Il potere di un sogno. Martin Luther King (1929-1968)

Inserito in NPG annata 2008.


Massimo Aprile

(NPG 2008-09-59)


Era affacciato al balcone dell’albergo alla fine di un’altra giornata di impegni defaticanti: riunioni, organizzazione dello sciopero dei netturbini, riflessione sulla strategia più generale del movimento. Stanco ma anche preoccupato prendeva una boccata d’aria sul balcone del Lorraine Motel di Memphis. Era il 4 aprile del 1968. Proprio lì scambiò una chiacchiera con un musicista afro, Ben Branch, affacciato al balcone di fronte. Branch la sera avrebbe tenuto un concerto a cui Martin aveva intenzione di andare. Lo scambio di battute è amichevole e si conclude con una richiesta: «Sarei lieto se potesse eseguire, tra gli altri, anche ‘Take my hand, precious Lord», perché è un canto a cui tengo molto’.
Pochi istanti dopo un fucile, qualche metro più in là, sputò una pallottola che con millimetrica traiettoria gli trapassò la guancia, gli spappolò la mandibola, gli recise la colonna vertebrale, e si fermò dentro una spalla. Anche se il decesso fu fissato a un’ora dopo, molti convengono che sopraggiunse istantaneamente alle 18,01. Lui, la vittima, era Martin Luther King junior, il leader indiscusso del movimento dei diritti civili. Affianco a lui, immortalati da una foto con la quale indicano il luogo dal quale il colpo era presumibilmente partito, i collaboratori di sempre: Jesse Jasckson, Ralph Abernathy, Andrew Joung, James Bevel and Samuel «Billy» Kyles, dei quali si sentirà parlare molto in seguito.
Le ultime parole di un uomo, spesso rivelano qualcosa di importante del mistero di una vita. Ma King non sapeva che quelle sarebbero state le ultime… Tuttavia basta riascoltare quel canto (e se ne trovano diverse versioni anche su You Tube) per capire che in quell’inno, scritto da un membro della chiesa battista di Atlanta, c’era qualcosa dell’uomo:

«Prendimi per mano, prezioso Signore
e guidami a casa.
Quando il giorno declina
e le tenebre della notte calano,
prendimi per mano, perché sono stanco, sono debole e sono solo».

L’inno fu poi eseguito dalla grande cantante Mahalia Jasckson qualche giorno più tardi al suo funerale.
Stentiamo a credere che l’uomo «debole, stanco e solo» fosse l’eroe dei diritti civili. Questa idea non corrisponde alla consueta immagine iconografica del personaggio. Eppure se si riascoltano le parole che pronunciò la sera prima nel sermone tenuto nella Chiesa di Dio a Memphis, e si guardano, nelle immagini di repertorio, i suoi occhi, si capisce il suo stato d’animo del momento.

«Abbiamo davanti a noi giorni difficili. Ma questo veramente ora non mi preoccupa. Poiché sono stato sulla cima della montagna. Anche a me come a chiunque altro, piacerebbe vivere una lunga vita. La longevità ha il suo valore. Ma adesso non è questo che mi preoccupa. Voglio solo fare la volontà di Dio. Egli mi ha permesso di salire sulla montagna. Ed io guardo al di là e ho visto la terra promessa. Può darsi che io non ci arrivi con voi, ma voglio che sappiate che noi come popolo arriveremo alla Terra promessa. Così questa sera sono felice. Non sono turbato da niente. Non ho paura di nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria dell’avvento del Signore».

Le parole sono chiare e confermano quelle dell’inno che avrebbe voluto ascoltare a quel concerto a cui non poté mai recarsi. C’era in King un forte presagio di morte imminente. Il sentimento della sua grande vulnerabilità si accompagnava ad un altrettanto senso di solitudine. Non doveva trattarsi di una semplice percezione esistenziale, ma di una solitudine e vulnerabilità divenute anche politiche.
Perché?
Perché l’uomo che era stato insignito del Nobel della pace solo qualche anno prima (1964), e che aveva avuto tanti consensi sia nel suo paese che nel mondo, era così solo, tanto che qualcuno, con cinica ironia gli aveva lievemente emendato il nome in Martin Looser King (Martin il perdente)?

Un passo indietro

Per rispondere a questa domanda, e per cogliere qualcosa della evoluzione culturale, politica e spirituale del personaggio, dobbiamo fare un passo indietro. Per ovvi limiti di spazio non possiamo ricordare tutte le tappe della sua vita, a cominciare da un’infanzia tutto sommata protetta, in un quartiere della classe media di Atlanta. E neppure possiamo soffermarci più di tanto su quei 13 intensi anni del suo ministero pubblico di leader politico che coincidono col suo ministero pastorale.
Mi limiterò quindi, a tre tappe del suo percorso, sperando che da una parte stimolino il lettore a impegnarsi nell’approfondimento di una delle sue biografie, e dall’altra ci aiutino a trovare la risposta al «perché» di sopra.

ATTO PRIMO
L’eroe di Montgomery

Le cose erano accadute con una velocità inattesa. Martin era al suo primo incarico ecclesiastico. Eletto pastore dalla comunità, come si usa nelle chiese battiste, cominciò il suo servizio accompagnato dalla moglie, Coretta Scott, e dalla loro primogenita Yolanda. Aveva conosciuto Coretta a Boston negli anni dell’Università. Martin era decisamente un privilegiato. Aveva frequentato le migliori scuole accessibili ai neri del tempo. Al Morehouse College aveva avuto, soprattutto nel preside Benjamin Mays, un intellettuale molto stimato dalla comunità afroamericana, un maestro di vita e un modello di impegno. Mays apparteneva a quella esigua élite intellettuale nera che sapeva dire la propria protesta verso le mille leggi razziali Jim Crow, con profonda conoscenza storica e con grande capacità comunicativa.
King aveva poi studiato al Seminario Battista «Crozer» in Pennsylvania, e qui aveva avuto, soprattutto in G. W. Davis, un altro insigne maestro, che lo aveva introdotto al linguaggio più sofisticato della teologia, affrancandolo da ogni scoria di «fondamentalismo» che in varie forme si rintracciava nelle chiese nere. Infine era arrivato a Boston ad una prestigiosa università, dove si era impegnato per conseguire il dottorato, approfondendo in filosofia il personalismo e in teologia il pensiero del grande Paul Tillich.
Dunque il giovanotto ventiseienne che arriva a Montgomery è decisamente una persona che ha ricevuto una robusta formazione culturale, tutta teorica, naturalmente. Martin si esprime molto bene. Le sue predicazioni sono molto curate esegeticamente, come si addice ad un pastore togato, ma anche comunicano il calore della spiritualità nera, fatta di lunghe pause, di canti struggenti e poi travolgenti e soprattutto una spiritualità radicata nella speranza di un intero popolo stanco delle tante leggi locali, tutte chiaramente incostituzionali, che l’asfissiavano dalla culla alla tomba.

Cosa accade, quel 1° dicembre 1955, storica tappa della cronologia del movimento? Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto ad un bianco su un autobus di linea di Montgomery e per questo, come era accaduto tante volte prima, fu malamente apostrofata dal conducente, poi arrestata e multata.
Sugli autobus vigeva infatti una regola per la quale i neri potevano occupare soltanto dei posti in fondo e dovevano cedere il posto ai bianchi in piedi in caso di affollamento e questo senza alcun riguardo al sesso o all’età. Era una delle tante leggi promemoria, che doveva ricordare ai neri la loro inferiorità. Ogni tanto la Corte Suprema ne dichiarava illegittima qualcuna, come era accaduto nel maggio del 1954, in cui aveva dichiarato incostituzionale il sistema di segregazione scolastico. Ma spesso poi, queste dichiarazioni di principio, non avevano un impatto sulla realtà e tutto dopo un po’ restava immutato, soprattutto nella piccola provincia degli Stati del Sud, come Montgomery.
Rosa Parks, comunque, non risponde al cliché della servetta stanca, che di ritorno dal lavoro si rifiuta di cedere il posto e quindi, quasi involontariamente, genera la scintilla che determina il grande boicottaggio degli autobus. Al contrario, Rosa Parks, allora una donna di 42 anni, aveva una forte coscienza della sua negritudine. Altre volte si era cercato di dar fuoco alle micce per innescare una ribellione, ma quasi sempre erano stati fuochi di paglia puniti dai tribunali locali e più sbrigativamente sanzionati dal Ku Klux Klan (KKK) che aveva nella vicina Atlanta il suo quartier generale. Rosa Parks aveva partecipato ai seminari della Highlander Folk School del Tennessee, una sorta di scuola di base per i diritti civili, tesa proprio a coscientizzare i neri e i lavoratori dei loro diritti.

Il boicottaggio

Insomma, come tutti sappiamo, e come King racconta nel suo libro Stride Toward Freedom, questa volta l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile della donna misero in moto un grande e lungo boicottaggio.
Benché Ralph Abernathy fosse il pastore da più tempo in città e quello già da tempo impegnato per la causa, il pastore King, giovane e intellettuale fu individuato come leader. Sapeva parlare, aveva le idee chiare, ed era molto fiero.
Nel periodo poco più lungo di un anno durante il quale i neri boicottarono i mezzi pubblici a Montgomery, accaddero molte cose importanti per gli stessi neri di Montgomery e per l’immagine pubblica di quel brillante predicatore battista.
Per la comunità afroamericana fu un tempo che chiamerei di «gestazione della autostima». Il popolo cioè, mentre giorno per giorno doveva inventarsi mille soluzioni per recarsi al lavoro, compreso un sistema informale di trasporto pubblico, subito vietato dalle autorità, mentre era costretto a lunghe camminate per andare al lavoro, vedeva crescere il senso del rispetto di sé che in persone che per secoli erano state schiavizzate, umiliate, reificate, era interamente da costruire.
Alcune donne bianche, che avevano domestiche nere, le andavano a prendere in auto fino a casa, perché avevano bisogno del loro lavoro. Immaginate la scena: una donna bianca che va a prendere a casa una donna nera per accompagnarla al lavoro!
La compagnia degli autobus giunse presto sull’orlo del fallimento, essendo la popolazione nera quella che all’80% faceva uso dei mezzi pubblici.
Per parte sua Martin Luther King, ebbe la possibilità di mettere insieme alcuni aspetti della sua formazione e delle sue convinzioni filosofiche e religiose, con la prassi e le difficoltà che gli si presentavano ogni giorno.
Ad esempio, egli fin dall’inizio aveva voluto che la protesta fosse nonviolenta. Si trattava di una strategia che aveva nella parole di Gesù e nella applicazione politica di Gandhi il proprio fondamento. «Gesù ci offre le motivazioni e Gandhi la strategia» aveva detto. Beninteso, tutto questo non era il frutto di una originale combinazione compiuta da King. La comunità afroamericana aveva fin dagli anni Trenta rapporti con la nonviolenza gandhiana come strumento di lotta politica. Si racconta che in una delle visite di una delegazione afroamericana in India per incontrare Gandhi quest’ultimo abbia chiesto loro, alla fine della conversazione, di cantare il negro spiritual «Were you there when they crucified my Lord?» (C’eri tu quando crocifissero il mio Signore) e che dopo abbia detto qualcosa circa la sua convinzione che i neri di America avrebbero applicato con eguale efficacia la strategia nonviolenta alla loro lotta di emancipazione, come lui aveva fatto contro il regime coloniale inglese.
Tutte queste convinzioni e propositi erano fondati su un certo ottimismo, anche perché King rivendicava dalla sua parte la Costituzione oltre che la Dichiarazione di Indipendenza.
La realtà quotidiana però era scandita dagli attentati dinamitardi, tra cui quello contro la sua stessa abitazione che solo per caso lasciò incolumi la moglie e la bambina, dalle continue intimidazioni del KKK, dalle telefonate minatorie, che avevano lo scopo di logorare psicologicamente i leader.
Ma alla fine di questi tredici mesi di sacrifici collettivi e di provata resistenza dei loro leader, che mostrarono di non aver paura e di non lasciarsi prendere da spirito di vendetta neppure quando essi stessi erano stati bersaglio delle violenze, nacque un movimento forte, capace di proporre ed esportare la lotta in altre città del Sud e non solo.
Quando la Corte Suprema dichiarò la illegittimità della prassi della segregazione sugli autobus, King fece i primi viaggi con quelli che avevano partecipato al boicottaggio, esultando con loro.
A Montgomery si era dimostrato un teorema importante: la lotta paga. Si può vincere anche con la nonviolenza. I neri potevano credere in loro stessi anche perché avevano dei leader all’altezza del compito.
E fu così che il giovane pastore divenne, in breve, personaggio, conosciuto in tutto il Paese. Il «Time», il famoso magazine, lo mette in copertina, come uomo dell’anno. Sull’onda di questa popolarità, King fonda e presiede una associazione, la SCLC, che sarà il braccio politico organizzativo del movimento.
Nonviolenza, capacità di incidere politicamente mediante il boicottaggio o atti di disobbedienza civile e forte leadership capace di dare voce e organizzazione al movimento sono la sintesi di questa prima fase, che chiamerei della forza della giovinezza del movimento.

ATTO SECONDO
Dalla protesta rurale all’impegno nelle città

Per limiti espositivi, salto ad un’altra fase della vita di King e del movimento. Da Montgomery, mi sposto nello spazio e nel tempo a Birmingham, Alabama, in quel fatidico e tragico anno 1963.
La campagna «C» (Confrontation) era stata voluta da alcuni leader locali, come Alfred Shuttlesworth, pastore battista, attivista del movimento, uomo d’azione e di audacia.
Birmingham era diversa da Montgomery. Una città di circa 300.000 abitanti, divisa più o meno a metà tra bianchi e neri. Una città con un grande polo siderurgico e una forte presenza anche operaia.
La campagna era qualitativamente diversa da quella di Montgomery. Questa volta era preparata fin nei dettagli e deliberatamente messa in atto per generare quella tensione creativa, come la chiamava King, che da una parte doveva manifestare il bubbone del male razziale che affliggeva l’America e, dall’altra, mirava ad estirparlo con iniziative di marce, proteste e sit-in quotidiani.
Era anche prevista la reazione della polizia locale, capeggiata da un nemico irriducibile, Bull O’Connor, il quale era anche frustrato per non aver vinto le elezioni locali a sindaco. Si prevedeva che gli arresti avrebbero, come accadde, riempito le prigioni della contea, e quindi altrove i simpatizzanti del movimento, tra cui personaggi dello spettacolo come Harry Belafonte, si davano da fare per finanziare la campagna e per pagare le cauzioni per far uscire i manifestanti arrestati.
Se Montgomery era stato un successo per la capacità di cogliere il momento favorevole, Birmingham era qualcosa di diverso, un vero e proprio collaudo della macchina organizzativa, in vista di campagne ben più impegnative nelle grandi città del Nord come New York e Chicago.
La scelta del momento fu altrettanto strategica. Si scelse la settimana di Pasqua, un periodo di notevoli affari per i commercianti del centro e un momento considerato «solenne» dai tanti che combattevano con la speranza evangelica nel cuore.
Le marce e i sit-in nel centro della città, per andare ad occupare i posti, in bar, ristoranti e altri edifici pubblici vietati ai neri, erano preceduti da un training nonviolento obbligatorio. Solo chi si impegnava a condurre la lotta in maniera nonviolenta era ammesso. Nella chiesa battista della 16ª strada, ogni sera si cantava, si ascoltava un coinvolgente black preacher e ci si preparava con dei veri e propri giochi di ruolo in cui si simulava la provocazione e l’aggressione dei razzisti, per misurare ed esercitare la propria capacità di autocontrollo.
Le prime marce fecero subito capire di che pasta era fatto il capo della polizia. I primi scontri, i primi arresti arrivarono subito. Per il venerdì santo arrivò anche la decisione del giudice locale di proibire le manifestazioni. Sul giornale locale, nel frattempo, i leader religiosi bianchi di diverse chiese, compreso anche un rabbino, avevano chiesto a King di sospendere le manifestazioni in ossequio alla settimana santa, accusandolo di essere un agitatore e un estremista venuto da fuori a turbare la quiete della città. Il male del razzismo non veniva negato, ma ci si appellava alla pazienza dei neri, invitandoli ad aspettare il giorno in cui le cose si sarebbero messe a posto.

«Estremista dell’amore»

Tra King e gli altri leader ci fu una animata discussione sulla opportunità di obbedire alla decisione del giudice. Alla fine decisero di marciare comunque. Ci furono scontri e arresti e lo stesso King, che qualcuno addirittura diceva essere stato ucciso, fu imprigionato e posto in isolamento. Intanto uno straordinario mezzo di comunicazione di massa, la televisione, che era entrata nelle case di tante persone, non solo negli USA, cominciava a mostrare al mondo le vergogne americane. Vergogne che ridimensionavano molto l’autorevolezza della più grande democrazia del mondo.
In carcere, approfittando dei pochi momenti che ormai aveva per pensare, King si dedicò alla stesura di una lettera in risposta a quella «aperta» che i leader religiosi bianchi avevano fatta pubblicare dalla stampa. Il testo è un capolavoro. Spazia dalla riflessione giuridica su cosa sia una legge giusta o ingiusta e su quali modalità di comportamento sono necessari per trasgredire ad una legge ingiusta. Per arrivare a considerazioni più generali che riguardano la giustizia, la nonviolenza e il carattere «estremista» della sua azione, King non esita a paragonare il suo estremismo a quello di Cristo e a denunciarsi come «estremista dell’amore».
L’autorevolezza della risposta lo laurea come un Padre della Patria, non meno di un Jefferson o Lincoln.
Ma ciò che impresse alla campagna una spinta decisiva per la sua vittoria, mirata anche in questo caso ad un accordo quadro per superare le leggi segregazioniste, fu la decisione, molto sofferta di lasciar partecipare anche i ragazzini alle manifestazioni. Furono loro la vera arma segreta della campagna.
Quest’anno, in occasione di una delle manifestazioni che la nostra Unione di chiese battiste in Italia, ha organizzato per ricordare i quaranta anni dall’assassinio di King, abbiamo avuto tra gli ospiti anche Karoline McKinstry, una donna che all’epoca apparteneva a quella larga schiera di bambini manifestanti e dalla sua testimonianza abbiamo ascoltato l’importanza strategica del coinvolgimento dei bambini nelle manifestazioni.
Quando Bull O’ Connor sguinzagliò i cani poliziotto contro quei bambini gioiosi, quando li sferzò violentemente con gli idranti, fu troppo per tutti, anche per il presidente John Kennedy che intervenne personalmente telefonando a Coretta e dichiarando la sua indignazione per quanto stava accadendo.
Sicché fu proprio lo Stato federale e l’esercito a difendere il movimento.
Nel mese di maggio del 1963 molti degli obiettivi furono quindi raggiunti. Ma Birmingham, e soprattutto i suoi bambini, pagarono un prezzo di sangue per quella vittoria, perché il 15 settembre di quello stesso anno una bomba esplose di domenica mattina in quella chiesa della 16ª strada che era diventata simbolo del movimento. Quattro bambine rimasero uccise nell’attentato.

Di questo stesso anno due cose ancora vanno ricordate.
La prima è la Marcia dei 250 mila del 28 agosto a Washington. Una marcia con una adesione straordinaria, che aveva come obiettivo quello di dare ai neri accesso reale al voto, impedito da mille difficoltà, e mirava a una legge quadro del governo federale sui diritti civili. Questa fu la manifestazione in cui King tenne il famoso discorso sul «sogno» I Have a Dream. Un discorso nei contenuti non del tutto nuovo per King, ma che nella spontaneità e nella cornice in cui fu pronunciato ebbe un’eco che non si è mai più spenta. Il «sogno» di King comprendeva il sogno americano ben oltre la versione rozza del far carriera e ottenere successo anche economico. Era il sogno di quei Padri Pellegrini del 17° secolo che avevano inteso costruire un paese in una Terra nuova come una «Città sulla collina» (il riferimento biblico è al Sermone sul Monte riportato dal Vangelo di Matteo, quello storico è ad un famoso sermone predicato da Winthrop sulla nave «Arbella», una delle navi dei Padri Pellegrini) dove si potesse professare la propria religione liberamente e dove fosse acquisito che tutti gli uomini sono creati eguali e godono del diritto alla via, alla libertà e al perseguimento della felicità, come più tardi avrebbe affermato la Dichiarazione di Indipendenza.
Questo era il «sogno» di quella parte dell’America che era rimasta fino a quel momento ancora sotto il peso schiacciante della schiavitù prima e delle leggi razziali poi.
La seconda cosa da ricordare ovviamente, è che il 22 novembre di quello stesso anno, il presidente J. F. Kennedy fu assassinato a Dallas nel Texas e l’America conobbe una pagina tra le più buie e inquietanti della sua storia.
Il 1963 e la campagna di Birmingham segnano la piena maturità del movimento, capace di porre all’ordine del giorno obiettivi politici alti per l’intero paese. Il movimento non è senza detrattori all’interno della stessa comunità nera (come dimostra l’ala oltranzista e separatista capeggiata da Malcom X), ma per contro riceve un grande sostegno, anche finanziario, da quella parte liberal della società bianca in vasti settori del Nord del Paese. A dimostrazione di questa forza c’è finalmente la legge federale, il Civil Right Act, fatta approvare dal nuovo presidente Lyndon Johnson nel luglio del 1964 e l’assegnazione del premio Nobel per la pace consegnato a King nel dicembre dello stesso anno a Oslo.

ATTO TERZO
Dal movimento per i diritti civili alla lotta contro la guerra in Vietnam e contro la povertà

Gli ultimi tre anni della vita di King, nel periodo che comincia dall’assassinio di Malcom X nel febbraio del 1965, segnano una svolta abbastanza significativa della sua riflessione personale e della sua strategia.
Come ha dimostrato una interessante biografia intrecciata di King e Malcom, scritta da James Cone, un professore dello Union Theological Seminary di New York, i due personaggi, dapprima uno speculare all’altro, si avvicinano. King, anche in virtù delle esperienze maturate nel nord, in particolare a Chicago dove va a vivere per un anno, allarga i suoi orizzonti.
Adesso è il tempo di cogliere i nessi che uniscono la lotta per i diritti civili dei neri d’America con la guerra nel Vietnam.
Il 4 aprile del 67, giusto un anno prima della morte, in un famoso discorso, affermava nella Riverside Church di New York:

«Vi è un’ovvia e quasi immediata relazione tra la guerra in Vietnam e la lotta che io e altri abbiamo condotto in America. Quando venne l’impegno in Vietnam, io capii che l’America non avrebbe investito le energie e i fondi necessari per la riabilitazione dei suoi poveri finché avventure come quelle nel Vietnam avessero continuato a distruggere uomini, competenze e denaro come una diabolica macchina di distruzione. Noi stavamo prendendo i nostri giovani neri rovinati dalla nostra società per mandarli ad ottomila miglia di distanza a garantire delle libertà nel sud est asiatico che essi non avevano mai trovato nel sud ovest della Georgia o ad East Harlem. Così ci siamo confrontati con la crudele ironia di vedere alla TV ragazzi bianchi e neri che uccidono e muoiono insieme per una nazione che non è stata capace di metterli a sedere insieme nelle stesse scuole».

L’apertura di questo file contro la guerra nel Vietnam, a cui si aggiunge la sua riflessione e i suoi discorsi contro la povertà negli USA, che focalizzano la necessità di una radicale ristrutturazione dell’edificio della società capitalista che produce mendicanti, gli fanno perdere popolarità vertiginosamente.
Aveva detto in un discorso del 1967:

«Vi sono in questo paese 40 milioni di poveri, e un giorno dovremo chiederci: Perché vi sono 40 milioni di poveri in America? E quando ti fai questa domanda cominci a porti degli interrogativi sul sistema economico e su una più ampia distribuzione della ricchezza. E quando ti poni queste domande, cominci a mettere in questione l’economia capitalistica. Io dico semplicemente che dobbiamo cominciare a porre sempre più delle domande all’intera società. Siamo chiamati ad aiutare gli scoraggiati mendicanti sulla piazza del mercato dell’esistenza, ma un giorno dobbiamo giungere a capire che un edificio che produce mendicanti ha bisogno di essere ristrutturato... Ciò che vi dico questa mattina è che il comunismo dimentica che la vita è individuale, e il capitalismo dimentica che la vita è sociale, e che il regno della fraternità non si trova né nelle tesi del comunismo né nelle antitesi del capitalismo, ma in una sintesi superiore che è una combinazione di entrambi. Ora quando vi dico di mettere in questione l’intera società, questo significa giungere a capire che il problema del razzismo, il problema dello sfruttamento economico e il problema della guerra sono tutti legati assieme… Una nazione che tiene la gente in schiavitù per 244 anni reificherà queste persone, ne farà delle cose. E quindi sfrutterà economicamente loro e i poveri in generale. E una nazione che sfrutti economicamente dovrà compiere degli investimenti all’estero e dovrà usare la forza militare per proteggerli. Tutti questi problemi sono legati insieme. Ciò che dico oggi è che dobbiamo lasciare questa assemblea dicendo: America, devi nascere di nuovo!».

Ecco come si delinea la sua solitudine esistenziale da cui abbiamo preso le mosse. Essa è generata da un isolamento politico, dovuto a questa svolta per la quale King mette insieme discriminazione razziale, guerra del Vietnam e la condizione di 40 milioni di poveri negli USA di cui facevano parte anche altre minoranze.
Riprova di tutto ciò è la grave difficoltà a reperire fondi in questa fase per la SCLC e per le iniziative del movimento. Diversi articoli di giornali a firma di illustri giornalisti liberal prendono le distanze da questo King in odore di socialismo.
Fino ad oggi, non è veramente possibile dire se James Earl Ray, l’assassino di King, agì in proprio o fu armato da qualcuno.
È accertato che l’FBI e la CIA spiavano King con lo scopo di verificare i suoi possibili legami con ambienti comunisti. Non solo, ma indagini dell’FBI, i cui specifici contenuti rimangono secretati fino al 2029, mostrerebbero un interessamento dell’organizzazione verso sue vere o presunte storie extraconiugali, con lo scopo evidente di infangare la sua immagine pubblica.
Ci fu veramente un complotto? La verità processuale sembra negarlo. Di recente il libro di Mel Ayron A racial crime: the assassination of MLK, in maniera documentata, lo smentisce.
La verità politica all’opposto alimenta il sospetto. Si può certamente dire che l’isolamento politico in cui King fu ricacciato rese l’atto criminale più facilmente realizzabile.
«Prendimi per mano, prezioso Signore. Nella tempesta e nella notte guidami verso la luce» è la preghiera di un uomo certamente stanco, debole e solo, ma anche di un uomo incrollabilmente fiducioso nel suo Dio.

Bibliografia essenziale

Testi di King in italiano
* La forza di amare, SEI, Torino 1967 (1994).
* Marcia verso la libertà, Andò, Palermo 1968.
* Il fronte della coscienza, SEI, Torino 1968.
* Perché non possiamo aspettare, Andò, Palermo 1968.
* Oltre il Vietnam, La Locusta, Vicenza 1968.
* Lettera dal carcere di Birmingham – Pellegrinaggio alla nonviolenza, Ed. del Movimento Nonviolento, Verona 1993.

Studi su King
* «Azione nonviolenta» (aprile 1998), pp. 3-9, con una buona bibliografia essenziale.
* Sandra Cavallucci, Martin Luther King, Mondadori, Milano 2004.
* Hubert Gerbeau, Martin Luther King, Cittadella, Assisi 1973.
* Cristina Mattiello, Le Chiese nere negli Stati Uniti. Dalla religione degli schiavi alla teologia nera della liberazione, Claudiana, Torino 1993;
* Paolo Naso (a cura), L’«altro» Martin Luther King, Claudiana, Torino 1993.
* Paolo Naso (a cura), Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità? Un testamento di speranza, SEI, Torino 1970.
* Paolo Naso (a cura), Il sogno e la storia. Il pensiero e l’attualità di Martin Luther King, Claudiana, Torino 2007.
* Arnulf Zitelmann, Non mi piegherete. Vita di Martin Luther King, Feltrinelli, Milano 1996.