«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,33)

Inserito in NPG annata 2005.

 

Cesare Bissoli

(NPG 2005-09-53)


Preghiera

Signore, la tua domanda ci stupisce, quasi ci scandalizza. E suscita per reazione  le nostre domande: «Come? Non sai chi sono tua madre, e i tuoi fratelli e sorelle? Li vedi ogni giorno, come noi vediamo papà, mamma, fratelli, sorelle, nonni e zie…
Oppure lo vuoi sapere da un altro punto di vista? Come se avessi dei parenti cari, oltre la carne e il sangue…».
Ci intriga la tua domanda perché è come una finestra che si spalanca su un orizzonte inedito. Sembra che ci dica: ciò che conta nei rapporti tra persone non sono soltanto i vincoli di sangue, vi è dell’altro. Vi è un legame più profondo, chiamato amore, rispetto, perdono.
Cosa vuol dire per noi, che ti siamo così vicini, così «imparentati»? Ci viene il dubbio che tu ci veda e ci voglia differenti. Tu, Signore che domandi, sei anche l’unico che puoi dare la risposta. Ti ascoltiamo. Amen.

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

* Leggere ad alta voce Mc 3,20-35.

Uno sguardo di insieme

– È testo-icona sulla «vera famiglia di Gesù», perché Gesù rivela con schiettezza quale sia il criterio di autenticità della relazione con Lui, o come noi diciamo mutuando il linguaggio dalla nostra esperienza, quali sono le condizioni per essergli intimo, familiare, fratello e sorella.
– Il brano viene a conclusione di un processo di chiarificazione importante, anche conflittuale, doloroso, e insieme costruttivo. Dopo il c. 1, in cui Marco delinea lo stile di vita di Gesù con una giornata tipo (Mc 1,20-45), nei cc. 2-3 cominciano a delinearsi i diversi schieramenti di fronte al Maestro. Vengono alla ribalta gli avversari, e le cinque dispute galilaiche (2,1-3,6) attestano il modo diverso degli scribi e farisei nel pensare la vita, il perdono, la legge, il sabato rispetto a Gesù. La differenza sta fra una osservanza disumana delle regole e una fedeltà ispirata dalla misericordia.
– Arriviamo così al culmine nel c. 3. Da una parte si collocano gli apostoli che Gesù stesso si sceglie perché «stesero con lui», cioè abitassero, facessero famiglia con lui (3, 13-19). Dall’altra si schierano implacabili nelle accuse gli «scribi di Gerusalemme», a cui Gesù controbatte con un giudizio severo (3,22-30). Ecco, proprio qui, tra i discepoli scelti da Gesù e gli avversari che rifiutano Gesù, si pone questa categoria dei familiari: inevitabilmente cade anche su di loro il cono di luce del giudizio di Gesù, diventando in certo modo l’icona che mette a fuoco il senso della familiarità vera con il Maestro.

La dinamica della vicenda

È espressa da Marco in modo chiaramente intenzionale.
1. La struttura del brano è a incastro:
– apre la scena, come una specie di prologo la folla che sta accanto a Gesù e lo ascolta mentre annuncia il Regno di Dio (3,20);
– compare la famiglia di Gesù  compendiata nel pronome «i suoi» che «vengono a prenderlo», poiché dicevano: «È fuori di sé», impazzito (3,21);
– segue il gruppo degli «scribi» che continuano l’accusa: «È posseduto dal demonio», «uno spirito immondo». Cui Gesù reagisce accusandoli di bestemmia (3.22-30);
– ritorna il motivo di inizio: «i suoi» ora esplicitati in «tua madre e i tuoi fratelli» con la precisazione di Gesù (3,31-34);
– chiude la scena il richiamo alla folla con cui Gesù trova la sua famiglia.
2. In maniera più aderente al testo sulla famiglia si noti il contrasto tra «i suoi» che «sono fuori», mentre Gesù è «in casa»; tra loro che lo giudicano esagitato, pazzo e la gente che lo ascolta; tra i suoi che lo chiamano fuori, mentre i suoi discepoli li chiama lui, e solo lui, a stare con sé.
3. In modo figurato si vedano gli apparentamenti e scioglimenti che Gesù provoca:

Folla (e discepoli)
si raduna attorno a Gesù
Familiari
«è fuori di sé»
Scribi
«posseduto dal demonio»
Familiari
«sono fuori e ti cercano»
Folla (e discepoli)
«mio fratello, sorella e madre»

* In prima battuta il giudizio di Gesù cade sui suoi familiari di sangue, ma nella globalità del contesto il giudizio riguarda la folla che ascoltando Gesù mostra di essere più familiare a Lui che i consanguinei che lo ritengono matto.
Coloro che giudicano scorrettamente Gesù, perché lo dicono pazzo (familiari) o lo accusano di essere succube di Satana (scribi) non sono accolti da Gesù, gli restano estranei, sono «fuori» (familiari) e irriconciliabili (gli scribi). Coloro che lo cercano e ascoltano (la folla, i discepoli) sono la sua famiglia (madre, fratelli e sorelle).

I personaggi

Sono cinque categorie che radunano i diversi tipi di uditori di Gesù: Gesù, i familiari, gli scribi, la folla con i discepoli.

GESÙ
È al centro dell’attenzione e punto di svolta. Gesù è in situazione di conflitto e fa opera non solo di Maestro, ma di giudice. È dunque una situazione altamente rivelativa.
* È visto in un momento di intensissima missione (non ha nemmeno il tempo di mangiare), dentro la casa a Cafarnao, che è abitualmente quella di Pietro. La «casa» nei Vangeli indica, per il suo spazio ristretto, il luogo per discorsi, intimi, familiari, di approfondimento (cf Mc 7,17). Altri insegnamenti all’aria aperta alle grandi masse avvengono invece in riva al mare (le parabole) (cf Mc 4) o sul monte (cf Mt 5-7).
* Egli per sé non sta parlando alla folla, ma questa è così numerosa da assediare Gesù, dimostrando che la gente è sempre l’obiettivo del suo vangelo. Essa infatti apre e chiude la scena.
* Gesù è sotto il fuoco incrociato di diversi giudizi non proprio cordiali, tanto meno giusti: «È fuori di sé, è posseduto da spiriti immondo…». Vi è una volontà di possesso dei suoi («venuti a prenderlo») e di condanna degli scribi. Gesù reagisce energicamente, negandosi ai primi, ridicolizzando e condannando con termini durissimi i secondi (peccato contro lo Spirito Santo).
* Viceversa tanta povera gente che lo segue come pecore sperdute senza pastore (cf Mc 6,34), ma che «seduta lo ascolta», provoca una profonda accoglienza da parte di Gesù: è quella forma di parentela stretta che esprime a conclusione del brano.

I FAMILIARI
* Non sono per sé al centro del racconto (sono gli scribi), ma sono al centro del nostro interesse. All’inizio sono detti «i suoi», letteralmente «quelli che gli stanno accanto» (mentre quelli che «stanno con lui», suoi amici intimi sono gli apostoli, Mc 3,14). Alla fine questi «suoi» appaiono essere la madre Maria (non vi è cenno di Giuseppe), i fratelli e sorelle, di cui sappiamo il nome (Giacomo, Joses, Giuda, Simone: cf Mc 6, 3). Con buon fondamento, per fratelli e sorelle si intende il senso largo di cugini, di parenti con legame più o meno stretto. Ma vi è anche un senso metaforico che traspare nel testo: sono gli increduli, di cui Giovanni potè scrivere «i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1, 13).
* Nasce spontanea una domanda: è possibile che Maria pensasse che Gesù fosse pazzo? Qualche studioso dice che quel «dicevano: è fuori di sé», si potrebbe tradurre con un impersonale: «si (= qualcuno) diceva infatti: è fuori di sé».
In ogni caso Maria viene da Gesù con altri familiari stimolata da qualche preoccupazione. Questo figlio è così attivo da non avere tempo di mangiare, di riposare. La pressione della folla poi potrebbe indicare un crescente e pericoloso entusiasmo messianico. Quanto ai fratelli e sorelle, la venuta può essere invece compresa come un volere partecipare alla fama crescente del loro parente più illustre (cf Gv 7,3ss). In ogni caso è un atteggiamento familistico del tutto inadeguato alla realtà di Gesù.
* Tale atteggiamento interessato si manifesta in concreto quando, partiti da Nazaret, i «suoi» arrivano a Cafarnao per bloccare il loro congiunto. Notiamo i termini usati per stigmatizzare il loro atteggiamento, che nella redazione di Mc assume un valore simbolico: per due volte si dice che «erano fuori», in piedi, mentre la folla è «seduta attorno» a Gesù in ascolto. Rimangono in una posizione di estraneità, peggiorata da una pesante idea di sospetto: «È pazzo».
* «Lo mandano a chiamare» ovviamente per portarlo con sé, il che è contrario radicalmente allo stile di Gesù: è lui che chiama chi vuole e li fa abitare e camminare con sé (cf Mc 1, 16-20; 3,13). E poi Gesù è venuto per fare missione «altrove», non per tornare a Nazaret (cf Mc 1, 38).
* La risposta di Gesù arriva chiara e precisa: Gesù si lega soltanto con chi – come lui – compie la volontà di Dio, il suo progetto di salvezza. È un criterio che fa da discriminante decisivo. Non rifiuta i legami di sangue, ma li trasfigura. È del tutto fondato dire che Maria rientra in pieno in questo legame superiore: nel dire sì a Dio dall’annunciazione al calvario diventa in certo modo doppiamente madre (cf Lc 1,38; Gv 19,25s).

GLI SCRIBI
Non entrano per sé nella nostra riflessione. Sottolineiamo almeno che, come i parenti, fanno la figura di non saper riconoscere e accogliere Gesù, con l’aggravante pesante di rifiutarlo come indemoniato, peccando, dirà Gesù, contro lo Spirito, contro la luce, per cui non vi è possibilità di guarigione in quanto è un peccato di autoesclusione dalla misericordia d Dio (cf Mc 3,29).

LA FOLLA (con i discepoli)
* Come altre volte nel Vangelo non è al centro, ma è sicuramente al centro degli occhi di Cristo, perché rappresenta le pecore di Israele che è venuto a salvare (cf Mt 10,6). Diversamente dai familiari e ancora più dagli scribi, la gente viene a cercare Gesù da vicino e lontano (cf Mc 3,7), lo preme e si mette seduta, cioè nella posizione non frettolosa, di ascoltare il Maestro. Viene così a formare una inevitabile barriera al passaggio dei familiari, simbolo della posizione antitetica di questi in rapporto al Vangelo.
* E su questa gente anonima che ascolta, entro cui certamente vi sono i discepoli, cade il giudizio positivo di Gesù, senza nessun altro merito della folla che di ascoltare e incontrare il Regno di Dio nelle sue parole e nei suoi miracoli.

Il messaggio

1. Appare a tutto tondo chi Gesù riconosce come sua vera famiglia, cioè suoi intimi amici cui annunciare il Regno di Dio, la misericordia del Padre: sono coloro che cercano Gesù come uno che vale e vuole loro bene, e che quindi accettano di star seduti attorno e ascoltarlo. Non si chiede alcuna prestazione previa, non si riconoscono diritti particolari acquisiti per via di opere buone, ma si domanda di riconoscere la propria condizione di povera gente (e tale era la condizione della massima parte della popolazione palestinese che Gesù incontrava) che si rivolge a Gesù come Salvatore.
2. A costoro Gesù si offre come familiare con un gesto di cordialità ampia e delicata. Anzitutto Gesù – dice il testo – dà come un colpo d’occhio a 360 gradi («girando lo sguardo attorno»), per non perdere di vista nessuno (Gesù pur nella folla ama i singoli, uno per uno: cf Mc 7,25s). E poi specifica il rapporto di amicizia accettando non di fare lui da fratello maggiore (pur essendolo), ma di diventare lui stesso «figlio» di tante madri e fratello di tanti fratelli e sorelle.
Si noterà che Gesù non dice di avere anche tanti padri, perché di Padre vi è solo quello del cielo.
3. Vi è un’aggiunta importante da parte di Gesù, in sintonia con tutto il suo pensiero. Bisogna compiere «la volontà di Dio», il disegno di Dio. Non vuol dire compiere la legge in astratto. In bocca a Gesù, la volontà di Dio è proprio quella che lui sta facendo con la sua missione e mentre la fa, la rivela. Tale «volontà di Dio» include l’impegno di seguire il cammino di Gesù portando la propria croce, così come Gesù l’ha portata per fare la volontà del Padre (14,36; 8,34), più ampiamente comporta l’adesione alla persona di Gesù e al suo programma, di cui i cc. 1-3 hanno già dato il contenuto. Una esplicitazione sta nel testo lucano: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
4. Notiamo anche che i destinatari della familiarità di Gesù non sono soltanto quelli che stanno lì ai suoi piedi, il popolo di Israele.
Lo sguardo sulla folla anonima in certo modo de-nazionalizza l’annuncio di Gesù, che diventa un’offerta per tutta la gente del mondo, senza distinzione di popoli, di razze, di culture, di luoghi e di tempi. In altre parti del Vangelo ciò appare in tutta la sua universalità (cf Mc 16,15).
 
* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase del cammino.

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA

1. Il messaggio mette in luce un aspetto che forse ci sfugge: il tipo di relazione che Gesù vuole con i suoi discepoli. Egli anzitutto vuole la fede come una relazione interpersonale e non come rispetto di un codice anonimo di leggi. E tale relazione deve poter avere il sapore della vita di famiglia, con i suoi affetti, la sua solidarietà, la sua spontaneità, come tra genitori e figli, e tra fratelli. In un mondo fatto di famiglie come quello biblico, significa continuare una antropologia dell’intimità e del dono reciproco. Per questo Dio è qualificato Abba, Padre (o meglio papà) che vuol dire anche madre, Maria occupa un posto di madre e il principio di fraternità identifica la Chiesa.

2. Però resta vero che è una intimità familiare come la intende e vuole Gesù: senza pressione biologica o di interesse. Sappiamo la sua critica al familismo già da ragazzo («Perché mi cercavate? Non sapevate…?», Lc 2,49), e poi nella sua missione: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,37). Per seguirlo occorre lasciare fratelli, sorelle, padre, madre, figli (Mt 19,2; 8,21).
Non vi è assolutamente disprezzo per le famiglie (Gesù andava in quella di Pietro a Cafarnao, di Marta e Maria a Betania), ma piuttosto egli lancia l’invito a comprenderle nella più grande famiglia di Dio. Se è vero che la famiglia è una piccola chiesa, ciò avviene quando la famiglia accetta di far parte di una più grande famiglia che è la Chiesa.

3. Ad essere famiglia non sono soltanto quei pochi che stanno seduti ad ascoltare Gesù nella casa di Cafarnao. Gesù si rivolge alla folla, alla moltitudine, a quanti non hanno un nome proprio, per chiamarli figli di Dio, farsi chiamare fratello da loro, abilitarli a chiamare Dio come Padre. I «suoi» vorrebbero possederlo, ma Lui appartiene a tutti, basta che siano persone umane. Tale è la volontà, il progetto di Dio. Lo abbiano a riconoscere quanti diventano discepoli di Gesù.

4. Toccare l’identità di Gesù è entrare in un’area delicata, non scontata, mai saputa in precedenza, che non si può accettare da maestri che non siano Lui, il Maestro. Gesù non accetta di essere posseduto, guidato, determinato da nessuno nella sua missione, nemmeno dalla gloria dei miracoli (cf Mc 6,1-6; Mt 4,1-11), ma solo dal Padre. Il volerlo poi inquadrare nelle categorie della pazzia o della possessione diabolica diventa bestemmia imperdonabile e trova un decisissimo rifiuto. I «suoi» che stanno «fuori», stanno inesorabilmente fuori dalla «casa» di Gesù. Pare di sentire la parabola delle vergini stolte restate fuori perché non hanno saputo attendere lo sposo (25,1-13). Dove appare che chi dice a Gesù «stolto», si trova lui ad essere stolto: «La parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1,18).

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

La domanda di Gesù «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» proprio perché è un interrogativo di Gesù, ci interpella direttamente. Gesù dà la sua risposta, che possiede una carica anche emotiva, in quanto si tratta dei vincoli di sangue in relazione alla scelta del Vangelo. Gesù è chiaro e deciso, vero e magnanimo. Mettiamoci ciascuno in ricerca, e poi cerchiamo di condividere la risposta.

1. Come valutiamo la nostra relazione con Gesù? Chiediamoci con franchezza: la nostra fede è maturata in conoscenza e fiducia radicale nella persona del Cristo vivente o si stempera e disperde in tanti frammenti dottrinali o di pratiche religiose da compiere, o in un vago ricordo religioso, o in una religione fai-da-te?
In sintesi, esprimere cosa può voler dire «credere in Gesù Cristo oggi», essergli intimo, familiare.

2. Ai primi discepoli che lo interrogarono: «Maestro dove abiti? Gesù rispose: Venite e vedrete. Andarono e abitarono presso di lui» (Gv 1,38-39). Insistiamo su questa dimensione relazionale assumendo la categoria dei «suoi» che «stanno fuori» e della gente con i primi discepoli che «stanno dentro». La domanda è semplicissima: «Gesù di Nazaret lo vedo e vivo dal di fuori o dal di dentro? È un oggetto da possedere (vennero per ‘prenderlo’!), un ideale, una favola, o una persona precisa, il Figlio di Dio fatto uomo che mi propone una relazione da accogliere?».
In sintesi, percepire quali possono essere segni dell’essere fuori e dell’essere dentro la casa di Gesù.

3. Se Gesù determina la genuinità del nostro vissuto familiare, viviamo la nostra relazione con papà, mamma, fratelli e sorelle in una maniera tale che Gesù si riconosca in essa e la benedica, o la metta in questione? Concretamente, la famiglia in cui vivo fa la «volontà di Dio», cioè dona alla fede cristiana di ciascun membro quel posto che il Padre si attende? Vi sono esperienze di apertura al Vangelo del Regno di Dio? O vige un familismo da «piccola mafia»? O prevale una rispettabilità di facciata, che cerca di marginalizzare i membri che vogliono vivere la propria vocazione in familiarità con Gesù?
In sintesi, enunciare i contrassegni di una famiglia in cui Gesù si riconosca come propria famiglia.

4. Le parole di Gesù sulla famiglia si collegano con altre sue parole pronunciate quando il legame familiare impedisce la scelta vocazionale (cf Mt 8,21; 19,2).
Nella tua famiglia vi è spazio e aiuto per discernere la vocazione di ciascun membro all’interno della più grande famiglia di Dio? O parlare di vocazione crea un trauma?
In sintesi, riferire quale contributo ha dato (e può dare) – o il suo contrario – la famiglia nella scelta vocazionale.

5. Si può dire correttamente che Gesù rifiuta i vincoli familiari? In particolare che misconosce sua madre Maria? Vi sono episodi in cui accetta in pieno la sottomissione ai genitori? In cui Maria realizza in pieno le parole di Gesù: «Compiere la volontà di Dio?».
In sintesi, riflettere come Maria compie il disegno di Dio lungo tutta la sua esistenza.

* Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

Preghiera conclusiva

(Si consiglia di suscitare fra i partecipanti una invocazione aderente al tema. Vi possono rientrare anche le seguenti intenzioni).
1. Signore, nessuno in questo momento della tua vita pubblica ti appare più lontano di coloro che ti sono più vicini per il sangue. Per te la famiglia non è un dato anagrafico, ma una conquista; meglio, un lasciarsi conquistare e permeare dalla tua familiarità. Noi ci dobbiamo ancora pensare.
Ti chiediamo la luce per capire cosa voglia dire ai tuoi occhi essere membri di una famiglia, quando effettivamente lo siamo, anche se ci tocca di staccarcene, sia quando in realtà non lo siamo, pur standoci dentro, e con gusto.
2. «Signore, dicono di te: ‘È fuori di sé’. Dovrebbero dire: ‘È fuori di noi’, fuori dai nostri modelli, dalle nostre previsioni, dai nostri equilibri» (A. Pronzato). È quanto riconosciamo in noi stessi: ti diciamo «matto» o quasi, un bel tipo da ammirare, ma non da toccare, tanto meno da seguire…
Rompi in noi questo lodarti che è eccessivo, che sa di untume retorico, quando non diventa impegno di stare con la gente seduto davanti a te, a casa tua, nel mondo dei tuoi pensieri, del tuo cuore.
3. «Eppure tutta la vita di Gesù si è svolta ’fuori’. Nasce ‘fuori’ del suo paese, addirittura dalla casa. Si lascia trovare dai magi, gente venuta ‘da fuori’. Va in esilio ‘fuori’ dalla sua patria. E anche a morire andrà ‘fuori’ dalla città. E quando qualcuno è sicuro di trovarlo nel sepolcro, dove l’hanno ‘posto’, lui è già fuori, altrove» (Id.).
Possiamo dirti, Signore, che più di una volta non ti troviamo dove ci aspetteremmo che tu sia, soprattutto dove pretendiamo di metterti noi. Signore, dacci la grazia e la forza di rispettare il tuo domicilio, la tua identità vera, la casa vera dove vivi.
4. Ma chi è dentro e chi è fuori? Secondo le nostre categorie, Signore, avremmo pensato che i tuoi fossero dentro (la voce del sangue!), mentre la folla, che non sa la legge e quindi è maledetta (Gv 7,49), dovrebbe trovarsi fuori. La vera risposta è possibile soltanto quando abbiamo accertato dove sei tu.
E tu, Signore, sei l’uomo della gente, colui che offre il perdono del Padre e quindi chiede l’umile conversione, colui che ama senza misura e quindi esige una vita di amore senza misura, oltre la frontiera familiare e magari superando con l’amore le frontiere che creiamo dentro la stessa famiglia.
5. Santa Madre Maria, abbiamo fatto una scoperta: tu sei madre di Gesù, non soltanto perché l’hai generato dopo nove mesi a Betlemme, ma perché da Nazaret al Calvario hai adempiuto in maniera sublime il requisito del tuo figlio: il compimento della volontà di Dio.
Ti sei fatta povera del tuo stesso legame di natura, per esserlo di una qualità più grande, grazie al quale sei oggi madre di noi figli nel Figlio.
Ti preghiamo di vincere le nostre pretese di diritti acquisiti per nascita cristiana, per pratica religiosa, per le buone opere che facciamo, perché rimanga anzitutto e sempre il riconoscimento di un dono e di un compito: tu Gesù sei nostro familiare se prima accettiamo di essere membri della tua famiglia, con il Padre, lo Spirito e la Vergine Maria.
O Signore, la tua lezione è come una «sberla», una di quelle che nelle famiglie di una volta si sapeva ancora dare al colpevole, con dolore e con speranza. Ci hai tolto il velo del familismo che occupa gli spazi della tua libera iniziativa nei nostri confronti; ma anche ci hai richiamato il valore di una famiglia che si impegna a realizzare la volontà di Dio.
Dunque non ci insegni di rinunciare alla famiglia, a fuggire da casa, cosa troppo comoda per essere valida, ma di stare in casa in modo diverso, con la percezione della tua presenza nella misura che noi tutti, genitori e figli, riconosciamo il padre-madre comune che è il Padre celeste, riconosciamo te come Figlio e nostro fratello, riconosciamo la presenza dello Spirito in quanto assumiamo l’amore come respiro vitale, riconosciamo in Maria di Nazaret la prima donna diventata madre fisica e spirituale di Gesù e di tutti noi. Amen.

«La questione è che il cristianesimo non è una forma di autorealizzazione. Gesù non era Narciso. Il Vangelo suppone che io rinunzi a me stesso, che il mio cuore – come diceva Lutero – non si incurvi su se stesso.
H. Cox parla di due concezioni della personalità. Una concentrica, l’altra eccentrica. La prima si limita ad ampliare e approfondire le proprie possibilità, per cui si diventa sempre più simili a se stessi. La concezione eccentrica non va intesa nel senso di strano, stravagante. Ma come qualcosa che ha il centro fuori di sé. È la persona che accoglie l’elemento nuovo, inatteso, quello che arriva da ‘altrove’. È la persona aperta allo Spirito, disponibile al suo ‘gioco’, capace di accettarne i rischi» (A. Pronzato).