«Va’, vendi e vieni»

Inserito in NPG annata 2008.

Le ricchezze e il «tesoro»

Rocco Quaglia

(NPG 2008-08-56)


Un tale, dopo che Gesù uscì sulla strada, gli corse incontro, si gettò ai suoi piedi
e gli domandò: «Maestro buono, cosa faccio per avere la vita eterna?»
Gesù gli disse: «Perché mi definisci buono? Nessuno è buono, se non uno solo: Dio.
Conosci i comandamenti: Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare.
Non testimoniare falsità. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre».
Allora quegli gli rispose: «Maestro ho messo in pratica tutte queste cose fin dalla mia infanzia».
Allora Gesù, guardandolo, lo amò e gli disse: «Una cosa ti manca.
Va’, vendi tutto quel che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi, vieni e seguimi!»
Ora quegli rattristato per la parola si allontanò addolorato: aveva molte ricchezze.
(Mc 10,17-22)

Proemio

«Allora Gesù, guardandolo, lo amò». Questa enunciazione vive nell’episodio che riferisce dell’incontro di Gesù con una persona alle soglie dell’età adulta; più precisamente, è inserita tra la domanda che il giovane pone al Maestro e la risposta offerta dal Maestro. Si tratta di un giovane benestante e colto; non presenta problemi derivanti da una condizione di svantaggio socioeconomico, e nulla indica un clima familiare sfavorevole al suo sviluppo. Culturalmente integrato nella propria comunità e integro nella religione dei padri, il ragazzo è tuttavia spinto verso Gesù, a inginocchiarsi davanti a lui e chiedergli: «Maestro buono, che faccio per ereditare la vita eterna?» (Mc 10,17). Il giovane ha un problema la cui natura gli sfugge; avverte un forte desiderio di vita che esprime nella dimensione di tempo infinito.
Questo racconto apparentemente semplice si rivela in realtà complesso e ricco di saperi. Il suo tema dominante, infatti, non sembra essere la ricchezza materiale. Molte sono le «ricchezze» del giovane, e tutte sono contrapposte al «tesoro» di cui parla Gesù: disfarsi di tutto quello che si ha equivale a rinnegarsi in vista di una nuova nascita. Gesù, infatti, sta offrendo al giovane l’opportunità di scoprire la sua vera identità e sviluppare l’immagine viva di sé, con la quale poter entrare nella vita eterna.
In ogni modo, è la relazione instaurata tra Gesù e il giovane ad essere centrale in questa pagina del Vangelo. A differenza di altre narrazioni in cui Gesù guarisce malati, ciechi, muti, peccatori, storpi di vario genere, questo episodio ci riferisce una sorta di insuccesso nell’operato dell’uomo di Nazareth.
In realtà, la vicenda vuole illustrare l’esistenza nell’uomo di un bisogno davvero profondo, il quale è avvertito, nei periodi sensibili della vita, come una frattura incolmabile tra una speranza di vita vera e la propria esistenza, pur tra molte ricchezze. I beni del mondo non sembrano sufficienti ad estinguere il desiderio di vita che alberga nel giovane. È da precisare, tuttavia, che il rifiuto del giovane a seguire Gesù non indica necessariamente una sconfitta dell’uno o dell’altro personaggio, ma diventa essenziale per comprendere il messaggio, vale a dire il dolore della Vita in un’esistenza avvertita e consumata a livello di bisogni materiali e sociali.
Questo giovane è forse il migliore degli uomini, eppure è oppresso da una profonda tristezza e da un sincero malessere. Un dubbio, un senso di vuoto si è insinuato nel suo animo: egli non riesce a legare i suoi gesti alla vita eterna, vale a dire ad una vita sentita come vera e buona; non riesce più ad avvertire, nonostante i beni posseduti, il senso del suo essere. Gesù vuole insegnare che la vita eterna non è qualcosa che possa essere aggiunta alla propria esistenza terrena, piuttosto è qualcosa che irrompe in noi, al pari di una buona notizia in un’ora di disperata e infelice vanità. La vita eterna non si può ereditare, essa è un tesoro che indica una qualità di vita in cui la gioia è il sentimento più naturale: essa è qui, è ora, e vi si accede soltanto con una nuova nascita. Ora, per nascere esiste una condizione, spogliarsi delle ricchezze, poiché anche la seconda nascita comporta una completa nudità.

Le domande della vita

Il giovane dei Vangeli non è, per natura, diverso dai giovani della generazione attuale, né i suoi sentimenti sono differenti da quelli dei suoi odierni coetanei. Quando parliamo di adolescenti, noi mettiamo l’accento sulle trasformazioni che corpo e mente affrontano, con riferimento sia alla riorganizzazione della loro personalità, sia all’ingresso in una diversa categoria sociale, quella degli adulti. Si cercano le cause del loro disagio, si suggeriscono rimedi, si elaborano nuovi interventi e strategie di aiuto. L’adolescenza è la fase della vita in cui ogni individuo assiste al crollo delle sue certezze infantili e deve fornire nuovi significati alla propria esistenza. Nel racconto evangelico è esposta una mirabile sintesi del più importante turbamento evolutivo in un incontro che è condizione fondamentale affinché maturi il nostro vero Sé.
Meta principale dello sviluppo psichico è la costruzione dell’identità, che avviene per gradi mediante il riconoscimento dell’altro, nei suoi differenti ruoli e nella sua progressiva alterità.
Prima ancora di riconoscere la madre come persona separata da sé, il bambino avverte la sua presenza, preferisce la sua voce, riconosce le sue braccia. Si tratta di un vero e proprio atto di fede che porta il piccolo a «desiderare» l’altro, ad attaccarsi al suo seno, ad abbandonarsi alle sensazioni che il suo contatto gli procura. Contenuto nell’involucro emozionale materno, il bambino risuona empaticamente e si organizza come esperienza di vita. Non casualmente, quando inizia ad esplorare il mondo, la sua prima domanda è: «Dov’è?». Ritrovare la madre, suo luogo di vita, ha il significato di ritrovarsi nell’unica esperienza di sé che egli abbia conosciuto.
L’incontro con il padre genera nel bambino una seconda domanda: «Cos’è?». In uno spazio pieno di persone e di oggetti, che possono divertire o fare del male, il bambino cerca di stabilire, mediante la loro identificazione, un confine tra le cose «buone» e quelle «cattive».
Intorno ai tre anni, infine, fanno la loro comparsa i «Perché?». I bambini non cercano una spiegazione causale degli oggetti e degli eventi del suo mondo, ma il motivo per cui le cose sono, un motivo che sia soprattutto buono e confortante nei suoi confronti.
Così la notte viene perché lui possa dormire, e non per fargli paura. In un mondo in espansione ad ogni nuovo angolo, egli cerca di essere rassicurato intorno all’esistenza e all’accadere delle cose.
Nell’adolescenza, i «Perché?» diventano «Perché io?», vale a dire: «Chi sono?», e: «Per quale motivo io sono?». L’adolescente a differenza del bambino ha realizzato la propria individualità, che lo espone ad un sentimento di solitudine e di provvisorietà. La scoperta più difficile da accogliere sul piano affettivo è che anche i propri genitori siano figli di altri genitori. L’adolescente è in grado di avere una relazione tra pari con i propri coetanei, ma difficilmente riesce a maturare un sentimento di parità con i genitori.
La nostra condizione di bambini bisognosi di figure adulte perdura per tutta la vita. Noi nasciamo con il bisogno affettivo di un genitore, l’unico che possa soddisfare i nostri bisogni e giustificare la nostra nascita. La consapevolezza che i genitori siano figli, al pari dei figli, toglie all’adolescente, più precisamente alla sua nascita e alla sua presenza nel mondo, il carattere della necessità e, quindi, della verità. Il bambino ha sempre pensato ai genitori come tali, e a se stesso come il figlio inevitabile, logico e giusto dei suoi genitori.
Ora, entrando nella dimensione del probabile, dove regnano le ipotesi, la sua persona e la sua stessa esistenza acquistano i caratteri del fortuito, dell’imprevisto, dell’occasionale. Egli è, ma avrebbe potuto non essere: questa eventualità ferisce il suo narcisismo infantile e onnipotente, rendendolo emotivamente vulnerabile, smarrito e intellettualmente confuso. In breve, privo di una risposta, egli si sente perduto.

Il disagio culturale

Ogni cultura ha sempre fornito un aiuto specifico per incoraggiare gli adolescenti ad elaborare le proprie risposte di vita, suggerendo valori e modelli da imitare.
Le società tradizionali del mondo occidentale rispondevano, fino a qualche decennio fa, fornendo una finalità e proponendo una famiglia propria da costruire, un ruolo sociale da ricoprire, un nome da onorare, un’immagine da difendere. L’uomo aveva un comportamento e un compito che lo qualificavano davanti a se stesso e agli altri; la donna aveva una condotta e una competenza che rendevano possibile un’interpretazione di lei sia sul piano personale, sia su quello sociale. Il disagio, se pur non del tutto risolto, era così socialmente assorbito e bonificato. Lo spazio sociale, dopo quello familiare, in quanto luogo del significato dell’umana esistenza, rispondeva alle domande più importanti del giovane, fornendo soluzioni capaci di limitare la solitudine e contenere l’angoscia della vita.
Oggi, con la caduta dei valori tradizionali, si è creato un vuoto a livello della risposta sociale. Un disagio di natura culturale si è quindi aggiunto a quello ordinario dell’adolescente. Nel nome di una presunta libertà e di una scienza malata di ideologia, abbiamo condotto i giovani in un deserto, affidandoli «ad una casualità senza direzione e orientamento» (Galimberti, 2007, 27). La famiglia ha perduto i suoi contorni e i suoi bambini, trasformandosi in una variegata pluralità di forme; la scuola non veicola più costumi, norme e valori, in una prospettiva di esistenza, attorno ad un sistema coerente e condiviso di tradizioni; la scienza, con le sue congetture di una vita valutata alla stregua di un cieco accidente, ha eliminato ogni promessa di una terra dove scorra latte e miele. Gli stessi fondamenti della vita sono stati arati, e qualunque visione di Eternità è stata liquidata come illusoria e perniciosa, in nome di una ragione ridotta al calcolo e all’efficienza.
Le potenzialità degli adolescenti non sono cambiate lungo il corso delle generazioni, ma sono cambiate le loro possibilità, sono state azzerate le loro aspirazioni a vivere una vita con un significato. Le forze della vita hanno bisogno di organizzarsi secondo un senso, ossia secondo una direzione e una meta; in caso contrario, rischiano di implodere in modo distruttivo. Il giovane del Vangelo, nel suo disorientamento, è straordinariamente attuale, anche se la sua domanda di vita eterna possa apparire fuori moda.
In realtà, la scienza di oggi, anche se «proibisce» ai nostri giovani di chiedere della vita eterna, tuttavia non può annullarne il desiderio, che resta inespresso e pericolosamente latente. Una frattura si è dunque creata tra la scienza, che pone come massimo traguardo di vita razionale un’esistenza animale, e un desiderio di vita, che prende forma soltanto in una prospettiva progettuale, in una proiezione nel futuro, in una ragione capace di diventare visione.

La verità della vita

Il disagio dei giovani non è riducibile ai risvolti psichici dei cambiamenti morfologici, e non è neppure un disagio di origine culturale, ma è prioritariamente religioso; dietro la loro inquietudine c’è una richiesta di verità, non cognitiva, ma affettiva. Winnicott (1971) dice che il bambino quando guarda la madre vede se stesso; in altre parole, vede non una immagine di sé, ma quel che la sua immagine suscita nello sguardo materno: questo è il luogo in cui la vita diventa reale e il bambino si sente vero. La verità del bambino è, infatti, nell’amore che sente di riflettere, come in uno specchio, nella madre; nello sguardo materno, egli vede riflesso la verità di questo quid, che sa suscitare stupore, interesse, amore.
Successivamente egli contempla la sua verità nell’orgoglio che sa ispirare nel padre. Prima di ogni credenza, abbiamo bisogno di sentirci amati: la nostra verità non risiede nella nostra mente sotto forma di «idee chiare e distinte», o di teorie scientificamente accreditate, ma risiede nelle nostre emozioni, che danno forma al nostro sentimento più primitivo e fondamentale. Il bambino di tre anni è in crisi quando scopre che ci fu un tempo in cui lui non esisteva e, quindi, non era amato; gli è difficile comprendere come i suoi genitori potessero esistere senza di lui, senza poterlo amare. «Ma voi mi amavate anche quando io non ero ancora nato?» è la sua domanda più importante.
Quel che è transitorio, è valido soltanto per un tempo, e non può essere vero, poiché è vero solo quello che non svanisce morendo, che è per sempre. Per questo Gesù poté dire: «Io sono la verità» (Gv 14,6) e rispondere a Pilato: «Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza della verità» (Gv 18,37).
La morte annulla ogni presunta verità: nulla è più vano del vivere in una visione di morte, e nulla è più doloroso del dover lottare contro il desiderio dell’Eternità, cioè di Essere, che la Vita ha messo nel cuore dell’uomo (Ecc 3,11).
Nel nostro inconscio, afferma l’ebreo Sigmund Freud (1915), non esiste la morte; neppure nella nostra mente esiste alcuna idea della morte, dal momento che nessun vivente ne ha fatto esperienza. Gesù è l’Essere coniugato in «Io sono» nel tempo della storia degli uomini.

La verità nel tempo dell’adolescenza

Nell’adolescenza il dubbio di non essere eterni emerge con la stessa forza del «pensiero» dell’eternità: vita e morte si fronteggiano come in nessuna altra fase dello sviluppo. L’adolescente «perde», dunque, i genitori e conosce una situazione di autentico lutto: sentirsi adulto come i genitori è, per lui, sicuramente piacevole, tuttavia egli non riesce ad accettare che i genitori possano essere uguali a lui, nelle sue fragilità e accidentalità. L’adolescente si sente ingannato, deluso, come tradito nelle sue indiscutibili aspirazioni di autenticità. «Che faccio per avere la vita eterna?» è la domanda di ogni adolescente.
Dietro tutte le domande degli adolescenti si nasconde la ricerca del Padre, di Colui che È. Legare la nostra esistenza ad un Principio, oppure lasciarla penzolare come una menzogna tra gli spazi siderali è una nostra scelta.
Darwin non riconobbe l’esistenza di un principio, di una ratio, e si spinse fino a negare ogni forma di «spinta interna» negli organismi; ora, questa idea ha riguadagnato credito. Le ragioni dell’evoluzionismo sono diventate endogene, e si parla di «auto-evoluzione» (Sermonti, 2007). Geni e cromosomi non hanno «inventato» l’evoluzione»; al contrario, una «spinta», una Energia di origine oscura, come la chiama Freud (1920), ha dato vita a geni e cromosomi. La Bibbia non adopera il termine spinta, ma quello di forza; il nome stesso di Dio, cioè El, vuol dire Forza. La scienza ha bisogno di tempo per scoprire Dio mediante le sue ragioni, e intanto non aiuta i giovani nel loro compito di crescita.
Trovare Dio vuol dire annodare il filo della propria esistenza all’Eternità, in un progetto di vita di cui la nostra immagine è parte integrante. Il più profondo e primordiale desiderio di vivere dell’uomo è motivato dal desiderio di conoscere la propria immagine e che questa immagine sia guardata, desiderata, amata; ora, abbiamo il desiderio, ma non la conoscenza della nostra vera immagine. A tale proposito Paolo scrive: «E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo di cielo» (1Cor 15,49).
Non possiamo vivere la vita con significato se non affrontiamo il problema della morte: ora la morte si può vincere (2Tim 1,10), oppure si può maniacalmente negare.
Gesù invita il giovane a vendere i suoi beni, a disfarsi di tutto quello che lo trattiene nella propria infanzia. Non lasciare la propria casa comporta una replica della nostra esistenza sul modello dei nostri genitori, con l’illusione talora di uguagliarli, talora di essere migliori, e sempre in una situazione di dipendenza o di conflitto, mai di parità, o di fratellanza in Cristo. Per noi, l’invito di Gesù vuol dire mettere in vendita le nostre persone, schiave della paura della morte (Eb 2,15), avendo la certezza che Gesù è stato il nostro compratore, per aver già pattuito e pagato un alto prezzo.

Nascere di nuovo

La vita eterna non si riduce a vivere sempre, in una dimensione senza tempo, ma vuol dire in primo luogo vivere il proprio tempo con un significato eterno, vero, che nessuna «morte» potrà mai vanificare. Ora, questo significato ci viene non dalla conoscenza del mondo, non dalle esperienze che facciamo, non dalle sensazioni che proviamo, non dalle opere che compiamo, ma da un atto di fiducia. La fiducia è il sentimento della sicurezza, che è libertà dalla paura: è il solo sentimento che ci permette di accogliere l’amore dell’altro.
L’amore ha sapore, il bambino lo gusta con il latte materno; l’amore è bello, il bambino lo contempla nello sguardo della madre; l’amore è tenero, il bambino lo sente nel contatto con la madre; l’amore ha un nome, è il nome con il quale la madre chiama il suo bambino. In ognuna di queste esperienze, ogni atto di vita comunica al bambino il senso della propria bontà: bontà della vita e bontà del bambino coincidono. La vita ha dunque una sua qualità che noi possiamo sentire nella piacevolezza dei nostri sensi. «Gustate e vedete quanto l’Essere sia buono» (Sal 34,6). Le nostre persone hanno il valore dell’amore che hanno gustato; le nostre esistenze sono vere solo se sopravvivono alla prova della morte. Nascere è la condizione per sentire l’amore dei genitori; rinascere è la condizione per sentire l’amore di Colui che ha detto: «Io ti amo di un amore eterno» (Ger 31,3).
Noi sentiamo di poterci amare soltanto se ci siamo sentiti amati da qualcuno; nessuno può amarsi se non è stato amato. Il desiderio di vivere e di continuare a vivere è alimentato dall’amore che riceviamo dagli altri; la vita infatti muore con le persone che amiamo. Abbiamo dunque bisogno di «un amore forte più della morte» (Can 6,8), il solo amore che possa rispondere al nostro desiderio di eternità. L’amore dei nostri genitori non era per noi che non esistevamo, e se pure desideravano un figlio hanno amato un’idea o una fantasia di figlio; inoltre, è un amore che dura un tempo soltanto, e molti sono i suoi limiti. Tuttavia, sentirci amati ci aiuta a sopravvivere, ma non a vivere la vita che il giovane dei Vangeli chiede a Gesù.
«Allora Gesù, guardandolo, lo amò». È questa la condizione per entrare nella nuova vita.
L’uomo è costruito a forma di tempio, al cui interno arde un desiderio di vita, un desiderio che ha per oggetto la Luce. Gesù è la vera Luce che illumina, non il mondo fisico, ma ogni uomo (Gv 1,9). Cosa vuol dire illuminare l’uomo? Il bambino è illuminato dalla tenerezza dello sguardo materno; il figlio, dallo sguardo fiero del padre; lo sposo o la sposa, da uno sguardo innamorato. Il modo in cui l’altro ci guarda ci testimonia quel che siamo per lui, e quel che siamo per gli altri è ciò che diventiamo per noi stessi. Noi sentiamo il nostro valore nell’amore che l’altro ci comunica con il suo sguardo. Gesù, in questo episodio evangelico, sta benedicendo il giovane della benedizione con la quale il sommo sacerdote doveva benedire il popolo d’Israele.

«L’Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo: Parla ad Aronne e ai suoi figli, e di’ loro:
Voi benedirete così i figli d’Israele;
direte loro:
Colui che È ti benedica e ti guardi!
Colui che È faccia risplendere il suo volto su te e ti sia propizio!
Colui che È volga verso te il suo volto e ti dia la pace!
Così metteranno il mio nome sui figli
d’Israele e io li benedirò» (Num 6,22-27).

Il Dio d’Israele comunica la sua benedizione con un’azione espressa in tre momenti: Egli guarda in volto, è il momento del riconoscimento dell’altro; Egli fa risplendere il proprio volto sull’altro, ossia gli sorride, è il segno dell’approvazione; Egli offre, infine, il proprio volto all’altro, vale a dire gli offre un volto come specchio nel quale l’altro possa vedersi e riconoscersi. «Chi vede me – dice Gesù – vede il Padre» (Gv 12,45), e chi vede il Padre, vede Chi Egli È. Noi siamo figli, e i figli portano l’immagine del Padre. Giovanni scrive: «Amati, ora siamo figli di Dio, e non è ancora rivelato quel che saremo. Sappiamo che quando si rivelerà saremo simili a lui, poiché lo vedremo come È» (1Gv). Nel volto di Dio ci conosceremo, infine, «come siamo stati pienamente conosciuti» (1Cor 13,12). In questo solo versetto l’apostolo Paolo ha racchiuso il sapere di molta psicologia.
La Luce che illumina ogni uomo fa risplendere la verità del suo significato, e la verità lo farà libero (Gv 8,32).

La verità che rende liberi

Tornando al racconto evangelico, Gesù trasmette al giovane la benedizione del Padre, invitandolo ad entrare nella libertà dei figli di Dio (Gal 5,1). Gli suggerisce tre imperativi: «Va’, vendi e vieni». Sappiamo che il giovane non andò ma si allontanò da Gesù, e di lui non fu riferito più nulla.
È questo il caso di molti giovani oggi: dopo aver realizzato che i genitori sono semplici figli, e che la loro nascita è semplicemente avvenuta, essi si trovano di fronte a due possibilità.
La prima è quella adottata dal giovane dei Vangeli: cercare di riannodare il proprio valore ai beni della casa, della famiglia, della terra.
La seconda è suggerita da Gesù. Si può vivere il segmento della propria esistenza in molti modi: si può aderire agli ideali del proprio tempo, razionalizzando scelte e comportamenti; si possono inseguire desideri e passioni; si può accogliere una ideologia che tolga ogni ragione a pensieri e a gesti. Oggi è il tempo del nichilismo, in cui tutto è relativo, precario, in transizione, illusorio, senza mete, senza visioni. L’esistenza di molti giovani, vissuta come prolungamento o in opposizione a quella dei genitori, diventa sempre più il luogo dove semplicemente accadono delle cose.
Gesù presenta al giovane del racconto e a quanti lo avvicinano la libertà dei figli di Dio in contrapposizione alle illusioni dei figli degli uomini. In altre parole, Gesù invita il giovane a lasciare la sua casa, che racchiude tutta la sua esistenza, per guardare la vera casa che ha per tetto il cielo. «Guarda il cielo, e conta le stelle, se le puoi contare» (Gen 15,5), è un’esortazione che vuol distogliere la nostra attenzione dal bisogno di fare affinché sia rivolta a quello che siamo, con riferimento alla nostra origine e al nostro destino.
Rielaborare i traumi infantili, secondo Blos (1962), è condizione essenziale perché l’adolescente possa liberarsi da legami che gli ostacolano una crescita sana e soddisfacente verso l’età degli «adulti». Bisogna «andare»», cioè portare alla luce le nostre parti non accettate; bisogna «vendere», ossia prosciogliere i genitori dal debito che pensiamo abbiano verso di noi, prendendo coscienza che i nostri problemi non derivano da loro, ma sono problemi comuni a tutti gli uomini, in quanto tutti condividiamo la condizione di figli; infine, bisogna «venire» al Padre per realizzare la nuova nascita nel regno dell’Essere. Il problema più profondo dei giovani è, dunque, essenzialmente religioso; c’è bisogno che incontrino Chi sappia guardarli con gli occhi dell’Eternità. «Allora Gesù, guardandolo, lo amò».
Gesù lo guardò e l’amò, ma il giovane non guardò a sua volta Gesù; abbassò lo sguardo e se ne andò: non ha visto quanto bella fosse la propria persona agli occhi di Dio. Non seppe rinunciare agli amori della sua infanzia: voleva che Gesù lo amasse di un amore materno, ma Gesù lo amò con l’amore del Padre. «Va’, vendi, vieni», sono imperativi che dicono di un amore che pone condizioni all’individuo, non perché questi sia amato, ma affinché egli senta un amore meritato e, quindi, vero.
Non è facile guardare Gesù negli occhi; egli è la Luce che illumina le nudità delle tenebre.

«Ma a tutti quelli che l’hanno guardato
egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio;
a quelli cioè che credono nel suo nome;
i quali non sono nati da sangue,
né da volontà di carne,
né da volontà d’uomo,
ma sono nati da Dio» (Gv 1, 12-13).

Realizzare che non siamo più debitori verso i nostri genitori della vita che abbiamo, e accettare che essi non ci devono nulla, poiché come noi sono figli, libera in noi, insieme con il sentimento della libertà, anche il sentimento della gratitudine nei confronti della stessa Vita.
Sono queste le condizioni per diventare veramente liberi: liberi di crescere, poiché tutte le potenzialità che la Vita ha messo in noi, con il primo comandamento: «Crescete» (Gen 1,27), sono infine restituite alla libertà; liberi da rancori e rimpianti, poiché tutto ha cooperato al nostro bene (Rom 8,28). Non solo si perdona il male ricevuto, ma si è grati per il frutto di pace che ha fatto maturare in noi.
A chi resta bambino, invece, tutto è dovuto; il mondo e la vita sono sempre creditori nei suoi confronti. Nessuna frustrazione è tollerabile, nessun divieto è concepibile. Il bambino in noi è insaziabile, consuma tutto; è ingordo, consuma subito; soprattutto, è solo.
Qual è dunque la soluzione? Se, come Gesù, abbiamo individuato il problema del giovane del racconto, allora la soluzione è aiutare il ragazzo, che viene a noi, a superare la paura di crescere. Abbandonare le illusioni infantili è doloroso, perciò sta a quanti hanno come meta di crescita l’altezza della statura di Cristo (Ef 4,13) mostrare a giovani i tesori per loro nascosti nel cielo. Non il sangue, né la carne, né l’uomo hanno deciso la nostra nascita, ma una Volontà di cui siamo espressione. Diventare figli di questa Volontà vuol dire riprendere il cammino della crescita in vista del frutto che siamo destinati a far maturare in noi. Il secondo comandamento infatti è fruttificate.
L’adolescenza è il periodo più propizio per rinascere, per non restare intrappolati in un inesauribile bisogno d’amore, ma, al contrario, per sentir nascere in sé l’insopprimibile bisogno di amare. Ora, ogni nascita richiede un genitore. Gesù all’età di dodici anni ha eletto pubblicamente Dio come suo Padre. Rinascere è la soluzione che Gesù propone ancora oggi al giovane come al vecchio.
«Come può un uomo nascere? Può forse entrare una seconda volta nel seno di sua madre e rinascere?» Chiedeva Nicodemo a Gesù che gli diceva: «Se uno non è nato dall’alto non può vedere il regno di Dio… Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo spirito è spirito» (Gv 3,3-5).
Dio non è morto, anche se noi lo abbiamo ucciso; il nostro Dio risorge sempre, e come se nulla fosse successo ha l’impudenza di guardarci, di sorriderci, di dirci: «vieni e seguimi!». Seguirlo dove? Che importa! Anzi con lui più nulla è importante: né il bene, né il male; né la vita, né la morte; né le cose che sono, né quelle che non sono; né quelle presenti, né quelle future. Per chi è innamorato l’amato è l’unica cosa davvero importante. È illusione? Che importa! È divina, e soprattutto eterna.

Abbreviazioni dei libri della Bibbia

Can Cantico dei cantici
1Cor Prima lettera ai Corinzi
Eb Lettera agli Ebrei
Ecc Ecclesiaste
Ef Lettera agli Efesini
Gal Lettera ai Galati
Gen Genesi
Ger Geremia
Gv Giovanni
1Gv Prima lettera di Giovanni
Mc Marco
Num Numeri
Rom Lettera ai Romani
Sal Salmi
2Tim Seconda lettera a Timoteo

Bibliografia

* Blos P. (1962), tr. it. L’adolescenza in una prospettiva psicoanalitica, Milano, Angeli, 1971.
* Freud S. (1815), tr. it. Metapsicologia, in La teoria psicoanalitica, Torino, Boringhieri, 1979
* Freud S. (1920), tr. it. Al di la del principio di piacere, in La teoria psicoanalitica, Torino, Boringhieri, 1979.
* Galimberti U. (2007), L’ospite inquietante, Milano, Feltrinelli.
* Sermonti G. (2007), Il tao della biologia, Torino, Lindau.
* Winnicott D.W. (1971), tr. it. Gioco e realtà, Roma, Armando, 1974.