Bellezza, arte e cultura. Esprimere l’invisibile

Inserito in NPG annata 2010.


Discepoli della bellezza /2

Maria Scalisi

(NPG 2010-03-54)


Se lo scopo di questi articoli è di contribuire alla formazione culturale delle giovani generazioni alla Bellezza, nella consapevolezza che tale formazione migliora la vita, l’invito di questo mese è rivolto a una delle modalità in cui tale Bellezza si esprime più compiutamente, in forma plastica, visibile, capace di suscitare immediate reazioni: l’arte.
L’arte con le sue espressioni di bellezza può condurre l’uomo alla Verità. L’opera d’arte diventa perciò uno dei segni della misteriosa bellezza di Dio, e permette all’uomo di entrare in qualche modo in comunione con la trascendenza e di aprire o ritrovare così un varco verso l’Infinito.

Destare meraviglia

L’arte nasce da un bisogno molto profondo, di cui l’uomo spesso conosce bene la forza ma non la natura. Questo bisogno antichissimo risale a molto tempo prima dell’invenzione della scrittura: infatti popolazioni primitive dipingevano le pareti delle caverne a volte con risultati sorprendenti sul piano artistico.
In Francia, a Lescaux, in un’immensa caverna sotterranea si è conservato qualcosa di simile ad un vero santuario con centinaia di dipinti rupestri, alcuni dei quali di grande bellezza e fascino, dal chiaro significato religioso. Le pitture di Lescaux risalgono al Paleolitico superiore, un’epoca in cui non si conosceva ancora l’agricoltura e le pitture sono legate al mondo della caccia.[1]
Quale impulso ha spinto quegli uomini a dipingere? Forse per gioco? O magari per fermare la fuggevolezza di un momento? Sicuramente però grazie all’impulso di quegli uomini lontani noi abbiamo ora il documento dell’amore del bello, così come essi erano capaci di coglierlo e di esprimerlo più di ventimila anni fa. Un sentimento di stupore e di meraviglia ha segnato l’animo dei primi scopritori delle pitture di Lescaux.
La priorità dell’arte è proprio quella di destare meraviglia: non si può in realtà ammirare il bello senza riconsiderare nell’anima la bellezza; l’arte, infatti, ha il privilegio di far risplendere le Idee con una intensità e forza del tutto nuova, anzi essa fa riflettere nelle sue opere i misteri più profondi dell’esistenza umana: per questo il suo compito principale è la rappresentazione delle Idee, non la produzione delle cose.
L’artista è un veggente che raggiunge con il suo sguardo penetrante i fondamenti interiori delle cose, e le riproduce nell’opera d’arte, donando all’opera una sua originalità e un suo stile particolare. L’artista si erge al di sopra di ogni limite temporale e personale, ha tra gli uomini la funzione del profeta e insieme quella di trasfigurare per migliorare l’esistenza umana.
La funzione dell’arte è quella di esprimere l’invisibile, evocando con forme, suoni e colori lo sconosciuto, il non detto, l’inesprimibile, ciò che è più intimo e più prezioso, quello che c’è di divino nell’uomo; canto, musica, poesia fanno sì che nel «nostro animo la chiarezza sale e l’ombra, senza sparire, decresce; la gioia supera il dolore senza annullarlo, il ‘sì’ risuona più forte del ‘no’, che per altro non ha cessato di rimanere ancora» (B. D’Onorio).
È questo mirabile, immortale istinto di Bellezza che ci fa considerare gli artisti come coloro che hanno il dono della forma armoniosa. Non per niente Giovanni Paolo II, nella Lettera agli artisti, definisce costoro «geniali costruttori di bellezza».

Una bellezza donata

Ma perché gli artisti possono costruire ciò che è bello? Da dove viene questa armonia? Cosa accade nella loro anima quando costruiscono l’arte? L’arte esige per sua essenza la bellezza, ma questa bellezza da chi ci è stata data in dono?
Se interpelliamo Aristotele (384-322 a.C.) scopriamo che egli associò la bellezza con il divino, vale a dire a quello che vi è di più perfetto. Ed è consapevole nella sua «Poetica» che la poesia e le altre arti fanno balenare un oltre, poiché pongono l’uomo dinanzi al mistero. Per questo secondo lui le arti hanno una duplice funzione: pedagogica e catartica, educare attraverso il bello sensibile al Bello in sé.
Usare l’arte per ottenere una vera e propria purificazione, per esempio, grazie alla funzione della tragedia, aiuta l’uomo a scaricarsi di quelle passioni che altrimenti nella realtà prendono consistenza; patire nella finzione artistica affranca dal patimento reale: la passione si sfoga in terza persona, indirettamente, ma realmente, e l’anima ritorna serena:

la tragedia è dunque imitazione di un’azione nobile e compiuta, avente grandezza, in un linguaggio adorno in modo specificamente diverso per ciascuna delle parti, di persone che agiscono e non (solo) per mezzo di narrazione, (ma anche) per mezzo della pietà e del terrore (essa) finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni.[2]

Se interpelliamo Plotino (204-270 d.C.) l’invito è quello di rientrare in noi stessi: la Bellezza deve essere prima di tutto dentro di noi, per questo motivo gli educatori dovranno essere loro stessi educati o autoeducarsi alla Bellezza:

Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa’ come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tu il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua, finché non si manifesti lo splendore divino della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro. Se tu sei diventato ciò; se tu vedi tutto questo; se sarà pura la tua interiorità, e tu non avrai alcun ostacolo alla tua unificazione e nulla che sia mescolato interiormente con te stesso; se tu sei diventato completamente una luce vera, non una luce di grandezza o di forma misurabile che può diminuire o aumentare indefinitamente, ma una luce del tutto senza misura, perché superiore a ogni misura e a ogni qualità; se ti vedi in questo modo, tu sei diventato ormai una potenza veggente e puoi confidare in te stesso. Anche rimanendo quaggiù tu sei salito né più hai bisogno di chi ti guidi; fissa lo sguardo e guarda: questo soltanto è l’occhio che vede la grande bellezza. Ma se tu vieni a contemplare lordo di cattiveria e non ancora purificato oppure debole, per la tua poca forza non puoi guardare gli oggetti assai brillanti e non vedi nulla, anche se ti sia posto innanzi un oggetto che può essere veduto. È necessario, infatti, che l’occhio si faccia eguale e simile ‘all’oggetto’ per accostarsi a contemplarlo. L’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un’anima vedrebbe il bello se non fosse bella. Ognuno dunque diventi anzitutto deiforme e bello, se vuole contemplare Dio e la bellezza.[3]

La cultura contemporanea sembra aver dimenticato il concetto della Forma bella, ma spesso confonde anche i gradi di bellezza dell’Essere che ci sono nelle cose, e usa in sua vece la grammatica del vantaggio economico, secondo la quale conta solo l’avere. Il consumo sfrenato degli ultimi anni ha spinto l’uomo in una spirale travolgente, allontanandolo sempre di più dal mondo dell’antica bellezza. Recuperare ciò che abbiamo perduto è indispensabile e doveroso, anzi è un imperativo categorico.
L’arte non deve essere il fine ultimo della nostra vita, ma il mezzo per condurre l’uomo alla verità e alla Bellezza, a quella Bellezza che fu tanto cara ad Agostino d’Ippona «Bellezza tanto antica e sempre nuova» (Conf. 10,20,37).


NOTE

[1] Cf G. Reale, Storia della Filosofia Antica, Rusconi, Milano 1994, p. 10.
[2] Cf Aristot., Poet. 9,1451 b, 77.
[3] Cf Plot., Enn. I, 6,9, 5-35, 141-143.