Giovani ed Europa

Inserito in NPG annata 2008.

Mario Pollo

(NPG 2008-09-14)

I giovani, tra i 15 e i 25 anni, nell’Europa allargata sono circa 75 milioni e appaiono alquanto eterogenei, almeno rispetto all’accesso al mercato del lavoro, all’istruzione, alla vita familiare e al reddito. Tuttavia, al di là di queste differenze i giovani europei manifestano alcune caratteristiche comuni, che sono messe in evidenza dal libro bianco della Commissione Europea laddove afferma che:

«i giovani costituiscono un gruppo in divenire, caratterizzato da: un accesso all’occupazione e la fondazione di una famiglia ritardati, frequenti avvicendamenti tra lavoro e studi, ma soprattutto percorsi individuali molto più variegati che in passato. La scuola o l’università, il lavoro e il contesto sociale non svolgono più lo stesso ruolo integratore; l’autonomia è acquisita sempre più tardi. Ciò si traduce spesso in un sentimento di fragilità della loro condizione, in una perdita di fiducia nei sistemi decisionali esistenti e in un certo disinteresse per le forme tradizionali di partecipazione alla vita pubblica, ma anche alle organizzazioni della gioventù. Certuni affermano di non identificarsi nelle politiche pubbliche concepite da e per persone più anziane di loro. Una parte dei giovani si rifugia nell’indifferenza o nell’individualismo, un’altra parte è tentata da modi d’espressione a volta eccessivi, se non addirittura ai margini dei canali democratici. Una maggioranza di essi vorrebbe tuttavia influenzare le politiche, ma non ne trova i mezzi».

Questa affermazione della Commissione europea riflette i risultati emersi in questo ultimo decennio nell’analisi sociologica e antropologica del mondo giovanile europeo, e non solo. Infatti da tempo viene segnalata la presenza nella gioventù europea di due fenomeni congiunti: il prolungamento della giovinezza, tale da assumere le caratteristiche di una vera e propria moratoria, e l’individualizzazione dei percorsi di crescita.
A proposito di quest’ultimo, uno studioso tedesco Heinz afferma che:

«Lo scorrere della vita non trova più le sue radici nella classe sociale, in regole di età o di genere o in una pretesa normalità. Si assiste nelle nostre società ad una de-standardizzazione della vita degli uomini e delle donne e ad una diversificazione delle scelte di vita. La vita diviene così una successione complessa di situazioni transitorie che gli individui devono selezionare, organizzare e controllare loro stessi. Ognuno deve concepire se stesso come una agenzia pianificatrice delle decisioni di vita. Le persone oramai sono ritenute responsabili della loro vita, la quale assume forme più individualizzate, ma anche più selettive. La nuova sfida consiste ormai nello sfruttare al meglio le opportunità del mercato, i dispositivi istituzionali e il reticolo delle relazioni sociali per orientare in modo calcolato la propria traiettoria di vita».[1]

Questo fa sì che gli studiosi più avveduti parlino di fine della condizione giovanile perché, come è noto, il termine condizione presuppone l’esistenza nei giovani «di una forte identità collettiva, di una altrettanto consistente capacità di produrre cultura autonoma (cioè progetti e modelli alternativi di uomo e di società) e di una forte propensione alla mobilitazione sociale».[2]

Percorsi di crescita individuale

Con la fine degli anni ’70, in coincidenza con l’estenuazione dei movimenti collettivi del ’68 e delle ideologie che li avevano sostenuti, si è assistito ad una lenta e progressiva evaporazione della condizione giovanile, dei giovani in quanto universo unitario e distinto dal resto della società.
Dall’evaporazione della condizione giovanile in tutta Europa sembra rimanere oggi un insieme di cristalli sparso e frammentato, in cui ognuno di essi rappresenta un vissuto soggettivo e privato. In altre parole, questo significa che da circa due decenni i giovani europei non sono più un sottosistema sociale, dotato di un forte protagonismo e di una rilevanza sociale, ma un semplice insieme di individui dispersi nell’oceano del sistema sociale incapaci o impossibilitati ad assumere un ruolo di protagonismo sociale.
La conseguenza di questo è anche che i problemi che alcuni giovani vivono non sono più prodotti dall’appartenenza ad una particolare «classe sociale», ma solo dalla loro storia personale, ovvero dal loro percorso esistenziale attraverso cui diventano grandi.
L’individualizzazione se da un lato libera, almeno apparentemente, i giovani dai condizionamenti legati alla loro condizione sociale di origine, dall’altro, invece, li rende più deboli e fragili nella gestione del loro progetto di transizione verso l’età adulta finendo per penalizzare i più svantaggiati.
L’individualizzazione dei percorsi di crescita è resa poi ancora più complessa dall’esistenza nel mondo giovanile di percorsi di vita non lineari, in quanto si manifesta un accavallamento delle sequenze della vita che fa sì che si possa essere contemporaneamente studente, avere responsabilità familiari, essere lavoratore o alla ricerca di un lavoro, vivere presso i genitori. Il passaggio da una di queste condizioni ad un’altra è, poi, sempre più frequente.
Questo ha anche degli effetti sulla prima caratteristica citata, il prolungamento della giovinezza. Infatti, è sufficiente osservare come in tutta l’Europa, almeno in quella che da più tempo fa parte dell’unione europea, l’età giovanile si stia prolungando e come, quindi, la transizione all’età adulta stia avvenendo in tempi progressivamente più tardivi.
Oltre ad allungarsi, il tempo della giovinezza si sta anche differenziando in modo netto da quello dell’adolescenza che, come è noto, è stata inventata all’inizio di questo secolo. Infatti nella prima metà del secolo scorso l’adolescenza coincideva quasi completamente con l’età giovanile.
Il prolungamento dell’età giovanile è in gran parte prodotto dagli scarti significativi che in questi ultimi due decenni si sono prodotti tra le frontiere che segnavano da un versante il termine della giovinezza e dall’altro versante l’ingresso nella vita adulta.
In quasi tutti i paesi europei esistono, infatti, degli scarti tra la fine degli studi e l’inizio della vita professionale, e tra l’abbandono della casa dei genitori e il matrimonio.
Questi scarti fanno sì che non vi sia più la connessione tra queste quattro soglie, e che il tradizionale momento di fine dell’adolescenza/giovinezza non sia seguito immediatamente dall’ingresso nell’età adulta ma, invece, da un periodo dai caratteri ambigui che però viene ascritto alla giovinezza. Occorre però rilevare che questa sconnessione in cui, come prima detto, si annida una parte del prolungamento della giovinezza, non è uguale in tutti i paesi dell’Europa occidentale.
Galland [3] ad esempio ha individuato tre differenti modelli che descrivono il prolungamento della giovinezza in Europa: il modello mediterraneo, quello nordico e quello inglese.
Il modello mediterraneo è caratterizzato dal prolungamento della scolarità, da una lunga fase di precarietà professionale alla fine degli studi, dalla permanenza tardiva della coabitazione con i genitori, anche dopo la stabilizzazione economica, che è associata ad una forte autonomia dei giovani e, infine, per una parte maggioritaria di giovani, dalla contrazione del matrimonio subito dopo il distacco dalla casa dei genitori.
Il modello nordico del prolungamento della giovinezza, che comprende anche la Francia, è caratterizzato da un distacco relativamente precoce dalla casa dei genitori ma da un ritardo significativo nella contrazione del matrimonio e nella generazione dei figli. Anche in questo modello vi è il prolungamento degli studi e una fase abbastanza significativa di precarietà professionale alla fine degli stessi studi.
Il modello inglese, che si distingue da quello di tutti gli altri paesi europei, vede un ingresso precoce dei giovani nella vita professionale e il prolungamento della vita in coppia senza figli.
La conseguenza prodotta da questi modelli di prolungamento della giovinezza, che hanno in comune il differimento della procreazione dei figli, ha degli effetti evidenti sulla composizione della popolazione europea per quanto riguarda l’età. Infatti, l’Europa sta vivendo una trasformazione demografica caratterizzata da un progressivo e, per ora scarsamente reversibile, invecchiamento della popolazione in buona parte del suo territorio, che è prodotto dall’effetto congiunto di un tasso di natalità ridotto e di una maggiore longevità: le nostre società stanno invecchiando. Tra il 2000 e il 2020 la proporzione delle persone tra i 65 e i 90 anni di età passerà da 16 a 21% della popolazione complessiva dell’Unione europea, mentre la proporzione dei giovani tra i 15 e i 24 anni sarà solo dell’11%.
Non è perciò casuale che sempre il li libro bianco osservi che:

«questo squilibrio quantitativo tra giovani e meno giovani comporterà un cambiamento qualitativo nei rapporti tra le generazioni. La pressione finanziaria sui sistemi sociali costituisce soltanto una delle facce del problema. Infatti si tratterà non solo di inventare nuovi meccanismi di solidarietà tra i giovani e i loro genitori o addirittura i loro nonni, ma soprattutto di organizzare in modo soddisfacente per tutti l’avvicendamento tra generazioni in società che attraversano profondi mutamenti. Dall’invec­chiamento della popolazione deriverà anche la necessità di fare ricorso a risorse umane esterne all’Unione europea per colmare le carenze di manodopera. Le nostre società sono destinate a diversificarsi sia sul piano etnico e religioso sia su quello sociale e linguistico. Questa maggiore eterogeneità dovrà essere gestita, soprattutto per quanto concerne i giovani, onde evitare possibili tensioni sociali o ripercussioni negative sui sistemi educativi e sul mercato del lavoro».

L’allungamento della scuola dell’obbligo e l’accesso al lavoro

La permanenza dei giovani nelle istituzioni scolastiche è sempre maggiore, mentre diminuisce significativamente il numero di coloro che le abbandonano precocemente. Questo fa sì che l’interconnessione tra l’età giovanile e lo status di studente sia talmente stretta che la non convergenza di queste due condizioni divenga immediatamente un problema sociale.
In Europa la maggioranza dei Paesi ha realizzato delle riforme finalizzate ad incrementare la frequenza scolastica, tuttavia vi sono tra di essi notevoli differenze nei modelli e nei risultati educativi (il limite della scuola dell’obbligò, ad esempio, varia dai 14 ai 18 anni, così come è variabile anche il tasso di istruzione secondaria superiore che va dal 70% al 100%).
L’avvenuto innalzamento dell’età di istruzione ha prodotto una riduzione del numero dei giovani lavoratori e ha provocato, al fine di rendere il percorso formativo sempre più qualificato, la nascita di modelli formativi in cui vi è un precoce ingresso nel mondo del lavoro attraverso forme protette e particolari come gli stage.
L’obiettivo delle politiche degli stati europei riguardo all’istruzione delle nuove generazioni è finalizzato alla riduzione delle disuguaglianze sociali attraverso tre azioni. La prima è il contenimento dell’uscita precoce dalla scuola e dei comportamenti dei giovani che impediscono il conseguimento di qualifiche formative di base, nella consapevolezza che oggi i giovani con bassa istruzione sono ad alto rischio di disoccupazione. La seconda è volta a incoraggiare nei giovani l’acquisizione di competenze avanzate, mentre la terza è finalizzata a incrementare la relazione tra i titoli di studio e le opportunità del mercato del lavoro, sviluppando un maggior legame tra istruzione e lavoro, anche ripensando la scuola e i percorsi formativi che essa offre.
Come si è visto all’inizio, una delle soglie della transizione verso l’età adulta è costituita dal lavoro, ma, purtroppo negli ultimi vent’anni le possibilità di occupazione dei giovani sono notevolmente diminuite. Infatti, i tassi di occupazione dei giovani di 15-24 anni sono molto più bassi, mentre aumentano quelli della disoccupazione dei giovani tra 15-24, rispetto a quelli delle persone tra 25-64 anni. Non è perciò casuale che nel 2000 il tasso di disoccupazione nei Paesi europei fosse dell’8,4%, mentre quello dei giovani al di sotto dei 25 anni fosse del 16,1%.
A questo occorre aggiungere che nei Paesi mediterranei, in particolare in Italia, il titolo di studio ha una minore incidenza nel determinare la rapidità dell’accesso alla prima occupazione, in quanto si è infranta la connessione tra il tipo di qualifica formativa formale e il tipo di occupazione.
Parallelamente tra i giovani è aumentata la quota di coloro che lavorano con contratti atipici (contratti formazione lavoro, lavoro interinale), i cui guadagni all’inizio di carriera sono in costante diminuzione rispetto a quelli degli adulti.
Questo fenomeno, delle disuguaglianze intergenerazionali è, tra l’altro, direttamente responsabile dell’indebolimento del legame di solidarietà tra le generazioni.
Sono comunque in atto delle misure tese ad aumentare i tassi di occupazione giovanile, tra cui in particolare la riduzione del costo del lavoro, il sostegno all’auto-imprenditorialità attraverso corsi per sviluppare le capacità imprenditoriali e la concessione di prestiti agevolati per l’avvio delle attività produttive. Altre misure riguardano, invece, l’agevolazione della transizione scuola-lavoro.
Passando all’analisi della principale fonte del reddito dei giovani europei, si osserva che essa è differente all’interno dei diversi paesi europei. In Austria, Germania, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Regno Unito, la fonte di reddito più rilevante dei giovani è costituita dal mercato del lavoro, mentre in Belgio, Spagna, Grecia e Italia, è la famiglia a rappresentare la fonte principale di reddito.
Questa differenza deve essere ricondotta ai diversi modelli culturali riguardanti la famiglia. Infatti, nei paesi mediterranei esiste la famiglia cosiddetta lunga, nella quale i giovani vivono sino a quando non si sposano e si costruiscono una nuova famiglia, mentre nei Paesi protestanti del Nord Europa, l’uscita dalla famiglia di origine è più precoce e indipendente dallo sposarsi e dal formare una nuova famiglia.
Nonostante queste differenze culturali relative ai modelli famigliari, tutti i Paesi europei registrano la diminuzione del tasso di fertilità, che in Spagna e in Italia è particolarmente accentuato.
Per quanto riguarda i valori, si registrano delle forti convergenze e alcune divergenze tra i diversi paesi europei. In generale sembra che in Europa i giovani siano più interessati ai valori che ineriscono alla qualità della vita piuttosto che al benessere economico.
Tra questi valori vi è quello condiviso della famiglia, che è considerata importante dalla maggior parte dei giovani, mentre il lavoro è ritenuto essere più importante in Norvegia, Regno Unito, Irlanda e Italia e meno importante in Finlandia e Germania.
Ora è importante sottolineare che questi due valori sono quelli che fondano, secondo Freud, il divenire adulti, e questo sottolinea come giovani europei siano positivamente orientati verso la soglia dell’età adulta.
Un dato interessante fa emergere come il valore degli amici è più importante nei Paesi dove i giovani godono di maggiore indipendenza dalla famiglia (Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi), mentre lo è di meno in quelli dove la famiglia svolge una più prolungata azione protettiva.

Il futuro

Il processo di integrazione europea sembra offrire ai giovani un qualcosa che aumenta la possibilità di costruire un futuro meno oscuro e minaccioso di quello che l’immaginario dell’attuale cultura sociale sembra offrire loro.
Occorre tenere conto che nella cultura sociale, che è comune alla maggioranza dei paesi europei, è avvenuta una trasformazione della temporalità che ha prodotto degli effetti profondi sulla possibilità delle persone, specialmente di quelle giovani, di dare un senso alla propria esistenza attraverso un progetto di futuro e, quindi, la comparsa di una concezione di vita a-progettuale, di una vita cioè che si costruisce nella capacità di cogliere con un atteggiamento pragmatico e utilitaristico le occasioni e le opportunità che la vita quotidiana offre, senza la necessità di porsi domande se queste stesse occasioni sono coerenti o meno con il proprio progetto di vita, ovvero se sono compatibili con i propri sogni di futuro e con la propria storia, individuale e sociale.
L’incapacità di progettare il futuro indica anche la crisi prodotta nelle società europee dalla fine di quel messianismo scientifico che postulava un futuro luminoso e felice, prodotto dallo sviluppo della scienza e della tecnica che avrebbe progressivamente condotto alla sconfitta delle malattie, della povertà e delle condizioni che rendevano degradata e infelice la vita di molte persone. Non ultima delle speranze era addirittura quella di vincere la morte.

«Il futuro non era allora nient’altro che la metafora di una promessa messianica. Nelle nostre culture occidentali non era solo il giorno dopo a venire… No, quella di essere il proprio messia, il proprio redentore era davvero una promessa che l’umanità aveva fatto a se stessa: così futuro faceva rima con promessa, era la promessa».[4]

Il sogno prometeico dell’uomo di essere il proprio salvatore si è dissolto, e la speranza di un futuro migliore è stata sostituita da un radicale pessimismo che lascia intravedere un futuro pieno di minacce e angoscianti incognite: inquinamento e degrado ambientale, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, terrorismo, ecc.
Il sapere tecnico scientifico, pur essendosi enormemente sviluppato, sembra incapace di offrire speranza per il futuro, e nello stesso tempo molte persone hanno smarrito i saperi esistenziali e religiosi che erano in grado di aprire alla speranza verso il futuro.
Questa asimmetria tra sapere tecnico-scientifico e sapere umano è il varco attraverso cui passa la fuga dal futuro, il rinchiudersi nel presente nel tentativo di esorcizzare l’angoscia evitando di osservare l’orizzonte da cui in ogni istante possono provenire minacce impreviste e imprevedibili.
In questo quadro, costituito dai dati emersi dalle indagini, sembra che, seppur con un entusiasmo assai moderato, i giovani manifestino un genuino interesse nel costruire insieme il futuro dell’Europa. Questo interesse appare fondato, proprio per la crisi dei vari messianismi umani, su basi estremamente concrete e realistiche. Infatti i giovani di età compresa fra 15-24 anni, in maggioranza ritengono illusorio abbandonarsi all’utopia, perché più realisticamente tendono verso un miglioramento comunitario che può avvenire solo attraverso l’impegno di ciascuno.

La partecipazione sociale e politica e la globalizzazione

Tuttavia questo interesse dei giovani europei nei confronti della costruzione della comunità europea non si esprime che assai parzialmente nella partecipazione sociale e politica. Infatti, per quanto riguarda la loro partecipazione alla vita sociale e politica, si può notare una sorta di ambiguità che nasce dalla coesistenza in loro di un interesse reale alla partecipazione democratica e di una certa distanza e diffidenza nei confronti della vita politica istituzionale. Infatti, come osserva il libro bianco:

«In linea di massima i giovani europei vogliono promuovere la democrazia e soprattutto esserne gli attori. È emersa però una certa diffidenza rispetto alle strutture istituzionali. I giovani si identificano meno che in passato nelle strutture tradizionali dell’azione politica e sociale (partiti, sindacati), la loro partecipazione alle consultazioni democratiche è debole. Le organizzazioni dei giovani risentono anch’esse di questa situazione e avvertono il bisogno di rinnovarsi. Ciò non significa affatto che i giovani si disinteressino alla vita politica. La maggior parte di loro dimostra una chiara volontà di partecipare e di influenzare le scelte della società – ma secondo forme d’impegno più individuali e più specifiche al di fuori delle vecchie strutture e dei vecchi meccanismi di partecipazione».

Il libro banco rileva però che questa distanza dei giovani europei non si manifesta solo nei confronti delle istituzioni politiche degli stati nazionali a cui appartengono, ma anche di quella dei europee. Anche qui si manifesta una sorta di dualità: da un lato, l’Europa, infatti, è percepita come uno spazio in cui sono centrali i valori costitutivi dei diritti umani, in cui possono viaggiare liberamente, studiare, lavorare e vivere; dall’altro lato, le istituzioni che governano questo spazio sono sentite come lontane e rintanate in uno spazio chiuso.
Tornando alla distanza percepita dai giovani nei confronti delle istituzioni europee, il libro bianco opportunamente rileva che «questo divorzio tra i giovani e l’Europa non è che un esempio della distanza che si registra tra le popolazioni europee e ‘Bruxelles’». Questo significa che la distanza dei giovani con le istituzioni europee è qualcosa che riguarda l’intera popolazione europea, e rappresenta uno dei nodi critici del processo di integrazione europea.
L’atteggiamento che i giovani europei manifestano nei confronti del fenomeno della globalizzazione è ambivalente e indica, quasi certamente, la presenza di un disagio che non deve essere ignorato. Infatti, da un lato, essi abitano società che sono aperte alle influenze culturali ed economiche provenienti da altri paesi, si sentono cittadini del mondo e acquisiscono stili di vita, modelli di comportamento e di consumo che sono certamente emblematici della globalizzazione; dall’altro lato, però contestano le conseguenze della globalizzazione a causa delle ingiustizie sociali che questa produce, insieme ai danni di uno sviluppo senza regole. In questo contesto le istituzioni internazionali che operano a livello mondiale appaiono distanti quanto e non più di quelle europee e, soprattutto, lontane ed estranee rispetto alle loro preoccupazioni ed esigenze vitali.
Accanto a questo aspetto ambivalente vi è comunque una accettazione realistica del fenomeno della globalizzazione e delle sfide che essa lancia: «che lo si voglia o meno la globalizzazione esiste. Il nostro compito è di controllarla, di usarla a vantaggio dell’umanità».

Conclusione: le sfide educative

Dall’analisi che sostiene la stesura del libro bianco emerge un insieme di sfide educative che possono essere riassunte nella constatazione che è necessario creare le condizioni per far sì che i giovani europei siano cittadini solidali, responsabili, attivi e tolleranti in società pluralistiche. Il maggiore coinvolgimento dei giovani nella vita della collettività locale, nazionale ed europea e l’emergere di una cittadinanza attiva sono una delle sfide educative più importanti non solo per il presente ma anche per la costruzione del futuro delle società europee.
La risposta a queste sfide educative può avvenire attraverso un percorso formativo strutturato e articolato in due fasi successive interconnesse.
La prima fase formativa deve svilupparsi nel loro ambiente di vita (scuola, quartiere, comune, centro giovanile, associazione), ed è quella forse di maggiore importanza, perché consente ai giovani di acquisire la fiducia in se stessi insieme all’esperienza necessaria per affrontare le fasi successive. Inoltre è necessario sottolineare come proprio nell’ambiente locale vi sia la concreta possibilità che la partecipazione produca mutamenti concreti, visibili e controllabili dai giovani stessi. Ed è ancora nell’ambito locale che i giovani hanno la possibilità non solo di esprimere le proprie opinioni e idee, ma anche di essere parte integrante del processo decisionale.
La seconda fase è quella in cui i giovani maturano la consapevolezza che tutta una serie di decisioni che hanno un impatto locale significativo vengono intraprese a livelli decisionali più ampi, in particolare a livello europeo: è quindi necessario sostenere il loro passaggio ad un livello di partecipazione più ampio attraverso la creazione di legami e di reti.
Queste due fasi debbono però essere inserite in un progetto più ampio di educazione sociale che consideri la formazione dei giovani in modo integrato e che superi la demarcazione tra le attività formative scolastiche e quelle non scolastiche. Non a caso il libro bianco rileva che:

«la partecipazione consente di acquisire competenze che occorre convalidare in diversi ambiti (economico, sociale, culturale, politico) e in diversi contesti istituzionali. In tale prospettiva è stato sottolineato che è controproducente tracciare una chiara linea di demarcazione tra istruzione formale e non formale. A tal proposito, se la scuola rimane un luogo privilegiato di apprendimento e di esercizio delle modalità di partecipazione, agli occhi dei giovani continua a presentare un inconveniente: non li prende in considerazione come cittadini attivi».

Occorre però a questo punto ricordare che l’educazione sociale è l’azione attraverso cui la società educante offre un sostegno, intenzionale e metodico, «allo sviluppo sociale della persona tale da consentirgli di conseguire un buon adattamento sociale, tanto nelle relazioni interpersonali quanto nella vita comunitaria, civica e politica».[5]
A proposito dell’educazione sociale, è necessario ricordare che a differenza di quanto l’opinione comune suggerisce, non è la ragione, la razionalità che fonda la socialità dell’uomo, il suo aprirsi a quella avventura rischiosa ma necessaria, che è l’incontro degli esseri umani, bensì il mondo dell’emotività, delle oscure pulsioni e desideri che sovente viene con facilità denominato «irrazionale». La razionalità, infatti, è all’origine di quel miracolo chiamato soggettività, che separa con estrema efficacia, anche troppa, l’uomo dagli altri e dalla natura.
L’a-razionale, o regno del pensiero simbolico, dell’emozione nella relazione uomo-altri-natura, del desiderio come energia della vita, della paura e dell’angoscia come molla del contratto sociale della istituzione, è invece all’origine di quel processo, non sempre felice ma con possibilità di esserlo, che è la «relazione» sociale e naturale.
Educare a pensare con le proprie emozioni, le proprie paure, le proprie euforie, integrandole con i dati e con il flusso del pensiero razionale, è l’obiettivo dell’educazione sociale. Si tratta di una educazione che si può definire «politica» nel senso più nobile della parola, in quanto si basa sulla capacità di accogliere se stessi e gli altri senza mistificazioni riduttive o maggiorative, accettando di ognuno, anche di sé, la reale, effettiva umanità.
Su questa accoglienza, prima emotiva e poi razionale, può concretamente fondarsi l’amore vero per la libertà, la giustizia e la democrazia, al di là di ogni orizzonte di pensiero e di ogni ideologia. Una razionalità, un pensiero, un’analisi del reale che sappia nutrirsi di questa consapevolezza relazionale ed emotiva, non può che generare una politica nobile, un dirsi realmente partecipe alla vita sociale, il sogno di un’utopia che si realizza ogni giorno nell’amore vissuto.
Accettare se stessi e gli altri significa pensare le proprie emozioni, amare e plasmare creativamente le proprie paure, dare un vessillo al desiderio, sentirsi solidali, ascoltare l’incrociarsi del battito dell’orologio del proprio corpo con quello della natura e, infine, sentire che tutto questo fornisce alla coscienza una energia e una felicità che consentono alla ragione di scoprire, giorno dopo giorno, nonostante gli insuccessi e le sconfitte, la verità nelle sue dimensioni di descrizione e di spiegazione della realtà.
L’amore alla vita, se nutrito di questa interiorità, se sposato con la capacità di azione nella realtà, può veramente divenire il risultato più alto dell’educazione sociale.
Senza questa dimensione profonda, l’educazione alla partecipazione alla vita sociale e politica rischia di essere effimera o, peggio, fonte di ideologizzazioni che fanno violenza alla realtà dell’umano. L’educazione alla comunità solidale e alla responsabilità nei confronti dell’altro, che si manifestano nella vita sociale, è prima di ogni cosa rivolta al cuore della persona o, meglio, alla sua anima.
Questo tipo di educazione sociale, oltre a contribuire allo sviluppo nei giovani di una cittadinanza attiva, può aprire lo sguardo dei giovani verso un futuro dell’Europa percepita come una terra promessa.

 
NOTE

[1] Heinz W.R., L’ingresso nella vita attiva in Germania ed in Gran Bretagna, in Cavalli A. Galland O. (a cura di), «Senza fretta di crescere», Liguori Editore, Napoli 1996, pp. 83-84

[2] Milanesi G., Il disagio: Una concettualizzazione preliminare, in Pollo M. (a cura di), «La gioventù negata», Labos/Ministero dell’Interno, TER, Roma, 1994, p. 43.

[3] Galland O., Che cosa è la gioventù, in Cavalli A.-Galland O. (a cura di), «Senza fretta di crescere», Liguori Editore, Napoli, 1996, p. 7.

[4] Benasayag M. Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005, p. 19.

[5] Quintana Cabanas J.M., Pedagogia Social, Dykinson, Madrid, 1984, p. 167.