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    La questione del senso

    alla sera della vita

    Claude Geffré



    Tutto è vanità

    Parlo della "sera della vita". Si potrebbe anche parlare di età matura o ancora di seconda tappa della pensione o anche di quarta età. È un tempo privilegiato per porsi la questione del senso, intendo dire il senso della nostra condizione umana, il senso della nostra storia personale e della storia in generale.
    La questione del senso ce la siamo certo già posta nel corso della nostra vita. Ma, nella quotidianità delle nostre esistenze, era la vita stessa con l'urgenza delle cose da fare a rispondere a tale questione. Veniva rinviata a più tardi la questione più radicale, quella propriamente metafisica della propria origine e della propria fine. I campi del sapere e dell'agire erano già tanto pieni di senso che non c'era posto per la questione fondamentale: «Che cosa mi è concesso sperare?».
    Vorrei additare un paradosso. Più avanziamo in età e più abbiamo coscienza del carattere radicalmente effimero dell'intera vita umana. Nello stesso tempo, però, siamo più consapevoli del valore della vita umana vissuta giorno dopo giorno e delle sue umili gioie. Da una parte, capiamo le parole dell'Ecclesiaste o meglio di Qoèlet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità... Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere...». Ma nello stesso tempo è sempre l'autore disincantato dell'Ecclesiaste a dirci con nostalgia: «Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole», e ad evocare il mandorlo fiorito, mentre «l'uomo se ne va nella dimora eterna... prima che si rompa il cordone d'argento e la lucerna d'oro s'infranga e si rompa l'anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo...» (Qo 12,6).
    La vecchiaia è il momento privilegiato per gustare il sapore dei gesti più quotidiani dell'esistenza. E il tempo della memoria felice dei momenti più intensi del nostro passato in cui abbiamo vissuto esperienze rivelatrici nel campo dell'amore, della conoscenza, delle varie forme d'arte. È il tempo di rivivere quei momenti di grazia che coincisero con la lettura di un certo autore, la scoperta di un particolare quadro, la nostra emozione di fronte a un paesaggio fino ad allora sconosciuto. Alla vigilia del viaggio verso la nostra dimora eterna, dobbiamo essere capaci di benedire il dolce regno della terra invece di chiuderci in un amaro rimpianto. «Non rimpiango nulla», come dice una canzone che tutti amiamo [1].

    L'enigma della morte

    Nei nostri vecchi paesi europei, in Francia in particolare, la percentuale delle persone anziane non smette di crescere. Gli esperti prevedono che nel 2050, quella degli ultrasessantenni sarà aumentata dell'80%. Ma nello stesso tempo, sotto la pressione dei media, della pubblicità, dell'opinione dominante, viviamo sotto il segno della tirannia del giovanilismo. La vecchiaia non è necessariamente un naufragio se godiamo di una relativa buona salute e se possiamo disporre di un certo benessere materiale. Ma essa è spesso vissuta da molti come un oltraggio o una tara e si fa di tutto per apparire come eternamente giovani.
    Il fatto è che, dietro il timore panico di invecchiare, si cela la paura della morte. La stessa parola "morte" è diventata tabù: si preferisce parlare di scomparsa o di decesso. Eppure occorre imparare a guardare la morte in faccia. Certo, essa rimane il grande enigma e mette in crisi la questione del senso. Se si considera la parola ebraica, la famosa constatazione dell'Ecclesiaste che citavo: «Ogni cosa è vanità», si dovrebbe tradurre: «Ogni cosa è non-senso».
    Dal semplice punto di vista dell'osservazione scientifica, siamo consapevoli che uomo e donna non sfuggono alla condizione mortale di ogni essere vivente. Siamo soggetti alla legge fatale dell'invecchiamento e della morte, cioè alla legge generale di entropia come processo irreversibile di degradazione dell'energia. E, grazie alla psicoanalisi, siamo più coscienti che la negazione della morte è il segno più manifesto del nostro rifiuto della realtà. È la megalomania del desiderio umano a prospettare un aldilà della morte, un'immortalità. Ed è sempre il rifiuto del principio di realtà a nutrire quella credenza nella reincarnazione che conosce un successo crescente tra gli occidentali. Non possiamo accettare di vivere una sola vita, e la morte prematura degli essere più cari ci sembra meno crudele se possono rivivere. Ma la ragione critica non fatica a demistificare questa illusione inventata dal nostro bisogno di consolazione.
    A rigore, solo gli umani sono mortali nella misura in cui sono i soli a poter riflettere sulla propria morte. Noi non conosciamo la morte che attraverso la morte degli altri. E quindi si tratta ancora della morte in generale; non è la morte come mia possibilità più specifica, assoluta, invalicabile.
    Non si dirà mai abbastanza l'enigma della morte umana che è ben più di un fenomeno biologico. Tanto la morte è naturale nel senso che siamo esseri di carne e di sangue, tanto essa fa violenza al nostro desiderio d'immortalità e di felicità in quanto siamo spirito.
    Anche coloro che hanno demistificato le illusioni di un aldilà della morte non cessano di meditare sulla stranezza della condizione umana come condizione finita. Così molti agnostici come André Malraux sono pronti a riconoscere che vi è nell'uomo un qualcosa che lo trascende, che coincide con lui ma che è più di lui. «Ero amputato dell'eterno», confessava lo scrittore che cercava nell'arte un anti-destino in rapporto alla scandalosa finitudine umana. E se Jean-Paul Sartre poteva scrivere che «l'uomo è un progetto inutile», è anche vero che l'uomo non cessa di essere un progetto.
    Di fronte a questo scandalo che è la morte ci si può rassegnare alla maniera stoica o scegliere la rivolta. Io cerco una terza via che ci consenta di trionfare dell'assurdo e dare un senso a quest'ultima età della vita, indipendentemente dal fatto che siamo credenti o no.
    Dobbiamo vincere la sfida della morte tramite una pienezza di vita. Non è vero che abbiamo fatalmente l'età delle nostre arterie. Il nostro cuore può sempre battere giovane. Noi tutti conosciamo uomini e donne che anticipano la propria morte fisicamente, intellettualmente e moralmente. E, dal versante opposto, conosciamo meravigliose persone anziane che sono sempre giovani, che vivono nel presente investendo il meglio di sé al servizio della vita. L'uomo vecchio può deperire, ma l'uomo nuovo non cessa di rinascere.
    Sono tentato di evocare i tre ordini secondo Pascal, quello dei corpi, quello degli spiriti e un terzo ordine che egli chiama l'ordine della carità. Avanzando in età, facciamo l'esperienza dei nostri limiti, delle nostre dipendenze, della nostra vulnerabilità. Ma dobbiamo saperci battere per rimanere giovani e imparare a gestire con intelligenza il capitale sminuito delle nostre forze. Nell'ordine dello spirito, non si esalterà mai abbastanza il valore della cultura. Tra le passioni collettive che animano ogni gruppo umano, non c'è solo l'avere, cioè il registro dell'economico, o il campo del potere, cioè tutto ciò che riguarda i rapporti di forza; vi è anche il campo del valere, cioè l'immenso spazio della cultura, tutto ciò che sta oltre l'utile e l'inutile ma che è più che necessario. La meditazione delle più sublimi creazioni del genio umano nel campo della conoscenza e dell'arte in tutte le sue forme ci riconcilia con l'umano autentico, mentre possiamo spesso sentirci depressi per il modo in cui una certa modernità sfigura l'immagine dell'essere umano.
    Ma la bellezza dei corpi, la grandezza dello spirito sono ancora cose effimere in rapporto al terzo ordine, quello della carità. Scrive Blaise Pascal: «Tutti i corpi insieme e tutti gli spiriti insieme e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità... Da tutti i corpi e da tutti gli spiriti non si potrebbe trarre un sol moto di vera carità» (Pensées, Br. 793).
    Certo, la carità è una parola importante del vocabolario cristiano. Ma più largamente essa designa il servizio della vita contro tutte le forme di morte: quelle della vecchiaia, della malattia, della solitudine, della disperazione. Come ho già detto, vi sono uomini e donne che anticipano la loro morte vivendo ripiegati su se stessi e sui loro piccoli problemi personali. Altri sono al contrario eternamente giovani perché possiedono il senso di ciò che un grande romanziere russo chiamava «la piccola bontà umana». Occorre essere avanti con l'età per capire il messaggio sconvolgente di quella musichetta che è la Sonata dell'uomo buono (cf. Das Leben der Anderen, Germania 2006, recente film per la regia di Florian Henckel von Donnersmarck).
    Sono sempre stato affascinato da questa parola misteriosa del vangelo: «Chi perde la sua vita, la trova». Essa mi aiuta a capire la parabola dei talenti: il buon servo non è colui che nasconde gelosamente il suo talento; è colui che assume il rischio di perderlo per arricchire gli altri, è colui che è pronto a rischiare la vita, la salute, il benessere per aiutare gli altri a rimanere vivi. Allora anch'egli conosce una pienezza di vita. È passato dalla morte alla vita. Tutto ciò che non è donato è perso... La vecchiaia è un'opportunità perché, secondo le parole di Simone Weil, «la sola cosa che richiede tutta una vita di apprendimento è l'attenzione agli altri e la capacità di chiedere al prossimo: qual è il tuo tormento?». Poiché fino all'ultimo giorno ogni vita comporta una possibilità di rinascita, credo di poter dire che non è la vita umana a essere mortale, ma la morte.

    Una vocazione di traghettatori

    Vorrei, per concludere, aggiungere che l'ultima età della vita è quella del passaggio, il passaggio di un testimone, un po' come in una gara di staffetta. La vocazione degli anziani è di essere traghettatori (passeurs) per le nuove generazioni.
    Mi pare che nel nostro contesto storico, che è quello della mondializzazione, della rivoluzione informatica, del caos ecologico annunciato dagli esperti, la nostra reputazione - quella di essere istanze di saggezza - dobbiamo meritarcela. Sono soprattutto due gli orientamenti di vita che dobbiamo cercare di trasmettere a coloro che ci seguono, e cioè l'arte del distacco e quella del discernimento.
    L'essere anziani ci porta necessariamente a un certo distacco nei confronti di tutto un superfluo di cui misuriamo l'inutilità e la consistenza derisoria. Dobbiamo imparare a gustare le gioie della sobrietà proprio nel momento in cui gli abitanti dei paesi ricchi del primo mondo scoprono la necessità di una vera conversione del nostro stile di vita se vogliamo che il pianeta sia ancora abitabile per i nostri discendenti.
    È ben noto il nuovo imperativo categorico del filosofo Hans Jonas proclamato nel suo Prinzip Verantwortung [trad. it., Il principio responsabilità]: «Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana sulla terra». Noi anziani che abbiamo goduto di tutti i privilegi di una società dell'abbondanza, siamo ancora in tempo ad avvertire i più giovani del fatto che abbiamo vissuto in modo irresponsabile.
    Nell'era della mondializzazione e della commercializzazione di tutto, non solo dei beni materiali, ma anche del corpo umano, della cultura e della religione, occorre insegnare l'arte del discernimento tra ciò che favorisce l'umano autentico e ciò che avvilisce l'uomo. Nel corso del XX secolo abbiamo conosciuto le derive delle nostre società democratiche di cui andiamo tanto fieri. Una società unicamente retta sulle regole della giustizia può diventare presto irrespirabile. Oltre una cultura della giustizia, dobbiamo far posto a una cultura dell'amore e del perdono. Si tratta di un'altra logica, una logica di sovrabbondanza che, al di là della stretta legalità dei diritti, fa pendere il piatto della bilancia a favore dei più diseredati tra i nostri concittadini.
    Siamo a volte colti da vertigine pensando alle terribili sfide del mondo di domani. Avendo conosciuto le crudeli prove del XX secolo, il solo messaggio che vogliamo trasmettere a coloro che ci seguono è che non hanno mai il diritto di disperare dei possibili della storia. L'improbabile è sempre possibile. Nel momento di cedere loro il posto, abbiamo la certezza che saranno gli artefici e i testimoni di ciò che noi non vedremo ma che germina lentamente, cioè la costruzione di un'Europa unita e l'avvento di un governo mondiale capace di trionfare sulla violenza mortifera degli esseri umani.

    NOTE

    1 In francese, Je ne regrette rien è il titolo di un grande successo della celebre cantante Edith Piaf (1961).

    (da Concilium 5/2007, pp. 145-151)


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