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    La cura pastorale dei «Fuorisede». È davvero impossibile?


    Temi di pastorale universitaria /4

    Riccardo Santagostino Baldi *

    (NPG 2018 - 02-60)


    Pavia e la sua Università

    La città di Pavia ha una caratteristica che le è peculiare da ben 657anni: da quando lo Studium Generale si è insediato nella città, per volontà di Galeazzo II Visconti, anche la diocesi ha potuto beneficiare di una enorme ricchezza di sapere e di studenti che qui vi accorrevano per imparare il sapere e la vita[1]. La città si è così dotata negli anni di numerosi collegi[2] (passati poi alcuni dal governo religioso a quello dell’Ente del diritto allo studio); interessante notare come le tante congregazioni religiose presenti in città abbiano lasciato un segno fecondo, e l’università stessa annovera numerose lapidi nei quadriportici della sua sede centrale, che attestano i tanti studenti che hanno fatto carriera dopo aver studiato presso l’Almo Ateneo. Se Pavia è sempre stata baricentro di cultura, l’attenzione agli studenti «fuorisede» è tornata di moda negli ultimi vent’anni: l’allora vescovo di Pavia mons. Giovanni Volta (1986-2003) già assistente universitario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano aveva puntato l’attenzione durante il Sinodo diocesano del 2001-2002 alla pastorale giovanile nell’ambiente universitario:

    « […] la presenza in città di una Università attiva e prestigiosa, e conseguentemente di un cospicuo numero di studenti fuorisede è, insieme, ricchezza e responsabilità che interpella la Chiesa pavese, impegnandola ad una presenza specifica.»[3]

    A lui è succeduto mons. Giovanni Giudici, assistente della FUCI a Milano (1971-1979) che ha preso a cuore la condizione giovanile studentesca creando il «servizio di pastorale universitaria» che ancora oggi collabora con la pastorale giovanile e vocazionale diocesana.

    Gli studenti «fuorisede»

    Ma questi studenti «fuorisede» chi sono e da dove vengono? Sono studenti che, per la maggioranza, arrivano in università con tanti progetti e hanno voglia di mettersi in gioco nello studio e nella vita. Sono ormai un buon numero gli studenti esteri, soprattutto dall’Asia e dal Medio Oriente anche se la maggioranza è ancora europea. Hanno un’età variabile (18-19 anni) quelli che arrivano appena terminata la maturità oppure (21-23) coloro che decidono di iscriversi in università per una laurea specialistica in seguito alla triennale che, magari, hanno conseguito nelle proprie città di origine. Ciò che conta per loro è il «passaparola»: molti loro compagni, amici di famiglia, amici di amici hanno già studiato o conosciuto il posto e si fidano dell’ambiente che troveranno. Ecco perché è molto importante per un operatore pastorale avere contatti e referenti nell’ambiente giovanile dell’università: perché si diventa punto di riferimento per coloro che, avendo già ricevuto qualche dritta dagli amici, consigliano loro stessi a chi rivolgersi. Molti studenti però scelgono di uscire dalle loro città e paesi perché alcune università offrono corsi più qualificati e più spendibili nella carriera lavorativa: questo motiva i giovani a cercare ulteriormente posti di eccellenza e di alta formazione: in questo, il «sistema Pavia» offre, oltre all’Alma Ticinensis Universitas, lo IUSS (Istituto Universitario di Studi Superiori) che permette di approfondire ulteriormente le discipline che si studiano offrendo corsi aggiuntivi che diventano, nello stesso tempo, una seconda laurea. Le Università e gli alti enti di formazione mettono fortunatamente a disposizione degli studenti numerose borse di studio.

    Le attenzioni per i «fuorisede»

    Il problema economico degli studenti «fuorisede» non è secondario: un operatore pastorale quando programma attività, coinvolgimento e formazione di gruppi deve ponderarne il peso. Molti studenti si appoggiano alle famiglie (pur vivendo nei Collegi e residenze) e, le stesse, faticano a sostenerli in tutto. Ecco allora dove poter essere spendibili come comunità cristiana: saper offrire opportunità in cui, attraverso qualche cena, attraverso il dialogo e l’offerta di borse di studio per studenti particolarmente meritevoli, si possa premiare la cultura e, attraverso l’azione pastorale che ha come scopo la cura delle persone e l’avvicinamento alla loro fede, si possano fondere capacità di accoglienza da parte della chiesa diocesana e donazione di talenti da parte dei «fuorisede». La maggioranza degli studenti «fuorisede» ha scelto di «uscire» di casa e di prendere in mano la propria vita: questo è già un inizio per poter avere persone che ragionino con la propria testa. La prima cosa che uno studente fuorisede cerca, appena arriva nel nuovo ambiente, sono legami di amicizia: certo, quelli con la famiglia, gli affetti, le prime storie serie non vengono meno… ma la «stabilità» di conoscenza con qualcuno o più grande o che condivide il tuo stesso percorso di studi, aiuta ad avere una solidità nel momento in cui tutte le certezze vengono meno a causa della distanza. La seconda cosa che cercano può essere o il divertimento (per ripianare l’horror vacui del tempo libero) o, se hanno già avuto esperienze di fede, la ricerca di una chiesa, di un operatore pastorale (un sacerdote, un/a religioso/a, un laico impegnato…) che li stia ad ascoltare: ecco una delle dinamiche principali, l’ascolto e lo stare con.

    Esperienze di fede

    Molti racconteranno che di fede non ne hanno più, che hanno avuto molte relazioni sentimentali finite male oppure una relazione «seria» che, con la distanza, non sanno più chiamare per nome. Altri racconteranno di famiglie spezzate, di situazioni al limite del paradossale che hanno incrinato la loro fiducia non solo nei rapporti familiari ma anche nella stessa chiesa che, a volte purtroppo, ha chiuso loro le porte in faccia. Altri ancora potrebbero raccontare di amici «atei, agnostici, indifferenti, vergognosi» che li hanno resi simili a loro, condizionandoli nel pensiero critico e, ora, non sanno più cosa sono. Altri ancora ti diranno che loro sì che sono super cattolici e che finalmente hanno trovato un prete con cui tornare a dialogare (a volte però, nella mia esperienza, questi sono i più pericolosi perché si trasformano in fondamentalisti della fede e allontanano quegli studenti che stanno tornando ad una fede fiduciale). Tutte queste tipologie di studenti hanno però una cosa in comune: se accolti e ascoltati, aprono il loro cuore alla Parola che tu annunci loro. Questa è la bellezza del «venire (o meglio, tornare) alla fede» di molti degli studenti «fuorisede».

    La ricerca di una comunità per camminare nella fede

    Altra dimensione da cui non si può prescindere per un «fuorisede» è la caratteristica comunitaria: il Collegio, l’appartamento - seppur luoghi di condivisione - non bastano. Serve qualcosa d’altro. Ecco allora che i gruppi di lectio, di cammino spirituale servono per creare occasioni nuove di relazione e condivisione. Mi capita spesso di vedere come molti studenti, impegnati in una vita parrocchiale molto ricca nelle proprie esperienze di origine, quando cambiano città faticano ad inserirsi nelle realtà, a volte ricchissime altre poverissime ma, il più delle volte, dispersive. Catechisti, animatori di gruppi di adolescenti, assidui frequentatori nelle realtà a loro familiari, quasi non conoscevano il nome della parrocchia in cui era situato il loro appartamento in affitto o il Collegio. Il card. Carlo Maria Martini in un convegno di pastorale universitaria ebbe a dire

    «La mia radicata convinzione circa l’oggettiva rilevanza della pastorale universitaria attinge a ragioni che vanno al di là della sensibilità da me maturata durante lunghi anni di esperienza di studio e di insegnamento a diretto contatto con giovani delle più diverse nazionalità. Tale convincimento si fonda piuttosto su alcune obiettive considerazioni. […] fermare l’attenzione significa richiamare che l’esperienza universitaria non può essere circoscritta entro gli angusti confini della formazione professionale dei singoli, ma si dilata sino ad assumere un più ampio respiro culturale ed educativo, secondo uno stile di vita di impronta comunitaria[4]».

    L’aspetto comunitario va appunto declinato nell’attenzione spirituale che deve avere la massima possibilità di espressione da parte dello studente (gruppi di studio e di amicizia, gruppi di spiritualità condivisa, appartenenza a Movimenti e/o associazioni) e, nello stesso tempo, deve imparare a disciplinarsi nello stile che è proprio della vita giovanile che matura verso quella adulta. Ecco come è possibile la cura pastorale dei fuorisede: tutto questo vuol dire stare accanto agli studenti che vivono lontani dalle loro sedi di origine ma che possono camminare nello studio (sentendosi non un numero nell’Università che, a volte, appare come un «esamificio spersonalizzante») e nella maturità affettiva e umana grazie ad una chiesa accogliente, dinamica e creativa che sa ascoltarli (sognando con loro), accompagnarli (condividendo) ed educarli ad una fede vera e autentica.

    * Assistente spirituale FUCI Lombardia e cappellano UNIPV.


    NOTE

    [1] In realtà l’Universitas Studiorum è molto più antica: all’anno 825 risale il capitolare dell’Imperatore Lotario I che costituì a Pavia la scuola di retorica per i funzionari del regno, ereditando a sua volta la tradizione della scuola di diritto fondata dall’Imperatore romano Teodosio I. Lo Studium Generale nacque nel 1361.
    [2] Già dalla metà del XVI secolo Pavia era dotata di due grandi collegi universitari (l’Almo Collegio «Borromeo» e il Collegio «Ghislieri». Oggi insieme a quelli EDISU sono una ventina di cui 4 «di merito».
    [3] XX SINODO Diocesano della Chiesa Pavese, Evangelizzazione Evangelizzatori, Pavia 2002, 201.
    [4] AA.VV. Giovani, Cultura e Fede: punti di riferimento per una pastorale universitaria, Vita e Pensiero, Milano 1984, 9.


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