La Trinità nella

«Divina Commedia»

750 anni dalla nascita di Dante

Giuseppe Bortone

 

In questi ultimi tempi si nota un risveglio degli studi danteschi in Italia e all’estero, soprattutto negli Stati Uniti [1]. Quest’anno poi si celebrano i 750 anni dalla nascita del poeta. Ci avviciniamo anche all’Anno santo straordinario della Misericordia, e Dante è stato il primo grande pellegrino nel 1300. Ci sembra giusto dunque dedicargli un saggio, e abbiamo scelto il tema della visione trinitaria nella Divina Commedia.
Dante, come figlio del Medioevo, dà grande importanza al significato allegorico, morale, religioso del «numero». Ha alle sue spalle il Liber numerorum qui in Sanctis Scripturis occurrunt, di Isidoro di Siviglia, vescovo e dottore della Chiesa, vissuto dal 559 al 636 d.C.; il capitolo 3 - intitolato De numero - dell’opera De universo di Rabano Mauro, vescovo di Magonza, vissuto dal 784 ca. all’856; e infine il De Scripturis et scriptoribus sacris, di Ugo di San Vittore, nato verso il 1096 e morto nel 1141; il capitolo 15 di questo libro - De numeris mysticis Sacrae Scripturae - è dedicato al valore morale-religioso dei numeri.

Numerologia simbolica in Dante

Dante mutua, sia pure in parte, questa mentalità allegorica, che si era già affermata nella scuola alessandrina con Clemente di Alessandria, e poi si era diffusa nelle opere di Origene [2], di Agostino [3], di Ambrogio [4] e di altri Padri [5]. Egli espone la sua dottrina sull’allegoria in due testi fondamentali: nel capitolo 1 del libro II del Convivio, e nel paragrafo 7 dell’Epistola XIII a Cangrande della Scala.
Tra i due scritti si nota una profonda differenza, dovuta a una maggiore maturità del poeta: nel Convivio Dante elenca quattro significati di un testo, mentre nell’Epistola XIII riduce le interpretazioni a due.
La prima canzone, che introduce al libro II del Convivio, espone il sistema tolemaico e la sua relativa astronomia. Commentando la canzone «Voi che intendendo il terzo ciel movete, udite il ragionar ch’è nel mio core...», Dante rileva che, per comprendere un testo letterario, si deve esporre il «senso litterale, e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera delle parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti»; il «senso allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna». «Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti…». «Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale, ancora sia vera eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria...».
Quest’ultimo senso è legato a Dio, alla realtà trascendente, alle realtà future. Il Convivio fu composto tra il 1304 e il 1308, mentre l’Epistola XIII a Cangrande è posteriore, perché accompagnava i primi canti del Paradiso, dedicato all’amico principe scaligero; e il Paradiso fu iniziato e concluso negli ultimi anni del poeta, tra il 1314 e il 1321. Nel tempo intermedio, Dante maturò una divisione più scientifica dell’ermeneutica testuale, dividendola in due significati fondamentali: quello letterale e quello allegorico. Il secondo fu diviso in allegorico morale e allegorico anagogico. In base a ciò, Dante stesso indica i vari significati della Divina Commedia.
Sappiamo che Dante conosceva Isidoro di Siviglia, Rabano Mauro e Ugo di San Vittore. Infatti, del primo si parla in Paradiso X, 131; del secondo e del terzo in Paradiso XII, 133 e 139. Si deve anche notare che Dante li glorifica nel Paradiso superiore, nel cielo dei «sapienti», insieme a san Francesco, san Domenico, san Tommaso, san Bonaventura e ad altri spiriti saggi.

Architettura ternaria della «Divina Commedia»

Tra i vari numeri, il «tre» e i suoi multipli sono fondamentali nella struttura formale della Divina Commedia e nella sua simbologia umano-religioso-teologica. Per Carducci, la struttura è caratteristica essenziale del «sacro poema». Egli afferma: «Tale è il sacro poema di Dante. E come avanza di gran lunga le altre opere del poeta e del secolo, così ne tiene pur sempre certe proprietà che l’età nostra non intende [...]. La Trinità in mezzo ai nove ordini delle tre gerarchie regge i tre regni, ciascun dei quali, distribuito per nove scompartimenti, è cantato in trentatré canti a strofi di tre versi, e i canti sommati insieme fanno novantanove, però che il primo dell’Inferno non è che prologo a tutti» [6].
L’architettura esterna del poema è basata sul numero, in particolare sul numero «tre», e quindi esprime la razionalità aritmetica, che s’intreccia con la razionalità filosofico-teologica, con riferimenti alla teologia speculativa di sant’Agostino, della Scolastica e del suo principale rappresentante, san Tommaso d’Aquino. Dal brano del Carducci si evince anche la centralità del «mistero trinitario» nella Divina Commedia.
Tutto questo viene vivificato da Dante attraverso l’incarnazione della Rivelazione e del pensiero filosofico-teologico nella vita concreta dell’uomo sia individuale sia sociale e mediante la sovrumana trasfigurazione poetica. Questi elementi - incarnazione e trasfigurazione - fanno di Dante un teologo-filosofo originale e un altissimo poeta: forse «l’aquila» più acuta e affascinante della poesia umana.
L’originalità filosofico-teologica del poeta fiorentino è provata da Étienne Gilson [7], e può essere sintetizzata in queste frasi di Costante Marbelli: «Dante è figura d’intellettuale molto complessa. È stato filosofo, ha rivendicato la piena autonomia del pensiero filosofico, ma non ne ha fatto il grado di verità più alto, l’orizzonte ultimo è teologico.
D’altra parte non fu teologo scolastico né teologo mistico, anche se nessuno potrebbe negare l’alta ispirazione teologica della Divina Commedia, così come non la si può negare alla creazione coeva delle cattedrali o delle architetture monastiche. Dante nella Commedia fu poeta e, attraverso una poesia consapevole di farsi alto strumento della teologia, della teologia senza aggettivi, creò una forma di teologia originalmente distinta dalla scolastica e dalla mistica» [8].

Il numero «tre» come organizzazione strutturale della «Divina Commedia»

Nella Divina Commedia, tra i vari numeri domina sovrano il «tre» con i suoi multipli. Da essi dipende la struttura ternaria del poema. Il poema si compone di tre cantiche, e ogni cantica di trentatré canti, più uno che è introduttivo a tutto il poema. Dante sceglie come strofa la terzina, con rime incatenate nello schema: ABA, BCB, CDC ecc. Il concatenamento metrico è allegoria del concatenamento logico.
Ogni regno dell’oltretomba è composto da nove sezioni: nove cerchi nell’Inferno; Antipurgatorio, sette balze, Paradiso terrestre nel Purgatorio; nove cieli nel Paradiso. Due sole zone sembrano fare eccezione a questo schema: l’Antinferno, espresso nei canti II e III della prima cantica, e l’Empireo, cielo increato. I custodi dei cieli tolemaici sono i nove cori degli angeli.
Nel canto VI di ogni cantica si parla di politica: Firenze, Italia, Impero universale. Tre sono le fiere, o impedimenti, che si presentano a Dante: leone, lonza, lupa. Tre sono le guide: Virgilio, Beatrice, San Bernardo; quest’ultimo guida Dante nell’Empireo.
Tre sono le domande rivolte da Dante a Ciacco nell’Inferno (VI, 60-63), e tre le risposte drammatiche del cortigiano goloso sui mali di Firenze: lotta sanguinosa tra le fazioni politiche; quasi nessun giusto vive nella Città del giglio; Firenze è disfatta da tre mali capitali.
Il numero «nove», multiplo di tre, designa una divisione netta nei vari regni dell’oltretomba: nel IX canto si passa dall’Inferno alto all’Inferno basso o città di Dite; nel IX canto del Purgatorio c’è il passaggio dall’Antipurgatorio al Purgatorio; nel canto IX del Paradiso termina il Paradiso inferiore (Luna, Mercurio, Venere) e nel X inizia l’ascensione al cielo del Sole, il primo del Paradiso superiore.
Tre sono i fondamentali simboli che innervano il poema: Dante, che simboleggia l’umanità sul piano morale-religioso-politico; Virgilio, che simboleggia la ragione umana e l’Impero universale, perché è la voce della saggezza della civiltà classica e il cantore dell’Impero romano nel canto VI dell’Eneide (cfr Inferno, I, 61- 87); Beatrice, simbolo allegorico della Rivelazione cristiana e della Chiesa: è significativo che lei appaia come guida nei canti XXXXXXIII del Purgatorio, dove si delinea la Chiesa di Cristo nel suo volto divino e umano.
Tre sono le donne di salvezza, che costituiscono la catena salutis: Maria Vergine, santa Lucia, Beatrice (Inferno, II, 43-126).
Tre sono le fondamentali categorie di peccato, in cui sono raggruppati i dannati: incontinenza (cerchi II, III, IV, V); violenza (cerchio VII); frode (cerchi VIII e IX). Rimangono fuori da questo schema il limbo e gli eretici che vanno contro la Rivelazione di Cristo: sono due categorie dell’Inferno cristiano.
L’ultimo canto di ogni cantica termina con la parola «stelle».
Gli incipit degli ultimi canti delle tre cantiche si richiamano a tre espressioni letterarie della liturgia cattolica: Vexilla regis prodeunt; Deus venerunt gentes; Vergine Madre, figlia del tuo figlio, che richiama fondamentali preghiere liturgiche mariane.
Quindi, giustamente il Sarolli afferma che «la Divina Commedia è un poema costruito sulla ratio numerica del “tre”, per cui la stessa scelta della terzina diventa numerologica e conferma il trinitariocentrismo del tutto» [9].
La Trinità domina tutto il poema dantesco: è all’inizio dell’Inferno (III, 1-9); al termine del Paradiso (XXXIII) e al centro nel Purgatorio; quindi è al centro del viaggio dantesco.

Momenti salienti del poema sulla Trinità

Inferno. Il primo riferimento alla Trinità si ha in Inferno, III, 1-9: Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore; / fecemi la divina podestate, / la somma sapïenza e ’l primo amore. / Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterna duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
Anche l’Inferno, come tutto il creato, procede da Dio Uno e Trino, in cui vivono armoniosamente il sommo Amore e la somma Giustizia. Il vero Amore non può impedire che l’equilibrio, rotto dalla malvagità dell’uomo si ricostituisca mediante la giusta punizione: altrimenti, per la frequente illusione di salvare il delinquente Caino, si cade nel grave male di distruggere l’innocente Abele. Va notato che per Dante l’Inferno procede insieme da Dio-Padre (divina podestate), da Dio-Figlio (somma sapïenza) e da Dio-Spirito Santo (primo amore). Quindi l’Inferno è frutto di giustizia e di amore.
Un richiamo contrapposto alla Trinità celeste si ha nel fondo dell’Inferno, al centro della terra, dove si trova Lucifero con una testa e tre facce, tre bocche di colore diverso, che maciullano Giuda, Bruto e Cassio, i nemici della Chiesa e dell’Impero universale.
Lucifero, l’essere della massima ribellione, per Dante è l’antitesi della Trinità: alla potenza, alla sapienza e all’amore si contrappongono la perdita di potere, la mancanza della parola, la privazione del sentimento e di ogni humanitas.
Il Lucifero dantesco richiama il Lucifero di Giotto, nella cappella degli Scrovegni, a Padova, ed è visto come l’anti-Trinità. Presentandosi con ali dispiegate di pipistrello, forma una T: è la lettera «t» con cui inizia anche la parola «Trinità». Dante si rivela qui un teologo e un poeta geniale: Lo ’mperador del doloroso regno / da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; / e più con un gigante io mi convegno, / che i giganti non fan con le sue braccia: / vedi oggimai quant’esser dee quel tutto / ch’a così fatta parte si confaccia. / S’el fu sì bel com’elli è ora brutto, / e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, / ben dee da lui procedere ogne lutto. / Oh quanto parve a me gran maraviglia / Quand’io vidi tre facce a la sua testa! / L’una dinanzi, e quella era vermiglia; / l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa / sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, / e sé giugnieno al loco de la cresta: / e la destra parea tra bianca e gialla; / la sinistra a vedere era tal, quali / vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. / Sotto ciascuna uscivan due grand’ali, / quanto si convenia a tanto uccello / vele di mar non vid’io mai cotali. / Non avean penne, ma di vispistrello / era lor modo; e quelle svolazzava, / sì che tre venti si movean da ello: / quindi Cocito tutto s’aggelava. / Con sei occhi piangea, e per tre menti / gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. / Da ogne bocca dirompea co’ denti / un peccatore, a guisa di maciulla, / sì che tre ne facea così dolenti (Inferno, XXXIV, 28-57).

Purgatorio e Paradiso. Il tema trinitario viene sviluppato nel Purgatorio e nel Paradiso, e appare centrale nella vita presente e futura.
Ci soffermeremo ora su alcuni brani più caratteristici [10].
Consideriamo innanzitutto l’incipit del Paradiso (I, 1-12), in cui c’è un passaggio dal Dio-Uno al Dio-Trino. Infatti, si parla di Dio come mistero insondabile; in esso il nostro intelletto si immerge a tal punto che ne rimane abbagliato, ma non riesce a comprenderlo, assimilarlo, e la memoria non riesce a ricordarlo; perciò qualsiasi uomo è incapace di comunicarlo agli altri.
Al Dio-mistero si attribuiscono una «gloria oggettiva», cioè il complesso delle sue perfezioni infinite, e una «gloria soggettiva», cioè la lode che gli viene data da tutte le creature per l’infinità delle sue perfezioni [11]. Afferma Dante: La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra e risplende / in una parte più e meno altrove. / Nel ciel che più de la sua luce prende / fu’ io, e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là su discende; / perché appressando sé al suo disire, / nostro intelletto si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire. / Veramente quant’io del regno santo / ne la mia mente potei far tesoro, / sarà ora materia del mio canto (Paradiso, I, 1-12).
Nel III canto del Purgatorio si sottolinea l’incapacità del nostro intelletto di comprendere direttamente il mistero trinitario: Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone. / State contente, umana gente, al «quia»; / ché, se possuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria; / e disïar vedeste senza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch’etternalmente è dato lor per lutto: / io dico d’Aristotile e di Plato / e di molt’altri (Purgatorio, III, 34-44).
Il mistero trinitario lo si prova solo indirettamente in quanto rivelato da Gesù, Figlio di Dio, il quale non può ingannarsi, perché è somma Verità, e non può ingannare, perché è sommo Amore.
Riguardo ai misteri rivelati, non ci può essere la intellectio interna, perché, essendo la conoscenza una comprehensio intellectualis, noi diventeremmo infiniti, onniscienti come Dio. Riguardo ad essi, può esistere solo la intellectio externa, fondata sulla rivelazione di Gesù Cristo in quanto Dio e in quanto conosce il Padre e lo Spirito Santo.
Il quia del verso 37 esprime il quod dichiarativo della sintassi latina e vuole indicare la realtà fattuale, l’esistenza oggettiva di una realtà, anche se non ne comprendiamo la natura o essenza.
Del resto, anche nella natura visibile ci sono realtà misteriche, cioè realtà che esistono e di cui sperimentiamo gli effetti, senza però conoscerne l’essenza che li produce. Come fanno notare gli studiosi, la dimostrazione quia, nella filosofia scolastica, è la dimostrazione a posteriori, fondata sull’autorità del Dio rivelante.
Per dimostrare che il mistero trinitario è superiore all’intelligenza umana, Dante ricorre ai massimi geni della filosofia umana, Platone e Aristotele, che non riuscirono a intuire la Trinità divina.
Virgilio stesso rimane pensoso, turbato, ma rispettoso di fronte al Dio Uno e Trino.
Nel canto X del Paradiso viene presentata, con precisione teologica e trasfigurazione poetica, la Trinità, che insieme crea l’universo e l’uomo [12]: Guardando nel suo Figlio con l’Amore / che l’uno e l’altro eternalmente spira, / lo primo e ineffabile Valore, / quanto per mente e per loco si gira / con tant’ordine fe’, ch’esser non puote / senza gustar di lui chi ciò rimira (Paradiso, X, 1-6).
Dio Padre come generante guarda al Figlio, il Logos, nella cui mente vivono le idee di ogni essere creato, e in forza dello Spirito, che è Amore e quindi principio di vita, crea l’esistenza del tutto.
In questa raffigurazione del Padre che, nel creare, guarda al Figlio, probabilmente il poeta riprende la riflessione di sant’Agostino nel commento al Prologo di Giovanni: «Ciò che in Lui fu fatto, è vita» [13]. Gli esseri, prima di esistere nel tempo, fuori di Dio, vivono nella mente del Verbo allo stato di «idee». Perciò, per attribuzione, il Padre è causa efficiente, il Verbo è causa esemplare, lo Spirito Santo, in quanto Amore, è il principio vitale, che fa scaturire la vita.
Qui si raggiunge un intreccio mirabile fra metafisica e poesia.
Qui si rinnova il miracolo platonico dell’armonia consustanziale tra filosofia e poesia: miracolo che nella Bibbia possiamo riscontrare, in particolare, in alcuni passi del libro della Sapienza e nel Prologo di Giovanni.
Nei canti XIII, 53-60 e XXIX, 10-48 del Paradiso l’attività creatrice del Dio Trino si estende a tutto l’universo e soprattutto agli angeli.
Nel primo testo Dante dice: Ciò che non more e ciò che può morire / non è se non splendor di quella idea / che partorisce, amando, il nostro Sire; / ché quella viva luce che sì mea / dal suo lucente, che non si disuna / da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, / per sua bontade il suo raggiare aduna / quasi specchiato, in nove sussistenze, / etternalmente rimanendosi una.
Qui possiamo apprezzare l’esattezza teologica e la freschezza immaginifica con cui viene descritta la Trinità: il Padre (Sire) partorisce l’Idea eterna (il Logos) mediante l’Amore eterno (Spirito Santo). Notiamo anche i due espressivi neologismi danteschi «disuna» e «s’intrea» dei vv. 56 e 57, e il latinismo «mea» del v. 55, per significare che il Verbo proviene dal Padre, in modo che non si distacca né da lui, né dallo Spirito Santo, il quale, come terza persona, si congiunge al Padre e al Figlio. Dalle tre Persone unite procedono i nove cori degli angeli.
Nel canto XXIX, 10-48 viene presentata la creazione come opera che proviene dall’amore gratuito di Dio. Al principio della creazione non c’è l’Amore-eros, ma l’Amore-agape, cioè l’amore oblativo e non l’amore interessato: Non per aver a sé di bene acquisto / ch’esser non pò, ma perché suo splendore / potesse, risplendendo, dir «Subsisto», / in sua eternità di tempo fore, / fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, / s’aperse in novi amor l’eterno amore (vv. 13-18).
Troviamo accenni alla Trinità anche in XV, 47 e in XXV, 132 del Paradiso, dove compare l’aggettivo «trino», che si riferisce alle Persone divine. Nel XXIV, 130-147, Dante si fa esaminare da san Pietro e proclama decisamente la sua «fede cristiano-romana», sottolineando l’armonia tra Pietro e Paolo, che hanno evangelizzato Roma. In questo brano il poeta usa due modulazioni del verbo «essere»: «sono» (plurale), che esprime la pluralità delle Persone; ed «este» (est, singolare), per esprimere l’unità della sostanza divina: E credo in tre persone eterne, / e queste / credo una essenza sì una e sì trina / che soffera congiunto «sono» ed «este» [14].
Nel canto XXVII, 1-15 la Trinità è definita allegrezza e ricchezza della nostra terra, oltre che del cielo. Questo viene proclamato di fronte ai santi che cantano la dossologia alla Trinità. Dante definisce questa scena «un riso dell’universo»: «Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo», / cominciò, «gloria!», tutto il paradiso, / sì che m’inebriava il dolce canto. / Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso / de l’universo; per che mia ebbrezza / intrava per l’udire e per lo viso. / Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! / oh vita intègra d’amore e di pace! / oh sanza brama sicura ricchezza! / Dinanzi a li occhi miei le quattro face / stavano accese, e quella che pria venne / incominciò a farsi più vivace, / e tal ne la sembianza sua divenne, / qual diverrebbe Giove, s’elli e Marte / fossero augelli e cambiassersi penne (vv. 1-15).
Nel canto XXXI brilla il genio poetico di Dante, che concretizza la trinità e unità di Dio in un’immagine icastica: tre luci in una stella unica (vv. 19-30), dove l’unica stella è l’Empireo, luogo di totale felicità per i beati.
Solo in questo cielo si attua il sogno di Faust: possedere tutta la felicità in un solo momento. È questo un dono che può essere offerto solo da Dio e non da Mefistofele. E se leggiamo la parte conclusiva del Faust, rimaniamo colpiti dalla diversità del punto d’arrivo delle due opere: lì Faust si salva, ma non appare risolto il problema che aveva dato origine al poema; invece, in Dante, alla graduale ascensione fisica si unisce la graduale ascensione metafisica, religiosa, e soprattutto l’integrale rinnovamento dell’uomo e della storia umana: storia e natura umana sono eternamente inserite nel Dio trinitario, creando un armonico e salvifico intreccio fra terra e cielo, tra divino e umano.
Perciò Dante può parlare in Paradiso XXV, 1-2 del poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra.
La Divina Commedia è opera del cielo e della terra, perché manifesta l’interscambio continuo e armonioso tra Dio e l’uomo, e in ciò viene offerta la soluzione radicale degli svariati problemi della nostra esistenza presente. Afferma Dante: Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore / di tanta moltitudine volante / impediva la vista e lo splendore; / ché la luce divina è penetrante / per l’universo secondo ch’è degno, / sì che nulla le puote essere ostante. / Questo sicuro e gaudioso regno, / frequente in gente antica ed in novella, / viso e amore avea tutto ad un segno. / Oh trina luce, che ’n unica stella / scintillando a lor vista, sì li appaga, / guarda qua giuso a la nostra procella! (Paradiso, XXXI, 19-30).
Dopo i due canti introduttivi, la Divina Commedia si apre con la Trinità (Inferno III, 1-9) e si chiude con la Trinità (Paradiso, XXXIII, 115-132). Il brano conclusivo si divide in due parti. La prima è dedicata alla Trinità, raffigurata con tre cerchi uguali, non concentrici, così che uno sembrava il riflesso dall’altro, «com’iri da iri». Il rapporto fra i tre cerchi è costituito da «luce etterna», comprensione, amore vicendevole, per cui le tre Persone si amano e gioiscono insieme.
L’immagine dei tre cerchi colorati, ma di una stessa dimensione, è mutuata dallo Pseudo-Dionigi, il quale, a proposito della Trinità, parla di un sempiternus circulus [15]; da sant’Agostino, il quale parla di Trinitas anulorum est, et unum aurum, cioè di tre anelli ugualmente di oro [16]; e da Gioacchino da Fiore, il quale nel Liber figurarum parla di tre cerchi con colori diversi, ben marcati [17].
La seconda parte del brano, che comprende i vv. 127-132, riguarda il mistero dell’Incarnazione. Dante vede nella Trinità il Verbo incarnato, e quindi in Dio sono inscritte sia la nostra natura umana, sia la nostra storia umana. Il poeta non può comprendere i due misteri della Trinità e dell’Incarnazione, e allora si immerge nella contemplazione e nell’amore filiale verso Dio: A l’alta fantasia qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disìo e ’l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle (vv. 142- 146).

Conclusione

Dante diviene così «mediatore profetico» tra Dio e l’uomo, tra Regno presente e Regno futuro, offrendo l’unica soluzione piena ed efficace: la sinergia divino-umana, di fronte alla quale impallidiscono e falliscono il materialismo storico, consumistico, come pure l’indifferentismo laicistico [18]. Ce lo dice Romano Guardini in un testo in cui, dopo aver narrato la sua scoperta e la sua passione per Dante, attraverso lo scritto di Auerbach, Dante poeta del mondo terreno, riconosce decisamente Dante come poeta che conduce nell’eterno l’uomo, il mondo, la storia, ma senza che la forma finita venga dissolta; Dante è insieme poeta della storia e dell’eterno.
Scrive Guardini: «Poi un giorno mi si parlò del libro di Erich Auerbach. Già il titolo era eccitante: Dante poeta del mondo terreno.
Ma il suo contenuto fu ancora superiore all’aspettativa. Dante vi era designato come il poeta cristiano nel senso più profondo. Si intendeva per “cristiano” una mentalità che non identifica il concreto con il puramente empirico, ma lo vincola all’Assoluto-Eterno; e, d’altro canto, non risolve l’esistenza nell’ideale, ma la conserva nella storia. Presupposto a tutto ciò è l’Incarnazione di Dio; e ciò che decide della qualità cristiana di un pensiero è che esso accolga in sé questo fatto - veramente factum, insieme azione e verità - come sua norma. Allora mi apparve chiaro come Dante sia il poeta che porta nell’eterno l’uomo, il mondo, la storia, l’esistenza tutta, ma senza che la forma finita venga dissolta. Essa si trasforma, ma rimane conservata» [19].
L’opera dantesca, vista come poesia teologica o teologia poetica, è capace di afferrare ogni uomo sino a offrirgli un’intensa esperienza di Dio, del cielo, da cui discendono luce e acqua feconda, capaci di dissetarlo, vitalizzarlo e aprirgli la strada verso le soluzioni fondamentali dei suoi assillanti problemi. La Divina Commedia rinnova il miracolo di Gesù Cristo, che dona l’acqua salvifica della grazia alla Samaritana, ridandole la gioia di vivere (cfr Gv 4,10-15).

NOTE

1. Cfr G. Mucci, «Aspettando il centenario dantesco», in Civ. Catt. 2015 II 72-78.
2. Si vedano, tra l’altro, i commenti di Origene ai libri di Giosuè e del Cantico dei Cantici. Cfr J. Quasten, Patrologia, vol. I, Genova - Milano, Marietti, 2009, 326.
3. Cfr Agostino, s., Discorsi; Id., Commento al Vangelo di Giovanni.
4. Cfr, per esempio, il Trattato sui misteri, dove Ambrogio parla del Battesimo e dell’Eucaristia, spiegandone il simbolismo allegorico mediante la Sacra Scrittura.
5. Cfr J. Quasten, Patrologia, cit., 283 ss.
6. Cfr G. Carducci, «L’opera di Dante», in Id., Prose 1859-1903, Bologna, Zanichelli, 1963, 1162 s.
7. Cfr É. Gilson, Dante e la filosofia, Milano, Jaca Book, 1996.
8. C. Marbelli, «Editoriale», ivi, 5.
9. G. Sarolli, Analitica della «Divina Commedia». Struttura numerologica e poesia, Bari, Adriatica, 1974.
10. Per approfondire l’argomento, cfr G. Fallani, «Trinità», in Enciclopedia dantesca, vol. V, Roma, Treccani, 1976; Id., Dante poeta teologo, cit.; voci «Dio», «Trino» e «Trina», in Dante, La Divina Commedia: testo, concordanze, lessici, rimario, indici, Milano, IBM Italia, 1965; il commento teologico della Divina Commedia fatto da G. Fallani in Dante Alighieri, Divina Commedia, Roma, Newton Compton, 2014.
11. Espressione teologico-poetica della «gloria soggettiva» è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi: Altissimu, onnipotente, bon Signore, / tue so’ le laude, la gloria e l’honore / et onne benedictione.
12. Si pensi al verbo «spira» del secondo verso: è un termine tecnico, per indicare lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio.
13. Cfr Agostino, s., Commento al Vangelo di Giovanni 1,3-4.
14. Questo stile apodittico ricorda la professio fidei nella trinità e unità di Dio scritta da Gioacchino da Fiore con stile solenne. Cfr P. De Leo (ed.), Gioacchino da Fiore. Aspetti inediti della vita e delle opere, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 1988, 173-175. Il brano è riportato in Gioacchino da Fiore. Invito alla lettura, a cura di G. L. Potestà, Milano, San Paolo, 1999.
15. Cfr Pseudo-Dionigi, De divinis nominibus, IV, 14.
16. Cfr Agostino, s., De Trinitate, I, IX, 5, n. 7.
17. Cfr G. Fallani, «Trinità», cit., 720.
18. Cfr R. Guardini, Studi su Dante, Brescia, Morcelliana, 1967, 123-126.
19. Ivi, 370 s.

(La Civiltà Cattolica 2015 IV 234-246 | 3969 - 14 novembre 2015)