La terra promessa

Inserito in NPG annata 2005.

 


Carmine Di Sante

(NPG 2005-09-66)


L’ultimo nucleo simbolico del racconto fondatore è la terra promessa, generatore anch’esso di una pluralità di temi di cui rintracceremo i più importanti.
Sul piano storico, la terra di cui il racconto fondatore parla è Canaan, una piccola area geografica medio-orientale limitata a nord dalle montagne del Libano, a sud dal deserto del Negheb, ad ovest dal Mediterraneo e ad est dal fiume Giordano. Di questa piccola terra il racconto fondatore parla con un linguaggio trasfigurato dall’immaginario utopico della fantasia e del bisogno: «Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d’uva, che portarono in due in una stanga, e presero anche melograni e fichi» (Nm 13, 33). Per dei nomadi provenienti dal deserto e abituati alla sua asprezza e aridità, la vista di un grappolo d’uva si impresse nella loro fantasia come una cosa straordinaria da richiedere più di una persona per il trasporto!
Luogo geografico trasfigurato dal bisogno e dal desiderio, la terra di Canaan è però soprattutto il luogo simbolico indispensabile per comprendere fino in fondo la logica del racconto fondatore che, come si è notato, proprio nell’ingresso della terra promessa trova il suo esito. Terra quindi geografica ma anche simbolica di cui cogliere i molteplici significati da essa generati nella tradizione ebraico-cristiana. Conclusione del cammino esodico, la terra promessa è il simbolo della felicità e della realizzazione alle quali Dio destina Israele con il suo intervento liberatore. Se Dio lo ha sottratto al faraone, lo ha condotto nel deserto e soprattutto ha stipulato sul monte Sinai l’alleanza, la ragione di tutto questo è per introdurlo in quello spazio che, con un termine presente in tutte le letterature e da quasi tutti ritenuto il più importante, è la felicità. Termine affascinante ma plurivalente, per cui è necessario precisarlo.
La terra promessa è la metafora della felicità umana: non però la felicità soggettiva come soddisfazione di bisogni e desideri, ma oggettiva come riflesso di un ordine che l’io non istituisce ma accoglie come donato; non la felicità individuale che si preoccupa del proprio io e si disinteressa di quella degli altri, ma corale che, come in una sinfonia, nasce dalla responsabilità reciproca di ognuno nei confronti di ogni altro; non la felicità disincarnata, decorporeizzata o «spirituale» (nell’accezione greca e non biblica), ma storica e mondana, che riguarda l’essere dell’uomo su questo mondo con le sue albe, i suoi tramonti, i suoi ruscelli, le sue montagne, i suoi mari, le sue galassie e – frutto dell’ingegno e della creatività umana – con la sua cultura, le sue città, le sue arti e la sua scienza che lo rendono veramente abitabile; infine non la felicità generata da ciò che, esterno all’io, l’io prende e porta a sé assimilandolo, ma evento etico che si accende nella decisione e volontà dell’io che rinuncia al suo dinamismo naturale di possedere per donare e condividere.
Per il racconto biblico la felicità – o l’accesso all’ordine del senso dove l’io si sente a casa, sottratto alle minacce del disordine e del male – non dipende né dalla natura, perché si è dotati di una determinata tendenza o carattere; né dal destino, perché si è nati sotto buona o cattiva stella; né dalla propria intelligenza e strategie, perché si è capaci di realizzare i propri sogni e progetti, ma dall’alleanza – cioè dall’incontro – tra la volontà di Dio che dona il mondo gratuitamente e la volontà dell’uomo che vi acconsente ridonandolo.
Di qui le due condizioni soggettive ed essenziali per il dischiudersi della felicità secondo la bibbia: da una parte la coscienza che la terra è dono e che i suoi beni – dall’acqua alle fonti energetiche! – non possono essere trasformati in possesso né da parte dell’io né da parte di un gruppo, etnia o società, fosse pure democratica; dall’altra – se le cose sono un dono – la giustizia che è disinteressamento e bontà con cui si rinuncia a volerle per sé per condividerle. Queste due condizioni sono formulate mirabilmente in un celebre versetto del Levitico dove Dio dice: «La terra è mia e voi siete presso di me forestieri e inquilini» (Lv 25, 23). In questo detto, che ha il timbro di un aforisma, si condensa l’essenza stessa di ogni esperienza religiosa: l’impossibile appropriazione del mondo («La terra è mia») e lo statuto antropologico dell’ospite come l’unica possibilità con cui abitarlo, sia nell’accezione passiva dell’ospite nel senso di ospitato che in quella attiva dell’ospite nel senso di ospitante. La felicità, per la bibbia, fiorisce nello spazio dell’ospitalità come gratuità che proviene da altrove – dal Dio Yhvh liberatore – e dalla quale l’io è accolto e appellato a fare altrettanto.
Simbolo della felicità, la terra promessa si riveste però di una molteplicità di significati che, a seconda dei contesti storici, hanno subito slittamenti semantici a volte radicali.
Il primo slittamento è avvenuto nel momento stesso in cui Israele ha raggiunto la terra promessa: dopo decenni nel deserto, finalmente la felicità a lungo agognata! E invece… Questa tarda a realizzarsi: perché Israele non l’abita con la logica dell’alleanza, non riconosce che i beni sono dono, non li accoglie come benedizione, non li condivide nella giustizia, non rinuncia alla volontà di possesso, non si sottrae alla tentazione dell’accaparramento, non si preoccupa dello straniero, dell’orfano e della vedova, non si ispira alla gratuità di Yhvh, il liberatore, ma agli dèi pagani – gli idoli – che si preoccupano solo di sé e sono per questo la ipostatizzazione della necessità e della forza e la legittimazione dell’ordine e degli interessi costituiti. Non realizzandosi perché il principio dell’alleanza è tradito, la felicità allora viene proiettata in avanti e la terra promessa diventa il simbolo di un futuro ancora da venire.
Il secondo slittamento si ha quando le incessanti smentite storiche al principio dell’alleanza radicano il convincimento che, sulla terra, a causa della inestirpabilità del male che la sovrasta, non è possibile vivere secondo la logica dell’alleanza, per cui la felicità dal piano storico viene trasferita su quello metastorico. In questo contesto – che gli studiosi conoscono come fenomeno apocalittico e gnostico che si diffonde intorno al bacino mediterraneo dal III o IV sec. a. C. al IV sec d.C.– la terra promessa diventa il simbolo dell’aldilà, inteso sia spazialmente che temporalmente.
Il terzo slittamento si ha con la tradizione cristiana che, riconoscendo in Gesù l’approssimarsi del regno di Dio, ha visto in lui il realizzarsi della pienezza della felicità ma, per influsso dell’apocalittica, dello gnosticismo e del dualismo greco, l’ha confinata negli spazi della interiorità e l’ha collocata definitamente nell’aldilà. Su questa linea la terra promessa, che nel racconto fondatore è il simbolo della felicità umana da realizzare nello spazio storico sul principio della fedeltà all’alleanza, diventa il simbolo della felicità dell’anima dopo morte.
Futuro, apocalittica, escatologia, al di là, Gerusalemme celeste, paradiso: sono alcuni dei grandi temi, appartenenti al campo semantico generato dal simbolo della terra promessa, che, tra loro a volte opposti, per essere interpretati adeguatamente vanno ricondotti sempre a quel significato originario che è l’annuncio della felicità dell’uomo – di tutti gli uomini – sulla terra, sospesa alla responsabilità dell’io e di ogni io. Il termine più appropriato per questa figura di felicità è la fraternità umana intesa non come fraternità biologica, che come vuole la storia di Caino e di Abele è essa stessa intrisa di sopruso e di violenza, ma come fraternità etica istituita sulla gratuità. Nell’orizzonte della gratuità il comune – ciò che si ha in comune realmente – non è il sangue, la terra, la lingua, la religione, l’ideologia o il partito ma la Bontà o Bene originario in forza della quale si è tutti uguali e fratelli.
Al termine di questo percorso intorno ai temi del racconto fondatore, eccoci di nuovo alla presenza della parola gratuità. Se l’uscita dall’Egitto è il racconto del suo ingresso o apparizione nella storia umana, il deserto della sua «appropriazione» o presa di coscienza da parte dell’uomo e la montagna della sua assunzione in principio del proprio agire, imitando la gratuità di Dio, la terra promessa lo è del suo fiorire nell’instaurazione della fraternità umana. Sospesa alla responsabilità di ciascuno, la fraternità appartiene all’ordine dell’evento, è fuori di ogni tempo, come successione necessitante, ma dentro ogni tempo, come possibilità sempre aperta.