L’immaginario e l’esperienza

Educare il corpo /7

Pierangelo Barone

(NPG 2008-01-59)


Esiste una sorta di resistenza discorsiva nelle riflessioni sull’educazione a tematizzare il corpo sessuato dei bambini e dei ragazzi. Non tanto, penso, per la reiterazione di qualche forma di moralismo «vittoriano», ma piuttosto per una necessità psicologica di eludere una domanda tanto antica quanto presente nel vissuto dell’educatore: ci si può «innamorare» dell’allievo/a?

Gli antichi Greci, appunto, non soltanto davano una risposta affermativa a tale quesito, ma sottolineavano persino la centralità dell’erotizzazione della relazione tra un maestro e il proprio discepolo al punto che essa assumeva una funzione decisiva nell’iter formativo del giovane, affinché potesse assumersi responsabilità di adulto.
Secondo Foucault,[1] ciò che appare rilevante nelle riflessioni dei Greci su questo tema non è tanto la legittimazione di un costume, oggi per noi inaccettabile, che contemplava la possibilità di una relazione sessuale tra maestro e allievo, quanto la descrizione di una complessa «arte di amare» che presiede il compito di formazione a cui sono chiamati l’adulto e il ragazzo; un’arte che si specifica nella capacità di seduzione, di passione, di desiderio, che funzionano da vettori di conoscenza nella relazione educativa. Tutti elementi, quelli nominati, che designano l’esistenza di un eros pedagogico imprescindibile [2] che è sotteso al rapporto di formazione.
Come scrive Mantegazza in un densissimo saggio dedicato all’eros pedagogico di Pasolini: «Innamorati dei corpi dei ragazzi si deve essere per educare: anzi, non si comprende come si possa essere formatori senza vivere una delle innumerevoli forme di questo amore. Ma l’innamoramento deve lasciare spazio all’oggetto amato e, in questo caso, deve elaborare in anticipo il lutto per la perdita – anzi: per il non possesso – dell’oggetto stesso. Il formatore deve essere consapevole che non potrà mai possedere il corpo dei ragazzi».[3]
Si capisce dunque in quali termini risulta scomodo dover trattare il contenuto implicito di quella domanda sul corpo dei ragazzi e sull’innamoramento relativo, in particolare oggi, di fronte allo scempio di pratiche perverse in cui l’oggettivazione sessuale del corpo dei minori ha assunto grande risonanza mediatica.
Eppure è proprio assumendo in modo diretto la questione dell’eros in educazione che possiamo provare a svolgere un discorso sul corpo sessuato dell’infanzia e dell’adolescenza, cogliendone potenzialità e limiti in rapporto alle rappresentazioni sociali e culturali dominanti sulla questione della sessualità.
Perché, in effetti, se non dobbiamo esimerci dall’educare i corpi anche in quanto corpi sessuati, è proprio adottando uno sguardo pedagogico che possiamo tentare di indicare alcune coordinate attraverso le quali cercare di riportare la dimensione della sessualità in una più giusta misura percettiva, in particolare rispetto alla situazione vissuta oggi dai minori. È vero infatti che se pure esiste un certo pudore pedagogico ad affrontare la questione dell’eros in educazione, non possiamo certo affermare che nella nostra società non si parli di sesso e del sesso.

Pervasività e morbosità dei discorsi sulla sessualità

Per dirla, ancora una volta, con Foucault, c’è anzi una vera e propria «incitazione ai discorsi sul sesso» [4] che attraversa capillarmente i diversi contesti sociali e che ha origini lontane nel tempo; una «necessità» di far parlare la sessualità degli uomini e delle donne come possibile istanza di verità che consente di accedere all’autentica soggettività individuale: la sessualità come chiave di accesso alla personalità attraverso il suo corpo.
Una suggestione, quella foucaultiana, davvero interessante per cercare di comprendere l’universo in gran parte morboso dei discorsi sul sesso che circondano il nostro vivere quotidiano: ad esempio gli innumerevoli discorsi mediati da significanti simbolici che si producono nei diversi contesti della comunicazione pubblicitaria sempre più ossessivamente alla ricerca di allusioni alla dimensione sessuale; ma anche l’insistenza dei format televisivi sulla sessualità più o meno esplicita che pone sempre di più lo spettatore in una posizione voyeuristica più o meno consapevole, attraverso l’esibizione di corpi volutamente seminudi che diventano l’oggetto di un investimento feticistico. A questo proposito risultano ancora molto efficaci le parole di Baudrillard: «Moda, pubblicità, nude-look, teatro nudo, strip-tease: ovunque è lo scenodramma dell’erezione e della castrazione. Esso è d’una varietà e d’una monotonia assolute. Gli stivali, i cosciali, i calzoncini corti sotto il mantello lungo, i guanti fin sopra il gomito o le calze a metà coscia, la ciocca di capelli sull’occhio o il cache-sexe della spogliarellista, ma anche i braccialetti, le collane, gli anelli, le cinture, i gioielli e le catene – ovunque lo scenario è lo stesso: un marchio che assume valore di segno e con questo anche una funzione erotica perversa».[5]
Attraverso l’insistenza «discorsiva» sul sesso si tende a costruire un gioco di verità sulla personalità di ciascuno che plasma il soggetto e lo costituisce in quanto individuo socialmente apprezzabile e adeguato: se l’obiettivo dichiarato del messaggio pubblicitario è, come suggeriscono gli studi di psicologia della comunicazione, l’identificazione di ciascuno con l’oggetto desiderato, l’effetto latente sembra essere la trasposizione simbolizzata della sessualità nel campo dell’immaginario di onnipotenza: ecco che allora il linguaggio della sessualità appare sotto il codice della potenza contrapposta alla castrazione, dove naturalmente è il primo dei due poli a rappresentare la condizione necessaria del successo e della felicità.
È un linguaggio che viene consolidandosi nel vissuto sociale di ognuno e che si esprime attraverso concetti essenziali: aggressività, affermazione, dominio, controllo, possesso, superiorità, conquista. Sembra insomma che l’immaginario della sessualità «scenodrammatica» su cui si sofferma Baudrillard esaurisca il discorso del corpo sessuato al solo aspetto della prestazione, metafora efficace nell’indicare l’ossessione economica del nostro tempo.

Il senso pedagogico dell’educazione alla sessualità

Ma se questo è l’immaginario sessuale che invade gli interstizi quotidiani della nostra vita, che ne è dei/lle ragazzi/e chiamati (si dice sempre più precocemente) a fare i conti con la scoperta del proprio corpo sessuato? Se il «sesso» nell’immaginario sociale corrisponde all’idea onnipotente di un soggetto «capace» di dimostrarsi sempre all’altezza di grandi prestazioni, e se il «sesso» nell’immaginario mediatico coincide con lo scenodramma dell’allusione e dell’esibizione, come possiamo credere che gli adolescenti possano elaborare del tutto autonomamente differenti rappresentazioni della sessualità?
Non stupiscono più di tanto allora, anche se devono inquietarci e interrogarci profondamente, i fatti di cronaca con minori protagonisti di episodi di prevaricazione a sfondo sessuale, se non addirittura di violenze perpetrate sempre a danno di figure socialmente deboli (ragazze oppure disabili): se uno dei grandi interrogativi maschili adolescenziali sulla propria sessualità è «ne sarò capace», l’invito implicito dell’immaginario sociale è di trovare la risposta attraverso una sessualità aggressiva, possessiva, dominante e soprattutto oggettivante, che ha nelle figure rappresentate culturalmente come deboli la propria presa potente.
Non si tratta però di stigmatizzare semplicemente la questione della sessualità esibita e pervertita, poiché non dobbiamo correre il rischio di scivolare in un facile idealismo o ancor peggio in un falso perbenismo; dobbiamo piuttosto fare i conti con il corpo sessuato degli adolescenti e provare a rigiocarne i profondi significati in chiave pedagogica: è da questo punto di vista che giova riprendere alcuni aspetti del nostro discorso iniziale sulla dimensione erotica della relazione educativa.
Se in quella si sottolineava la centralità del riconoscimento dell’altro come impossibilità di possederlo per permetterne la crescita, anche nella tematizzazione esplicita della dimensione della sessualità osserviamo che gli elementi sottesi alla relazione possono trovare espressione in concetti alternativi a quelli del dominio e del possesso, della supremazia o della prestazione; si tratta di nominare le dimensioni del desiderio, della passione, dell’emozione, dell’affettività e del piacere come termini possibili attraverso cui pensare il corpo sessuato. Riconoscere il valore corporeo del desiderio e della passione permette di ricomprendersi come parte di una relazione, riconoscendo valore all’Altro in quanto parte attiva e a sua volta desiderante; restituire un contorno corporeo all’affettività e al suo legame con il piacere permette di ridimensionare l’immaginario voyeuristico per prendere contatto esperienziale con la fisicità data dall’intimità e dalla vicinanza dei corpi.[6]
Ma forse sta proprio in questo possibile ribaltamento il senso pedagogico dell’educare i corpi alla sessualità: si tratta di dare letteralmente «corpo» all’immaginario della sessualità, per svincolarsi dal linguaggio autoritario delle rappresentazioni virtuali della sessualità esibita e spettacolarizzata.
Si tratta di restituire ai ragazzi la possibilità di comprendersi come soggetti desideranti, in grado di riconoscere l’autenticità dell’altro come soggetto in carne e ossa, che insieme al desiderio del corpo suscita il piacere delle emozioni e degli affetti; emozioni e affetti che possono a loro volta tramutarsi anche in sofferenza quando ad esempio scopriamo che non siamo ricambiati. Ma è in questa dialettica che si costituisce il senso «proprio» di ciò che possiamo intendere per «passione» nella relazione amorosa, tra l’amare e il patire (in senso letterale) con la mente e con il corpo.
Aiutare i ragazzi e le ragazze a riconoscere e nominare le emozioni, a significarle nel loro intreccio affettivo con il corpo e la sessualità, costituisce la possibile contromisura pedagogica al rischio dell’appiattimento pornografico del sesso virtualizzato.

 
NOTE

[1] Facciamo riferimento al secondo volume pubblicato da Michel Foucault sulla storia della sessualità in Occidente: L’uso dei piaceri, Feltrinelli, Milano 1984.

[2] Tra i primi in Italia a parlare di «eros» in pedagogia è Piero Bertolini. Si vedano in proposito: P. Bertolini, M. Dallari (a cura di), Pedagogia al limite, La Nuova Italia, Firenze 1988; P. Bertolini, «La dimensione erotica della relazione educativa» in R. Massa, L. Cerioli (a cura di), Sottobanco. Le dimensioni nascoste della vita scolastica, Franco Angeli, Milano 1999.

[3] Cf R. Mantegazza, Con pura passione. L’eros pedagogico di Pier Paolo Pasolini, Edizioni della Battaglia, Palermo 1997, p. 64.

[4] Si veda su questo: M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978.

[5] Cf J.Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 1979.

[6] Un bell’esempio della valenza formativa della sessualità in adolescenza tra immaginario ed esperienza lo si trova nel film di Gabriele Muccino «Come te nessuno mai», vero e proprio «manifesto» dell’inquietudine corporea.