Itinerari di educazione alla fede /2. Il racconto di alcune esperienze

Inserito in NPG annata 2005.


(NPG 2005-09-4)


GLI ITINERARI FORMATIVI DELL’AC E L’EDUCAZIONE ALLA FEDE
Giorgio Bezze

La formazione dell’Azione Cattolica diviene concreta negli itinerari formativi.
Il termine «itinerario» richiama l’idea del viaggio: ogni viaggio ha una partenza, un luogo e un tempo precisi per muoversi, un punto di arrivo che indica la direzione; conosce tappe, soste, accelerazioni, svolte e punti di non ritorno. Ogni viaggio, passo dopo passo, attua un progressivo avvicinamento alla meta. Anche la formazione – in quanto viaggio dell’anima – ha le stesse caratteristiche: senza un punto di partenza, una meta che orienta, tappe e soste che la scandiscono non può esserci un itinerario formativo, ma solo un vuoto girare su di sé, nell’illusione di un cammino che non c’è e che perde inesorabilmente di interesse e di vigore.
Gli itinerari formativi dell’AC hanno alcune caratteristiche precise: sono qualificati dal fatto che avvengono dentro un’esperienza associativa e traggono vantaggio dalla scelta di essere insieme, tipica di un’associazione. Sono itinerari che hanno nella coscienza di ogni singola persona il luogo della sintesi, dell’unità, dell’integrazione. Per questo possono assumere la molteplicità delle situazioni di vita e di fede di ciascuno ed essere essi stessi multiformi.

Il dinamismo fondamentale della vita cristiana
 
In questo tempo in cui l’essere cristiani può essere solo frutto di una scelta, siamo impegnati a vivere in maniera più consapevole il dinamismo fondamentale che porta a diventare discepoli del Signore.

* Alla ricerca del senso della vita.
Ogni persona è alla ricerca del significato senza il quale la vita non ha senso, né direzione, né unità. In ogni stagione dell’esistenza, chi si pone con atteggiamento pensoso davanti alla realtà, prima o poi conosce l’inquietudine e la ricchezza di scoprire che il sapore della vita sta anche nel non rassegnarsi all’ovvietà. Che senso ha vivere, andare ogni giorno a lavorare, prendersi impegni, custodire relazioni belle o difficili, se poi tutto finisce? Che senso hanno la sofferenza e la morte? Esiste Dio? È vano o no il desiderio di pienezza e di eternità?
Anche chi è stato educato nella fede fin da piccolo fa i conti con questi interrogativi, cui si aggiunge – ed è grazia quando avviene – quello sul senso del credere: che cosa c’entra la fede che ho ricevuto con la mia vita?
Queste domande accompagnano una ricerca che diventa autenticamente religiosa quando si apre all’ipotesi che la risposta ultima esiste e viene da un Altro: non al modo di un’evidenza schiacciante e data una volta per tutte, ma di una promessa di vita, di una presenza costante e amica che, nelle diverse età e situazioni, si dà a conoscere in modi diversi e di continuo fa i conti con sfide nuove.

* Accogliere l’annuncio.
Dentro queste domande si apre la possibilità di un incontro – o di un nuovo incontro – con Dio, mediato da tutto ciò che costituisce il proprio mondo interiore, in primo luogo dalle relazioni interpersonali. Ciò rende rischioso e delicato il cammino della fede, ma nel contempo lo caratterizza come pellegrinaggio ininterrotto, impossibile a farsi senza chi aiuti a passare dalla ricerca all’incontro. La possibilità che qualcuno ci annunci quanto è grande l’amore di Dio, che ci parli della ricchezza dei suoi doni, che ci testimoni quanto è grande il loro valore, è cruciale per far emergere la coscienza di essere i destinatari dell’infinito amore del Padre.
Si tratta di una consapevolezza che si approfondisce man mano che il cammino procede: inizialmente può essere solo l’attrazione esercitata dal fascino di un testimone o di un educatore, l’intuizione di una verità che apre la mente e scalda il cuore, o la percezione di una vocazione altissima da cui ci si sente interpellati. Progressivamente si scopre la fonte di quel fascino nella bellezza del volto del Signore; si è introdotti ad accogliere che la verità che salva è la persona di Gesù; si comprende che la santità è frutto di umile e fiducioso abbandono al Signore e alla Chiesa.

* Convertirsi al Signore.
Tale passaggio a una fede sempre più personale nel Dio di Gesù Cristo consiste nell’adesione a un Tu che chiama a vivere con sé. Questa è l’esperienza dei primi discepoli; è quella dei santi di ogni tempo; è la conversione, che permette di collocare l’esistenza dentro un disegno più grande e cambia lo sguardo: un evento che ha in sé qualcosa dell’innamoramento. Qui sta l’inizio di una relazione personale col Signore: essa progressivamente coinvolge intelligenza, forze e cuore, facendo scoprire la ricchezza dei doni ricevuti.

* Missionari del Vangelo.
Al dono di Dio si risponde con la vita, che cambia nella misura in cui ricalca le orme di Gesù e per questo diventa straordinariamente ricca, aperta a prospettive inedite, segnata dal paradosso delle beatitudini evangeliche. Ciò che è accaduto ai primi discepoli accade ai discepoli di tutti i tempi: non si può dire di sì e continuare a vivere come prima.
Questo spinge alla condivisione del dono ricevuto, attraverso la missione. La risposta al dono di Dio dà un’impronta nuova all’esistenza, perché impegna – ad ogni età – all’ascolto e alla preghiera, al discernimento che rende liberi, a vivere ogni giorno la novità dell’esistenza e a far trasparire nella vita quotidiana i tratti di un’umanità realizzata e piena.

* Le costanti di un itinerario formativo.
La ricerca, la scoperta, la conversione e la missione sono le tappe necessarie e costanti di una vita da discepoli. Questo vale per chi ha incominciato il suo cammino nll’infanzia, grazie a un’educazione che l’ha iniziato alla vita cristiana e l’ha accompagnato a maturare il suo rapporto col Signore lungo le diverse fasi della crescita; vale anche per chi – come oggi accade sempre più di frequente – inizia seriamente una ricerca religiosa solo in età adulta.

Gli itinerari formativi dell’AC

Gli itinerari proposti dall’Azione Cattolica intendono aiutare le persone di ogni età a vivere questo dinamismo, rispettando la diversità dei percorsi individuali e ipotizzando una pluralità di itinerari al fine di rendere possibile a chiunque una ricerca, che porti ad affrontare con serenità e fiducia le proprie domande, accogliere consapevolmente il dono di Dio con un «sì» libero e maturo al Signore e alla vita.

* Negli itinerari si riflette l’identità dell’AC.
Ciò che rende identificabile come di AC un itinerario formativo è un modo forte di pensare la formazione, è la pedagogia che assume, attenta a dar valore al cammino di ogni persona e a orientarla verso la comunità; è il radicamento nella Chiesa locale e nel suo percorso spirituale, l’interesse per il mondo e per quegli aspetti del territorio che sono ricchezza e provocazione per la formazione, l’essere ospitale e aperta; è soprattutto l’obiettivo fondamentale di accompagnare a vivere una fede matura e in continua crescita.

* Gli elementi caratteristici di un itinerario di AC.
In questa descrizione si possono individuare gli elementi caratteristici di un itinerario di AC:
– il suo scopo formativo specifico è sostenere la coscienza personale nel cammino della fede e a fare unità tra le diverse proposte che ciascuno riceve: in famiglia, nella scuola, nel proprio ambiente, attraverso le proprie letture e i propri interessi;
– i contenuti di ogni itinerario formativo sono molti, unificati dal principale: il Vangelo letto nella Chiesa. Il Vangelo viene approfondito anche attraverso i catechismi e il magistero; viene interrogato attraverso il discernimento della vita di ogni giorno e dei fatti dell’attualità; viene illuminato dalla testimonianza di quanti nel tempo hanno vissuto nella fedeltà ad esso;
– le esperienze attraverso cui gli itinerari formativi si articolano sono lo specchio della varietà che caratterizza la vita di tutti i laici cristiani. Esse manifestano una forte intenzionalità e un alto livello di personalizzazione, a cominciare dall’incontro formativo, che è occasione di annuncio, approfondimento e dialogo della fede. Tale momento si arricchisce di altre esperienze formative, che lo integrano con gli obiettivi e le opportunità specifiche che si propongono: un camposcuola, un pellegrinaggio, un impegno di servizio, un convegno, una tre giorni… sono le attività che caratterizzano la vita associativa, in cui si respirano lo stile e la cultura dell’associazione;
– il metodo è caratterizzato dalla flessibilità per adattarsi alle esigenze delle persone e alle diverse fasi della loro esperienza di fede. Trova qui la sua motivazione il carattere modulare della proposta, di cui si dirà più avanti;
– la rete di relazioni: l’itinerario non avviene in un ambito isolato e astratto, ma è qualificato dal contesto ecclesiale in cui si sviluppa: da esso riceve sollecitazioni, proposte, testimonianze, provocazioni. Ogni itinerario formativo porta anche l’impronta del luogo e della cultura di cui assume contenuti e stimoli. La rete di relazioni dell’AC è così importante da costituire contenuto e non elemento occasionale della sua formazione;
– il ruolo educativo consiste nel proporre, nel favorire la comunicazione tra le persone e tra l’associazione e l’esterno; soprattutto nel pensare la formazione: da parte del gruppo con il proprio animatore; da parte del gruppo degli educatori; da parte dell’educatore stesso.

Lungo le stagioni della vita

* L’iniziazione cristiana come paradigma.
Il percorso formativo dell’AC si sviluppa lungo tutte le stagioni della vita. Chi ha la possibilità di iniziarlo dai suoi primi passi, nella fanciullezza, è accompagnato dall’associazione nel cammino di crescita, fino all’età adulta, con una proposta organica e progressiva.
Il paradigma della formazione così strutturata è l’itinerario dell’iniziazione cristiana: la proposta di AC prevede per tutti l’accompagnamento ad entrare in modo graduale nel mistero della vita nuova in Cristo: una scelta da rendere sempre più consapevole e personale, che esige dei «sì» e dei «no» chiari affinché l’azione dello Spirito renda le persone capaci del sincero dono di sé, in cui consiste la maturità umana e cristiana.

GLI ADOLESCENTI

L’adolescenza è il momento delle grandi novità: si vivono sempre più esperienze al di fuori del contesto familiare e si entra in un mondo ampio, fatto di nuovi desideri, affetti, impegni. Esigenze nuove e insistenti irrompono nell’orizzonte vitale: domande di autonomia, di protagonismo, di verifica, di significato, e soprattutto di definizione della propria identità. Al crocevia di molte tensioni, l’adolescente non sempre riesce a mettere in parole questa ricerca, che coinvolge profondamente – mettendola alla prova – anche la fede e il senso del credere.

* Verso una fede personale e convinta.
Nell’età adolescenziale, la formazione assume il significato di un’esperienza di ricerca condivisa, che può approdare all’adesione personale al Signore. Il passaggio ad una fede personale e convinta spesso dipende da educatori capaci di accompagnare con rispetto questa ricerca: spetta al giovanissimo scegliere se intraprendere il cammino; ma tocca alla comunità e all’associazione farsi prossime a lui con persone che sappiano proporsi come promessa di un’umanità bella e possibile.
Centrale in questa età è la questione dell’identità: aiutare a capire chi si è e chi si vuole essere, oltre a favorire l’aprirsi agli altri e al mondo circostante, è essenziale per la crescita della persona. Essa, inoltre, va accompagnata ad acquisire consapevolezza del proprio corpo come una realtà buona e grande e a maturare una partecipazione attiva e consapevole in ogni ambiente di vita.

* La proposta dell’AC.
La proposta che l’associazione fa a chi vive questa età vede nel gruppo una scelta forte: spazio di dialogo e di confronto, esso è esperienza vera di Chiesa, in cui proporre e sostenere i primi passi nella via della preghiera, del servizio e della partecipazione, esperienze funzionali alla maturazione dei giovani nella dimensione affettiva e relazionale.
A livello personale, l’associazione propone agli adolescenti l’ascolto e la scoperta del vangelo come Parola viva, da accostare a partire dalle domande dell’età e da condividere in un dialogo personale con qualcuno più adulto.
I percorsi personale e di gruppo, nell’arco temporale che porta alla maggiore età, preparano alle scelte più decise che l’associazione chiede di fare verso i vent’anni: occasioni di preghiera più prolungata; educazione al linguaggio simbolico e profondo della liturgia; familiarità con la Parola di Dio, educando a leggerla nel confronto le proprie domande e i propri dubbi; proposta di letture utili e di incontri con testimoni credibili, per maturare un’interiorità più ricca e sensibile. È importante anche educare gli adolescenti a maturare una sempre più chiara appartenenza ecclesiale, che trova nell’Eucaristia domenicale il suo cuore e nella vita di gruppo una esperienza vitale radicata in una comunità parrocchiale e nella Chiesa diocesana.
Accanto all’interiorità, alla fraternità e al senso dell’ecclesialità la dimensione della responsabilità si esplicita in questo periodo della vita anche attraverso l’impegno da cristiani nei luoghi di vita dell’adolescente, in particolare nella scuola. A questo tende la proposta – formativa e missionaria – del Movimento studenti di AC.
La scelta personale di servizio, chiesta a conclusione del cammino formativo degli adolescenti, sarà preparata vivendo insieme esperienze proporzionate all’età e capaci di aprire al valore dell’altro e di orientare alla scoperta delle proprie potenzialità e dei propri limiti, per una più realistica conoscenza di sé e una chiarificazione del proprio progetto vocazionale.
L’attitudine al discernimento, necessario per precisare la propria regola di vita, verrà preparata dall’abitudine a riflettere sulle esperienze del limite, dell’attesa e del silenzio, del dono fatto e ricevuto, della gratitudine e dell’amore, del perdono e della festa: situazioni di vita capaci di aprire l’adolescente a ciò che va «oltre» se stesso.
Aiutarlo in quest’opera di discernimento significa educarlo a nutrire desideri propri, non come vaga nostalgia o sentimento indefinito, ma come attese personali precise, concrete, esprimibili a parole, da mettere a confronto con la proposta della vocazione cristiana.

I GIOVANI

Il passaggio alla giovinezza, spesso segnato dalla fine degli studi superiori e dai primi anni di università o dall’ingresso nel mondo del lavoro, è caratterizzato da una grande instabilità. La scelta dello studio, la precarietà delle prime esperienze professionali, un diverso contesto relazionale, sociale e culturale, l’autonomia negli spostamenti e nei programmi di tempo libero, l’esperienza di un rapporto profondo con l’altro/l’altra e la ricerca di un’affettività meglio definita, una più difficile assiduità di partecipazione alla vita della comunità e del gruppo formativo, il confronto con diverse concezioni di vita ed esperienze religiose… tutto questo chiama a una più personale scelta della direzione verso cui orientare la propria esistenza.

* Fare unità nella propria vita.
In questo contesto di grande mobilità, la coscienza è il luogo privilegiato in cui verificare la direzione intrapresa e compiere le proprie scelte nella libertà. La fede, che orienta le decisioni, non mette al riparo dal dubbio e dall’incertezza: la fatica della ricerca non può essere delegata a nessuno.
Per questo, la formazione del giovane tende ad aiutarlo a fare unità nella propria vita, compiendo una sintesi personale e profonda tra i bisogni che si presentano, i desideri, i valori individuati come essenziali, le scelte – grandi e piccole – della vita. Si tratta di un esercizio continuo della coscienza che, nella fede, scopre che il bene desiderato è realizzabile, e che non si è soli in questo cammino: la creatività di una coscienza che si apre alla Grazia permette al giovane di vivere in maniera piena, unica e originale.
Perché questo avvenga occorre alimentare il dialogo interiore con lo Spirito e la costruzione della identità personale attorno alla propria vocazione. Essere portatori di pace negli ambienti di vita e vivere le relazioni interpersonali nella libertà e nella responsabilità sono altri importanti obiettivi educativi per le persone di questa età, chiamate anche a vivere l’esperienza dell’innamoramento e dell’amore come dono di Dio. La formazione, inoltre, mira ad accompagnare il giovane a maturare uno stile di sobrietà e di temperanza, a vivere la professione come servizio, a saper stare nella complessità, ad accettare e gestire i conflitti, a dialogare con chi è portatore di esperienze diverse.

* 18-20 anni: un biennio di formazione speciale.
Gli anni tra i 18 e i 20 risultano particolarmente delicati e importanti nel tracciare il proprio percorso di vita. Spesso, a quest’età, è già avvenuto l’incontro decisivo con il Signore Gesù e se ne acquista nuova consapevolezza; la domanda vocazionale prende corpo e si sente sempre più il bisogno di tempo per sé, insieme alla necessità di confrontarsi con gli altri e al bisogno di un valido accompagnamento. Nella comunità cristiana, nella comunità sociale e civile, in cui il giovane vive con crescente responsabilità, e in cui è chiamato a spendersi con sempre maggiore gratuità, il bisogno di ascolto e attenzione è ancora molto forte: la capacità e la disponibilità ad assumervi dei servizi non eliminano la necessità di cura della fede e di accompagnamento nella vita cristiana.

* La proposta dell’AC.
Dopo il cammino dell’adolescenza, in questi anni l’AC propone ai giovani un periodo di particolare formazione, avviato da un’esperienza spirituale significativa: un corso di Esercizi Spirituali, un camposcuola, un momento forte di formazione e di verifica. È l’occasione per precisare la propria regola di vita e per compiere alcune scelte forti, che indichino la maturazione avvenuta e la direzione del cammino futuro: l’assunzione in prima persona di un impegno continuativo di servizio in campo educativo, caritativo o culturale, nella comunità parrocchiale, nell’associazione o in ambito civile; la scelta di vivere annualmente un corso di esercizi spirituali e la fedeltà all’accompagnamento spirituale di una guida, la cura dell’amicizia anche nella dimensione del dialogo di fede.

* Dopo i 20 anni: verso la piena maturità cristiana.
Una specifica proposta formativa riguarda gli anni successivi, in cui l’identità cristiana del giovane si definisce ulteriormente nel contatto diretto con la vita, con le sue tensioni e responsabilità, le provocazioni del contesto esterno e il raggiungimento di importanti traguardi esistenziali. L’uscire dalla famiglia di origine, il cammino dell’amore fino al matrimonio, con l’esperienza della paternità e della maternità, il partecipare più da vicino alla vita pubblica: anche queste sono occasioni per verificare alla luce della Parola di Dio il proprio progetto di vita e la propria regola e che per alcuni diventa ora un riferimento per la vita di coppia e di famiglia. Le scelte di servizio – ecclesiale, sociale o politico – vanno aiutate a maturare come vere espressioni vocazionali e la comunità a diventare sempre più luogo di relazioni che costruiscono gli stili di vita personali e da cui far partire progetti collettivi.

* La proposta dell’AC.
In questi passaggi esistenziali, la proposta formativa si incentra sulle esigenze e sulla maturità della vocazione laicale, che chiede di essere persone competenti e responsabili nel mondo: nell’università, nel lavoro, nella società.
La familiarità con la Parola di Dio, il sentirsi parte del cammino della Chiesa, educare a crescere come credenti capaci di annunciare il centro della propria fede, il Signore vivo e Risorto, con la parola e con la vita: sono tutte dimensioni formative nelle quali condurre il percorso dei giovani verso una vita vissuta come dono di sé.

Criteri di metodo per la formazione in AC

L’AC, nel suo impegno educativo, si ispira ad una serie di criteri metodologici e di modalità operative che danno alla sua proposta una fisionomia riconoscibile.
Il metodo indica come si possono tradurre in esperienza concreta le scelte di fondo del progetto formativo: le mete che si propone, i valori che la qualificano, i criteri che caratterizzano la cultura associativa e pedagogica di riferimento.
Il metodo che l’AC fa proprio non può essere rigido: ciò le renderebbe impossibile rimanere fedele ad una caratteristica della sua identità: quella di essere in relazione, in un equilibrio sempre dinamico con tutte quelle realtà e dimensioni con cui l’associazione è in rapporto.
Il metodo che l’AC si dà è dunque leggero, flessibile, per adattarsi al contesto ecclesiale e socio-culturale, per restare coerente con la scelta di mettere al primo posto le persone, alla cui crescita e alla cui libertà essa si sente dedicata.

* Dare valore all’esperienza.
Sentiamo il bisogno di una formazione che mantenga stretto il contatto con l’esperienza concreta, perché siamo convinti che essa, vissuta nella fede, sia un luogo della presenza di Dio. La storia dell’ACR ha contribuito ad aprire questa strada a tutta l’associazione.
Esperienza è pensiero, è emozione, è relazione, è impegno; tutto è da assumere, da considerare, da convertire, da portare dentro il cammino della fede.
La formazione diviene esercizio di discernimento della presenza di Dio e del suo agire e rivela al livello più alto il suo valore nella formazione degli adulti.
Il percorso formativo è esperienziale in quanto coinvolge tutta la persona, con il suo vissuto, in quanto avviene in un contesto di relazioni vive, perché passa attraverso gesti e scelte che impegnano ciascuno e l’associazione nel suo insieme. Sono proprio i gesti concreti ciò che più contribuisce a cambiare la vita e riesce a incidere sulla visione di essa.

* Imparare dalla vita.
La fede è una vita; ci coinvolge maggiormente quando la riconosciamo nell’esistenza delle persone.
Nella sua proposta formativa, l’AC attinge al patrimonio di testimonianza, di santità, di passione apostolica di quanti in passato hanno vissuto nella fedeltà al Vangelo. Guardare alla santità vissuta aiuta ad orientare le scelte. Non si tratta di cercare modelli da copiare, ma di scrutare nella vita di altri l’azione dello Spirito e di allenarsi ad accoglierla a nostra volta. Conoscere la storia dei santi è un modo per capire le infinite vie che può percorrere la grazia del Signore Risorto.
È importante anche guardare con attenzione alla testimonianza e all’esempio di tante persone che vivono accanto a noi per capire sempre meglio le molteplici forme attraverso cui la fede può illuminare l’esistenza.

* Rendere personale il cammino formativo.
Il cammino formativo dell’AC tiene conto della molteplicità di situazioni e di esperienze delle persone. È un cammino di associazione, che non cerca l’omogeneità o l’uniformità, ma tende a valorizzare le differenze, sostenendo e accompagnando ciascuno con una proposta che vuole essere rispettosa e al tempo stesso forte, flessibile e al tempo stesso caratterizzata. Dal punto di vista del metodo, questo si esprime nell’accogliere le domande di formazione. Il valore che la nostra cultura associativa riconosce ad ogni persona si traduce in capacità di ascolto e di interpretazione formativa delle sue attese. Occorre tener conto degli interrogativi di ciascuno: di quelli espliciti, e anche di quelli inconsapevoli e inespressi, approfondendo le domande e aiutando ad affrontarle. È necessario anche considerare i diversi livelli di fede: non si tratta di giudicare né di valutare la coscienza delle persone, ma di non prescindere dalla diversità di esperienza e di cammino di ognuno.
o In ricerca di una verità che ci è data.
Essere cristiani significa credere in un Dio che si è fatto uomo per salvare ogni uomo. La verità in cui crediamo è una Persona, che ha una storia, che risponde alle nostre domande e infinitamente le supera. Per questo, nell’interpretare le attese delle persone occorre fare attenzione al rischio del soggettivismo, che può portare ad una fede chiusa dentro le domande umane. Sappiamo che ciò che parla al cuore delle persone non è né una dottrina astratta e lontana dalla vita, né una visione dell’esistenza piccola come i nostri interrogativi. Vorremmo saper proporre l’apertura del cuore e della vita ad una verità che ci supera, ma che trova dentro di noi e nella nostra esistenza quotidiana la sua provocazione e la sua attesa. Vorremmo essere eco dell’esperienza di Gesù che, nei suoi incontri, ha saputo accogliere le situazioni concrete dei suoi interlocutori, per portarli ad accogliere la Verità che Lui era per loro. Partire dalle domande delle persone significa avviare percorsi verso la verità e condividere una ricerca che conduce alla Verità e che dentro di essa trova percorsi sempre più profondi e vivi.
Fa parte del nostro metodo, quindi, il cercare dentro la vita e l’accogliere la Parola, fare chiarezza nelle inquietudini del nostro cuore e fargli intravedere la verità, approfondire le nostre domande e ancorarle alla visione della vita che la Chiesa ci consegna nel suo magistero e nei suoi catechismi. In particolare, l’AC assume il progetto catechistico della Chiesa italiana come punto di riferimento per la propria azione formativa.

* Porre in dialogo le generazioni.
La storia della nostra associazione sta a testimoniare un dato costante: nata da gruppi di giovani, si è ben presto aperta agli uomini e alle donne, agli anziani e ai ragazzi. Con lo Statuto del 1969, i quattro «rami» hanno dato vita ad una sola associazione. Ancora oggi dire «Azione Cattolica» significa evocare un’ampia tipologia di volti, di età, di storie. Un patrimonio così ricco costituisce una risorsa preziosa nella misura in cui l’unica fede e l’identica appartenenza associativa permettono, anzi stimolano il dialogo tra le generazioni e arricchiscono la sintesi armonica nella comunione. Esperienze formative sempre più frequenti dicono la positività del trovarsi insieme a pregare e a riflettere tra giovani, adulti e anziani, e la ricchezza dell’accogliere la soggettività dei ragazzi. L’associazione, nella sua unitarietà e nella varietà delle sue articolazioni, costituisce lo spazio aperto in cui i diversi gruppi si incontrano, si aiutano reciprocamente nella preghiera, nella riflessione e nel servizio.
Dell’unità associativa la famiglia – soprattutto quando tutti i membri condividono l’adesione all’AC – è luogo esemplare e ambiente propulsore.

* Un’esperienza formativa che cerca integrazioni.
La formazione di AC non si esaurisce in AC: sarebbe assurdo averne la pretesa, ma è importante esplicitare il valore che ha il dar vita ad un’esperienza formativa aperta, consapevole di dover cercare legami, integrazioni, rapporti con altri luoghi e situazioni formative.
La famiglia è il luogo formativo di cui l’AC riconosce il primato assoluto: è qui che avviene la prima e più importante educazione, che passa attraverso la parola semplice dei genitori, il loro stile di vita, la loro testimonianza di amore. Consapevole di questa priorità, l’AC cerca legami continui con la famiglia, di cui favorisce il coinvolgimento e con cui instaura un dialogo, per costruire attorno ai più giovani quasi un’alleanza che sostenga la loro crescita.
L’AC è anche consapevole che la proposta formativa della comunità ecclesiale – della parrocchia in particolare – precede come valore quella dell’associazione. La leggerezza della struttura della proposta formativa dell’AC le consente di adattarsi al cammino della diocesi e della parrocchia e riconoscerne nei fatti il primo posto.
Inoltre, l’AC cerca il dialogo e la relazione con tutte quelle agenzie formative – la scuola, l’oratorio, le società sportive, altre associazioni… – che operano sul territorio. Il carattere della sua proposta è quello di essere aperta e di voler costruire una rete ricca e stimolante tra tutto ciò che un contesto può offrire.

* Altri criteri.
Collegati e dipendenti dalle scelte di metodo indicate prima, vanno tenuti presenti anche questi altri criteri:
* essenzialità: la proposta formativa dell’AC non può mai smarrire il suo cuore, che è il mistero della Pasqua del Signore. A questo centro focale essa si ispira di continuo e di continuo vi riconduce ogni momento, ogni scelta, ogni esperienza;
* gradualità: il rispetto di ogni persona e del suo originale ritmo di crescita esige che ognuno sia aiutato a entrare nel cuore della vita cristiana attraverso percorsi graduali, che seguono gli stadi della maturazione e del processo attraverso cui avviene la trasformazione di ciascuno in Cristo;
* progressività: la formazione sospinge sempre oltre i risultati raggiunti; aiuta le persone ad andare avanti, a non girare su se stesse. Questo chiede che gli itinerari formativi abbiano degli obiettivi e individuino dei punti concreti di approdo; che siano scanditi da esperienze e da tappe qualificanti che indichino e sostengano il dinamismo proprio della formazione;
* modularità: una formazione modulare è composta da parti ciascuna delle quali è conclusa in sé e trae efficacia e senso dall’essere organicamente collegata al tutto; essa realizza quella flessibilità che la rende capace di adattarsi alle esigenze delle persone e del gruppo associativo. Ma perché questo non produca una somma disordinata di temi e di esperienze è necessario che l’itinerario formativo sia pensato, cioè nasca dall’ascolto delle persone e del contesto, abbia una regia, non segua passivamente un sussidio o abitudini consolidate.

Le esperienze formative

L’associazione forma attraverso le proposte che offre e le esperienze concrete che aiuta a fare.

* La partecipazione alla vita della propria comunità.
L’esperienza formativa più importante in AC è la partecipazione alla vita della comunità: è una scelta che scaturisce dal carattere ecclesiale dell’associazione. Il cammino della comunità – liturgia, occasioni formative, vita sul territorio – scandisce i passi fondamentali dell’associazione e dei suoi aderenti: scelte, appuntamenti, obiettivi. La formazione associativa aiuta a vivere più profondamente l’esperienza della propria comunità. La liturgia ritma il cammino dei singoli aderenti e dell’associazione tutta, il cui cuore è il triduo pasquale vissuto con la comunità. Il percorso è quello dell’anno liturgico, che ha la sua tappa ordinaria nella domenica celebrata possibilmente con la propria parrocchia, con cui fare famiglia e con cui rinnovare l’impegno della missione.

* La vita associativa.
Ciò che lascia un’impronta nella vita delle persone è il clima in cui sono cresciute; i valori che hanno respirato; le esperienze in cui sono state coinvolte. C’è, accanto ad un’azione formativa intenzionale e strutturata, un’incisiva azione formativa che passa attraverso la vita, le sue relazioni, le sue priorità, le sue provocazioni.
– Scuola di corresponsabilità.
La vita associativa ha a disposizione importanti risorse formative: oltre l’ideale cui si ispira, la tradizione in cui si inserisce, la storia di cui fa partecipi, essa forma attraverso le relazioni tra le persone e il loro stile; il dialogo tra le generazioni e l’apporto specifico che ciascuna di esse reca al cammino comune. L’impostazione democratica dell’associazione contribuisce a far sperimentare il valore della corresponsabilità e a educare al senso delle regole, mentre i dialoghi informali e quello educativo coinvolgono in un clima in cui sperimentare la cultura dell’associazione.
– Scuola di dialogo.
La vita associativa permette un dialogo con la comunità ecclesiale e civile non a partire da singolari punti di vista particolari, ma dalla convergenza conquistata nel confronto, nella preghiera e nella disciplina democratica.
– Scuola di comunione.
La vita associativa è luogo di comunione, in cui, da credenti, si sperimenta la dimensione fraterna della vita cristiana e la sua esigenza di prossimità e di condivisione. La tensione tra omogeneità e differenza trova la possibilità di mostrare la sua fecondità nel ricorso alla struttura e alla dinamica della vita cristiana: in un’associazione di credenti non ci si sceglie, ma ci si accoglie; ci si abitua a considerare l’altro come un dono nella sua originalità – di temperamento, di sensibilità, di stile di vita, di capacità di dedizione– ad accogliersi, gareggiando nello stimarsi a vicenda; a perdonarsi. L’associazione è così un’importante scuola di fraternità e un esercizio concreto di vita ecclesiale.
Per questo, condizione per dare qualità alla formazione è una buona vita associativa: dove manchi questa, manca uno degli elementi decisivi della proposta formativa.

* Il gruppo.
L’AC sceglie il gruppo come strumento formativo, ancora oggi adatto a far maturare le persone in una vita di fede, attraverso la partecipazione ad un’esperienza comune: le relazioni tra i componenti, un rapporto sufficientemente stabile, alcune riflessioni condivise.
In alcune stagioni della vita è difficile, oggi, fare esperienza di gruppo. La mobilità anche psicologica delle persone, soprattutto dei giovani; l’individualismo, la fatica di accettare esperienze che abbiano una base oggettiva e non siano fatte semplicemente per «rispondere ai miei bisogni»: tutto questo rende al tempo stesso più difficile e più preziosa l’esperienza del gruppo.

* Aiutarsi a crescere nella fede.
L’esperienza del gruppo rimane però una scelta formativa qualificante, nonostante le difficoltà. Esso appare come necessaria esperienza di apprendimento di relazioni che educano alla comunità: una delle situazioni che insegnano alle persone ad uscire da se stesse.
Nella prospettiva cristiana, il gruppo è esperienza fraterna per aiutarsi a crescere insieme nella fede, dandosi obiettivi che nel contesto comunitario superano quelli di ciascuno per se stesso. Nel gruppo ci si forma attraverso l’esperienza narrata e testimoniata di ciascuno; la circolarità di relazioni in cui ciascuno è faccia a faccia con ogni altro; l’impegno a realizzare progetti comuni e condivisi; il coinvolgimento che ciascuno realizza nell’esperienza comune e in vista di essa.

* Passare da un gruppo a un altro.
Il gruppo ha un significato e un valore diverso nelle diverse età; di questo occorre tener conto nel progettare la formazione. Una particolare cura va riservata nei passaggi da un gruppo di formazione ad un altro, in rapporto all’età. In questa circostanza vengono coinvolti gli aspetti più complessi del gruppo stesso: le relazioni tra i pari; la relazione con una figura educativa; la maturazione in ordine ad obiettivi legati alla persona nella globalità della sua esperienza.
Per tutte queste ragioni, il passaggio da un gruppo ad un altro deve avvenire con delicatezza. Esso, dunque, dovrebbe poter contare su un accompagnamento educativo che faccia cogliere il passaggio di gruppo come un passaggio di vita.

* Oltre il gruppo.
Ci sono anche situazioni in cui la vita di gruppo risulta difficile o quasi impossibile nelle forme tradizionali. È il caso delle parrocchie molto piccole, in cui l’associazione non ha sufficiente consistenza numerica. Qui si dovrebbero sperimentare le possibilità racchiuse in un’esperienza associativa che abbia dimensioni che superano quelle della parrocchia. Ciò che non è possibile in parrocchia, si cercherà a livello interparrocchiale, e soprattutto a livello diocesano. Queste esperienze di gruppo potranno non avere le caratteristiche di un’esperienza parrocchiale, ma consentiranno di vivere l’aspetto comunitario di cui la formazione non può fare a meno.
In questo caso, decisiva sarà la presenza di una figura educativa di riferimento capace di indirizzare, accompagnare, orientare.

* Gli incontri formativi.
In un contesto in cui la vita cristiana si svolge spesso nella solitudine, la formazione ha bisogno di incontri e di dialoghi in cui si impari a vivere da cristiani attraverso un’esperienza formativa articolata. La formazione necessita di una comunicazione ricca come la vita: di annuncio, di testimonianza, di riflessione sulla vita, sulla fede, sul mondo; ha bisogno di progetti concreti di missione, di servizio, di testimonianza.
Gli incontri formativi sono i momenti privilegiati di questa comunicazione: incontri tra persone, con cui, insieme, si affrontano gli interrogativi della coscienza credente nel mondo di oggi, in un clima di dialogo, di ricerca comune, in cui ciascuno è testimone per tutti gli altri.
L’incontro è il contesto in cui la comunicazione acquista quell’intenzionalità che la qualifica come educativa: ci si incontra con l’esplicita finalità di aiutare e aiutarsi a crescere nella fede e nella vita cristiana.

* Il servizio.
Un’esperienza formativa molto importante è quella che consente di sperimentarsi nel servizio, impegno concreto nel quale ci si assumono compiti e responsabilità vissuti in spirito di gratuità. Il servizio realizza un’esperienza in cui ci si dedica ad altro da sé, si tratti di servizi pastorali assunti nella propria parrocchia, di impegni di volontariato, di servizi educativi, di responsabilità civili, culturali o politiche.

* Il servizio dell’associazione.
Servizio è quello che l’associazione sceglie, legandosi a situazioni di disagio o di bisogno; che porta avanti attraverso il contributo di tutti i suoi componenti, ciascuno dei quali mette a disposizione le proprie risorse e le proprie competenze. Servizio è quello che l’associazione propone ai più giovani, come apprendistato di dedizione e di gratuità, per far loro scoprire il valore di questo modo di vivere e per orientarli a compiere delle scelte personali in questo senso.

* Da soli, eppure insieme.
Servizio è quello che ciascuno personalmente assume nei diversi ambiti delle vita dove serve un contributo di gratuità e di impegno: è il segno di una fede che si fa adulta. Oggi appare sempre più importante che giovani e adulti, come frutto del loro cammino associativo, compiano scelte di servizio anche in ambito sociale, civile, politico. Quanti lo fanno, spesso con propria personale responsabilità – come è nel caso della politica – devono sentire che l’associazione non li lascia soli: continua ad accompagnarli per il loro cammino formativo e ad offrire la vita associativa come luogo di discernimento e di confronto sulle scelte compiute.

* L’incontro con il povero.
Il servizio può porre a contatto diretto con gli ultimi e con situazioni di disagio sociale: l’incontro con il povero è incontro con il Signore Gesù e, perciò, esperienza di particolare valore. La condivisione e i gesti che la carità ispira plasmano la vita, educandoci a dare valore alla debolezza e al dono di noi stessi.
Tra le diverse esperienze di servizio, un cenno a parte merita il Servizio civile volontario, con cui si mette a disposizione un anno della propria vita per i poveri e per la pace.

* Il dialogo spirituale.
Ogni relazione, soprattutto quando è molto coinvolgente sul piano personale o quando è scelta per il suo valore, lascia un’impronta dentro di noi. Il dialogo dà parola al legame: serve a mettere in comune pensieri e desideri; dà forma ad una ricerca condivisa; consente di confrontare valutazioni sulla vita; di compiere un discernimento comune; di condividere quella parola che a ciascuno di noi il Signore comunica dentro e attraverso la vita. È l’amicizia spirituale, dono dello Spirito, all’interno della quale si vive la presenza del Signore; è la comunicazione nello Spirito, che si vive all’interno di una coppia cristiana di fidanzati o di sposi.

– L’accompagnamento spirituale.
Un posto particolare ha il dialogo spirituale che si realizza tra un credente e un fratello o una sorella che ci accompagna nel discernere il disegno di Dio su di noi. Si tratta di un servizio che richiede maturità umana, esperienza spirituale, disponibilità all’ascolto, libertà interiore e capacità di intuito soprannaturale. La tradizione cristiana ha dato a questo dialogo il nome di direzione spirituale: noi preferiamo il termine di accompagnamento spirituale, per sottolineare la libertà e la fiducia di un rapporto in cui si sceglie di lasciarsi aiutare da una persona che ha già compiuto nella vita di fede passi significativi. Questo dialogo ha un’importanza particolare in ordine alla personalizzazione della fede ed è uno dei luoghi più significativi per realizzare quell’unità del percorso formativo personale, indispensabile quando si dispone di una molteplicità di occasioni formative.
In questo ambito il sacerdote assistente svolge un servizio qualificato: in virtù del sacramento dell’ordine egli ha ricevuto il dono della «paternità spirituale» e solo lui può perdonare i peccati in nome di Cristo e della Chiesa. La particolare cura della comunione all’interno dell’associazione lo impegna ad essere testimone di riconciliazione, fratello che comprende, consigliere che indica la strada, accreditato dalla Chiesa per aiutare i fratelli e le sorelle nel cammino permanente di conversione.

– La correzione fraterna.
Un grande aiuto per la crescita personale e di gruppo è costituito dalla correzione fraterna. È una forma di dialogo spirituale, largamente praticata dalle comunità cristiane delle origini. Suppone un ambiente di preghiera e di vera carità fraterna: bisogna vigilare su se stessi per non riversare sul fratello o sulla sorella la propria aggressività o frustrazione, bensì assumere un atteggiamento di disinteresse, di sincera benevolenza e mai di giudizio impietoso, per correggere l’altro con dolcezza e umiltà.

LA PROPOSTA DI FEDE PER I RAGAZZI IN AGESCI
Raffaele Di Cuia

Il metodo educativo dello scautismo si propone, fin dalle sue origini, di formare il «buon cristiano e il buon cittadino». Questo duplice obiettivo, prefigurato dal fondatore Lord Baden Powell, è ripreso con modalità il più possibile attuali dall’AGESCI, che come associazione cattolica vede in questa sintesi un modo efficace di proporre l’esperienza di fede ai ragazzi e ai giovani. L’uomo e la donna pienamente realizzati nel dono di sé non possono prescindere infatti da un’esperienza di fede viva e vitale, che è la vera origine di ogni scelta di servizio ai fratelli e di presa di responsabilità sulla propria vita e sul mondo. Per questo motivo il cammino di fede è parte integrante della proposta educativa globale dell’AGESCI, è continuamente connesso con le varie attività proposte e non può essere disgiunto da esse.
Nell’estate 2003 si è svolto un grande campo estivo che ha radunato per 10 giorni più di 16.000 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 16 anni. In questa occasione e durante il percorso di preparazione all’evento, abbiamo avuto modo di osservare i ragazzi e di domandare direttamente a 1.200 di loro, attraverso un questionario preparato insieme all’Istituto IARD (i risultati in «80 voglia di …» Ed. Nuova Fiordaliso), cosa voleva dire per loro essere scout, essere cristiani e come vedevano il loro mondo e il loro futuro. Le risposte sono state interessanti per comprendere meglio la realtà giovanile di questa fascia di età e ci invitano a riflettere su vari aspetti educativi, tra i quali quelli riguardanti la proposta di fede. In questo ambito è risultato chiaro che tra i maggiori ostacoli che rendono difficile il cammino di fede vi sono:
– il linguaggio con cui la proposta viene fatta. Per linguaggio si intende tutti gli strumenti con il quale la proposta è fatta. Spesso questo linguaggio, modo di proporre, non è lo stesso dei ragazzi/e e quindi risulta come se due persone che parlano lingue diverse cercassero di comprendere cosa si vogliono dire;
– la mancanza di sacerdoti o religiosi loro vicini, che passino del tempo con i ragazzi/e non solo proponendo loro il messaggio di Gesù, ma condividendo con loro parte della loro vita e delle loro esperienze: figure vicine e compagne di cammino;
– il bisogno di non dare nulla per scontato e di dover sperimentare tutto, per capire il senso di quello che viene loro proposto;
– l’«istituzione» Chiesa vista lontana da loro e lontana dal messaggio di Gesù che viene proposto nel Vangelo;
– i momenti di celebrazione liturgica visti come noiosi e difficili da seguire e partecipare.
Da queste osservazione è chiaro che le difficoltà non stanno nel messaggio alla base della proposta di fede, ma nelle modalità con le quali questi messaggi sono proposti e vissuti. Il messaggio di Gesù, alla base della nostra proposta di fede, è sentito e vissuto quando scoperto e ascoltato, se trasmesso nel linguaggio appropriato ai ragazzi/e.
La proposta educativa scout per la fascia di età della prima adolescenza (12-16 anni) prevede una fase di scoperta. Attraverso questo momento inizia anche il cammino di fede. La scoperta della figura di Gesù, della sua vita, del suo messaggio e degli uomini comuni che hanno saputo vivere e mettere in pratica (i Santi) viene vissuto attraverso esperienza concrete che aiutano a sperimentare nella vita di gruppo e di tutti i giorni il Cristianesimo. La scoperta avviene all’inizio soprattutto insieme agli altri sia in piccoli gruppi (6-7 ragazzi o ragazze guidati dal più grande, le squadriglie) sia in gruppi più grandi (25-30 ragazzi e ragazze, il reparto) attraverso proposte che rendono ognuno protagonista, utilizzando ogni tipo di tecnica di animazione e cercando di integrare la proposta di fede all’interno della più ampia proposta di attività. Si cerca di non separare mai le attività svolte regolarmente dai gruppi (reparti e squadriglie), rispetto all’attività di catechesi o preghiera per far meglio capire che in ogni azione/attività si può scoprire il messaggio di Gesù che ci parla e ci dice qualcosa e viceversa scoprire che si può fare ogni cosa seguendo i valori proposti dai Vangeli.
Accanto a questo percorso comunitario, che aiuta i ragazzi a non sentirsi soli in questo cammino e a comprendere che tutti si sta camminando alla scoperta ognuno con le sue difficoltà e dubbi, vi è anche un percorso di scoperta della fede personale che è tipico di ogni ragazzo ed è costruito dagli educatori in base alle caratteristiche e alle esigenze del ragazzo/a. Questo percorso verificato di tanto in tanto con gli educatori e nel quale possono intervenire anche la famiglia, gli altri ragazzi più grandi o altre persone e realtà vicine al ragazzo/a, dovrebbe portare alla scoperta e a sperimentare direttamente il messaggio di Gesù e, in un secondo momento, quando divenuto più grande (16 anni), a raccontare e proporre agli altri più piccoli (aiutato dagli educatori) il messaggio di Gesù, le sue scoperte e le sue esperienze nel cammino di fede. Quando il ragazzo/a cresce e passa nel gruppo di ragazzi più grandi (16-20 anni, le comunità clan/fuoco composte di Rover/Scolte) la proposta muta, seppur in continuità e viene loro chiesto di sperimentare concretamente il messaggio di cristiano nella vita di tutti i giorni attraverso anche un elemento fondamentale della proposta educativa scout per questa fascia di età: il servizio al prossimo.
In tutto questo cammino esistono esperienze forti (uscite, campi, incontri con altri gruppi…) che offrono la possibilità di confronto più prolungato in luoghi diversi da quelli di incontro abituale. Questi momenti ed esperienze permettono anche di utilizzare altri strumenti che abitualmente non vengono usati per scoprire e vivere il cammino di fede (ad esempio la natura). Questi momenti sono validi anche per una catechesi occasionale, utilizzando le situazioni che si creano e l’ambiente in cui si vive per proporre momenti e riflessioni particolari di catechesi.
La verifica di questo percorso di catechesi e fede, che inizia quando il ragazzo/a entra nei gruppi A.G.E.S.C.I. (in genere a 8 anni) e termina alla sua uscita (in genere a 20 anni) viene fatta dal ragazzo/a stesso alla fine del suo cammino. In quel momento il ragazzo si trova di fronte alla scelta se voler continuare nella sua vita a abbracciare il messaggio di Gesù e quindi vivere seguendo «l’esempio di Gesù» oppure no.
Il cammino scout si riassume in questa scelta: il lungo percorso educativo porta il ragazzo a scoprire il messaggio cristiano, a sperimentarlo a seconda delle fasce di età con modalità differenti, a costruirsi uno spirito critico e infine a scegliere consapevolmente se abbracciarlo e viverlo quotidianamente anche al di fuori dello scoutismo.

ITINERARIO GIOC DI EDUCAZIONE ALLA FEDE
Manuela Agagliate

Se ci fosse un uomo – un uomo nuovo e forte – forte nel guardare sorridente
la sua oscura realtà nel presente… – Questo nostro mondo è avido e incapace
sempre in corsa e sempre più infelice – popolato da un bisogno estremo
e da una smania vuota che sarebbe vita – se ci fosse un uomo… (Giorgio Gaber)

Il punto di partenza per un discorso sulla religiosità in un itinerario educativo può essere individuato nella ricerca concreta dei valori, nella tensione verso una «vita buona», che realizzi pienamente le aspirazioni di felicità, di amore, di futuro che sono presenti in ogni persona. L’esperienza quotidiana, di lavoro, di fatica, di gioia, il nostro impegno per trasformare noi stessi e il mondo ci spingono ad interrogarci ulteriormente, a chiederci il senso di ciò che accade: il senso del proprio lavoro, dell’ingiustizia, dell’impegno, della sofferenza. Ci fa scorgere una dimensione che va oltre l’uomo, ma che fa pienamente parte dell’esperienza umana.
La dimensione religiosa è un dato antropologico. È quell’anelito profondo, quel desiderio, presente nell’uomo, che lo spinge al superamento di se stesso, a scavare per trovare ciò che abita nel proprio cuore e cercare la pienezza di vita. Tale tensione è espressione inconscia della ricerca di Dio.
Intercettare, risvegliare, alimentare il senso religioso presente in ciascuno di noi è ciò che consente di aprirci al «di più» e al «non ancora», è ciò che consente di fare il salto della fede. Si tratta di intercettare e fare emergere la questione religiosa che c’è in ciascuno di noi per accompagnare all’incontro col Dio di Gesù Cristo.
Parlare di dimensione religiosa ci fa pensare alle difficoltà, alle fatiche, alle domande, ma anche alle realizzazioni e ai punti fermi dei nostri cammini di fede e della proposta che facciamo ai giovani.
In generale, la questione nodale nei nostri percorsi educativi è quella sui tempi di proposta e di sviluppo della dimensione religiosa. Spesso si sperimentano la paura e l’ansia di fare proposte esplicite ai giovani per rispettare la gradualità dei percorsi e la difficoltà ad accompagnare e progettare questa dimensione con metodi e proposte adeguate, sia nei cammini personali che comunitari.
Oggi i giovani che incontriamo, mediamente provengono da un contesto familiare e sociale che non trasmette loro né la percezione della presenza di Dio nella vita né la fede cristiana. Il clima culturale nel quale tutti siamo inseriti contribuisce a questa lontananza. Alcune sfide e provocazioni da rilanciare:

* Passare dall’irrequietezza e dall’insoddisfazione alla gioiosa inquietudine della ricerca.
Oggi non si può dare nulla per scontato sul fatto religioso. La dimensione religiosa ha bisogno di essere alimentata e valorizzata più che in passato. Si coglie nei giovani il desiderio di rientrare in se stessi, di andare fino al fondo di sé, alla ricerca dell’interiorità. Dietro le tante forme di ricerca e di religiosità (basta osservare il massiccio ricorso alla tecniche orientali), forse si nasconde la sete di Dio. Dopo tanta scienza che ha tentato di spiegare la persona sezionandola, si torna ad un’istanza di sintesi personale, ad un bisogno di recuperare la dimensione di mistero. L’inquietudine di lasciarsi interrogare e di interrogare diventano allora una caratteristica del percorso educativo che proponiamo.

* Passare dal senso religioso alla ricerca di fede, ad una scelta chiara.
Essa si traduce nella sequela di Gesù e che fa della Parola di Dio e del Vangelo la propria norma di vita.
La fede in Cristo non è un dato acquisito per sempre, è da rifondare continuamente. Però non si può neanche essere eternamente in ricerca senza mai scegliere. Scoprire Gesù, uomo libero e liberatore, e il Vangelo, portatori di una proposta e di un orizzonte che realizzano pienamente la persona, portatori di un senso e di una verità che aprono l’uomo alla pienezza di sé, del mondo e all’incontro con il mistero di Dio. Si tratta di una meta e quindi di un percorso che accompagni il progetto di educazione con i giovani, scommettendoci la propria vita.

* La rilevanza storica e sociale del cristianesimo.
Gesù è un uomo che ha segnato la storia come nessun altro, al punto da diventare lo spartiacque tra il prima e il dopo. A fronte del rischio di riduzione del cristianesimo al puro benessere interiore e personale, occorre richiamare la portata storica di trasformazione della fede cristiana, che ha influenzato la cultura, l’etica, le scelte, la visione della società. La coscienza cristiana non è una coscienza «privata», ma è una coscienza capace di dialogare con la vita e con il mondo e trasformarli.

L’analisi di queste sfide ha portato la GiOC ad individuare quattro mete educative, che sono state analizzate e scomposte per renderle concrete e realizzabili.
* Maturare una spiritualità solidamente fondata in Gesù Cristo, nella conoscenza della Bibbia e nell’ascolto della vita e continuamente alimentata dalla pratica della revisione di vita e dei sacramenti.
* Unità di vita: maturare una fede in Cristo che parta e si lasci interrogare dalla quotidianità della nostra vita e di quella dei giovani che incontriamo e che sia capace di trasformare l’esistenza di ciascuno.
* Vivere la dimensione comunitaria della fede, maturando, in quanto laici dentro la Chiesa locale, un atteggiamento di servizio e responsabilità, con l’attenzione continua a portare lo stile e il carisma della GiOC.
* Mantenere negli ambienti di vita e nelle comunità in cui siamo inseriti un impegno missionario, caratterizzato dalla testimonianza di uno stile di vita aderente al Vangelo e dall’annuncio di Gesù, rivolto in particolare ai giovani del mondo del lavoro.

Ecco ora alcune possibili tappe di un percorso con i giovani lavoratori e popolari.

1ª tappa: dove nasce il senso religioso
Dall’irrequietezza e dall’insoddisfazione alla gioiosa inquietudine della ricerca

Partendo dal fatto che, nel contesto attuale, non si può dare per scontata la dimensione religiosa, occorre partire scavando in profondità. L’anelito profondo che abita nel cuore delle persone è un dato antropologico e pedagogico; apparentemente può esserci il deserto, ma sotto il deserto scorrono fiumi carsici. Ma come intercettiamo questo anelito?
Condividendo la vita dei giovani, camminando con loro, con discrezione, con capacità di ascolto e volendo loro bene; con calma, a mo’ di Gesù con la Samaritana, provando noi a chiedere da bere e poi, con loro, scoprire questa sete profonda e l’acqua che disseta per la vita.
Dare valore ai loro mondi, ai loro modi di vivere; essere davvero interessati alle loro storie di vita per trovare il punto di incontro che apre a quelle dimensioni profonde che la «cultura» corrente tende a sotterrare.
Dare importanza al racconto delle loro storie di vita, facendo riscoprire il gusto di dirsi; far scoprire la bellezza di avere delle cose importanti da raccontare, superando la sensazione della banalità della vita quotidiana.
A questo riguardo, molto utile si rivela il metodo della Revisione di Vita, che è anche una spiritualità, un modo di affrontare il rapporto fede e vita.
Nella prima fase (vedere), la Revisione di Vita parte dal racconto della vita dei giovani: fatti, situazioni di vita quotidiana, incontri… Il racconto della propria vita unisce il gruppo dei giovani, fa crescere la conoscenza, l’amicizia, l’interesse, l’ascolto reciproco e della realtà…; fino a porre le domande più impegnative: «Perché succedono questi fatti? Quali conseguenze determinano su di noi, sugli altri, sul mondo? Quali sono le cause dipendenti da me, da altri?».
La Revisione di Vita aiuta ad approfondire l’analisi della realtà, partendo dalla vita concreta dei giovani (famiglia, affettività, tempo libero, lavoro, scuola) e superando l’atteggiamento di superficialità, di rassegnazione o di fatalismo che caratterizza, sovente, l’approccio con il vissuto quotidiano, favorendo la capacità critica.
Nel secondo passaggio (valutare) ci si interroga sui valori vissuti o negati nella situazione che il gruppo sta analizzando. Di solito, siamo molto abili a parlare dei «valori» in astratto, a teorizzare. La Revisione di Vita rimanda alla verifica concreta dei valori vissuti o negati dai singoli del gruppo, senza evadere in chiacchiere generiche e prive di rimando alla vita quotidiana.
L’accostamento ai valori interroga i giovani del gruppo sul modello di uomo-donna, di società che stiamo costruendo (o distruggendo) e sulle aspirazioni profonde che soggiacciono nel profondo del cuore delle persone coinvolte.

2ª tappa: aprire su Dio
Dal senso religioso alla ricerca di fede

La questione di Dio è più che mai attuale. Dietro le tante forme di ricerca, persino nei cammini distorti delle devianze, si nasconde la sete profonda di Dio.
Il passaggio alla seconda tappa è molto delicato e può essere utilmente accompagnato dall’ascolto di testimonianze dirette, testi di canzoni, spezzoni di film, brani di scrittori e anche da un approccio alla storia biblica, come esperienza di una umanità che cerca.
La figura di Abramo come simbolo profondo dell’essere di ogni persona, e l’imperativo biblico: «Esci dalla tua terra e va’» (Gn 12): per «trovare», la condizione è partire, cercare.
Altra icona biblica: Mosè al roveto che arde e non si consuma (Es 3). Mosè incuriosito arde del desiderio di capire, di vedere più da vicino quell’evento che lo interpella.
Altro testo che apre, accompagna, educa al senso del silenzio, dell’ascolto, del ritirarsi a riflettere e a pregare (come dimensioni importanti della ricerca) è quello di Elia all’Oreb (1Re 19).

3ª tappa: conoscere Gesù più da vicino
Da un vago senso di Dio, al Dio di Gesù Cristo

Un incontro nuovo con Gesù di Nazaret, un uomo che ha segnato la storia come nessun altro, al punto da diventare lo spartiacque tra prima e dopo Cristo.
Scoprire a fondo la sua persona, la sua storia, mettendola in rapporto con il suo tempo e la vita dei ragazzi e dei giovani, oggi.
Conoscere e incontrare Gesù come uomo libero e liberatore, che offre amicizia e significato per la vita. Portare a riconoscere in Gesù l’uomo dei valori, che propone un modello autentico di persona, apre ad uno stile di vita che realizza pienamente la loro aspirazione di felicità, di amore, di futuro, di senso.
Temi legati alla loro vita: Gesù, uomo libero; Gesù e gli amici; Gesù e gli avversari; Gesù e le donne, l’affettività; Gesù e la pace, la non-violenza; Gesù e la vita quotidiana; Gesù e i poveri; Gesù e il lavoro, Gesù e il Padre.
Gesù ci insegna a conoscere Dio. Rivela, con i fatti e le parole, il volto del Padre: «Faccio le cose che ho visto fare dal Padre. Chi vede me, vede il Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 14).
Gesù è il Dio incarnato, Dio che è entrato nei tratti della mia vita; si è fatto carne, si è fatto storia, si è fatto materia.
Nella vita mia quotidiana, nella vita delle persone, nelle situazioni che affronto ogni giorno: lì lo incontro ancora oggi, lì mi invita a riconoscerlo e a seguirlo. L’evento della sua Passione, Morte e Risurrezione proietta una luce nuova sulla persona di Gesù, il vincitore del male, della morte. Il Risorto, perché anche noi possiamo risorgere, ogni giorno, ad una qualità più elevata di vita, e risorgere, alla fine dei tempi, per una vita finalmente liberata da ogni sofferenza, da ogni limite del male sconfitto per sempre.
Nella Revisione di Vita, la fase del «valutare», oltre alla scoperta dei valori vissuti o negati, oltre alle aspirazioni emergenti, invita a porsi in ascolto di Dio che parla, attraverso la Vita concreta (che si sta analizzando) e attraverso la Parola contenuta nelle Sacre Scritture, Parola che illumina la Vita e ne svela dimensioni nuove, inedite.
L’ascolto della Parola di Dio, nella Revisione di Vita, è il momento culminante. Il nostro Dio non cessa di parlarci, di cercare il rapporto con noi, perché ci vuole bene e ci accompagna sempre: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).
L’ascolto della Parola di Dio, vissuto con calma, in clima raccolto e di preghiera, pone al centro la Persona di Gesù: l’Uomo nuovo, l’invito a sperimentare (con Lui) il cambiamento-conversione, la proposta del Regno, l’essere per gli altri, il rapporto filiale con il Padre, la prospettiva meravigliosa della Pasqua di Risurrezione.

4ª tappa: il tempo delle scelte
Il coraggio di buttarsi! Dall’immobilismo alla gioiosa avventura della vita

Non ci si può considerare eternamente in ricerca, senza mai scegliere. Soprattutto, la ricerca non può diventare il paravento per non scegliere mai.
Il progetto educativo parte dal senso religioso e conduce ad una ricerca di fede, ad una scelta chiara che si traduce nell’accoglienza e nella sequela di Gesù, fino a fare del Vangelo, della Parola di Dio il riferimento, la norma per la propria vita quotidiana.
Il coraggio di buttarsi: la vita è una scommessa! La libertà si gioca nel decidere, in prima persona, su chi e su che cosa investire, a chi fare credito. Vivere è «giocarsi»!
La proposta di Gesù è radicale e rispetta la libertà: «Se qualcuno vuol venire con me» (Mc 8,34-37). «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67-69).
L’esperienza cristiana la si vive insieme, comunitariamente, come Chiesa da scoprire nella sua dimensione umana, ma anche di Mistero. Il suo compito è quello di essere «segno e strumento di salvezza» (Concilio Ecumenico Vaticano II); posta nel mondo a servizio dell’umanità, per la crescita del Regno di Dio, per costruire pace, dignità, prospettive più umane e solidali.
La terza fase della Revisione di Vita affronta l’agire: alle parole devono fare seguito i fatti, l’azione (personale, di gruppo). La capacità di agire, di intervenire concretamente nella situazione affrontata, o in situazioni simili, rivela l’autenticità della riflessione fatta nel gruppo.
Non sono sufficienti le «buone intenzioni», occorre decidere di giocarsi sul campo della vita quotidiana: famiglia, tempo libero, lavoro, scuola, sindacato, politica, volontariato.
In questo senso la Revisione di Vita propone un metodo e una spiritualità laicale perché intende accompagnare i laici ad essere fedeli a Gesù Cristo nella loro vita quotidiana, come ci ricorda il Papa nella Christifideles Laici, cap. 1: «Il mondo diventa così l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici».
Così il Concilio Ecumenico Vaticano II: «I fedeli laici sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della fede, della speranza e della carità» (Lumen Gentium, 31).
La GiOC (Gioventù Operaia Cristiana) è una Associazione laicale, riconosciuta dalla CEI, operante in alcune regioni d’Italia e in 60 Paesi del mondo, che propone questo itinerario di formazione cristiana ai giovani a bassa scolarità, di ambiente popolare: giovani lavoratori, disoccupati, studenti delle scuole professionali.
La dimensione associativa offre ai giovani la possibilità di vivere una vera esperienza di Chiesa (inserita nella Chiesa più ampia), organizzandosi e assumendo compiti e responsabilità in ordine alla missione che consiste nel contattare e aggregare i giovani lavoratori, i giovani popolari delle periferie delle grandi città, delle piazze, dei luoghi di incontro e di svago…, facendo con loro un pezzo di strada, crescendo nella responsabilità, fino all’incontro liberante con Gesù Cristo.
La GiOC sperimenta questi itinerari educativi in stretto rapporto con le Istituzioni, con il Sindacato e in collaborazione con le Parrocchie, altre Associazioni, la Pastorale del Lavoro, la Pastorale Giovanile, la Caritas, il Progetto Policoro, nella convinzione che unendo le forze, lavorando in rete, ognuno con il proprio specifico, daremo testimonianza del comandamento che Gesù ci ha affidato, quello dell’amore, e saremo maggiormente credibili e incisivi nel mondo dei giovani.

CAMMINO DI FEDE CON I GIOVANI IN FUCI
Andrea De Carli

Le osservazioni e riflessioni che presento nascono dall’esperienza vissuta nella FUCI, associazione studentesca dentro al quale ho svolto il mio servizio pastorale negli anni scorsi. Devo premettere che si tratta di una proposta rivolta a dei giovani adulti e in un particolare passaggio della loro esistenza, che è la vita universitaria, e che dunque da questa prospettiva e in riferimento ad una proposta per questi giovani va letto il mio intervento (il quale peraltro non ha nessuna pretesa di esaustività).
Potrei iniziare provocatoriamente questa testimonianza dicendo che ho maturato più di una perplessità nei confronti di cammini di fede intesi come percorsi strutturati con tappe e contenuti ben definiti da trasmettere a dei giovani secondo un programma ben preciso, e preferisco invece pensare ad essi come la condivisione di una ricerca. Ritengo che si tratti non tanto di riporre fiducia in dettagliati programmi onnicomprensivi, magari progettati a tavolino, ma di aver ben chiaro l’obiettivo: far crescere cristiani maturi, umili e generosi, convinti e capaci di pensare con spirito critico, centrati sull’essenziale della fede e aperti al dialogo e al confronto, educati a leggere e pregare con la Scrittura e a gustare la liturgia, convinti che la fede non è un avventura da navigatori solitari e perciò coinvolti nella comunità ecclesiale con amore umile e critico, fortemente sensibili alla vita sociale e politica come spazio esigente dell’esercizio della carità, competenti e consapevoli delle proprie responsabilità primarie nel lavoro e nella famiglia.
Mi convince questa prospettiva della «ricerca», che caratterizza la proposta formativa della FUCI (in piena linea con la tipicità dell’università, quantunque essa oggi stia cambiando fortemente), dove la preoccupazione non è tanto trasmettere la completezza dei contenuti, ma imparare uno stile di vita che accetta di interrogarsi e di fare seriamente i conti con il Vangelo. Ciò rende possibile il coinvolgimento sia di credenti già catechizzati, che hanno la possibilità di «dare ragione della loro speranza», di vagliare criticamente la propria esperienza di fede e approfondire la loro appartenenza alla comunità cristiana attraverso una esperienza di apertura all’universalità della Chiesa e nel contempo di radicamento nella propria chiesa particolare; sia di persone dubbiose o non praticanti che riscoprono una maniera più adulta di accostarsi alla fede e alla vita ecclesiale.
In questi anni mi è parso di poter individuare almeno due grandi punti deboli che nella vita dei giovani rendono difficile (e urgente) una proposta seria di fede. Essi sono: una problematica attitudine alla ricerca e una profonda solitudine interiore.

In ricerca?

Paradossalmente proprio l’elemento centrale dell’approccio che mi convince appare oggi difficilmente proponibile (ma forse per questo ancora più necessario!). L’esperienza mostra infatti che, sebbene risuoni spesso sulla bocca dei giovani l’espressione «sono in ricerca», in realtà è molto carente una reale determinazione ad andare fino in fondo, cosicché queste parole sembrano nascondere piuttosto un profondo e pericoloso scetticismo che si manifesta in diverse forme: nel disinteresse che ritiene troppo difficili, astratte o superate questioni come il discorso religioso; nella negazione presupposta in partenza della possibilità di approdare a qualsiasi risposta, punto fermo o motivazione coinvolgente in base a cui fare un minimo di sintesi; nella concezione della ricerca come un vagare distratto fra mille esperienze con l’accortezza di non lasciarsi mai troppo coinvolgere in responsabili scelte di vita da ciò che si percepisce come vero o significativo. D’altra parte invece si nota sempre più diffusamente il rifiuto del cammino difficile della ricerca in nome di una immediatezza che prende la forma del fascino per la persona carismatica cui demandare la fatica del cercare risposte o a cui affidare le proprie insicurezze, il gusto dell’esperienza eccitante e puntuale ma senza continuità, la voglia di aggrapparsi alla sicurezza di semplici (o semplicistici) slogan supportati magari dalla forza di una identificazione massificante.
Alla luce di questo ritengo pericolose proposte di pastorale giovanile troppo legate al fascino di slogans o di persone carismatiche. Esse mi sembrano rischiose se sono troppo preoccupate di semplificare lo sforzo della ricerca con facili formule predigerite, con semplificazioni moralisticamente buoniste o con uno spiritualismo emotivamente caricato, oppure se c’è troppa preoccupazione di serrare le fila con l’enfasi sull’assunzione di una identità cattolica predeterminata, dimenticando che solo una prolungata elaborazione personale può difendere dal formalismo esteriore e assicurare lo sviluppo di una robusta e convinta coscienza cristiana.

Solitudine

È il grande, paradossale dramma del nostro tempo della comunicazione totale e tocca in maniera rilevante anche i giovani. Essa è collegata all’inaridimento interiore di chi non riesce più a trovare nemmeno le parole per dare voce alla propria vita interiore; è favorita dal caotico flusso difficilmente comprensibile e controllabile dei propri sentimenti, pulsioni, emozioni che non si riesce ad incanalare attorno ad un propria precisa identità («Non so cosa mi succede dentro!»); è frutto dell’isolamento interiore causato dall’abitudine a rapporti superficiali e dalla triste sensazione che in fondo nulla importi veramente niente a nessuno; è connessa alla fatica ad accettare i tempi lunghi della comunicazione profonda, per cui le relazioni si bruciano in una immediatezza che diventa violenza e prevaricazione o si vivono nell’illusione dell’assoluta trasparenza; è conseguenza della rassegnazione e della paura (motivata o meno) di ferirsi nel gioco paziente e complicato delle relazioni, oppure dello scetticismo sulla possibilità di fidarsi degli altri e costruire qualcosa insieme; è connessa con l’assolutizzazione della esperienza personale che chiude in uno sperimentalismo individualistico assai pericoloso.
I rischi delle nostre proposte, alla luce di queste osservazioni, sono rinvenibili anzitutto in un attivismo che crede di fare molto per i giovani moltiplicando iniziative, proposte, incontri... e dimenticando che l’unica cosa veramente essenziale, non nuova, ma forse per questo imprescindibile, è l’ascoltare. Probabilmente la parte maggiore dei nostri sforzi dovrebbe essere orientata ad ascoltare e a costruire le condizioni dell’ascolto, favorendo anche la disponibilità e la capacità dei giovani ad esprimere il loro mondo interiore e a confrontarsi sulle domande che hanno dentro. Quante volte ho sentito i giovani lamentarsi di non trovare un prete o qualcun altro che avesse tempo di ascoltare e che fosse all’altezza di dialogare con apertura e saggezza su temi difficili di fede e di morale! Sì, troppe volte i nostri giovani cercano risposte altrove o non cercano più perché noi siamo troppo occupati a preparare per loro incontri, eventi o attività che rispondono certo a diversi tipi di bisogni, ma che perlopiù non toccano e non affrontano le vere questioni o i problemi anche personali più rilevanti. Purtroppo capita talvolta che chi si rende conto di questo e si impegna a cambiare rotta, sia spesso vittima di una forma patologica di onnipotenza e interpreti il suo ruolo di ascoltatore e di umile accompagnatore nel faticoso cammino di discernimento dei segni di Dio, come quello dell’oracolo divino che si sostituisce in maniera esageratamente direttiva alla coscienza personale e che ha sempre le risposte pronte per ogni problema.
Altro rischio è quello di favorire la tendenza ad una concezione fusionale della fede, che recupera certo la necessaria dimensione materna della tenerezza, ma rischia di ridurre la fede ad uno dei tanti prodotti antidepressivi di cui si fa sempre più largo uso anche nel mondo giovanile.
Infine, una risposta a mio avviso pericolosa alla situazione di solitudine generalizzata, è anche l’enfasi eccessiva sui grandi eventi che, pur presentando certamente molti aspetti positivi, spesso finiscono per essere dei palliativi che nascondono, ma non risolvono, il problema, perché rafforzano quell’individualismo di massa caratterizzato proprio da un coinvolgimento emotivo e superficiale, che non mette in gioco responsabilmente le persone. A questo si lega anche la forte tentazione di lasciarsi coinvolgere in una logica concorrenziale per la quale le nostre proposte debbono competere con la visibilità, il fascino accattivante, lo spiegamento di mezzi e di trovate di altre agenzie educative o «diseducative»: si tratta di una battaglia persa in partenza, non solo per la sproporzione in termini di mezzi e di forze, ma più profondamente, perché rischia di comunicare in definitiva un messaggio che ha la stessa logica «produttivistica», della cultura che si vuole mettere in discussione e che ha poco a che fare col Vangelo.

Deideologizzazione e sete di interiorità

A fronte di questi limiti vorrei mettere in luce (anche qui senza nessuna pretesa di esaustività), altri due aspetti che invece ho ritrovato come promettenti nella sensibilità delle nuove generazioni: sono giovani perlopiù liberi dalla prigionia di rigide strutture ideologiche e perciò aperti al dialogo e al confronto, più disponibili ad accettare, magari anche troppo ingenuamente, proposte e idee diverse. Certamente questo riduce la carica contestativa della loro giovane età e può trasformarsi in una influenzabilità facilmente strumentalizzabile, ma li rende più flessibili e meno chiusi a certi discorsi ed esperienze.
L’altro aspetto positivo è la rinascente grande sete di vita interiore e di preghiera che, se spesso viene travisata in forme psicologistiche, emotivistiche o spiritualistiche, apre però spazi straordinari per un serio cammino di fede.

Quali proposte

Vorrei allora sintetizzare i percorsi che mi sembrano più fecondi, facendo riferimento alle intuizioni più significative e alle proposte e che abbiamo cercato di offrire nel tempo del mio servizio nella FUCI.

* Anzitutto mi pare importante proporre dunque un cammino all’insegna della ricerca, il che significa favorire il protagonismo del giovane, valorizzare il dialogo interpersonale e il contatto diretto con persone ed esperienze ecclesiali in una prospettiva di carattere «mistagogico» dove all’impatto con l’esperienza segue una ripresa riflessiva su di essa. A questo proposito, oltre alla amicizia con la comunità monastica di Camaldoli, di cui parlerò più avanti, è risultata feconda, come contenuti e come metodo, la proposta fucina della scuola di formazione annuale: quattro giorni in cui si approfondisce una tematica e una figura di testimone, attraverso l’incontro diretto con realtà ed esperienze significative ad essi collegati.
Assumere l’ottica della ricerca significa anche presentare la fede non solo come risposta ai nostri interrogativi, ma anche come la loro messa in questione, e quindi educare ad un rapporto non semplicemente «consumistico» con la fede; significa abituare al gusto di andare alle fonti (offrendo anche il cibo solido dei grandi autori spirituali) e soprattutto a «camminare nella Parola» educando alla Lectio divina come lettura sapienziale e orante della Bibbia che permette di assumere pian piano al mentalità di Cristo. In questa prospettiva si colloca anche la scommessa sulla riflessione teologica (pur in tempi di povertà di formazione catechistica di base), che vale la pena di continuare a proporre (anche se con adeguati adattamenti) come forma specifica di riflessione critica sul messaggio e sull’esperienza di fede, pertinente alla condizione di studenti universitari.

* Altra dimensione importante e fortemente collegata alla precedente, è l’iniziazione alla preghiera che in FUCI è sostenuta dalla scelta felice di aver costruito una stabile familiarità e amicizia con la comunità monastica di Camaldoli. Oltre al richiamo costante al primato di Dio, che è carisma specifico di una comunità monastica, questa frequentazione ha educato e continua ad educare ad una seria ed equilibrata vita di preghiera, attraverso il contatto con la tradizione benedettina della Lectio divina e della centralità di una liturgia sobria e contemplativa, unita alla sensibilità sociale e culturale della comunità camaldolese. L’obiettivo è educare alla preghiera centrata sull’ascolto della Parola, al gusto del silenzio e di una liturgia che non debba trasformarsi in show per essere parlante. Il contatto con la comunità monastica rimane poi una ricchissima eredità per i giovani che concludono l’esperienza fucina e che continuano a mantenere un riferimento ad essa.

* Altro punto fondamentale è quello di educare alla sensibilità politica e sociale come parte integrante di una spiritualità che riscopre la sequela come un «fare propri i sentimenti del Signore Gesù» e un condividere la passione del Figlio di Dio per l’umanità, a partire dalla compassione per i sofferenti e gli esclusi. Concrete esperienza di volontariato, ma soprattutto maturazione di una costante attenzione e uno studio serio dei problemi e delle sfide per la costruzione di un mondo più giusto e pacifico, sono parte integrante di un cammino di fede.

* Sulla questione del far maturare un senso di appartenenza alla chiesa, che resta uno dei grandi problemi per molti giovani, noto che da un lato la chiesa continua ad essere percepita come una istituzione distante e spesso poco raccomandabile per cui un eventuale cammino di ricerca religiosa viene pensato come avventura solitaria o almeno libera da legami strutturali; dall’altro la necessità di sperimentare la chiesa come realtà propria e vicina, fatta di calde relazioni interpersonali, porta spesso ad identificare in maniera esaustiva ed esclusiva la chiesa con il proprio piccolo gruppo, con una conseguente precoce «sclerosi spirituale» che rende incapaci di sentirsi a casa in qualsiasi altra realtà di vita ecclesiale.
Penso che possa essere di aiuto insistere sulle convinzioni che la chiamata alla fede è esperienza personale ma non individualistica, e che l’orizzonte del Regno come «sogno di Dio» è quello della fraternità realizzata di cui la chiesa non è la pienezza ma il segno irrinunciabile nel frattempo della storia. In FUCI ho riconosciuto come felice la scelta di offrire una esperienza di gruppo aperto, non totalizzante e a tempo determinato: attraverso di esso si può sperimentare la chiesa come concreta fraternità raccolta non attorno alla simpatia reciproca, ma ad una Parola che chiama tutti e nel contempo si è continuamente rimandati ad una realtà che non si esaurisce in quell’esperienza. Inoltre ritengo di grande valore formativo: il forte legame con la chiesa locale, l’interesse per i dibattiti ecclesiali, il contatto con il vescovo, oltre all’apertura a diverse esperienze resa possibile dal legame federativo, nonché la possibilità di percepire, attraverso la continuità di una tradizione ormai ultracentenaria, il senso e il valore di una tradizione, vista come eredità ricca della storia e del travaglio di credenti impegnati nel cammino di fede, di comprensione e di amore.

LA PROPOSTA DI FEDE NEL MOVIMENTO GIOVANILE SALESIANO
Giuseppe Casti

Ogni «movimento» ha un punto iniziale, un’origine dalla quale parte tutta l’energia vitale. Per il Movimento Giovanile Salesiano questo punto originale e vitale è l’esperienza spirituale di Don Bosco.
Al centro della sua vita di uomo e di sacerdote c’è una ferita profonda. Non potrà mai più dimenticare ciò che ha visto, non più in sogno, ma nella terribile realtà: adolescenti dietro le sbarre delle carceri. E questa esperienza di compassione gli detta simbolicamente la sua missione in tutta la sua ampiezza: non vorrà fare altro che liberare i giovani da tutte le carceri, quelle materiali e quelle della solitudine, dell’ignoranza, della delinquenza, della disperazione. Tutta la sua opera è nata da questa sua esperienza.
Don Bosco impegnava i suoi giovani nella sua opera educativa. Il punto culminante di questa corresponsabilità si trova nella partecipazione dei giovani al compito che don Bosco si proponeva. Aveva la certezza che i più idonei ad evangelizzare i giovani sono proprio i giovani; li chiama «i primi e immediati apostoli dei giovani».
I ragazzi dei nostri ambienti avvertono il bisogno di condividere esperienze e preoccupazioni con gli amici. Questo ha fatto nascere collegamenti e riferimenti comuni fino a diventare un vero «movimento giovanile salesiano». A partire dal 1980, mentre con i giovani stessi si approfondisce la spiritualità giovanile salesiana, si sviluppa il MGS.
Il Movimento Giovanile Salesiano si rivolge al giovane d’oggi, al giovane concreto che vive le sue difficoltà e le sue speranze.

Le linee portanti del Movimento Giovanile Salesiano

* La scelta della centralità del giovane nell’impegno educativo e in tutti i progetti: il giovane con i suoi problemi, i suoi bisogni, le sue domande.
Quindi:
– accetta di finalizzare e subordinare il programma alle scelte educative che nascono dai giovani e dalla loro condizione anche quando rappresentano sfide provocanti;
– deve approfondire e condividere la convinzione di rappresentare delle «risposte» alle domande dei giovani, legate alle diverse fasce di età e anche ai loro bisogni. Per questo il Movimento non si presenta come un «progetto da imporre ai giovani», come qualcosa di già confezionato e semplicemente da eseguire;
– in coerenza con questa convinzione, la scelta, strategica ed essenziale, di educare le domande dei giovani è e deve rimanere un impegno accettato e vissuto in tutti gli ambienti: a volte infatti le domande dei giovani vengono soffocate da mode e ideologie correnti; oppure nessuno si impegna a rilevarle e farle giungere a livello di coscienza.

* Il Movimento condivide e si propone di valorizzare il gruppo e l’esperienza associativa come scelta educativa privilegiata ed essenziale per una maturazione integrale.
– Il gruppo è il luogo ideale dove si personalizzano le proposte educative e religiose, è lo spazio dell’espressione e della responsabilità; è il luogo della comunicazione interpersonale e della progettazione delle iniziative. Spesso è l’unico elemento strutturale che offre ai giovani l’occasione per accedere ai valori umani e all’educazione alla fede.
– Il gruppo rappresenta, nell’esperienza del Movimento, un «luogo formativo» per poi essere anche un nucleo propulsore di molteplici attività: espressive, culturali, sportive e ludiche.
– Il Movimento conduce i giovani dall’esperienza dei diversi gruppi di interesse, alla continuità di una vita associativa che li educa al protagonismo e alla stabilità dell’impegno per realizzare una reale crescita in umanità, come esperienza di comunione, di solidarietà e di maturazione nella fede.
Il Movimento, rispondendo a reali interessi dei giovani secondo lo spirito e il carisma di Don Bosco, condivide il proposito di servire fedelmente all’amore e al vivo interesse della Chiesa per i giovani.

* Vivendo la spiritualità giovanile salesiana come patrimonio ricevuto da Don Bosco, il Movimento offre alla Chiesa concreti itinerari di maturazione umana e cristiana.
Attraverso gli itinerari si vuole promuovere la crescita integrale delle persone, principalmente nell’ambito del gruppo. È un cammino organico di crescita umana e di maturazione di fede che viene articolata in quattro aree interagenti:la maturità umana; l’incontro con Cristo; l’appartenenza alla Chiesa; l’impegno vocazionale.
La scelta non risponde a una semplice opzione metodologica, bensì alla consapevolezza di dover promuovere lo sviluppo delle diverse dimensioni dell’unico progetto salvifico, in cui Dio, in Gesù Cristo, viene incontro agli uomini rispettando, liberando e promuovendo le loro potenzialità e i loro ritmi di crescita, e accogliendo la varietà delle loro condizioni sociali e culturali secondo la sua sapiente pedagogia.
Nello sviluppare le singole aree del cammino di educazione alla fede vengono indicati elementi significativi: compiti, atteggiamenti, conoscenze, esperienze.

Area della maturazione umana

Il Movimento aiuta i giovani a ricercare il significato della propria vita nella quotidianità del suo svolgersi. Accoglie le sfide che la cultura oggi lancia, proponendo una logica alternativa a quella del secolarismo.
L’accoglienza della vita, vissuta e sperimentata come un dono e un impegno, è il valore che compendia tutti gli altri. Dire di sì alla vita è riconoscere che essa non si spiega da sola e che la ricerca di senso e di pienezza esprime il bisogno di trascendenza.
In questa prima area si vuole raggiungere un doppio esito: aiutare i giovani a maturare in umanità e ad aprirsi alla trascendenza.

Gli atteggiamenti che si vogliono promuovere sono indicativamente:
– accettare con gioia e fiducia la propria vita, attraverso la scoperta e l’accoglienza progressivamente motivata, del proprio essere creature di Dio;
– maturare una capacità di dialogo, disponibili al confronto;
– scoprire progressivamente il dono della solidarietà;
– decifrare i condizionamenti, culturali e strutturali, personali e collettivi;
– aprirsi al mondo dei valori e degli ideali sino al riconoscimento di Dio creatore, fondamento di ogni esistenza, partendo dalla propria realtà;
– impegnarsi a formare autentici gruppi nell’ambito della comunità.

Per diventare atteggiamenti, le conoscenze devono passare attraverso alcune esperienze:
– lettura della propria realtà, attenta ad evidenziare il rapporto uomo-donna e a valorizzare le potenzialità reciproche;
– esercizio di selezione degli strumenti (test, tabelle, schede...) per leggere la vita;
– osservazione sul campo (inchieste, questionari...);
– esperienza di dialogo, di comunicazione educativa, di dinamica di gruppo:

Area dell’incontro con Cristo

Per educare alla fede, il Movimento apre il giovane all’accoglienza di un evento rivelato: la vita umana in pienezza si compie in Gesù Cristo e diventa comprensibile solo nella fede in Lui.
L’incontro con Gesù Cristo è un incontro «diverso» dagli altri incontri: è l’incontro con il volto di Dio, vita e salvezza di ogni uomo; è un incontro speciale perché si svolge in un gioco impegnativo di libertà e si misura sulla decisione di accogliere il mistero di Dio.

Gli atteggiamenti da acquisire sono:
– leggere quello che si vede nella prospettiva del mistero che non si vede e accogliere nella fede il mistero di Dio manifestato in Gesù, Signore della vita;
– stabilire un rapporto costante con la Parola e una conoscenza personale di Gesù Cristo incontrato nella preghiera e nella vita quotidiana;
– condividere la passione di Gesù per la causa del Regno per vivere la vita comune come responsabilità verso gli altri;

Per giungere a consolidare questi atteggiamenti possono realizzarsi le seguenti esperienze:
– contatto con le varie forme di preghiera nella spiritualità della Chiesa;
– lettura del vangelo per discernere sulla propria vita e per impegnarsi ad attuare i valori e gli ideali;
– esercizio personale e di gruppo dell’esperienza sacramentale e liturgica della Chiesa;
– lettura dei segni dei tempi nella storia quotidiana.

Area dell’appartenenza ecclesiale

L’incontro con Cristo ha sempre un respiro ecclesiale, nasce dalla testimonianza viva del credente, si esprime nella condivisione piena della vita della Chiesa.
In questa area ci sono due attenzioni complementari: educare i giovani al senso di appartenenza ecclesiale e alla partecipazione liturgica e sacramentale della Chiesa.
L’esperienza di identificazione e di partecipazione alla vita della comunità ecclesiale rappresenta l’ambito di azione educativa del Movimento. Essa esige naturalmente l’inserimento dei giovani nella propria comunità di appartenenza, non in termini giuridici e formali, ma secondo la logica della dinamica di gruppo.
Richiede la conoscenza e l’accettazione dei sistemi di valore delle scelte educative e delle convinzioni di fede del progetto della comunità, consolidando così i contenuti dell’esperienza cristiana.
In un tempo di pluralismo si richiede la capacità di armonizzare a livello personale le diverse appartenenze, per superare i conflitti che ne scaturiscono, integrando le differenti proposte attorno ad una appartenenza che assume un significato determinante.
Questo mette in rilievo l’importanza del gruppo giovanile e l’impegno urgente di dare ad esso un profondo respiro ecclesiale.

Gli atteggiamenti da assumere e da suscitare sono i seguenti:
– allargare progressivamente l’esperienza di gruppo alla comunità educativa come vera, anche se iniziale, esperienza di Chiesa;
– scoprire la Chiesa come momento di incontro del popolo di Dio, nell’accoglienza di coloro che sono chiamati a servire l’unità nella verità;
– vivere l’esperienza ecclesiale in «comunione» tra persone impegnate per la causa del Regno di Dio;
– servire la Chiesa facendosi interpreti e portatori dei doni dei giovani sino a renderli soggetti attivi nella comunità;
– sentirsi evangelizzatori di altri giovani nell’impegno di espandere la comunione ecclesiale perché sia sacramento del Regno.

Le esperienze proposte sono:
– confronto con i documenti del Concilio e della Chiesa per comprenderne l’incidenza nella vita;
– partecipazione ai momenti di comunione ecclesiale e verifica;
– iniziative per stimolare e promuovere i giovani ad aprirsi alla condivisione, alla missionarietà e alla mondialità.

Area dell’impegno vocazionale

Nel suo servizio di mediazione educativa il Movimento guida il gruppo ad elaborare un proprio stile di vita e i singoli a progettarsi sino a scoprire la propria vocazione nella società e nella Chiesa. Il giovane riconosce che tutto è dono di Dio e al contempo avverte di conseguenza l’esigenza del proprio impegno personale.
I due aspetti esprimono insieme la stessa realtà: la qualità fondamentale di ogni vocazione cristiana e il modo concreto per ciascuno di servire la vita nella logica del regno di Dio.

Gli atteggiamenti che il Movimento deve favorire sono essenzialmente:
– impegnarsi progressivamente per la vita di tutti, specialmente degli ultimi, per cogliere con disponibile attenzione tutte le situazioni umane;
– essere consapevole di operare in un’ottica di fede, in compagnia con tutti coloro che stanno dalla parte del regno di Dio e convergendo con chi si impegna nei modi più diversi per la stessa causa.

Esperienze proponibili sono:
– formulazione di un progetto di vita personale;
– studio e confronto con diverse esperienze vocazionali
– campi-scuola di orientamento;
– accompagnamento personale e di gruppo.

Criteri  ispiratori  del  processo  di crescita

Alcuni criteri contestualizzano il processo di crescita, aiutano a strutturarlo e a farlo evolvere.

* Unitarietà del processo.
Tale criterio comporta l’interazione organica e armonica dei diversi elementi del processo per favorire la maturazione integrale dei giovani.
– Interazione prassi-teoria-nuova prassi.
L’esperienza di vita di gruppo e di comunità rappresenta la realtà di base che fa emergere le esigenze educative e le istanze progettuali. E la lettura e interpretazione di esse sono momenti indispensabili e privilegiati di crescita.
Si coniugano così prassi e riflessione teorica interagendo e completandosi a vicenda.
È indispensabile perciò:
– sia un continuo passaggio dall’esperienza alla riflessione critica su di essa con il successivo ritorno all’esperienza;
– sia un tempo di tirocinio pratico guidato (spazio per la esperienza) e di verifica (tempo di interpretazione).

*  Gradualità e complementarietà.
Seguiamo la logica del seme. Il cammino di crescita è graduale quando rispetta i seguenti tempi di crescita:
– nell’età delle medie e del biennio la sensibilizzazione introduce nel vasto campo dell’animazione;
– nell’età del triennio si prevede la formazione preparatoria da continuare sino ad una sufficiente maturità per l’animazione;
– dopo la maturità (dai 18 anni circa) viene attivata la formazione vera e propria che proseguirà in modo ricorrente.
Il cammino è graduale se si programmano progressive esperienze nel proprio ambiente, adattandole al soggetto in formazione e tenendo conto anche delle nuove sfide che il contesto multiculturale e i problemi della comunità pongono.

* Orientamento vocazionale.
Tutto il processo di crescita tende ad orientare vocazionalmente il giovane: egli vive il proprio compito educativo come opportunità permanente per individuare le proprie potenzialità e inserirsi in maniera critica e e creativa nella società in trasformazione.
La scoperta del progetto di Dio sulla sua vita aiuta il giovane a maturare la propria scelta definitiva di vita e di servizio.

Tratti del giovane del Movimento Giovanile Salesiano

* Ha un’attenzione personalizzata.
Non si amano le persone in massa. L’educazione, la cura dell’altro è sempre personalizzata. Non c’è niente di peggio che un cristiano «distante». Chi vuole amare tutti non ama nessuno.
«Giovani per i giovani» è un’espressione tipica del Movimento. Esprime che tutti i giovani vi sono accolti come sono. Aperto indistintamente per loro, il Movimento si dedica al bene di ognuno e crea un ambiente educativo insieme a tutta la comunità educativa. La partecipazione al clima educativo rende anche i giovani veri educatori di altri giovani. Cercare il bene, comunicare felicità e impegnare le proprie doti a favore di amici, rendono i giovani soggetti e protagonisti di crescita umana e cristiana. Il gruppo diventa così un luogo educativo in cui tutti riescono ad esprimersi e a crescere.

* Ha una grande fede nel valore della vita.
La fede nel valore della vita, anche di fronte ai drammi della violenza e della morte, è la seconda caratteristica di questo giovane cristiano. Può sembrare così ovvio che spesso lo si dà per scontato.
Ma per il giovane cristiano fortemente radicato nella fede nel valore della vita, ogni esperienza ha una nuova promessa, ogni incontro dà nuove intuizioni, ogni avvenimento porta un nuovo messaggio.
Ma queste promesse, queste intuizioni, questi messaggi devono essere svelati e resi visibili. Il giovane cristiano è «missionario» non perché annuncia nuove idee e cerca di convincere gli altri; diventa un vero leader quando guarda il mondo con occhi pieni di attesa ed è capace di togliere quel velo che nasconde tutte le sue potenzialità.
È nell’attenzione che rivolgono ai vicini, come pure ai lontani e agli emarginati nella società che i giovani diventano «missionari dei giovani». Sensibili ai valori evangelici, prendono iniziative adeguate per venire incontro ai più deboli dello stesso gruppo o della società, diventando soggetti di sviluppo sociale e culturale.

* È sorretto da una speranza che non delude.
Mentre l’attenzione personale è sostenuta da una fede sempre più grande nel valore della vita, la motivazione più profonda nell’impegno per gli altri è la speranza. Perché la speranza rende possibile guardare oltre il raggiungimento di traguardi immediati e offre una visione che va oltre la sofferenza e la morte. Questa speranza non delude perché non è basata sulle nostre capacità o sui nostri sforzi.
Questo ci mette al riparo delle delusioni che sono sempre in agguato quando non si ottengono subito risultati concreti.
La speranza è più forte della «festa». Anche se la festa rimane un elemento importante della vita cristiana, bisogna essere sempre pronti a seguire il cammino senza lasciarsi trascinare dagli alti e bassi della moda del momento. Nella festa, come nell’impegno, il giovane del Movimento rimane sempre solidamente in contatto con ciò che è essenziale, centrale, definitivo. Sa che se c’è speranza in un mondo migliore nel futuro i segni devono essere visibili nel presente, e non maledice mai il presente pensando a un futuro migliore.

PER UN CAMMINO DI FEDE GIUSEPPINO CON I GIOVANI
Vincenzo Molinaro

Quando mi è stato chiesto di raccontare in che modo concretamente facciamo dei percorsi di fede con i giovani, la prima cosa a cui ho pensato è il nostro progetto di pastorale giovanile che noi chiamiamo Piattaforma di PG. In questo nostro sogno, come a me piace chiamarlo, abbiamo fissato lo sguardo sul mondo reale e profondo del giovane. Abbiamo ripensato la nostra fede non come a qualcosa di già conosciuto e compreso. Essa è il dono più grande che abbiamo, ma possiamo vederne la luce ed essa può risplendere significativa, solo se è fatta dono al giovane, se fiorisce dalla sua stessa vita con l’originalità e la preziosità della sua unicità. La fede ci riconsegna la vita come un dono esigente e interpellante. Nella vita del giovane di oggi sembra urgente un appello alla vita. Non è un gioco di parole. È la sensazione che provo di «restringimento e di impoverimento» della vita stessa, che una cultura della non coscienza e della sfiducia, fomenta. La «sfiducia verso la vita», con chiare ricadute nella vita personale del giovane sotto forma di autosvalutazione, mancanza di progettualità, chiusura in sé, è una chiave di lettura della situazione giovanile. Di questa sensibilità culturale i cammini di fede devono farsi carico. In tale situazione la pastorale giovanile è più attuale che mai.
Sono consapevole che sperare di fare cammini di fede con i giovani, soprattutto quelli che non mostrano interesse per la dimensione religiosa della loro stessa vita, è una sfida. Siamo inseriti in un contesto socioculturale che si mostra con la faccia dell’indifferenza non sofferta, pratica e non problematica. A questo proposito è quanto mai necessario uno sguardo di fede per avviarsi a seguire Lui in questo cammino di annuncio di vita, di buona notizia, che è la fede.
Guardare con fede ai giovani, come certamente li guarda Dio, è ritrovare la fiducia nei giovani. È intuire, cercare, sognare quello che loro non vedono più in loro stessi. È la nostra conversione continua: credere che Dio sia presente e operante nel cuore di ogni giovane, al di là di ogni distinzione «vicini, lontani, dentro o fuori» della Chiesa. Allo stesso modo è necessario riconoscere le debolezze e dei nostri percorsi di fede.
– Spesso sono cammini sfiduciati e non più capaci di essere promotori di un cristianesimo partorito dai giovani stessi. L’educazione alla fede deve essere maieutica e non semplicemente ri-produttiva. Spesso i cammini di fede, così come sono strutturati, non esprimono questa fiducia risvegliando nel giovane l’autocoscienza, lo spirito di creatività e criticità. Non si crede in loro e si ha paura di affidare loro un cristianesimo non semplicemente da applicare, ma da ri-dire. Un cammino di fede così compreso si rifugia nell’imposizione della proposta o nello pseudoascolto dell’esperienza.
– Di conseguenza appaiono cammini deboli anche se fanno proposte forti. L’esperienza cristiana non scardina e non provoca «crisi» perché non innestata nella vita del giovane. Molto spesso i cammini di fede sono così lontani dalla «quotidiana fatica a non arrendersi all’autosfiducia» che i suoi appelli appaiono mortificanti e non esaltanti.
Provo ora a dire come il sogno educativo giuseppino cerca strade per diventare storia.
Faccio emergere dall’esperienza alcuni atteggiamenti pastorali che reputo importanti nei nostri concreti cammini di fede.

La comunità come annuncio vivente

La prima cosa necessaria per poter offrire ai giovani un cammino di fede è metterlo sulla strada nella quale possa fare questo cammino. Perché si possa fare un cammino è necessario il sentiero nel quale sia possibile incamminarsi. Intendo dire che è necessario ri-costruire un contesto nel quale il giovane possa essere invitato «a fare due passi» per sperimentare il venite e vedete. La «comunità educativa» dei cristiani (che amano i giovani e vogliono camminare con loro) è il contesto, la strada, ovvero il luogo nel quale sperimentare un cammino di fede. Il cammino di fede, senza questo contesto vitale, in cui sperimentare come reale e gratuita l’accoglienza, rischia di apparire come una proposta che li incrocia solo a livello di idee, di testa. Una parte delle nostre energie va quindi spesa per ricreare comunità nella quali si cerca di vivere appassionatamente il dono della vita che è interpellata dalla fede perché sia sempre più vita! La comunità deve concretamente concepirsi come «strada aperta», non come rifugio sicuro e chiuso: la comunità degli educatori deve vivere in prima linea la città collaborando con gli ambienti istituzionali e culturali, coordinando iniziative con associazioni di altre parrocchie, associazioni laiche e di altre religioni. Sentendosi come una strada aperta, la comunità degli educatori è luogo di incontro, in cui è possibile affacciarsi e sperimentare la direzione di marcia…
Il cammino di fede dei giovani non è quindi immaginabile come una sorta di sequela di un leader particolarmente affascinante, né può semplicemente pensare di affidarsi solo a esperienze cosiddette «forti», che incentrano su di sé l’attenzione dei giovani, e non danno l’idea del camminare insieme verso…
La comunità è la prima proposta di fede che arriva ai nostri giovani. La comunità è la catechesi vivente che conduce il giovane a considerare la Chiesa non primariamente nei suoi aspetti istituzionali, ma a percepirla come sacramento, segno e luogo dell’amore di Gesù per ogni uomo.

L’accoglienza gratuita

La seconda idea pastorale che orienta il nostro agire è far sperimentare l’accoglienza gratuita. I cammini di fede sono improntati a far re-interpretare la vita stessa. Il cammino di fede è un cammino di vita. Questo punto, che può sembrare «teorico», è fondamentale per il giovane. Non sembra funzionare un cammino di fede pensato come un itinerario che conduca il giovane oltre, altrove rispetto alla propria vita. Per questo esso deve trasmettere un grande senso di gratuità e di servizio alla vita. Così facendo il cammino di fede aiuterà il giovane ad aprirsi serenamente a una rilettura della sua vita. E la rilettura critica della vita deve condurre fino a rendersi conto che la vita stessa è appello di Dio, che Egli «è là con sé», nella sua esperienza perché la viva in pienezza. Concretamente questo comporta una «relazione vitale» col giovane e una testimonianza di umanità profonda da parte dell’educatore. Trasparente e rassicurante deve essere il messaggio che arriva al giovane: il cammino di fede non ha intenzione di ri-portarlo in chiesa, di con-vincerlo di qualcosa, che lui stesso non possa desiderare. Questa accoglienza gratuità è tutt’altro che annacquare l’appello di Dio. Il vangelo deve essere annunciato nella sua forza dirompente, nella sua voglia di vita che sbilancia. Questo però deve avvenire nella percezione che Dio è dalla parte della vita del giovane. Solo in questo modo le cosiddette esperienze forti svolgeranno il compito di «mettere in crisi» senza dare l’impressione al giovane di allontanarsi da se stesso. Diversamente potrebbero avere l’effetto contrario, così come spesso constatiamo di fronte a reazioni del tipo: «No, questa esperienza non fa per me, io voglio vivere…».

La mentalità mistagogica
 
Il terzo atteggiamento educativo che incarniamo nei nostri cammini di fede è la mentalità mistagogica. Il cammino di fede da proporre ai giovani di oggi deve superare l’impostazione intellettualistica. Pur tenendo presente che molti non hanno vissuto processi di socializzazione religiosa e quindi non conoscono nulla o quasi della fede, non dobbiamo rischiare di ridurre il cammino di fede a una dottrina da accostare. Anzi proprio, l’incontrare Gesù cuore del cammino di fede, deve essere vissuto facendo fare esperienza di Lui. Impostare i cammini di fede nell’ottica del «fare esperienza di Lui» ci costringe ad abbandonare l’idea che la fede sia qualcosa di altro rispetto alla vita che i giovani stanno vivendo, che essa vada cercata altrove. Ci orienta ad accostarli alla Liturgia e alla Bibbia con cammini decentrati sulla vita del giovane. Superare la preoccupazione dei contenuti non è tacere sull’appello del Vangelo alla vita. Una certa tendenza della chiesa, di fronte alla crisi attuale della catechesi, a ri-dire i contenuti della fede con forza, a rimetterli al centro, se non coniuga questo dono con la vita del giovane, se non lo impasta con i suoi problemi, con la sua cultura, non risolve il divario che essa stessa sente come drammatico.
I cammini di fede che proponiamo puntano su un esperienza complessa, a più dimensioni:
– Cammino di fede è l’Eucaristia domenicale «rivista e corretta», mi si consenta l’espressione, perché ridiventi significativa e sconcertante per la vita delle persone. Questa attenzione al linguaggio, ai segni e al coinvolgimento vitale del popolo di Dio è catechesi. Lo è perché mentre l’Eucaristia celebra «l’amore donato» lo esprime con dei gesti in cui sentirsi donati e accolti. Donati, perché in ogni Eucaristia è necessario far percepire che la nostra vita, tutta intera bene e male, è lì presente ed è preziosa per l’altro. Accolti, perché ogni giovane senta che la sua esperienza quotidiana di gioie e fatiche, è amata per come è.
– Cammino di fede è la scoperta della Bibbia e della fede come appello alla vita, come esperienza con cui confrontarsi. Il cammino di fede con i giovani deve riscoprire la Bibbia. Troppo spesso i cammini di fede, per paura di non sapere come accostare la Bibbia, la trascurano. In questo senso la fede va riscoperta come appello alla vita. Improntare il cammino facendo percepire la fede solo come risposta alle domande dell’uomo è imbrigliare l’enorme energia e vitalità che è la fede e la Bibbia2. Giovani in cammino con la Bibbia potrebbe essere in sintesi un punto cruciale del cammino di fede.
– Cammino di fede è la cura del povero, l‘attenzione al servizio dei più piccoli dove sperimentare il decentramento sulla vita. Cosa proponiamo? Non che il cammino di fede preveda semplicemente forme di volontariato, ma che faccia incrociare la vita del giovane con la vita dell’emarginato, del disagiato, delle povertà dimenticate, con le ingiustizie vicine e lontane. Il cammino di fede, quando fa in modo che mondi vitali così distanti si tocchino, meglio esprime l’incontro del giovane con Dio. Gesù non ha parlato di poveri ma li ha incontrati e amati. Gesù non faceva discepoli come gli altri scribi o i farisei, ma pur essendo il Maestro si faceva servo amando i più piccoli, i peccatori, la pecorella smarrita. Nei nostri cammini di fede questo è il momento che può scatenare quella crisi positiva che ci sbilancia sulla vita decentrandoci dal nostro io.
Il cammino di fede che coniuga questi aspetti e soprattutto li inserisce in una relazione personale e comunitaria con dei testimoni di fede concreti è il nostro sogno giuseppino.
Ma dove e come influisce il carisma del Murialdo?

Il calore di un carisma

Infine il cammino di fede va fatto sulla sequela di strade che sono gia state calpestate, camminate e consumate, come nei sentieri di montagna. Se l’erba è molto alta in un sentiero, è segno che nessuno passa più di lì. Se invece l’erba quasi non cresce è segno che quel sentiero porta da qualche parte. Abbiamo bisogno di testimoni viventi ma anche di testimoni che ci hanno preceduto. Anche il cammino di fede per un giovane ha bisogno di far memoria, di ritrovare la sua esperienza, seguendo le orme lasciate da altri. In questa necessità umana «di ritrovarci con altri» è possibile trovare l’aspetto carismatico, specifico, che ogni cammino dovrà saper far emergere. La sensibilità del carisma di ogni cammino di fede ne misura il calore, la capacità di far sentire al giovane un amore che lo raggiunge da lontano e lo coinvolge. Nella nostra esperienza giuseppina la dolcezza e la fiducia verso il giovane, e l’esperienza dell’amore personale tenero, misericordioso e attuale di Dio, sulle orme di san Leonardo Murialdo, saranno garanzia per il cammino.

L’ESPERIENZA OMI (OBLATI DI MARIA IMMACOLATA)
Francesco Volpintesta

Il cammino di fede per i giovani che descriverò si riferisce, evidentemente, alla nostra esperienza, con i limiti di una visione particolare ma anche con i pregi di un’esperienza effettiva sul territorio. Il nostro osservatorio sul mondo giovanile – come Missionari Oblati di Maria Immacolata – ci vede impegnati in Italia in 20 comunità oblate, con approcci diversi a seconda del territorio, del ministero concreto in cui gli Omi sono impegnati (missione itinerante, parrocchia, insegnamento, ecc.). Tra tutte queste esperienze, il Movimento Giovanile Costruire – nato nel 1988 – è un tentativo per dare unitarietà alla complessità e ricchezza della nostra pastorale giovanile. Esso trae ispirazione dal carisma di S. Eugenio De Mazenod, fondatore degli Omi, e lo ripropone in  dimensione giovanile coniugando continuamente i suoi due valori fondanti: la comunione e la missione.
Ecco le nostre riflessioni circa i giovani e il loro cammino di fede.

Una prospettiva missionaria

Nei giovani cristiani si nota, da una parte, la difficoltà ad «andare», ovvero ad uscire da sicurezze ambientali, culturali e persino religiose, per avvicinare altri giovani, per intessere nuove relazioni. Notiamo spesso un senso di paura, che nasce da una fede cristiana non ancora matura, da un diffuso narcisismo, da una frammentazione che investe gli ambiti della scelta di vita e della responsabilità. I giovani, attraverso un contatto duraturo con la missione (ambito tipico del nostro carisma di Oblati), diventano progressivamente più coraggiosi e, uscendo dai loro steccati, fanno l’esperienza che la fede si rafforza donandola, per utilizzare una famosa frase di Giovanni Paolo II.
Dall’altra parte c’è una necessità di stare insieme bene, di ritrovarsi, di sicurezza. In questo senso la comunione, la comunità, sono rimedi ai disagi della solitudine, al non senso della vita. In questo ambito nascono relazioni di semplice amicizia che pian piano  progrediscono verso relazioni più profonde ed evangeliche.
Rispetto alle proposte religiose riservate ai giovani di oggi dai vari agenti ecclesiali, notiamo che spesso sono noiose, ripetitive e didascaliche. Crediamo che si debba uscire da un modello didattico-scolastico per imboccare la strada di un discorso esperienziale-testimoniale che conduca alla fede non attraverso il convincimento, ma per contagio. Nella nostra esperienza missionaria, soprattutto nella fase che segue il primo annuncio – e che viene garantita dall’itinerario del Movimento Giovanile Costruire – si progetta con i giovani stessi un programma comune a tutte le zone d’Italia e che si diversifica a seconda delle esigenze specifiche del territorio e dei destinatari. Si giunge a veicolare la fede non attraverso la tematizzazione dialettica di argomenti religiosi, ma la condivisione della vita, dei successi, delle difficoltà, dei tentativi di vivere da cristiani e missionari nei contesti ordinari della vita (scuola, università, lavoro, colleghi, amicizie, tempo libero, ecc.). La formazione è, poi, supportata da incontri di formazione periodica e dall’accompagnamento spirituale.
Quest’ultimo elemento è di fondamentale importanza nella nostra esperienza, poiché constatiamo il pericolo generale nel mondo giovanile che si avvicina alla fede e che consiste nel disegnare una esperienza religiosa misurata a proprio uso e consumo. Con l’accompagnamento personale, invece, si ha la possibilità di confrontarsi con il Vangelo e con il Magistero della Chiesa, verso una vita autenticamente cristiana.
Nel nostro approccio missionario la proposta di Gesù Cristo è centrale e prioritaria. Questo annuncio è proposto ai giovani in maniera sintetica, diretta e capillare. Nelle Missioni giovanili, in particolare, effettuiamo le visite ai giovani a scuola, negli ambienti, in strada, a casa, nei luoghi di ritrovo, come anche gli incontri serali tematici o di lavoro. Riteniamo, infatti, fondante far scattare una scintilla nel cuore del giovane. Scintilla che poi va mantenuta accesa attraverso la catechesi e un adeguato percorso formativo.
L’azione missionaria che sviluppiamo su un territorio è occasione per trovare e personalizzare i primi passi da proporre ai giovani per un cammino di fede. In un secondo momento il cammino si diversifica per inevitabili scremature dell’universo giovanile che incontriamo.
In fase di avvio la nostra azione missionaria si affianca all’azione ordinaria della Chiesa, le offre maggiore impulso e visibilità, la aiuta a crescere nella coscienza di comunità in stato di missione, capace di dialogo e di annuncio. In tutto questo si cerca di realizzare un contatto più reale del territorio con le forze vive giovanili, aiutandole con la presenza di una comunità missionaria giovanile esterna ad andare ai giovani «lontani», con proposte ed iniziative sul territorio.
Nelle Missioni giovanili, in particolare, sono i giovani che si fanno annunciatori di Cristo presso i loro coetanei, senza giovanilismi, né paternalismi, ma attraverso una condivisione reale e gratuita della vita concreta che coniugi il verbo «andare» e non solo il verbo «chiamare» o «venire». Occorre scendere in strada, uscire dai gruppi e dagli schemi, adoperare nuovi linguaggi.
La spinta evangelizzatrice che muove l’esperienza della missione intende inoltre offrire a tutti i giovani che ne saranno toccati e coinvolti, un’esperienza di Chiesa, intesa come famiglia dei figli di Dio, luogo in cui, per la presenza del Signore risorto, ognuno si sente accolto ed amato. Tutta la comunità cristiana è coinvolta in questa prospettiva perché diventi la visibilizzazione credibile del volto di Cristo e non un insieme perbenista di norme.
Le difficoltà dei giovani nel loro inserimento ecclesiale è tutto concentrato nella mancanza di questa credibilità. Le nostre comunità cristiane spesso non sono accoglienti e non sono case accoglienti.
Molti giovani che contattiamo in questa esperienza missionaria ne sono fortemente coinvolti. Con il tempo, però, si determina una scrematura che delinea, nell’ambito di questa presenza giovanile, il profilo di coloro che vogliono approfondirne la natura e chiedono di essere accompagnati in un cammino che li aiuti a diventare da evangelizzati evangelizzatori.
In tale processo si inserisce l’esperienza del Movimento Giovanile Costruire che offre una formazione non chiusa in se stessa perché disponibile all’annuncio. Nella fedeltà a tale processo i giovani crescono nella maturità della loro identità cristiana.

Un laboratorio di fede

La missione diventa, così, un vero «laboratorio della fede» nel quale i giovani non vengono strumentalizzati per le loro qualità in quanto «manovalanza» per la missione, ma sono i veri costruttori, insieme con i loro assistenti, dell’opera di evangelizzazione. Nell’esercizio di queste loro qualità si innescano processi formativi a livello affettivo, di confronto con altri giovani e con il territorio, nei quali è possibile, attraverso i dialoghi personali e l’esperienza complessiva di tutta la comunità, offrire punti di lettura per progetti di verifica esistenziali per i singoli.
Queste proposte e questo cammino prevedono una verifica attraverso esperienze ad hoc come viaggi missionari all’estero con relative operazioni missionarie in Italia, partecipazione alle missioni giovanili, possibilità di settimane comunitarie con altri giovani o per tempi più lunghi nelle zone di provenienza o un anno di di vita comunitaria e discernimento fuori dalla propria zona. Questi eventi si ergono come delle soglie attraverso le quali il giovane è aiutato a considerare il tempo della sua vita non come un contenitore indistinto nel quale è possibile muoversi, andare avanti, tornare indietro a suo piacimento. L’acquisizione di nuove esperienze, infatti, è progettata secondo una griglia opportunamente adattabile ma certamente non modellata sullo schema di un self-service di esperienze da gustare e da cambiare all’infinito.
Tutto questo ci permette di dire che la natura stessa del progetto formativo non consente e non prevede un itinerario indefinito nel tempo, anche se non scadenzato con precisione millimetrica. Il discernimento necessario per individuare soglie e congiunture diventa, nella prassi, occasione per attivare il giovane ad esprimersi, a conoscere le proprie paure e ad assumersi le proprie responsabilità. Il tutto si traduce in un processo personalizzato che diventa alla fine un punto di forza che, da una parte costringe il giovane ad andare «in crisi», ma dall’altra lo attiva a superare la difficoltà, con tutti i vantaggi che questa esperienza «critica» porta in sé, a livello di gestione della responsabilità e di lettura della realtà.
Importante è anche gestire la relazione tra proposte «personali» e proposte per tutti, come è tipico dei movimenti.
Il cammino che proponiamo in effetti si avvale di contributi tematici e strategie formative che sono progettate insieme. È cura dell’assistente locale modellare, sul gruppo che segue e sulle esigenze del singolo, il contributo che gli viene dal corpo di tutti gli assistenti che si riuniscono con rappresentanti giovani dei gruppi, in modo regolare.
La meta di tutto questo cammino? Sottolineo solo uno dei tratti del giovane cristiano riuscito che abbiamo in mente, tra le tante cose che si possono dire sull’argomento.
Un cristiano è «riuscito» se si pone domande sulla sua vita nell’ambito delle domande dell’umanità. In altri termini, sentiamo che sia lecita ed importante la domanda del giovane: «Cosa posso fare per essere felice?», ma riteniamo che tale domanda di gioia possa essere soddisfatta in un contesto diverso e più largo: «Cosa posso fare per rendere felici gli altri?».
Ci accorgiamo, purtroppo, che alcune proposte ecclesiali hanno fatto dell’incompletezza della domanda del giovane il loro cavallo di battaglia, spingendo l’attenzione sull’autocompiacimento non solo a livello dei singoli ma anche delle strutture. La verifica di un itinerario formativo non può essere completo se si disattende l’effettiva capacità oblativa che il giovane ha sviluppato in sé, ovvero la reale disponibilità ad offrirsi come presenza attenta alla domanda del mondo e non esclusivamente alla propria personale. Al contrario, ci sembra che venga incentivato il desiderio a «sistemarsi» in strutture che danno sicurezza ma ottundono la capacità di lettura e di scelta del singolo.

I GIOVANI E IL RINNOVAMENTO NELLO SPIRITO SANTO
Emilia Palladino

Il Rinnovamento nello Spirito Santo si preoccupa dei giovani di questo tempo storico e in questo luogo preciso (l’Italia), così come tutta la Chiesa, su invito e incoraggiamento di Giovanni Paolo II che ha fatto della pastorale giovanile uno dei cardini centrali della missione ecclesiale e della nuova evangelizzazione.
Anche noi ci troviamo di fronte alle grandi problematiche dei giovani di oggi che appaiono spesso di difficilissima soluzione: immersi come sono in una cultura fortemente individualista e radicalmente relativista, i giovani che abbiamo di fronte soffrono di importanti insicurezze, di incapacità ad assumersi responsabilità, di indecisione nel darsi degli obiettivi e di scoraggiamento nel perseguire un progetto, di debolezza affettiva e comportamentale, di un sentimentalismo che spesso viene confuso con l’esercizio della libertà, di una sfiducia generalizzata nei confronti dell’approccio razionale all’esistenza unito ad una – a volte abissale – non-conoscenza di sé, degli altri, della storia (propria e del proprio tempo), del mondo (familiare, sociale, globale). Le chiavi di interpretazione che i giovani usano sono spesso auto-referenziali, costruite su una percezione parziale del sé e solo del proprio sé: i principi di analisi, i criteri di giudizio e le proposte di azione che articolano la loro vita durano poco, davvero poco e cambiano e si modificano non appena è possibile e sulla base di motivazioni spesso insufficienti.
Vince la regola del «sentire», del «me la sento», del «mi va» e altre di questo genere, che spesso, anziché garantire indipendenza e autonomia, diventano gabbie nelle quali i giovani da noi incontrati non sanno di trovarsi e dalle quali spesso preferiscono non uscire.

L’esperienza dell’incontro

Per tutte queste ragioni – in questa sede appena accennate – gli animatori di pastorale giovanile del Rinnovamento ritengono essenziale proporre ai giovani un cammino di fede che deve iniziare con una forte esperienza di incontro con la persona di Gesù: i giovani, ancora immaturi, sia per condizione che per realtà socio-culturale nella quale vivono e quindi crescono, sono posti di fronte alla Persona matura per eccellenza, la cui bontà è riconosciuta solo grazie all’amore vero che questa persona sa dare e vivere concretamente nei loro confronti.
Sono inoltre queste stesse ragioni che rendono l’incontro con Gesù tanto difficile da realizzarsi: spesso i giovani che incontriamo affermano che se Gesù è una persona vera, li può ferire, se è una persona che ama, li può tradire, se è una persona libera e liberante, li può ingannare (proprio perché loro stessi hanno vissuto in prima persona queste situazioni e perché imbrigliati nella loro scelta di accogliere l’amore da un concetto di libertà vissuta separatamente dalla responsabilità e quindi fraintesa).
Eppure sono innegabili i punti di forza dei giovani che spesso si sono manifestati davanti a noi animatori: li riassume bene il Santo Padre quando, in un passo del suo discorso durante la veglia di Tor Vergata della GMG del 2000, parla della grande e forte sete dei giovani di felicità, bellezza, radicalità, di decisioni vere, di deporre le maschere, di fare della vita «qualcosa di grande», e connette queste seti a Gesù stesso che le provoca. Il Papa allora evidenzia una verità che il Rinnovamento fa propria e intende proporre in ogni incontro che pensa per i giovani, e cioè che Gesù (da conoscere, amare e imitare) è la vera, viva, concreta risposta ad ogni sete dei giovani di questo tempo e di questo luogo.
Nella nostra esperienza abbiamo scoperto e verificato che proporre in modo incisivo questa verità porta spesso frutti inaspettati. Riteniamo infatti che spesso una pastorale dei giovani che si limiti esclusivamente all’aspetto dell’ascolto e della condivisione dei loro problemi e delle loro difficoltà (seppure essenziale in alcuni momenti del cammino di fede) non possa risolvere la loro sete di risposte e anzi possa essere motivo di ulteriore inasprimento di tante dinamiche di ripiegamento su se stessi. Il giovane che parla di sé spesso (anche se non sempre: spetta alla maturità e alla preparazione degli animatori saper distinguere caso per caso) non è capace di farlo veramente, spesso rivendica la validità delle sue posizioni chiudendosi ad una prospettiva di dialogo, per entrare in una dinamica di conflitto. Sebbene riteniamo che seguire anche questo aspetto sia importante ed essenziale per i giovani, tuttavia sappiamo anche che non spetta al Rinnovamento curarlo strettamente ed esclusivamente. Il Rinnovamento nella sua specificità offre ai giovani che incontra due elementi fondamentali che si integrano e sinergicamente si compensano: l’incontro esperienziale con Cristo, come risposta al loro desiderio di vita (di cui già ho accennato) e l’esperienza dello Spirito Santo, che trasforma cuori e menti per una più vera e solida conversione della vita. Questi due aspetti sono il centro di ogni investimento pastorale che il Rinnovamento ritiene essenziale per i giovani, corredati ovviamente dall’ascolto delle loro individualità e necessità, ma non come elemento primario di intervento.

I passi del cammino

I primi passi del cammino di fede che il Rinnovamento propone per i giovani sono quindi centrati su questi «incontri» iniziali con Cristo e con lo Spirito Santo: spesso l’esperienza di questi incontri è vissuta nell’ambito di giornate comunitarie specifiche a loro dedicate e che raccolgono sia giovani del movimento sia loro amici – che in non rari casi non hanno più contatti con la Chiesa e con la religione e se ne sono allontanati – provenienti da una stessa diocesi, o regione, o a volte sono incontri a livello nazionale che li raccolgono da tutta Italia. Successivamente, se questa esperienza è stata davvero tale e se il giovane intende approfondirla, il movimento offre nei suoi gruppi a livello più locale occasioni di crescita e di discepolato che si misurano volta per volta sul giovane stesso e sulla sua personalità; in ogni gruppo del Rinnovamento, infatti, sono presenti degli animatori che sanno (per formazione, per sensibilità, per maturità umana e carismatica) prendersi cura dei «nuovi arrivati», cioè di quelli che il Signore stesso ha indirizzato in quel gruppo specifico, accompagnandoli in un vero e proprio cammino di conoscenza di Dio e di conversione permanente.
Il Rinnovamento per i giovani non ha «tappe» del cammino di fede, semmai, in base alla sua specificità nel panorama ecclesiale, offre e propone un’esperienza con Cristo e poi prepara gli animatori a livello più locale, perché questi sappiano accompagnare ogni persona che si «aggiunge» (e quindi anche il giovane) a rendere ancora più salda la sua fede e la sua conversione per essere e diventare, anche lui, da evangelizzato a evangelizzatore.
Gesù quindi è proposto ai giovani che partecipano ad un incontro del nostro movimento ecclesiale organizzato per loro, subito: essi sanno che di Gesù si parlerà, con Gesù si starà un po’ di tempo, a Gesù saranno rivolte tutte le attenzioni e per manifestare Gesù saranno pensate e realizzate tutte le attività. Centro infatti delle nostre giornate per giovani è una solenne Adorazione Eucaristica che non manca mai: Gesù è reso visibile nell’Eucaristia e vivo e vero parla al cuore e alle menti dei giovani presenti mediante un’animazione carismatica dell’adorazione stessa. Si alternano preghiere spontanee, lettura di passi biblici, esortazioni, preghiere di intercessione e di supplica, e canti di lode e di adorazione animati da un’équipe apposita con cui lo Spirito Santo rende viva e operante la presenza di Gesù.
L’adorazione è anticipata spesso da un intervento-annuncio di un animatore che ha lo scopo di preparare i cuori e le menti all’attesa di Gesù che poi sarà «presentato» loro. Dopo la Pentecoste, Pietro raccontò chi era Gesù a chi lo ascoltava e tutti rimasero con il «cuore trafitto» dalle sue parole, chiedendosi poi cosa dovessero fare (At 2, 37 e ss): nell’annuncio spesso i giovani si chiedono cosa dovranno fare, dopo che il cuore è stato loro trafitto. La risposta che offriamo è sempre la stessa: conoscere, amare e imitare Cristo, lasciandosi convincere ad abbandonare il peccato e alla conversione della vita dal suo amore per noi.
Noi animatori abbiamo fatto esperienza per primi di quanto questi momenti portino frutto e non siano solo vissuti emozionalmente in modo «disancorato» dalla realtà: noi per primi abbiamo partecipato a simili giornate che hanno segnato il nostro cammino di fede.
Certamente però è necessario che dopo un’esperienza simile il giovane che lo desidera sia seguito e accompagnato, ma è anche vero che esperienze del genere lasciano sempre un segno, a volte al di là del giovane, che vorrebbe quasi negare a se stesso di avervi partecipato e di essere stato toccato. Va però ricordato che queste giornate non sono isolate: sono riproposte almeno due, tre volte l’anno, seguono i temi ecclesiali (per esempio quest’anno sono state centrate sul tema «siamo venuti per adorarlo» della XX GMG di Colonia), sono integrate da settimane di formazione estive offerte per ogni servizio presente nel movimento, ecc.

Il gruppo

Essenziale però è la frequentazione e l’appartenenza ad un gruppo del Rinnovamento, sua espressione essenziale: in altre parole, non c’è Rinnovamento senza i gruppi.
Quando il giovane (o chiunque abbia vissuto una forte esperienza di Cristo e intenda approfondirla) si presenta in un gruppo, gli viene offerto accompagnamento, consiglio e preghiera. In senso più specifico gli viene suggerito di partecipare all’incontro settimanale di preghiera carismatica, successivamente di frequentare il seminario in preparazione della preghiera di effusione per riscoprire la grazia battesimale (centro dell’esperienza del Rinnovamento nello Spirito) e poi, laddove ritenuto opportuno, di partecipare a piccoli gruppi di condivisione e di verifica della propria vita quotidiana sulla base della Parola. In seguito, seguendo il cammino di crescita del giovane, sarà poi chiamato a servire egli stesso come animatore il gruppo di appartenenza e a partecipare a particolari iniziative locali che spesso si organizzano anche a livello diocesano, regionale ed eventualmente nazionale, come ad esempio spettacoli e concerti di evangelizzazione, oppure rendersi disponibili per dare testimonianza del proprio incontro con Cristo pubblicamente, perché altri giovani ascoltando possano prepararsi a desiderare di incontrare Gesù, ecc.
Una parola in più merita il seminario in preparazione della preghiera di effusione per riscoprire la grazia battesimale: essa è un vero e proprio itinerario di approfondimento delle ragioni della conversione cercando di radicarla in una più profonda conoscenza della Trinità, della Chiesa e del servizio.

La chiesa

Sappiamo bene quanto i giovani spesso separino Gesù e chiesa, Dio e sacerdoti, preghiera personale e sacramenti, vita di fede e «vita sociale»: sappiamo quanto siano spesso in conflitto con la gerarchia ecclesiale di cui non comprendono né l’esistenza, né gli interventi esortativi, valoriali e normativi.
La chiesa allora, l’appartenere ad essa e l’aderire alle sue norme non è mai una proposta fatta al giovane in prima istanza: potrebbe generare un rifiuto e quindi un ostacolo al successivo incontro con il Capo della chiesa, cioè Gesù Cristo.
Nella nostra esperienza abbiamo più volte avuto modo di constatare che i giovani imparano a ri-amare la Chiesa se incontrano l’amore di Dio, se si convertono prima di tutto a Cristo. È la scoperta dell’amore di Gesù per loro e lo slancio del ricambiarlo la chiave per permettere loro di riavvicinarsi alla Chiesa e gustare la benedizione dei sacramenti, in particolare della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Un giovane realmente convertito a Cristo è un giovane che ama la Chiesa con tutte le forze: se un giovane non è realmente convertito alla persona di Gesù, pur affermando di «crederci», non amerà la Chiesa e non si sentirà «in essa», ma ne vivrà l’appartenenza per nascita e per tradizione (se battezzato) come una prigione dalla quale fuggire.
Nella nostra esperienza abbiamo visto che non si può «convincere» un giovane che si dichiara credente ad amare la chiesa; si può invece aiutarlo ad approfondire la sua fede e la sua conversione. Amare la chiesa allora sarà una conseguenza della sempre più profonda e consapevole adesione a Gesù. Conoscendo sempre di più Gesù infatti ci si rende conto che il Vangelo e la chiesa non si possono prendere solo per quel che «piace», ma vanno vissuti nella loro interezza.
Da quanto scritto fino a questo momento, possiamo affermare che il giovane è veramente convertito quando «è credente» e non quando «fa il credente».
Per questo è necessaria una conversione permanente, che sappia tenere conto – soprattutto nell’accompagnamento personale – delle mutate condizioni di vita del giovane: da studente a lavoratore e a volte a disoccupato, da in cerca di una vocazione alla sua realizzazione come marito, padre, consacrato, sacerdote, dalla vita in famiglia alla vita da soli, dalla dipendenza all’indipendenza economica, dall’interesse solo per se stessi (caratteristica forse più marcata negli adolescenti e nei più giovani in età), alla responsabilità di altri e se possibile di un numero sempre maggiore di uomini e donne in un’ottica di vera solidarietà, dal servizio di pochi alla cura di molti e per qualcuno dei popoli «fino agli estremi confini della terra».
Il giovane che il Rinnovamento si sforza e intende far emergere e promuovere con le sue attività pastorali e carismatiche è un giovane fortemente identificato con la sua fede e pienamente realizzato nella sua vocazione di figlio di Dio qualunque essa sia.
Che sia per questo un testimone nei fatti, non solo nelle parole; che sia visibile e riconoscibile così come erano riconoscibili e visibili i cristiani del I sec. secondo quanto testimoniato nella lettera indirizzata a Diogneto («i cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini… vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale… dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo»).
Che sia un giovane maturo umanamente e saldo spiritualmente, amante della vita e di quanti ha intorno. Se mai il Rinnovamento ha un modello di giovane a cui ispirarsi nella sua azione pastorale, possiamo senz’altro affermare che è lo stesso descritto da Giovanni Paolo II in ogni intervento indirizzato ai giovani di tutto il mondo, quando li chiama i «santi del nuovo millennio», le «sentinelle del mattino all’aurora del III millennio» dell’era cristiana, i «costruttori di un mondo nuovo».

L’AZIONE DEL MOVIMENTO GIOVANILE MISSIONARIO DELLE PONTIFICIE OPERE MISSIONARIE
Ivano Lanzafame

«Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1). Queste parole di Paolo, epifania del senso della vita cristiana, sono matrice dell’ideale del M.G.M. (art 1. della Carta Costitutiva del Movimento).
Più che indicare propriamente un «cammino di fede» strutturato per i giovani che aderiscono al MGM, preferiamo delineare l’identità di esso come servizio di pastorale missionaria svolto dai giovani per i giovani. Riteniamo che la volontà di configurarsi ad essa sia una autentica meta di maturazione umana e cristiana, verso cui tendono attività, servizi, entusiasmi e sogni.
La nostra proposta («La comunione che ispira la solidarietà universale del M.G.M. è il cuore della sua spiritualità, la misura di identificazione e di confronto tra ciò che esso è e ciò che deve divenire, rinnovandosi incessantemente»: art. 27) ha alcune caratteristiche che vogliamo sottolineare, perché formano i tratti costitutivi della nostra identità.

* Anzitutto l’ecclesialità, come contesto e appartenenza-riferimento.
«La vocazione del MGM si comprende in questa economia di ‘Egli’ (Gesù), ‘Noi’ (Chiesa, di cui il MGM si percepisce come un frammento), ‘Tutti’ (l’umanità)» (art. 12).
«Questo allora il proponimento del MGM: crescere nelle Chiese particolari in comunione con i loro Pastori; investire tutte le proprie energie perché il Vangelo giunga a tutti gli uomini e vivifichi ciascun popolo; animare la vocazione missionaria delle comunità locali; agire per l’evangelizzazione e la promozione umana delle Chiese giovani e povere. Intendendo sostenere e partecipare così alle finalità e alle attività delle PP.OO.MM. Le stesse propongano alle Chiese particolari il M.G.M. come espressione della loro forza giovanile» (art 16).
I giovani che partecipano a questo servizio trovano nel Centro Missionario Diocesano (o nell’Ufficio, qualora nella Diocesi non esista ancora un CMD) il loro punto di riferimento per vivere la comunione e la corresponsabilità. Il Direttore Diocesano del CMD è il referente per la programmazione e la promozione del servizio nella diocesi. È quindi all’interno e a servizio della Chiesa locale che l’MGM trova la sua prima e fondamentale collocazione.

* La finalità pastorale. Tale servizio in effetti ha essenzialmente tre scopi:l’animazione, la formazione e la cooperazione missionaria.

L’animazione

Essa intende anzitutto suscitare la sensibilità missionaria all’interno delle attività ecclesiali giovanili della Diocesi (pastorale giovanile, pastorale vocazionale, seminari, assemblee diocesane…), privilegiando ovviamente quelli legati alla realtà giovanile.
Lo scopo è di essere e creare promotori di iniziative (come mostre, spettacoli, incontri a tema, momenti di preghiera, incontri con testimoni…) non solo negli ambienti legati alla Chiesa Diocesana, ma rivolti anche alla poliedrica realtà giovanile che vive lontano dai luoghi e dalle attività cattoliche. È questo un modo per entrare in contatto con «i lontani» proponendosi come testimoni della missione universale della Chiesa e come strumenti di dialogo tra la Chiesa Diocesana e tutti quei giovani che, per i motivi più vari, ne sono distanti.
Un altro scopo è di promuovere nelle scuole, nelle attività legate al territorio civile, il tema dell’apertura alla mondialità, molto attuale in quest’epoca globale.
Infine essa si propone di essere il canale di collegamento tra la Chiesa Diocesana e tutte le realtà giovanili missionarie (ma non solo) legate ad istituti religiosi missionari o associazioni presenti nel territorio diocesano. Tale collegamento è necessario per allargare la proposta missionaria diocesana a tutti i giovani, cercando di garantire a ciascuno una proposta legata il più possibile alla sua sensibilità e al suo carisma. Tale collegamento proposto dal MGM quindi è attento al rispetto e alla valorizzazione delle peculiarità di ciascun istituto o associazione missionaria.

La formazione

«Il M.G.M. scioglie in tre enunciati correlativi il tutto del suo progetto di formazione integrale:
– la fede diviene vita di fede;
– la vita di fede diviene vita di comunione;
– la vita di comunione diviene vita di missione» (art. 38).
La formazione offerta ai giovani si avvale dell’utilizzo dei sussidi di formazione (per giovani e per adolescenti) preparati dall’équipe nazionale considerando i tempi liturgici e seguendo il tema annuale delle Missioni. Tali sussidi sono destinati, oltre ai giovani che partecipano al MGM, a tutti i giovani e agli animatori di gruppi giovani che desiderano inserire il tema missionario nel loro cammino formativo. Sono una risorsa di informazioni, spunti, proposte missionarie destinate a tutti i giovani desiderosi di avvicinarsi ai problemi missionari.
La formazione proposta include anche due attività estive:
* esperienza di formazione missionaria in terra di missione: la proposta, fatta dalla Segreteria Nazionale, ha lo scopo di avvicinare i giovani all’esperienza missionaria offrendo l’opportunità di vivere tale avvicinamento e conoscenza della missione da una prospettiva privilegiata, quella della Missione stessa. Tre settimane vissute insieme ai missionari condividendone la vita, la spiritualità e le attività di evangelizzazione;
* campo nazionale di formazione missionaria: ha lo scopo di  fornire ai giovani gli strumenti per conoscere la missione, sensibilizzarsi ad essa e ai suoi molteplici aspetti, grazie a laboratori, testimonianze, preghiera e il confronto con altri giovani condividendo le diverse esperienze missionarie ad gentes e non.

La pratica

Il servizio MGM prevede anche l’impegno dei giovani in nuove forme di evangelizzazione (in strada, internet, musica…), nonché nella cooperazione missionaria tra le chiese. Le occasioni e le modalità di scambio di risorse con le chiese più povere avviene per mezzo di attività spontanee o ufficialmente istituite dalla Chiesa (per esempio la Giornata Missionaria Mondiale).
Sottolineiamo altri due appuntamenti proposti ai giovani dal MGM:
– il 24 marzo: Giornata di preghiera e di digiuno per i missionari martiri;
– il 25 aprile (che ricorda il giorno «natale» del MGM nel 1972): Giornata regionale di festa missionaria organizzata dal MGM e proposta a tutti i giovani per creare sensibilità attorno ai temi missionari.

Pro e contro

I limiti di una tale proposta, essenzialmente di servizio, riguardano soprattutto l’assenza di una forte identità di carattere «associativo» per cui un giovane possa sentirsi ufficialmente iscritto a un gruppo. Il medesimo aspetto, comunque, assume connotati positivi nella misura in cui ciò permette ai giovani di accogliere la proposta missionaria, condividendo le ricchezze che offre e l’impegno che chiede al di là dell’appartenenza ecclesiale o associativa, in uno spirito di comunione e di corresponsabilità all’unica missione di Cristo.

L’ESPERIENZA DELLA TENDOPOLI (PADRI PASSIONISTI)
In un mondo che cambia... Lui rimane la proposta
Francesco Cordeschi

Il punto di partenza con due presupposti

– Parto dal presupposto messo in evidenza dai vescovi: «Non si può dare per scontato che tra di noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Cristo» (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 5).
Se questo è vero per tutta la realtà ecclesiale italiana, è molto più vero nei giovani.
Deve essere chiaro che oggi la proposta cristiana non è presente nell’orizzonte giovanile. Non solo si è smarrita la strada, ma non si crede neanche più alla possibilità di averne una. Il vero intervento educativo quindi non deve cercare di dare una proposta di cammino, ma far sorgere in loro il desiderio di camminare. Anche la famiglia con tutte le sue crisi non è capace di mettere in moto questo meccanismo, questo desiderio di andare, di uscire.
– Un altro presupposto fondamentale da tener presente e che rende difficilissimo l’intervento educativo è la mercificazione del prodotto giovani. Fino a qualche tempo fa si diceva che la realtà dei giovani era una realtà differenziata, ora si deve dire che è una realtà mercificata.
Prima il giovane si riconosceva nella firma, ora la firma si riconosce nei giovani. Prima si rivolgeva la parola ai giovani per farli camminare, oggi i giovani sono la parola che fa camminare il mercato. Prima il giovane poteva avere un futuro, oggi il giovane ha solo il consumo.

Per comprendere bene questo, ecco due situazioni paradossali e conflittuali

- L’immagine dei giovani che ci vogliono vendere.
Fermi, uguali, omologati e felici: ecco l’immagine che propongono del giovane di oggi.
* Assiepati nella stiva della barca che è stata occupata dal cuoco di bordo, si agitano e parlano del menù del cuoco di bordo. Sono sazi e pieni, come uccellini nella gabbia messi in mostra dal padrone di casa per arredare l’ambiente (vedere certe trasmissioni televisive dove i giovani sono messi come veline per riempire gli spazi e rendere attraente la scena).
* Presenze belle ma senza volto, senza spazio e soprattutto senza libertà… anche se credono di averne tanta perché mai hanno sperimentato cosa significa volare.
Il cuoco cambia il menù che diventa sempre più appetitoso e pericoloso (vedi alcool, droga… come viene diffusa), non danno segni di vita e si agitano solo quando gli manca la «roba» che può essere di diverso genere e di diversa natura.
* La cosa più drammatica è che si sentono felici perché il termine di paragone è lo spazio dentro la gabbia…, la loro felicità consiste nel fare tutto quello che gli gusta… e non sanno che quello che gli fanno gustare è omologato e programmato.
Emerge quindi un giovane immagine, un giovane maschera, come certe hostess nei convegni dei partiti o dei big della finanza. Ci stanno per fare coreografia…

- L’immagine che sta sotto alla confezione di vendita.
Quando è possibile entrare dentro l’involucro che abbellisce e vende il prodotto confezionato, scorgiamo aspetti particolari e interessanti dentro i quali si può e si deve innestare una proposta.
* L’elemento emergente è la mancanza di fiducia in se stessi. Il confronto con gli idoli del momento li rende insicuri e inadeguati. Si coprono di firme e di nomi perché non hanno più il nome. Il mercato vende il prodotto che appare, e chi non si sente di poter apparire è destinato alla spazzatura.
* Conseguente a questo è la mancanza di fiducia e stima degli altri. La gravità del fenomeno diventa allarmante quando non si crede più neanche nell’amore… Frasi come «tutte le ragazze sono uguali» a cui si risponde « tutti i ragazzi sono uguali» la dicono lunga su come si rapportano i giovani.
* Emergono quindi atteggiamenti di confronto e di sfiducia l’uno dell’altro. Spesso si gioca ad ingannarsi. Si rimane paralizzati davanti ad un possibile progetto di vita. La vita diventa un gioco al nascondiglio e non un cammino dove si rischia per amore.
* L’apparente «solitudine sicura» sta diventando la scelta dei giovani, perché la compagnia comporta fatica. Mi diceva una ragazza di 25 anni: «… quello che mi interessa è trovare un lavoro, un ragazzo lo posso sempre trovare…».
Ecco quindi il giovane che sta sotto la confezione: insicuro, sfiduciato, diffidente e soprattutto solo.

Due sottolineature

- Un segno che ci provoca.
Questa realtà descritta non deve allarmarci più di tanto perché, se andiamo a vedere, la scorgiamo molto simile alla situazione che viveva Gesù ai suoi tempi. Anche allora i giovani erano:
* insicuri e paralizzati: «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli» (Gv 1,35);
* non liberi e condizionati: «Se ne andò triste perché aveva molti beni…» (Lc 18,23);
* tristi e soli: «Si fermarono col volto triste…» (Lc 24,17).

- Attenzione: i giovani non sono i peggio!!!
I giovani non sono i peggio nella realtà socio-culturale che viviamo. Se è vero che loro sono mercificati, sono molto peggio coloro che li commercializzano e li usano per interesse economico. Loro sono gli ultimi ad entrare nella stanza del mondo, nella gabbia del sistema, e si accorgono che l’aria è inquinata, vorrebbero aprire la porta, dare voce alla verità che li abita... ma come fare? Il sistema si è attrezzato per tenerli buoni… Che fare ?

La nostra proposta

Dinanzi a questa situazione statica, dentro la stiva, nella gabbia dorata, abbiamo proposto la tenda. La tenda, più che un ambiente per riposarsi e ripararsi, è un progetto educativo inteso come invito ad uscire, vivendo la precarietà e l’essenzialità, per giungere ad una meta precisa.
Schematicamente, partendo dall’incontro personale si invita il giovane a vivere una forte esperienza di gioia (Tabor), per poi condurlo a vivere l’esperienza di comunità (Getsemani), sapendo che deve giungere all’incontro personale con Dio incarnato nella storia (Chi cercate? sono io!).
Da questa accoglienza inizia l’esperienza di testimonianza (Ma tu chi sei?) per giungere al dono totale di sé.

Pre-tappa

Punto di partenza è sempre l’incontro personale con il giovane. Per incontro personale si intende un rapporto di stima e di amicizia. Un ideale incarnato dentro una vita che si propone. L’invito è chiaro: se vuoi essere felice… se vuoi essere come me… «vieni, prendi la tua tenda, il tuo sacco a pelo e provaci… esci allo scoperto cerca qualcosa che è fuori di te, ma che senti vero… cammina».

La prima tappa: È bello per noi stare qui

Come Gesù invitò i discepoli a salire sul Tabor per vivere una forte esperienza di gioia che li fece gridare «è bello per noi stare qui», anche per noi oggi il punto di partenza è sempre lo stesso: proporre un forte momento di verità e di gioia: la Tendopoli. (È bello per noi stare qui… Facciamo tre tende...). L’esperienza della festa rivela qualcosa che non si credeva potesse accadere, si sperimenta insieme la stessa verità sentita nel cuore e che veniva «accartocciata» nella banalità del quotidiano. Solo se la festa riesce a suscitare la condivisione della verità, e genera il desiderio di realizzarla, ha un significato e un valore.
L’entusiasmo e la gioia sono l’inizio del cammino… L’entusiasmo apre le ali, fa provare a volare, e, cosa stupenda, ci si accorge che è possibile… Solo una cosa sentita vera e bella suscita entusiasmo e quindi la sequela.
L’esperienza dei discepoli che andarono, videro e si fermarono dice proprio questo cammino…

Seconda tappa: Vegliate e pregate

La fase successiva di cammino è l’esperienza del gruppo: essenziale per sostenere e verificare quello che si era sentito vero e bello.
Gesù chiamò i tre discepoli del Tabor a vivere con lui il dramma del Getsemani… A vivere una esperienza di comunità. A rientrare in se stessi, a penetrare dentro il loro cuore. Le parole di Gesù: «uno di voi mi tradirà» erano fin troppo chiare e impegnative.
I due elementi essenziali che caratterizzano questa fase formativa sono la preghiera e la vigilanza.
– La vigilanza è l’atteggiamento per il quale il significato della vita lo poniamo in qualcuno che deve ancora accadere.
Si educa il giovane a guardare oltre la gabbia, la greppia. Si deve capire in questa fase che il cuoco di bordo non può dare il cibo che serve per sempre… si scopre la vita come risposta e non come fatalità, la vita come dipendenza da un Altro e non dagli altri, si scopre piano piano qualche barlume di libertà, qualche vittoria sulla presunzione di farsi da soli… si comincia a sperimentare che non si devono fare le cose perché ci gusta, ma occorre fare con gusto le cose che si sentono vere nel cuore.
– La preghiera diventa il contenuto graduale di questa vigilanza. La preghiera è l’attesa riempita di consapevolezza. L’atteso diventa oggetto di amore e quindi di preghiera.
Non è facile educare i giovani a fermarsi per pregare, ma è un punto decisivo del nostro progetto educativo. Solo chi dona spazio a Dio riesce ad essere spazio di Dio all’uomo che incontra.
In questa fase l’aggregazione che avviene con pizzette, calcetti, ping-pong sono inutili se non negativi. Solo se sono complementari a Colui che aspettiamo hanno un significato.
Anche i momenti di svago e di festa non possono mai essere sganciati da questa forte motivazione. La presenza comunitaria alla liturgia e l’animazione della stessa è un elemento utile per far crescere i ragazzi nella responsabilità della esperienza.

Terza tappa: la delusione della comunità…

L’educatore deve stare molto attento perché questa fase porta necessariamente ad una crisi… la comunità, il gruppo delude. Anzi prima delude e meglio è. Fortunato il giovane se trova in questa fase educativa chi gli sta vicino. Molti giovani che hanno iniziato il cammino si fermano in questo passaggio. È la crisi che ebbero i discepoli quando videro che Gesù veniva tradito e legato... fuggono, sono delusi, le loro attese rimangono deluse. Non è pensabile una crescita spirituale senza questa forte crisi. Non è pensabile di riuscire a maturare un giovane senza la sua personale e libera risposta al Signore. Chi cerchi?… chi accetta il Cristo legato e abbandonato sta facendo il salto più importante della sua vita. Cristo non è più una utopia ma una realtà da vivere…
La crisi ha dei nomi precisi, «il gruppo non fa niente», «il capo gruppo non è capace», «il prete è super impegnato…». E allora si lascia tutto… La scoperta del Cristo legato, del gruppo legato, debole, povero, genera spesso la fuga.
Chi resiste a questa tentazione incomincia la vera esperienza cristiana, diciamo che fa il vero battesimo.
La proposta di Gesù allora deve essere:
– radicale e completa;
– affascinante e alternativa;
– ma nel contempo deve essere intrisa di misericordia. L’esempio di Pietro che proprio in questa fase del cammino con Gesù sperimenta la sua povertà, deve essere programmatico perché i giovani, e non solo loro, sono tentati di seguire Gesù da lontano, chiacchierando e aspettando di vedere come va a finire.
Solo chi si sente amato indipendentemente da quello che fa, si sente libero. Solo chi acquista la coscienza che «Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma siamo buoni e belli perché Dio ci ama» esce dalla tentazione del consenso e dal ricatto della stima degli uomini.

Quarta tappa: si porta la tenda. «Ma tu chi sei?»

Quando il giovane si sente dire «ma tu perché non sei come gli altri?» sta dando la testimonianza di quello che è, come fece Gesù che davanti a Pilato che gli chiedeva «Ma tu chi sei?» dava nel silenzio la testimonianza di amore e di dono.
Caratterizza questa fase la costanza nella preghiera e la coerenza di vita.

Quinta tappa: si dilata la tenda

In questa fase del cammino il giovane deve sentire la necessità di creare e condurre un gruppo. Si passa dalla schiavitù del cuoco di bordo alla creatività dei figli di Dio. Si diventa costruttori di comunità. Si sperimenta l’atteggiamento dei discepoli di Emmaus che tornano a Gerusalemme a creare spazi di speranza nella comunità.