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    Il dentro e il fuori


    Educare il corpo /3

    Pierangelo Barone

    (NPG 2007-03-57)


    Il rapporto con il corpo nel nostro vivere quotidiano ci interroga implicitamente su una direzione della spazialità corporea poco esplorata: quella tra interno e esterno. In questo caso ci troviamo a dover disegnare una nuova e differente geografia del corpo che non si limita a delinearne gli elementi di superficie lungo lo strato dell’epidermide (a cui facciamo corrispondere il confine del nostro corpo), bensì – attraversandone la barriera della superficie corporea e oltrepassando le funzioni degli organi sensoriali che mettono in comunicazione il dentro e il fuori del corpo – permette di rintracciare un «mondo del pre-contatto», dove si producono le infinite variazioni di molteplici sensazioni ed emozioni che si traducono poi in gesti ed espressioni, in azioni corporee e in pensieri. Una differente geografia del corpo, quindi, che descrive le possibile mappe del complesso rapporto tra le sensazioni «propriocettive» che caratterizzano il sentire interno e le percezioni «esterocettive» veicolate dalle qualità sensoriali degli organi di senso.
    Siamo piuttosto abituati a pensarci e a viverci come corpi che esperiscono il mondo prevalentemente a livello tattile-visivo-acustico (già meno a livello olfattivo), restringendo il campo sensoriale delle esperienze alle percezioni esterne filtrate dalla superficie del nostro corpo, e riesce difficile assumere un punto di vista [1] capace di connettere le esperienze sensoriali che attraversano continuamente la nostra esistenza con quello che può essere definito con il termine di «corpo-dentro».
    Le ragioni di questa difficoltà sono svariate; una delle principali va ricercata indubbiamente nella qualità specifica che assumono le sensazioni «propriocettive» in rapporto alla capacità di concettualizzare e nominare, quindi tradurre in parole e pensieri, un insieme di sensazioni primarie che vagamente cerchiamo di associare a stati del corpo (benessere, malessere, disagio, bisogno…). Quel che appare davvero difficile è la traduzione di questi stati del corpo in rappresentazioni e immagini che diventano pensieri e parole, e che si traducono poi in azioni, in gesti ed espressioni corporee, volte a rispondere ai bisogni che il «corpo-dentro» esprime in modo primitivo.[2] Scrivono Fabbrini e Melucci riguardo a questo discorso: «La radice profonda di ogni azione è costituita inizialmente da una esperienza molto primitiva di pura sensazione non immediatamente orientata verso un oggetto. Per trasformarsi in azione questo stato sensoriale ancora indeterminato deve prendere forma attraverso la percezione consapevole e l’investimento cognitivo che permette di riconoscere e nominare, per esempio un vago senso di vuoto allo stomaco come ‘fame’. Senza quella sensazione inizialmente confusa e non ben localizzata non ci sarebbe fame, ma senza la capacità di percepirla consapevolmente e di nominarla non sarebbe possibile nessuna azione volta alla soddisfazione del bisogno».[3] Dunque quel sentire interno costituisce la condizione di possibilità di un’azione che richiede però una certa consapevolezza della presenza, una consapevolezza legata al nostro «essere-nel-corpo».

    In ascolto del corpo-dentro

    Intendere il corpo come sistema complesso analizzabile sull’asse dentro/fuori, ci mette a contatto con una dimensione dell’esistenza che in chiave pedagogica può essere letta come attenzione alle relazioni che si costituiscono, nel percorso di costruzione identitaria dei soggetti (dunque con particolare riguardo alla questione adolescenziale), tra le sensazioni, le percezioni, i vissuti affettivi ed emozionali che hanno una radice «propriocettiva» e le rappresentazioni, le immagini, gli agiti, le risposte, che mettono in gioco il corpo nella quotidianità. Non deve sfuggirci, cioè, l’importanza pedagogica della questione di questa relazione profonda che definisce l’esperienza di ogni soggetto con il sentire interno del corpo, poiché proprio questa relazione necessaria appare oggi elusa dai messaggi culturali dominanti, e in particolar modo getta luce su uno dei possibili rischi presenti nel percorso di crescita degli adolescenti.
    È nella radicalità delle trasformazioni in atto, dentro e fuori del corpo dell’adolescente, che possiamo leggere una certa inquietudine del crescere che attraversa l’esperienza quotidiana dei/lle nostri/e ragazzi e ragazze. Se infatti è vero che la traduzione di certe sensazioni ed emozioni interne appare in generale, negli uomini e nelle donne, come un compito complesso e difficile, questa difficoltà risulta rinforzata dalla specifica condizione metamorfica del corpo dell’adolescente; l’effetto di confusività che accompagna gli stati del corpo in adolescenza genera risposte di fuga e di evitamento che portano a silenziare l’insieme caotico di percezioni e impressioni che provengono da punti imprecisati del proprio corpo interno. Porsi in ascolto del corpo-dentro può diventare per l’adolescente un esercizio angosciante che fa vivere i disequilibri e le disarmonie temporanee del cambiamento come sintomi di malesseri profondi che si accompagnano con fantasie di malattia e di morte. Ne risulta un bisogno di allontanamento dalle sensazioni interne, vissute come sgradevoli e incomprensibili, attraverso azioni risolute che sopprimono il «sintomo»:[4] il disagio e il malessere imprecisato si trasforma spesso nella sua traduzione razionale in un dolore localizzato che può essere a quel punto «curato» dal farmaco (il mal di testa, il mal di pancia).
    Lo sguardo si sposta quindi sulla superficie del corpo, su ciò che appare e si mostra come parte visibile di esso. Il bisogno di agghindare e abbellire i corpi, di manipolarne l’immagine seguendo i criteri di bellezza dominanti, sembra essere oggi l’unico vero modo di prendersi cura del corpo; l’esaltazione delle superfici levigate e bronzee di una pelle che non può e non deve mostrare segni o cicatrici insieme alla diffusione, attraverso il tatuaggio, di pratiche di decorazione permanente del corpo che hanno ormai perso qualsiasi aggancio con i significati rituali e tribali che ne hanno originato l’usanza, testimoniano il primato di un corpo totalmente appiattito su ciò che esibisce. Ne risulta un allontanamento da quel sentire interno del corpo, dove prendono forma le sensazioni più originarie, che costituisce la radice sensoriale più profonda in cui si incarna l’esperienza esistenziale: l’effetto più probabile è quello di un estraniamento, di un’alienazione, di uno sradicamento esistenziale che rende più fragile la consapevolezza del proprio essere-nel-mondo e «rende labile il senso di certezza del proprio esistere».[5]

    La cura educativa

    La cura educativa,[6] in quanto cura di sé, si traduce anche nella capacità di ascoltare il corpo-dentro; richiede la possibilità di uno spazio di elaborazione che non sia necessariamente uno spazio della parola che nomina e definisce il vissuto interno del corpo, ma ne permetta l’espressione attraverso la realizzazione di esperienze capaci di mettere in contatto con esso. Indubbiamente la forma del teatro e della drammatizzazione, attraverso il fondamentale lavoro di training corporeo, costituisce una delle esperienze più potenti in questo senso.
    Ma ugualmente forti possono essere quelle esperienze che impongono uno scarto percettivo con quello che ci circonda. Pensiamo ad esempio alla realizzazione di percorsi nella natura che implicano una dimensione contemplativa, obbligando i sensi esterni ad un lavoro non routinario di ascolto del proprio corpo e della realtà esterna che entra in relazione con esso. In questa prospettiva perciò, educare il corpo tra «il dentro e il fuori» significa poter ripensare la cura di sé come progetto orientato alla presa di consapevolezza della propria presenza nel mondo, riallacciando i fili di un contatto profondo con le sensazioni «propriocettive» che stanno alla base del nostro percepire la vita. Gli adolescenti, oggi, da un punto di vista pedagogico, hanno più che mai bisogno di riappropriarsi del loro corpo esistenziale.

    NOTE

    [1] È interessante notare come anche il nostro linguaggio abbia spesso bisogno di appoggiarsi a metafore riconducibili alle funzioni dei sensi esterni al corpo.

    [2] Sono davvero rischiaranti, a questo proposito, le riflessioni di Anna Fabbrini e Alberto Melucci riportate nel loro imprescindibile saggio sull’adolescenza: L’età dell’oro, Feltrinelli, Milano 1992.

    [3] Ivi, p.85.

    [4] Come non leggere anche in questo senso un tipico fenomeno adolescenziale quale la ricerca di situazioni e luoghi rumorosi e affollati dove «perdere» un po’ il proprio corpo individuale.

    [5] A.Fabbrini, A.Melucci, L’età dell’oro, p. 86.

    [6] Sull’uso pedagogico di questo fondamentale concetto rinviamo all’importante lavoro di Cristina Palmieri, La cura educativa, Franco Angeli, Milano 2000.


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