Nei Vangeli

il Gesù della storia

Ermis Segatti


Ci chiediamo: che cosa c’è dall’interno dei Vangeli che ne attesta la storicità?

Ci sono alcuni riferimenti all’inizio del Vangelo di Luca che dà delle coordinate storiche secondo il costume dell’epoca: dice quali sono i governatori del tempo. Questo era il modo di indicare i tempi, il modo di indicare le date senza metter le date. I romani contavano gli anni dalla fondazione di Roma. Altre popolazioni, in questo caso del bacino del Mediterraneo, si servivano semplicemente delle indicazioni di chi era al potere in quel momento.
Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta (Lc 1,5).
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio.
Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città (Lc 2, 1-3). Quest’ultima è un’altra indicazione di carattere storico.
Troviamo poi nei Vangeli un’altra indicazione molto precisa, si tratta del procuratore Ponzio Pilato.

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto (Lc 3,1-2.)

Ponzio Pilato era un burocrate romano di un’epoca precisa finito laggiù in quella difficilissima successione di poteri in quella zona, che venivano cambiati a seconda di come Roma vedeva nascere dei problemi. Era tra l’altro un posto che quelli della burocrazia romana non desideravano affatto prendere.
Ponzio Pilato è attestato nel Vangelo con una grande rilevanza perché effettivamente la possiede ed è attestato dalla storia civile. Erode e Ponzio Pilato sono i due personaggi chiave per la sistemazione storica del Vangelo. L’uno per la nascita di Gesù e l’altro per la morte. E sono personaggi storicissimi, enunciati dal Vangelo e che hanno riscontro molto preciso nella storia esterna.
C’è una piccola precisazione da fare: il ruolo che ha Ponzio Pilato nei Vangeli, è un ruolo che può spiegare la difficoltà che i cristiani hanno incontrato all’interno del giudaismo del tempo.
Qual è l’atteggiamento che i cristiani hanno verso Ponzio Pilato? Una questione molto delicata questa! Siamo in terra d’occupazione. La burocrazia imperiale era corretta, era giusta.
Paolo, negli Atti degli Apostoli, in quanto cittadino romano si appella a Roma contro il modo con cui gli viene fatta giustizia dal procuratore della Siria. Dice: «Io mi appello a Roma» perché sa che là gli faranno giustizia.
Questo aspetto di Roma come capace di giustizia deriva dal fatto che la giustizia non era abbandonata all’arbitrio del signorotto che comanda e fa quel che a suo arbitrio è giusto. A Roma c’è la legge e in base ad essa chiunque vi deve sottostare. Questo principio ugualitario è uno dei principi fondamentali della Carta dei diritti dell’uomo: è il Diritto Romano.
Di fronte al Diritto, chi esercita la magistratura, ad esempio il procuratore Ponzio Pilato, oppure sarà un altro della Siria, che era superiore a lui, oppure sarà l’imperatore stesso, è lì per osservare la legge. Il magistrato passa, l’imperatore passa, la legge rimane! Mentre invece nella concezione orientale, la legge sono io, decido io, è l’arbitrio.
Ponzio Pilato non è semplicemente colui che a un certo punto si lava le mani e scarica il barile, ma è anche colui che è presentato senza risentimento nei Vangeli. Anzi, soprattutto il Vangelo di Giovanni, lo presenta come intensamente desideroso di voler vedere chiaro se Gesù è colpevole o no. E se non è colpevole, in base alla legge romana non è da condannare.
Gesù, viene presentato specialmente nel Vangelo di Giovanni, ma anche in quello di Luca, come colui rispetto al quale Pilato vuole giustizia. Pilato non si allinea alla pressione della folla se non quando subentra in lui la paura di venire accusato a Roma per non aver fatto rispettare l’autorità di Cesare.
Ponzio Pilato è trattato con rispetto pur essendo un pagano. Non è un nemico. Così come i romani non sono dei nemici. Qui emerge quell’aspetto caratteristico per cui i Vangeli si pongono come una religione che non ha più i confini dell’ebraismo.

Quali altri elementi storici vengono fuori dall’interno dei Vangeli?

La Passione di Gesù è uno dei testi storici più interessanti che esistano, prima ancora della Sindone!
Il modo con cui viene descritta dai Vangeli riferisce esattamente come avvenivano le cose con i condannati. É questo un documento della storicità dei Vangeli interno ad essi, es. l’inflizione della tortura prima della pena capitale.
Quando si parla dell’osservanza del digiuno, del puro e dell’impuro, di sedere a mensa con i peccatori, questi sono elementi che appartengono al giudaismo del tempo. Non sono cose scritte dopo o in un altro ambiente, perché avrebbe scritto cose completamente diverse.
Era infatti impossibile per un ebreo mangiare con persone come i pubblicani e i peccatori mentre i romani potevano farlo benissimo e non si sentivano affatto inquinati invitando a tavola i riscossori delle tasse, visto che questa gente era dalla loro parte. E così nei confronti dei peccatori! Riscossori di tasse e peccatori in genere sono sempre accoppiati nei Vangeli: pubblicani e peccatori, sono in simbiosi. Quegli episodi attestano una realtà storica.
Altro esempio significativo: il banchetto in casa di Simone che dentro di sé ha il rimestìo del fatto che Gesù, il Maestro, si lasci toccare da una prostituta e si faccia lavare i piedi e profumare: E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi” (Lc 7,44-46). Ciò che Gesù rimprovera a Simone è esattamente ciò che bisognava fare in quell’epoca, in quel tempo, in quel mondo. Siccome Gesù era un Maestro sospetto, il padrone di casa aveva paura di contaminarsi osservando le regole dell’ospitalità.
Quando leggo i Vangeli devo pertanto fare uno sforzo per entrare in un mondo che è diverso dal mio. Ma proprio questo ne attesta la storicità. Vuol dire che non è stato fatto dal di fuori, creato con fantasia, ma è stato scritto a partire dalla realtà.
L’aspetto più storico dei Vangeli è il fatto che Gesù non abbia scritto i Vangeli.
Perché il fatto che Gesù non abbia scritto i Vangeli mi rende una testimonianza di storicità? Perché i grandi maestri spirituali all’epoca di Gesù, non scrivono ma vivono. A quel tempo la scrittura è un fatto completamente estraneo all’essere maestri.
Gesù chiama i suoi discepoli e consegna loro il documento storico più importante: cioè la testimonianza con la vita di ciò che essi hanno ricevuto. Per questo i Vangeli vengono scritti dopo. Non è la prima istanza quella di scrivere i Vangeli! La prima istanza è quella della fedeltà e dell’ascolto. Questa è l’istanza prima e fondamentale! Quella che attesta l’autenticità della presenza di un maestro!
Un maestro vero è uno che tu hai bisogno di ascoltare e di vivere con lui. Perché se tu l’ascolti e vivi con lui, sei in grado di trasmettere poi ciò che lui è. Non è uno che scrive un libro, non è uno che scrive il Vangelo, ma è uno con cui tu vivi e con cui tu ti formi, ti fai. I Vangeli sono, in un certo senso, un documento posteriore e secondario.
La storicità come siamo abituati a concepirla noi che è quella dei documenti scritti, dell’anagrafe, delle lapidi, è dal punto di vista del Vangelo decisamente secondaria. La verità storica dei Vangeli consiste nel fatto di mantenersi autenticamente legati ad una Fonte, ad un Maestro. Ma non sarebbe concepibile aver qualcosa da trasmettere se tu non hai vissuto qualcosa che è legato a colui che te l’ha insegnata.
Se per un certo verso il Vangelo scritto è il terzo stadio della storia, il primo è la vita, il secondo è la Parola, nessuno di questi avrebbe alcun senso se non avesse origine in una Persona.
Quindi quelli che hanno postulato che Gesù non si sa se sia esistito, dicono una cosa che è totalmente inconcepibile.
Non è possibile un insegnamento così potente e così grande, che ci perviene come scritto così tardo, se non c’è prima una Presenza così forte!
Quindi, la storicità dei Vangeli non si dimostra tanto dalle lapidi, dai documenti storici, che ci stanno attorno, ma dal fatto che gli scritti arrivano molto dopo, contrariamente alla nostra logica! Dal fatto che i documenti scritti arrivano molto dopo, si deduce che la fonte, che non ne aveva bisogno, era molto prima!
I Vangeli hanno una originalità inconfondibile. Ciò postula nella figura del fondatore una originalità tanto più forte da non poter essere assimilata all’interno delle altre componenti che c’erano a quel tempo.
Il messaggio di Gesù ha caratteristiche originali, autonome rispetto all’epoca e all’ambiente in cui nacque e che non può essere assimilato e assorbito.

Vediamone alcune.

1. L’importanza che ha Gesù in se stesso. Mentre i profeti vogliono riempirsi della tradizione ebraica, Gesù fa riferimento a sé come oggetto di fede. Ecco il nodo specifico! Gesù non è un profeta, è il fondamento delle profezie, che è una cosa completamente diversa. Gesù pretende e chiede di essere il fondamento, ciò per cui tu credi alle profezie. Non è una profezia che ci dice qualcosa di Dio. Ma è ciò per cui tu credi alle profezie. Ciò non si trova nelle componenti dell’ebraismo.
Questa centralità della figura di Gesù è un fatto del tutto straordinario perché va contro la tradizione ebraica che non vuole assolutamente che alcuno si ponga in qualche modo in rapporto diretto con Dio. Questo è il punto discriminante rispetto all’ebraismo e che fa del Cristianesimo una cosa originale sul ceppo ebraico, ma lo spacca rispetto all’ebraismo. E qui è avvenuta la rottura, condensata nell’accusa dei giudei: «perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33).

2. Quello che noi chiamiamo abitualmente con un termine un po’ astratto, la divinità di Gesù, è il fatto che in Gesù, direttamente attraverso Lui, in qualche modo si adempie quella che è la speranza contenuta nella Scrittura. Noi lo vediamo quando vengono attribuiti a Gesù dei tratti che sono tipici di Dio. Nel Vangelo di Giovanni abbiamo: «Io sono la via, la verità e la vita», quella via vuol dire la Torah. Potremmo dire: il senso della Legge, ciò a cui mirava la Legge, la Torah, la Verità e la vita. Ora la vita per eccellenza, nella tradizione ebraica, spetta solo a Dio. Se tu togli la vita, tu commetti un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, perché la vita non ti appartiene.

3. Un altro tratto caratteristico di Gesù è che, in qualche modo, tutta la Tradizione biblica viene ripresa e rientrata quasi come se il Vangelo presentasse Gesù come una specie di ripresa di tutta quanta la Bibbia, come una rifocalizzazione di tutto ciò che la Bibbia dice.
Questo che viene tradotto nei Vangeli con: «Parlava come uno che avesse autorità». Cosa vuol dire autorità? Non significa comandare. Ma vuol dire uno che agisce con autorità rispetto alla Legge. Dice che la Legge è interpretata a partire da chi ne è il Signore della Legge.

4. L’altra caratteristica tipica di Gesù che lo contraddistingue, che lo specifica all’interno della Tradizione e fa sì che venga fuori come non assimilabile, è il fatto che si riprende il messaggio dell’alleanza con l’uomo senza confini. Nel Vangelo viene predicato qualche cosa che non può essere ridotto solo ai confini della Palestina. È quindi ripreso il messaggio universale.

5. In Gesù compare una dimensione del perdono, della misericordia di Dio, che ridimensionano i criteri fino allora assodati del rapporto tra Dio e l’uomo. Dio si presenta in Gesù come Colui che ricupera l’uomo molto più in là delle migliori speranze. C’è uno sguardo sull’uomo molto più vasto e profondo di quanto non ci fosse prima.
Un ricupero, quindi, di ciò che sembrava perduto. Es. la parabola della pecorella perduta, l’inversa proporzionalità: una contro 99. È un rovesciamento degli orizzonti entro i quali Dio arriva all’uomo.

6. In ultimo, il fatto che Dio possa, in qualche modo, subire anche sconfitta nella storia, ma non essere sconfitto. In Gesù noi abbiamo il passaggio di Dio attraverso la sconfitta di un Profeta che è Gesù. Gesù muore sconfitto storicamente.
Continuare ad avere fede in ciò che Lui dice, anche se gli è sopravvenuto quel destino, vuol dire che noi dobbiamo avere una fede in Dio che va molto al di là dal modo di concepire la religione quale ci aspetteremmo, ossia come qualcosa che sia riconosciuto e che abbia determinati esiti di successo nella storia.
Dio va oltre queste categorie attraverso Gesù. È tanto scandaloso questo. Sappiamo benissimo dalla prima tradizione cristiana che questa sarà la cosa più difficile da dire.
Ascoltare Gesù visto sulla croce rappresenta una parte notevole della difficoltà del rapporto con l’Islam. Ciò dipende proprio dal fatto che l’Islam non ammette il Cristo crocifisso. Non lo ammette! Perché non è possibile che sia stato crocifisso un Profeta.
Eppure, dal fatto che sia possibile sconfiggere un Profeta, può venir fuori una presenza di Dio nella storia che passa attraverso molte cose che non hanno successo. Molte cose che sono sconfitte.
Chi potrebbe dire, ad esempio, oggi con questa mentalità, dove esistono nel mondo quelli in cui si sta realizzando appieno ciò che Dio vuole? Chi potrebbe dire oggi cosa conta veramente davanti a Dio, nel mondo?
Perché Gesù Cristo è passato attraverso il non essere riconosciuto pur essendo nel giusto. Noi non sappiamo se le cose più giuste oggi sono quelle più riconosciute. E lo sguardo attento a quello che non è riconosciuto, che non è accettato, non è apprezzato, è uno sguardo tipicamente cristiano, che viene da Gesù! E questo è una rivoluzione.
Gesù è questo: “ma Dio dov’è?” In Gesù si verifica questa coincidenza: che Dio è, ma in un modo che può essere profondissimo nella storia degli uomini, ma non è quello che può apparire all’onore del mondo e più riconosciuto, perché Egli stesso, Gesù, chiede fede in Lui come Colui in cui s’adempie la Parola di Dio, che è tale anche nel momento in cui Egli subisce il fatto di essere abbandonato e sconfitto.
È un discorso completamente diverso questo. Non è un discorso debolista. Ma è uno sguardo coraggioso sulla realtà che sa credere anche contro ciò che è scontato, riconosciuto, ammesso.