme in silenzio è una delle occasioni uniche in cui un gran numero di persone, che per la maggior parte non si conoscono, possono condividere un momento così intimo in gruppo. In questo modo i periodi di silenzio e lo stile della liturgia a Taizé riuniscono assieme l'intimità e la comunità, la dimensione personale e quella collettiva.
In aggiunta, vi è il contesto materiale della preghiera. I giovani visitatori sono molto sensibili alla tenue illuminazione della chiesa della Riconciliazione, alla semplicità e alla bellezza degli addobbi, e in particolare all'assenza dei banchi. Seduti sul pavimento, vicini alla terra, non si sentono in classe o in una sala conferenze, dove l'attenzione di ciascuno è sotto stretto controllo conseguentemente al modo in cui lo spazio è organizzato; sperimentano pertanto una sensazione di liberazione. «La preghiera a Taizé è assolutamente libera», continuano a ripetere, e questo è ancor più sorprendente per il fatto che il servizio liturgico in realtà è abbastanza strutturato, non ha niente a che fare con la "preghiera spontanea" (non liturgica) alla quale si può assistere in alcune chiese. Tuttavia i canti ripetitivi, l'assenza di una organizzazione rigida, la mancanza di qualcuno che stia di fronte al gruppo per guidare la celebrazione e in particolare il momento di silenzio, donano ai partecipanti una sensazione di libertà interiore. Durante il silenzio non vengono
costretti dall'esterno a prendere una qualche direzione; sono liberi di lasciar emergere pensieri nuovi e desideri inaspettati. In molti hanno affermato: «È uno spazio in cui rilassarsi, riflettere e trovare il silenzio interiore... Un lasso di tempo per concentrarsi su cose importanti o per capire cos'è davvero importante, per trovare nuova energia... Non è una regola, bensì un invito». Cresciuti in una società in cui tutto è teso a uno scopo, tutto viene valutato in base a efficacia e risultati, specialmente economici, questi giovani scoprono nell'esperienza del silenzio una dimensione di gratuità, di semplice essenza. Sono sulla buona strada per comprendere che l'essere viene prima del fare, che la qualità delle azioni umane dipende soprattutto dal loro essere radicate in una vita interiore, fondate sul riconoscimento - come ci ha detto un giovane - «di chi sono io alla presenza di Dio».
A questo punto dovremmo citare un altro aspetto della vita a Taizé che molti giovani, a sorpresa, mostrano di apprezzare. Uno dei segni distintivi della tradizione monastica è lo strutturare la giornata, per rendere possibile la vita nella comunità. Per coloro che trascorrono del tempo sulla collina di Taizé, il giorno è scandito dai momenti di preghiera, dai pasti, dal lavoro, dalle riflessioni sulla Bibbia e dallo scambio in piccoli gruppi. Di primo acchito, potrebbe sembrare che un'organizzazione del tempo di questo tipo possa apparire inibitoria ai giovani, in una società che interpreta la libertà come autonomia pura, secondo il principio del "faccio quello che voglio quando voglio". Al contrario, ogni settimana c'è chi afferma che una delle scoperte più importanti che ha fatto è che una strutturazione, se flessibile e non oppressiva, può dare un senso alla giornata e rendere possibile lo stare assieme agli altri in maniera fruttuosa. I giovani ospiti avvertono che l'organizzazione della liturgia non soffoca i desideri individuali, ma al contrario crea uno schema che facilita una relazione personale con la Sorgente della vita in un contesto comunitario. Forse senza esserne consapevoli, questi giovani stanno imparando una lezione importante: che l'individualismo estremo e l'anarchia non conducono a una libertà autentica, che la vita assieme agli altri con le sue limitazioni e i suoi vincoli apparenti in realtà costituisce la condizione migliore per sentirsi veramente liberi e realizzati.
Per molti giovani pellegrini, ovviamente, i momenti di silenzio assumono una dimensione religiosa esplicita. Venendo dopo la lettura delle Scritture in diverse lingue, il periodo di quiete concede del tempo per meditare sul testo e accostarlo alla propria situazione. Una giovane ha affermato che la preghiera per lei è diversa dopo il silenzio: si sente più vicina a Dio e in grado di apprezzare le cose a un livello più profondo. Al termine della preghiera serale, molti giovani si fermano in chiesa fino a tardi per cantare e pregare in silenzio di fronte all'icona della Croce. Un giovane ha addirittura collegato il suo silenzio e la croce di Cristo come «il silenzio di Dio oltre le parole».
In breve, in un mondo che corre il rischio di collassare sotto il peso delle parole, che spesso sono diventate poco più di un semplice rumore, l'esperienza del silenzio monastico continua a esercitare una forte attrazione sui nostri contemporanei. Questo è vero in particolare per le giovani generazioni, che molti erroneamente ritengono essere allergiche a questo esercizio. L'esperienza di Taizé dimostra che si sbagliano coloro i quali credono che si debbano "annacquare" la liturgia e la spiritualità per renderle appetibili ai giovani. Dimostra anche che non è necessario imitare i modelli del mondo secolare per creare una forma di preghiera che parli alle persone di oggi. Al contrario, laddove la grande Tradizione della chiesa non viene riprodotta pedissequamente, ma piuttosto viene adattata con discernimento ai bisogni attuali, essa continua a giocare un ruolo fondamentale. È in grado di aiutare i cittadini del villaggio planetario a guardarsi dentro e a scoprire o approfondire una relazione vivificante con l'unica cosa che conta: essa favorisce il contatto con il Dio di Gesù Cristo.

NOTE

1 FRÈRE ROGER DI TAIZE, La tua festa non abbia fine, Morcelliana, Brescia 1971, 19846, 25 [ed. orig., Ta féte soit sans fin, Éd. du Seuil, Paris 1971].
2 FRÈRE ROGER DI TAIZE, La regola di Taizé, Morcelliana, Brescia 1967, 19786, 37 [ed. orig., La Règle de Taizé, Les Presses de Taizé, Taizé 2010].
3 Ibid.
4 Ibid.
5 Ibid., 37-39 – [Nell'ed. it. cit. è ancora riportata la parola «ordine», al posto di «armonia interiore» (N.d.T.)].
6 Ibid., 37.
7 Ibid., 39.
8 Ibid.
9 Questa parte dell'articolo si basa sulle conversazioni avute con i giovani, in particolare i volontari che soggiornano a Taizé occupandosi dell'accoglienza dei visitatori.

(Concilium 5/2015, pp. 99-109)