La questione del senso della vita. Approcci letterari

Inserito in NPG annata 2009.

Cristiana Freni

(NPG 2009-07-58)


L’essere umano appare come l’animale questuante per eccellenza. Pone domande, innanzi tutto sul piano dei perché radicali. Non si accontenta del puro dato, della pura informazione che la realtà gli pone a portata di mano. Egli ricerca incessantemente il significato ultimo e nascosto del dato.

L’approccio al mondo non può darsi che tentando sempre un’interpretazione del mondo. L’uomo è infatti costitutivamente anche l’ermeneuta della realtà. Chiama per nome l’esperienza. Ne scandaglia l’approdo. Cerca con tenacia il significato ultimo del suo andare.
Al centro della riflessione che da sempre impegna l’uomo come essere costitutivamente aperto alla realtà, si pone la grande domanda sul senso e su se stesso.
Veramente l’essere umano nella fedeltà alla propria struttura metafisica, emerge dunque, come capace di autotrascendimento costante. Ciò lo pone secondo il mirabile ritratto stigmatizzato da Agostino nell’incipit delle Confessioni, come cor-inquietum.[1] L’inquietudine appare ad Agostino il motore autentico dell’uomo cuore. L’uomo, in quanto cuore inquieto, dice brama di significato e costante ricerca dell’approdo.
La letteratura è fortemente saldata al sentimento dell’inquietudine costitutiva dell’essere umano. E si pone come strumento di scandaglio straordinario delle profondità del suo cuore. Come sottolinea efficacemente André Blanchet: «La letteratura? Un’esplorazione dell’abisso: quello dell’autore e anche il nostro».[2]
Nell’esplorazione di quell’abisso che è l’uomo, colto nella sua struttura multidimensionale, si pone con forte cogenza, la questione del senso.
L’uomo non vive di solo pane. Che anzi, come afferma la teologa tedesca Dorothee Sölle, se vive di solo pane, muore.[3] Egli ha inscritte nel profondo del suo essere le domande inestirpabili, che sono primariamente avvitate attorno alla magna quaestio dell’io.
L’uomo come soggetto attivo di ricerca, pone se stesso paradossalmente anche come oggetto primario della stessa ricerca. Si delinea così la condizione straordinaria dell’essere umano nel momento in cui si domanda il perché e il senso del suo esistere. Egli è strutturato ad interrogante ma contemporaneamente ad interrogato.[4]

Leopardi: un itinerario di ricerca e interrogazione

Lungo i sentieri che la letteratura ha segnato, scandagliando i cantieri del quotidiano della storia umana, emerge con voce ineguagliabile per capacità evocativa e altresì per lucidità metafisica, uno dei poeti più straordinari della modernità: il recanatese Giacomo Leopardi.
Come noto, Leopardi ha compiuto sin dai suoi anni adolescenziali un percorso di ricerca antropologica sofferto e fecondo, mosso da una sensibilità acutissima, da una precocissima intelligenza, ma soprattutto da una fedeltà emblematica all’inquietudine che lo ha accompagnato nel corso della sua breve esistenza.
In uno dei suoi Idilli [5] maggiori, composto a Recanati, in quella che possiamo definire la sua stagione ormai matura, Leopardi affronta con parole senza tempo la grande questione del significato dell’uomo e del suo andare lungo i tornanti del tempo.
Nello struggente monologo che innalza da latitudini lontane e impalpabili il Pastore errante per l’Asia, il poeta traccia l’itinerario interiore di qualsiasi essere umano, che non vede esaurirsi in sé e placarsi in sé e nelle cose mortali il senso del tutto.

«Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren?
Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?»[6]

Intorno a questi immensi quesiti che il pastore innalza alla luna, si esprime tutta l’attesa di senso e di destinazione che è costitutiva del cuore umano. La realtà provoca, in tutta la sua cogenza. L’atteggiamento della creatura umana è quello di chi non si accontenta fermandosi al primo livello del dato, ma si spinge oltre il significato del dato stesso. Il verbo mirare, che preferisce il poeta, è infatti molto più intensivo del semplice guardare. Nel mirare si esprime tutta la protensione dell’essere umano a guardare, certamente, ma anche con gli occhi del cuore, come notava Il piccolo principe nel capolavoro di de Saint-Exupéry.
L’uomo si proietta oltre il proprio limite, può andare al di là della prima superficie delle cose e dell’orizzonte. Contempla, perciò si stupisce. Si stupisce, perciò domanda.
Il cielo stellato, l’infinito dell’universo, la solitudine metafisica che fa di ogni viaggio «il viaggio» del singolo essere umano, viaggio indelegabile, che ciascuno deve compiere da se stesso, indicano in Leopardi tutta la sua tensione nei confronti del proprio mistero e dell’abisso di domande e di attese che esso reca con sé.
Nell’itinerario leopardiano, lo scoppio delle grandi domande del senso, si accompagna altresì ad una lacerazione dolorosa, che nasce dalla evidenza della propria sproporzione dinnanzi alla risposta totale di tutte le attese e le provocazioni del mistero dell’esistere.
Così ancora riflette Leopardi in quello Zibaldone di pensieri [7] in cui egli ha tracciato sin dagli anni della prima giovinezza, il nucleo del suo sistema e della sua ricerca di poeta e di filosofo.

«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana».[8]

La sproporzione umana

L’essere umano, nel profilo della sua paradossalità, che dice compresenza multidimensionale polarizzata all’oltre e coartata dal limite, soffre e combatte tra questi due opposti sentimenti. Tale sproporzione sul piano della ricerca è delineata ancora dal Leopardi in quel componimento che si concentra sulla questione ultima dell’esistenza umana che è la morte, intitolato Sopra il ritratto di una bella donna scolpito sul monumento sepolcrale della medesima,[9] che come noto, si conclude con una drammatica domanda sospesa dolorosamente:

«Desideri infiniti
e visioni altere
crea nel vago pensiere,
Per natural virtù, dotto concento;
Onde per mar delizioso, arcano
Erra lo spirito umano;
Quasi come a diporto
Ardito notator per l’Oceano:
Ma se un discorde accento
fere l’orecchio, in nulla
Torna quel paradiso in un momento.
Natura umana, or come,
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?
Se in parte anco gentile,
Come i più degni tuoi moti e pensieri
Son così di leggeri
Da sì basse cagioni e desti e spenti?»

In questi versi riecheggia in maniera commovente e lucidissima la sproporzione della struttura umana che è impastata di Desideri infiniti, ma si coglie altresì frale e vile. Capace di sentire tant’alto e coartata dalla povertà del suo essere polve ed ombra.
La domanda sul senso, dunque, si delinea come esigenza dell’essere umano, in fedeltà alla sua struttura costitutiva. L’uomo domanda, poiché questo domandare è radicalmente iscritto nel profilo del suo essere. Ma l’uomo conosce e sperimenta altresì la dimensione dolorosa dell’attesa e della ricerca di una risposta ultima e approdante.
Il percorso leopardiano, in molti suoi passi, presenta le caratteristiche del marceliano presagio dell’approdo. Tuttavia tale presagio non si chiarisce luminosamente in una risposta certa, ma si delinea come il frutto dell’intuizione ragionevole di chi si apre al senso ultimo e onnifondante tutti gli altri significati parziali.
Gli slanci lirici in tale prospettiva, sono molti e suggestivi.
Ancora una celebre strofa tratta dal Canto notturno propone una splendida virata improvvisa, nel tentativo di identificare al meglio la ragione stessa del proprio andare e del proprio esistere.

«Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna».[10]

L’ipotesi che qualche miracolo particolare elevi la natura umana oltre l’esperienza coartante del limite e la ponga al di là dell’attesa dolorosa del significato ultimo di tutto, mai come in questi versi, viene delineata dal Leopardi in tutta la sua chiarezza. Ma non sono le ali della scienza che pur l’uomo ha indossato e sperimentato dopo circa un secolo quelle che gli offrono l’ultima risposta, quella onnifondante, grazie alla quale tutta la vita dell’essere umano si illumina di significato.
Come ammonisce anche Wittengstein: «Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati».[11]
Questo dato profondo viene avvertito senza troppe illusioni anche dal poeta recanatese che con parole disincantate esprime il suo dubbio circa la possibilità dell’uomo di essere autenticamente felice. La felicità vera coincide infatti con il più profondo anelito della natura umana. Ma la felicità si consuma in ultima analisi nell’attesa che plasma l’uomo e lo proietta sempre verso un oltre, nonostante la mediocrità e la noia della vita presente.
L’attesa che puntella di speranze l’itinerario umano, viene riempita dal presagio della destinazione dell’essere umano alla ricerca della pienezza del suo poter essere.

Dostoevskij: le profondità dell’anima

Da latitudini più lontane di quelle del poeta recanatese, troviamo uno dei massimi profeti della letteratura del XIX secolo, il russo Fjodor M. Dostoevskij. L’enorme produzione dostoevskiana si configura come una delle espressioni più straordinarie della letteratura di tutti i tempi.
«Io mostro le profondità dell’anima umana», afferma riguardo alla sua arte lo scrittore.[12]
L’essere umano, in ogni sua angolatura e dimensione, è infatti posto al centro di tutto il suo itinerario di pensatore e di letterato. Ma l’uomo di Dostoevskij non è mai svincolato nella sua struttura costitutiva dal suo rapporto costante con Dio. Così sottolinea Berdiaev: «Ogni idea in Dostoevskij è legata al destino dell’uomo, al destino del mondo, al destino di Dio. La sua opera è una scienza dello spirito».[13]
Le Memorie dal sottosuolo rappresentano un punto di volta fondamentale nella produzione di Dostoevskij. In questo romanzo lo scrittore russo rivolge per la prima volta «consapevolmente e, diciamolo pure, spietatamente lo sguardo a se stesso»,[14] elaborando una profondissima esplorazione dei bassifondi dell’essere umano. Egli ha il coraggio e il merito di aver rifiutato con forza emblematica qualsiasi sovrastruttura e qualsiasi formalismo alienante. Si dà al vizio, come sottolinea Nella Filippi: «non per il piacere sensuale - conosce bene «l’intero spaventoso orrore dell’idea della lussuria» - ma per disperazione e per avere una ragione di vita».[15]
L’uomo del sottosuolo rifiuta tutto ciò che non lo pone sul piano di un esercizio autentico della libertà. Scendere negli appartamenti del sottosuolo significa accettare i costi per liberarsi da qualsiasi forma di libertà estrinseca, attivando di conseguenza un itinerario autentico di libertà interiore.
La riflessione sulla libertà, ha rappresentato una delle tematiche più appassionate di Dostoevskij. La libertà interiore plasma l’uomo e lo pone sui sentieri del senso e della costruzione autentica di se stesso. L’uomo del sottosuolo anticipa in tale direzione tutto l’itinerario maggiore dello scrittore maturo. Proprio in questo testo intravediamo che la ricerca del significato di tutto per l’uomo, passa attraverso un lungo e faticoso cammino, che si dinamizza nella rinuncia ai ruoli imposti dalle attese sociali, nel tendere costantemente ad un oltre tentando di dare un senso ai tanti orrori e mali della storia.
La sofferenza, insieme alla libertà, sono le due strade privilegiate che conducono l’uomo alla scoperta di Dio. Nota Troyat a tal proposito:

«Dio non inghiotte la sua creatura e l’uomo non si perde in Dio. Dio esiste e l’uomo esiste. Sono protetti l’uno dall’altro da un intermediario adorabile: il Cristo. La libertà dell’uomo è forse una sofferenza, ma, finita la prova, per quanto abietto e ferito egli sia, cade nella luce ineffabile di Cristo».[16]

Un esempio mirabile di questa ricerca del senso sui sentieri della libertà e della sofferenza, è rappresentato dall’ultimo romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov.[17] Ivan, rappresenta l’anima filosofica più acuta di tutta la famiglia, colui che pone in essere il terribile personaggio dell’Inquisitore, come alter-ego del Cristo.
Il tremendo interrogativo sul male che attanaglia l’animo di Ivan, diviene un percorso comune alla questione della libertà umana e del suo ultimo significato. L’Inquisitore, come noto, è uno dei personaggi più foschi e drammatici della storia della letteratura di tutti i tempi. Egli si prefigge il compito distruttivo di alienare l’uomo della sua libertà interiore, perché incapace strutturalmente di esercitarla. Alla sua opera devastante, si oppone un Cristo silenzioso contro cui l’Inquisitore oppone ogni sorta di accusa. Egli ha creduto troppo nell’uomo, pensando di potergli affidare la libertà con tutto il regime di sofferenza che il suo esercizio comporta.
Il monologo indimenticabile che il vecchio e ossuto cardinale soffia dinnanzi al volto sereno e impassibile di Cristo, rimane una delle requisitorie più drammatiche delle pagine dostoevskiane. L’Inquisitore non ama l’uomo, perché non ama Dio. Dunque vuole alienarlo, deresponsabilizzarlo, costringerlo a vivere in un «unico grande formicaio».[18] A lui si oppone invece Chi ha scelto con costi personali altissimi e definitivi, la strada dell’amore e della fiducia per l’uomo.
Cristo rilancia il poter essere della creatura fragile, limitata, peccatrice, che è l’uomo stesso. Il significato del male e della sofferenza non possono trovare il facile e scontato capo espiatorio in Dio. L’uomo con la meravigliosa e terribile dimensione costitutiva della libertà, decide invece da se stesso di incamminarsi per una strada che è il bene, o per l’altra, opposta, senza ritorno, che è il male. Ciascuna è possibile, ciascuna stigmatizzata dalle pagine evocative del genio di Dostoevskij.
Per Dostoevskij tutto acquista di senso se solo si incardina attorno a Cristo. Tutta la verità della vita dell’uomo si consuma in questo dato. Il senso di tutto si delinea perché Cristo è la risposta all’assurdo, al non tematizzato, al nulla che minaccia il percorso dell’uomo alla verità. La verità non è per Dostoevskij un’evidenza logica di qualcosa, ma l’esperienza personale dell’amicizia e della compagnia di qualcuno. Cristo non è venuto a condannare l’uomo di pesi insopportabili, ma a riscattarlo e a liberarlo in tutta la sua potenzialità.

Sartre, Camus, Kafka: le tenebre della storia e dell’uomo

Con l’inizio del secolo XX, si è registrato uno dei momenti più tenebrosi della storia. I conflitti bellici mondiali, il genocidio del popolo ebreo, la bomba atomica, le guerre civili che hanno scandito la parabola esistenziale di milioni di esseri umani, hanno siglato, da un punto di vista antropologico le cosiddette fratture epocali, dal momento che l’impossibile è divenuto possibile.
Il frutto di questi nuovi atteggiamenti, è affiorato naturalmente in molti autori letterari del Novecento. Alcuni profeti dell’esistenzialismo hanno delineato l’uomo quale passione inutile, come un pour rien. La posizione di Jean-Paul Sartre si è concentrata, come noto, proprio su questi tratti dell’uomo del XX secolo.
Il sentimento della Nausea,[19] scaturisce infatti dalla percezione sempre più focalizzata e delineata nella pagine del romanzo omonimo, che la vita dell’uomo è un assurdo. La nausea del protagonista del romanzo, Antoine Roquentin, ha una sua ben precisa giustificazione metafisica. Nessuna realtà, nessuna attività può avere realmente mordente di significato. L’uomo si trascina, dolente, tra un divertissement e un impegno apparentemente serio, quale la cultura, la politica, l’arte, ma senza poter sperimentare requie e senso sul piano dell’esistenza, né personale, né collettiva.
Accanto alla posizione sartriana, anche quella delineata da Albert Camus tratteggia l’uomo come un cercatore eroico del senso ultimo della realtà. Diversamente da Sartre, Camus crede che l’esistenza possa avere una giustificazione sul piano dell’impegno, dell’engagement, della rivolta.
Ma anche l’orizzonte camusiano, per quanto più dilatato di quello sartriano, non approda ad un oltre che giustifichi in sé l’uomo e il suo viaggio. La morte felice,[20] uno dei romanzi più strutturalmente incompiuti di Camus, ma tra i più significativi per i tratti antropologici che in questa opera giovanile l’autore fresco di studi filosofici, delinea con felice sintesi, che il senso ultimo dell’esistenza umana si matura e si irrobustisce nella prospettiva di vivere per conseguire una morte felice, cioè vissuta nel pieno delle proprie possibilità di coscienza e di scelta. La morte, dunque informa di senso la stessa vita dell’uomo. Tuttavia Camus si ferma al capolinea del dato insopprimibile che conclude la vicenda umana. Oltre la morte la risposta scolorisce o scompare del tutto.
Altro grande rappresentante dell’inquietudine e della ricerca dell’uomo contemporaneo, è il praghese Franz Kafka. Non c’è autore del XX secolo più proteso ad un oltre che allo stesso tempo si pone come polo di attrazione e di repulsione, di attesa e di rifiuto.
L’universo kafkiano è aggrovigliato in una matassa di angoscia che permea tutta la realtà come un terribile mondo di dolori e di miserie, nel quale l’uomo deve vivere la sua battaglia personale tra sconfitta e rilancio. L’itinerario intensissimo e personale compiuto dall’autore nei suoi Diari [21] rimane un punto di riferimento fondamentale per la comprensione dell’uomo kafkiano.
Egli è dilaniato dal sentimento del peccato, della colpa, dalla terribile percezione della desolazione interiore. Il peso inderogabile dell’esistenza oscilla tra disperazione e minaccia dell’assurdo in cui tutti, senza distinzione, sono potenzialmente risucchiati. Una potente immagine collega tutti i temi: «Due bambini, soli in casa, entrarono in un grande baule, il coperchio si chiuse, essi non poterono aprire e soffocarono».[22]
Tuttavia nell’opera kafkiana, accanto a ritratti così tanto disperati circa l’incombere tragico e ineluttabile dell’assurdo nell’esistenza umana, si intravede nonostante tutto, anche il tentativo di formulare un certo riscatto. Ne sono un esempio, come anche sottolinea Mittner, le ultime pagine del Processo o del Castello.[23] Particolarmente suggestivo appare uno dei Racconti più misteriosi e brevi dell’autore a tal riguardo, Il messaggio dell’imperatore.[24] Il messaggero è stato inviato dall’imperatore sul punto di morte agli estremi confini della terra. Egli ha raccolto sul letto di morte un importantissimo lascito del sovrano. Ma questo viaggio si dilata attraverso il tempo e lo spazio senza approdo. Gli ostacoli del viaggio, la folla che si interpone al messaggero già all’interno del palazzo imperiale, le enormi distanze da coprire, rendono l’impresa del recapito impossibile. Tuttavia un misterioso destinatario attende comunque, alla finestra, sognando di quel messaggio quando viene la sera.
L’uomo tenta di assaltare la realtà ostile con tutti i mezzi umanamente possibili, ma l’impresa si rivela inadeguata, poiché tutti gli ostacoli quali forme non vere, ma necessarie della verità, rendono insuperabile lo spazio tra il singolo e la verità stessa. Che essa sia in qualche modo esistente, non è dubitato. Ma il singolo sarà escluso dolorosamente dal suo possesso. Tuttavia l’atto di fede di chi attende, nonostante tutto, con fedeltà un senso di nuovo, resta l’immagine potentissima che conclude il racconto.
La ricerca di Kafka, dunque, non si può certamente liquidare soltanto come l’opera della disperazione e del nulla. La fedeltà ai testi kafkiani indica piuttosto un moto verso un disperato bisogno di comunione con qualche cosa di assoluto. Illuminante in tal senso la Considerazione 97:

«Solo quaggiù il dolore è dolore. Non nel senso che coloro che soffrono in questo mondo debbano venire esaltati altrove in premio alle loro pene, ma nel senso che ciò che in questa vita si chiama dolore, in un’altra vita, pur restando immutato e liberato soltanto nel suo contrario, diventa beatitudine».[25]

La protensione verso un oltre che delinea dunque lo scenario di questo mondo come un passaggio transeunte, appare talvolta illuminata in alcuni passaggi dei Diari:

«L’uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa di indistruttibile in sé, la qual cosa non esclude che, sia tale fiducia, sia quell’elemento indistruttibile, gli possono restare perennemente nascosti. Uno dei modi coi quali può esprimersi questo nascondimento è la fede in un Dio personale».[26]

Kafka esprime la necessità di un attesa che correda di senso e speranza il lungo, tormentato viaggio dell’homo viator. Come afferma Nella Filippi: «L’opera di Kafka può essere definita la traduzione in miti della situazione dell’uomo in preda al tormento tra il nascondimento e la morte di Dio. Se è morto, però, vive in noi con la sua nostalgia».[27]

Ungaretti: dolore e nostalgia

La prima parte del Novecento, è stata altresì segnata – tra i molti – dalla ricerca di un grandissimo poeta italiano, Giuseppe Ungaretti, uno dei massimi esponenti della corrente dell’ermetismo. Tutta l’esistenza di Ungaretti, è stata scandita da una costante riflessione sulla tematica del dolore. La stessa descrizione che Ungaretti fa di se stesso, lo stigmatizza come uomo di pena. Interessante è notare che l’esordio del poeta, avviene in un momento estremamente doloroso della sua esistenza personale.
Il maestro infatti, è coinvolto durante il primo conflitto bellico, nella terribile esperienza del fronte e della trincea militare. Di questo itinerario consumato quasi interamente in territorio di confine, sul Carso, Ungaretti conserva come noto, un gruppo di poesie, scritte spesso a caldo, nel riposo tra le marce estenuanti sul dorso delle montagne e gli assalti inflitti o subiti da parte di altri soldati, sdraiato nel fango, con un lapis tra le dita, con cui segna i versi in un quadernetto che reca con sé.
Così nasce la raccolta Il porto sepolto pubblicata nel 1916. In questa raccolta si suggella una delle espressioni più straordinarie della capacità costitutiva propria dell’uomo di tentare di colmare di significato anche gli orrori più estremi.
L’essere umano, pur nell’estenuazione estrema del suo fisico, delle sue riserve psicologiche, può ammantare di senso, l’assurdo che incombe. Ne è esempio un noto componimento scritto nell’imminenza del Natale del 1915, che ritrae una scena raggelante e paradossale, intitolato Veglia.

«Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
Tanto
attaccato alla vita».[28]

Evidente è la compresenza delle due forze che aprono e chiudono la vicenda umana, la Vita e la Morte. Ove la morte spadroneggia, la vita impera, nonostante tutto. Il limite dell’essere, rappresenta per Ungaretti la balaustra dell’oltre dell’essere.
La nostalgia pungente di Dio, come ultimo approdo del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è delineato come una spatolata in quel componimento brevissimo, di intensa suggestione, intitolato Dannazione.

«Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?»[29]

Nel carcere che è rappresentato da tutto ciò che finisce, l’uomo si scopre strutturato a qualcosa di Totalmente Altro. Le stelle lontane, le mute e solinghe amiche del pastore leopardiano, non sono sufficienti a fondare da loro stesse il senso ultimo del mistero dell’uomo. Dinnanzi alla percezione della precarietà del creato stesso, l’uomo si riscopre teso a bramare la compagnia di Dio. Nonostante la pena dell’esistenza, è possibile tracciare un percorso, cogliere un senso secondo e segreto, incamminarsi verso una meta.
Di tale prospettiva, rimane espressione emblematica una poesia intitolata Pellegrinaggio.

«In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinala
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare nella nebbia».[30]

Il senso di questo pellegrinaggio così estenuante, così doloroso, è alimentato da qualche piccola illusione, grazie alla quale una scintilla di coraggio illumina la nebbia solida dell’esistenza, rendendola meno ostile, più umana. La parola poetica dunque è cura permanente, perché strappa la palma della vittoria all’assurdo, mentre questo duella con l’essere. Ne è testimonianza la poesia ultima della raccolta, dedicata ad Ettore Serra, che fu il primo editore del Porto sepolto. Si intitola Commiato.

«Gentile
Ettore Serra
Poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso».[31]

L’approdo al significato è garantito dall’avere dato un nome e un senso a ciò che prima giaceva nel silenzio, nel non tematizzato, nel non compreso. L’uomo può così sperimentare il sentimento di un approdo, nella notte dolorante dell’esistenza. La questione del senso, come abbiamo potuto evidenziare, è spesso correlata alla domanda sul male, sulla sofferenza, sulla morte.
L’uomo si ripropone con drammatica attesa dinnanzi a se stesso, specialmente quando si sente in pericolo per la percezione del vortice del nulla dell’essere.

Frankl: il significato per salvarsi dal vuoto

Uno straordinario maestro ha in anni recenti offerto nuove piste di terapia e di ricerca alle malattie dell’anima. La logoterapia di Viktor E. Frankl, ha segnato, come noto, una svolta epocale nell’approccio all’essere umano e alla sua cura.
L’uomo può moltiplicare i dati della realtà. Ma questo non placa il suo cuore, strutturato ad inquietudine costitutiva. Egli desidera invece il significato del dato. Come noto, Frankl è sopravvissuto all’esperienza terrificante del lager di Auschwitz e di Dachau grazie ad un esercizio sistematico di logoterapia applicato a se stesso.
La direzione dell’homo patiens, afferma Frankl, non si esaurisce sul piano della pura orizzontalità, ma si incammina invece nella prospettiva della verticalità. Soltanto così l’uomo può salvarsi dal vuoto e dalla malattia del vuoto.
Durante una visita che Frankl fece presso il carcere di St. Quentin in California, egli parlò ad un gruppo di prigionieri nei quali era presente un detenuto che doveva essere giustiziato entro tre giorni. Gli si chiese di rivolgergli qualche parola di consolazione.
Nel turbamento e nell’imbarazzo di quel momento, Frankl gli narrò una novella celebre di Tolstoj, intitolata La morte di Ivan Iljitsch. Si tratta di un uomo di circa 60 anni che viene a sapere improvvisamente che morirà entro un paio di giorni.

«Egli si accorge che la sua vita è stata proprio senza alcun significato e che l’ha sprecata tutta. Ma, partendo dall’intuizione che in questo modo recepiva qualcosa della sua vita apparentemente senza significato, sorge e si innalza al di là di se stesso. In tal modo diventa capace di inondare retroattivamente la sua intera vita di significatività. Ebbi più tardi degli indizi che ero riuscito a comunicare questo messaggio di Tolstoj ai prigionieri di St. Quentin».[32]

Significato verso il mistero

L’uomo dunque è strutturato per il significato. La nostra epoca più di ogni altra ha tentato di soffocare o di banalizzare la grande domanda sul senso, esorcizzando il dolore e la sofferenza con l’ipertrofia del piacere o del successo.
Narcotizzando e mutilando i piani dell’ontos per potenziare quelli del videor.
In tale prospettiva assume dunque il carattere di sfida per tutte le scienze umane, il rifocalizzare il concetto di vuoto esistenziale, di sofferenza interiore, nel tentativo di ricercare il senso più vero e definitivo, fondante l’intera esistenza.
L’uomo sa puntellare di significati le singole situazioni, per riuscire a leggere poco a poco il mosaico della propria vita.
Con parole profetiche lo intuiva ancora Ungaretti:

«Ma noi sappiamo benissimo che, se per l’uomo tutto poggia su un dato oscuro, nessuno sarà mai in grado di risolversi umanamente in tale dato senza confondersi perdersi e annullarsi; e anche sappiamo, non meno bene, che non ci saranno mai luci umane [...] capaci di renderci mensurabile tale dato, da rendercelo tale da vederci finalmente chiaro».[33]

La realtà dell’uomo, è costitutivamente strutturata al mistero. Il grande mistero che è l’uomo, come rammenta Agostino,[34] non può trovare pienezza d’approdo e di senso, se non proiettandosi verso un altro mistero, quello del Totalmente Altro. L’uomo nel suo andare, con il viatico di sofferenza, di ricerca alla verità, di speranza, di sconfitta, di rilancio, di libertà che reca con sé, traccia itinerari di storia mirabili.
Il fondamento ultimo e assoluto, come ha evidenziato anche gran parte della ricerca letteraria, «non può, in ultima analisi coincidere con un contenuto condizionato di esperienza, con un valore immanente nella storia».[35] Si esige perciò che venga colto su un livello di trascendenza.
Così sintetizza Wittgenstein:

«Credere in Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire che la vita ha un senso. Il mondo mi è dato, vale a dire la mia volontà si volta al mondo completamente dal di fuori, come a un fatto compiuto».[36]

La pienezza di significato è assicurata pertanto, nella misura in cui si coglie la certezza, pur nelle ombre e nelle nebbie fitte dell’esistenza, che nulla può darsi senza il significato della pienezza. Soltanto così l’Homo viator, si percepisce in cammino verso una destinazione e una casa.

 
NOTE

[1] Cf Agostino, Confessioni, 1,1,1; PL 32, 661.

[2] A. Blanchet, La littérature et le spirituel, vol.I, Paris,  Aubier,1959, p. 11.

[3] D. Sölle, Il viaggio, citata da J. Imbach in Introduzione a La leggenda del grande Inquisitore, Ed. Messaggero, Padova, 1982, p. 37.

[4] Cf S. Palumbieri, L’uomo, questa meraviglia, Urbaniana University Press, Roma 1999, p. 45.

[5] G. Leopardi, Canti, a cura di G. e D. De Robertis, Mondadori, Roma 1987.

[6] Id, Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, in Canti, op. cit., p. 311 sgg., vv. 79-89.

[7] G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Mondadori, Milano, 1987.

[8] Id, LXVIII.

[9] G. Leopardi, Canti, op. cit., p. 412, vv. 39-56.

[10] Id, p. 311 sgg, vv. 133-138.

[11] L. Wittengstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, Torino 1980, n. 652.

[12] F.M. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, BUR; Milano 1995, p. 17.

[13] A. Berdiaev, L’esprit de Dostoevskij, Paris 1976, p. 21.

[14] Cf A. Moravia, Introduzione a Memorie dal sottosuolo, op.cit., p. 5.

[15] N. Filippi, Le voci del popolo di Dio, Editiones Academiae Alfonsianae, Roma 2004, p. 28.

[16] H. Troyat, Dostoievski. Vita tragica e avventurosa, Milano 1948, p. 212.

[17] F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi, Torino 2005.

[18] Id, p. 341.

[19] J.P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino, 1990.

[20] A. Camus, La morte felice, BUR, Milano 1997.

[21] F. Kafka, Diari, 2 voll., Milano 1966.

[22] Id, p. 604.

[23] Cf  L. Mittner, La letteratura tedesca del Novecento, Torino,1960, p. 289.

[24] F. Kafka, Il messaggio dell’Imperatore, in Romanzi e Racconti, Milano, 1973, pp. 250-251.

[25] Id, Confessioni e Diari, Milano 1971, p. 807.

[26] Id, p. 801.

[27] N. Filippi, Le voci del popolo di Dio, op. cit., p. 93.

[28] G. Ungaretti, Vita d’un uomo, Mondadori, Milano 1992, p. 29.

[29] Id, p.35.

[30] Id, p. 46.

[31] Id, p. 58.

[32] V.E. Frankl, in Logoterapia applicata, a cura di E. Fizzotti e R. Carelli, Ed. Salcom, Varese, p. 55.

[33] G. Ungaretti, Ragioni d’una poesia, in Vita d’un uomo, op. cit., p. LXIX.

[34] Cf Agostino, Confessioni, 4,4,9; PL 32,697.

[35] S. Palumbieri, L’uomo, questa meraviglia, op. cit., p. 293

[36] L. Wittengstein, op. cit., pp.174-175.

(L’articolo è un saggio tratto dal libro – a cura di M. Mantovani e M. Amerise – Fede, cultura e scienza, LEV 2008)