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    Educare alla vita buona del Vangelo in oratorio /2



    Oggioratorio /3

    Le scelte per un oratorio aperto al vangelo e alla vita

    Marco Mori *

    (NPG 2011-03-52)


    Nell’articolo del mese scorso – per tracciare gli elementi essenziali che fanno l’identità dell’oratorio – avevamo preso in considerazione la descrizione che di esso fanno i Vescovi nel documento degli Orientamenti Pastorali per il decennio 2010-2020, al n. 42.
    Con la definizione offerta, è come se avessimo tutti gli ingredienti dell’oratorio. Ma non basta per cucinare. Occorre anche domandarsi come unirli, a cosa dare priorità, quali scelte possono essere più strategiche di altre. Senza voler condizionare le storie di ogni realtà oratoriana, possiamo indicare qualche scelta che oggi pare più cruciale di altre: così passiamo dalle corrette idee sull’oratorio alle corrette prassi. Alcune di queste scelte riguardano l’impostazione educativa, altre le persone dell’oratorio, altre la sua struttura: sono messe in ordine sparso, proprio perché lo stile dell’oratorio è visibile solo in un reale incrocio fra queste esigenze.

    * Non credere che la programmazione educativa sia inutile: non è tutto, ma aiuta a tenere insieme il tutto.

    L’oratorio è sbilanciato sul fare, perché ciò fa parte della sua vocazione: propone percorsi, organizza attività, feste, giornate per le famiglie, campi estivi e invernali, cre-grest, incontri, attività sportive e ricreative. Si basa sull’esperienza diretta e affianca l’interpretazione della vita non con la teoria ma con alcune attività. Inoltre l’appartenere all’oratorio è più legato ad una dimensione emotiva che ad una intellettuale: si va in oratorio perché si trova amicizia, accoglienza, perché si sta bene, perché si ha l’opportunità di prendersi a cuore persone e situazioni, perché ci si può responsabilizzare. Ma sarebbe veramente grave ritenere che tutto questo non debba avere una regìa precisa e studiata. I capolavori non escono a caso, anche se sembrano immediati e naturali. La tentazione di tanti oratori è di buttarsi a capofitto in tante cose senza minimamente programmare o pensare. Ma il riflettere insieme, il fermarsi e capire la situazione, il darsi alcuni obiettivi fa parte esattamente dell’azione concreta dell’educare e permette a tutti di avere una direzione comune, di accorgersi di alcune dinamiche, di avere un perché e, se necessario, di non scoraggiarsi.

    * Non credere che il mio oratorio possa vivere da solo, senza un costante rapporto con gli altri oratori, perché i ragazzi hanno bisogno di confini mobili.

    La presenza capillare di tanti oratori su tutto il territorio nazionale ha proposto una forte appartenenza territoriale rispetto all’oratorio. Questo è, ovviamente, un bene, perché permette di riconoscersi in uno spazio ben preciso e permette di giocarsi dentro questa possibilità. Anche là dove, per motivi di organizzazione pastorale, si è dovuto «tagliare» alcune risorse educative, la presenza di una struttura oratoriana garantisce un minimo di riferimento, soprattutto di identità di comunità.
    È anche vero che questo meccanismo ha prodotto un fattore negativo: una certa chiusura reciproca tra oratori vicini, che si traduce in poca conoscenza, in poco scambio di informazioni e di opportunità. Di fronte, invece, ad un mondo giovanile che fa dello scambio e della mobilità una carta d’identità irrinunciabile e primaria. Tradotto in termini educativi: non è possibile pensare che il mio oratorio esaurisca le possibilità educative per i ragazzi della mia comunità. Unirsi come oratori e programmare insieme non deve rispondere soltanto ad un’esigenza di forze che vengono meno, ma deve saper agganciare la cultura dei nostri ragazzi, non rinunciando ad offrire un’opportunità di essere e fare oratorio anche dentro la mobilità che vivono. Su questa sfida c’è ancora molto da costruire, ma credo che tutti, ormai, abbiamo la consapevolezza della sua urgenza: forse serve qualche passaggio di fantasia operativa per tradurla in pratica.

    * Non cercare la concorrenza educativa, soprattutto sui mezzi, ma dove è possibile costruire alleanze, essere stimolatori di idee e di scelte educative.

    L’oratorio non coincide con le proprie mura ma è anche uno stile che può essere lievito educativo nella società: questa possibilità è un bene da offrire a tutti, perché il prendersi a cuore le sorti dei ragazzi è un dovere e ha bisogno del contributo fattivo e diretto di ogni componente della società. L’oratorio possiede un alfabeto educativo che crea unione e non divisione (di per sé questa è un’eccezione dentro la nostra cultura che fa della contrapposizione un ordine da scuderia non discutibile). Questa carta va giocata al meglio per il bene dei ragazzi: significa attivarsi come oratori su alcune istanze del mondo giovanile, farle proprie, creare alleanze educative con chiunque senza paura di essere fraintesi. Nel rapporto con le altre agenzie educative, oggi necessario, il nostro stile deve essere inconfondibile e pulito: voler bene ai ragazzi è un valore così grande che nessuno lo può far diventare di parte ma, lavorando insieme, possiamo creare qualcosa di bello per loro.
    Fa parte, quindi, della missione educativa e pastorale dell’oratorio non tirarsi indietro rispetto alla possibilità di essere ponte autentico, creatore di opportunità, perché si incrementi il bene verso le giovani generazioni: i ragazzi hanno bisogno di qualche portavoce in più perché venga custodito e incrementato il dovere di amarli, e di farlo seriamente.

    * Lavorare molto sulle relazioni e sul tempo informale, con qualche investimento specifico.

    È un’idea malsana quella che ritiene educativo solo ciò che è fatto di incontri e di percorsi ed evita il cortile, il passare il tempo a chiacchierare, lo stare insieme senza aver nessuno obiettivo da raggiungere: sarebbe come togliere a chi si ama gli sguardi incrociati e appassionati.
    Piuttosto occorre ricercare un vero equilibrio tra l’istanza educativa dell’informalità e quella dei percorsi programmati con obiettivi specifici (di qualunque natura, anche di tipo spirituale). Per come è pensato e costruito, l’oratorio risulta particolarmente moderno in questa capacità, perché la sua vita è costruita sulla combinazione esatta di questi due fattori. Spesso però è affidata al caso e non è particolarmente valutata come un’autentica opportunità educativa. Per esemplificare: se esiste un bar dell’oratorio, occorrerebbe che il barista sia capace di un dialogo informale con i ragazzi, magari anche solo per avvisarli di cose che l’oratorio sta organizzando per loro, oppure per capire se c’è qualche problema particolare… Questa unione tra informalità e formalità permette all’oratorio di uscire dalla logica del non luogo che offre semplicemente e meramente opportunità da supermarket per entrare in una dinamica di presa a carico di tutto l’uomo e di tutta la persona.

    * Coinvolgere i ragazzi nella progettazione dell’oratorio.

    Non è un meccanismo facile da attivare ed è vero che non sempre accade, ma è necessario non lasciarsi sfuggire le possibilità di quando ciò avviene. Quando scatta la partecipazione diretta e convinta del mondo giovanile quello è il momento educativo migliore: se un bravo educatore lo sa lavorerà per costruire questo momento e per viverlo con i ragazzi.
    Per altro questo obiettivo va costruito non solo con i ragazzi, ma anche con gli educatori adulti dell’oratorio, spesso preoccupati di mantenere il proprio ruolo e di non perdere un incarico o l’altro all’interno dell’oratorio o di una particolare attività. Trasmettere competenze, aiutare uno più giovane a imparare come allenare i ragazzini piuttosto che a preparare l’incontro di catechesi è l’antidoto migliore al virus della presunta immortalità educativa («senza di me l’oratorio non può andare avanti»), che di solito è l’anticamera per la morte educativa dell’oratorio stesso.

    * Raccontare ai ragazzi perché e in che cosa siamo cresciuti con loro.

    Là dove oggi non riescono ad arrivare i percorsi e le attività lo possono fare i racconti di vita. Esplicitare ai nostri giovani che lo stare con loro cambia la nostra vita di educatori è riconoscere implicitamente ed esplicitamente che la loro vita è bella, preziosa, unica, significativa. Dentro questo dialogo cresce la possibilità di toccare la profondità, di creare visioni comuni, di costruire alfabeti condivisi dentro cui riconoscersi, proteggersi, crescere insieme. Ci permette di condividere la vita che si è costruita insieme, di indicare i valori non perché dobbiamo retoricamente farlo ma perché li abbiamo toccati al vivo insieme.
    Il problema è: siamo capaci per fare questo? Ci creiamo lo spazio e il tempo anche solo per tentare questa opportunità educativa? Pensiamo a qualche iniziativa che attivi ed evidenzi questa reciprocità di doni che l’educare in oratorio può offrire?

    * Non tarpare le ali alla fantasia dei ragazzi, ma chiedere di mettere a servizio la loro fantasia per tutti.

    L’oratorio è bello quando è un cantiere che si adatta alle diverse richieste che i ragazzi possono avanzare: per un po’ di tempo vorranno far musica, poi si vorrà giocare ad altri sport e non solo al calcio, oppure organizzare qualche festa, vedere un film insieme…
    Non sempre è possibile rispondere a queste richieste, ma è importante un atteggiamento di fondo: cercare in tutti i modi di dire di sì, ma aiutando i ragazzi ad allargare la loro richiesta. «Ci sta bene quella festa, ma coinvolgiamo più persone». «È bello che il vostro gruppo venga a provare musica in oratorio, ma potete regalarci una serata musicale durante la festa dell’estate?».
    Questa semplice attenzione pedagogica aiuta i ragazzi ad allargare il proprio sguardo e il proprio cuore oltre ai bisogni, per altro veri, che sperimentano.

    * Avere qualche appuntamento fisso durante l’anno di riflessione per tutta la comunità sul mondo dei ragazzi e sull’educare.

    Potrò essere una giornata, una settimana, una celebrazione comune, una conferenza organizzata in oratorio o in un altro luogo, un lavoro portato insieme con altri soggetti educativi: la fantasia e le modalità non mancano. Ciò che conta è tenere viva l’attenzione della comunità al bene educativo e farlo con stile: non in modo improvvisato ma, anche qui, programmato e ripetitivo, invitando ad un appuntamento fisso che nel tempo crea tradizione, attesa, interesse. In questo modo l’oratorio indica una fiducia concreta, un non volersi rassegnare di fronte ai problemi o alle difficoltà, una possibilità di ragionare insieme per il bene dei ragazzi, una volontà di farlo insieme e di cercare risposte comunitarie.

    * Prendersi concretamente a cuore qualche problema specifico che i ragazzi vivono.

    È terribile come la cronaca dei nostri paesi ci regali spesso e all’improvviso episodi tragici che coinvolgono ragazzi, come vittime e come carnefici. Spesso non servono nemmeno i giornali per conoscere e sapere della difficoltà di quel ragazzo, oppure del problema di quel gruppo.
    Fa parte del servizio educativo dell’oratorio non tirarsi indietro rispetto alle storie di difficoltà che i ragazzi vivono, creano o subiscono. È la faccia più educativa della carità: non essere indifferenti alla loro vita e alle loro difficoltà.
    Non importa quanto o come sappiamo fare, l’importante è essere vicini, non restare distanti, farsi presenti. Da qui possono nascere opportunità, piccoli aiuti, coscienza maggiore, scambio di possibilità. Soprattutto un oratorio che accompagna i ragazzi sempre e che ricorda la necessità a tutti di non abbandonare mai i propri figli, anche quando non sono più (o non sono mai stati) belli e buoni.

    * Conservare la bellezza dell’oratorio. Tutta.

    Un oratorio è l’insieme delle proprie strutture: vanno tenute belle, pulite, colorate, accoglienti, pensate, a disposizione di tutti.
    Un oratorio è l’insieme delle relazioni che riesce a curare: devono essere di qualità, non banali, capaci di indicare scelte belle e coraggiose, intelligenti nella lettura della realtà.
    Un oratorio è l’insieme delle attività che propone: bisogna tenere viva la possibilità educativa migliore che consiste nel proporre ai ragazzi tante cose che facciano toccare loro con mano le loro abilità, la loro espressività, la loro profondità. 
    Perché un oratorio bello è veramente di tutti.

    * L’Autore è presidente del FOI – Forum degli Oratori Italiani.


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