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Un'Italia senza guida. Rapporto Eurispes 2011

 

L’Italia: una terapia della scelta

a cura dell'Ufficio Stampa Eurispes

 

 

«L’Italia sta vivendo, insieme, una grave crisi politica istituzionale, economica e sociale. Tre percorsi – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – di crisi che si intrecciano, si alimentano e si avviluppano l’uno con l’altro fino a formare un tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni tentativo di districarlo, di venirne a capo.

Abbiamo sempre rifiutato di attribuire alla sola classe politica la responsabilità di tutti i nostri mali perché questa rappresenta solo una parte della classe dirigente. Noi preferiamo riferirci ad una “classe dirigente generale” della quale fanno parte con ruoli e responsabilità tutti coloro che sono in grado, per le funzioni che esercitano, per il senso che possono affidare al loro impegno, per l’esempio che possono trasferire alla società, di esercitare un ruolo, anche pedagogico, di guida e di orientamento. Questa “classe dirigente generale” deve ri-costituirsi in una vera e propria grande “agenzia di senso” e ri-prendere in mano il destino e il futuro dell’Italia.

La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Possiede una grande consapevolezza di sé e nessuna consapevolezza dei problemi generali. Non è mai riuscita a costituirsi in élite responsabile. È più semplicemente il frutto della tradizione feudale che connota ancora il nostro Paese. La sua fragilità e la sua pochezza derivano dai meccanismi ereditari o di “cooptazione benevola” che ne hanno segnato i percorsi nel corso degli anni. Rari sono i casi che hanno visto premiato il merito, l’applicazione, le capacità.

Si stenta ad ammettere – prosegue Fara – che il modello di sviluppo realizzato in Italia nel dopoguerra, dopo aver prodotto risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale ed autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è del tutto sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da una indispensabile operazione verità, bisogna pensare ad una nuova prospettiva.

Tutto ciò richiede un ruolo attivo del pubblico e della politica per consentire al Paese di non restare indietro nei settori decisivi e strategici. Così come occorrerebbe mettere a frutto il ruolo e le capacità del nostro sistema delle piccole e medie imprese che costituiscono la vera ossatura dell’economia italiana. Quelle stesse imprese sui cui bilanci continua a gravare il costo di una burocrazia ottocentesca pervasiva e persecutoria che non è più soltanto quella dello Stato, ma è anche quella delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Questa nuova pervasività è all’origine della crescita esponenziale di antiche e nuove forme di corruzione.

Queste come altre questioni – sottolinea il Presidente dell’Eurispes – non trovano spazio nell’agenda della politica, eppure segnano in profondità la qualità del rapporto tra cittadini e Istituzioni. E, nello stesso tempo, nessuno si pone neppure il problema di come favorire in ogni modo una rigenerazione dell’esperienza e della tradizione delle botteghe artigiane che sono state la vera specificità italiana ed, insieme, il terreno di coltura dell’imprenditoria e l’origine del vero Made in Italy: dalla sartoria alle calzature, dalle ceramiche alla meccanica di precisione, al design.

La stessa mancanza di riflessione che caratterizza i problemi legati alla crisi del nostro sistema industriale e dell’istruzione emerge con tutta evidenza quando si parla del turismo e tutti convengono immediatamente che si tratta di un settore strategico, adatto ad esaltare le vocazioni e le caratteristiche del nostro Paese. Anche in questo campo si tace la verità o la si sottostima: e la verità è che negli ultimi quindici anni, in mancanza di serie politiche per il territorio, il degrado ambientale e urbanistico ha eroso quello che poteva essere considerato un autentico giacimento di ricchezza per l’Italia. Non si vuole riconoscere che le regioni del Sud, ma anche quelle del Nord, non hanno tutelato a sufficienza il loro patrimonio storico, culturale e ambientale ed oggi, per riparare i guasti, occorrerebbero investimenti enormi.

Ma sulla realtà delle Regioni sembra quasi che non si possa dire la verità. Accade che antichi e convinti regionalisti come noi vengano accusati di essere ostili alle Autonomie solo perché mettono in discussione quello che non funziona anche a livello locale. Se si è per uno sviluppo complessivo e armonioso, le Regioni devono accettare l’idea che su alcune materie, dall’approvvigionamento energetico alla tutela ambientale, devono sottostare a disposizioni e leggi di carattere generale. Il federalismo può essere una grandissima occasione per ammodernare l’Italia a patto che venga prima rivista la riforma del Titolo V della Costituzione, che nel 2001 fu frettolosamente e imprudentemente approvata con qualche voto di maggioranza.

Nello scenario attuale, vi sono, secondo il Presidente dell’Eurispes, almeno due “bombe innescate”. Alcuni dicono che negli ultimi quindici anni il Paese sia rimasto fermo: le cose non stanno assolutamente così. Al contrario, in questi ultimi anni ci siamo fattivamente adoperati per distruggere quello che era stato costruito. Abbiamo fatto terra bruciata intorno alle Istituzioni repubblicane e ora i nodi vengono drammaticamente al pettine. Nelle scorse settimane molti hanno fatto finta di non accorgersi che l’Italia ha rasentato uno scontro istituzionale che avrebbe potuto avere esiti devastanti. Infatti, piaccia o non piaccia, gli elettori sono convinti di aver nominato con il loro voto il Capo del Governo, mentre la Costituzione affida questo compito al Presidente delle Repubblica e alla successiva ratifica parlamentare. È evidente il pasticcio pericoloso nel quale è stato trascinato il Paese dagli improvvisati riformatori che hanno smantellato allegramente il sistema della Prima repubblica senza sostituirlo con regole chiare e certe.

Ciò di cui siamo certi è che questa situazione non potrà protrarsi ancora a lungo. Viviamo in una sorta di terra di nessuno della quale non si intuiscono i confini e viviamo alla giornata nella speranza che non accada il peggio. Per anni ci siamo baloccati tra primo e secondo turno, tra repubblica presidenziale e cancellierato, tra preferenze e liste bloccate. Ora, davvero, non ci sono più margini. O si ha il coraggio di fare due passi indietro ripristinando ciò che è stato maldestramente abolito o di farne uno in avanti chiudendo il cerchio e definendo una volta per tutte l’assetto della nostra Repubblica.

La seconda bomba pronta a far esplodere la Repubblica è quella del debito pubblico, del quale si parla ormai da anni come di un parente con una malattia cronica con la quale si può tutto sommato convivere. E invece anche in questo caso il tempo è finito. Nei mesi scorsi la Cancelliera tedesca Angela Merkel ci ha brutalmente ricordato che i debiti pubblici degli Stati altro non sono che debiti dei privati i quali, volenti o nolenti, prima o poi, saranno chiamati a risponderne. La signora Merkel ha rotto un tabù dietro il quale ci siamo rifugiati per molti anni e ci ha spiegato che questo debito, in un modo o nell’altro, dovrà rientrare nel bilancio delle nostre famiglie. Non serve a niente continuare a ripetere che il debito è stato creato dalla Prima repubblica a causa della spesa. La spesa pubblica ha continuato a lievitare anche in questi anni ma non ha prodotto nessuna crescita. Con la Prima repubblica cresceva il debito ma c’era sviluppo. Da più di diciassette anni continua a crescere il debito e non c’è sviluppo.

Proprio su questo terreno, la politica dovrà dimostrare di essere all’altezza del compito e di saper raccontare la verità agli italiani, anche quella più dolorosa. Ma deve essere chiaro che non sarà possibile scaricare direttamente sulle famiglie italiane una parte del debito pubblico senza aver prima eliminato gli sprechi a danno delle finanze pubbliche e ridotto drasticamente i costi, diretti e indiretti, della politica.

Gli italiani potrebbero essere anche disposti a sopportare una stagione di sacrifici, ma chiedono in cambio serietà, correttezza e trasparenza.

La prima necessità è oggi quella di far uscire la politica dalle trincee dentro le quali si è rifugiata e di affrontare il peso e la sfida della riflessione e del confronto. Si sta affacciando alla ribalta politica l’ipotesi di un Terzo polo, ma questo potrà avere un senso ed uno spazio solo se riuscirà a rimettere in discussione gli equilibri complessivi e le attuali regole del gioco.

Sino ad oggi – conclude Fara – gli opposti schieramenti si sono strutturati solo per combattersi con la propaganda. Ma alla democrazia non servono le trincee e neppure i campi di battaglia: sono invece utili e necessari i terreni di confronto e di mediazione. Agli anatemi e alle invettive bisogna sostituire le idee e i progetti. Noi pensiamo che ciò possa accadere: la storia tormentata del nostro Paese ci ha insegnato che gli italiani riescono a trovare, nei momenti più difficili, le energie e le risorse necessarie per rialzarsi e ripartire.

Quando in auto si imbocca un tunnel del quale, a causa della curvatura del suo tracciato, non si vede l’uscita, calcolano gli ingegneri che istintivamente il guidatore riduca la velocità di almeno il 30%. Rallentiamo perché non vediamo il portale dell’uscita. Ma l’uscita c’è. Bisogna avere il coraggio di superare la curva e il portale d’uscita, per lontano che sia, apparirà.».

 

Queste alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2011. Il Rapporto, alla sua 23a edizione, è stato costruito, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2011 sono:

 

Fiducia/Sfiducia • Progettazione/Improvvisazione • Benessere/Malessere

Cittadinanza/Sudditanza • Nord/Sud • Uomo/Donna

 

L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.532 cittadini. La rilevazione è stata effettuata nel periodo tra il 20 dicembre 2010 e il 12 gennaio 2011.

 

Situazione economica, risparmio, prestiti,

rapporto con le banche e le assicurazioni: un anno nero

Situazione economica del Paese: un peggioramento generalizzato. Oggi, sempre più spesso dietro una apparente normalità si nascondono situazioni di profondo disagio. Una casa in affitto, un lavoro modesto, la spesa nei mercati rionali e tanti sacrifici per arrivare a fine mese, è questa la condizione di una rilevante quota di famiglie a elevato rischio di impoverimento. La forza della crisi ha fatto aumentare il numero di famiglie che non riescono a far fronte sia alle spese quotidiane sia agli impegni contratti – per necessità e non per spese voluttuarie – con le società finanziarie o con gli istituti di credito, ricorrendo così ad ulteriori indebitamenti. E le previsioni non sono rassicuranti se si pensa che il nuovo anno è iniziato all’insegna dei rincari: acqua, luce, gas, benzina, assicurazioni auto, autostrade, servizi bancari, prodotti alimentari.

Uno scenario che incide pesantemente sulla quotidianità e sul futuro stesso degli italiani che nella maggior parte di casi (51,8%) considerano la situazione economica del nostro Paese nettamente peggiorata (+4,7% rispetto al 2010). Un dato così significativo si era registrato solo nel 2005 (54%). Se a questi si aggiungono coloro che denunciano comunque un peggioramento anche se lieve (29,8%) si arriva al 81,6% di pessimisti. In questo inizio 2011, sono anche diminuiti gli ottimisti che definiscono la nostra economia lievemente migliorata (3,7%) nel corso degli ultimi dodici mesi e addirittura non vi è nessuno che, nel corso del 2010, abbia individuato un netto miglioramento.

… E il futuro non è roseo…Dal 2003 ad oggi, accade per la prima volta che la maggioranza del campione (50,7%) preveda situazioni ancora peggiori per i prossimi dodici mesi (26,8% nel 2003; 36,4% nel 2004; 39,3% nel 2005; 30,1% nel 2006; 36,2% nel 2007; 47,7% nel 2008 e 36,3% nel 2010). Di conseguenza raggiunge livelli bassissimi il dato di quanti si dicono convinti di un futuro economico migliore per il nostro Paese (8,9% vs il 18,3% nel 2010 ma nel 2007, solo 4 anni fa, erano il 35,6%). Il 29% degli italiani non intravede la possibilità di grossi cambiamenti e ritiene che la situazione economica resterà sostanzialmente invariata. I residenti delle regioni del Nord-Ovest e del Nord-Est manifestano maggior pessimismo nei confronti della futura situazione economica del Paese: rispettivamente nel 52,4% e nel 52,2% dei casi si dichiarano convinti di un ulteriore peggioramento. Segnali di maggior fiducia provengono soprattutto dai residenti nelle regioni del Centro Italia che, nel 10,6% dei casi, prevedono scenari di ripresa economica. Nel Mezzogiorno (32,2%) e nelle Isole (32,4%) prevale l’opinione secondo cui, nei prossimi 12 mesi, la situazione economica italiana rimarrà stabile.

Prezzi in aumento. Quest’anno, rispetto al 2010, è cresciuta in maniera considerevole la quota (70%) di quanti sostengono che i prezzi in Italia siano aumentati. Cala la percentuale di chi sostiene che nel corso dell’anno precedente, i prezzi in Italia abbiano subìto un decremento: il 3% contro il 4,9% del 2010 e diminuisce il numero di chi non ha rilevato alcun tipo di variazione dei prezzi (dal 35% del 2010 al 22,8% del 2011).

Ma in che misura si è innalzato il costo della vita? Risulta in aumento la percentuale degli italiani che ha indicato un elevato (46,3%, 45,6% nel 2010) ed un eccessivo (15,5%, 13,6% nel 2010) aumento del costo della vita. Diminuisce di contro la quota di chi asserisce che l’aumento dei prezzi sia stato contenuto e non superiore al 3%: 32,3% contro il 34,5% del 2010. L’aumento elevato dei prezzi (tra il 3% e l’8%) è particolarmente accentuato nell’Italia insulare (55,6%), in quella meridionale (50%) e nell’area Nord-Est (49,1%). La crescita eccessiva dei prezzi, ossia superiori all’8%, è stata avvertita in modo particolare dai residenti del Sud (17,7%) seguiti da quelli del Nord-Ovest (16%) e del Nord-Est (15,3%).

Aumentati soprattutto carburanti, generi alimentari e bollette. La quasi totalità degli italiani (95,5%) sostiene che l’aumento dei prezzi abbia colpito in modo particolare il carburante per le auto. A seguire i settori più colpiti sono quello dei generi alimentari (88,4%), le bollette (87,9%), i trasporti (80,8%), le spese per la salute (79,7%), i pasti e le consumazioni fuori casa (77%). Anche le spese per il settore del vestiario e del calzaturiero (65,9%), quelle per la cura della persona (64,4%), le vacanze e i viaggi (59,5%) e l’arredamento per la casa (59,7%) hanno, secondo i cittadini, fatto registrare aumenti. Le spese telefoniche e quelle per il cinema e le attività culturali hanno inciso sul carovita rispettivamente secondo il 59% ed il 57,1% degli intervistati. Incidono in misura decisamente inferiore le spese per il settore tecnologico (41,4%). Sul fronte immobiliare l’aumento dei prezzi è stato segnalato per gli affitti (60,4%) e meno nel mercato della compravendita immobiliare (49,3%).

Consumi e comportamenti d’acquisto: continua la tendenza all’adattamento. Si tagliano le spese superflue e si riducono i beni non essenziali, prima fra tutte la spesa per i regali (77,8%, 75,3% nel 2010), per i pasti fuori casa (73,5%) ma anche per i viaggi (70%, +4,8%) e il tempo libero (69,3%, +8,8% rispetto al 2010). Un ulteriore punto fermo in clima di recessione economica, l’acquisto dei prodotti in saldo (74,5%, 68,3% nel 2010) o comunque presso punti vendita più economici come grandi magazzini, mercatini o outlet (71,3%, +0,4%). Grandi accortezze anche per l’acquisto di prodotti alimentari: il 67,8% cambia marca di un prodotto se questo è più conveniente ed il 55,6% sceglie punti vendita più economici come i discount. Nel 25,5% dei casi ci si rivolge per gli acquisti al mercato dell’usato (+7,2% rispetto al 2010). L’e-commerce è sempre più diffuso: ben il 36,2% degli italiani ha acquistato prodotti online essenzialmente per risparmiare o per aderire ad offerte speciali.

La difficoltà ad arrivare alla quarta settimana, per molti ormai alla terza, è una questione che accomuna milioni di famiglie italiane: un disagio ulteriormente confermato dal 54,7% di quanti confessano che, ad un certo punto del mese, incontrano difficoltà a far quadrare il proprio bilancio familiare (in aumento del 6,3% rispetto al 2010).

Crisi: una famiglia su tre intacca i propri risparmi. Sopravvivere alla crisi non vuol dire soltanto modificare le abitudini e gli stili di vita. Molto spesso accade che, nonostante si presti attenzione al bilancio familiare tagliando le uscite superflue, il budget mensile non sia comunque sufficiente a coprire il fabbisogno ed è necessario ricorrere ai risparmi familiari: questo accade a circa una famiglia italiana su tre (36,2%).

In sofferenza i mutui e gli affitti. La casa rappresenta da sempre il capitolo di spesa più incisivo per l’economia familiare e, dai risultati della rilevazione, emerge un quadro preoccupante se si confrontano i dati del 2011 con quelli dell’anno precedente: il 40% delle famiglie italiane ha difficoltà a pagare la rata del mutuo (rispetto al 23,2% del 2010) ed il 38,1% (contro il 18,1% del 2010) a pagare il canone d’affitto. Soprattutto il dato sui mutui sembra essere in linea con l’aumento delle insolvenze registrato in questi ultimi anni nel nostro Paese. Anche quando si indaga sulla condizione economica non individuale, ma complessiva della famiglia dell’intervistato, la situazione appare preoccupante: sono in diminuzione le famiglie italiane che, nonostante tutto, riescono a risparmiare qualcosa (26,2% contro il 30,8% del 2010) e a raggiungere l’oramai ambìto traguardo della “fine del mese” (61% vs 66% del 2010). Un traguardo che rappresenta invece uno scoglio insormontabile per il 35,1% delle famiglie (nel 2010 erano il 28,6%); si tratta di un disagio particolarmente acuto nel Sud (43%), nel Nord-Est (37%) e nelle Isole (36,5%).

Propensione al risparmio: prevale il pessimismo. Il 33,8% degli intervistati prevede che, con molta probabilità, non riuscirà a risparmiare nulla nel prossimo anno ed il 23,6% ne è proprio sicuro. I pessimisti rappresentano, quindi, il 57,4%. Complessivamente il 30,6% degli italiani sono fermamente convinti (8,4%) o comunque determinati (22,2%) a risparmiare qualcosa nel corso del prossimo anno.

Banche e assicurazioni: italiani in crisi di fiducia. In tempi di crisi economica e di recessione è normale attendersi una discesa della popolarità della banche. Se ciò è vero in assoluto, la gravità della crisi che ha caratterizzato la fine del primo decennio del XXI secolo giustifica un calo di fiducia senza precedenti negli istituti bancari, la cui propensione speculativa ha contribuito ad innescare un crollo finanziario che non ha tardato a far sentire i propri effetti sull’economia reale di tutti i paesi più avanzati. Eppure, rispetto agli altri paesi, in Italia l’intervento pubblico a favore delle banche è stato meno pesante, con esborsi di capitale, attraverso i cosiddetti Tremonti bond, per poco più di 4 miliardi di euro. Il nostro sistema bancario è infatti uscito sostanzialmente indenne dal terremoto che ha sconvolto la finanza globale e gli istituti italiani si rivelano relativamente protetti anche davanti al pericolo default dei debiti sovrani che agita oggi Borse e investitori, proprio perché tra i meno esposti in Europa sui mercati esteri.  Nonostante questi punti di forza, le banche italiane non sembrano tuttavia godere di grande credito presso i cittadini: per il secondo anno la rilevazione dell’Eurispes fotografa un risparmiatore molto scettico e disincantato rispetto alla capacità delle banche di farsi carico delle necessità delle famiglie, delle imprese e più in generale della crescita dell’economia nazionale. Intervistati sulla situazione economica individuale dell’ultimo anno, la maggioranza assoluta del campione (57,3%) ha indicato un peggioramento: grave nel 23,9% dei casi o lieve nel 33,4%. Rispetto ad un anno fa, il numero dei pessimisti ha subìto una lieve contrazione, pari a 2 punti percentuali; della stessa entità si è rivelata tuttavia la crescita di quanti hanno dichiarato un miglioramento (passati dal 6,9% all’8,8%), mentre è rimasto sostanzialmente stabile il dato relativo a quanti ritengono invariata la propria posizione economica (33,2% contro il 32,9% del 2010). La necessità di chiedere un prestito bancario registra una lieve contrazione rispetto ai dati del 2010: se un anno fa il 34,2% del campione aveva infatti espresso questo bisogno, per il 2011 la percentuale si ferma al 29,5%, contro il 70,5% che dichiara di non aver avuto tale esigenza. Tuttavia, se si analizza il motivo (per questa domanda era possibile più di una risposta) per cui è stato richiesto il prestito: emerge una sensibile contrazione di quanti hanno deciso di accendere un mutuo per l’acquisto di una casa, che in un anno passano dal 47,7% al 40,3%.

Ma il dato che più colpisce è quello relativo al bisogno di credito espresso per pagare prestiti contratti in precedenza con altre banche o finanziarie (30,7%) oppure per pagare debiti accumulati (38,9%).

Per il 2011 crescono le richieste comprese tra 10.001 e 30.000 mila euro (32,2% contro il 20,9% del 2010); ma soprattutto diminuiscono considerevolmente le richieste superiori ai 100mila euro, che passano dal 23,3% al 14,1 per cento. Un dato, quest’ultimo, che deve essere letto tenendo in considerazione la parallela contrazione registrata nell’ambito dei mutui bancari finalizzati all’acquisto di una casa.

Le banche viste dagli italiani. Alla domanda se “il tasso di interesse applicato al suo prestito le è sembrato…” il 43,6% degli intervistati ha infatti risposto “alto” a fronte di un 35,7% che ha invece scelto “adeguato”. A distanza di un anno, si ripropone dunque una valutazione molto critica circa l’onerosità dei prestiti concessi ai clienti (nella precedente rilevazione il 45,7% aveva infatti risposto “alto”) e ciò nonostante la dinamica dei tassi si sia mantenuta per tutto il 2010 su livelli generalmente bassi. Il 42,5% non è per niente convinto che “le banche siano sensibili nei confronti delle necessità delle famiglie” e il 38% si dice poco convinto. Per contro, l’83,8% è molto (53,3%) o abbastanza (30,5%) d’accordo nel ritenere che gli istituti diano credito solo a chi dimostra già di possedere beni e l’88,3% giudica le banche molto (48,2%) o abbastanza (40,1%) “esose”. L’opinione che il sistema bancario “raccolga i risparmi dei piccoli per finanziare i grandi” trova molto d’accordo il 41% e abbastanza d’accordo il 33,2%. Da rilevare inoltre la diffusa convinzione che “le banche diano credito ai potenti indipendentemente dalle garanzie”, sulla quale converge il 72,4% delle risposte (il 44,6% si dice “molto” d’accordo e il 27,8% “abbastanza” d’accordo). Il campione si divide in maniera significativa solo davanti alla domanda se le banche siano “importanti perché finanziano le imprese e la crescita dell’economia”: se il 46,2% si dichiara abbastanza (31,5%) o molto (14,7%) convinto, il 45% si dice poco (30,2%) o per niente d’accordo (14,8%).

Banche: promosse con la sufficienza per il servizio offerto. Il 48,8% dei cittadini ha espresso una valutazione “sufficiente” e il 13,1% una “positiva” nei confronti della propria banca; soltanto il 23,2% si dice in questo caso molto (8,7%) o comunque insoddisfatto (14,5%). I dati sembrano essere in linea rispetto a quelli rilevati nel 2010 con una variazione però a ribasso per la sufficienza (era al 52,1%), così come per i giudizi negativi (21,2% nel 2010) o del tutto negativi (5,1%). Stabile, invece, il numero di quanto esprimono un giudizio positivo (12,9% nel 2010).

Le assicurazioni. Nel 64,9% dei casi gli intervistati hanno indicato un aumento dei costi dell’assicurazione sull’auto; pochissimi ritengono siano diminuiti (3,4%) e per alcuni invece (15,9%) sono rimasti invariati.

Assicurarsi? Solo per il furto dell’auto e sulla vita. Pur non essendo esplicitamente richiesto in questo caso un giudizio sulla soddisfazione nel rapporto stabilito con le assicurazioni, la maggioranza degli intervistati dimostra di affidarsi poco ai vari tipi di servizi offerti dalle compagnie. Solo il 21,1% ha stipulato una assicurazione sanitaria; bassa anche la percentuale di coloro che hanno scelto una pensione integrativa (19,3%). Il bene ritenuto per eccellenza più importante per gli italiani, la casa, risulta essere stato assicurato soltanto nel 22,7% dei casi, superato dal numero di assicurazioni stipulate sulla vita (25,5%). È invece l’auto a raggiungere la quota più elevata di polizze stipulate contro il furto (42%).

 

Materie prime, energie rinnovabili, settore agroalimentare e industria cinematografica:

tra cambiamenti, tutela e necessità di investire per iniziare a puntare sulla competitività

Dall’economia di carta all’economia delle materie prime. Collasso delle azioni tecnologiche, 11 settembre, le lunghe guerre in Iraq e in Afghanistan, crisi immobiliare e finanziaria, l’attuale crisi economica hanno contribuito a modificare radicalmente l’atteggiamento degli investitori sui mercati azionari di tutto il mondo, che hanno manifestato un crescente interesse nei confronti dei mercati emergenti delle commodities e delle materie prime, in grado di rispondere meglio alle attese dei mercati e delle economie mondiali. Dinanzi alla paura di una stagnazione, o di ricadute in recessione e deflazione, ai pericoli di una politica di rigore basata su una massiccia espansione fiscale e, ad una guerra delle monete (che altro non è che una guerra commerciale per la leadership economica globale), gli interventi anti-crisi non riescono ancora a risolvere i due nodi di fondo che riguardano il rilancio dei consumi e il dilagante e sempre più preoccupante fenomeno della disoccupazione. L’effetto combinato della crisi dell’economia di carta, dell’incertezza sulla ripresa economica globale e dei gravi disastri ambientali è stato il boom del mercato delle materie prime.

La corsa all’oro. La rivalutazione dell’oro negli ultimi anni (+355% nell’ultimo decennio, +140% negli ultimi 5 anni; +17% nel 2010) rileva come sia sempre più considerato non solo un bene rifugio ma anche un vero e proprio bene di investimento. A dare lo sprint ai prezzi dell’oro, con una accelerazione delle quotazioni senza precedenti negli ultimi 24 mesi, è stato lo tsunami che ha investito Wall Street, e la crisi di liquidità che ha aggredito anche l’Europa, e che ha spinto gli investitori finanziari a puntare ai metalli preziosi, liberandosi dei dollari stampati per convertirli in oro e argento. Contestualmente, le banche centrali hanno continuato negli ultimi tempi ad impinguare i loro caveau del prezioso metallo giallo, in attesa di una ripresa dell’economia. Nel solo 2009, la Cina ad esempio, ha raddoppiato le proprie riserve auree, portandole a 1.054 tonnellate. La stessa operazione, seppur in misura più contenuta, è stata effettuata dalle banche centrali dell’Eurozona, firmatarie del Central Bank Gold Agreement, un accordo sottoscritto per evitare che vendite troppo massicce o svendute a prezzi stracciati potessero intaccare le riserve auree e il cui patrimonio è stato costituito al fine di mettere al sicuro i paesi firmatari da gravi fenomeni inflazionistici e  garantire una relativa stabilità contro una perdita eccessiva del potere di acquisto delle valute nazionali. La nuova “età dell’oro” ha come risvolto la faccia drammatica della crisi economica e degli effetti che questa stessa ha prodotto sulle famiglie. I negozi “compro-oro” nel nostro Paese sono quintuplicati in meno di due anni (con un giro d’affari che supera ormai i 3 miliardi di euro l’anno) ed è sempre maggiore il numero di persone che si rivolgono ai negozi specializzati per vendere gioielli e preziosi, in modo da poter fronteggiare i problemi finanziari urgenti, far quadrare i sempre più ristretti bilanci domestici, pagare i mutui della casa e le bollette delle utenze domestiche o acquistare beni di largo consumo. Il fenomeno dei “compro-oro” è solamente una delle manifestazioni del carattere distintivo della corsa all’oro del terzo millennio, incentrata non tanto sull’estrazione, quanto sul recupero dell’oro da altri prodotti di largo consumo e successivo riciclaggio: le schede madri dei pc sono il più ricco giacimento del metallo aureo di seconda mano (attraverso un complesso procedimento si ottiene oro purissimo); dai telefonini si può recuperare una fortuna (da 1 milione di cellulari si ricavano 37,5 chili d’oro, 386 d’argento e 16,5 di palladio).

Fino a quando? Tra aprile e giugno 2010 gli europei hanno acquistato 84,8 tonnellate di oro, vale a dire il 40% del totale del mondo e oltre il doppio rispetto al trimestre precedente. Anche se il boom delle quotazioni dell’oro è destinato, secondo il parere di esperti e analisti, ancora a durare, è anche vero che tale apprezzamento non potrà avvenire per sempre, il rischio è di uno scoppio della bolla speculativa dell’oro.

Shopping di energia e di materie prime metallifere. Il rialzo delle quotazioni ha riguardato anche altre materie prime, tra cui il rame (da un minimo di 2.800 dollari alla tonnellata del dicembre 2008 ad un massimo di 71.170 dollari alla tonnellata nel dicembre 2009, +250%), il ferro, l’acciaio e i 17 elementi minerari indispensabili per la produzione delle tecnologie. Secondo l’ultimo rapporto del Government Accountability Office, in Cina si trova il 37% delle riserve conosciute dei 17 elementi necessari per la produzione di nuove tecnologie, contro il 18% dell’ex-Urss e il 12% negli Usa. Pechino nella scorsa primavera ha alzato i dazi del 25%, mentre a luglio 2010 ha tagliato la vendita delle quote all’estero di ben il 72%, nel 2011 esporterà solo il 60% del globale.

Commodities alimentari. L’allarme sulla possibilità che Mosca, dopo gli incendi che hanno bruciato un quarto del suo raccolto, si apprestasse ad importare massicce quantità di frumento, ha riacceso le quotazioni del cereale con una crescita del +3,6%, di zucchero, grano (+34% nel 2010), caffè e cotone (+23%), finiti anch’essi nelle mire della speculazione da parte di investitori e grandi istituzioni finanziarie. In Europa la fiammata dei prezzi sta interessando, sia pure in misura minore, le altre commodities granarie, come orzo e mais, mentre nessun impatto significativo si è verificato sul grano duro. Attribuire l’esplosione dei prezzi delle materie prime alimentari sui mercati mondiali ai soli incendi della Russia o ai disastri ambientali verificatisi negli ultimi anni, sarebbe riduttivo, essendo tale fenomeno riconducibile ad un mix di fattori, quali: il boom della domanda cinese; i cambiamenti climatici; la diminuzione delle scorte di cibo; la speculazione; gli effetti discorsivi della globalizzazione. Ad infliggere un duro colpo alla produzione agricola italiana è stato soprattutto l’aumento della concorrenza straniera, che ha dato il via alle varie guerre di comparto.

L’adeguamento della produzione agricola mondiale all’evoluzione demografica e alle abitudini alimentari rappresenta una enorme sfida per il futuro del pianeta. In base alle ultime proiezioni delle Nazioni Unite, nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9,1 miliardi di persone, con 2,4 miliardi di nuove bocche da sfamare e la Cina potrebbe avere una popolazione complessiva di 1,41 miliardi di persone (62 milioni in più rispetto al 2010). In realtà, il problema dell’alimentazione riguarda oggi tutti gli abitanti del pianeta e può essere riassunto nella sigla “NPK”, tre lettere che corrispondono all’acronimo composto da N (Azoto), P (Fosforo) e K (Potassio): un trio di atomi variamente combinati per produrre i fertilizzanti alla base dell’agricoltura moderna, senza i quali, non sarebbe possibile oggi quella produzione alimentare intensiva con la quale dar da mangiare agli abitanti del pianeta. In quanto materia prima indispensabile per produrre fertilizzanti, che consentono una produzione alimentare intensiva, il potassio, di cui si contano risorse mondiali per circa 250 miliardi di tonnellate su uno stock complessivo di 8,5, è ormai al centro di una vera e propria “warbusiness”. Pur essendo consumato in oltre 150 paesi, la sua produzione avviene, solo in una dozzina di paesi (per il 95% in Canada, Bielorussia e Russia), in un mercato che vede come protagonisti Canada, Australia e Cina.

Il commercio agroalimentare italiano. Tra il 1995 e il 2009, l’Italia ha importato dal resto del Mondo 384,9 milioni di tonnellate di prodotti agroalimentari, con un controvalore economico di 333,7 miliardi di euro, mentre ne ha esportati 235,7 mln di tonnellate, per un valore di 265,6 miliardi di euro. Il deficit della bilancia commerciale è stato, quindi, superiore a 149 milioni di tonnellate di merci in termini di quantità e a 69 miliardi di euro in termini economici. In quindici anni, il deficit commerciale ha registrato una tendenziale diminuzione, passando da 5,2 miliardi di euro nel 1995, a 3,9 miliardi di euro nel 2009 (-33,2%). Le esportazioni di prodotti agroalimentari sono, infatti, aumentate costantemente tra il 1995 e il 2008, ad un tasso medio annuo del 5,3% (complessivamente +97%), per poi ridursi del 6,6% tra il 2008 e il 2009. Il valore delle importazioni è aumentato in misura inferiore rispetto al valore delle esportazioni (+64,6% tra il 1995 e il 2008, +3,9% su base annua), mentre nel 2009 ha registrato una maggiore flessione rispetto alle esportazioni (-7,5%). Al contrario, il deficit commerciale è tendenzialmente peggiorato in termini quantitativi, passando da 7,2 a 12,8 mln di tonnellate di merci tra il 1995 e il 2009 (+77,6%), con un incremento del 43,8% delle importazioni (da 20,6 a 29,7 mln di t di merci) e del 25,6% delle esportazioni (da 13,4 a 16,8 mln di t di merci).

L’Italia, esporta prevalentemente prodotti delle industrie alimentari e delle bevande, il cui valore in termini economici, incide per oltre il 50% sul valore complessivo delle esportazioni dell’Italia nel Mondo (57,5% nel 2009), mentre l’incidenza dei prodotti agroalimentari non lavorati è notevolmente inferiore. Nel 2009 il valore delle esportazioni di prodotti del regno vegetale è stato pari a 5,1 miliardi di euro (+43,2% rispetto al 1995), con un’incidenza del 22% sul valore complessivo delle esportazioni (28,2% nel 1995); il valore delle esportazioni di animali vivi e dei prodotti del regno animale è stato pari a 3,4 miliardi di euro, con un’incidenza del 14,7% sul valore complessivo delle esportazioni (12,8% nel 1995). Al contrario, i flussi commerciali relativi alle importazioni italiane di prodotti agroalimentari, rilevano un più elevato contributo, in termini economici ma soprattutto quantitativi, di materie prime non lavorate rispetto a prodotti dell’industria alimentare. Nel 2009 il valore delle importazioni di animali vivi e prodotti del regno animale è stato, pari a 11,1 miliardi di euro (40,9% del totale), con un corrispettivo di 5,8 milioni di tonnellate di merci (19,6% del totale), mentre il valore delle importazioni di prodotti del regno vegetale è stato pari a 7,1 miliardi di euro

La combinazione tra esportazioni incentrate prevalentemente sul commercio di prodotti delle industrie alimentari ed importazioni incentrate prevalentemente sul commercio di materie prime non lavorate, unitariamente al più alto valore economico delle preparazioni di prodotto rispetto alle materie prime, contribuisce in maniera significativa al divario tra deficit commerciale in valore e deficit commerciale in quantità del settore agroalimentare italiano. Il surplus del commercio estero di prodotti delle industrie alimentari e bevande è cresciuto, tra il 1995 e il 2009, da 3,4 a 6,8 miliardi di euro (+98%), compensando l’aumento del deficit commerciale registrato dagli altri comparti merceologici. In termini di quantità, il più alto tasso di crescita è stato, viceversa, registrato dal deficit della bilancia commerciale dei prodotti del regno vegetale, che nel 2009 è stato di 11 milioni di tonnellate (+62,7% rispetto ai 6,7 milioni di tonnellate del 1995), dai grassi e oli animali e vegetali e dagli animali vivi e dai prodotti del regno animale (da 4,2 a 4,7 milioni di tonnellate di merci, +11,4%). L’aumento del deficit per questi tre comparti merceologici è stato solo in parte compensato dal miglioramento del surplus dei prodotti delle industrie alimentari e bevande (da 4,3 a 4,9 milioni di tonnellate di merci), determinando il peggioramento significativo del deficit commerciale dell’intero settore agroalimentare.

L’Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Sempre più spesso, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza, infatti, denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Siamo di fronte a un inganno globale per i consumatori che causa enormi danni economici e di immagine alla produzione e all’esportazione italiana di prodotti agroalimentari. Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy, si traducono, inevitabilmente, in effetti indiretti sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio (3,9 miliardi di euro nel 2009). Per giungere ad un pareggio della bilancia commerciale del settore agroalimentare italiano, ad importazioni invariate, sarebbe sufficiente recuperare quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari dell’Italian sounding. Un tale recupero avrebbe, viceversa, assicurato un surplus della bilancia commerciale, con effetti positivi sul Pil del comparto agroalimentare e dell’intero sistema Paese.

L’attività della GdF nel settore agroalimentare. Con riferimento ai sequestri effettuati dai Reparti del Corpo nel settore del contrasto alla contraffazione di generi alimentari, nel periodo 1° gennaio 2009-31 agosto 2010, sono state sequestrate circa 18,8 tonnellate di prodotti di varia natura, di cui: 18.481 Kg alimentari, 292 Kg prodotti di pasticceria, 38 Kg salumi. Per quanto concerne, invece, i sequestri effettuati nell’ambito del contrasto alle sofisticazioni di prodotti alimentari e agricoli, sono stati condotti complessivamente 58 interventi, riscontrando 64 violazioni e verbalizzando 73 soggetti, di cui 43 denunciati a piede libero. Per entrambe le annualità si conferma, con circa il 98%, la netta prevalenza di sequestri di frutta e vegetali, per un totale di prodotti alimentari sofisticati pari ad oltre 842 tonnellate. Per quanto concerne i prodotti, la cui natura impone una rendicontazione statistica in litri, nell’anno 2009 la quasi totalità di sequestri o consumi in frode, a causa della loro adulterazione, è costituita dai vini e spumanti (300.417 litri). Per quanto attiene alle attività di servizio che hanno portato al sequestro di generi alimentari in contrabbando destinati al mercato nazionale quasi il 60% è costituito, per i prodotti censiti in chilogrammi, da alimenti di varia natura (paste alimentari, prodotti di pasticceria, etc.) con, a seguire, i prodotti derivati vegetali (15,7%) ed ortofrutticoli (10,2%); per i prodotti rendicontati in litri, prevalgono nettamente le bevande analcoliche (83,5%). Le operazioni di servizio condotte, invece, nel settore della pesca e della conservazione di prodotti ittici hanno portato, complessivamente, al sequestro di quasi 120 tonnellate di prodotti ittici, con la prevalenza di crostacei e molluschi (71,88%) e pesce fresco (27,63%). Una quota minore (0,49%) ha riguardato caviale e salmone.

Le fonti rinnovabili: uno sguardo all’Europa. Il ruolo delle fonti rinnovabili è ancora piuttosto marginale: nel 2008 la quota di era pari all’8,39% del consumo totale contro il 36,46% del petrolio, il 24,50% del gas naturale, il 17,02% dei combustibili solidi e il 13,44% dell’energia nucleare. Secondo Eurostat, la percentuale di energia rinnovabile utilizzata nei trasporti rimane a livello europeo tutt’ora molto bassa giungendo nel 2008 al 3,5%.

Le rinnovabili: la situazione italiana. I dati Eurostat indicano che la disponibilità interna lorda (energia prodotta all’interno del paese più le importazioni e al netto delle esportazioni) di energia in Italia è sempre stata in crescita ma dal 2005 si è assistito ad una inversione di tendenza. Questo ha comportato un calo dell’intensità energetica primaria (disponibilità interna lorda rapportata al Pil). L’andamento della disponibilità lorda di energia nel decennio 2000-2009 è caratterizzato da una progressiva riduzione dell’utilizzazione di prodotti petroliferi accompagnata da un aumento dell’utilizzazione di gas naturale. I prodotti petroliferi che costituiscono il 41% della disponibilità interna lorda nel 2009 sono per il 93% frutto delle importazioni e per la restante parte frutto della produzione interna. Anche per il gas naturale, principale antagonista del petrolio, è importato per l’88% della disponibilità lorda.

Nel 2008 rimane per il nostro Paese elevatissimo il consumo di prodotti petroliferi (42,91%) rispetto al gas naturale (38,33%), ai combustibili solidi (8,98%) e all’energia rinnovabile (7,82%). Per quanto riguarda l’andamento della produzione di energia primaria, la produzione di gas naturale nel nostro Paese ha conosciuto un drastico decremento, sebbene il consumo, al contrario, sia andato crescendo, giustificando la forte dipendenza energetica per questa fonte. È evidente anche la crescita della produzione da fonti rinnovabili, che nel 2008 giungono complessivamente a 13.491 milioni di Tep. Il contributo quantitativo delle fonti rinnovabili è caratterizzato da una forte presenza della fonte idroelettrica e dalla crescita rapida della fonte da biomassa, mentre il geotermico costituisce una presenza forte a partire dal 2003. Più contenuto il contributo di solare ed eolico, pur se in crescita. I consumi di energia elettrica da fonte rinnovabile per settore evidenziano, inoltre, come oltre il 50% dell’energia elettrica venga utilizzata dal settore domestico e dei servizi, un restante 46% dal settore dell’industria mentre appena un residuo 10% viene utilizzato nel settore dei trasporti. Inoltre solo il 2,3% (al 2008) del carburante utilizzato per i trasporti viene da fonti rinnovabili. Sul totale un forte apporto è dato dalla legna da ardere confermando il ruolo rilevante della biomassa, il solare termico non raggiunge, ancora nel 2007, quote rilevanti e viene ampiamente superato dal calore prodotto in cogenerazione. Rilevante è anche l’apporto della geotermia. Per quanto riguarda l’utilizzo delle rinnovabili nei trasporti, la produzione di biodiesel nel 2007 ha raggiunto 180 milioni di tonnellate andando incontro ad una flessione rispetto a 326 milioni di tonnellate del 2004 (fonte: Enea).

L’industria cinematografica italiana: un settore strategico, ma in sofferenza. La gestione di un’impresa che operi nel settore del cinema è un’attività che richiede un insieme di professionalità diverse, da quelle artistico-tecniche a quelle manageriali-gestionali. In Italia, l’offerta formativa è pressoché inesistente. Il settore è caratterizzato da un altissimo numero di case di produzione ma da un numero contenuto di film prodotti. Il ciclo di vita di tali imprese dura spesso il tempo della realizzazione di un solo progetto, denotando una mancanza di continuità nell’attività produttiva e l’impossibilità di costituire una struttura organizzativa stabile e duratura: circa i ¾ dei film realizzati ogni anno sono prodotti da imprese diverse. L’interesse crescente dei network televisivi al prodotto cinematografico, in fase di produzione, costituisce la sorgente più rilevante di finanziamento per questa industria: la televisione quindi è diventata un partner essenziale per le società di produzione.

Nell’ambito dei consumi degli italiani nel tempo libero il cinema, preceduto dalla televisione, si conferma ai primi posti, prevalendo sullo sport e sui musei. Dall’analisi dei dati dell’Anica emerge che, nel 2009, sono stati prodotti in Italia 131 film (97 a capitale interamente italiano e 34 coprodotti), con una flessione del 23% rispetto al 2008. Gli investimenti nei film prodotti in Italia ammontano a 296 milioni di euro, 38 dei quali sono contributi statali per il12,8%; nel 2008 ammontavano ad un più consistente 21,5%, e 258 investimenti privati (87,2%). 26 film sono stati prodotti con i contributi dello Stato (contro i 41 del 2008). Gli investimenti italiani complessivi nelle pellicole hanno registrato una crescita costante dal 2005 al 2008 per poi calare nel 2009. È in crescita il low budget: nel 2008 ben 29 film sono costati meno di 200.000 euro (a fronte dei 5 del 2007). Nel 2009 sono usciti in sala 857 film, contro gli 845 dell’anno precedente; i film italiani distribuiti sono stati 294 (+2,1%); le prime uscite in distribuzione sono state 355 (-5,9% rispetto ai 376 del 2008): 159 titoli statunitensi, 115 italiani, 22 del Regno Unito, 14 francesi e 45 di altre nazionalità.

Il 2009 è stata un’annata negativa per i film italiani, che hanno incassato il 15,3% in meno. Dai dati dello IEM, nel 2009, la quota di mercato dei film italiani si è attestata al 23,4%, a fronte del 63,5% dei film Usa, dell’11,5% di quelli europei e dell’1,6% di quelli di altre nazionalità. Nel 2009, i film italiani con incasso superiore al milione di euro sono stati 24, il numero più basso dal 2003 con l’eccezione del 2006. Il 2010 ha fatto registrare una ripresa delle pellicole italiane: 32 titoli milionari, dei quali 11 sopra i 5 milioni di euro e 4 sopra i 15. Un punto debole del cinema italiano è la capacità di trovare sbocchi di mercato all’estero. Il mercato italiano delle esportazioni arriva ad appena 20 milioni di euro, rispetto ai 100 della Francia ed ai 600 della Gran Bretagna.

Dietro la macchina da presa. Nel settore cinematografico lavorano nel complesso 76.432 persone: 58.926 fra artisti e tecnici e 17.506 fra maestranze ed impiegati. La categorie più numerosa è quella degli attori e generici (40.102). Il numero di addetti nel settore cinematografico è più elevato degli occupati nei settori della musica (66.068), della televisione e radio (30.896) e del teatro (21.262). Le giornate annue lavorative sono in media 81,2, con differenze tra una categoria e l’altra: si passa da una media di 11,5 giornate per attori e generici alle 223,8 giornate di maestranze ed impiegati. Il compenso medio giornaliero è di 131,8 euro: i compensi più elevati vengono percepiti da direttori d’orchestra e maestri suggeritori (780,11), da attori di prosa, varietà e attrazioni (459,84) e da registi, aiuto, sceneggiatori, dialogisti, adattatori (393,60). I compensi percepiti da maestranze ed amministrativi sono significativamente più bassi rispetto a quelli percepiti da artisti e tecnici, che però lavorano un numero di giornate decisamente superiore. Le categorie degli artisti e tecnici presentano un alto tasso di instabilità e precarietà, caratterizzate in alcuni casi da micro-ingaggi ed impegni occasionali. Solo un quinto degli addetti del settore ha un contratto a tempo indeterminato. La frammentazione del mercato del lavoro nel settore è notevole e la disponibilità di soggetti ampiamente superiore alla domanda.

 

Serviti e scontenti: l’offerta dei servizi pubblici e privati in Italia

 

Servizi inadeguati per 8 italiani su 10, ma, dovendo scegliere, meglio quelli privati. La qualità complessiva dei servizi nel nostro Paese è valutata dal 52,5% dei cittadini (contro il 61,9% del 2010) come “poco soddisfacente” e dal 28,6% “per niente soddisfacente” (il 15,5% nel 2010). Questo significa che i giudizi negativi sono aumentati dal 77,4% della precedente rilevazione ad oltre l’80% nel 2011. L’offerta di servizi riferibile al settore privato viene valutata qualitativamente superiore (57,2%), mentre il settore pubblico riunisce soltanto il 18,5% delle preferenze. È da sottolineare che in molti (24,3%) non hanno saputo operare in questo senso una scelta tra pubblico e privato.

Il gradimento dei servizi offerti dalle aziende. Lievemente in calo rispetto allo scorso anno il gradimento per il servizio offerto dalle Poste, giudicato positivamente dal 39,1% dei cittadini (49,9% nel 2010), e qualitativamente basso dal 58,7% (49,9% nel 2010). In ripresa la Telecom che passa dal 63,7% di giudizi negativi del 2010 al 60,2% registrati quest’anno, allo stesso tempo aumentano di circa 4 punti percentuali le indicazioni positive (da 29,3% a 33,4%). Migliora anche il gradimento per l’Alitalia che quest’anno vede aumentare la quota di quanti definiscono “buono” o “ottimo” il servizio offerto (complessivamente il 23,3%, +6,6 punti rispetto al 16,7% del 2010), anche se solo lo 0,7% degli utenti pensa sia “ottimo”; la situazione migliora decisamente sul fronte dei giudizi negativi (dal 71,2% del 2010 al 58,6% del 2011). La stessa tendenza si registra per le valutazioni in negativo del servizio di Trenitalia che diminuiscono dal 72,9% del 2010 al 66,6% del 2011, ma non per quelle positive che invece restano stabili al 20% circa (21,8% nel 2010 e 20,2%). Le Autostrade vedono invece un netto peggioramento per quanto riguarda sia il gradimento da parte dei cittadini (nel 2010 si attestava al 38,7% mentre nel 2011 cala al 27,5%) sia le indicazioni negative che quest’anno aumentano al 59,4% (54,1% nel 2010).Tendenzialmente stabili, rispetto alla rilevazione dello scorso anno, i giudizi di apprezzamento e le critiche nei confronti dell’Enel che trova un riscontro positivo presso circa la metà degli utenti (50,8% nel 2010 e 49,2% nel 2011). I critici aumentano di circa 3 punti percentuali (dal 39,1% al 45,2%). L’Italgas fa registrare un calo di gradimento dal 45,6% del 2010 al 40,5% del 2011, ma allo stesso tempo diminuiscono i cittadini che criticano il servizio offerto dal 35,1% dello scorso anno al 33,5% dell’ultima rilevazione. Infine, quest’anno sono state inserite come new entry nella classifica di gradimento presso i cittadini l’Eni e la Società elettrica della città nella quale gli intervistati risiedono. Per quanto riguarda l’Eni, nel complesso il 38% dei cittadini esprime un giudizio “ottimo” o “buono”, leggermente più bassa la quota dei critici (35,2%). Da segnalare comunque che l’Eni raccoglie, più di tutte le altre realtà segnalate, il maggior numero di indicazioni di eccellenza (3,9%) e, allo stesso modo, il maggior numero di quanti non hanno saputo esprimere un giudizio (26,8%). Le indicazioni sulle Società elettriche delle diverse zone di residenza raccolgono buoni risultati per i giudizi positivi (43,8%); quelli negativi si attestano al 36,8%.

Passaggio pubblico/privato: che cosa cambia? Il passaggio pubblico/privato che ha coinvolto, negli ultimi anni, alcune importanti aziende, non appare avere comportato variazioni significative nei servizi forniti dalle aziende stesse. Su tutti, risulta sostanzialmente invariato il servizio offerto da Telecom (per il 52,4%) e da Enel (48,9%), come pure per quanto riguarda il servizio autostradale, invariato nel 46,4% dei casi, e Italgas Spa (44,1%). Ad essere peggiorati, secondo gli intervistati, sono soprattutto i servizi di Alitalia (28,8%) e Ferrovie dello Stato (28,3%), mentre la privatizzazione ha fatto migliorare visibilmente – rispetto alle altre aziende – il servizio postale (32,5%), seguito a distanza dall’Enel (19,8%).

Fortemente critici verso il settore pubblico. La qualità dei servizi offerti è ritenuta mediocre o addirittura pessima nel 79,3% dei casi per le Amministrazioni centrali (nel 2010, 74,6%), seguite da quelle locali (76,9%; nel 2010 erano al terzo posto con il 69,5%), dall’amministrazione della giustizia (67,8% che migliora rispetto al 70,9% dello scorso anno), dagli ospedali (66,1%; 62,5% nel 2010), la scuola (65,1%, molto peggio dello scorso anno: 59,6%), gli Enti previdenziali (63,9%, +2,1) e la sicurezza/ordine pubblico (56,9, +2,1%). Solamente la Difesa si colloca al di sotto del 50% con il 48,3% di indicazioni in senso negativo (+3,7% rispetto al 2010). Quest’ultimo settore è anche quello che raccoglie in assoluto il maggiore apprezzamento dei cittadini insieme alla sicurezza/ordine pubblico (39,2%). La qualità della nostra scuola è ritenuta “buona” o “ottima” nel 34% dei casi, seguono, in discesa, gli ospedali (32,4%), le Amministrazioni locali (22%), l’Amministrazione della giustizia (21,2%) e infine le Amministrazioni centrali (15%). Rispetto alla rilevazione dello scorso anno, l’apprezzamento ha subito un calo generalizzato crollando soprattutto nei confronti della qualità dei servizi offerti dalle Amministrazioni centrali (dal 15% al 9,6%) e locali (dal 22% al 16,6%). Solamente l’amministrazione della giustizia e gli Enti previdenziali fanno registrare un’inversione di tendenza di segno positivo passando, rispettivamente, dal 21,2% del 2010 all’attuale 24,3% e dal 24,2% al 26,2%.

 

I cittadini e la politica

 

Diminuiscono gli astensionisti, ma aumentano gli elettori “saltuari”. Dalle rilevazioni effettuate dall’Eurispes nelle diverse edizioni del Rapporto Italia emerge che negli ultimi cinque, vi è stata una diminuzione consistente di chi dichiara di andare a votare sempre. Se, infatti, nel 2004, l’84,1% del campione dichiarava di recarsi ai seggi sempre, nel 2008 solo il 77,1% dichiara di fare altrettanto, una percentuale lievemente aumentata nel 2011 (79,1%). Rispetto al passato, inoltre, diminuisce la percentuale degli astensionisti convinti, di chi ammette cioè di non votare mai (2,5% nel 2004, l’1,3% nel 2011), ma aumenta di quasi 6 punti percentuali la quota di intervistati che sostiene di farlo solo qualche volta (da 9,4% a 15%).

7 su 10 voteranno alle prossime elezioni, ma l’astensionismo potrebbe riguardare il 28,6% degli elettori. L’11,1% del campione dichiara già con certezza che non andrà a esprimere il proprio voto e il 17,5% si dichiara indeciso a riguardo. Solamente il 71,4% afferma di avere intenzione di farlo, un dato che, se confermato nei fatti, farebbe precipitare l’affluenza alle urne. Se gli elettori di sinistra e centro-sinistra hanno dichiarato in modo “bulgaro” di votare sempre, interrogati sul comportamento che terranno alle prossime elezioni si sono mostrati ben più indecisi. Il 18,7% di quelli di sinistra e il 12,5% di centro-sinistra, infatti, affermano di non sapere se si recheranno ai seggi elettorali e, rispettivamente, il 4,7% e l’8% hanno già deciso di non farlo. Una propensione simile a quella manifestata dagli elettori di centro-destra (9,1% non andrà e il 14% non sa). I più indecisi, tuttavia, sono gli intervistati che si dichiarano di centro, intenzionati a votare solo nel 68,4% dei casi, mentre quelli che non appartengono a nessun schieramento politico affermano in percentuale maggiore (18,8%) che non parteciperanno al voto.

Quando il popolo è sovrano… a metà. L’attuale legge elettorale prevede che i cittadini esprimano il proprio voto per un determinato partito cui è collegata una lista di nomi scelti dal partito stesso. Di fatto, quindi, a scegliere chi andrà in Parlamento a rappresentare il popolo (sovrano), sono i dirigenti dei partiti. Su questo specifico aspetto della legge, da molti ritenuta incostituzionale, si è molto dibattuto negli ultimi anni e da più parti si è chiesta la sua modifica, anche per tentare di riavvicinare la cittadinanza alla politica istituzionale, permettendo agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Dalle rilevazioni dell’Eurispes degli ultimi due anni emerge chiaramente il desiderio diffuso tra la popolazione dell’introduzione delle preferenze alle prossime elezioni politiche: nel 2010, infatti, l’83,1% del campione riteneva necessario ritornare al sistema delle preferenze e nel 2011, pur calando lievemente, la percentuale delle risposte affermative è dell’80%. A calare, inoltre, sono coloro che si sono dichiarati contrari a questa eventualità, passati dal 9,6% al 7,3%, mentre aumenta la quota di persone che non ha una posizione chiara in merito (da 7,3% a 12,7%) e che, forse, sfiduciata dal panorama politico attuale, non crede possa bastare introdurre le preferenze per risanare la situazione.

Presunzione d’innocenza sì, ma… È stato poi chiesto ai cittadini se, a loro giudizio, una persona sottoposta a indagine giudiziaria o a processo possa essere candidata ad una carica pubblica. Il 68,2% ha risposto di “no”, il 21,5% si è dichiarato favorevole, mentre il 10,3% non ha espresso la propria opinione. Per quanto riguarda l’area politica di appartenenza, occorre rilevare che la contrarietà all’eventuale candidatura di persone indagate o sottoprocesso raccoglie sempre percentuali che superano la metà del campione (sinistra 76,6%, centro-sinistra 73,3%, centro 75,4%), tranne per chi appartiene al centro-destra ( 33,1%) e alla destra (29,8%). Le risposte fornite farebbero pensare a un’opinione pubblica poco garantista, ma così non è, come emerge dall’ampia condivisione manifestata per la presunzione di innocenza: tre quarti degli italiani, il 77,2%, è d’accordo con l’art.27 della Costituzione che considera ogni cittadino innocente fino al pronunciamento della sentenza definitiva. Solamente il 12,8% è contrario.

Corruption optimi pessima. Nell’indagine dello scorso anno l’Eurispes ha rilevato come nell’opinione dei cittadini la corruzione in Italia sia un male radicato. Infatti, il giudizio sulla diffusione del fenomeno era largamente condiviso (92,5%). Quest’anno si è voluto approfondire l’argomento chiedendo in quale misura la corruzione nella vita pubblica italiana sia variata rispetto al 1992, segnato da Tangentopoli. Nella maggioranza dei casi (51,7%), l’idea è quella di un ulteriore aumento della corruzione rispetto al periodo di Tangentopoli. Anche se per un consistente 40,6% la situazione è rimasta invariata e solo il 2,7% ritiene sia diminuita.

È stato poi chiesta un’opinione su quale sia, tra i diversi settori del Paese, quello in cui è maggiormente diffusa la corruzione. La politica e i partiti (46,6%) sono al primo posto, al secondo posto, con una percentuale rilevante, si colloca la Pubblica amministrazione (29,9%). Il resto delle risposte si frammenta nei diversi settori: 4,3% per l’imprenditoria, 3,8% per la sanità e valori decisamente bassi per gli altri àmbiti (2,3% magistratura; 2,3% banche e istituti di credito; 1,4% settore immobiliare, ecc.).

La “sindrome dello scranno”: quando alla politica mancano le donne. L’inadeguata presenza femminile in Parlamento, ai vertici dei partiti, tra gli amministratori locali – per non parlare del fatto che in Italia nessuna donna ha mai raggiunto la Presidenza della Repubblica o la Presidenza del Consiglio – non è che lo specchio di un Paese in cui i ruoli dirigenziali sono ancora difficilmente accessibili alle donne. È quindi ancora opportuno interrogarsi in merito alla capacità del Paese di garantire realmente le pari opportunità, al di là dell’eguaglianza formale di diritti. Secondo la maggioranza del campione (58,4%) le donne in politica sono poche perché sono discriminate. Il 12,8% ritiene che la ragione risieda nel fatto che le donne non si interessano di politica, il 12,7% pensa che tra gli impegni casalinghi e lavorativi le donne non abbiano il tempo per occuparsene; solo il 5,4% crede invece che non siano sufficientemente preparate. Confrontando queste risposte con quelle fornite nel 2006 (21,9%), mentre la percentuale di chi indicava fattori di discriminazione era più bassa di 4,4 punti percentuali (54% vs 58,4% del 2011).

Introdurre le “quote rosa”? Oltre un terzo del campione (36%) si dice favorevole alle quote rosa, ritenendo sia l’unico modo per garantire la presenza delle donne in politica. Nel complesso, però, prevalgono i contrari a questo provvedimento: il 32,5% perché le pari opportunità, a suo avviso, si ottengono solo creando le condizioni che possano consentire alle donne un’effettiva partecipazione alla vita pubblica; il 23,6% perché ritiene che le donne debbano conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. L’atteggiamento degli italiani appare significativamente mutato rispetto al 2006, quando due su tre si dicevano favorevoli alle quote rosa (66,6%) ed erano molto meno numerosi coloro che sottolineavano come, per garantire le pari opportunità, è indispensabile creare le condizioni per consentire alle donne di partecipare concretamente alla vita politica (14%). Le donne si dicono con maggior frequenza, rispetto agli uomini, favorevoli all’introduzione delle quote rosa in politica (39,9% contro 32%). È inoltre leggermente più alta fra gli uomini che fra le donne la quota di chi ritiene che le donne dovrebbero conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini senza l’aiuto delle quote rosa (25,7% contro 21,4%). Le quote rosa trovano sostenitori nel centro-sinistra (41,5%); meno a destra (29,8%). A centro-destra (27,3%) e a destra (31,9%) prevalgono i contrari, convinti che le donne devono conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. L’opinione secondo cui le pari opportunità si ottengono creando le condizioni che rendano davvero possibile alle donne partecipare alla vita pubblica è condivisa soprattutto a sinistra (43%) e nel centro (38,6%).

 

L’Unità nazionale: un valore da difendere

A 150 dall’Unità d’Italia… Chiamato ad esprimersi in merito alla reale coesione del nostro Paese ed al suo valore a 150 dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, il 67,5% dei cittadini ha risposto che l’Italia è un Paese in parte ancora diviso, ma l’unità nazionale è un valore da difendere. Il 14,9% ritiene invece che il Paese sia frammentato con troppe culture al suo interno e per questo non sarà mai uno Stato unitario; per il 9,4% l’Italia è una nazione coesa, mentre per un 2,1% sarebbe stato meglio che non vi fosse stata alcuna unità. Gli abitanti delle Isole sono i più ottimisti rispetto alla coesione del Paese (12,9%) e quelli del Sud i più convinti del valore dell’unità d’Italia nonostante le sue divisioni interne (74,1%). A destra e al centro-destra si collocano più convinti della coesione del Paese (rispettivamente 17% e 14%) rispetto a quelli di sinistra (8,6%) e centro-sinistra (5,1%). Ben il 78,4% di quanti si riconoscono nel centro-sinistra, il 72,7% della sinistra ed il 70,2% del centro sottolineano che l’Unità d’Italia rappresenta un valore da difendere nonostante le divisioni ancora presenti. Infine, il 22,5% di chi non si riconosce in nessun orientamento politico ritiene che il nostro è un Paese frammentato e non sarà mai uno Stato unitario. La quota maggiore di chi ritiene che sarebbe stato meglio che non vi fosse stata alcuna unità si polarizza tra la destra (6,4%) e la sinistra (2,3%).

Settentrionali e meridionali: l’Italia divisa? Nel solco di una lunghissima tradizione che, da Totò e Peppino stranieri in terra milanese in Totò, Peppino e la malafemmina a Sordi e Gassman strana coppia romano-meneghina de La grande guerra, ha sempre parlato del dialogo non facile tra le diverse anime del Paese, le recenti commedie di successo in Italia hanno ironizzato sulle differenze, i pregiudizi, i piccoli e grandi razzismi ancora dilaganti. Poco è cambiato, nel corso dei decenni, nella rappresentazione degli italiani: operosi, precisi, un po’ freddi i settentrionali; comunicativi, mammoni, poco ligi alle regole ma capaci di godersi la vita i meridionali. Se però queste pellicole sdrammatizzano le contrapposizioni e ricompongono i contrasti, la realtà quotidiana mostra con fin troppa evidenza la difficoltà di superare queste differenze e la facilità con la quale si alimenta un dualismo tra le diverse aree geografiche del Paese basato soprattutto su stereotipi.

Meridionali e settentrionali: generosi e creativi i primi, razzisti ma con maggiore senso civico i secondi. Per verificare l’attuale diffusione, tra i cittadini italiani, degli stereotipi legati all’idea di Nord e Sud, l’Eurispes ha sondato la loro opinione in merito ad una serie di affermazioni. Le convinzioni più radicate sono quelle relative alla generosità (è abbastanza o molto d’accordo il 71,5%) ed alla creatività dei meridionali (67,8%). La maggioranza del campione crede anche che i settentrionali siano razzisti (52,5%), ma che abbiano maggiore senso civico (51,8%) e pensino solo al lavoro (50,1%). Un terzo dei cittadini considera i meridionali imbroglioni (32,4%). Meno diffusa l’idea secondo cui i settentrionali sono molto aperti (23,6%) ed i meridionali non hanno voglia di lavorare (25,1%, comunque uno su 4).

Rispetto alla rilevazione effettuata dall’Eurispes nel 2003, è diminuita la quota di chi ritiene che i settentrionali abbiano molto senso civico (nel 2003 era il 67,7%), pensino esclusivamente al lavoro (era il 57,8%), siano molto aperti (35,1%). Sono invece più numerosi oggi che nel 2003 quanti accusano i settentrionali di razzismo (era il 45,7%). È rimasta invariata la quota di chi condivide l’opinione che i meridionali non abbiano voglia di lavorare (nel 2003 era il 24,3%), mentre nel 2003 ben l’89,8% del campione considerava i meridionali generosi.

Ma come hanno risposto i cittadini del Nord e quelli del Sud? Ripartendo i dati per area geografica di residenza, sono soprattutto gli intervistati del Sud a pensare che i settentrionali pensino solo al lavoro: ben il 52,2% è molto o abbastanza d’accordo con questa affermazione. Anche al Nord d’altra parte vi è una tendenza ad “auto-attribuirsi” questa prerogativa (50%). È interessante notare che gli abitanti del Mezzogiorno riconoscono grande senso civico ai settentrionali in percentuale addirittura superiore rispetto ai settentrionali stessi (56,6% contro il 51,5% del Nord-Ovest e il 50,7% del Nord-Est).

Non emergono differenze significative nelle risposte in relazione all’affermazione che i settentrionali sono razzisti: lo pensa il 52,7% dei residenti al Nord-Ovest, il 52,2% al Nord-Est, il 52,9% al Centro, il 55,6% nel Sud e il 47% nelle Isole. La stessa uniformità di giudizio si riscontra rispetto all’affermazione che i meridionali non hanno voglia di lavorare, ed anche in questo caso, le Isole si discostano lievemente dalle altre aree geografiche: proprio qui si trova la più alta percentuale di accordo (34,3%). Decisamente singolare che siano proprio al Sud i più critici definendo, con una frequenza maggiore rispetto ai cittadini del Nord-Est (29,1%) e del Nord-Ovest (32,2%) i meridionali “imbroglioni” (37,5%). In tutte le aree geografiche prevale comunque la convinzione che i meridionali siano generosi e creativi (con percentuali sempre al di sopra del 60%), ma, comprensibilmente, queste opinioni trovano maggiore riscontro al Sud (con percentuali al di sopra dell’85%).

Federalismo: prevale il “no” e in sei anni i favorevoli sono diminuiti del 9%. In considerazione dell’attualità e della complessità del dibattito, l’Eurispes ha deciso di indagare l’opinione dei cittadini in merito all’Unità d’Italia, ma anche rispetto all’ipotesi di trasformazione in senso federale dello Stato. I cittadini che si dicono favorevoli all’introduzione del federalismo sono il 26,9%. Il 48,6% si dice invece contrario, ma un cospicuo 24,5% non ha saputo esprimere un giudizio al riguardo. Nell’indagine realizzata dall’Eurispes nel 2005 la percentuale degli italiani favorevoli al federalismo risultava più elevata, il 36,2%, mentre i contrari erano solo il 38,6% ed erano numerosi anche allora gli incerti.

Sono i giovani dai 18 ai 34 ad essere meno favorevoli all’introduzione del federalismo, mentre gli adulti dai 35 ai 64 anni sono i più favorevoli. Approva infatti il federalismo il 21,3% dei 18-24enni, il 22,3% dei 25-34enni, il 31,4% dei 35-44enni, il 30,8% dei 45-64enni, il 26,3% degli ove65. Minori differenze si evidenziano in relazione all’area geografica di residenza, con l’eccezione prevedibile del Sud, dove la percentuale di chi è favorevole al federalismo risulta inferiore alla media (20%). Il Nord non si distingue per un marcato ed esteso consenso all’introduzione del federalismo, nonostante questo sia un “cavallo di battaglia” della Lega che, com’è noto, ha la propria base elettorale fortemente concentrata nelle aree settentrionali del Paese (i “sì” raccolgono il 29,6% al Nord-Ovest e il 26,9% al Nord-Est).

 

Il piacere di vivere in Italia

 

Il nostro è davvero il Belpaese? Quasi due terzi dei cittadini (62,9%) sostengono che vivere in Italia sia una fortuna, contro il 33,9% di quelli che la considerano una sfortuna e il 3,2% che è indeciso sulla risposta da dare. Rispetto al 2006, anno in cui l’Eurispes ha interrogato la popolazione italiana sulla stessa tematica, la percentuale di quanti ritengono che vivere in Italia sia una fortuna si è leggermente affievolita (-4,7%). Ad essere maggiormente contenti di poter vivere in Italia sono gli anziani che hanno più di 65 anni (72,2%), a seguire il 63,9% degli adulti di 35-44 anni, il 62,9% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni, il 59,2% di quanti hanno un’età compresa tra 45 e 64 anni e il 56,6% dei 25-34enni. A rispondere, al contrario, che vivere in Italia è una sfortuna sono, in ordine, i giovani fino a 34 anni (il 39,4% dei 25-34enni e il 37,1% dei 18-24enni), seguiti dal 36,6% di coloro la cui età varia dai 45 ai 64 anni, dal 32% di chi ha tra i 35 e i 44 anni e infine dal 26% della popolazione di 65 anni e oltre.

Libertà di opinione e tradizione artistico-culturale fanno dell’Italia un Paese nel quale vivere bene. Posti di fronte ad una serie di indicatori che illustrano i punti di forza della Penisola, il 26,8% degli italiani considera la libertà di opinione e di espressione quale fortuna principale del nostro Paese. La seconda fortuna sarebbe poi la tradizione artistico-culturale per cui il Paese è noto (20,8%). In terza posizione il clima mediterraneo (17,3%) e le bellezze naturali (16,6%). La simpatia della gente (6%) e la buona cucina (5,8%) occupano il quinto e il sesto posto di questa graduatoria. Ultima posizione per il benessere economico (3,1%).

Precarietà, mancanza di senso civico e corruzione i mali dell’Italia. Il 29,1% indica come motivi per i quali è una sfortuna vivere in Italia la precarietà lavorativa, il 20,6% riscontra una mancanza di senso civico, il 19,1% giudica troppo pesante il livello di corruzione, il 15,2% attribuisce la colpa alla classe politica, l’8,6 alle condizioni economiche generali, il 3,9% sostiene che il tasso di criminalità sia troppo elevato e l’1,3% giudica inaccettabili le prestazioni di welfare.

Quattro italiani su dieci si trasferirebbero all’estero. La possibilità di andare a vivere in un altro paese viene accolta dal 40,6% degli intervistati. Era 37,8 la percentuale di coloro che nel 2006 si dicevano favorevoli a cambiare paese. La variazione più interessante riguarda però coloro che affermano di voler continuare a vivere in Italia, passati dal 58% del 2006 al 47,7% (-10,3%) e soprattutto gli indecisi, passati dal 4,2% all’11,7% (+7,5%). Disposti a cambire paese sono soprattutto gli uomini (42,9% contro il 38,4% delle donne). e i giovani tra i 25-34 anni (50,9%).

Francia, Usa e Spagna i paese più gettonati per “rifarsi un vita”. Se proprio dovessero lasciare la Penisola, la maggior parte degli italiani (16,5%) andrebbe in Francia, negli Stati Uniti (16,1%), in Spagna (14,3%), in Inghilterra (11,9%) e in Germania (10,1%), mète da sempre preferite dai connazionali emigranti. A seguire, tra i paesi preferiti troviamo la Svizzera (7%), l’Australia (4,8%), la Svezia (3,2%), Canada e Olanda (1,7%), Brasile, Danimarca e Sud America (1,5%), Norvegia (1,4%) e Africa (1,1%). Operando un confronto tra le mète indicate nel 2006 e nel 2011 è diminuita l’attrazione verso paesi quali l’Austria (-1,9%), la Svizzera (-0,8%), il Nord Europa (-0,7%) e l’Africa (-0,3%). Le maggiori adesioni riguardano: Germania (+6,4%) e Stati Uniti d’America (+8,8%). Tra i migliori paesi in cui trasferirsi fa capolino la Francia con un +4,5%. L’Inghilterra fa registrare un +2,9%, seguita dal +2,6% dell’Australia, dalla Svezia (+2,2%) mentre invariato resta il fascino dei nostri concittadini per la Spagna (+0,1%). Tra le motivazioni che spingerebbero gli italiani a preferire un altro paese dove vivere sono indicate al primo posto le maggiori opportunità di lavoro (35,7%), seguite, a più di 20 punti di differenza, dalle maggiori opportunità per i figli (12,7%). Seguono poi una maggiore sicurezza (9,1%), un clima politico migliore (7,8%), maggiore libertà di opinione e di espressione (7,5%), il costo minore della vita (7,5%), un clima culturale più vivace (6,9%), semplice curiosità (5,6%) e un maggior contatto con la natura (4,3%).

 

Cultura della salute e testamento biologico

 

SSN: soddisfatto solo il 35,8% degli italiani. Il livello di soddisfazione che gli italiani esprimono nei confronti dei servizi offerti dal nostro Sistema sanitario risulta scarso, considerando che a rispondere di essere poco soddisfatto è il 44,3% del campione e che il 17,1% dichiara di non esserlo affatto (il parere negativo si attesta dunque complessivamente al 61,4%). Il grado di soddisfazione si attesta invece al 35,8% (31,9% abbastanza e 3,9% molto soddisfatto). Rispetto all’anno appena trascorso il livello di insoddisfazione dei cittadini è cresciuto, si dice infatti per nulla e poco soddisfatto il 4,3% e lo 0,8% in più di persone (che fa registrare un +5,1% in un anno tra le fila degli scontenti), mentre al contrario si assottiglia la percentuale di quanti si dicono abbastanza e molto soddisfatti, comportando un -5,3% nel primo caso e un -0,6% nel secondo, che fa diminuire il livello di soddisfazione del 5,9% rispetto allo scorso anno. Maggiore soddisfazione per il nostro sistema sanitario si registra nel Centro (41,3%), seguito da Nord-Ovest (39,1%), Nord-Est (38,6%), Isole (26,4%) e Sud (26,3%). esprimono malcontento il 71,2% degli abitanti delle Isole, il 70,7% del Sud, il 58,5% del Nord-Est, il 58,2% del Nord-Ovest e il 55,6% del Centro.

L’assistenza ospedaliera peggiora. In merito all’assistenza ospedaliera si reputa poco e affatto soddisfatto il 40,9% e il 15,1% dei cittadini (per un totale del 56%), contro il 37,2% e il 4,8% di chi si dice abbastanza e molto soddisfatto (per un totale del 42%). Il confronto con l’anno 2010 mostra un aumento del grado di insoddisfazione dell’8,1% e una diminuzione del 6,6% circa.

Tempi di attesa intollerabili. Coloro che si ritengono abbastanza soddisfatti dei tempi di attesa necessari a risolvere i loro bisogni ospedalieri sono il 12,5%, cui si aggiunge un 5,4% di quanti dichiarano di essere estremamente soddisfatti, per un totale di pareri positivi che si attesta a quota 17,9%. A lamentare una totale insoddisfazione è invece il 44,9% degli intervistati, seguiti da un 34,5% che si dice essere poco soddisfatto, facendo registrare un totale che sfiora i quattro quinti degli italiani (79,4%). Considerando che la situazione disegnata nel 2010 esprimeva già delle condizioni pessime (il 74,5% si era detto insoddisfatto contro il 21,3% che svelava il contrario), il peggioramento registrato fa segnare un +4,9% tra coloro che criticano l’eccessiva lunghezza dei tempi di attesa all’interno degli ospedali presenti sul territorio e un -3,4% tra quanti invece non esprimono lamentele al riguardo.

Strutture ospedaliere: carenti per due terzi dei cittadini. La qualità delle strutture ospedaliere risulta insufficiente per i due terzi del campione: non si ritiene infatti soddisfatto il 66,1% (45,3% poco, 20,8% per niente) contro il 31,8% che esprime gradimento (29,6% abbastanza, 2,2% molto). Rispetto al 2010 il sentimento di apprezzamento sui requisiti che un ospedale dovrebbe avere passa dal 39,2% al 31,8% (-7,4%), quello di insoddisfazione cresce dell’8,5% (dal 57,6% del 2010 al 66,1%).

Nonostante la carenza di strutture e servizi, largamente apprezzata la competenza di medici e infermieri. L’opinione sulla competenza del personale medico fa registrare il primo dato positivo: sono infatti il 64,2% i cittadini che si dichiarano abbastanza (52,1%) e molto (12,1%) soddisfatti della preparazione dei medici, valore che tuttavia si attestava nel 2010 al 71,6%, facendo registrare un calo del 7,4%. I critici sono invece il 33% che, se messi a paragone con lo scorso anno (24,8%), mostrano come il dato sia cresciuto. Un altro dato positivo riguarda la valutazione relativa alla professionalità del personale infermieristico: il 60,2% esprime infatti gradimento verso la categoria e il suo operato, contro il 37,5% di quanti si dicono insoddisfatti. Rispetto all’anno passato la situazione è stabile: è diminuito il gradimento soltanto dello 0,2% ed è aumentato il malcontento dell’1,3%.

Ticket troppo esosi per 6 cittadini su 10. Anche per quanto riguarda il costo dei ticket, rispetto al 2010, cresce del 5,2% il malcontento e diminuisce del 5,4% la percentuale di pareri positivi. Nel 2011, infatti, l’insoddisfazione raccoglie il 60,3% delle indicazioni, contro il 33,7% di chi ritiene tutto sommato questo costo equo. In linea con i risultati ottenuti sulla rilevazione del 2010, interrogati sulla responsabilità dei casi di malasanità avvenuti all’interno di alcuni ospedali pubblici italiani, il 18,4% ne fa risalire la causa alle carenze strutturali degli ospedali pubblici, quali il mancato rispetto delle norme igieniche e il sovraffollamento, il 14,5% sostiene che il problema principale sia costituito dai medici, il 12,5% imputa la responsabilità ai tagli alla sanità, il 3,9% ritiene che i colpevoli siano gli infermieri, mentre la maggior parte, il 47%, sostiene che a dar vita ai casi di malasanità sia l’insieme congiunto dei fattori citati. Quel 10,7% che segna la distanza tra la risposta “all’insieme di tutti questi fattori” nel 2010 e nel 2011 si distribuisce, nei risultati di quest’anno, in maniera abbastanza equa tra tutte le altre possibilità di risposta fornite dagli intervistati.

Per cure o interventi gli ospedali pubblici, ma cresce il gradimento per i privati. Per usufruire di cure specialistiche o affrontare interventi chirurgici, gli italiani preferiscono affidarsi, nel 41,4% dei casi, alle strutture ospedaliere pubbliche, mentre si attestano su livelli simili coloro che preferiscono rivolgersi agli ospedali privati (26,1%) e quanti invece, pur volendo optare per i privati, che rappresentano la loro prima scelta, sono costretti a ripiegare sul servizio pubblico a causa dei costi troppo elevati (24,2%). Questa categoria è aumentata del 3,8% rispetto all’anno precedente, così come chi predilige le cure e i servizi erogati dalle cliniche private ha fatto registrare un aumento del 3,3%. In drastico calo rispetto al 2010 invece (-10,1%) le preferenze accordate alle strutture sanitarie pubbliche.

In estrema sintesi. Il livello di insoddisfazione generale è molto alto e coinvolge più del 60% (61,4%) della popolazione, con picchi negativi che superano il 70% nel Meridione. Le lamentele maggiori riguardano i tempi di attesa negli ospedali (79,4%), seguiti dalla scarsa qualità delle strutture ospedaliere (66,1%), il costo del ticket (60,3%) e l’assistenza ospedaliera (56%). Una lancia viene spezzata solamente quando ad essere chiamata in causa è la professionalità degli addetti ai lavori, medici e infermieri, che fanno registrare rispettivamente un indice di gradimento che si attesta a quota 64,2% per i primi e 60,2% per i secondi.

A proposito dei casi di malasanità che interessano alcuni ospedali, ad essere tirati in ballo sono per quasi la metà del campione (47%) un insieme di fattori, dalle norme igieniche al sovraffollamento, dai medici ai tagli alla sanità, agli infermieri. E a conferma della scarsa fiducia accordata agli ospedali italiani diminuisce del 10,1% rispetto al 2010 la preferenza accordata alle strutture pubbliche piuttosto che alle cliniche private.

Eutanasia: si sta innescando un’inversione di tendenza? I due terzi del campione intervistato (66,2%) si dice favorevole alla pratica dell’eutanasia, facendo registrare un -1,2% rispetto al 2010, in cui era il 67,4% a schierarsi in favore della pratica, un -1,8% rispetto ai dati raccolti nel 2007 (68%) e un +6,7% rispetto al 2004. Rispetto al 2010 aumenta nel 2011 la quota dei contrari passando dal 21,7% al 24,2%. Allo stesso tempo diminuiscono gli indecisi (dal 10,9% al 9,6%). A rispondere di essere favorevole alla possibilità di concludere la vita di un’altra persona, dietro sua richiesta, ricorrendo alla pratica dell’eutanasia è il 67,9% degli uomini, contro il 64,6% delle donne, mentre, invece, queste ultime si dicono contrarie nel 26% dei casi, contro il 22,3% degli uomini che fanno la stessa dichiarazione (con una differenza del 3,7%). Tra i favorevoli all’eutanasia il 75,3% appartiene alla classe d’età dei 18-24enni, il 70,9% a chi ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni, il 67,5% agli adulti che hanno un’età che va dai 35 ai 44 anni, il 67,7% ai 45-64enni e il 53,7% a chi ha 65 anni e oltre. L’appartenenza politica fa registrare un picco dell’82% di favorevoli alla pratica della “buona morte” a sinistra e soltanto l’11,7% dei contrari. Chi non si riconosce in alcuna posizione politica afferma di essere d’accordo per il 69,6% e contrario per il 19,4%. I votanti di destra fanno registrare un 66% a favore e un 27,7% contro l’eutanasia. Tra i militanti del centro-sinistra il 63,1% si dice favorevole e il 26,7% contrario. Nelle fila del centro ritroviamo un 57,9% di favorevoli e un 31,6% di contrari e infine tra coloro che si riconoscono nel centro-destra, il 54,5% dichiara la propria aderenza allo spirito che si cela dietro la pratica e il 37,2% si tiene invece su posizioni opposte.

Il 48,6% degli italiani pensa che l’eutanasia venga praticata ugualmente negli ospedali. Mentre nel 2007 di fronte alla domanda “secondo lei negli ospedali pubblici viene praticata di nascosto l’eutanasia per i casi irrisolvibili anche se la legge non lo consente?” quasi la metà del campione (47,3%) non riusciva a dare una risposta netta a favore del sì o del no, con il passare degli anni i dubbi vanno diminuendo, interessando il 25,4% degli intervistati nel 2010 e il 21,4% nel 2011. Se nel 2007 a rispondere “sì” è stato il 26,3% degli italiani, nel 2010 tale percentuale è salita al 45,2% (+18,9%) e ancora al 48,6% nell’anno in corso (+22,3% rispetto al 2004 e +3,4% rispetto al 2010). Minori variazioni ha subìto invece la percentuale di quanti ritengono che non venga praticata in sordina all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche: erano il 26,4% nel 2004, il 29,4% nel 2010 e sono oggi il 30%. Nonostante l’opinione diffusa che l’eutanasia venga praticata illegalmente negli ospedali, la maggior parte degli intervistati afferma di non essere mai venuti a conoscenza di episodi di eutanasia praticata di nascosto da parte di familiari, amici o conoscenti: essi rappresentavano l’87,4% nel 2007, il 91,4% nel 2010 (+5%) e l’82,4% nel 2011. Al contrario, il 5,9% nel 2007, il 7,7% nel 2010 e il 7,4% di quest’anno hanno risposto affermativamente.

Testamento biologico: la libertà di scegliere. A proposito di una legge che istituisca in Italia il testamento biologico, già nel 2007 si diceva favorevole il 74,7% degli italiani (contro il 15% dei contrari), diventati l’81,4% nel 2010 (contro il 10,9% dei non favorevoli). I dati di quest’anno dimostrano però un’inversione di tendenza, dal momento che rispetto all’anno precedente coloro che si dicono favorevoli al testamento biologico sono diventati il 77,2%, facendo registrare un calo del 4,2%, mentre sono aumentati al 14,2%, il 3,3% in più nel giro di un anno, coloro che si schierano contro la sua istituzione a mezzo di un’apposita legge. La maggior parte di coloro che sono favorevoli al testamento biologico appartiene alla sinistra (87,5% contro il 7,8% dei contrari), seguiti da chi non ha alcuna appartenenza politica (80,1%), da quanti si riconoscono nei valori del centro-destra (76%), del centro-sinistra (75,6%) e del centro (64,9%). Nel caso fosse introdotto il testamento biologico, secondo l’opinione del 72,8% degli italiani, il medico non potrebbe ignorare la volontà in esso espressa, solo il 14,8% (13,9% nel 2010) ritiene invece che il medico potrebbe agire in maniera difforme dalla richiesta espressa dal paziente. Ad avere dato una risposta negativa è stato il 74,5% degli intervistati nel 2010, diventati il 72,8% nel 2011 (-1,7%), mentre a rispondere affermativamente è stato il 13,9% nel 2010, diventato il 14,8% nel 2011 (0,9%).

 

Casalinghi disperati, tra vecchi stereotipi e nuove responsabilità

 

Nel sondaggio realizzato quest’anno l’Eurispes ha deciso di indagare come siano cambiati il ruolo dell’uomo e della donna all’interno della famiglia e nella gestione delle incombenze domestiche. Per fare questo sono state individuate una serie di domande poste esclusivamente ad un campione maschile.

Pianeta donna chiama pianeta uomo: s.o.s. domestico. Sono il 36,2% gli uomini che dichiarano di avere compagne che chiedono loro aiuto, sempre o spesso, per le faccende domestiche. Molto alta la percentuale di coloro che sono invitati a dare una mano in casa solo qualche volta (49,3%). Solo al 14,5% non viene mai chiesto aiuto. La classe d’età influisce considerevolmente sulla frequenza con cui le donne italiane inviano s.o.s. d’aiuto ai loro uomini. I numerosi impegni quotidiani comportano un aumento di richieste di sostegno nelle faccende domestiche, agli uomini che hanno tra i 25 e i 44 anni. Complessivamente l’81,9% di essi afferma di essere interpellato in tal senso, spesso e sempre, dalle compagne (25-34enni: 46%, di cui spesso: 28,4%, sempre: 17,6%; 35-44enni: 35,9% di cui spesso: 24,7%, sempre: 11,2%).

I compiti in casa. Un compito di cui spesso (35,6%) o sempre (25,8%) gli uomini italiani si fanno carico tra le mura domestiche è quello di raccogliere il sacchetto dei rifiuti e portarlo fuori. Quando si tratta di mettersi a tavola una percentuale pari al 53,2% sostiene di occuparsi frequentemente di stendere la tovaglia e distribuire le stoviglie (spesso: 39,6%; sempre: 13,6%), mentre un buon 32,9% prova a cimentarsi ai fornelli, anche se solo per il 7,9% del campione si tratta di un’abitudine fissa. Leggermente inferiore appare la percentuale di coloro che, dopo il pranzo e la cena, sono disposti ad indossare grembiule e guanti e lavare i piatti (31,7% – spesso: 24%; sempre: 7,7%). Andare al supermercato per fare la spesa rientra tra quelle attività che gli uomini italici fanno con piacere (46,8%).

Ordine e igiene, no grazie. Il “sesso forte” sembra invece essere meno propenso a rimboccarsi le maniche quando si tratta di occuparsi delle faccende domestiche che hanno a che fare con ordine e igiene: solo il 23,7% sostiene di dedicarsi spesso (15,6%) o sempre (8,1%) alle pulizie, sebbene il 27,5% di essi dichiari di riassettare gli ambienti mettendo in ordine la casa (spesso: 20,3%; sempre: 7,2%). Più alta è la frequenza che testimonia l’impegno profuso dagli uomini nel rifare il letto (33,2% – spesso: 18,6%; sempre: 14,6%).

L’autopoiesi dei panni nell’armadio: il miracolo che gli uomini non sanno spiegarsi. Altro punto nevralgico delle mansioni domestiche è il bucato. Qui, l’esperienza insegna che il maschio dà il meglio di sé, esprimendo al massimo le sue capacità artistiche che, attraverso sapienti alchimie, arrivano a creare un complesso caleidoscopio di colori. Lenzuola bianche che diventano rosa, calzini blu che si trasformano in un tenue azzurrino, camicie che, dopo la centrifuga, ricompaiono in una tonalità del tutto nuova. Dal momento che il disastro è assicurato, non sorprende che sia solo il 19,4% degli uomini ad occuparsi abitualmente di fare la lavatrice (spesso: 11,9%; sempre: 7,5%). Tasto ancora più dolente è la sapiente arte dello “stiro” nella quale appena il 12,8% dichiara di essere un esperto.

Riparazioni: il punto forte. Ma c’è una mansione, tra tutti compiti domestici proposti agli intervistati, in cui gli uomini dicono di andare davvero forte: le riparazioni. Per questo item di risposta le percentuali salgono infatti al 50,5% tra coloro che assolvono tale incombenza spesso (25%) o sempre (25,5%).

Aria di cambiamento. Nell’immaginario comune vi sono alcuni compiti abitualmente svolti dalla donna. I cambiamenti intervenuti nella società, l’emancipazione della figura femminile, il suo ingresso nel mercato del lavoro hanno contribuito alla diffusione di nuovi schemi organizzativi della vita domestica che includono sempre più di frequente l’universo maschile, anche in quelle attività che un tempo spettavano unicamente alla donna. A conferma di quanto detto ci conforta il punto di vista degli intervistati i quali, nel 96,6% dei casi, affermano che gli uomini non avrebbero alcun problema a cimentarsi con pentole e mestoli. E, dunque, secondo la convinzione del 74,8% del campione, gli uomini lo farebbero con assoluta naturalezza, mentre secondo il 21,8% nel caso in cui fosse necessario per andare incontro ai bisogni organizzativi della famiglia.

Il contributo che può dare il compagno alla neo-mamma diventa, in alcuni momenti, indispensabile. Dai compiti più banali, come cambiare il pannolino al piccolo – considerato del tutto normale nel giudizio del 70% degli intervistati (e necessario dal 24,3%) – a quelli più impegnativi, come accudire il figlio se si ammala, mansione per la quale si esprime favorevolmente il 94,8% degli intervistati, considerandola del tutto normale: 58,7% o necessaria: 36,1%. Qualche reticenza persiste per quanto riguarda stirare, attività ritenuta inopportuna nel giudizio del 14,4% del campione, contro un complessivo e confortante 85,6% che la considera normale (40,8%) o a volte necessaria (44,8%) e pulire la casa, azione giudicata un compito fuori luogo per un uomo dall’11,7% del campione. Così, alla domanda relativa alla possibilità di ripartire equamente i compiti che riguardano la cura dei figli, la maggioranza si dichiara abbastanza (34,2%) o molto (51,4%) pronto a farsi carico di tutti i doveri ad essa connessi. Inoltre, buona parte, il 45,8% in totale, considera che la donna non dovrebbe mai rinunciare alla sua crescita professionale, neppure quando ha dei figli. Sebbene il 62,3% del campione sostenga che vi siano faccende domestiche per le quali le donne sono più portate, una percentuale superiore di uomini ritiene che, in realtà, non esistano compiti che un uomo non possa compiere bene quanto una donna nella cura della casa. Infatti, questa posizione è condivisa abbastanza (39,1%) e molto (27,7%) dal 66,8% degli intervistati. Da qui, probabilmente, consegue anche la convinzione di quanti (73,3%, di cui abbastanza: 43,3%; molto: 30%) sono convinti che sia giusto che l’uomo contribuisca attivamente e a vario titolo alla gestione domestica. Per contro, appare minoritaria la percentuale di coloro che restano persuasi del fatto che la cura della casa sia un compito che spetta esclusivamente alla donna: il 40,3% condivide abbastanza (27,2%) e molto (13,1%) questa affermazione. Tra i compiti che l’uomo concepisce principalmente come suoi doveri vi è quello di sostenere economicamente la sua famiglia. Portare il pane a casa infatti è abbastanza (33,2%) e molto (21,5%) importante per il 54,7% del campione. Tuttavia, in caso di separazione, il 74,3% degli intervistati trova giusto che anche la donna versi gli alimenti all’ex marito se questi non è in grado di mantenersi (abbastanza d’accordo: 28,7%; molto d’accordo: 45,6%).

I casalinghi rassegnati: tra cambiamenti di mentalità e di vita domestica. L’85,4% degli uomini ha maturato l’idea che l’educazione e la cura dei figli sono ormai compiti che vengono svolti attivamente anche dai padri, così come l’81,2% sostiene che sempre più di frequente il cosiddetto sesso forte si occupi senza imbarazzo delle faccende domestiche, le quali, secondo il 67,3%, sono distribuite equamente in funzione delle necessità contingenti. Tuttavia, nonostante l’aiuto che in molti danno in casa, il 71,5% ammette che, nella realtà dei fatti, sono ancora le donne a svolgere il grosso delle mansioni inerenti alla gestione della famiglia. Infine, il 40,1% degli uomini ritiene che buona parte dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nell’ambito casalingo dipendano dal fatto che la donna ha deciso di “appendere al chiodo” canovaccio e pentolame.

 

Odi et amo: il tormento degli “assassini domestici”

 

«Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così e mi tormento» (Catullo, carme 85). In tre parole, le prime, si racchiude il paradosso. Due sentimenti, contrapposti ma coesistenti, l’amore e l’odio. Ed è in questo folle tormento, forse, che si scatena in chi più ci ama e ci sta vicino, una forza distruttrice forte quanto forte è l’amore che l’ha prodotta.

Con “omicidi domestici”, vengono definiti gli omicidi perpetrati tra individui legati da relazioni familiari, amicali, affettive o di conoscenza amicale. Tra questi, sono da distinguere i cosiddetti “omicidi familiari” che coinvolgono soggetti uniti da legami familiari più stretti come coniugi o conviventi, genitori, figli, fratelli e altri parenti e quelli “di relazione” nei quali il rapporto tra “carnefice” e “vittima”, seppure non fondato su “legami di sangue” o “vincoli coniugali”, si instaura attraverso una “relazione” che può essere di tipo affettivo/amoroso, amicale o di semplice conoscenza. Vengono considerati, quindi, tra gli “omicidi di relazione” quelli avvenuti tra fidanzati, amanti, rivali, spasimanti, ma anche tra ex coniugi o ex conviventi, ex fidanzati, tra amici e tra persone coinvolte nella vita relazionale dei soggetti “protagonisti” di un omicidio (suocera/suocero, genero/nuora, etc.).

Omicidi in famiglia: circa 10 al mese tra il 2009 e il 2010. Il campione analizzato dall’Eurispes è stato costruito grazie ad un’analisi e una selezione di articoli di cronaca, estrapolati dai più importanti quotidiani a diffusione nazionale negli anni 2009 e 2010 (Centro documentazione dell’Eurispes, 2009-2010). Nel biennio 2009-2010, in Italia, si sono registrati 235 omicidi domestici (122 nel 2009 e 113 nel 2010). In entrambi gli anni, la maggior parte di questi, vedeva coinvolti soggetti appartenenti alla medesima cerchia familiare (97 omicidi nel 2009 e 81 nel 2010). I cosiddetti “omicidi di relazione”, invece, sono stati in tutto 57 (25 nel 2009 e 32 nel 2010). Su 235 omicidi avvenuti nel biennio 2009-2010, quasi la metà degli omicidi domestici sono stati commessi nel Nord (52,5% nel 2009 e 47,8% nel 2010). Al Centro se ne sono registrati il 21,3% nel 2009 e il 18,6% nel 2010 mentre a Sud e nelle Isole gli omicidi domestici sono stati il 26,2% e il 33,6% rispettivamente nel 2009 e nel 2010.

Autori (uomini) e vittime (donne). La maggior parte degli autori di omicidi domestici, nel biennio 2009-2010, erano maschi (85,7% nel 2009 e 84,9% nel 2010) e su 126 autori di omicidi il 34,1% erano coniugi o conviventi (mariti o compagni), l’11,1% erano padri, il 7,9% erano figli, il 7,2% erano altri parenti (nonni, zii, cugini, etc.) e il 4,8% erano fratelli. Sempre nello stesso anno, le donne che avevano commesso un omicidio, nella cerchia familiare, erano nella maggior parte dei casi madri (8,7%) o figlie (3,2%). Pochi i casi emersi di mogli, sorelle o altri parenti (0,8% in tutti e tre i casi) autrici di omicidi.

Nel 2009, sono per la maggior parte fidanzati, amanti, rivali o spasimanti a commettere omicidi (6,3% in entrambi i casi). Nel 2010, invece, sono gli “ex” (coniugi o conviventi, ma anche fidanzati o amanti) i maggiori responsabili di uccisioni (11,8% ex fidanzati/amanti e 6,7% ex coniugi/conviventi).

Le donne sono le vittime sacrificali, forse perché più deboli o peggio perché non più disposte ad accettare soprusi e angherie. Sono state il 70,5% le donne uccise nel 2009 e il 62,8% quelle che hanno perso la vita (per mano di un omicida maschio nell’84,9% dei casi) nel 2010, tra le mura “domestiche”. Tra queste, la maggior parte erano mogli o conviventi (34,4% nel 2009 e 20,3% nel 2010). Tra il 2009 e il 2010, la percentuale di figlie uccise scende dall’8,2% del totale degli omicidi domestici al 2,7% mentre aumenta la percentuale di vittime madri (dal 6,5% all’8,8%) e zie, cugine, nonne (da 3,3% all’11,5%) ma anche di fidanzate, amanti, rivali o spasimanti (dal 5,7% al 6,2%) e di ex fidanzate o ex amanti (dal 3,3% al  9,7%)

Considerando i maschi vittime di omicidi (29,5% nel 2009 e 37,2% nel 2010), se nel 2009, questi erano per lo più figli (12,3%), seguiti dai padri (4,9%) e dagli altri parenti maschi (4,1%), nel 2010, invece, erano i padri (10,6%) i principali bersagli della furia omicida, seguiti dai figli (9,7%), dagli ex coniugi o conviventi (7,1%) e dai mariti o conviventi (4,4%).

Analizzando l’età degli autori e delle vittime coinvolte negli omicidi domestici emerge che i minori (fascia d’età 0-17 anni) sono principalmente “vittime” (17,2% nel 2009 e 12,4% nel 2010); infatti, solo nel 2,6% degli omicidi domestici, registrati nel 2010, era stato ritenuto colpevole un minorenne. Considerando, invece, la fascia d’età immediatamente successiva, rappresentata da giovani tra i 18 e i 24 anni si osserva come questi, nel biennio 2009-2010 siano stati – seppure in percentuale minore nel 2010 rispetto al 2009 – più “autori” (14,3% nel 2009 e 7,6% nel 2010) che “vittime” (10% nel 2009 e 2,7% nel 2010). Anche i 25-34enni, sono nella maggior parte dei casi più “autori” (9,5% nel 2009 e 16% nel 2010) che “vittime” (7,4% nel 2009 e 14,1% nel 2010), anche se, rispetto a quanto accadeva nella fascia d’età precedente, sono in aumento nel 2010 rispetto al 2009. Nelle fasce d’età più “mature”, quelle dei 35-44enni e dei 45-64enni si conta, in media, il maggior numero di “autori” (30,6% nel 2009 e 29% nel 2010) mentre le “vittime” sono, nel maggior numero dei casi anziane (il 25,1% in media delle vittime dai 65 anni in su), 35-44enni (il 21,3% in media) e 46-64enni (il 20% in media). Da non sottovalutare, inoltre, il discreto numero di anziani che vengono accusati di omicidio “domestico” (il 15,9% nel 2009 e il 9,2% nel 2010).

Genitori e figli. Tra gli omicidi più efferati, il figlicidio e il genitoricidio sono senz’altro quelli più difficili da comprendere. A parte le note patologie psicologiche, le altre motivazioni di questo genere di omicidio sono la disperazione all’impossibilità di curare una malattia grave di un figlio o di un genitore anziano e sofferente o problemi legati all’affidamento dei figli. Nel biennio 2009-2010, sono risultati 39 i figlicidi (25 nel 2009 e 14 nel 2010). Di questi, nel 2009, 14 erano stati perpetrati da padri, 11 da madri. Nel 2010, invece, 4 erano stati compiuti da padri e 10 da madri. Nel complesso, la maggior parte dei figli uccisi dai genitori sono stati maschi (15 vs 10, nel 2009 e 11 vs 3, nel 2010), mentre le madri sono state quelle che hanno ucciso più figli rispetto ai padri (21 vs 18). Per quanto riguarda i genitoricidi, ad essere stati uccisi per mano dei propri figli sono stati, nella maggior parte dei casi i padri (6, nel 2009 e 14, nel 2010). I matricidi, invece, sono stati 8 nel 2009 e 10 nel 2010. I figli maschi (30), rispetto alle femmine (8), sono quelli che hanno commesso più parricidi (16 figli vs 4 figlie e 14 figli vs 4 figlie).

Gli infanticidi: uno ogni 20 giorni nel 2010. Stando ai dati ufficiali emerge che il numero di infanticidi nel 2008 è stato pari a 4. Dai dati del Centro documentazione dell’Eurispes emerge un incremento del numero di infanticidi, che aumentano da 11 nel 2009 a 18 nel 2010. Si è passati quindi da un infanticidio ogni novantuno giorni nel 2008, ad uno ogni trentatré giorni circa nel 2009, per giungere a uno ogni venti giorni circa nel 2010.

Ti amo… da morire. Sempre nell’indagine effettuata dall’Eurispes nell’ambito degli omicidi tra “innamorati” o comunque tra individui con legame di natura affettiva/sessuale, abbiamo osservato come l’autore di questi omicidi è quasi sempre un uomo (85,7% nel 2009 e 84,9% nel 2010) il cui sentimento nei confronti della sua “amata” è spesso nient’altro che un mero desiderio di possesso.

Nel biennio 2009-2010, tali omicidi sono stati 103, il 44% circa di quelli totali. La maggior parte di essi è avvenuta a Nord-Ovest (27,2%), seguito dal Centro (23,3%), dal Sud (18,4%), dal Nord-Est (17,5%) e dalle Isole (13,6%). Gli autori sono stati principalmente mariti o conviventi (63,1%), ma anche fidanzati/ex amanti (15,5%), fidanzati, amanti, rivali o spasimanti (13,6%) e ex coniugi o ex conviventi (7,8%). Tra questi, il 32% si è suicidato subito dopo aver commesso l’omicidio e il 15,6% ha tentato di togliersi la vita.

 

L’Indice di rischio usura: una mappa dell’Italia

 

Eurispes: l’Indice di Rischio Usura. L’IRU si fonda sull’analisi di quelle variabili di contesto socio-economico che si ritiene possano influenzare il grado di vulnerabilità e/o permeabilità di un territorio rispetto all’usura: quadro economico (Pil, disoccupazione); sistema bancario (protesti, sofferenze, interessi sui prestiti, valore del credito al consumo, sportelli bancari, banche cooperative e popolari, clienti home e corporate banking, comuni serviti da banche); tessuto imprenditoriale (imprese individuali, imprese cessate e iscritte); criminalità: (reati di estorsione, reati per associazioni a delinquere). I dati ufficiali relativi a ciascuna variabile di contesto sono stati successivamente rapportati a grandezze che ne consentissero il confronto a livello provinciale. L’IRU è stato, infine, calcolato come combinazione lineare degli indicatori di contesto socio-economico, opportunamente indicizzati e con “pesi” diversi in funzione della loro correlazione con la variabile ottenuta rapportando il numero di reati di usura al totale dei reati denunciati. L’Indice così ottenuto assume valori compresi tra 0 e 100 (in funzione crescente del grado di vulnerabilità del territorio), successivamente aggregati in cinque classi di rischio usura.

Principali risultati. Il 36,8% delle province con un Indice di rischio usura classificato come “medio” (valore IRU 40-60) è localizzato nelle regioni del Mezzogiorno; stessa percentuale di province nel Centro Italia, mentre le province del Nord-Ovest rappresentano il 26,3% del totale. Alla classe di rischio “basso” (valore IRU 20-40) appartengono prevalentemente le province del Nord-Ovest e Centro Italia (in entrambi i casi il 38,9% del totale), seguite da quelle del Nord-Est (22,2% del totale). Alla classe di rischio “molto basso” (valore IRU 0-20) appartengono esclusivamente province del Nord Italia, con una preponderanza assoluta del Nord-Est sul Nord-Ovest (rispettivamente 73,7% e 26,3% del totale). La maggiore vulnerabilità del Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia – tutte le province del Sud e delle Isole appartengono alle classi di rischio usura “alto” (valore IRU 80-100) e “medio” (valore IRU 60-80) – trae origine dalla persistenza, a livello regionale e provinciale, di talune condizioni che si ritiene favoriscano il diffondersi del fenomeno dell’usura, tra cui: elevato tasso di disoccupazione; Pil pro capite inferiore rispetto alla media nazionale; diffusione della criminalità; crescenti difficoltà economiche di famiglie e imprese (protesti, sofferenze, cessazioni di impresa); minore presenza di banche sul territorio; difficoltà di accesso al credito. In particolare, suddividendo gli indicatori di contesto provinciale in quattro settori di riferimento e calcolando per ciascuno di essi valori Indice intermedi, è possibile rilevare come i differenziali, a livello di area geografica di appartenenza, sono particolarmente accentuati in riferimento al quadro economico/occupazionale e, più in generale, nel confronto tra le province del Sud e quelle del Nord-Est.

La Calabria e la Campania sono le regioni con il più alto Indice IRU medio provinciale (rispettivamente 89,5 e 81,3) e appartengono entrambe alla classe di rischio “molto alto” (IRU 80-100). Nella classe di rischio “alto” (IRU 60-80) tutte le regioni appartengono al Sud (con valori IRU medi provinciali compresi tra il 68,1 della Puglia e il 79,9 della Basilicata) e alle Isole (valore IRU medio provinciale pari al 61,2 in Sardegna e al 69,2 in Sicilia). Al ridursi della classe di rischio usura aumenta la presenza di regioni del Nord Italia, in cui i valori medi provinciali rilevano: un rischio “basso” (IRU 20-40) in Piemonte (37,8), Valle d’Aosta (27,9), Friuli Venezia Giulia (24,7) e Veneto (20,5); un rischio “molto basso” (IRU 0-20) in Lombardia (19,9), Emilia Romagna (15,6) e Trentino Alto Adige (0,1).

Il rischio nelle Province. La classifica rileva la presenza della totalità delle province della Calabria (ad eccezione di Catanzaro, IRU 76,8) nella classe di rischio “molto-alto”, con valori Indice compresi tra 87,3 e 100 (rispettivamente Cosenza e Crotone). Sempre in questa classe troviamo le province di Caserta (IRU 90,8), Benevento (IRU 87,2), Avellino e Matera (IRU 82,9). Nella classe di rischio usura “alto” (IRU 60-80) si riscontra una percentuale significativa di province della Sicilia (9 su 25, 36% del totale, con valori Indice compresi tra 61,0 di Palermo e 79,9 di Enna); della Puglia (5 su 25, 20% del totale, con valori Indice compresi tra 60,1 di Bari e 73,3 di Foggia). All’estremo opposto della classifica, ovvero nella classe di rischio “molto basso” (IRU 0-20) si riscontra: la minore vulnerabilità in assoluto delle province di Trento(0) e Bolzano (0,2); la presenza di province appartenenti ad altre tre regioni, del Nord-Est (Veneto, Emilia Romagna) e del Nord-Ovest (Lombardia). In particolare, le province dell’Emilia Romagna rappresentano il 42% del totale, seguite dalle province della Lombardia e del Veneto (rispettivamente 26,3% e 21% del totale).

 

Indice di penetrazione mafiosa

 

L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare nuovi direttrici scientifiche per l’analisi delle dinamiche nelle regioni di tradizionale insediamento mafioso, anche quest’anno ha realizzato un’analisi attraverso la quale si è voluto evidenziare il grado di fragilità e di permeabilità dei territori rispetto ai tentacoli della ’ndrangheta, della camorra, della mafia e della sacra corona unita.

Obiettivo principale è stato dunque quello di fornire alcune utili indicazioni circa il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i 24 territori provinciali nelle 4 regioni maggiormente interessate. A tal fine è stato creato uno stimatore ad hoc, l’indice IPM (Indice di Penetrazione Mafiosa), in grado di offrire alcune interessanti indicazioni sui recenti sviluppi del fenomeno e le dimensioni che lo stesso sta assumendo.

È stato predisposto un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di indici che scaturiscono dalla valutazione quantitativa dei reati commessi (su base 2009) ed assimilabili alle associazioni mafiose: attentati, stragi, ricettazione, rapine (in banca, negli uffici postali, a rappresentanti di preziosi, a trasportatori di valori bancari e postali, ad automezzi pesanti trasportanti merci), estorsioni, usura, sequestri di persona a scopo estorsivo, associazione a delinquere e di tipo mafioso, riciclaggio e impiego di denaro, contrabbando, stupefacenti (produzione e traffico, spaccio, associazione per produzione o traffico di stupefacenti, associazione per spaccio di stupefacenti) e prostituzione (sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, minorile e non).

I risultati dell’IPM. Anche quest’anno, la maglia nera del territorio provinciale più permeabile ai tentacoli della criminalità organizzata spetta alla provincia di Napoli, con un punteggio pari a 66,9. A seguire, la provincia di Caserta (57,4 punti), Foggia (53,4 punti), Catania (52,7 punti) e Vibo Valentia (48,5).

Sempre ai primi dieci posti si collocano Crotone (38,3), Catanzaro (36,1), Bari (35,9), Trapani (35,6). In posizione intermedia per grado di permeabilità si trovano Siracusa (34,8), Palermo (34), Brindisi (33,5) e Messina (33,2).

Agli ultimi dieci posti, sulle 24 province considerate, Benevento (30,3), Salerno (30,1), Agrigento (27,9), Taranto (27,8), Ragusa (27,8), Avellino (27,3), Cosenza (26), Caltanissetta (25,8), Enna (24,5) e, infine, Lecce (22,4).

 

Pet live: animali domestici e dintorni

 

Per la maggioranza degli italiani, l’87,2%, quello nei confronti degli animali è un sentimento positivo: per il 35,9% si tratta di un sentimento basato sul rispetto. Il restante 12,8% si schiera su posizioni meno entusiastiche. Così, se il 7% prova indifferenza, gli altri evitano di instaurare qualsiasi tipo di rapporto con un animale perché ne hanno paura (3%) o ne sono infastiditi (2,7%). Donne (51,9%) e uomini (50,7%) mostrano di avere allo stesso modo sentimenti di affezione nei confronti degli animali. Mentre soprattutto tra gli uomini prevale un atteggiamento di rispetto nei confronti degli animali (38,7% vs 33,2%). Le donne invece ne hanno più spesso paura (4,1% vs 1,9%) o provano fastidio nei confronti degli animali (3,1% vs 2,4%).

Un amore di pet. Cani, gatti, uccelli o pesciolini che siano, accade molto spesso che essi riescano a trovare un posto da protagonisti nella vita (e nel cuore) di chi li adotta, al punto che in molti sono disposti a fare vere e proprie follie per prendersi cura di loro. Nel nostro Paese, sono il 41,7% gli italiani che hanno in casa un animale domestico. In molti casi si tratta di un unico beniamino (29,8%), ma non mancano situazioni in cui ad aver trovato una sistemazione tutt’altro che “bestiale” sono più esemplari della stessa specie o di specie diverse (11,9%). Tra quanti possiedono più di un animale domestico, le percentuali maggiori di intervistati sostengono di ospitare in casa da due (30,9%) a tre (13%) bestioline. Va tenuto presente, per contro, che più della metà del campione (58,3%) ha dichiarato di non possedere alcun animale. Prendersi cura di un animale domestico implica una serie di responsabilità e doveri quasi imprescindibili, compiti che, a ben guardare, somigliano molto a quelli che una madre adotta con il suo bambino. E in effetti il 44,2% delle donne ha adottato uno o più animali domestici (contro il 39% del sesso opposto): di esse, il 31,2% dichiara di averne in casa uno e il 13% anche più di uno. Allargare la famiglia con un pet è una tendenza riscontrata soprattutto nelle regioni del Nord-Ovest (44,5%) e del Centro (44,4%).

Cani e gatti: i preferiti dagli italiani. Il 48,4% di chi possiede un animale, ospita nella propria casa un cane, mentre nel 33,4% dei casi la cuccia è occupata da un gatto. I pesci o le tartarughe, come animali da compagnia, sono indicati nel 4,9% e nel 4,7% dei casi. Volatili (4,1%), conigli (2,1%), criceti (1,6%) e rettili (0,8%) sono molto meno presenti nelle case degli amanti degli animali. Molto spesso chi decide di adottare un cucciolo finisce per considerarlo parte integrante della propria esistenza, trasferendo su di esso bisogni e aspettative personali. Ciò accade soprattutto quando la presenza di un animale in casa costituisce una vera e propria compagnia (41,7%) ed avere qualcuno a cui rivolgere attenzioni e cure amorevoli (18,5%). Ne consegue che, in molti casi, questo rapporto finisce per essere considerato un legame simile ad un’amicizia (31,3%) del quale non si può fare a meno. Più contenuta è la tendenza a decidere di avere un animale per difendere i propri confini domestici (5,3%). Per pochi, fortunatamente, il proprio animale rappresenta solo qualcuno che deve obbedire (0,9%).

Senza risparmio: dalla pappa all’occorrente per renderlo glamour. L’80,6% di chi possiede un animale sopporta mensilmente, per i suoi bisogni, un esborso che non supera i 50 euro. Nel 51,1% dei casi la spesa è inferiore ai 30 euro, mentre nel restante 29,5% oscilla tra i 30,00€ e il limite massimo di 50,00€. Disposto ad investire somme consistenti di denaro per il benessere fisico (e a volte psichico) dei “pets” è il 19,4% del campione. In tale percentuale, spiccano coloro che sostengono mensilmente una spesa media che non supera i 100 euro (14,7%), mentre decisamente inferiore il numero di quanti pagano una cifra che varia dai 101,00 a più di 300,00 € (da 101 a 200 euro: 3,4%; da 201 a 300 euro: 0,6%; più di 300 euro: 0,7%).

Non più di 50€ per il mangime. Nell’85,6% dei casi non viene sforato il margine di 50€ per l’alimentazione del proprio animale (30 euro al mese nel 53,3% dei casi e tra 30 e 50 euro nel 32,2%). L’11,3% di chi possiede un animale, invece, tra crocchette e mangime in scatola, arriva a spendere fino a 100,00 euro al mese, mentre percentuali decisamente più contenute tendono a superare anche tale limite (da 101 a 200 euro: 2,2%; da 201 a 300: 0,3%; più di 300 euro: 0,6%).

La spesa per la salute. Su questo aspetto di fondamentale importanza, però, gli italiani sembrano non prestare la dovuta attenzione. La spesa media annua per il veterinario e gli eventuali farmaci necessari alla cura dell’animale non superano nella maggior parte dei casi (91,5%) i 200,00 euro. Particolarmente elevata è la percentuale di quanti spendono addirittura meno di 100 euro l’anno (65,2%) e supera di poco il 26% quella di coloro che investono tra i 101 e i 200 euro (26,3%).

Toletta in negozio? Meglio il “fai da te”. La crisi economica ha contribuito a contenere le spese evidentemente ritenute superflue come può essere anche quella per la toletta del proprio animale. Molti sono infatti gli italiani che scelgono di provvedere personalmente alla pulizia dell’animale che hanno in casa, eliminando totalmente i costi inerenti ad essa (65,8%). Una consistente percentuale (34,2%) continua, per contro, ad investire somme di denaro più o meno elevate per la toletta: in particolare, il 20,7% arriva a spendere annualmente fino a 50 euro, mentre l’8,2% spende tra 51,00 e 100,00 euro. Cani e gatti che possono permettersi di andare dal “parrucchiere” più volte in un anno costano ai padroni tra i 101,00 e i 150,00 euro (2,8%), fino ad arrivare, nell’1,6% dei casi, ad una spesa che supera i 150,00€ nell’arco di 12 mesi.

A tutto gadget. Cappottini per l’inverno, T-shirt glamour, collare tutto strass, cucce e lettini imbottiti per rendere il sonno più confortevole, borse da passeggio da sfoggiare, trasportini da viaggio ultraleggeri, la gamma di prodotti presenti sul mercato ha raggiunto un’offerta, sia per tipologia sia per qualità, impressionante. Anche in questo caso, la maggior parte degli italiani sceglie la via del risparmio, sostenendo di non spendere nulla in gadget per i propri animali domestici (64,9%), sebbene non va trascurata la quota di chi considera fondamentale non far mancare al cucciolo qualche vezzo da Very Important Pet (35,2%). In molti fermano il loro budget a 50,00 euro (27%), ma altri si spingono fino a 100,00€ (4,1%) o a 150,00 euro medi ogni anno (1,9%). Più raro il caso di animali griffati dalla testa alle zampe per i quali i padroni arrivano ad spendere somme superiori ai 150,00 euro.

Pesca, caccia, pellicce, circhi, animali esotici, sperimentazione e abbandono: l’opinione degli italiani. La pesca è percepita da molti come uno sport o un passatempo rilassante, e non sembra essere considerata dai più una pratica da evitare o quanto meno da limitare (48,1%). Al contrario la caccia, sulla quale esistono da tempo alcune restrizioni, non riscuote lo stesso consenso: la percentuale di quanti la considerano un’abitudine accettabile scende al 17,8% (abbastanza: 11,7%; molto: 6,1%). Non approvano per niente la caccia più della metà del campione (56,6%) e il 23,9% afferma di approvarla “poco”. La percentuale di quanti valutano positivamente il fatto di indossare capi di pelliccia supera appena il 14,1% (abbastanza: 11,7%; molto: 2,4%). La disapprovazione raccoglie l’83% delle risposte (58,8% “per niente” e 24,2% “poco”). Solo il 10,1% degli intervistati, inoltre, giudica positivamente l’utilizzo degli animali all’interno degli spettacoli circensi.  Anche l’acquisto di animali esotici non trova grande consenso: sono infatti il 9,5% coloro che accetterebbero di togliere alle foreste tropicali parte della loro fauna. Benché messa al bando dai più (88%), la sperimentazione medica sugli animali è intesa come ammissibile dall’8,2% degli italiani, il 7,4% dei quali lo trova un comportamento abbastanza tollerabile. Lascia invece perplessi il dato relativo ai combattimenti tra animali, che, nonostante la generale disapprovazione (90,7%), continua a trovare il sostegno del 2,4% della popolazione. Assolutamente antisociale è giudicato invece il comportamento di quanti abbandonano il proprio animale domestico pur di andare in vacanza (98,2% del campione lo giudica un atteggiamento per niente (96,3%) o poco (1,9%) ammissibile).

In tavola solo frutta e verdura: vegetariano e vegani sono il 6,7%. L’amore e il rispetto per gli animali a volte finiscono per influenzare anche le abitudini alimentari dei soggetti che, per tutelare l’ambiente e proteggere la biodiversità, rinunciano a carne, pesce e talvolta anche a uova e latte. Che si chiamino vegetariani o, nell’accezione più estrema, vegani, essi costituiscono ormai anche nel nostro Paese un fenomeno sociale sul quale è opportuno soffermarsi ad indagare. Mangiare esclusivamente vegetali è un’abitudine per il 6,3% della popolazione che ha eliminato dalla propria dieta carne e pesce, lo 0,4% ha optato per una decisione ancora più drastica che prevede l’esclusione anche del latte e delle uova: il veganismo. A preferire uno stile alimentare di tipo vegetariano o vegano sono in prevalenza le donne (rispettivamente 7,2% vs 5,3% degli uomini; 0,5% vs 0,3%), i giovanissimi tra i 18 e i 24 anni (13,5%) e, a sorpresa, tra gli over 65 (9,3%).

Vegetariani e vegani soprattutto per una scelta alimentare più salutare. Ma da dove nasce la spinta ad abbandonare la dieta mediterranea, con la sua varietà di alimenti e sapori, e rivolgere il proprio interesse esclusivamente verso determinate tipologie di cibo? Nel 48% dei casi questa scelta dipende fondamentalmente dal fatto che mangiare esclusivamente frutta e verdura arrechi benefici alla salute. Molto alta appare, poi, la percentuale di coloro che sono mossi in tal senso da ideologie animaliste (44%) che mal sopportano l’uccisione di animali per la macellazione delle carni. A questo risultato si associa la parte degli intervistati che scelgono la via del vegetarismo per ragioni di tipo ambientalista (2%). Pare infatti che questo tipo di dieta comporti un minore spreco di risorse e provochi meno danni al territorio.

 

28 gennaio 2011

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