Amerai


Le parole della fede /9

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2010-04-65)


«Amerai» è uno di quei comandi di Dio che pervade l’intera storia degli uomini e le loro relazioni interpersonali. Possiamo affermare che l’essenza dell’umanità è contenuta nell’amore e l’esistere dell’uomo nel mondo ha come centro propulsore il bisogno di amare e di lasciarsi amare. Pertanto il comando dell’amore che si trova nella Bibbia si colloca nella dinamica delle relazioni triangolari tra Dio, l’uomo e il mondo. Ecco perché la parola «amore» racchiude una quantità dei significati più diversi ed è condivisa in tutte le culture e civiltà.

L’amore può essere inteso come un incontro fisico o un’esperienza spirituale, una realtà edificante che porta alla vita, o una forza possessiva, perfino distruttiva, che provoca la morte. C’è un amore che si definisce in relazione a se stessi, al prossimo, alla famiglia, all’amicizia, nei riguardi di un valore o di un’ideale, nella condivisione solidale verso chi soffre, nella ricerca di Dio, percepito attraverso l’esperienza della fede. Tra razionalità e mistero, l’amore viene interpretato come una forza interiore che trasforma l’intimo dell’uomo e la sua storia. In altre parole senza l’amore non si può vivere, si perde il gusto dell’esistenza.
Se l’amore «non conosce stagioni», tuttavia l’esperienza travolgente dell’amore si matura nel periodo più naturale della giovinezza, accompagnata dallo stupore del processo di innamoramento e dal primo reale coinvolgimento dei sentimenti e degli affetti sponsali. L’arco della vita umana conosce le diverse stagioni dell’amore: dal tempo del concepimento del nascituro, attraverso il suo sviluppo, a quello della percezione di sé e dei suoi genitori. Lo sviluppo psico-affettivo del bambino implica la dinamica dell’amore che si incarna nelle tappe della crescita relazionale: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza. Volti e storie compongono e incrociano la «grande narrazione» dell’amore dell’uomo adulto e delle sue scelte.
L’amore informa tutte le relazioni e nell’amore vengono proiettati i sentimenti e le aspirazioni dei giovani che si aprono alla vita. Voler scoprire l’amore, voler sperimentare i sentimenti di fiducia, di tenerezza, di pace e di consegna di sé, significa amare «lottando» per conquistare la felicità. È per amore che un giovane compie le scelte più coraggiose, decide di amare stabilmente un’altra persona, di scegliere uno stato di vita di consacrazione, di sfidare se stesso e gli altri, mettendo in gioco la sua stessa esistenza e il suo futuro.
All’amore sponsale/nuziale si collega l’amore paterno/materno, nel quale si porta a compimento il processo di maturazione dell’amore. Non c’è infatti un amore più alto e completo di quello che un padre e una madre serbano per un figlio. L’esperienza dell’amore familiare permette all’uomo di realizzare quelle relazioni interpersonali che rendono stabile e creativo l’amore, nella sua vocazione profonda fatta di oblatività e di accoglienza. Infatti nelle relazioni familiari si realizza la dinamica del dono e della consegna di sé all’altro, in una forma continua e matura.
È in questa prospettiva che va collocata l’affermazione «Amerai» intesa come una delle più significative «parole della fede». Anche se sul piano della natura l’essere umano è portato ad amare, l’amore inteso in senso cristiano va purificato da altri significati e messaggi che contraddicono il senso oblativo dell’amore rivelato da Dio, nella storia di Gesù Cristo suo Figlio (cf Gv 3,16). In questa linea interpretativa cogliamo il perché del comando che Dio dà al popolo: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Il percorso biblico ci aiuta a cogliere lo sviluppo dell’amore rivelato dal Padre a partire dai libri dell’Antico Testamento, per poi culminare nell’insegnamento di Gesù che dona il comandamento nuovo dell’amore (Gv 15, 9-17), compiutosi nella sua Pasqua di morte e di risurrezione.

NARRAZIONE

Uno sguardo ai termini

La rilevanza del tema dell’amore è evidenziata dalla gamma di termini biblici che esprimono l’azione di amare. Per indicare la relazione di amore e di amicizia, l’ebraico adotta il verbo ‘ahab (da cui la parola: ‘ahabah – amore). Un secondo termine che allude all’amore inteso come comprensione, tenerezza, misericordia, accoglienza è hesed; mentre con il termine raham (viscera) si vuole indicare il sentimento della «compassione» cioè di un amore viscerale, una forza che nasce dal cuore, dall’intimo. La rassegna dei verbi greci con i relativi termini non è meno espressiva. Troviamo almeno cinque verbi che indicano la relazione di amore con sfumature diverse. Anzitutto l’amore inteso come affetto e amicizia (phileō; philia), l’amore sensuale (eraō; eros), l’amore come rispetto dell’altro (stergō; storgē), l’amore come donazione gratuita di sé (agapaō; agapē) e l’amore viscerale e misericordioso (splagchnizesthai; splagchna). Una rapida valutazione del quadro semantico ci permette di cogliere come l’essenza dell’amore nella cultura ebraica e greca è notevolmente elaborata sia riguardo all’oggetto, sia nelle relazioni interpersonali. Sono questi due poli che contrassegnano la parola «Amerai». Nei racconti biblici Dio viene rivelato protagonista e sorgente dell’amore. È alla luce del suo amore che vengono illuminate le relazioni umane. Da parte sua l’uomo è in grado di realizzare l’amore se vive nella comunione e nel dialogo con Dio. Pertanto fermiamo la nostra attenzione sulla polarità tra amore di Dio e amore dell’uomo.

«Amerai» nell’Antico Testamento

L’amore di Dio

Anche se il termine «amore» non figura nei racconti di creazione (Gen 1-3), la pienezza di vita che emerge dall’atto creativo e dal dialogo tra i protagonisti rivela la bontà di cui Adamo ed Eva sono oggetto da parte dell’Onnipotente. È Dio che vuole «bella» la creazione, così come decide per l’uomo una compagna; e la scoperta di essere coppia produce in Adamo il primo canto dell’amore (Gen 2,23). Questo amore creativo diventa «misericordia» all’indomani della caduta originaria, quando il Signore, giudice misericordioso, riveste Adamo e la sua compagna di speranza per un nuovo futuro nel mondo oltre il Giadino (Gen 3,21).
È l’amore di Dio che si manifesta nella chiamata di Abramo (Gen 12,1-3), la cui risposta sarà una fede piena e totale, che arriva a sacrificare Isacco il «figlio che ama» (Gen 22,2), per aver dato priorità all’amore. Egli è divenuto l’amico di Dio (Is 41,8). Oltre la storia patriarcale, l’amore divino si manifesta nel prendersi cura dei «figli di Israele» schiavi in Egitto e nel trarre fuori dalla sofferenza questo piccolo popolo (Es 3,7-12). L’atto supremo dell’amore di JHWH è racchiuso nell’alleanza del Sinai (Es 19-24) e nel ricostruire il rapporto con il popolo che aveva preferito l’idolatria (Es 34).
Sono soprattutto i profeti che esprimono con immagini e metafore l’amore di Dio. Questo amore ha la forza dell’attrazione sponsale nella storia di Osea, segnata dal dramma dell’infedeltà (Os 2) e dalla promessa dell’eternità (Os 11). Anche Geremia utilizza la metafora sponsale per indicare come il popolo infedele segue gli dei stranieri come una donna adultera segue i suoi amanti (Ger 22,22). La stessa drammatica metafora è ripresa in Ez16: l’amore di Dio «sposo» è rigettato dall’amata, che preferisce altre passioni. Altre immagini profetiche rivelano l’amore divino che si scontra con l’incorrispondenza del popolo (Is 5; Ez 17; 34).
Nella tradizione del Deuteronomio si matura la riflessione sull’amore di Dio. Siamo nel contesto dell’imperativo «Amerai», e l’autore sottolinea come il dovere dell’amore è solo una risposta all’azione preveniente di JHWH che ama il suo popolo in modo gratuito (Dt 7,7s.). Il popolo avrà la forza di amare il Signore solo a condizione che Dio stesso circoncida il cuore di Israele, rendendolo capace di amare (Dt 30,6). In tal modo l’amore di JHWH è fonte di felicità e di pace ed è esteso anche agli stranieri presenti in mezzo al suo popolo (Dt 10,18).
Nel presentare il Decalogo si ricorda che Dio castiga le colpe dei padri nei figli, ma fa grazia a coloro che osservano i suoi precetti (Es 20,5s.; Dt 5,9s.). Il Signore è il Dio fedele che mantiene la sua alleanza verso coloro che lo amano e osservano i suoi precetti (Dt 7,8-9; cf Ne 1,5; Dn 9,4). È nell’amore di Dio che la comunità di Israele legge i doni ricevuti (Dt 7,13-15): la fertilità dei campi (Dt 11,13), la vittoria contro i nemici (Dt 11,22), l’abbondanza della vita e della benedizione (Dt 30,6-10.19s.).
Nella letteratura sapienziale troviamo diverse espressioni legate all’amore di Dio. Nei Salmi viene tematizzato più volte l’amore di Dio, come amore per la giustizia (Sal 10,7; 32,5; 36,28), per il monte di Sion (Sal 77,68; le porte di Sion: Sal 86,2), il suo popolo (Sal 145,8; 149,4). In Proverbi si afferma che il Signore ama i giusti (Pr 5,9) e gli uomini dal cuore puro (Pr 22,11). È soprattutto nel poema del Cantico dei Cantici che la poesia dell’amore tra due giovani si traduce in una metafora dell’amore di Dio per il suo popolo. Le vicende collegate all’esilio in Babilonia e al periodo del ritorno e del post-esilio hanno accresciuto la consapevolezza che l’amore di Dio si estende non solo suo popolo eletto, ma anche verso i pagani che si convertono (Gio 4,10) e su ogni creatura (Sap 11,23-26).

L’amore dell’uomo

Nei racconti anticotestamentari, insieme all’amore di Dio, troviamo la risposta dell’uomo, che ha per oggetto Dio e il prossimo. Non c’è dubbio che il riferimento principale dell’amore del credente è Dio, padre e creatore. Espressive sono le preghiere dei Sal 18,2 e 116,1 che dichiarano l’amore per Dio e invitano ad amarlo (Sal 31,24). Tuttavia la dimensione dell’amore diventa «norma fondamentale» nel primo precetto della Torah, quando nello Shemah, dopo aver ripetuto i comandamenti (Dt 5), viene pronunciato l’imperativo che riassume ogni azione del credente di fronte a Dio: «Tu amerai» (Dt 6,5). L’uomo è chamato ad amare il Signore il modo unico, «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Cuore, anima e forze indicano la totalità delle dimensioni antropologiche dell’essere umano: interiorità, intelligenza e capacità fisica. Nel Deuteronomio troviamo altre esortazioni ad amare Dio (Dt 11,1; 30,16), così come Giosuè propone alle tribù di Israele entrate nella terra promessa (Gs 22,5; 23,11).
L’amore per Dio va completato dal secondo comandamento, che riguarda l’amore verso il prossimo (Lv 19,18), dove «prossimo» indica anzitutto la cerchia di sangue e poi un gruppo ristretto di persone verso il quale il credente israelita doveva esercitare la solidarietà. Questo precetto, formalizzato in Lv 19,18, è implicitamente presente fin dai primi racconti genesiaci (la relazione tra Adamo ed Eva, Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, ecc.). Il comando dell’amore viene tradotto concretamente attraverso i dieci comandamenti (Es 20,1-21) e più ampiamente nelle prescrizioni verso le diverse categorie di poveri e bisognosi, inserite nel codice dell’alleanza (Es 22,20-26; 23,4-12).
Oltre all’amore per la Torah (l’esaltazione della Legge è tematizzata nel Sal 119) e per la sapienza (cf Pr 8,17ss.; Sap 8,7; Sir 4,11-14; 40,20), l’appello all’amore come «processo di conversione» è presente nella predicazione dei profeti (cf Am 1-2; Is 1,14-17; Ger 9,2-5; Ez 18,5-9; Mal 3,5). Non si tratta di una semplice filantropia da esercitare, ma di un’amore che trova la sua ragione ultima nell’amore stesso di Dio (Dt 10,18ss.). È questo amore divino che diventa carità e si traduce in solidarietà verso il prossimo, sia esso povero, forestiero e perfino «nemico» (Es 23,4s.; Pr 25,21).
È vero che nei racconti anticostestamentari l’atteggiamento di Israele nei riguardi dei nemici appare decisamente vendicativo: la storia del popolo è contrassegnata da «guerre sante» e stermini di nemici (cf Es 17,8s.; Nm 21,21ss.; 31,1ss.; Dt 2,34; 3,3-7; Gs 6,21.24; 8,24s.). Troviamo espressioni vendicative nei discorsi (Ger 11,20; 29,12) e nelle preghiere della Bibbia (cf il Sal 109; 137,7ss.). Tuttavia l’amore che supera la legge della retribuzione e della vendetta è già presente nei racconti dell’Antico Testamento, dove è soprattutto l’uomo «giusto» e «saggio» che diventa un modello di pace e di solidarietà. È il caso emblematico di Giuseppe, il figlio di Giacobbe che perdona ai suoi fratelli e ristabilisce la giustizia attraverso l’amore misericordioso (cf Gen 37-50). Similmente anche nella vita del re Davide (cf Sal 89) appare edificante l’amore verso Saul e la decisione di non vendicarsi nei riguardi del re (cf 1 Sam 24; 26) e successivamente del suo figlio ribelle (cf 2 Sam 19).
In definitiva l’amore è un dono che fa diventare i credenti «amici di Dio», destinatari del suo amore e a loro volta protagonisti di un amore che deve andare oltre i limiti della retribuzione legale e schiudersi verso i confini di un’alleanza universale in vista della pace e della concordia. Questi doni vengono annunciati attraverso le promesse messianiche e sperati dai credenti, che attendono il tempo del compimento dell’amore.

«Amerai» nel Nuovo Testamento

Il comando dell’amore contenuto nello Shemah è pienamente rivelato nella persona e nella missione di Gesù Cristo, il Figlio di Dio venuto nel mondo. Solo alla luce della rivelazione di Dio-Amore (1 Gv 4,8) comprendiamo come tutta la storia della salvezza ha origine da questa verità e si realizza mediante l’opera dello Spirito Santo. L’attesa della redenzione di Dio si realizza nella missione del Figlio, la cui opera nel mondo è l’atto di amore più grande che il Padre poteva compiere: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
Il «dover amare» è preceduto dal «dono di amore» e questo dono è la nuova ed eterna alleanza, sancita dalle nozze dello sposo con la sua sposa, il nuovo popolo di Dio, la Chiesa (Mc 2,19; Gv 3,29; cf Ef 5,25-27). Questo amore preveniente di Dio nel Figlio unigenito nato per noi è un «amore gratuito» (Rm 5,6; Tt 3,5; 1Gv 4,10-19), definitivo (Gv 14,18s.), aperto al dono della vita (Rm 5,8; 8,32). Per questo amore tutti i credenti sono «figli di Dio» (1Gv 3,1; Gal 4,4-7) e sono stati redenti dal fatto che questo amore si è compiuto nel dono di Cristo mediante la sua morte in croce, obbedendo al Padre (Fil 2,8). In questo senso l’amore è divenuto un «dramma», la cui narrazione è costituita dai racconti evangelici, dagli insegnamenti e dai segni che Gesù operò nel corso della sua vita terrena, fino al dono supremo di sé nella morte e nella risurrezione (Lc 24,7.26). Alla luce della croce l’amore diventa uno «scandalo», l’evento più paradossale della storia, dove la vita e la morte si incontrano e vengono trasfigurati dalla vittoria di Cristo.
La rivelazione cristologica dell’amore costituisce il nuovo fondamento della vita dei credenti, che rileggono gli insegnamenti biblici alla luce del dono cristologico. In questa prospettiva vanno interpretate le beatitudini (Mt 5,1-11), le antitesi del discorso della montagna (Mt 5-7), i racconti della misericordia (Lc 7,36-50; Gv 8,1-11), le parabole rivelatrici di un amore «più grande» della Legge (Lc 10,30-37; 15,11-32), i discorsi di addio in Gv 13-17 e soprattutto l’insegnamento del doppio comandamento dell’amore: verso Dio e verso il prossimo (Mt 22,37-40; Lc 10,25-29).
Questo amore rivelato e proposto agli uomini implica una reciprocità. Amare Cristo significa amare il Padre (Mt 10,40; Gv 8,42; 14,21-24), custodire la sua Parola (Gv 14,15.21.23), scegliere di seguirlo rinunciando a tutto (Mc 10,17-21; Lc 14,25), sapendo che di fronte alla rivelazione dell’amore non si può rimanere indifferenti (Gv 6,60-71; 12,48). In questa direzione l’imperativo «Amerai» acquista un significato chiaramente «vocazionale» e sottintende l’esigenza di rimettersi in discussione e di scegliere di seguire la strada di Cristo, che ama donando la propria vita come esempio supremo (Gv 13,1-20; 15,12-17).
Nella preghiera sacerdotale (cf Gv 17) viene maggiormente illuminato il mistero dell’amore per via dell’unità del Padre con il Figlio. Bisogna che l’uomo accetti liberamente un amore così grande ed esigente, affinché possa essere santificato da Dio (Gv 17,19). Per poter realizzare questa perfetta unità, Dio manda il suo Spirito che crea nell’uomo un «cuore nuovo» capace di amare (At 2,1-13).
È soprattutto San Paolo ad elaborare le conseguenze dell’amore di Dio nel cuore umano, affermando che l’amore è la realizzazione di ogni attesa umana (Gal 5,14; 6,2; Rm 13,8; Col 3,14), dono riversato nei cuori dei credenti (Rm 5,5), principio di vita (Gal 5,22: frutto dello Spirito) che apre alla speranza e alla riconciliazione (Rm 5,6-11; 2Cor 5,14-6,1). È questo amore, potenza dello Spirito, che plasma e rigenera l’esistenza dei credenti ad immagine del Figlio (Rm 8,28-30) e che li rende forti nelle tribolazioni e uniti nelle prove (Rm 8,37-39). Da questa prospettiva si coglie il valore programmatico dell’esortazione all’amore nella vita comunitaria e nelle relazioni interpersonali.
L’amore deve essere sincero e cordiale (Rm 12,9s.), ad imitazione di Cristo (2Cor 6,6) e deve ispirare ogni missionario (1 Ts 2,8). I cristiani devono imparare ad amare mediante il servizio (Gal 5,6) e l’attenzione ai deboli (Rm 14,15; 1Cor 8,1ss.), nelle relazioni familiari (1 Ts 3,12; Ef 3,16s.; Fil 1,9; Col 2,1ss.), nella comunione fraterna (Rm 12,5-10; 1 Cor 12,12-17). L’amore si traduce in esercizio di carità e di solidarietà verso i bisognosi (2 Cor 8,7s.), senza chiudere il cuore verso i fratelli (Tt 2,2). È soprattutto l’inno all’amore in 1 Cor 13 che definisce la carità come «cuore pulsante» della vita dei credenti ed è alla luce di questa realtà dinamica che tutto viene interpretato e riassunto: solo l’amore resterà (1 Cor 13,13).
In definitiva l’imperativo «Amerai» tratto dallo Shemah è ripreso per parlare di Dio e del prossimo negli insegnamenti di Gesù (Mt 5,43; 23,37; Mc 12,30; Lc 10,27), nelle riflessione paolina (Rm 13,9; Gal 5,14) e nell’esortazione della lettera di Giacomo (Gc 2,8). L’amore ricevuto e donato costituisce il senso dell’essere cristiani e apre la prospettiva verso il futuro della Chiesa. Paolo raccomanda ai pastori di ricercare la carità (1Tm 6,11) e di farsi modelli di amore (1 Tm 4,12; 2,22), ad esempio della comunità primitiva, della perfetta comunione di amore (At 2,42-46). È il costante bisogno di tornare all’amore, «il primo» (Ap 2,4) che deve costituire l’esigenza primaria della verifica della vita ecclesiale e del cammino personale verso Dio.

PROVOCAZIONE

Fermiamo la nostra attenzione su due pagine bibliche che ci aiutano a cogliere il messaggio racchiuso nell’imperativo «Amerai». La prima pagina è Lc 10,25-37, insegnamento che riafferma il doppio comandamento dell’amore, spiegandolo con la parabola del Buon Samaritano.
La seconda pagina è l’inno alla carità di 1 Cor 13,1-13, che presenta l’amore come principio vitale delle relazioni cristiane e del compimento di ogni attesa dell’uomo.

«Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25)

La pagina di Lc 10,25-37 si articola in due parti: il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge (vv. 25-28) e la parabola (vv. 29-37). Luca mette in scena un dottore della Legge in dialogo con Gesù. Nella provocatoria domanda: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?», il dottore solleva un problema delle scuole rabbiniche del tempo: nel contesto dei 613 precetti della legge, quale doveva essere considerato il più importante? La risposta del Gesù si traduce in una domanda: «Cosa vi è scritto? Cosa vi leggi?» (v. 26). In tal modo l’interlocutore è costretto lui stesso a rispondere: la priorità dell’amore di Dio (Dt 6,4) unito a quello per il prossimo (Lv 19,18). L’unione di queste espressioni circa l’amore conferisce alla risposta del dottore una valore programmatico.
La domanda ulteriore del rabbino non si fa attendere: «Chi è il mio prossimo?». Questa domanda è posta nella prospettiva del quesito iniziale: «Cosa fare per ereditare la vita eterna» (v. 25) con cui il dottore ha aperto il dialogo. Gesù terminerà la parabola riprendendo lo stesso tema: «Fa’ questo e vivrai!» (v. 37). Ma il problema è quello di capire «chi è il mio prossimo» (v. 29), nel senso dell’individuazione non tanto di «chi devo amare?», quanto di «chi mi ama?». Per l’ebreo il prossimo è il connazionale, è uno con cui si ha qualcosa in comune, in quanto è membro del popolo eletto. Gesù apre al maestro della Legge una nuova prospettiva di «prossimità». La prossimità è segnata dalla vicenda dell’imprevista miseria dell’uomo che incappa nei briganti. Sulla strada del malcapitato incrociano il passaggio di due rappresentati della Legge, che lo evitano e un mercante samaritano che lo soccorre, facendosi prossimo del ferito. Gesù traduce una pagina di cronaca locale in splendida icona di carità, nella quale è centrale la dimensione del «fermarsi» e del «farsi compagno di strada e di vita» dell’uomo!
La dinamica narrativa rivela il passaggio da una concezione legalistica ad una concezione «agapica» dell’esperienza religiosa. Sulla strada si presentano i due rappresentanti del giudaismo ufficiale: un sacerdote e un levita. Essi passano di lì «per caso». Per entrambi l’evangelista usa lo stesso schema narrativo: «vedendolo», «passò oltre dall’altra parte» (vv. 31-32. Il sacerdote e il levita interpretano il comandamento della Legge secondo una prospettiva formale, vanificando l’amore per Dio. In realtà non soccorrendo l’uomo della strada essi non realizzano la Legge che pretendono di osservare. Una Legge intesa così non porta a Dio, ma allontana l’uomo da Dio (cf Lc 11,45-52). La forza evangelica della parabola è contenuta nella svolta provocata dall’azione del «samaritano», nemico storico dei giudei. Anche il samaritano è osservante della Legge, ma «vede e ha compassione» (vv. 33.37) per l’uomo ferito, al di là della sua nazionalità, della cultura, della religione e dello stato sociale.
La descrizione del gesto del samaritano è riportata nei minimi particolari. I verbi lucani sono massimamente espressivi, costruiti secondo un crescendo vorticoso che esprime la totale donazione dell’uomo straniero nei riguardi del malcapitato: lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versò olio e vino, lo caricò sul cavallo, lo condusse alla locanda, si prese cura di lui, pagò di persona, con l’impegno di «ritornare» per seguirne la convalescenza.
La novità di questo incontro è sconvolgente: l’anonimo samaritano si fa solidale, uno con il mistero del dolore e della kenosi dell’uomo ferito. Non fugge via, non si formalizza, non scende a compromesso: ma è lì, accanto all’uomo solo e vicino alla morte. Egli dimentica se stesso, i suoi affari, i suoi progetti per mettersi a disposizione di quel sofferente. Egli «deve fermarsi» davanti al dolore e al bisogno dell’uomo! Deve trovargli una casa per poter riacquistare la vita. Egli ha scelto di divenire il prossimo! In questa scelta il comandamento dell’amore di Dio è pienamente realizzato. Il dottore non ha più da commentare, ma solo da vivere.
Nella parabola c’è come un dissolversi di un personaggio nell’altro, quasi una sovrapposizione progressiva in cui l’uno si fa l’altro fino a diventare tutti un’unica persona. Il dottore della legge, insieme al sacerdote e al levita, è chiamato ad identificarsi con l’uomo mezzo morto e a sentire tutta la misericordia e la solidarietà del samaritano.

* Senti nel tuo cuore che in questo processo di amore e di identificazione c’è tutta la tua libertà di donarti agli altri? O hai paura di fare questo passaggio?

Il racconto produce un «sentimento strano», imprevisto, che rompe gli steccati e annulla le precomprensioni etniche, religiose e culturali. Il lontano sceglie di amarti, l’eretico e nemico sente compassione per te e per il tuo destino, e decide di «fermarsi» davanti al tuo dolore. L’amore vince, crea ponti, è parola di speranza, trasforma il cuore, ti concede il dono di una prossimità impensata.

* Non ritieni che sia questa la chiave di lettura perché i giovani si aprano alla speranza?

«Solo l’amore resterà!» (1 Cor 13,13)

Tenendo conto del contesto di 1 Cor 12-14, l’inno alla carità tratteggia la fisionomia del credente che «ama» secondo il modello di Gesù, nell’obbedienza al progetto di Dio, utilizzando una successione di quindici verbi (sette al positivo e otto al negativo). Fermiamoci sullo sviluppo dei verbi (1 Cor 13,4-8), avendo presente l’importanza del cammino di educazione all’amore che Paolo propone non solo ai suoi destinatari del tempo, ma anche ai giovani del nostro tempo.
L’amore è «longanime». Si tratta della prima azione che il cristiano deve compiere nell’esercizio dell’amore fraterno, inserita nell’elenco dei doni dello Spirito (cf Gal 5,22). L’amore è «costruttivo». Strettamente unito alla prima espressione, questa seconda indica la capacità di cercare sempre nell’altro il bene (i due motivi si trovano associati in Rm 2,4; 2 Cor 6,6; Gal 5,22). L’amore accogliente deve trasformare gli altri cercando sempre ciò che è utile alla crescita delle persone in vista della loro piena realizzazione. Mentre l’accoglienza permette di fare entrare il prossimo nel proprio cuore, la «benevolenza» esige una comprensione attenta delle persone che invoca il rispetto delle singole identità, per evitare il rischio di soggiogare gli altri alla propria volontà.
L’amore non è «invidioso». Paolo vuole evidenziare come l’amore permette di considerare il bene degli altri sempre una risorsa e mai un ostacolo, in quanto esso si somma con il bene che già possediamo e diventa un arricchimento. L’amore non «si vanta». Il riferimento è ad atteggiamenti di superiorità nei confronti di altre persone ritenute inferiori. L’amore non «si gonfia». In collegamento con la precedente attribuzione, l’Apostolo stigmatizza l’orgoglio di chi si ritiene superiore e sempre pronto a giudicare gli altri, esaltando se stesso (cf 1 Cor 4,6). L’amore non «manca di rispetto», cioè non commette sregolatezze, atteggiamenti «fuori posto» non decorosi per la dignità della persona.
L’amore non «cerca il proprio interesse». La gratuità è una fondamentale dimensione dell’amore cristiano, pienamente compiuta nell’immagine di Cristo. L’uomo non potrà non essere felice di amare, ma lo sarà davvero in proporzione diretta dell’oblatività del suo amore. L’amore non «si adira». Amare significa lavorare alla costruzione dell’altra persona, consentendole di maturare in un clima di fiducia e di rispetto. L’ amore non «tiene conto del male» ricevuto nel senso che il credente, pur nella consapevolezza della gravità del male che opera nella storia, tuttavia non dovrà lasciarsi determinare da esso in quanto l’ultima e definitiva parola spetta sempre all’amore.
L’amore non «si rallegra» dell’ingiustizia ma «si compiace» della verità. Entrambi i temi, l’ingiustizia e la verità toccano il rapporto dell’uomo con Dio e implicano una profonda rettitudine di vita e di intenzione.
Con un’efficace accelerazione Paolo delinea gli ultimi tratti dell’amore spostando il discorso dalla presentazione al negativo a quella in positivo con quattro verbi: l’amore tutto «sostiene», «crede», «spera», «sopporta». Per l’Apostolo l’amore è davvero il tutto della vita in quanto «tutto sostiene», cioè è capace di reggere ad ogni avversità così come riesce a sopportare il gravoso peso delle difficoltà senza rimanere schiacciato dalla sorte né arrendersi di fronte alle sfide.
Il credere e lo sperare occupano il posto centrale del versetto: si tratta di due verbi che sono in diretto riferimento con Dio, per sottolineare come l’amore dona alla fede e alla speranza la loro rispettiva pienezza: solo amando Dio con tutto noi stessi potremo credere pienamente a Lui e attendere con fiducia incrollabile l’adempimento delle sue promesse. In definitiva la splendida pagina paolina ci fa guardare all’amore come «soggetto» dell’opera di Dio nella nostra vita, primo e insostituibile protagonista dell’esistenza nel segno del vangelo.
La splendida pagina paolina ci fa guardare all’amore come «soggetto» dell’opera di Dio nella nostra vita, primo e insostituibile protagonista dell’esistenza nel segno del vangelo. Dalle caratteristiche evidenziate emergono i tratti dello stile cristiano.

* Ti senti interrogato da questi verbi? Quale di questi tocca maggiormente la tua vita?

L’inno alla carità si chiude con una prospettiva escatologica: le tre realtà che restano sono fede, speranza e carità, ma di tutte più grande è la carità.

* Cosa manca oggi ai giovani per poter condividere questa affermazione? Nella stile della vita quotidiana, quale è il principio che viene preferito dai giovani?
Perché?

INVOCAZIONE

Tra le diverse preghiere che esprimono il tema dell’amore, proponiamo il grido della confessione del profeta Geremia, che soffre a causa della predicazione della Parola di Dio e allo stesso tempo sperimenta l’amore deducente di Dio. In Ger 20,7-9 si legge:
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
Il giovane profeta vive la contraddizione nel suo ministero. Chiamato da Dio a predicare la conversione al suo popolo, Geremia soffre la persecuzione e la prova. Ogni giorno è umiliato, emarginato, perseguitato a causa della Parola che annuncia. La gente non con lo capisce, non lo accetta. Geremia vorrebbe desistere, ma l’amore di Dio lo seduce. Ecco l’esperienza intima del sentirsi amato da Dio: con la forza del suo amore potrai essere testimone della sua verità tra la gente.
La confessione si fa preghiera, implorazione, abbandono nelle mani di Dio. Geremia ci aiuta a comprendere come l’espressione «Amerai» implica l’offerta di tutto se stessi in vista di un progetto più grande. A causa di questo amore, bisogna pagare di persona, bisogna consegnare se stessi a Dio, anche se non si comprende subito il senso della sua volontà. Il fuoco ardente dell’amore è il dono dello Spirito, che oggi ti permette di incarnare la profezia della vita e di manifestarla a tutti coloro che incontri.