Amico dei pubblicani

e dei peccatori,

amico di Giuda l'Iscariota

Angelo Casati


Penso che se ne sia scritto, dico dell'amicizia di Gesù con pubblicani e peccatori, della sua amicizia con Giuda. Ma a dire il vero non ne ho sentito molto parlare e, quando mi è capitato di sentirne parlare, nei discorsi si procedeva come glissando, per via che, se le parole sembrano esagerate o imbarazzanti, si va subito nella mente a sfumare. Quasi pensassimo: "amico dei peccatori o di Giuda? Si fa per dire". Un po' come quando nelle chiese ci chiamiamo tutti fratelli. Si fa per dire! Quasi pensassimo che quelle sue amicizie non fossero poi una cosa così profonda!
Ma doveva pur esserci qualcosa!Se l'accusa l'odoravi nell'aria e faceva notizia. L'amicizia non è una cosa aerea, slavata o fumosa, la tocchi. Per esempio amicizia è come uno ti guarda, sono occhi e mani, è timbro e tenerezza di voce. E i suoi oppositori, loro che di spiarlo se ne erano fatti un mandato, avevano colto sguardi, parole, complicità nella vita del Rabbi di Nazaret. E lui, Gesù, l'accusa se la sentiva mordere alla pelle.
Farisei e dottori della legge lo bollavano come "amico dei pubblicani e dei peccatori". Avevano di certo sorpreso come li guardava. Quel giorno per esempio avevano visto cosa era passato nel suo sguardo quando alzò gli occhi su Zaccheo il pubblicano che aveva escogitato come luogo di avvistamento un albero, dall'alto del quale cercare di capire chi fosse Gesù. E a prova della tenerezza dello sguardo, sentirono quelle parole nell'aria: "Oggi devo fermarmi a casa tua". Secondo loro non lo doveva, proprio non lo doveva! Ma che religione era mai la sua? C'era da sdegnarsi. Da sdegnarsi a non finire per quell'aria di festa che dalla casa di Zaccheo filtrava per le strade, una compagnia scandalosa. Per loro aveva sbagliato casa. E lui invece a dire che proprio quella era una casa in cui era entrata la salvezza. A dirlo senza peli sulla lingua a coloro che fissavano case a Dio e distribuivano patenti del regno. Lo sentirono dire, a memoria per i secoli: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto".
Una amicizia vera, la sua, e lo si percepiva d'istinto da come stesse bene con loro, nei loro banchetti. Amicizia scandalosa. E lui che contro gli scandali aveva anche duramente tuonato, dallo scandalo di essere amico di pubblicani e peccatori non si era mai, proprio mai, guardato. Ne andava, secondo lui, della buona notizia del vangelo, che non è quella di un Dio barricato nella logica del "se tu sei buono con me, io sono buono con te". Sarebbe stato messaggio di una ovvietà pallida e raggelante. Con i peccatori lui stava prima che si convertissero. E suo intimo convincimento era che a convertirli fosse proprio questo, il fatto che lo sentissero amico comunque. A differenza radicale degli uomini religiosi che a gente come quella non riservavano il benché minimo grumo di calore. Loro, rappresentanti di una religione dove c'era testa e ordine, ma niente cuore, niente disordine del cuore, niente di quel disordine del cuore, di quell'eccesso di amore che fa la differenza di Dio.
Lui si inteneriva alla debolezza, la guardava con amore, lui che raccoglieva frammenti. Lui che aveva appreso nella bottega del cielo, dal suo Padre vasaio, l'arte di ricomporre argilla, lontano da ogni disprezzo per un minimo scarto. C'era amore nei suoi occhi.
Passò una vita raccattare scarti, quelli che si sentivano tali o quelli che si portavano addosso, a ferita d'occhi, lo sguardo spietato dei censori senza cuore né anima. Raccoglieva scarti, uomini come Zaccheo, donne come Maria di Magdala o la donna del pozzo di Sicar. Uomini come i suoi discepoli, che non erano certo stinco di santi né monumenti di perfezione. Pietro non lo avrebbe rinnegato tre volte in una notte e gli altri non sarebbero tutti, dal primo all'ultimo, fuggiti? E lui a guardarli con tenerezza nella notte dei tradimenti. Lui a ricordare, proprio quella notte, che a loro non aveva dato nome di servi, ma nome di amici, lui a dare loro, nella notte in cui veniva tradito, il pane dell'amicizia. Così era lui. E così facendo raccontava Dio.
Nel raccontare dei suoi amici, un nome va aggiunto - a sussulto! - quello di Giuda. Nel ricordarlo mi prende emozione. Emozionato al pensiero che a Giuda, proprio nell'ora in cui lo intravide tra le ombre degli ulivi giungere accompagnato da una folla con spade e bastoni e lo vide farsi avanti e baciarlo a tradimento, sì a Giuda riservò quella parola che devasta ogni nostra plausibile visione per congiungimento: "Amico, per questo sei qui!". Leggo la parola e mi fermo. Lui non era tipo che sprecasse parole, quasi che Giuda fosse tanto per dire, "amico", e la parola fosse in leggerezza. Lui le parole le caricava di senso, e nel caso di pensieri e di sentimenti. Avrebbe potuto dirgli, forse lo avremmo fatto noi, che aveva chiuso con l'amicizia, troppo lacerante la ferita. Usò la parola "amico", che per lui non aveva fatto il suo tempo, per lui era ancora in vigore, era ancora il tempo di dirla perché vera, era parola che specchiava il tempo continuo del suo cuore. Di più non è scritto. Ma in quella parola sussurrata nel buio del giardino già era disegnato un oltre, l'oltre di ogni oltre, come se di più non si potesse. Di più con quell'amico non poteva.
E io rimango a pensare. Poi oso andare oltre, ma sono i pensieri poveri, i miei, di uno qualunque, di un lettore che va maldestramente immaginando.
"Amico, per questo tu sei qui". So che lo guardava con tenerezza, perché sulle sue labbra non ci fu, mai, menzogna. Aveva lo stesso sguardo che abbiamo noi con un amico. Lacerato e amante allo stesso tempo. Penso ai suoi occhi, al brivido chela notte più fonda non riuscì né a spegnere né a velare. Non aveva rotto, era ancora congiunto. Ho immaginato gli occhi, i suoi, e penso, un po' presuntuosamente, di non aver sbagliato ad immaginare.
Ora vorrei immaginare sull'altro versante, quello di Giuda. Ho trovato scritto che la parola di Dio non scende senza intenerire, come fa la pioggia, le zolle. Immagino e penso. Penso che la parola inimmaginabile, la parola "amico" non possa non aver intenerito la zolla, anche la più oscura del cuore di Giuda. Se ne andò disperato. Sommessamente oso dire disperato per amore, per tradimento di amicizia. Disperato per amore volle restituirei trenta denari, che gli scottavano tra le mani ma ancor più sul cuore. Disperato si impiccò. Io sommessamente lo vado pensando: si impicco per disperazione d'amore. Ci si può impiccare per amore. Se lo fai, vuoi che l'amico non sia lì ad accoglierti? Quella parola amico l'aveva messo in movimento.
Non ho competenze, ma a volte mi vien fatto di pensare che questo, dell'amicizia di Gesù con pubblicani e peccatori, con donne di cattiva fama, con Giuda, sarebbe un capitolo su cui indugiare. Dico da parte dei credenti. Da parte di una chiesa che, affacciandosi al mondo, sbaglierò, non usa, usa poco, quasi le è estranea, la parola "amico" o se la usa sembra "un tanto per dire", una chiesa che ha troppo dimenticato, tenendosene sdegnosamente lontana, lo scandalo, quello che il suo Signore non ha mai evitato, lo scandalo di mangiare con pubblicani e peccatori. Una chiesa, che quando si affaccia ai problemi che attanagliano questa umanità, assume l'aria distante di chi giudica e non il volto di chi si intenerisce per "viscere di misericordia". Così facendo non mette in cammino, sprecando "l'opportunità delle opportunità" se stiamo al vangelo. La spietatezza del giudizio non ha mai messo in cammino nessuno, se mai ha congelato cammini. A mettere in cammino sono occhi, mani, pensieri che svelatamente dicono amicizia.
Abbiamo avuto, e dobbiamo farne devota emozionante memoria per debito di gratitudine, la grazia delle eccezioni. Una grazia da non vanificare. La grazia di uomini di chiesa che nel loro ministero onorarono queste amicizie di Gesù, uomini di chiesa che non si fermarono ai pregiudizi, ma al di là delle lontananze, salvaguardarono come assoluto uno stile del vangelo, persuasi che in quello stile fosse lo svelamento, luminoso per tutti, non soggetto ad equivoci, del messaggio evangelico.
Mi fermo. Evocando un nome. Un volto. Quello di un vescovo amato, il cardinale Carlo Maria Martini. Mi fermo evocando carezze, le carezze sono nel linguaggio dell'amicizia, le carezze tra un laico non credente e un vescovo, uomo di chiesa. Era il 10 maggio 2010, ed era la penultima volta in cui Eugenio Scalfari, laico illuminista, incontrava a Gallarate il card. Martini, parlarono di morte e di risurrezione. E alla fine? Scrive Scalfari: "L'incontro era finito. Il giovane sacerdote era rientrato per aiutare il cardinale ad alzarsi. Io gli dissi: "La prossima volta voglio vederla saltare alla corda". Mi guardò sorridendo e disse: "Torni presto". Poi mi accarezzò il viso con un tocco leggero. Feci altrettanto con lui. Eravamo tutte e due un po' commossi. Fuori continuava a piovere".

(Rivista Esodo)