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    L’eredità di Caino

    dalla violenza alla parola

    Massimo Recalcati

    L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa di amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata, altruista, fatta per vivere con il proprio simile nella pace e nella solidarietà, ma è originariamente un essere – per la tragedia greca l’essere più “stupendo” e più “tremendo” (deinon) – che porta con sé una crudeltà e una capacità criminogena che spaventerebbero anche gli animali più feroci, un’ostilità primaria verso i suoi simili che non ha paragoni.
    Queste parole che pesano come delle sentenze che non lasciano scampo non sono mie ma si possono leggere direttamente dall’ebreo Freud, il padre della psicoanalisi.
    Si tratta di un ritratto dell’umano che appare senza speranza e che giustifica il fatto che la società civile si senta sempre minacciata da forze distruttrici. È l’eredità scabrosa di Caino che ciascuno di noi porta con sé perché, come ribadisce Freud, in perfetta sintonia con il racconto biblico, «l’odio è più antico dell’amore». Non è un caso che la narrazione biblica abbia origine da due gesti profondamente trasgressivi. Il primo compiuto da Adamo ed Eva, sobillati dal serpente, che violano il divieto di accesso all’albero della conoscenza; il secondo compiuto dal loro primo figlio, Caino, che con crudeltà e ferocia («umana troppo umana») mette fine alla vita di suo fratello Abele.
    Nessuna pastorale, nessuna rappresentazione buonista e retoricamente altruista dell’uomo. Piuttosto: homo homini lupus. Le prime pagine della storia dell’uomo nel racconto biblico sono macchiate dal rifiuto della Legge e dal sangue fratricida. Ma anche Freud nella sua genesi dell’apparato psichico resta su questa stessa linea di pensiero: l’essere umano gettato nel mare ingovernabile della vita, vive inizialmente il mondo come straniero e fonte inestinguibile di perturbazioni.
    L’estraneo e l’ostile coincidono e animano l’odio come risposta difensiva. Per questa ragione l’odio è più originario dell’amore. Ma il gesto di Caino rende questo primato – teorizzato apertamente da Freud – ancora più sconcertante perché in questo caso ad essere vittima non è l’estraneo, ma il più prossimo, non lo sconosciuto, ma il fratello di sangue. Qual è la colpa imperdonabile di Abele? Quella di aver destituito il fratello maggiore dal suo posto di privilegio: essere l’unico figlio sulla faccia della terra, il figlio unico che si realizza come una sorta di piccolo dio per il desiderio di sua madre. La nascita di Abele è vissuta come un’intrusione traumatica che lo scalza da questa posizione unica e lo costringe al legame faticoso col fratello.
    Con l’aggiunta decisiva che di fronte al giudizio di Dio sono i doni di Abele i più graditi e non i suoi. La frustrazione si mescola così a un profondo sentimento di invidia. Caino viene privato dal suo privilegio dalla stessa persona (Abele) che Dio mostra di amare di più. Ecco che il fratello si rivela allora come la fonte insopportabile della sua alienazione: Caino lo colpisce a morte per mettere fine a una emorragia del proprio essere che lo svuota di ogni valore.
    Abbiamo qui le due radici fondamentali dell’odio: da una parte il sentimento di frustrazione; l’essere declassati, subordinati, scartati, messi da parte, fatti fuori. Dall’altra il sentimento invidioso; l’impossibilità di tollerare la felicità, la gioia, la vita piena dell’invidiato, il desiderio di voler essere come colui verso il quale si scatena l’aggressività e l’impossibilità di esserlo. Per questo Lacan evoca il mito classico di Narciso per leggere il gesto di Caino: colpendo il fratello più amato da Dio, Caino manifesta la sua estrema passione narcisistica di voler essere l’unico, di voler rubare il segreto di Abele, di essere come lui.
    La parola fondamentale di tutto il racconto biblico non è, come sappiamo, quella dell’odio ma quella dell’amore per il prossimo. Tuttavia, quella biblica sarebbe una retorica priva di forza se questo amore fosse situato come una semplice cancellazione dell’odio. Diversamente è proprio con Caino che l’uomo muove i suoi primi passi nella storia. Il testo biblico non indietreggia su questo scandalo. In alcune sue prediche Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano, insisteva nel porre Caino e Abele, ben prima di Freud, come due istanze contemporaneamente presenti nell’essere umano in quanto tale. Caino e Abele non rappresentano il bene e il male intesi come due valori esterni e rigidamente contrapposti, ma incarnano due passioni interne che muovono tumultuosamente l’umano. Un’oscillazione che siamo obbligati a sperimentare nella nostra vita individuale e collettiva. L’errore più grande che si può commettere nei confronti del Caino che tutti siamo è infatti quello di identificarlo in modo definitivo con l’assassinio imperdonabile del fratello per liberarci in questo modo dalla sua ombra. L’assassino, in questo modo, non potrebbe che meritare di essere assassinato secondo una legge del taglione inesorabile. Diversamente il Dio biblico pone un segno sulla fronte di Caino per proteggerlo da questo rischio e per interrompere la catena della violenza. Un segno che commemora la morte del fratello e che disidentifica Caino dall’ “essere” un assassino. Ma se Caino merita la protezione di Dio è perché lo siamo tutti. Perché tutti portiamo nel nostro cuore il verme dell’invidia mortale. É necessario disidentificare Caino dal suo gesto per consentirgli l’accesso ad un’altra forma di vita. Per questo egli sarà genitore e costruttore di città. Se l’odio viene prima dell’amore, l’odio non può essere l’ultima parola sul senso della vita. É questa la posta in gioco di quella scommessa che chiamiamo Civiltà e che prende corpo ogni volta che la Legge della parola si impone sull’assenza di Legge della violenza. É stato questo, in fondo, l’errore di Caino, ed è sempre stato questo l’errore più profondo dell’uomo: scegliere la violenza al posto della parola, andare dritto per la propria strada senza voltarsi per imparare a riconoscere la verità dell’altro, la verità del fratello. Pensare di possedere tutta la verità è la forma più estrema dell’ignoranza. Allora la Legge della parola naufraga e lascia che il sangue di Abele, ancora, si mescoli alla terra.

    (La Stampa - 3 agosto 2020)



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