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    I romanzi di (s)formazione

    Ida Bozzi

    Il «romanzo di formazione» (in tedesco Bildungsroman) è il romanzo in cui si segue la crescita di uno o più personaggi, da una condizione o età acerba fino a una maturità che non è necessariamente l’età adulta (in genere l’azione si svolge in poche ore, o giorni, o mesi), ma è l’attraversamento di un’esperienza fondativa che trasforma il personaggio, lo cresce, lo indurisce; spesso (anche se non necessariamente) lo delude, lo ferisce, e a volte, perfino, lo distrugge. In generale, è un confronto con il mondo che difficilmente lascia identici e anche più difficilmente trova gli esseri umani preparati ad affrontarlo. In questo, molto simile alla vita. Proprio in ciò sta la formazione, nell’attraversare (goffamente, e sbagliando tutti i passi) quell’esperienza e nel trovarvi compagni, nemici, pericoli, brevi oasi di sopravvivenza, sonore lezioni e guide eccezionali nel bene e nel male; ma anche, sempre, perfino nelle storie a lieto fine, un retrogusto di disincanto, la percezione che il mondo si sia mostrato per quel che è davvero, e che l’epoca delle illusioni sia finita.
    Sono le ore di fuga solitaria del giovane Holden di Salinger, sono le violenze subite e le dissipatezze del ragazzo Malcolm di Purdy, o la vita di orfano tra ladri e assassini di Oliver Twist. Per venire a casi più vicini, sono i ragazzi disorientati, luminosi e perdenti raccontati da Silvia Ballestra, oppure i protagonisti di Ammaniti, o quelli del Vasta de Il tempo materiale. All’inizio ingenui, o entusiasti, o appena un po’ sconnessi, poi sorpresi dal confronto con il mondo come da una scossa elettrica.
    Insomma, parrebbe ovvio: a formarsi è il personaggio, non il lettore.
    L’impressione però, da qualche anno a questa parte, è che alcuni protagonisti dei romanzi di formazione partano «già imparati», che nascano granitici e assai poco bisognosi di crescita, al più di un po’ di compagnia nella disavventura o di un orecchio cui raccontarla (il lettore) non senza qualche vanteria. «Guarda comeme la cavo, io». Poco innocenti. Poco disponibili a formarsi e anzi già dotati di caratteri immutabili, e di convinzioni formidabili che essi stessi tentano di comunicarci di continuo. Pulcini che danno l’impressione di saperla già così lunga, con buona pace dell’«inesperienza» di cui parla Antonio Scurati.
    E viene il sospetto che chi si tenta di formare davvero sia qualcun altro: il lettore. E che non ci si trovi davvero davanti a romanzi di formazione (o Bildung, costruzione), bensì a storie di edificazione. Si tratta, diremmo scherzando, di ben altra «edilizia».
    Un esempio significativo è il romanzo - pur ben scritto, avvincente e originale - Il bambino che parlava con i cani (Piemme) di Eva Hornung. È la storia di un orfano di quattro anni che viene allevato dai cani: quattro anni sono pochi per essere sicuri di sé, eppure il bambino riesce a esserlo. Non sono i cani a insegnare al bambino a vivere, è «il bambino insieme ai cani» a insegnare a noi lettori come ci si barcamena nelle difficoltà.
    Un altro caso recente è Il quaderno di Maya (Feltrinelli) di Isabel Allende: Maya è un’ex tossicodipendente ombrosa, dolente, ferita, ma la sua formazione è già avvenuta altrove; ecco perché il suo soggiorno nel villaggio dell’isola, in fuga da oscuri nemici, sembra avere le caratteristiche di un racconto edificante, con ospiti e vicini che la circondano di attenzioni, in una dimensione di convalescenza e non di crescita. Proprio questa dimensione, tra edificazione (del lettore) e convalescenza, si ritrova nel romanzo Il mio inverno a Zerolandia (Rizzoli) di Paola Predicatori, in cui il lutto per la morte della madre e la storia d’amore con l’ultimo della classe, l’inquieto Gabriele, non pare occasione di formazione per il personaggio, che fin dalle prime pagine si muove nell’abisso del lutto con una familiarità sospetta, come guidato da una mano adulta (quella della scrittrice?). Ciò che accade in un altro romanzo italiano, La vita accanto (Einaudi) di Mariapia Veladiano, dove fin dalle prime righe la protagonista Rebecca mostra di sapere tutto ciò che c’è da sapere sulla vita di una donna brutta. Il che pare un paradosso, come certe inserzioni di lavoro lette qua e là: «Cercasi apprendista con esperienza».
    La stessa mano sicura, anche se l’autrice è un’altra, pare guidare i passi di Ida Maria, protagonista del romanzo Dove finisce Roma (Einaudi Stile libero) di Paola Sòriga: la ragazza è una staffetta partigiana nascosta in una cava alle porte di Roma, a pochi giorni dall’arrivo degli Alleati, ma fin dalle prime pagine si muove come se fosse la sorella maggiore di tutti gli altri personaggi, dei genitori che le impediscono di vivere la storia d’amore con il suo professore nel natìo paese sardo, della sorella e del cognato che la portano a Roma, dei bambini di strada della capitale, dell’amore Antonio. Un po’ la stessa luce già matura del piccolo Zeno in L’estate alla fine del secolo (Dalai) di Fabio Geda, dove più del presente ciò che conta è il racconto dell’esperienza di formazione del nonno nelle persecuzioni razziali alla vigilia della guerra. Per queste storie però occorre considerare che si tratta di un passaggio difficile, probabilmente, per la letteratura: la necessità di consegnare un passato tragico alle nuove generazioni. Ci prova anche, con soluzioni irregolari e ambivalenti, il libro Salta, corri, canta! (Giuntina) di Lizzie Doron, una ricerca del padre dopo gli orrori della Shoah per la piccola Lizzie che a Tel Aviv cresce circondata dal silenzio sui segreti familiari, e diviene un’adulta tormentata. Un compromesso tra l’eccessiva sapienza del personaggio edificante e l’innocenza necessaria del personaggio in formazione forse lo trova un libro come La sognatrice bugiarda (Piemme) di Harry Bernstein, in cui a raccontare la storia di formazione della sorella Rose è il fratello maggiore, che osserva la piccola inventare genealogie nobiliari, eroismi guerreschi e altre bugie fantasiose quali rifugio per una realtà infelice.
    Per chiudere, segnaliamo invece alcune autentiche storie di formazione, in cui non è impastata alla scrittura alcuna spinta edificante estranea al romanzo ma si sente il gusto di raccontare, di dubitare insieme ai protagonisti, di condurre il lettore nell’inconosciuto, anche nei territori della morte. L’adolescenza crudele e distruttiva di Niente (Feltrinelli) di Janne Teller; il piccolo mago e giocatore di Uccidere il padre (Voland) di un’Amélie Nothomb un po’ in sorvolo ma capace di punte acutissime; gli adolescenti post-pasoliniani d’oggi in Ivan il terribile (Rizzoli) di Alcide Pierantozzi, l’adolescenza di faide e banditi nella Sardegna di Da qui a cent’anni (Frassinelli) di Anna Melis.

    (Corriere della sera)



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