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    Come cambiano questi nostri preadolescenti! Generazione dell’eccesso?



    Mario Delpiano

    (NPG 2010-07-68)


    Restiamo sempre incuriositi per quan­to riguarda le informazioni che ci vengono offerte dalle ricerche sui minori, preadolescenti in particolare.
    È da un po’ di anni che attendiamo una ricerca sistematica sui preadolescenti italiani o europei, ma dobbiamo probabilmente dedurre che non meritano più quegli investimenti e attenzioni di un passato nemmeno più tanto recente.
    È vero però che essi diminuiscono di numero di anno in anno, controbilanciati in parte dai loro coetanei immigrati e non ancora cittadini italiani.
    L’iniziativa annuale che si ripete da ormai 13 anni, della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, che realizza puntualmente un’indagine, leggera e tematicamente delimitata, su di un campione di ragazzi e ragazze dai 12 ai 14 anni, ci offre uno spaccato sempre nuovo e stimolante, dell’evolversi dei comportamenti, delle abitudini e degli stili di vita di quella che definisce, indistintamente, la «società degli adolescenti». Si vede che i preadolescenti non hanno più diritto ad una loro categoria specifica di individuazione. Un’età della vita che quest’anno l’indagine qualifica come «generazione dell’eccesso».

    Mutamenti accelerati e anticipati

    I mutamenti si fanno sempre più accelerati, la manipolazione su questo ritaglio d’età della vita si fa sempre più pesante e diretta, da parte di un mondo, quello degli adulti, che continua a creare e produrre condizioni di vita, di socializzazione, di programmazione del tempo libero di vita, sempre più «occupato» da proposte misurate sulla salvaguardia del tempo degli adulti, oltre che naturalmente sulla logica dominante di mercato e di controllo del consumo e delle relazioni.
    Un controllo e una manipolazione da parte di una società di adulti sempre più deresponsabilizzata dal compito del «prendersi cura» e che tenta di sottrarsi alla sfida dell’educativo: sfida determinante e strategica nell’evoluzione e nel cambiamento delle nuove generazioni, al punto che diventa sempre più «emergenza educativa».
    Preadolescenti caratterizzati dall’eccesso di esposizione al mezzo-TV, dall’esagerato tempo di utilizzo del cellulare, dalla crescita dell’uso non regolato di internet, dall’aumento dei cosiddetti «comportamenti di eccesso», che rivelano un aumento del rischio proprio in questa età così fragile. Indicatori che fanno di questa «Generazione dell’eccesso» (dal titolo del rapporto di Maurizio Tucci) l’oggetto sacrificale (ancora dunque «età negata» appunto) di una società di adulti, di genitori, di insegnanti, di educatori impotenti, perché isolati, al punto che ci potremmo trovare di fronte ad una generazione di preadolescenti nei quali «viene profondamente modificato il rapporto tra il sé e l’alterità», dal momento che la ricerca della relazione con l’altro si fa sempre più sfumata e virtuale.
    Sembra che tra i preadolescenti siano sempre più dominanti due atteggiamenti: un atteggiamento «bulimico», di consumo passivo e acritico, che crea dipendenza e circuitazione ossessiva con i nuovi e vecchi strumenti dei media, e al contempo un «atteggiamento «padronale» perché essi «diventano invece sempre più nuovi dominatori assoluti e incontrollati di questi strumenti», ahimè, non più solo strumenti, se è vero che lo strumento diventa anche il contenuto.

    I dati sulla generazione dell’eccesso: catturati nel mondo virtuale

    I preadolescenti risultano sempre più consumatori di TV, da soli o in famiglia; e 2 su 10 ne fruiscono oltre le 3 ore giornaliere. La fruizione della TV è sempre più privatizzata all’interno della famiglia, e pertanto fisicamente sottratta al controllo e alla visione-con gli adulti; infatti 6 soggetti su 10 di quelli dell’indagine posseggono il televisore in camera propria, con una notevolissima differenza per un accentuarsi del dato tra i maschi e tra quelli del sud d’Italia (eccedenza delle possibilità al sud e riduzione della responsabilità genitoriale?).
    Se dopo cena diventa il momento di maggior fruizione del mezzo, è anche notevole la percentuale di soggetti che vedono la TV «la sera tardi, prima di addormentarsi».
    La TV poi la fa da padrona durante i pasti: la comunicazione familiare a tavola è attraversata, quando non regolata o impedita, dalla TV. 7 su 10 asseriscono che durante i pasti la TV resta accesa. Nelle famiglie del sud tale dato sale fino a 9 casi su 10. Viene da chiedersi: quale la qualità della comunicazione intrafamiliare nei momenti della convivialità?
    A fronte di un apparente calo delle ore trascorse dinanzi alla TV negli anni delle precedenti ricerche, cancellato tuttavia nel 2009, si registra invece un trasferimento da un video (tv) all’altro (PC); anche la magia di questo media, altro e concorrente al primo, produce un aumento dei tempi della sua fruizione, pur tenendo presente che il PC assicura una maggiore interattività col mezzo.
    Ormai ogni famiglia di preadolescenti possiede e mette a disposizione dei figli un PC: infatti per oltre il 95% dei soggetti intervistati è presente in casa da 1 a più di 2 PC.
    Il 50% dei ragazzi e ragazze di questa età inoltre dispone del computer nella propria cameretta.
    Lo frequenta tutti i giorni da 1 a 3 ore al giorno, soprattutto i ragazzi del sud, mentre quasi all’incirca 1 preadolescente su 7 trascorre dinanzi al video del proprio PC più di 3 ore al giorno.
    Il pomeriggio e il dopo cena risultano i tempi migliori, anche se per 2 su 10 prima di andare a dormire.
    Che ci fanno con il pc collegato a internet? Chattano, utilizzano messenger, e soprattutto You Tube. Pertanto questi ragazzi, e non sono da meno le ragazzine, hanno il libero accesso ad un universo di informazione adulta illimitato e spesso senza filtri.
    È molto interessante anche che, per la voglia di raccontarsi, e spesso trovandosi soli in casa e senza possibilità di incontrare amici reali, i preadolescenti dell’inchiesta, con una percentuale di 4 su 10, posseggono il loro blog personale nel quale, oltre che scaricare la musica che piace, regalano ad anonimi e ad amici i loro pensieri e la loro riflessione sugli amici, sulla scuola, sul sesso e sull’amore; soprattutto amano «raccontarsi» nei momenti di felicità e di tristezza, area nella quale prevalgono decisamente le ragazze.
    Infatti il bisogno di incontrare cose e persone nuove, di esplorare i mondi adulti o extra familiari sconosciuti, si orienta oggi anche nella direzione della nuova socializzazione virtuale, con tutti i rischi e le sorprese del caso. L’incontro con persone sconosciute, realizzato chattando, diventa poi a volte anche richiesta di incontro reale con queste persone e realizzazione di questa richiesta; mentre in casi estremi diviene anche modo di conversare o di fare sesso chattando, virtuale o reale, con tali sconosciuti.
    La contro-dipendenza, cioè il progressivo allontanarsi ed emanciparsi dal nucleo familiare, quel processo lento di autonomizzazione dall’ombrello di protezione ma anche di controllo genitoriale, sembra percorrere primariamente nei preadolescenti di oggi il canale dell’esperienza nel mondo virtuale, e al contempo sempre meno orientarsi verso il canale reale dell’incontro nella spazio fisico e sociale con l’altro e gli altri in carne e ossa e con lo spessore e la resistenza delle cose.
    Si dà sempre di più un apparente sganciamento dalla famiglia e dagli affetti familiari solo nel mondo virtuale con il crescente rischio di una continua perdurante dipendenza affettiva ed effettiva dai genitori e un rallentamento del vero e proprio processo di autonomizzazione che è necessario per il percorso di individuazione ulteriore. Insomma sempre più virtualmente indipendenti ma ancora troppo realmente dipendenti.

    Perché non sia solo «emergenza educativa»

    La prima considerazione in chiave educativa da ricuperare per il mondo degli adulti, e in particolare di quanti sono chiamati a prendersi cura dei preadolescenti, è la urgente presa di coscienza che le vie della comunicazione virtuale, utilizzate oggi in forma privilegiata dalle nuove generazione, sono da considerare anzitutto risorse e strumenti così dominanti, che non possono ulteriormente essere sottovalutati, minimizzati né tantomeno demonizzati dal mondo adulto. È un mondo però che va «abitato» dagli educatori, un mondo che deve divenire familiare ad entrambi, educatori ed educandi.
    E mentre su questo fronte c’è chi è pronto a gridare all’emergenza educativa, mi sembra quanto mai urgente l’accoglimento invece della sfida educativa di questi strumenti: vanno conosciuti, valorizzati, utilizzati insieme, e anche regolati.
    Non si tratta di imporre ma di contrattare: con la fatica da pagare per stabilire insieme alcune regole di casa per l’uso di questi strumenti, in modo da evitare il rischio di «nuove dipendenze» per di più precocemente anticipate e assunte in primissima adolescenza, soprattutto quando mancano ancora gli strumenti, anzitutto emotivi e poi anche cognitivi, in grado di fronteggiare e padroneggiare lo strumento e di elaborarne consapevolmente i messaggi.
    E poi questi mondi massmediali forniscono a iosa tematiche e occasioni sempre preziose di dialogo, di confronto, di narrazione reciproca, se li si valorizza per bene e si trova il tempo per fruirne con i figli, o per valorizzarli nei percorsi di educazione-istruzione.
    Parlare allora in termini di emergenza educativa ha senso soprattutto se è un prendere coscienza della latitanza paradossale del mondo degli adulti, non solo della famiglia, ma anche delle altre agenzie educative, perché non è solo questione di conoscere come funziona un hardware, ma di cogliere la funzione manipolatrici dei software. E qui la scuola può dare davvero riscoprire un ruolo importante in relazione al «mondo virtuale» che non è nient’altro che un mondo di nuovi e sempre più elaborati linguaggi, confezionati da sconosciuti, che invadono e plasmano l’immaginario dei ragazzi e delle ragazze di oggi.

    DALLA FAMIGLIA AGLI AMICI

    L’amicizia e le relazioni paritarie con compagni e compagne divengono a questa età un bisogno e una risorsa fondamentale per la crescita. Ma lo sviluppo di questa esperienza, altamente educativa se accompagnata dall’educatore, è fortemente legata alle possibilità offerte dalla gestione del tempo nella vita quotidiana. La scuola si rivela, per i preadolescenti inchiestati, il luogo privilegiato per l’incontro e la creazione dell’amicizia. Che prosegue fuori scuola. Poi segue la cerchia degli amici e degli amici di famiglia, e ancora i luoghi del cosiddetto «parcheggio extrascolastico strutturato»: palestra, scuola di musica, danza, lingua straniera. Le famiglie di oggi tendono a strutturare in forma massimamente controllata il tempo libero dei preadolescenti, tra scuola, attività extra, qualche volta oratorio o gruppo (2 su 10!) e soprattutto evasione in casa. I dati dei tempi di fruizione dei nuovi media, con ragazzi e ragazze incollati perennemente al video e al cellulare, ce lo dicono espressamente.
    Interessante è rilevare come il 50% dei maschi e delle femmine intervistate affermano di avere già la propria scheda e profilo in face book. «Nato per trovare i vecchi amici, sorprende la ciber-frequentazione da parte di ragazzini e ragazzine che non hanno storie di relazioni e di incontri del passato da ricuperare». Il rapporto di ricerca conclude denunciando una «voglia bulimica di amicizie» al punto di volerla cercare tra gli sconosciuti, rispondendo al gioco: «farsi accettare dal maggior numero di persone». Criteri di scelta dell’amico sconosciuto: «se sono fighi!».
    Credo che questa fame esasperata e cieca di amicizie virtuali sia proporzionale alla notevole riduzione delle reali possibilità per i preadolescenti di oggi di intessere quelle esperienze di amicizia vera, di relazioni faccia a faccia calde, di compagnia e di mondo vitale tra coetanei, che possono nascere solo dalla frequentazione gratuita e libera di spazi di incontro e di comunicazione, ma che raramente si danno in contesti di «competitività» nei quali la prestazione, il risultato, la bella figura, la ricompensa in termini di prestigio e di arrivismo sociale, viene assunta quale criterio dominante. Spazi e tempi di incontro vero e reale con l’altro che vengono sempre più ristretti e negati a questa nuova generazione di preadolescenti.

    Vita quotidiana e legami familiari

    Il nucleo familiare è composto dalla presenza di entrambi i genitori per il 90% dei soggetti, ma si danno sempre più situazioni nelle quali o è assente la figura del padre dalla famiglia, o ad esso è subentrato il nuovo compagno dalla madre. Molto più raramente si dà la situazione inversa.
    In famiglia sono presenti fratelli e/o sorelle in 8 casi su 10, e, in casi molto più rari, le figure dei nonni o zii e zie.
    Le regole poste dai genitori sono considerate da 7 soggetti su 10 «adeguate»; mentre i soggetti del sud lamentano che sono «troppe».
    Che ci siano le regole in famiglia e che ci sia la consapevolezza da parte dei preadolescenti della loro esistenza e adeguatezza, non significa che esse vengano rispettate sempre e comunque.
    Solo 7 soggetti sui 10, con prevalenza quelli del nord, riconoscono di rispettare «sempre o quasi sempre» le regole poste in famiglia. All’incirca il 27% riconosce che tali regole vengono di fatto rispettare «raramente», «mai o quasi mai». Sarebbe interessante capire cosa accade di fronte a queste abitudinarie trasgressioni alle regole familiari. Pur immaginando che questi casi si diano più numerosi al confine con l’adolescenza, il complesso dei dati induce a pensare a genitori che adottano modelli educativi permissivi e rinunciatari; forse il conflitto intergenerazionale intorno alle regole è solo ricordo di altri tempi. Ora le strategie del chiudere gli occhi, del far finta di niente o della rinuncia al ruolo e dell’occultamento del conflitto sembrano quelle prevalenti.
    La percezione dell’influsso dei genitori sulle scelte dei figli appare a questi ultimi alquanto debole, come debole appare in genere l’assunzione della responsabilità genitoriale.
    In genere l’influenza dei genitori percepita dai figli nelle scelte quotidiane come il vestire, l’alimentazione, la pratica dello sport, la scelta della scuola da frequentare, la scelta delle amicizie, dell’amico/amica di genere differente, la gestione del tempo libero, è addirittura minore di quella che i preadolescenti considerano «ragionevole e giusto».
    Inoltre i genitori sono ritenuti interlocutori sempre meno ricercati per quanto riguarda le informazioni sull’ambito del sesso, interesse crescente a questa età. Infatti sono gli amici e i compagni di classe, i familiari più vicini in età come fratelli, sorelle, cugini, ad essere ricercati per un confronto sul vissuto, forse più che per ricevere informazioni e conoscenze.
    Per quanto riguarda il sondaggio sulla sessualità dei preadolescenti, 66,7% dei preadolescenti intervistati dichiara di «avere o di aver già avuto» il ragazzo o la ragazza. Se il dato non implica naturalmente il vivere l’esperienza di una sessualità attiva con l’altro genere, tuttavia il dato mette in evidenza comunque una contiguità e un certo indice di ricerca di confronto e intimità con l’altro sesso.
    Per quanto riguarda l’informazione sulla sessualità il 63% dei maschi, ma solo il 44% delle femmine, asserisce di possedere tutte le informazione di cui ha bisogno al riguardo. Sarebbe interessante sondare la qualità e la consistenza di tali informazioni, ma chi ha familiarità e quotidiana comunicazione con i preadolescenti si rende conto di quanto frammentata e superficiale sia la loro informazione, soprattutto in relazione all’attività sempre più precocemente ricercata dai soggetti spesso meno attrezzati emotivamente, oltre che culturalmente.
    La fonte di informazione prevalente è, come si è detto più sopra, il gruppo dei pari, tra compagni di scuola e il giro degli amici, in crescendo rispetto al passato, mentre continua a diminuire il riferimento comunque al mondo adulto.
    Interessanti le risposte che vengono date per quanto riguarda la indicazione dell’età ragionevole in cui iniziare ad avere rapporti sessuali completi. Mentre il 12% dei soggetti indica i 14 anni, la percentuali raddoppia dai 16 ai 18, tuttavia la maggioranza dei preadolescenti indica che non c’è un’età precisa, ma rinviano al «quando ci si sente pronti».
    È interessante però notare che la percentuale di coloro che indicano i 14 anni come età-soglia aumenta in modo significativo con l’aumentare del tempo trascorso dinanzi agli schermi televisivi o digitali.
    Pertanto si evidenzia, sottolinea il rapporto, il ruolo giocato dai media nella precocizzazione della sessualità attiva e dei comportamenti di tipo adulto. Anche questo è un aspetto del voler sentirsi grandi!
    Il tema ci permette di metter in evidenza la fretta di bruciare le tappe e la voglia esasperata di apparire più grande, che tocca quasi 4 preadolescenti su 10.
    Già la ricerca precedente metteva in evidenza questa fretta di crescere e questo bisogno di essere considerati grandi. Questa impazienza e questa difficoltà di gestire il tempo di attesa necessario per acquisire le competenze dell’adulto si può certamente correlare ad un modo di vivere il tempo tutto schiacciato sull’immediato e sul presente, frutto anche di stili di vita improntati alla gratificazione immediata e al tutto e subito, esigito e preteso. La strutturazione del tempo di vita, soprattutto per quanto riguarda l’acquisizione della prospettiva del futuro, appare davvero fragile e sempre più faticosa da acquisire.

    ADDICTIONS E COMPORTAMENTI A RISCHIO

    Circa un preadolescente su tre dichiara di fumare sigarette.
    Le femmine sono alla pari con i maschi e quelli del sud registrano un consumo significativamente maggiore.
    L’8% dichiara di aver già provato a fumare una «canna». La contiguità con soggetti che consumano ecstasy è manifesta, anche se solo lo 0,3% asserisce di averne fatto uso e il 9% conosce amici che hanno fatto uso di cocaina.
    Quasi metà del campione asserisce di bere vino, birra, e in minor percentuale (22,4) alcoolici ad alta gradazione. Più di 1 preadolescente su 10 asserisce di essersi ubriacato almeno una volta.
    2 soggetti su 10 trovano ragionevole assumere farmaci o integratori per migliorare le prestazioni sportive.
    Il criticizzarsi dei comportamenti preadolescenziali risulta direttamente proporzionale all’abitudine a bere, così come la maggiore esposizione a Tv e internet inducono ad una maggiore esposizione a droghe fumo e alcool. Verrebbe da dire che i mezzi/oggetti che creano dipendenza si alleano e si richiamano a vicenda così da aumentare le situazioni di rischio.
    Emerge con chiarezza come i soggetti che bevono sostanze alcooliche hanno una percezione del rischio significativamente più bassa degli altri, e al contempo hanno maggiore predisposizione ad assumere comportamenti che loro stessi definiscono rischiosi.
    Infatti i soggetti che dichiarano di far uso di sostanze alcooliche si dichiarano più indifferenti di fronte ad immagini violente in TV, navigano in internet maggiormente la sera tardi e oltre 3 ore al giorno, accettano con più facilità contatti e incontri con persone sconosciute in rete, anche consegnando proprie immagini o video; sono più diffidenti e gelosi dei propri segreti nei confronti degli adulti, esprimono con percentuale quadrupla apprezzamento per i bulli, si dichiarano molto più fumatori e non solo di sigarette, sono molto più contigui a soggetti che fanno uso di sostanze psicotrope, ricercano comportamenti adultistici e critici per sentirsi più grandi, sono maggiormente insofferenti verso le regole poste dai genitori e ricercano meno confidenza con loro, sono più propensi ad un giudizio positivo su comportamenti razzisti e di violenza.
    In sostanza le acquisizioni di eccesso come alcoolici e fumo appaiono comportamenti compulsivi che si correlano con una generale insoddisfazione di sé a partire anzitutto da una sostanziale insoddisfazione per la propria immagine del sé fisico («voglio essere più muscoloso, più alto, più bello e più magro» per i maschi, «più bella, più magra e più alta» per le femmine) e incapacità o fatica ad accettarsi e ad attendere i tempi del cambiamento e della crescita.
    Ma questa fretta nella crescita e nel voler diventare grandi favorisce la rincorsa, certo spesso alimentata e sostenuta dal gruppo dei coetanei, verso comportamenti e modalità di gestire la propria relazione con le cose e con gli altri, assolutamente inadeguati e fortemente a rischio.
    Certo non si tratta di tutto l’universo dei preadolescenti, ma di una tendenza in crescita che tocca in qualche modo, con notevole frequenza, il 14,6% dei maschi e 1 femmina su 10, ma che riguarda occasionalmente oltre il 50% dei soggetti intervistati che dicono di aver almeno qualche volta assunto comportamenti rischiosi, in molti casi riferiti a basso rischio, in altri casi comportamenti riferiti ad alto rischio.

    Il bullismo

    In riferimento ad un fenomeno oggi socialmente rilevante e sotto i fari dell’attenzione pubblica e mediatica, in genere i dati dimostrano che sono cresciute nei preadolescenti, rispetto agli anni precedenti, la sensibilità, l’attenzione e l’atteggiamento di vigilanza e di reazione al fenomeno, anche se permangono atteggiamenti di identificazione e di considerazione positiva del comportamento aggressivo, pur riguardando minoranza significative.
    Il 64% degli intervistati preadolescenti dichiara di aver assistito a fenomeni di bullismo, inteso come assistere a prepotenze subite da amici o compagni da parte di altri coetanei. È un dato che appare in calo rispetto alle indagini passate, ma ci si chiede se non sia dovuto più ad un fenomeno di assuefazione che ad un miglioramento per clima educativo. Il 20% dei maschi considerano il racconto del fatto ad un adulto un comportamento di paura e di spia.
    Un consistente 41% asserisce che, nel caso un atto di bullismo dovesse riguardare la propria persona, la via privilegiata di reazione è quella di «difendersi da solo» senza chiamare in causa adulti. Non manca nemmeno una piccola percentuale di soggetti che preferiscono «subire» tacitamente, se l’atto non eccede un parametro soggettivo di aggressione. Stupisce anche la consistenza di una percentuale di preadolescenti, e riguarda quasi 1 su 4, che si dimostrano disinteressati al fenomeno, se esso non li tocca direttamente. Una difficoltà ad identificarsi con il coetaneo e a vivere la solidarietà con l’altro.

    IL PANORAMA DELLA GENERAZIONE DELL’ECCESSO

    I nostri ragazzi e ragazze preadolescenti appaiono sempre più soli e lasciati soli, affidati alle madri e padri tecnologici e digitali quali gli strumenti di comunicazione di massa e interattivi, perché i loro padri e madri naturali hanno sempre altro a cui pensare. Crescono sempre più incollati ai video e deprivati di quelle occasione di confronto diretto con la realtà: la natura, la città, le strutture, soprattutto le persone reali, in carne e ossa, siano essi i coetanei e le coetanee, o gli adulti, difficilmente incontrati in relazioni profonde e significative, e non solo strumentali.
    Pertanto quasi a mo’ di scaletta vorrei richiamare i dati che accrescono una situazione di «emergenza educativa» verso l’età che un tempo chiamammo «negata».
    Di questo mondo di destinatari ci preoccupa dal punto di vista educativo:
    * la deprivazione relazionale con il mondo adulto: sempre rare, funzionali, frettolose, strumentali, le relazioni con il mondo adulto. Rischiano in tal modo di venire a mancare i momenti simbolici strutturanti la relazione con le figure di adulti;
    * la riduzione delle esperienze relazionali con i coetanei, soprattutto negli spazi della gratuità, della spontaneità, della libertà da prestazioni. Ci chiediamo: quanto spazio di incontro con l’«altro da sé, pari e diverso da sé» viene vissuto nella sua dimensione più profonda e di mistero, attraverso tutte le risonanze emotive e affettive della comunicazione?
    * l’ interazione massmediale preponderante che diventa sempre più surrogato di un incontro diretto con gli altri e con il mondo, e invece sempre più mediato da strumenti e sempre meno faccia a faccia, sguardo che incontra sguardo;
    * il ridursi accentuato dell’esperienza del mondo reale, della sua materialità e resistenza, della stessa strumentalità delle cose, per cui il mondo è popolato più da rappresentazione mediate, da simulacri e sempre meno da «simboli»; la perdita del senso della realtà e perciò l’impossibilità di costruire la dimensione simbolica del mondo;
    * Il processo della contro-dipendenza spazio-motoria, tipico dell’inizio di questa età, e della contro-dipendenza affettivo-relazionale, più vicina al suo confine con l’adolescenza, rischiano di essere fortemente compromessi da surrogati di contro-dipendenza più virtuali e immaginari che reali, sempre più legati al «medium» che non al rischio-sorpresa della relazione con le persone reali in carne e ossa. La mancata elaborazione di essa li rende sempre meno autonomi;
    * se la preadolescenza è anzitutto centrata sul processo di acquisizione ed elaborazione della dimensione spazio-relazionale dell’identità, e questa subisce forti contrazioni, quanto più arretra la componente della dimensione temporale dell’identità, in soggetti che sono sempre più sollecitati a schiacciare il futuro nell’immediatezza del presente?

    DIREZIONI DI INTERVENTO

    Volendo immaginare alcune direzioni di intervento educativo e pastorale, pur all’interno di un quadro teorico che perseguiamo da anni, attraverso l’animazione culturale come modello educativo in tempo di pluralismo, o nella linea dell’itinerario di educazione alla fede che per questa età stiamo da tempo sperimentando, mi sembra quanto mai urgente assicurare nella progettazione educativa alcune attenzione particolari:
    1. Assicurare una maggiore presenza-compagnia dell’adulto educatore nell’esperienza quotidiana di vita del preadolescente, sia in ambito familiare che extra: occorre regalare loro il «tempo»: per ascoltarli, per osservarli, per tifare dalla loro parte, per dialogare e interagire, per comunicare, valutare, apprezzare, stimolare. Una presenza che non sia funzionale a qualcosa e al compito, ma che possegga il pregio della libertà e della gratuità del piacere della relazione.
    2. Promuovere il più possibile l’incontro piacevole, sia quello legato all’impegno e alle cose da fare insieme, sia quello qualificato dalla gratuità della relazione, con i coetanei, con gli amici e le amiche, con il gruppo in modo del tutto particolare, o la compagnia, favorendo al massimo la relazione con l’altro da sé, curandosi che ciò si svolga sempre un clima di accoglienza, di valorizzazione di ciascuno, di rispetto e di spontaneità. Educare al piacere della relazione con l’altro nella compagnia del gruppo. Le agenzie dedite all’apprendimento sistematico dei molteplici linguaggi della cultura possono rivelarsi luogo privilegiato se si ripensano in una logica educativa.
    3. Favorire attraverso l’esperienza e l’avventura il contatto diretto e immediato con la realtà delle cose, del mondo, della natura. Occorre sempre più controbilanciare quel mondo virtuale sovra-espanso con la costruzione del mondo reale, dove i sassi, se cadono addosso, fanno male, i gatti se graffiano lasciano il segno, dove il piacere del contatto con un cagnolino è indescrivibile, dove le cose non si modificano con un click ma attraverso la manipolazione e l’arte. In questo senso l’esperienza dell’avventura nel mondo della natura, degli animali e dei viventi in genere, nel paesaggio, nella tecnica da acquisire che modifica le cose, fatta sempre in compagnia, è la cura più sana ed efficace per aiutarli a crescere dando peso e concretezza alle parole.
    4. Va ripensato radicalmente il modo di gestire al posto loro il tempo di vita, tra tempo costretto, programmato dagli adulti e dalla società in cui si vive, e tempo libero da liberare che sia da auto- e co-programmare nella capacità di orientarsi tra le eccedenti possibilità di fare tante cose e tante esperienze.
    5. Il contatto poi con l’interiorità, il viaggio verso il profondo, il contatto con i sentimenti, le emozioni, le risonanze appunto del vissuto, da chiamar per nome e alle quali «dare la parola» rappresenta, oltre che un’urgenza in una situazione di analfabetismo delle emozioni e dei sentimenti, una risorsa per aprire a quella dimensione del profondo e del «mistero» che la vita porta con sé e che affascina. È anche la via per aprire i nostri ragazzi e ragazze al mondo dei valori e della trascendenza.
    6. Sembrano venir meno tanti sistemi di protezione di questa età della vita: ridursi le presenze di presa in cura, accrescersi le possibilità di contatto con le situazione di rischio. Tutti i preadolescenti sono a rischio, non solo piccole frange, magari riservate agli specialisti del ricupero.
    Occorre un bilanciamento del sistema sociale per costruire quella rete di protezione costituita dalla rete educativa delle agenzie, dal patto educativo tra soggetti che si prendono cura sul territorio di questa nuova generazione nella convinzione che, nell’emergenza, o la sfida si affronta insieme all’interno di un progetto che travalica recinti conclusi di educazione, oppure ne usciremo sconfitti.
    È una scommessa che tocca tutti gli educatori e le agenzie educative, e che non può essere disattesa.
    L’educazione in questo modo diventa davvero «sistema di prevenzione» a tutto campo!


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