La verità

Enzo Bianchi


Io cercherò di parlare della Verità e in quanto cristiano e monaco lo farò da un punto di vista teologico religioso. Però vorrei farvi notare che, se qualche decennio fa sembrava a tutti noi che un dibattito, una riflessione sulla verità, non solo non fosse possibile, ma in qualche misura non avesse grande interesse, oggi invece noi siamo ricondotti a quello che può diventare uno scontro di civiltà sul tema della verità. Attenzione, però; quando dico scontro di verità, riproponendo a voi la formula di Huntington, nel famoso suo libro sullo shock delle culture, non intendo tanto dire che ci sarà lo scontro fra Islam e Cristianesimo, non ci credo e credo che sia stato scongiurato per sempre in occasione delle due guerre del Golfo, ma avremo piuttosto uno scontro di civiltà e culture nelle nostre società, all’interno delle nostre società e non fra religioni diverse.
Non uno scontro sulla verità religiosa, quanto piuttosto sulla verità delle etiche; secondo me, infatti, oggi nessuno è più disposto a fare guerre per la verità delle religioni. Viviamo oggi in una società che è, sì, caratterizzata dalla pluralità delle religioni, ma questo nel mondo della indifferenza attuale non costituisce affatto un terreno di scontro. Permettetemi di dire ciò che sento e ricordo, data la mia età e la mia posizione anagrafica. 30 o 40 anni fa entrare nell’interno dell’agorà pubblica, fosse un bar, fosse un luogo politico e dire: “Io sono cattolico, io credo in Dio!”, avrebbe causato subito una reazione da parte di qualcuno di dire: “Io no, io sono ateo!” ed eventualmente la confessione di altra veduta politica, ma oggi provate a fare questo gesto in un luogo pubblico e dire: “Io sono cattolico”, avrete la risposta di un: “E beh..!?”. Non interessa nessuno. Se forse riuscite a dire che siete buddisti, forse qualcuno vi dirà: “Cosa significa? Spiegaci un po’!”.
Questo per dire che ormai sulla verità c’è dibattito, ma non è più la verità di Dio. Dio non appassiona più. Eventualmente c’è una ricerca di verità a livello di spiritualità; ma non più certo il dibattito è su Dio e su Cristo. Ma soprattutto il dibattito è sulla verità dell’etica. Io vedo e continuo a scrivere e dire che stiamo andando verso una società in cui la visione che abbiamo conosciuto un tempo fra opposte ideologie e grandi utopie e quelle religiose o una appartenenza politica, rischia di consumarsi in una contrapposizione fra etiche diverse; perché mai avremmo supposto che nella nostra società ci sarebbe stata una pluralità di etiche.
Fino a qualche decennio fa l’etica laica, fra virgolette…chiamiamola così, coincideva con quella cristiana. In realtà in questi ultimi 30 anni le etiche sono diventate fortemente differenti e molti di noi sanno che ormai lo scisma fra confessioni cristiane non verte più tanto sulla Fede, ma verte soprattutto sull’etica. Fra cattolici, protestanti e ortodossi si è andati verso una convergenza teologica a tal punto che si potrebbe dire che l’unico problema di differenziazione resta la forma istituzionale della Chiesa; a livello di etica siamo distanti oggi più che mai. Perché l’etica della Chiesa delle riforme in materia sessuale è all’opposto di quella della Chiesa cattolica e fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa permane una profonda differenza su quella che è tutta l’etica riguardante l’uomo oggi. E allora la ricerca della verità oggi si formula soprattutto a livello di etica. Non è un caso che nell’ambito cattolico si sia tornati a parlare dopo decenni di ombrosità di quella che è la verità di una legge naturale, la teologia della legge naturale, e sempre più intravediamo uno scontro tra un cristianesimo che nel cattolicesimo forma sempre di più una morale estremamente segnata dal rigore, e quelli che nel cristianesimo addirittura formulano una verità fondamentalista, integralista. Pensate agli americani protestanti, evangelici e a quelli che nella nostra società non vogliono addirittura nessun principio e fondamento alla morale. Io temo che lo scontro purtroppo doloroso avverrà all’interno; non con l’Islam, non con l’oriente confuciano, induista, ma tra di noi e sul tema della morale.
Ecco perché allora proporre il tema della Verità certamente significa affrontare non un tema astratto, ma un tema oggi diventato estremamente decisivo per la convivenza e la qualità della vita pacificata della nostra società , con una precisazione: oggi non è tanto più l’oggetto della verità ciò che può essere dirimente, quanto il modo con cui si può arbitrare a formulare, ad accettare, ad accogliere una verità.
Fatta questa premessa, inizio la mia riflessione che non può essere quella fatta da filosofi che avrete dopo, fra cui amici molto cari fra i quali Bodei, Girello, coi quali sovente mi trovo e confronto, non sarà quella di altre vie come quella dell’arte e della poetica, ma certo è il cercare la Verità come la può vedere un monaco cristiano cattolico.
“Che cosa è la verità?”. La domanda, voi sapete, è posta da Pilato a Gesù durante il processo della sua Passione secondo il IV Vangelo. La domanda di Pilato a Gesù ci trova oggi senza risposta, smarriti in un balbettio ben diverso dal silenzio di Gesù. Oggi la cultura occidentale proclama da un lato il tramonto della Verità e dichiara inconcepibile la Verità maiuscola, al singolare, con una pretesa di definitività, di unicità, di universalità, di assolutezza, di cui è stata portatrice nella tradizione occidentale e che ha caratterizzato anche, come eredità assunta dal pensiero greco, la Verità cristiana. Che cosa significa la Verità? Che cosa significa “cercare la Verità”? Questa espressione echeggia, voi sapete, il programma socratico dell’indagine filosofica – την αληθειαν θεορεω, cioè “Io ricerco la Verità” di Platone. E possiamo affermare che designa lo sforzo di tutto il pensiero greco che è stato guidato da una concezione metafisica della Verità o della realtà ultima, l’essenza delle cose.
La concezione cristiana invece identifica la Verità con la persona di Gesù Cristo; fa proprio della storia il luogo del manifestarsi e dunque della ricerca e del trovare la Verità. La storia con le sue opacità e ambiguità, con le sue contraddizioni e miserie. Quale è dunque la comprensione specificatamente cristiana della ricerca della Verità? Inoltre, poiché non intendiamo qui cercare la Verità in riferimento a problemi di metodo teologico-filosofico, ma vogliamo pensare a questa espressione in termini ecclesiali, spirituali, ci si pone un non problema, spero di non ferire nessuno. La Chiesa è in ricerca della Verità? (punto interrogativo), oppure, dal momento che essa conosce la Verità rivelata, vuole essere semplicemente depositaria, custode, baluardo di difesa?
A questo proposito occorrerebbe chiedersi quale tipo di conoscenza sia esigito dalla Verità cristiana. La categoria della ricerca, quaerere veritatem, - pensate come questa formula ha attraversato i secoli cristiani in occidente - quaerere veritatem, cercare la Verità, non salvaguarda forse la distanza ineliminabile fra Chiesa e Cristo, nel momento stesso in cui assicura il coinvolgimento della Chiesa col Cristo? Le riduzioni dottrinali e giuridiche della Verità cristiana, possibili in contesti in cui la Verità era vista come possesso, non hanno invece capovolto l’eccedenza della Verità rispetto alla Chiesa? Una certa sottovalutazione della dimensione spirituale della Chiesa, non ha forse favorito, in Occidente, la dimenticanza della dimensione escatologica della Verità? Cioè il fatto che la Verità appartiene al ‘non ancora’ rispetto al ‘già’. Tutti voi ricorderete la promessa di Gesù secondo il IV Vangelo: “Lo Spirito Santo permarrà su di voi e vi condurrà alla pienezza della verità”. Ma vi condurrà attraverso tutta la storia, il ché significa che noi oggi abbiamo certamente la conoscenza, - attenzione!, non solo conoscenza intellettuale -, ma la vera epignósis paolina, la sopraconoscenza, più grande di quella che avevano i nostri padri o che avevano nel 100 d.C. e abbiamo una conoscenza certamente minore rispetto a quella che avranno domani altri cristiani.
Nel cristianesimo il rapporto con la Verità e la ricerca della Verità e la domanda circa la Verità, non può che essere ispirato alla luce che la rivelazione biblica getta sulla Verità. Questa luce può anche illuminare un passaggio della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II, il testo più profetico, secondo me, che lui ha scritto, la Tertio millennio adveniente. Diceva Giovanni Paolo II : Un capitolo doloroso sul quale i figli della chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento e alla conversione è costituito dalla acquiescenza manifestata, soprattutto in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e metodi di violenza nel servire la Verità. Avete sentito? Un testo di una forza secondo me straordinaria, perché l’intenzione del testo di Giovanni Paolo II è encomiabile. Giovanni Paolo II dice: dobbiamo interrogarci sui secoli nei quali abbiamo usato metodi di intolleranza e di violenza nel servire la Verità.
Ma attenzione: questa domanda pone all’uomo un’altra domanda, che non possiamo evadere: quale è una Verità che si lascia servire dall’intolleranza e dalla violenza? Questo è il percome a cui noi dobbiamo rispondere.
Ora la Verità cristiana è assolutamente inscindibile dalle modalità del servizio che, nella storia, la Chiesa le rende; non esiste, per noi cristiani, una Verità che può essere servita con la violenza, con l’aggressione e con la menzogna, ma se avviene questo, non è Verità cristiana!
La verità cristiana non è solo un contenuto astratto e dottrinale, ma, secondo la grande tradizione cattolica, è una persona: Gesù Cristo ed esige coinvolgimento divino. E allora quale è la verità cristiana che accetta di lasciarsi asservire dalla violenza? Non è forse una verità adulterata, o meglio, una concezione della verità che pretende di sostituirsi alla Verità con la maiuscola? Forse occorrerebbe sempre più profondamente entrare nella coscienza che le formulazioni della Verità si situano nello spazio non della definizione della Verità, ma della ricerca della Verità, della vicinanza della Verità, sempre imperfetta. Noi non abbiamo una Verità piena, per ora, del Cristianesimo e la Chiesa non possiede la Verità. Dire questo è dire qualcosa di anticattolico. La Chiesa cerca la Verità che resta escatologica, finale; nel suo cercarla, la Chiesa è sempre pronta ad accogliere, proporzionalmente a quello che le viene rivelato dalla Scrittura, dalla Tradizione, dalla storia, perché anche la storia permette di andare verso la piena Verità.
All’interno del cristianesimo noi ci avviciniamo sempre di più alla fede, ma in realtà noi non capiamo mai una Verità piena. La Verità piena, dice l’adagio cattolico, ce l’ha la Chiesa di tutti i secoli, di tutti i tempi, di tutte le culture, della pienezza del pleroma che si apre al regno di Dio.
Certamente la domanda sulla Verità cristiana non può essere soltanto un quid, un che cosa, ma deve essere anche un quod, in quale maniera, in che modo; deve investire il modo in cui tale Verità è entrata nella storia, deve interpellare la fede, la prassi della Chiesa. In questo senso noi non abbiamo meditato abbastanza il silenzio di Gesù davanti a Pilato. Pilato gli ha chiesto che cosa è la verità; Pilato voleva portare il problema della Verità a un piano di astrattezza concettuale, ma Gesù non gli risponde, perché o Pilato capiva che la Verità è una persona e Gesù Cristo non è semplicemente una teoria astratta. Gesù non poteva fare una rivelazione, per cui Gesù ha fatto silenzio.
Paolo, con molta intelligenza, nella prima lettera ai Corinti, dice: “Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscere la verità; se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della Gloria”. E’ determinante per noi capire questo ed è significativo che proprio Pilato, che chiede a Gesù cos’è la verità, subito dopo è lui che condanna Gesù alla morte in croce, sigillando la volontà dei sommi sacerdoti e dei capi. Secondo voi quale verità, quale ricerca? L’espressione ‘cercare la verità’ è sconosciuta nella santa Scrittura, la quale parla piuttosto di quaerere Deum - cercare Dio, quaerere sapientiam, o nel Nuovo Testamento, attenzione!, quaerere Christum, quaerere Jesum, cercare Gesù. E’ interessante che questa ultima espressione ‘cercare Gesù’ apra e chiuda, sigillandoli dunque in una inclusione, i quattro Vangeli canonici, quelli che ci presentano la vicenda di Gesù di Nazareth e ci danno la Verità narrata nella persona di Gesù. E sottolineo l’importanza della modalità narrativa non concettuale o teoretica, che appare coestensiva al tipo di verità personale, storica, relazionale e comunionale che il Vangelo presenta.
Per noi cristiani la Verità è Gesù. La verità è Gesù! Ricordatevi la dichiarazione del IV Vangelo: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Una persona e non un concetto. E Paolo, in Efesini, ci ricorda che la Verità sta in Gesù Cristo. L’utilizzo di formule patristiche, liturgiche, conciliari, in cui il nome del Cristo è Verità, postula che la tradizione ha recepito l’affermazione del Cristo come persona veritatis, la persona della verità. Tuttavia il passaggio dalla Scrittura alla tradizione è stato segnato da un significativo slittamento: la Verità è apparsa sempre più categoria ecclesiologica e sempre meno cristologica.
Si assiste anche in questo ambito ad un processo, lo dico sempre io, di ecclesificazione della fede; un po’ la sorte analoga dell’espressione regno di Dio. Gesù ha parlato soprattutto del regno di Dio, noi finiamo sempre per parlare di più della Chiesa. E anche a livello di Verità, Gesù ha parlato di Verità della sua persona. Noi, come cattolici, siamo abituati a pensare alla Verità come a formule ecclesiali riguardo eventualmente alla tradizione. Ignace de la Potterie, mio grande amico e maestro, al termine del suo importante lavoro sulla Verità, (molti di voi ricordano Ignace de la Potterie, il miglior esegeta del IV Vangelo), ha scritto: ”La principale differenza fra Scrittura e tradizione cattolica consiste in uno spostamento di accento”. Per Paolo la parola di Verità è il Vangelo, quanto a Giovanni egli identifica la verità con Cristo, con la luce di Cristo.
La tradizione posteriore, soprattutto nell’epoca più recente a partire dal XVI secolo, mostra la tendenza a concentrare la sua attenzione sulla Chiesa; la Verità diventa la dottrina cristiana, la verità cattolica, i dogmi cattolici. Questo rischia di trasformarsi in un sistema in cui la presenza di Gesù Verità non si fa più sentire. Voglio sottolinearvi, per chi non lo conosce, che il p. Ignace de la Potterie è certamente il miglior esegeta di Giovanni che la chiesa cattolica ha avuto, ma un conservatore, un conservatore!! Non un esegeta o un teologo aperto e innovatore, ma fortemente conservatore. Resta il decideo della cristologia il punto di partenza di una intelligenza cristiana della Verità. Ruggeri, forse il miglior teologo italiano attuale scrive: ”L’identificazione fra Cristo e la Verità può essere afferrata nella sua valenza propria, solo a partire dal significato fondamentale della vicenda stessa di Gesù, quale emerge dal racconto dei Vangeli. Noi abbiamo dimenticato quello che dice il Vangelo di Giovanni nel suo prologo (chi mi conosce sa che per me la comprensione del cristianesimo sta lì, in quel versetto, continuo a dirlo in una maniera martellante, ossessiva): Dio nessuno l’ha mai visto, ma Gesù Cristo il figlio, exeghesa, lui ce ne ha fatto l’esegesi. C’è tutto il cristianesimo, non c’è nessuna verità che parte da Dio senza Cristo, per noi cristiani. Noi siamo in un momento per cui , anche per un falso ecumenismo, il cristianesimo - si dice qua e là - è una delle religioni del libro, il cristianesimo è un monoteismo. NO!NO!NO!NO! non è un monoteismo e neppure religione del libro, perché noi abbiamo in realtà come unica religione Cristo, non un libro! Non un libro, perché Gesù Cristo giudica i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e se non ci fosse Gesù Cristo la Bibbia potrebbe fare la fine che sta facendo a volte il Corano, perché anche nella Bibbia ci sono delle asserzioni che offendono il volto vero di Dio e per cui se noi le mettessimo in pratica saremmo poi giudicati aggressivi e violenti. E’ Gesù Cristo che giudica l’Antico e il Nuovo Testamento di Paolo e degli apostoli; li giudica Lui. Per cui ciò che Lui ha detto di Dio e ha raccontato, meglio, perché Lui più che dire lo ha raccontato con la sua vita, è Verità. Tutto quello che Gesù NON ha raccontato (exeghesato, non dimenticatevi!: exeghesato) di Dio, noi non siamo tenuti assolutamente a crederlo o praticarlo. Noi cristiani abbiamo questa specificità e non possiamo dimenticarla.
Cristo resta la Verità come rivelatore del Padre agli uomini. Il movimento cristiano della verità è un movimento discendente, è quello della incarnazione, del Dio che si fa uomo. La verità, allora, vedete non è un manufatto umano, non è un oggetto che si può possedere, è un movimento di Dio che si è fatto raccontare da uomo. Da uomo e pienamente da uomo. Non dimenticatevi che chi è stato coinvolto con la vita di Gesù ha visto un uomo, nient’altro che un uomo; questo, noi cristiani, l’abbiamo dimenticato. Il Nuovo Testamento ci testimonia che in Gesù mai è apparso qualcosa del divino e che anche dopo la sua resurrezione abbiamo veduto un viandante, un pescatore, un pellegrino; tratti divini Gesù non ne ha mai avuti. Il tratto divino è il suo avere amato fino alla fine, fino all’estremo. Ciò che in Gesù Dio ci ha rivelato, è la sua capacità di amare in trasparenza, ciò che nessuno di noi è capace.
Permettete una incisione. Sovente noi cristiani sentiamo fare una domanda: perché Gesù è risorto? Provate a farla. Vi risponderanno: perché è figlio di Dio. Messaggio troppo breve questo, perché se Lui è risorto solo perché era figlio di Dio, alla fin fine a noi ce ne importa poco; il vero problema con cui puoi interessare gli uomini perché Lui è risorto è che Lui è risorto perché ha amato fino alla fine.
Nel cuore della Bibbia, voi sapete, c’è il Cantico dei Cantici, che parla di qualcosa di più che dell’amore fra un uomo e una donna, anche se ora l’amore è ridotto a quello. E’ l’amore di cui tutti gli uomini sono capaci , non solo l’amore fra uomo e donna che ne è solo immagine e racconto; ma si dice alla fine: “Forte come la morte è soltanto l’amore”. Forte come la morte, l’unico che ha diritto di combattere contro la morte, e questo combattimento è avvenuto in Gesù, poiché, avendo Egli amato il suo destino fino alla fine, fino all’estremo, la morte non poteva avere vittoria su di Lui. Il suo amore, l’Agàpe, ha vinto la morte e per questo Lui è resuscitato da morte.
Anche Elia è andato col suo carro in cielo, non ha neanche conosciuto la morte, quindi è più fortunato di Gesù. Alcuni dicono che la resurrezione è una prova della divinità di Gesù; e Elia allora? Non è neanche morto! È salito in cielo, meglio ancora per lui, non ha neanche sofferto come Gesù. Ma il problema per cui Gesù è risorto e noi cristiani crediamo in Lui è questo amore fino alla fine, fino all’amore dei nemici , fino al perdono dei persecutori; questo è il comandamento nuovo che ci ha lasciato a noi cristiani e noi cristiani capiamo la Verità solo se pratichiamo l’Agàpe fino alla fine.
E’ quello che ha voluto dire Benedetto XVI con l’enciclica; nessun programma di pontificato, finalmente nessuna dissertazione. Il cristianesimo ridotto all’amore. O capiamo che Dio è tutto lì e Gesù Cristo ha raccontato questo, o noi siamo come tutte le altre religioni: delle vie religiose e niente di più.
Allora, voi capite, come la Verità non è un oggetto, è un soggetto e il suo movimento è relazionale, comunionale, tende a stabilire l’incontro e la comunione fra Dio e gli uomini. Che cosa ha fatto Gesù, se non estendere la comunione e il perdono di Dio ai peccatori, agli emarginati, pubblicani, prostitute, pagani, vittime della storia, con la condivisione della tavola come ci raccontano sovente i Vangeli, narrando nel quotidiano la volontà di Dio, che è volontà di comunione con tutti gli uomini e fra tutti gli uomini? Come appare poi al momento dell’istituzione della Eucaristia: è nella sua persona che avviene la nostra alleanza di cui sono destinatarie le moltitudini, le moltitudini degli uomini, le genti. Quindi il movimento della Verità cristiana è finalizzato. L’incarnazione e tutta la vita del Cristo in cui consiste la Verità è propter nos homines et propter nostram salutem, per noi uomini, per la nostra salvezza.
Ma il movimento della Verità è anche di compimento. Un’accezione fondamentale della Verità è quello di fedeltà, fedeltà nell’alleanza. E Gesù, secondo la testimonianza di tutto il Nuovo Testamento, è Verità perché è “Amen”; viene chiamato “Amen”, affidabile, testimone affidabile, perché nella sua esistenza concreta ha rivelato Dio agli uomini. Non sarebbe difficile mostrare che tutti questi movimenti della Verità cristiana e tutto ciò che rientra costruttivamente a far parte della persona di Cristo trovano il loro punto di sintesi non a caso nella Croce. Nel nocciolo duro della testimonianza cristiana, la definitiva rivelazione del Volto di Dio. Le differenti letture della morte di Gesù nel N.T. non fanno che sottolineare l’aspetto inesauribile del Mistero di tale evento: la Verità è nella croce di Gesù.
Ho trovato, poco tempo fa, leggendo un autore medioevale, uno dei più intelligenti, che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano (mi sono deciso a fare una traduzione dei suoi pensieri), Guigo II il Certosino, che dice: “La Verità va adorata come affissa alla croce”. Guardate che è straordinario; sono massime, queste, che ha scritto questo Guigo, certamente l’autore più intellettuale attorno al Mille: “La Verità va cercata soltanto affissa alla croce”, cioè solo lì noi dobbiamo cercarla. Ma attenzione, una croce che ci rimanda a un Dio fatto uomo, a un Dio che dà la vita per noi, un Dio addirittura che piglia il posto dei condannati, dei maledetti da Dio e dagli uomini, perché, sulla croce, non dimenticate, Gesù , dice Paolo, è morto come anatema, scomunicato da Dio e dagli uomini: questa è la croce cristiana, non la croce che magari portiamo come gingillo, quella è un’altra cosa.
In sostanza noi dobbiamo percepire che il cammino di ricerca della Verità è un cammino orientato escatologicamente e che prende la luce da Gesù di Nazareth e soprattutto dalla sua morte in croce. La dimensione escatologica della Verità valorizza la dimensione storica, come la Chiesa in attento discernimento della Verità. La croce, che segna la Verità, fa sì che noi la cerchiamo nell’umiltà, nel servizio, nel dare la vita, nell’amore, non in altre strade. La Chiesa è sempre discepola della verità e per questo dovrebbe diventare discepola della storia, imparare dalla storia anche lei, imparare dall’umanità e dalle loro culture, imparare dagli uomini, perché Dio lo si trova non solo come presenza eloquente nelle Sante Scritture, ma ogni volta che noi incontriamo altri uomini sul nostro cammino. La revisione di giudizi, condanne e scomuniche che la Chiesa in passato ha pronunciato e che, a distanza, possono essere valutate più oggettivamente, mostra bene questo.
Vorrei fare tanti esempi, non ne ho il tempo, ma vi faccio solo notare: non vi siete mai chiesti quante volte il Papa di Roma, nella persona di Paolo VI o nella persona di Giovanni Paolo II, ha riconosciuto che tante ostilità, tanto sangue versato per il servizio della Verità, in realtà avrebbe potuto essere evitato? Molti cristiani non lo sanno, ma praticamente ogni anno dal Concilio in poi c’è stato un accordo fra Chiesa Cattolica – la Chiesa non Calcedonese - e la Chiesa Orientale dicendo: Ci siamo scomunicati, ammazzati, abbiamo fatto guerre per il servizio della Verità, ma non ci capivamo bene, avevamo entrambi ragione e adesso affermiamo che tutti e due avevamo la Verità. Paolo VI lo ha fatto sette volte, Giovanni Paolo II l’ha fatto ancora poco prima di morire quando dopo che per anni noi abbiamo perseguitato una Chiesa, attenzione, Cattolica, ma che nella preghiera eucaristica non aveva il racconto della istituzione, noi per secoli l’abbiamo perseguitata dicendo che la loro Messa non è valida , per poi arrivare a dire: No, la Messa è valida, perché, anche se non c’è il racconto dell’istituzione, l’interesse della Chiesa è quello di dare l’Eucarestia alla S. Messa.
Guerra, violenza, anche tanto sangue e tanti morti, non lo dobbiamo dimenticare! Non è che queste cose sono state battaglie nelle università cristiane tra teologi; sono state guerre fatte dagli imperatori bizantini, fatte dal braccio secolare occidentale, con morte, torture e scomuniche, tutte vicende in cui si è sofferto, ha sofferto la povera umanità. Allora questo doloroso e purificante cammino di instaurazione della Verità deve culminare sempre nella contemplazione della croce che Luca chiama ‘Theoria’. Quando le folle, guardando quello ‘spettacolo’ - così traduce la Bibbia italica in maniera vergognosa, perché non è uno spettacolo quello della Croce -, ma contemplando, guardando quella Theoria, quella contemplazione di Gesù in croce. La ricerca della Verità è suscitata ed indicata dalla Verità stessa per noi cristiani. (Sono verso la conclusione).
Noi non dobbiamo mai dimenticare che certamente la Verità cristiana è sempre coniugata con alcuni elementi. Il primo: Verità e Carità. Se la Chiesa contempla la Verità del Crocifisso, vede che essa è intrinsecamente connessa all’amore, all’agàpe, che proprio sulla croce trova compimento; la Croce è il compimento dell’amore del Cristo per noi e la Chiesa si trova chiamata all’opera di unificare nella storia Verità e carità. Paolo, in una bellissima definizione che abbiamo dimenticato, parla della Verità nella carità. Non si può fare la Verità senza la carità. Quest’opera è sempre davanti a noi, è un’istanza alla quale la Chiesa è chiamata a convertirsi.
Ha scritto Pascal: “Ci si può fare un dio della stessa verità” e la verità senza la carità non è mai carità cristiana, è un dio che non va né amato né adorato”. Così Pascal. Secondo rapporto: Verità e idolatria. Ancora la croce. La croce è il luogo della Verità, perché è abolizione dell’immagine di Dio ad opera delle mani dell’uomo. Sulla croce il grido dell’abbandono: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” evidenzia l’assenza di parole di Dio, assenza dell’immagine di Dio. Chi mai, chi mai, pensateci, ha osato rappresentare il Dio in un condannato a morte in croce? Ma dove, se non nel cristianesimo? E di parole su Dio, il Dio crocefisso, non sconvolge forse come dice Paolo, ogni logos? E’ l’abolizione radicale dell’idolatria del dio manufatto: ormai è Cristo che narra la Verità, nessun altro.
Terzo rapporto: Verità fra particolare ed universale. Se la Verità è una persona concreta allora vale che ormai sia un particolare concreto della storia il metro di ogni possibile Verità. Allora vale soprattutto che questo avvenimento non è uno dei tanti casi in cui si applica una verità altrimenti nota, ma è esso stesso norma e criterio di verità. Il particolare, o meglio, questo particolare, prende il sopravvento sull’universale, sull’idea, e ancora una volta questo particolare è la persona di Gesù. E’ la particolarità di noi, vissuta in un preciso tempo, in una precisa cultura, in una precisa carne e in quella carne ha cercato di raccontare con gesti e parole la verità. Quarto punto, il più delicato: Chiesa e Verità. La conoscenza della Verità è continuamente in via fino alla venuta gloriosa. La persona del Cristo totale abbraccia anche il Cristo che verrà e dunque la configurazione della Verità che è per costituzione escatologica. La comunità cristiana è il luogo in cui può avvenire la Verità, grazie allo spazio fatto da ciascuno, ma attenzione, mai la comunità cristiana può pensare di possedere, trattenere la Verità. Quando una comunità si sforza di essere fedele allo Spirito e alla Parola e all’impegno multiforme della carità, si può pensare che la Verità vi abita, anche se essa non trova sempre le parole per dirla, e come lo Spirito è sempre all’opera così lo è anche per portare alla Verità. (concludo)
Cercare la Verità diventa un programma che riguarda la forma stessa del vivere della Chiesa, il suo necessario rinnovamento, ma anche il dialogo che la Chiesa fa con gli altri uomini, è un necessario dinamismo dall’antico, dalla comprensione della dimensione escatologica della Verità. E come la Verità sulla croce appare nella brutale nudità, radicalmente spoglia, così essa propugna nella Storia una riforma in forma di spogliamento, di ablatio, di ritrovamento dell’essenziale povertà. Questa è una espressione del cardinale Ratzinger, il quale diceva: “Ormai la ricerca della Verità nel Cristianesimo deve avvenire attraverso una ablatio, un togliere tante cose per muoverci verso la semplificazione” e, diceva, “l’ablatio è l’opera con cui lo scultore toglie marmo per fare uscire la verità di quella statua che lui ha concepito”.
E allora, attenzione, se la Verità è questo, noi dobbiamo stare attenti, perché oggi c’e una incomprensione grande fra uomini non credenti, fra noi credenti e i laici, incomprensione che sovente avviene perché non abbiamo lo stesso linguaggio e non ci capiamo. Posso farvi un esempio? Pensate alla parola “relativismo”: io sono stufo di come si invoca questa parola e la si usa a sproposito, perché se relativismo significa che c’è una verità, ma che ognuno è in possesso della verità verso la quale lo guida la sua coscienza, questo è Cristianesimo! Se non fosse così il Concilio Vaticano II, il quale ha propugnato la libertà di coscienza, sarebbe da rifiutare assolutamente, ma tutta la tradizione cattolica dice che l’ultimo giudice addirittura, il vicario di Cristo ultimo che c’è in noi è la coscienza! Quindi relativismo è quello che è necessario per la nostra società, in cui ci sono verità diverse a livello di ricerca, ma anche a livello di etica. Noi dobbiamo accettare una pluralità di etiche; non siamo più maggioranza, la nostra società non può pretendere che ciò che noi pensiamo come cristiani diventi legge dello Stato e lo Stato deve legiferare perché deve pensare a una convivenza rappacificata e di qualità fra diverse componenti e quando lo stato legifera è in ricerca non del bene maggiore, perché sovente è possibile solo il male minore fra etiche così diverse. Noi questo lo dobbiamo accettare e non pensare che il relativismo è qualcosa di delittuoso o qualcosa di rovinoso. E cosa è rovinoso e sovente lo si chiama relativismo? È il Nichilismo, sono le posizioni di quanti dicono che non c’è nessun fondamento, la vita non ha senso, non c’è nessun umanesimo. E allora sì che certamente noi non siamo interpellati solo come cristiani, ma come uomini e nella misura in cui vogliamo fare una società con l’orizzonte politico in cui l’umanizzazione avanzi, noi dobbiamo combattere quelli che non vogliono nessuna regola, nessun fondamento a quella che è un’etica. Ma detto questo, noi dobbiamo cercare una via etica con tutti: cristiani di altre confessioni, altre religioni, non credenti, atei. Guardate, la cosa più bella del cattolicesimo che mi hanno insegnato è che qualunque uomo , cristiano o non cristiano, buono o cattivo, giusto o ingiusto, virtuoso o addirittura vizioso è sempre capax mundi, è sempre capace di discernere il bene. Tutta la tradizione cattolica dice che anche se l’uomo vizioso perde la somiglianza con Dio, non ne perde l’immagine, che resta impressa in lui e perciò sino all’ultimo può essere capace di cambiar strada, capace di scegliere il bene; e allora se è così nella ricerca del bene e della verità etica tutti noi uomini possiamo lavorare insieme credenti e laici, non credenti ed appartenenti ad altre religioni, cercare insieme la Verità.
C’è un monaco che nel 1250 ha scritto: quaerere veritatem in dulcedine caritatis, cercare la Verità nella dolcezza della Carità, nell’amore: se da questo noi non ci dispensiamo è possibile l’avere un convivere con un orizzonte di pace, un orizzonte di comunità, di communitas per tutti insieme; se invece non vogliamo fare questo cammino, quello shock delle culture ci attenderà con divisioni che attraverseranno la nostra società e credo che sarà disastroso per tutti arrivare a guerre solo perché non vogliamo camminare insieme e pensiamo gli uni di non avere bisogno di cercare e gli altri che la conoscenza sia terminata. NO! Quaerere Veritatem in Dulcedine Caritatis. Cercare la Verità nella dolcezza della Carità!!!

(Ravenna il 5 ottobre 2006)