Il giovane Gesù

L'amore

Luigi Di Piolo


La storia della giovinezza di Gesù si snoda secondo i ritmi di crescita e di maturazione anche di un giovane ebreo del suo tempo. Ma a un dato momento, e riguardo a una dimensione fondamentale della persona, tale storia prende un'altra strada: Gesù non si fidanza né si sposa. Egli sceglie la continenza volontaria perpetua. Il Nuovo Testamento non vi si sofferma espressamente (tranne forse in un punto, Mt 19,12), presupponendo come evidente la scelta di Gesù. Nei vangeli troviamo però delle conferme indirette, ma eloquenti. Nei testi della triplice tradizione (Mc 3,31-35; Mt 12,46-50; Lc 8,19-21), Gesù presenta la sua nuova famiglia: «fratelli, sorelle e madre» di lui sono quelli che compiono «la volontà di Dio» (Mc 3,35), «la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 12,50); «sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Le 8,21). Le pericopi citate non segnano soltanto il distacco di Gesù dalla sua famiglia terrena, e il superamento dei vincoli del sangue e della parentela umana, ma indicano anche una valenza trasparente della nuova opzione di Gesù di fronte all'amore. Egli non è un celibe solitario e sterile. Se ha rinunziato a formare una propria famiglia e a diventare padre, egli intende essere un celibe fecondo di una fecondità più alta. Una testimonianza più esplicita della scelta di Gesù e dei motivi che la ispirano può essere percepita nel seguente logion: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,12). Alla base del detto di Gesù sembra esserci la risposta all'insinuazione maliziosa che la sua vita di continenza dipenda dalla impossibilità di generare e diventare padre. Gesù replica che la sua scelta è motivata da un'unica realtà, che ha per lui il primato assoluto: il regno di Dio, il suo annuncio e la sua manifestazione nella storia. Di fronte al regno, ogni altra cosa diviene soltanto «il resto» e vi si subordina.
Gesù non è stato un misogino. Il mondo femminile ha intuito il suo fascino superiore. E Gesù ha visto la donna con limpido affetto, ha avuto amicizie femminili e un seguito femminile (cfr. Lc 8,1-3; 10,38-42 [Marta e Maria]; Gv 11 ,5: «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro»). Egli ha restituito inoltre alla donna la sua dignità interiorizzando il comandamento «non commettere adulterio» (cfr. Mt 5,27-28), e ha reintegrato il matrimonio nella sua originarietà creazionale, come dono di perenne fedeltà reciproca (cfr. Mc 10,2-12). Infine, Gesù è stato capace di dedizione totale nell'amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,13-15).
Un aspetto rilevante deve ora richiamare la nostra attenzione. Tenendo presenti le usanze del tempo, attestate dalle fonti ebraiche, Gesù ha compiuto o, almeno, ha cominciato a maturare la sua decisione per la verginità già negli anni nascosti di Nazareth, e ciò facendo si è distaccato dalla via tradizionale di un giovane ebreo. Dopo aver illustrato questo punto, cercheremo di interpretare il senso che Gesù ha dato alla sua scelta.
Per Israele lo sposarsi è, nell'ordine di apparizione, il primo dei 613 precetti del Signore: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,29). Abbiamo riferito precedentemente una notizia sull'età ritenuta adatta e normale per il matrimonio di un giovane ebreo, un'età non codificata come obbligatoria in questo senso, eppure vincolante in forza della consuetudine e del controllo della società. Esiste una certa elasticità nella determinazione dell'età: si ammette il matrimonio a venti anni e anche oltre; si conoscono casi di un simile ritardo dovuti spesso alla situazione economica di povertà. Restiamo però sempre al di qua della seconda soglia che delimita gli anni nascosti di Gesù, il «circa trent'anni» di Lc 3,23. I rabbini condannano severamente chi non si sposa. Occorre peraltro aggiungere che essi ammettono una continenza «temporanea» per dedicarsi alla Torà e alla preghiera. E del rabbi Shimon ben Azzai si narra che sia vissuto celibe giustificandosi così: «La mia anima è legata alla Torah, il mondo può essere perpetuato da altri ... ». Nella tradizione rabbinica si esalta il celibato di Mosè «dopo» la vocazione al roveto, a motivo del compito affidatogli dal Signore. Si parla anche del celibato di Elia, ma senza troppa enfasi. Nelle comunità di Qumran, infine, erano probabilmente presenti dei celibi. L'unico precedente biblico di celibato «totale» e - si noti - messo espressamente in grande evidenza dalla stessa Scrittura, che lo fa dipendere da un ordine esplicito del Signore (il che lo differenzia dagli altri casi ricordati), è rappresentato dal profeta Geremia (Ger 16,1-13).
Possiamo ora domandarci: Gesù come ha compreso e perché ha scelto la verginità fin dagli anni nascosti? Con cautela e rispetto formuliamo una risposta. Un'indicazione importante ci sembra che sia presente nel vangelo stesso, nella risposta di Gesù dodicenne a Maria: «Non sapevate che io devo essere presso il Padre mio?» (Lc 2,49). Ciò si può cogliere in certa misura anche nell'altra versione: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Nell'esperienza di Gesù prima, durante e dopo l'evento del tempio, l'esigenza della «prossimità» con il Padre comincia a rivelarsi come il «senso» non di qualche istante o di qualche anno, ma dell'intera sua vita. Gesù sente di dover appartenere esclusivamente al Padre, e di doversi consacrare alla missione che gli sarà affidata. Il Padre, e ciò che il Padre vuole donare all'uomo, si offrono alla coscienza di Gesù come il «tutto» dell'esistenza filiale. La vicinanza al Padre prospetta a Gesù il compito futuro di annunciare a rendere presente il regno di Dio, ciò che Dio ha deciso «escatologicamente», cioè in modo definitivo, come ultima parola sulla storia: è la parola del perdono incondizionato e trasformante dell'uomo peccatore; è la buona notizia che Dio assume l'impegno sovrano di liberare da ogni schiavitù, vincendo il male e la morte, per inaugurare la nuova creazione. In questo orizzonte, per Gesù la verginità è segno «escatologico», preparazione e insieme anticipazione della salvezza offerta visibilmente. Come egli ha avvertito e seguito l'attrattiva a sostare «presso» il Padre nel tempio, così vuole essere «presso» il Padre in modo radicale nella totalità della sua storia, per poterne manifestare il volto, che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18). L'opzione di Gesù di fronte all'amore si espande gradualmente, negli anni nascosti, dal grembo della prossimità con chi è «il» Padre e l'origine di ogni fecondità paterna e materna (cfr. Ef13, 14-15).
In secondo luogo possiamo intuire che Gesù ha compreso e scelto la verginità anche alla luce delle vicende dei «profeti», da Mosè ed Elia e a Giovanni Battista, ma soprattutto alla luce del celibato di Geremia, rovesciandone però il significato. Geremia celibe doveva essere segno vivente del giudizio. Ravasi non esita a interpretare il celibato del profeta come simbolo di morte, preannuncio della desolazione di Gerusalemme visitata dal castigo del Signore. Perciò, non avere moglie e figli diviene paradossalmente una condizione più fortunata della condizione di chi ne ha per vederli morire e non poterli neanche piangere. Il celibato di Geremia annuncia la fine della nuzialità tra l'uomo e la donna come segno della fine del vincolo nuziale tra Dio e Israele (cfr. Ger 2,3-4). Certo, anche il celibato in negativo di Geremia può essere inteso non quale verdetto irrevocabile, bensì quale estremo tentativo di recupero, sotto forma di minaccia ancora condizionata, che precede il linguaggio muto della condanna.
Ma a un certo momento si resta perplessi sulla possibilità di uscire da una situazione interpersonale perpetuamente sottoposta alla crisi e scandita dal ripetuto tradimento dell'altro.
Il significato della scelta di Gesù è esattamente antitetico a quello del celibato di Geremia. Gesù rinuncia alla «vecchia» nuzialità, per manifestare l'avvento della nuzialità nuova tra Dio e il suo popolo, la nuzialità resa possibile dall'azione più peculiare manifestata presente ed efficace nella predicazione del regno: il pieno esercizio della misericordia del Padre. In continuità, ma ancor più in discontinuità con la linea profetica, il giovane Gesù ha compreso e ha scelto la sua verginità. Egli ha cominciato a offrirsi come segno e «luogo» della nuzialità ridonata. Il suo celibato diviene simbolo di vita e di gioia inesprimibile per chi saprà interpretarlo. Nel ministero pubblico, Gesù parlerà velatamente di se stesso come dello «sposo». Giovanni Battista lo mostrerà come il Messia-Sposo del popolo di Dio, che l'Antico Testamento celebra come la sposa del Signore: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,29-30).
Potrebbe essere sollevata una obiezione legittima, rispondendo alla quale si profila in modo più adeguato il contesto di comprensione della scelta di Gesù. Nella tradizione della Chiesa, il celibato è stato posto e visto sotto l'ombra della croce, come un segno di essa dato al mondo; un buon fondamento di questa interpretazione è reperibile nel Nuovo Testamento, ad esempio in 1Cor 7,25-35, dove Paolo, sviluppando il suo intervento sulla «sapienza della croce», annuncia la transitorietà di ogni realtà e valore del mondo presente, incluso il matrimonio. Ora, la positività affermata della verginità di Gesù, in antitesi al celibato di Geremia come predizione di rottura del rapporto nuziale e come segno di morte, sembra contrastare con il messaggio della croce: la scelta di Gesù (e quindi anche il celibato volontario nella Chiesa) verrebbe situata esclusivamente sotto il segno delle gioia. Se in Gesù «nuovo SPOSO» la rinuncia alle «vecchie nozze» è in funzione del nuovo rapporto con Dio, il celibato sarebbe interamente un messaggio di trionfo, quasi un segno di nozze già avvenute?
A noi sembra che la risposta debba mantenere unite insieme le due dimensioni, quella della gioia e quella della croce, dimensioni che non si escludono, ma si integrano reciprocamente. Gesù stesso (e la tradizione evangelica che ne ha interpretato fedelmente la parola alla luce del suo mistero di morte e risurrezione), dopo aver replicato agli obiettori: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare», però aggiunge: «Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,19- 20). In termini più teologici, la scelta di Gesù va letta simultaneamente nella prospettiva della theologia crucis e della theologia gloriae, senza accentuare unilateralmente né l'una né l'altra. Ciò che conta rilevare è, in primo luogo, che l'opzione di Gesù di fronte all'amore scaturisce dall'esperienza e dalla coscienza di eventi eminentemente positivi, sopra evocati; in secondo luogo, che il celibato suggerito da Gesù e da Paolo a chi ne sente la chiamata è una scelta non di sterilità o di puro ascetismo, bensì di fecondità nella significazione della nuova comunità quale primizia dell'umanità rigenerata dal dono «escatologico» di Dio; infine che la nuzialità offerta da Gesù si celebra nell'evento decisivo della sua morte e risurrezione. Per accogliere il valore assoluto del regno di Dio, di fronte al quale lo sposarsi, il commerciare, il riso e il pianto divengono relativi, occorre passare attraverso la pasqua di Gesù. Il positivo viene a noi mediante la croce. Ma l'ultima parola è la risurrezione. La nuzialità ridonata e, al tempo stesso, già offerta nel presente, perché Dio in Gesù è irrevocabilmente disposto al perdono, e ancora futura nella sua manifestazione compiuta, quando l'éschaton sarà consumato. Non sarà però il Dio di Gesù-Sposo a condannare: sarà l'uomo che, autoescludendosi dal rapporto nuziale della nuova alleanza, meriterà il giudizio. Nel senso indicato la nuzialità è dunque intimamente congiunta con il mistero pasquale, e segno di una vittoria, che è però quella della croce.
Non possiamo approfondire gli avvenimenti prossimi alla soglia che delimita gli anni nascosti di Gesù, concomitanti e susseguenti il passaggio al ministero pubblico. Ci limitiamo a qualche puntualizzazione. La notizia comunicata da Luca sull'età in cui Gesù incomincia la sua missione (circa trent'anni» Lc 3,23) non va intesa unicamente come un dato storiografico. È anche questo. Ma lo stesso evangelista suggerisce di leggere più a fondo, mediante il «circa» (hosei). L'età di Gesù è messa in relazione con l'età in cui i personaggi biblici diventano idonei a un ministero religioso qualificato o vivono un momento decisivo, assumendo una funzione di servizio a beneficio di Israele, secondo il disegno del Signore (cfr. Gen 41,46; Num 4,3; 2Sam 5,4; Ez l,l). Trent'anni rappresentano il momento della maturità piena. In breve, è l'età ideale. Va sottolineato specialmente il rapporto con l'età in cui Davide divenne re, unificando intorno alla propria persona le tribù divise del nord e del sud («Davide aveva trent'anni quando fu fatto re»: 2Sam 5,4). Interpretando questa corrispondenza virtuale, Luca riferisce l'«inizio» di Gesù all'azione messianica, e in ciò manifesta la volontà di Dio: l'inizio accade infatti circa all'età in cui anche Davide fece la sua comparsa pubblica quale re dell'Israele unito. Nelle due storie l'indicazione dell'età è collegata con l'unzione regale, «ha quindi un senso teologico e concorre a dimostrare la realtà messianica di Gesù». Per Luca, inoltre, il «circa trent'anni» manifesta un'armonia con la Legge di Mosè, a cui Giuseppe e Maria, e Gesù stesso, si sottomisero. Gesù non iniziò la sua attività di «maestro» prima di aver raggiunto l'età che gli ebrei esigevano per l'esercizio della funzione dei leviti (Num 4,3.23.30) di chi insegnava la legge divina come maestro perfetto.
Nella prospettiva del giovane Gesù, egli evitò di presentarsi pubblicamente in anticipo su quell'età, che lo avrebbe meglio accreditato presso il suo popolo. Pur dotato di coscienza messianica, non forza i tempi, ma attende che maturino i ritmi sia della propria crescita umana sia, soprattutto, del progetto del Padre.
Gesù ebbe rapporti stretti con Giovanni Battista. Alcuni discepoli del Precursore divennero discepoli di Gesù (Gv 1,35-39). Ma il contatto più significativo avvenne quando Gesù si sottopose al battesimo di Giovanni (Mc 1,9-11 e par.). Lo Spirito di Dio tornava e si posava sullo sconosciuto giovane emergente dalle acque del Giordano e una «voce dal cielo» gli manifestava pienamente la sua investitura messianica. Qui Gesù ebbe l'esperienza dilatata di quel rapporto unico con il Padre, che aveva già percepito negli anni di Nazareth, e che aveva espresso nella risposta ai genitori nel tempio di Gerusalemme.
Gesù vide nel Battista il profeta che aveva intuito la nuova era, che richiedeva una nuova partenza. Israele doveva lasciare la «terra» e ricominciare dal «deserto» un nuovo esodo. Ma il punto in cui la strada di Gesù e quella di Giovanni si incontravano, divenne anche il punto in cui si dividevano, pur destinate a ricongiungersi nel futuro. Il Battista infatti rimane nel deserto, e il suo annuncio del regno di Dio è avvolto di minaccia. Gesù invece accetta la «terra» e vi entra con l'annuncio inaudito del perdono, per trasformarla dall'interno. Egli accetta altresì il salto verso il periodo determinante di una nuova storia, in cui dovrà incarnare visibilmente il regno della misericordia riconciliatrice che abbraccia e interpella l'uomo, nell'itinerario verso Gerusalemme, la città della morte e della risurrezione. Il Gesù «pubblico» non rinnega però la propria giovinezza. La stagione nazaretana continua a vivere nella sua missione e vi riaffiora, manifestando il volto di un unico mistero.

(da “Il Gesù Nuovo" 3-2015 pp. 11-17)