Cosa è l’animazione culturale

Mario Pollo

(NPG 2010-01-35)


Il territorio che in cui affonda le sue radici il significato della parola animazione sembra avere vissuto numerose invasioni di orde, alcune di passaggio mentre altre si sono insediate in esso.
Ognuna di queste orde ha portato in questo luogo lingue e culture diverse, che sino ad oggi non sembrano aver trovato la via per fondersi in una sintesi creativa e innovativa.
Questo significa che la parola animazione continua a vestirsi di una pluralità di significati, spesso reciprocamente irriducibili quando non addirittura antagonisti.
La conseguenza di questo è una pratica sociale dell’animazione frammentata, composita e difficilmente leggibile come unitaria.
Si ha quasi l’impressione che un demone dispettoso abbia introdotto la confusione delle lingue tra coloro che in qualche modo diretto o indiretto si occupano di animazione, al fine di impedire la costruzione di quell’edificio che, senza pretendere di condurre al cielo, consenta di definire lo specifico della pratica sociale/educativa definita animazione.
In questa Babele si possono comunque individuare sei modelli di animazione presenti e attivi nel nostro paese, più naturalmente le ibridazioni tra di essi.

I modelli dell’animazione in Italia

* Il primo modello, forse quello più noto negli anni delle origini del movimento dell’animazione, è quello legato all’animazione teatrale, o di tipo espressivo in generale, che conta al proprio interno figure storiche tra cui Rodari, Passatore e Scabia.
Questo tipo di animazione, nato sotto il segno della liberazione della espressività e della fantasia attraverso la festa e il gioco, è andato progressivamente estendendosi ai problemi della vita quotidiana e del territorio. Si può perciò affermare che l’animazione teatrale e/o espressiva è passata, perlomeno a livello di intenzioni, da un teatro che libera dalle paure e dalle inibizioni ad un teatro che serve alla vita di ogni giorno. In questo passaggio l’animazione teatrale è andata evolvendo verso l’animazione socioculturale o, perlomeno, ha favorito lo sviluppo di quest’ultima.

*Il secondo è il modello dell’animazione socioculturale. Esso è stato ben rappresentato dalla rivista «Animazione Sociale», quando aveva sede a Milano, e dal suo fondatore Don Aldo Ellena.
Questo modello si caratterizza come «una pratica sociale finalizzata alla presa di coscienza e allo sviluppo del potenziale represso, rimosso o latente, di individui, piccoli gruppi e comunità».
Un elemento specifico di questa scuola di animazione è costituito dal suo collegamento con il volontariato e dal fatto che colloca la sua azione come intervento nel territorio, al fine di favorire i processi di crescita della capacità delle persone e dei gruppi di partecipare e gestire la realtà sociale e politica in cui vivono. È una pratica sociale liberatrice che si avvale, oltre che dell’azione nel territorio, dell’uso della azione psicosociale volta a promuovere la capacità espressiva delle persone. Occorre poi segnalare che un ruolo importante nell’animazione socioculturale è giocato da quella pratica sociale che può essere definita come socio-comunitaria. Questa pratica si fonda sulle acquisizioni sia della psicosociologia di comunità, sia del lavoro di sviluppo delle comunità fondato su parametri di tipo sociopolitico. La sua finalità è, da un lato, quella del sostegno alle comunità locali nella riappropriazione della propria soggettualità sociale e politica e, dall’altro lato, lo sviluppo dei processi di partecipazione e di autogestione tra i membri delle stesse comunità locali.
Normalmente questo modello non è però attivo all’interno delle comunità speciali come quelle terapeutiche dove invece sono presenti tanto il modello educativo quanto quelli teatrale e ludico espressivo.

*Il terzo è quello dell’animazione culturale in senso fortemente educativo e fa capo alla rivista «Note di Pastorale Giovanile» del Centro Salesiano di Pastorale Giovanile e in particolare a M. Pollo e R. Tonelli. La caratteristica di questo movimento è quella di avere ripensato l’animazione come un vero e proprio modello educativo valido sia in un contesto scolastico che extrascolastico. L’animazione culturale secondo questa accezione è una vera propria teoria educativa, fondata su concezioni filosofico/antropologiche, su un metodo validato e su una strumentazione particolare.
È questo il movimento più diffuso nell’ambito ecclesiale italiano, anche se la sua presenza non è limitata a questa area sociale. Un motivo di questa diffusione nell’ambito ecclesiale è dovuto allo stretto collegamento che questa concezione ha operato con la più moderna concezione della Pastorale Giovanile. In questi ultimi anni ha avuto una forte diffusione anche nei paesi di lingua spagnola. Comunque questo modello è presente anche all’interno di centri di aggregazione giovanile, di comunità terapeutiche ed educative, di centri sportivi e di istituzioni educative in genere.
La scelta dell’aggettivo culturale deriva dal privilegio riconosciuto alla dimensione della cultura nella costruzione dell’identità individuale e storico sociale dei soggetti dell’animazione, oltre che del mondo da essi abitato.

*Il quarto, che si deve citare solo per motivi statistici, è quello che raggruppa quelle attività di animazione cresciute all’ombra dei villaggi turistici ma la cui dignità educativa, sociale, espressiva e culturale è tutta da dimostrare.

*Il quinto modello è quello che si limita ad applicare tecniche e metodi di lavoro desunti dagli studi di dinamica di gruppo e della comunicazione interpersonale a varie attività educative. È questo la dimensione più tecnica e diffusa del fare animazione, anche perché tutti gli altri filoni utilizzano abbondantemente queste tecniche all’interno dei loro percorsi formativi.
Tuttavia, da solo, questo insieme tecnico e conoscitivo non costituisce una adeguata concezione dell’animazione socioculturale e culturale. Molti animatori, tuttavia, pensano che animare consista solo nell’applicazione di certe tecniche di lavoro psicosociale di gruppo.

*Il sesto modello è costituito dall’animazione di tipo ludico ricreativo ed espressivo. Si tratta di un tipo di animazione che agendo nella dimensione del tempo libero e dell’attività ludica, tende a fornire ai ragazzi, ai giovani, agli adulti e agli anziani con cui opera uno spazio per la riappropriazione della propria espressività, per la scoperta o per il recupero della creatività e in cui possano sfuggire all’uso alienato del tempo libero.
Le storie alla base di questi modelli sono – come già si è detto – assai diverse.
Infatti mentre per i modelli socioculturale ed educativo si può rintracciare un filo rosso che li lega alla pedagogia attiva, all’educazione degli adulti e in generale ai movimenti per l’emancipazione delle classi sociali più deboli e oppresse, per quello teatrale, invece, si possono individuare più fili dei quali i più importanti sono quelli dello psicodramma moreniano e della tradizione della commedia dell’arte.
Il modello definito come ludico-espressivo ha alle spalle la cosiddetta cultura popolare ovvero quella tradizione laica e/o religiosa che attraverso saghe e le fiere di paese con i loro corollari di giochi, spettacoli, spazi di aggregazione e di divertimento offriva alle persone un luogo di esercizio della creatività e della libera espressione.
Infine altri modelli sembrano essere privi di fili più o meno diretti con movimenti ed esperienze del passato come ad esempio l’animazione turistica.
Il modello psicosociale ha, infine, i suoi ascendenti in una pluralità di modelli terapeutici di gruppo essendo caratterizzato da un radicale eclettismo.
A questo punto dopo questa breve e sommaria panoramica è necessario inoltrarsi nella descrizione dell’animazione culturale che, come si è appena detto, è nata nel laboratorio di idee della redazione di NPG alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta.


LE CARATTERISTICHE DELL’ANIMAZIONE CULTURALE

Per prima cosa è necessario sottolineare che l’animazione culturale si definisce a partire dal significato che nella lingua italiana è veicolato dalla parola animazione. Questo significato è espresso compiutamente dal Tommaseo che, nel suo grande e irrepetibile dizionario, dice che l’animazione è: «1. l’atto di ricevere l’anima; 2. l’atto del dare l’anima, o del mantenere la vita animale; 3. complesso delle facoltà e degli atti della vita animale; 4. moto vivace di persona, passionato o no: è gallicismo». Questa descrizione della parola animazione si arricchisce di molto se si consulta la voce «animare» dello stesso dizionario: «Col¬l’anima dar vita al corpo, conservargliela, svolgergliela».
Dalla consultazione di questo vecchio dizionario emerge in tutta evidenza che animare è l’azione attraverso cui la vita infonde di sé l’uomo e l’universo e che animazione, quindi, è ogni gesto umano che sia finalizzato a «dare vita» e a «dare anima».
Questo significa che l’animazione, prima di essere un modello educativo-formativo, è essenzialmente uno stile di vita, cioè un modo di vivere e di affrontare la vita. Infatti la funzione che qualifica l’animazione è l’amore alla vita nella verità e nella libertà, che si esprime in un atteggiamento globale, fallace e imperfetto per sua natura, ma che rappresenta lo sforzo dell’uomo e del suo pensiero di onorare la vita al di là dello scacco e del fallimento che ogni giorno segnano il suo vivere.
L’orizzonte di senso dell’animazione come stile di vita rimanda quindi alla libertà, alla creatività, alla gioia, all’amore per gli altri giocato sul rispetto di se stessi, alla speranza come senso fondamentale dell’agire umano e, infine, allo scacco e al fallimento come tratto umano, origine di vita e non di distruttiva disperazione. Per questo motivo si può affermare che l’animazione è una qualità che compare solamente nelle forme di vita liberanti e liberate, in quella cultura in cui si declina la crescita e l’emancipazione dell’uomo dalle ferinità arcaiche che, ancora, nelle profondità della psiche urlano la loro presenza.
Per educare a questo stile di vita è nata l’animazione culturale, che si è proposta come un ben definito modello educativo-formativo. Infatti l’animazione culturale è una attività educativa, e quindi intenzionale e metodica, che mira a offrire alle persone la capacità di rendersi coscienti di fronte ai processi formativi a cui sono soggette nella vita sociale e di metterle in grado di intervenire su di essi, in modo attivo e partecipe, orientandoli verso quegli obiettivi che esse ritengono necessari alla loro evoluzione e crescita umana.

Il modello formativo dell’animazione culturale

L’animazione culturale, proprio perché si definisce oltre che come stile di vita anche, e sostanzialmente, come modello formativo, ha elaborato una propria antropologia di base, dei propri obiettivi e un proprio particolare metodo formativo. Questo processo di elaborazione teorica le ha consentito di presentarsi come un modo affatto particolare di fare educazione aut formazione e, quindi, di superare il ruolo che alcuni le avevano affidato di semplice insieme di strumenti e tecniche utile a potenziare metodi e concezioni educative tradizionali e non.
L’animazione culturale, riprendendo pienamente il significato più profondo della parola animazione, fonda la propria riflessione teorica e la propria prassi sulla scommessa che anche in un contesto sociale e culturale come l’attuale, che per molti versi sembra segnato più dalla morte che dalla vita e in cui la speranza sembra essere prigioniera di un presente narcisistico, è possibile proporre alle giovani generazioni un percorso formativo strutturato intorno ad un profondo e autentico amore alla vita.
Un amore alla vita però non zuccheroso e bonaccione ma, al contrario, un amore alla vita che deve scaturire dal duro confronto con la realtà, specialmente laddove questa è intessuta dal dolore e dallo scacco del fallimento.
Un amore alla vita, quindi, quello della scommessa dell’animazione, che è capace di riconoscere lo scacco e il fallimento dell’agire dell’uomo nel mondo, che non contrabbanda ciò che è debole per ciò che è forte e ciò che è povero con ciò che è ricco. Un amore alla vita racchiuso in un progetto d’uomo che si lascia provocare, senza per questo smarrire la speranza, sia dallo scandalo della sofferenza che ancora risuona nel mondo, sia dalla consapevolezza della povertà delle risorse umane atte a combatterla. Questo significa che il progetto d’uomo a cui fa riferimento l’animazione, pur accogliendo la debolezza umana come suo dato costitutivo, non se ne lascia irretire e vincere, perché cerca di trasformarla solidificandola.
L’amore alla vita dell’animazione culturale è perciò il risultato di un incontro-scontro del giovane con la finitudine, intesa come debolezza, povertà e, quindi, come limitazione radicale delle possibilità del dominio della persona su se stessa e sulla realtà del mondo.
L’animazione culturale vuole esprimere questa qualità di amore alla vita, reinterpretando nella cultura odierna l’atto del dare, conservare e sviluppare la vita che la definizione arcaica della parola propone. Verso questa qualità tende l’antropologia, gli obiettivi e questa qualità guida il metodo dell’animazione culturale.

I fondamenti antropologici dell’animazione culturale

L’antropologia dell’animazione muove dalla costatazione che l’uomo è mistero a se stesso. Infatti, egli vive prigioniero di un paradosso, perché da un lato possiede la capacità di sviluppare una conoscenza sempre più approfondita del suo organismo, della sua psiche e del suo agire sociale, ma, dall’altro lato, questa capacità gli impedisce di comprendere pienamente la sua persona. Anzi, più sviluppa la capacità di indagine scientifica e razionale delle proprie attività e delle proprie funzioni biologiche, psichiche e sociali, e più l’uomo perde la capacità di sapere chi è.
I tanti saperi particolari proposti dalle scienze umane non riescono, nonostante le varie mitologie dell’interdisciplinarietà e della multidisciplinarietà, a produrre un sapere generale, unitario sull’uomo. Esiste, tuttavia, un modo per l’uomo di comprendere la propria persona. Esso è quello che gli proviene dalle rivelazioni che Dio gli ha fatto circa la sua natura. Chiaramente questa rivelazione è accettata solo da chi possiede una fede religiosa e che, quindi, riconosce la rivelazione di Dio nella storia umana. Per gli altri, la persona umana è destinata o a restare un mistero o ad essere banalizzata da qualche riduzionismo scientifico o presunto tale.
Tra l’altro, è proprio in questa rivelazione, così come essa è proposta dalla tradizione ebraico/cristiana, che è rintracciabile anche l’origine della impossibilità da parte dell’uomo di auto-comprendersi pienamente, in quanto egli è si fatto a immagine e somiglianza di Dio ma non è Dio. Se potesse comprendere la propria natura sarebbe Dio.
Nonostante l’impossibilità di comprendere la propria natura, l’uomo è comunque in grado di individuare alcune caratteristiche che manifestano la sua umanità nell’orizzonte del mondo.

L’uomo come sistema non determinato e aperto

L’uomo è quell’essere vivente il cui futuro non è determinato né dal suo patrimonio genetico ereditario, né dai condizionamenti dell’ambiente naturale e sociale in cui ha la ventura di vivere.
Ereditarietà, in maggior misura, e ambiente sono le due costrizioni che determinano, invece, il comportamento delle specie animali.
L’uomo nasce con un compito prioritario: quello della propria costruzione.
Una costruzione che nella prima fase della sua vita lo vede protagonista passivo di un progetto elaborato dalla famiglia e dal gruppo sociale in cui vive, ma che man mano passa il tempo lo vede appropriarsi di un protagonismo sempre più attivo e cosciente.
L’educazione che la famiglia e il gruppo sociale gli offrono è il percorso attraverso cui realizza il passaggio dalla dipendenza all’autonomia. Questa progressiva partecipazione dell’uomo al suo processo di costruzione è ciò che gli consente di non essere né il riflesso dell’educazione che ha ricevuto e della storia personale e sociale che ha vissuto, né il prodotto psichico della particolarità del suo organismo. Questo gli consente, almeno parzialmente, di progettare e di vivere la propria storia in modo originale.
L’uomo, per sopravvivere e realizzare in modo soddisfacente le potenzialità di cui è portatore, deve partecipare attivamente alla propria costruzione, attraverso un progetto responsabile e consapevole. La vecchia favola della cicala e della formica illustra questa realtà della condizione umana ai ragazzi.
Infatti, l’uomo per le sue caratteristiche strutturali se vuole sopravvivere, sia fisicamente sia psichicamente, deve elaborare dei progetti esistenziali a medio periodo. L’uomo non può abbandonarsi all’istinto e al giorno per giorno per sopravvivere e realizzarsi, ma deve elaborare un preciso progetto di sé e della propria vita.
La progettualità deve perciò essere considerata la dimensione costitutiva dell’esistenza umana. Con altre parole si può dire che l’uomo per realizzarsi deve impossessarsi del tempo lungo cui scorre la sua vita. Un tempo scandito tra la memoria del passato e il sogno del futuro, attraverso il concreto agire nel presente. Pro¬gettare la propria vita vuol dire per l’uomo costruirsi una storia in cui ogni istante ricava il proprio senso, oltre che da se stesso, dal riverbero del passato e dallo sguardo rivolto al futuro.
Tuttavia per realizzare il progetto di se stesso l’uomo, non potendo far riferimento alla ereditarietà biologica, deve necessariamente ricorrere a esperienze, a strumenti e a metodi la cui efficacia sia stata verificata. Nessun essere umano è in grado, da solo, di inventarsi tutto ciò che serve alla sua vita materiale, psichica e spirituale. Al massimo può offrire un suo personale contributo all’arricchimento di questa strumentazione. Questo significa che l’essere umano, per sopravvivere e per realizzarsi, ha bisogno di nascere e di essere educato in un ambiente sociale dotato delle conoscenze e delle tecniche necessarie a garantirgli la possibilità di realizzare un efficace progetto della propria vita e, conseguentemente, una sua efficace realizzazione concreta.
In altre parole, questo significa che l’uomo per poter sopravvivere e costruirsi deve entrare a far parte di quell’intelligenza collettiva a cui viene, oggi, dato il nome di cultura sociale.

La cultura sociale come grammatica del progetto d’uomo

La cultura sociale può essere considerata come la grammatica che fornisce alla persona umana le regole e il metodo che le consentono di realizzare la propria vita. Già Freud considerava la cultura come lo strumento fondamentale che l’uomo ha a disposizione per emanciparsi dalle ferree leggi della natura. La cultura sociale non deve però essere intesa come una sorta di costrizione deterministica. Come tutte le grammatiche, infatti, essa consente di costruire molteplici discorsi, magari anche contradditori tra di loro, a partire dalle identiche regole e dall’identico vocabolario. Occorre però dire che, come le persone nella vita quotidiana usano la grammatica linguistica per produrre discorsi scontati e banali, così le stesse persone usano la cultura per produrre progetti di vita conformistici e poco realizzanti la loro umanità. In ogni caso, però, resta valida la considerazione che l’uomo può sopravvivere, crescere e svilupparsi solo se è inserito in una cultura, dalla quale possa apprendere a progettare e a costruire quell’insieme di azioni che gli consentono sia la sopravvivenza che la realizzazione di sé.
Il concetto di cultura rischia di essere troppo generale e astratto, per cui è necessario rileggerlo attraverso la sua manifestazione concreta nella vita sociale quotidiana: la comunicazione. Questo perché cultura e comunicazione formano nella vita sociale umana una coppia inscindibile, in quanto senza comunicazione non si ha cultura e senza cultura non si ha comunicazione.
Questo significa che l’uomo, dipendendo dalla cultura per la propria autorealizzazione, dipende concretamente anche dalla comunicazione. La comunicazione è quindi per l’uomo non solo uno strumento, ma un vero e proprio elemento costitutivo della sua esistenza. Egli è ciò che è solo perché comunica con se stesso, con gli altri e con la natura all’interno di una cultura. L’uomo ha conquistato la libertà dal dominio dell’istintualità solo perché ha potuto accedere alla cultura attraverso la comunicazione. Quest’ultima è lo strumento concreto che consente all’uomo di elaborare e di realizzare progetti di costruzione di sé al di fuori delle costrizioni dell’ereditarietà biologica.
La constatazione della dipendenza della progettualità esistenziale dalla comunicazione-cultura comporta alcune rilevanti conseguenze.
La prima è quella che l’uomo può realizzarsi e esistere come individuo solo se è inserito all’interno di una cultura e, quindi, di una comunità. Questo significa che senza il sociale non esiste l’individuale e, quindi, che il Noi precede l’Io.
La seconda conseguenza è che qualsiasi progetto di vita che un individuo elabora è sempre, a volte in modo misterioso, interrelato con i progetti elaborati dagli altri individui. Il terreno su cui si svolge questa interrelazione è quello del significato che è veicolato dalla coppia cultura/comunicazione.
La terza conseguenza è il riconoscimento del legame tra progettualità e responsabilità. Ogni persona deve manifestare la propria libertà e la propria autonomia assumendosi sino in fondo la responsabilità, oltre che del proprio progetto personale, anche di quello degli altri attraverso la partecipazione solidale al Noi. Il riconoscimento della funzione del Noi nella progettualità individuale implica necessariamente l’assunzione della responsabilità nei confronti dello stesso Noi.

L’uomo come produttore di significati

L’uomo è un produttore e un consumatore permanente di significati. La cultura, e quindi la comunicazione, è interamente giocata all’interno del mondo dei significati. Nell’uomo la comunicazione non è quasi mai un comando biologico, un comando cioè simile all’impulso che partendo dal telecomando fa cambiare canale al televisore. Al contrario essa agisce attraverso la mediazione del significato. L’uomo, quando riceve una comunicazione, non reagisce ad un comando, ma interpreta un significato. Il significato è la dimensione costitutiva in quanto è alla base di tutte le altre dimensioni che sono state qui descritte. Progettualità, cultura, comunicazione, responsabilità, soggettività, solidarietà, ecc., sono tutte dimensioni esistenziali radicate all’interno di sistemi di significato. Il significato e il suo produttore, il linguaggio simbolico, costituiscono la dimensione senza la quale tutte le caratteristiche tipiche della dimensione umana non potrebbero esistere.

GLI OBIETTIVI DELL’ANIMAZIONE CULTURALE

Con uno slogan si potrebbe dire che l’obiettivo generale dell’animazione culturale è quello di abilitare il giovane a costruire se stesso all’interno dell’avventura di senso che, dall’origine dell’uomo, percorre senza posa il mondo. E questo significa per il giovane l’accettare di essere uomo «con» e «per». Con gli altri uomini, con quelli, cioè, che prima di lui hanno vissuto, con quelli che vivranno dopo di lui e con quelli che abitano lo stesso suo spazio-tempo. Con il mondo disegnato dalla natura e dal linguaggio. Con la propria irriducibile solitudine. Con la speranza di ciò che esiste laddove tutto è silenzio.
Per l’amore che nel mondo si manifesta nell’amore alla vita. Per la povertà che è ricchezza di senso del quotidiano. Per la storia come dono di salvezza dalla caduta prima della storia. Per tutto ciò che può scaldare il cuore dell’utopia.
Questo obiettivo generale si concretizza attraverso tre obiettivi particolari.

La costruzione dell’identità personale dentro la storia e la cultura

L’animazione mira a favorire nel giovane la costruzione di una identità personale con profonde radici nella storia e nella tradizione che costituiscono il fondamento della cultura sociale in cui si trova a vivere. Questo al fine di consentirgli la conquista di una appartenenza alla cultura sociale in cui la sua individualità risulti esaltata, così come la sua partecipazione attiva alla conservazione e alla trasformazione della stessa cultura sociale.

La scoperta del sociale come luogo della solidarietà e in cui proporre se stessi responsabilmente e senza mistificazioni

Il secondo obiettivo dell’animazione è lo sviluppo della capacità del giovane di partecipare alla vita sociale in modo autonomo e critico e, quindi, di immunizzarlo dalle manipolazioni del conformismo di massa e del potere. Questo obiettivo comporta necessariamente che l’agire individuale e sociale del giovane abbia un sistema etico di riferimento invece delle caotiche e frammentarie opportunità che la vita quotidiana gli offre. Da notare poi che l’eticità è la dimensione senza la quale non si realizza la scoperta dell’altro essendo essa, oltre che una difesa dell’individuo dalle manipolazioni della società di massa, anche il motore della socialità. Infatti senza la scoperta dell’altro non si sviluppa una socialità in grado di manifestare nella solidarietà il suo carattere costitutivo. L’eticità e l’altro sono gli elementi costitutivi di quella solidarietà che segna l’esperienza dell’amore nella vita sociale.

Il riconoscimento dell’invocazione che la realtà lancia ad una speranza totale

Il terzo obiettivo dell’animazione mira a liberare nella vita dell’uomo il sorriso della trascendenza. Questo obiettivo è fondamentale perché senza l’apertura alla trascendenza la vita dell’uomo si gioca all’interno di una relatività paralizzante che dimora al confine dell’angoscia e della distruttività. L’uomo non può dare senso al proprio mondo, alla propria cultura e alla propria vita se non possiede un punto di vista che sia oltre il suo limite personale e quelli della sua cultura e del suo mondo. Solo se comprende se stesso, la cultura e il mondo attraverso le vie di una fede o di un pensiero trascendente l’uomo può formulare un giudizio sulla verità e sulla coerenza della propria vita e della cultura che la disegna.
Senza il respiro della trascendenza l’uomo è chiuso in un mondo in cui tutto può essere vero e tutto può essere falso, tutto può essere espresso e tutto può restare inespresso, ma nulla ha valore in sé, nulla ha un significato tale da consentirgli di porsi come riferimento etico per una scelta esistenziale orientata verso un obiettivo che sia oltre la frontiera dell’utilità.
L’animazione senza il grido, l’invocazione alla trascendenza, rischia anch’essa di perdersi nel rumore delle cose che non sono, delle mode, o financo della violenza, di una ragione o scienza che in nome del potere distrugge la vita. Animare, dare la vita, è un dono che realizza se stesso in quanto si pone come dono di una realtà e di un amore che sono prima e dopo l’uomo e il suo mondo.
Attraverso l’apertura alla trascendenza l’animazione vuole dire al giovane che la speranza non è un’illusione, ma l’unica vera realtà che si svela nella sua pienezza solo dopo che nella fatica del quotidiano si è stati redenti redimendo il mondo.

IL METODO

I cardini su cui poggia il metodo dell’animazione sono quattro.

L’accoglienza adulta del mondo giovanile

L’animazione propone un’accoglienza che si potrebbe definire di terzo educativo, finalizzata alla trasformazione creativa del presente in nome del sogno del futuro.
Questo tipo di accoglienza richiede all’animatore, sia l’essere adulto nel senso pieno del termine, sia la capacità di amare i giovani soggetti dell’intervento educativo. Ogni giovane, cioè, è riconosciuto portatore di una dignità radicale, irriducibile e inviolabile, al di là del suo modo di essere contingente, in quanto portatore del dono di una unicità esistenziale. La qualità dell’essere adulto si manifesta, oltre che nella capacità di accoglienza della diversità, nella capacità di confrontarsi con questa diversità per fare in modo che essa manifesti tutte le sue potenzialità creatrici e rinunci a quelle distruttrici. Accogliere la novità dell’altro e del suo desiderio, offrendogli però il limite costituito dalla memoria, dai valori e dai progetti di cui la proposta educativa dell’adulto è portatrice, è un approccio che in molte circostanze richiede la capacità di gestire non solo l’incontro ma, anche, l’eventuale scontro pur non violento.
Segno di questo tipo di accoglienza è anche la capacità dell’animatore di dare fiducia ai giovani, ovvero di manifestare concretamente la convinzione che ogni giovane ha in se, al di là della sua condizione momentanea, tutte le capacità necessarie per realizzare un progetto personale e sociale di vita pieno e ricco di senso.

La creazione di una relazione educativa tra animatore e gruppo fondata sulla riscoperta della comunicazione autentica in chiave esistenziale

La possibilità dell’adulto di accogliere, di dare fiducia al giovane, di confrontarsi o scontrarsi con lui, passa attraverso l’esistenza di una comunicazione autentica tra lui e il giovane, così come su questa stessa comunicazione si fonda ogni azione educativa volta alla trasmissione sia di contenuti che di valori.
È noto che la qualità dell’educazione e, quindi, dell’animazione non è data tanto dalla «qualità» dei contenuti che essa mette in campo, quanto dalla qualità della relazione umana che si instaura tra educatore ed educando.
Un’altra attenzione particolare viene rivolta alla constatazione che la comunicazione tra le persone non è mai unidirezionale ma è sempre bidirezionale, nel senso che essa agisce simultaneamente sia su chi trasmette sia su chi riceve il messaggio.

La crescita del gruppo quale luogo educativo attraverso un preciso itinerario di maturazione

La comunicazione animatore-animando non avviene però, normalmente, solo all’interno di una relazione duale, a tu per tu, ma di un piccolo gruppo o gruppo primario. La scelta del gruppo è dovuta al riconoscimento che esso è il luogo in cui il giovane può sperimentare quella relazione autentica e profonda con l’altro, fondamentale per la maturazione di una corretta coscienza di sé e in cui, nello stesso tempo, vivere criticamente lo scambio persona – cultura sociale.

Un modello ermeneutico in grado di collegare nella propria circolarità la situazione di partenza e gli obiettivi

Caratteristico del metodo dell’animazione, infine, è il fatto che, pur possedendo dei propri ben definiti obiettivi generali e particolari, l’animazione propone di ridefinirli in un processo di continuo confronto con la situazione di partenza dei giovani, le risorse concrete a disposizione dell’animatore e i risultati che l’azione formativa effettivamente produce. Il metodo dell’animazione non è, quindi, né induttivo né deduttivo ma ermeneutico, in quanto pone in una relazione circolare la realtà esistenziale e la situazione culturale e sociale dei giovani con gli obiettivi che sono dedotti dalla scelta della concezione dell’uomo e della vita propria dell’animazione culturale.
Questo circolarità consente all’animazione, da un lato, di proporre ai giovani un proprio progetto d’uomo e di vita e, dall’altro lato, di accogliere la loro realtà esistenziale e sociale così come essa appare nella concretezza della loro storia quotidiana. La relazione dinamica di questi due momenti deve, nell'intenzionalità dell'animazione, produrre quegli obiettivi educativi in grado di trasformare in modo progettuale la realtà esistenziale del giovane.