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Regno di Dio e Chiesa

Giuseppe Florio

Una volta il regno di Dio non era neanche un tema considerato nella catechesi e nelle nostre chiese. Nel Concilio Vaticano II se ne è dibattuto molto e al concilio è stata fatta una distinzione esplicita tra regno di Dio e Chiesa.

Negli ultimi decenni, la ricerca biblica ha approfondito molto gli aspetti di originalità annunciati da Gesù di Nazareth a proposito del regno di Dio. Vi ricordate nel primo e secondo incontro ho insistito molto tra la differenza della concezione del regno di Dio che aveva il Battista, il quale richiamava a una concezione abbastanza diffusa al tempo di Gesù e come invece Gesù di Nazareth, vi ricordate, non abbia continuato sulla stessa linea. Il regno di Dio, tema a volte dimenticato nella Chiesa, è stato l’annuncio principale di Gesù di Nazareth, lo dicono anche i numeri: nei quattro vangeli l’espressione regno di Dio viene citata centoventi volte, novanta di queste citazioni sono in bocca a Gesù. Il Vangelo che più di tutti ha insistito su questo tema è il vangelo di Matteo cioè della chiesa della tradizione giudaico-cristiana. E’ un tipico tema del cristianesimo, non avete una cosa simile nell’Islam, ancor meno nel buddismo.
Ho insegnato a Bangkok per due estati e vi assicuro che spiegare il regno di Dio a degli studenti buddisti era una impresa pressoché impossibile. Neanche la tradizione del confucianesimo, lo ha. E’ un tipico tema del cristianesimo ed è credo ripeto e finisco questa introduzione è una grande scoperta quella che è stata fatta, era stato dimenticata nei secoli a favore di un forte ecclesio-centrismo; è una grande scoperta quella che è stata fatta che la missione di Gesù in Galilea è stata proprio quella di annunciare il regno di Dio.
Negli incontri precedenti, abbiamo visto vari aspetti del regno di Dio, se dovessimo caratterizzarli in maniera non accademica ma concreta, esistenziale, diremmo che il regno di Dio esprime la fiducia che questo mondo possa essere guarito, quindi vuol dire che questo mondo va preso sul serio, non è una illusione, è realtà e con questa realtà ci si deve confrontare ed è quello che ha fatto Gesù.
Quando noi abbiamo detto che Gesù guariva sia con la parola, con i gesti, con le guarigioni, dicevamo una cosa vera perché si confrontava con una realtà che aveva bisogno di essere guarita. Quando poi mettiamo tutto questo sotto il cappello come si fa oggi, come fa questo Papa, sotto il cappello della Misericordia, ritroviamo tutta l’originalità di Gesù e del suo Vangelo: il mondo non è sotto la stella del giudizio di Dio ma il mondo è sotto la stella della Misericordia di Dio; questo era ed è il Vangelo.
Nella Lumen Gentium al numero otto, troviamo quello che molti teologi in relazione anche al regno considerano forse il punto più alto del Concilio Vaticano II: la dove il concilio parla di cosa dovremmo essere partendo sempre dal regno.
Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo «che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo» (Fil 2,6-7) e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo. (Lumen Gentium, 8)
Qualcuno lo considera il punto più alto del concilio. Il vescovo di Palermo Corrado Lorefice, in una ricerca, non so se l’ha fatta proprio lui e l’ha fatta fare a qualche esperto, ha notato in un suo articolo che questo numero della Lumen Gentium non è mai più stato citato da nessun Papa. Papa Francesco di fatto lo mette in pratica ma neanche lui fin’ora lo ha mai citato.
Per introdurre il tema: regno di Dio e Chiesa voglio fare due citazioni dal Vangelo di Luca:
Gesù, interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, rispose: ”Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17, 20-21).
Questa se volete è la premessa, mi raccomando soprattutto per chi fa catechesi non è mai stato detto da Gesù soprattutto per quello che ha fatto che il regno di Dio sia una cosa interiore, spirituale. No è un fatto storico. I farisei ritenevano che quando tutti finalmente osserveranno la legge il regno di Dio si sarebbe compiuto. Tutti credevano che servivano dei prodigi, tra i contemporanei di Gesù uno diceva che si sarebbe aperto il fiume Giordano, come il mar Rosso nell’Esodo, un altro credeva che si aprissero le mura di Gerusalemme.
La prima comunità cristiana invece, annuncia che: “il regno di Dio è in mezzo a voi!”
Ciò che ha autorizzato la comunità a tramandare questa cosa del regno è la persona di Gesù di Nazareth per quello che ha detto e che ha fatto; per come è morto, prima ancora di trovare il significato teologico della sua morte, per come è morto, come tutte le vittime che nel mondo non contano e per essere risorto. Guardando a questi fatti la prima comunità cristiana ha capito che il regno, la misericordia di Dio sul mondo è vera, c’è già. Non dobbiamo aspettare il giudizio di Dio sul mondo, se perdiamo questo noi perdiamo il Vangelo. Questo è l’annuncio.
La seconda citazione, sembra quasi un dettaglio ma è una regola molto bella:
Giovanni prese la parola dicendo: “Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci”. Ma Gesù gli rispose: “Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi”(Lc 9, 49-50).
Questa risposta di Gesù ai discepoli è una cosa eccezionale. Che a quel tempo qualcuno vedesse le cose in modo così universale con lucidità umana e discernimento era assolutamente impensabile. Si c’era uno spirito universalistico, ma riguardava il diritto. Seneca e pochi altri che rappresentavano una parte infima dei cinquantacinque o sessanta milioni di abitanti dell’impero romano in quegli anni. Immaginate Gesù che non era nessuno, un carpentiere uno che non era titolato a fare scuola, che viene a dire che tutti quelli che guariscono il mondo, anche se non sono con noi sono nel regno.
Quando nella Chiesa ci siamo dimenticati di questo abbiamo fatto delle cose orribili di cui chiedere perdono. Questo significa che noi, che siamo i battezzati, che siamo la Chiesa, bene uno dei compiti della nostra comunità della Chiesa, che siamo noi, è quello di interpretare, ascoltare e discernere tutto il bene che si compie nel mondo a prescindere da noi. Una volta in fondo al Sahara a Tamanrasset, parlo degli anni sessanta mi è stato riferito un proverbio dei Tuareg una popolazione seminomade, mai toccata dal cristianesimo neanche dalla tradizione egiziana: spiriti liberi nel deserto guardate che proverbio avevano: “Fai come la palma: le tiri dei sassi e ne cadono datteri”
I bambini quando hanno fame tirano due sassi e cadono datteri perché è troppo complicato andare su. Ecco pensate una cultura piccolissima di ispirazione più o meno animista che però ha dentro alcuni valori del regno. Il Padreterno non ha aspettato noi, anche prima che venisse Gesù, anche dopo che è venuto. Quindi noi oggi in questo cambiamento di epoca siamo forse nella fase più difficile: la prima fase è stata l’entrata della “ecclesia” nella cultura greco romana. Il Nuovo Testamento è una testimonianza di questo, la seconda fase è stata l’entrata della cultura cristiana, del Vangelo nella civiltà occidentale. Oggi credo che, lo diceva Karl Rahner, oggi si apre la grande prospettiva per la Chiesa di entrare a livello planetario, non più caratterizzata da una parte del mondo, se è vero che il villaggio globale c’è e lo diciamo da venti anni se questo è vero il Vangelo ovvero il regno di Dio si dovrà confrontare con questa realtà che è molteplice, complessa che ha alle spalle tradizioni a volte più antiche delle nostre, con schemi totalmente diversi a livello mentale, di inconscio collettivo.
Se per un buddista la storia, noi parliamo sempre della storia, la storia e tutte le vicende umane fanno parte soprattutto di una illusione perché la verità o verrà dopo o tu la conquisterai nella tua illuminazione, è difficile; dovremmo quindi stare molto attenti. Questo non riguarda l’Asia l’America Latina o l’Africa. Questo riguarda noi ormai. Non c’è più una cultura monolitica come noi abbiamo avuto, i nostri genitori i nostri nonni. Non c’è più è finito. Il cambiamento, o l’affrontiamo con il regno ma certo non l’affronteremo con l’ ecclesio-centrismo.
Allora la Chiesa cosa fa davanti a tutta questa realtà del regno?
Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio ad essa predicando la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio » (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. (sessanta anni fa la ricerca biblica non era arrivata avanti come lo è oggi, oggi lo potremmo scrivere anche meglio) La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli di Gesù provano che il regno è arrivato sulla terra: «Se con il dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già pervenuto tra voi il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale è venuto « a servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti » (Mc 10,45). Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33). La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria.(Lumen Gentium, 5)
La Chiesa predica il Vangelo, cioè l’annuncio del regno di Dio. Attenzione la Chiesa non predica se stessa. Se nel Vangelo troviamo l’espressione regno di Dio per centoventi volte, sapete quante volte viene la parola Chiesa? Solo due volte, nel Vangelo di Matteo al capitolo sedici e al capitolo diciotto.
Vedete che la distinzione teologica che il Concilio Vaticano II fa e che tiene conto di quanto la comunità primitiva ha scoperto dopo la Pasqua, dopo la resurrezione, cioè la realtà del regno di Dio presente, questa comunità, sente che è necessario distinguere regno e Chiesa. In concreto significa che la Chiesa cioè noi, non il Papa o i vescovi, noi siamo a servizio del regno. Tutto quello che facciamo nella nostra vita tutto ciò che occupa il fondo della nostra vita è parte della Chiesa certo, ma soprattutto parte del regno.
Mi ricorderò sempre una esecuzione capitale in Iran, un ragazzo aveva ucciso un altro ragazzo (l’Islam non e’ proprio la religione del perdono). La madre della vittima, secondo il costume ha dato un ceffone al ragazzo che doveva essere impaccato ed è stato assolto! Si usa così, se vuoi perdonare uno gli dai uno schiaffo. Capite il regno? Capite il segreto del regno? Capite anche perché certamente la preghiera del Padre Nostro, come è stata confezionata, qualcosa risale a Gesù qualcosa ha elaborato la comunità, però l’espressione “venga il tuo regno” certamente risale a Gesù. Quindi vedete la Chiesa è inizio a volte del regno qualche volta è un esempio: pensate i martiri possono essere anche interpretati malissimo come spesso accade questo è il costo della profezia, questo fa parte del regno. Il regno è sempre debole umanamente e storicamente parlando sembrerebbe esposto eternamente al fallimento. Questo è uno dei segreti più profondi, o uno entra in questo oppure rimane nella religione.
La Chiesa esiste per andare sempre oltre se stessa per servire il regno. In America Latina hanno aggiunto una espressione molto interessante che forse era stata dimenticata: la Chiesa è sempre chiamata a convertirsi al regno. Questo ce lo dobbiamo ricordare noi come comunità. Se vogliamo mantenere l’originalità del Vangelo dobbiamo sempre tenere presente questa realtà che ci supera, che ci chiama sempre e alla quale non saremo mai perfettamente adeguati.
Qualcuno potrebbe obiettare ma dopo duemila anni cosa è cambiato? L’avete sentita mai questa domanda? Io mi stupisco sempre soprattutto quando la sento formulata da una certa cultura. Se dovessimo dire cosa è cambiato nella cultura in generale malgrado tutti i limiti dei cristiani beh amici non avete idea. Provate a pensare in che maniera più o meno spontaneamente, a meno che deformati da certe forme ideologiche, come noi guardiamo alla dignità della vittima. Ma voi credete che questo prima del cristianesimo ci fosse? L’Umiltà per un greco era: tu non sei dell’alta società quindi l’umiltà tua è che tu ti convinci che vali quello che vali per fare il servo. Chiaro? Allora per dire questo cambiamento, questa presenza del regno abbiamo una formula che è venuta fuori in questi decenni un teologo svizzero luterano Oscar Cullmann che ha sintetizzato così:
“Coscienza di una tensione tra il già della salvezza operata da Gesù una volta per tutte con la sua incarnazione e il non ancora dell’avvento del regno di Dio come realtà perfetta e compiuta”.
Il regno di Dio è già presente e non ancora compiuto, in genere nelle scuole di teologia si dice “il già e il non ancora“.
Non ne abbiamo parlato molto dell’aspetto escatologico del regno in questi nostri incontri, però certo la visione che verrebbe fuori da quello che Gesù lascia prospettare è che il regno non lo realizzeremo noi il regno non ha bisogno di alcun potere il regno non nasconderà le fragilità umane e le incongruità umane ma questo regno quando il Padre vorrà arriverà ad un suo compimento. Come non lo sappiamo; vorremmo saperlo. Ecco perché Gesù non ha seguito i farisei perché loro erano convinti che quando tutto il popolo avrebbe osservato la legge il regno si sarebbe compiuto. No, non è così.
Vedete ci portiamo dentro questo mistero un pò oscuro, se posso fare una comparazione che diventando vecchi forse diventa spontanea: se andate in uno ospizio dei vecchi è una roba miserevole uno gli viene voglia di dire al Padreterno perché ci hai donato la vita per ridurci in quel modo? Quindi noi veramente crediamo che questa vita ci è stata donata e che questa vita avrà il suo compimento questa è la finestra con la quale guardare la morte.
Quando noi moriremo entreremo finalmente nella pienezza della nostra vita quella che abbiamo avuto in concreto. Mesi fa ho incontrato un amico professore e mi ha detto: “Sai riflettendo ho proprio pensato che il Padreterno non può lasciare andare avanti la vita in questo modo, per il modo in cui ci riduciamo ma questa vita dovrà avere il suo compimento”. E’ vero, è proprio vero. Se riusciamo a mantenere la lucidità forse ci arriviamo, quindi “il già e il non ancora” si esplicita anche a livello storico, nella nostra vita. Se cade il “non ancora” resta solo la via dell’integralismo religioso e lo abbiamo vissuto anche noi.
Nel Concilio Vaticano II c’è stato un momento molto bello al numero nove della Lumen Gentium, tentano di dare una definizione della Chiesa. Da piccolo a me è stato insegnato che la Chiesa era “societas perfecta” anche a voi? Cosa volete Pio X era convinto che bisognava presentare le cose in quel modo. Invece nel Concilio Vaticano II hanno trovato questa espressione teologica, molto bella:
Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica. Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.(Lumen Gentium, 9)
La grazia che ci è stata data ci consente di essere un sacramento un “ponte” verso la storia, verso la vicenda umana, questo ci collega direttamente con il regno, su questo ponte molti entrano anche chi non è battezzato.
Adesso amici vi devo scrivere una cosa per la sintesi finale. Quanti di voi hanno sentito parlare di Giuseppe Lazzati? Giuseppe Lazzati (l’arcidiocesi di Milano lo ha riconosciuto Servo di Dio) è stato rettore della università cattolica e con Paolo VI passavano le serate a tirare fuori una teologia del laicato. I laici che senso hanno? Una volta non contavano. Allora i discorsi che hanno fatto insieme sul laicato che poi sono stati trasmessi nel concilio Vaticano II e nella Evangelii Nuntiandi. Guardate la sintesi che ha fatto Lazzati stupenda. Cosa deve fare il laico con la sua vita con la sua professione? Lazzati parlava della spiritualità della professione: tu con il tuo lavoro sei dentro al regno di Dio lo vivi cosi: ORDINARE LE COSE SECONDO IL REGNO DI DIO.

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