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    Giovani del sud



    Giovanna Salabé

    (NPG 1999-02-47)


    Ho passato due estati al Sud, la prima in Puglia, la seconda in Calabria. Ho girato per le città, i paesini dell’entroterra e spiagge turistiche alla ricerca di persone disposte a regalarmi il dipinto della loro vita in un’intervista. Ho travato vecchietti di oltre 90 anni ancora in forze, ho trovato ricchi proprietari terrieri con un profondo rispetto per chi lavora la terra, ho trovato giovani donne in carriera, ho trovato contadine analfabete di 87 anni con 12 figli e decine di nipoti, ho trovato greci del Salento, albanesi di Calabria e Rom calabresi. In meridione è difficile fermare la gente per strada (forse è ovunque la stessa cosa), c’è molta diffidenza, si è scavati dentro alle proprie abitudini e una donna che gira da sola e che di propria iniziativa intervista la gente confonde.
    Per fortuna ci sono i giovani. Certo, anche loro si stanno alzando verso la diffidenza e altre abitudini mentali nei confronti del nuovo e del diverso. I loro pantaloni attillati e scampanati in basso, il trucco provocante, le brevi corse in macchina che finalmente danno loro volume in paese e tanta musica dalle cuffie assorbita come un fluido che di per sé già dà l’eterna modernità fanno credere ai giovani di essere molto distanti dalla chiusura nella quale sono cresciuti. Se, però, si scava nei loro pensieri si scopre che anche per loro il sogno è un accessorio, che il disagio di vivere in un mondo non conforme a loro stessi è la vita stessa, e soprattutto che bisogna evitare di pensare o immaginare ciò che non si sia già pensato ed immaginato: una rassegnazione antica, più antica delle loro famiglie, antica come la storia.
    Per fortuna ci sono i giovani. Tra il passato e il presente, il bambino e l’adulto, l’antico e il moderno, la realtà e il sogno i giovani conoscono ancora l’entusiasmo e la curiosità. Hanno l’entusiasmo del bambino disposto a gioire di una sorpresa, la curiosità che rende padroni del mondo in un senso profondo. Grazie ai giovani ho potuto parlare per le strade dei paesi, ho potuto spiegarmi, ho potuto trovare persone disposte a farsi intervistare per il mio bisogno di conoscenza. I giovani hanno saputo regalarmi quella intimità ed accoglienza che tutto il paese tratteneva dietro alle tende delle sue porte. Spesso il giovane è il cuore mostrato dei propri genitori.

    Luigi e Vincenzo

    A Bari mi trovo nel camping di San Giorgio. È uno dei pochi camping di Bari. Si trova in periferia. Ho come vicini di tenda una comitiva di otto, nove ragazzi, tutti sui 17-18 anni, fanno una gran caciara, infondono gioia. Li vedi curiosi, pronti a conoscere tutto e tutti, ogni volta che passo fanno una battuta piena di quella curiosità infantile mista a quell’accoglienza materna tipica dell’uomo meridionale e l’imbarazzo scherzoso di esistere lì in quel momento con l’uomo che gli sta crescendo attorno e il bambino che ancora salta quando parla. Si diventa amici. «Cosa sei venuta a fare qui in Puglia, tanto più da sola, ma non hai paura, ma chi intervisti, e poi... ce l’hai il ragazzo? Ah, viene? Quando?».
    Ascoltano. Ascoltano attoniti e domandano, chiedono con sincerità, tanto. C’è del rispetto nella loro curiosità, non come in tutti quei giudizi non espressi negli sguardi degli adulti. «Ma cosa fai lì la mattina, magie, meditazione, è Yoga vero?». «Ce lo insegni, dai per favore?». «Ragazzi, questa è una cosa seria, si fa alle sette del mattino e prima ci si fa la doccia fredda, se siete disposti a fare tutto ciò io ve lo insegno volentieri». Mi è sempre piaciuto l’insegnamento: a qualcuno che ti confida il suo desiderio tu dai l’occasione, con molta attenzione, di trovare un cammino alla realizzazione di questo. E, davvero, il mattino seguente si presentano tutti quanti alle sette con la doccia fredda fatta, sulla spiaggia, al primo sole e con dedizione seguono le mie istruzioni. Dopo il rilassamento si sentono rinati e tanto gli piacerebbe rifarlo tutte le mattine insieme a me.
    Stare in reciproca compagnia ci fa sempre più piacere. Ora iniziano a raccontarsi e alla fine tre o quattro si fanno anche intervistare sulla loro vita. Sono di Rufo in provincia di Bari, e per fuggire alla noia e al vuoto delle strade della loro cittadina partono per lunghe scorribande in aperta campagna presso un casaletto semiabbandonato della famiglia di uno di loro. Lì possono correre con i motorini, inoltrarsi nei boschi, accendere un fuoco, dormire sotto le stelle, raccontarsi nel silenzio della natura. Spesso vanno a passarci, proprio loro, la comitiva che è venuta qui, il fine-settimana. Questa è l’unica grande libertà che i genitori gli concedono: lì all’aperto possono sfogarsi senza recar danno e senza dubbio si trovano tra soli maschi, lontani dalle ragazze. Gli adulti sono tranquilli. Quest’anno per la prima volta hanno avuto il permesso di partire in vacanza da soli, finalmente in un campeggio vero, finalmente poter vivere in vacanza il loro sogno della natura. Ecco... nello stesso campeggio soggiorna, alcune piazzole più in là, un’unica coppia di genitori che ogni tanto viene a vedere se tutto procede per il meglio, è vero, sì, però spesso non ci sono; e poi, a dir la verità, loro volevano andare più a Sud, nel Salento, vicino ad un mare più selvaggio, lontani da casa, ma non gli è stato concesso di muoversi oltre Bari. E pur di essere il più lontani possibile da casa hanno scelto alla fine il camping di Bari. Qui al camping è bello perché possono fare tardi quanto gli pare. Luigi durante l’anno deve tornare la sera a casa per le nove e mezza, Vincenzo addirittura per le nove e un quarto. La mattina entrambi si svegliano molto presto, per le sei, sei e mezza per raggiungere le scuole superiori a Bari, e Luigi tutti i pomeriggi frequenta anche il conservatorio. Studia flauto traverso e suona anche nella banda del paese. La carriera militare, questo è quello che vorrà fare da «grande», poco ma sicuro. Perché? Perché è un po’ come con la musica Jazz: c’è quella disciplina quotidiana e l’essere pronti ad ogni momento per un qualcosa che non si può prevedere ma che esprime te stesso con tanta forza. Gli piacerebbe entrare nella banda musicale dei Carabinieri. Questo lo sanno con certezza tutti quanti, per il futuro vogliono andare all’estero, viaggiare, conoscere le altre culture d’Europa e sfuggire alla strettezza mentale della Puglia. Ma sono mai stati fuori dalla Puglia? Sì, certo. Una volta hanno fatto un’escursione in moto fino in Basilicata.
    Poi Luigi dice che è favorevole alla pena di morte. Certo ci vuole, nessuno si deve permettere di uccidere un’altra persona, qualsiasi sia la ragione. Vincenzo interrompe, lui la pena di morte la applicherebbe anche per i furti, gli scippi. Chiedo a Vincenzo se non la trova un po’ esagerata, per un furto, magari si tratta di una persona che migliorerà!? Ma già un furtarello è un abuso indescrivibile nei confronti di chi si è sudato ciò che gli viene tolto. «Tu con la pena di morte il problema lo risolvi subito. Questi vigliacchi disgraziati si guarderanno bene dal continuare. La gente bisogna metterla a posto, inquadrarla subito su come vanno le cose». «Ho capito». «E poi, te lo dico sinceramente, io sono per Mussolini, per il fascismo. Le cose devono funzionare bene, la gente deve rigare dritto». «Ma certo», interrompe Luigi, «ci sono troppi disgraziati in giro a cui vanno tirate lunghe le orecchie. La gente deve sapersi comportare».
    In questi giovani simpatici, che ho conosciuto lentamente e di cui ho gradito l’entusiasmo sincero per tutto ciò che fosse nuovo, il fascismo, il loro fascismo, non mi incute terrore, mi pare innocuo. Forse perché non si trovano a nessuna leva di comando, perché troppa curiosità e apertura calorosa accompagna la strettezza e la severità delle loro menti. Innocuo anche perché appare trasparente il modo con cui sono arrivati ad usare le loro menti: un’educazione che frena il desiderio di fare esperienze proprie, ci si ritrova ad incappucciarsi con le opinioni dell’ambiente nel quale si è cresciuti. Opinioni che alla fin fine nessuno ricorda più in base a quale esperienza fatta da chi si fossero create. Crescere rende molto insicuri e crearsi un’appartenenza ad un gruppo (e quindi dei nemici e quindi una ragion d’essere) dà molta curiosità, l’istintivo desiderio per il nuovo, in contraddizione con le loro rigide opinioni, hanno un che di travolgente, sembra un’energia che possa trasformare tutto dentro di loro. Ciò che è veramente bello nei giovani è che loro, rispetto a tanti adulti, sono ancora in contatto con la pulsazione della trasformazione, con grande entusiasmo credono in questa. Questa forza creativa li rende universali, lontani dai mondi dai quali provengono.

    Mar(io)x

    L’estate successiva continuo in Calabria il mio progetto di intervistare la gente. Scelgo Campana, un paese dell’entroterra in provincia di Cosenza. Voglio intervistare i giovani, ancora non sono riuscita ad avere molto contatto con loro. La curiosità negli sguardi è da parte di tutti. Con i giovani che di sabato girano per strada con le scarpe, il trucco, le vesti all’ultimo grido, si riesce a parlare. Due amiche di 15 anni si fanno forza e riescono ad essere curiose a bocca aperta. Interessanti le interviste, sì certo. No, no, no, loro non si fanno di certo intervistare. Insisto, ma niente. Forse conoscono qualcheduno che sarebbe disposto. Vengo portata in salita nella periferia del paese, in una grande piazza alberata secondo scelte moderne, non c’è più quell’intima cordialità del centro del paese. Tanti ragazzi seduti sulle panchine dei giardinetti, altri che vi girano attorno in motorino tanto per far scorrere il tempo. C’è chi ascolta la radio in macchina, in tre o in quattro. Esiste anche la possibilità di avere una moto da cross e su tratti brevissimi, a causa delle tante curve in paese, raggiungere una velocità al di fuori di quella dimensione con un rumore che ti trivella il cervello. Evadere, quanto bisogno ne abbiamo tutti e nessuno sa da dove iniziare. Si intuiscono i diversi mondi che convivono nelle antiche case del paese.
    Finalmente mi presentano ad alcuni giovani uomini nascosti dietro ad occhiali da sole, pose statuarie e tanta insicurezza. In effetti sarebbero disposti a farsi intervistare. Bisogna solo trovare un posto al chiuso per non essere disturbati. Si discute finché tutti non concordano sulla lampante idea di andare a Roxy-Radio. Mi spiegano: si tratta di una radio locale, si sente solo qui a Campana ed è gestita solo da giovani. Molto interessante, andiamo subito. Roxy-Radio è un unico stanzone al piano terra di un condominio. Su vecchi divani sono ammucchiati giovani di tutte le età. Quasi bambini a volte. La mia presenza di intervistatrice li imbarazza, all’improvviso anche gli spavaldi perdono la parola e si decide di far intervistare Mario, il ragazzo di 21 anni che manda avanti Roxy-Radio. È contento ma non deve mostrarlo perché a chi viene da Roma le cose vanno dette come stanno e vanno dette in faccia. Qui a Campana non c’è niente, per i giovani non c’è niente. Questa radio se l’era inventata suo padre e lui la sta portando avanti. Per portare un po’ di musica diversa, pensieri diversi e cultura. La cultura è importante, la gente deve sapere e allora può giudicare e cambiare. Certo la radio è abusiva, ma i carabinieri li lasciano fare, preferiscono che si tengano occupati in questo modo. «I miei genitori?. Mio padre fa l’elettricista e mia madre ha fatto la cantante, ha girato tutto il mondo (alle spalle tutti che ridono, più tardi una ragazza quasi si scusa per le tante piccole esagerazioni di Mario, o meglio invenzioni).
    «Il mio mestiere? Gestisco la radio».
    «E riesci a viverne, in che modo?»
    «Faccio l’imbianchino. Quando mi chiamano lavoro, sono stato anche a Napoli, Torino, Milano. Mi piace girare, conoscere il mondo, capire quello che la gente ha in testa, non si può restare nel proprio piccolo mondo, qui al Sud dobbiamo aprire le nostre teste».
    «Come mi chiamo? Mi chiamo Marx. È semplice la spiegazione. Al mio nome ho tolto l’io, al giorno d’oggi nessuno di noi esiste più, e al posto dell’io ho messo una qualsiasi variabile x. Ecco come nasce il mio nome ed è un caso, o non lo è, che mi sento anche vicino al pensiero di Carlo Marx».
    «E ora che l’intervista è finita, signora intervistatrice, invertiamo i ruoli. Venga qui al microfono di Roxy-Radio e ci spieghi il significato di queste sue interviste. Lei gira il Sud per fare tante domande alla gente: che senso ha?»
    «Roxy-Radio, Campana, Marx che vi parla, interrompiamo la musica per fare alcune domande ad una giornalista venuta da Roma ed interessata alla situazione del Sud: ci spieghi il significato...».


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