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    Il vuoto e il pieno: gli spazi dell’anima


     

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2006-02-54)

    L’uomo non è fitto
    (Ernst Bloch, Il Principio Speranza)

    I mistici e le mistiche di tutte le religioni hanno vissuto l’esperienza del vuoto, dello svuotamento interiore, come esercizio spirituale per lasciare spazio a una esperienza peculiare del divino. Questa caratteristica è propria della mistica cristiana come dei sufi, della meditazione Vipassana come dei mistici dell’islam: si tratta di creare un buco, uno spazio vuoto al proprio interno per lasciare che ci invada l’esperienza del divino o comunque della trascendenza. Se il termine myeyn dal quale deriva «mistica» significa «chiudere gli occhi», forse questo non indica il disinteresse per il mondo e la fuga dalla realtà, ma semplicemente l’esigenza di sottrarsi a un mondo troppo pieno (che riempie di sé anche gli spazi interiori) per lasciare letteralmente spazio all’Altro. Non sono solo gli occhi le fessure da chiudere per esperire il Dio dei mistici: occorre anche non sentire rumori, non percepire profumi, fare l’esperienza dello scrigno che si chiude custodendo una interiorità resa deserta.
    L’esperienza di un mondo troppo pieno, di spazi interiori troppo arredati dal futile e dal banale, è tipica dell’uomo e della donna del XX e del XXI secolo. Fu Walter Benjamin a parlare di «uomo ammobiliato» per intendere la colonizzazione dello spazio interiore da parte di oggetti e di immagini che letteralmente non lasciavano più spazio per riflettere, stare da soli, pensare. Lo spazio interiore è a tal punto colonizzato da «cose» irrelate che ci risulta difficile trovare un momento per quella penetrante e profonda solitudine dalla quale nasce l’ispirazione artistica o l’intuizione filosofica; anche quando siamo da soli il mondo ci penetra dentro, non con la legittima esigenza di socialità e di socializzazione (per cui non si è mai del tutto da soli perché tutto il mondo è riflesso dentro di noi – altra acquisizione della mistica) ma con una presenza ingombrante e non richiesta. Siamo abitati dal mondo e questo ci rende difficile abitarlo in senso proprio e compiuto.
    Occorre allora una pedagogia degli spazi vuoti come operazione preliminare di una educazione dell’anima; occorre che i soggetti siano allenati a creare dentro se stessi quelli che definiamo buchi bianchi, ossia frammenti di interiorità che salviamo dall’assedio, rettangoli di senso e di sé che sottraiamo alla dittatura di un mondo che ci ammobilia dentro. Lasciare spazio alla riflessione, allo stupore, all’intuizione, soprattutto lasciare spazio al non-si-sa-cosa significa prendersi il diritto a uno spazio privato e soggettivo che la società del III millennio sembra quasi temere, in quanto spazio del potenziale sovvertimento di un ordine basato sulla proliferazione dell’inutile e del ridondante. La società del XXI secolo è strutturalmente basata sul troppo (per chi se lo può permettere) che ha come contraltare il «niente» nullificante per popoli interi: non si dà via di mezzo: chi possiede aumenta a dismisura l’arredo del proprio spazio bancario, abitativo e interiore, chi fa l’esperienza del vuoto lo vive come distruzione, perché vuoto di risorse, di possibilità, di senso
    Ribaltare il paradigma, riempire di cibo e di senso il vuoto di chi muore di fame e di disperazione e creare il vuoto dentro le anime bulimiche di chi come noi vive nel benessere, non è però una operazione unicamente psicologica. Se occorre educare a creare i propri buchi bianchi è però vero che non c’è buco bianco al nostro interno se non ci sono spazi e tempi del disimpegno all’esterno. È ricercando o creando i buchi bianchi nella propria giornata e nel proprio ambiente di vita e di lavoro che è possibile creare le condizioni per un vuoto spirituale interiore: l’esperienza del deserto tipica di alcuni mistici ci insegna anche questo: il deserto viene scelto come alternativa a una dimensione esistenziale e sociale corrotta, e come ambito privilegiato per fare spazio dentro di sé all’altro e all’Altro, come se l’immenso vuoto orizzontale esteriore rispecchi e susciti al tempo stesso il vertiginoso vuoto delle profondità interiori. Si tratta della dialettica dentro/fuori tipica dell’anima, una dialettica che incontreremo ancora: l’educazione dell’anima non lascia intatto lo spazio esterno, la spiritualità modifica la materialità: spazi interiori e spazi esterni si condizionano a vicenda.
    Educare al vuoto dunque è una delle priorità che ci sembrano essenziali per la pedagogia del nuovo millennio. Significa in concreto smetterla di riempire le menti e i corpi dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze di cose da fare, allentare l’ipertrofia del pedagogico che trasforma le giornate dei nostri adolescenti in agende da top-manager e imparare a lasciar «cadere nel vuoto» le prescrizioni educative; non nel senso di affidarle all’oblio, ma al contrario nel senso di cercare di creare nei soggetti le condizioni esistenziali, l’humus fatto di silenzio e di solitudine che è necessario per il vero apprendimento. Concretamente ciò può significare per esempio che a scuola si devono fare poche cose, ma che a proposito di queste poche il ragazzo o la ragazza devono essere stimolati a un lavoro lungo, difficile anche silenzioso e solitario: significa anche che i genitori devono tollerare e anzi valorizzare i momenti nei quali un adolescente sta sdraiato sul letto «a non fare niente» e capire che proprio questo «non far niente» costituisce un valido esercizio alla meditazione e alla riflessione dalla quale, almeno per un momento, siano ermeticamente chiusi fuori i rumori, i colori, gli odori del mondo.
    Ma l’anima è anche pienezza; nasce e cresce nel vuoto ma riempie immediatamente questo vuoto di una peculiare pienezza di spirito e di vita; è un nuovo pieno a sostituire la vacua pienezza dell’uomo ammobiliato. Il vuoto dell’anima non è desolazione da lasciare a se stessa ma è un vuoto che accoglie nuove sensazioni e nuove idee, nuove rappresentazioni e nuovi rapporti umani. In questo senso la frase di Ernst Bloch posta a principio di questo articolo si riempie di significato: l’uomo non è fitto perché non è mai né troppo pieno né troppo vuoto. Non c’è mai pienezza di agende o di vita che non lasci qualche fessura, all’interno della quale si annida la speranza; non c’è mai vacuità di vite vissute nella miseria e nella disperazione che non contengano anche, almeno in potenza, un nido che accolga la luce del nuovo, l’ala del non-provato. Occorre prima di tutto eliminare l’ipertrofia della merce e la miseria del disperato, che sono poi le due facce della stessa medaglia, per lasciare lo spazio all’anima. In Occidente fare posto al vuoto dell’anima significa combattere il falso pieno della merce e del mercato; altrove (o nelle pieghe di altrove incitate nell’Occidente) significa combattere il falso e mortifero vuoto della miseria. Né una esaltazione della pienezza del profitto né una beatificazione della miseria, dunque, costituiscono uno spazio per l’anima. Che tutti gli uomini e le donne e i bambini abbiano cibo a sufficienza, un tetto per ripararsi e una vita dignitosa da vivere; che nessuno scambi la quantità dei beni per vera ricchezza spirituale, soprattutto quando i beni sono sottratti ai popoli che ne sono i veri proprietari. È in questa doppia dialettica contro il falso pieno e il falso vuoto che si ritaglia lo spazio dell’anima. È scorgendo possibilità inedite nelle crepe e negli interstizi che si disegnano all’interno di un uomo «non fitto», ma poroso e dissestato, che è possibile iniziare un itinerario pedagogico che metta lo spazio dell’anima al centro del suo interesse e della sua azione educativa.


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