Sulla bellezza e bontà della «lectio divina»

Inserito in NPG annata 2005.


Francesco Lambiasi

(NPG 2005-08-38)


Carissima Cristiana,
mi aveva raccontato di te l’anno scorso, proprio di questi tempi, l’amico scrittore Luciano Marigo, in quel suo romanzo ardito e vertiginoso – un vero «giallo dell’anima» – il cui titolo, La stanza del cuore, mi aveva subito abbagliato come un lampo. Ti avevo trovato in quelle pagine sature di vita, attraversate dall’Invisibile, sulla soglia dei tuoi vent’anni, sbandata e abbandonata a te stessa. Figlia di genitori separati, vivevi senza amore, odiavi il tuo corpo fino a rasentare il precipizio dell’anoressia. Fede, zero: ti avevano chiamata Cristiana, ma non eri neanche battezzata. Nel tuo desolato vagabondaggio senza ormeggi e senza approdi, avevi incontrato casualmente Simone, maestro di recitazione, regista di teatro. Ne eri diventata allieva, dimostrando notevoli talenti di attrice, al punto che Simone ti aveva affidato il ruolo di protagonista in un film da girare: quello di una monaca – Madre Crocifissa – morta in concetto di santità. A tale scopo ti eri dovuta recare, controvoglia, nel Carmelo dove la Madre era vissuta, per apprendere da vicino come opera e si comporta una monaca santa. Avevi intrapreso quella incursione in convento su insistenza del regista che ti aveva trapiantato in testa il suo chiodo fisso – il principio fondamentale dell’arte drammatica – e che tu, per timore si schiodasse, continuavi a ripetere a te stessa,  con petulante insistenza: «Come per sostenere la parte di una puttana non c’è bisogno che nella mia vita privata eserciti la professione di una puttana, così se mi insegnano come si fa, posso recitare bene la parte di una santa anche se sono un’anima perduta».
Dunque eri arrivata al carmelo per imparare dal vivo la parte di Madre Crocifissa, ma fosti subito folgorata dall’alta tensione di quel suo interrogativo intrigante, consegnato alle pagine ingiallite di un «appunto spirituale», gelosamente conservato sotto lo scapolare e ritrovato dopo la sua morte: che cosa avviene nella stanza del cuore quando un’anima è presa da Dio? Dopo appena due giorni di vita in monastero avevi trovato la risposta, la sua: avviene che l’anima avverte di essere posseduta da un Amore totale, e ad esso completamente si abbandona, in gioiosa libertà. Il racconto di Marigo terminava lì, con quella conclusione a cui era approdata la Santa, e che tu sentivi combaciare alla perfezione con il tuo infelice stato di «anima perduta». Quella conclusione ti aveva stregato, finendo per sopraffare le tue ultime resistenze, come una certezza travolgente: «Dunque – dicevi a te stessa con le parole della Santa – se il Signore volesse, potrebbe donarsi anche a me. Che cosa mi può trattenere allora – ti domandavi sbigottita – dal prendere il coraggio a due mani e osare di rivolgermi a Lui e dirGli con l’incoscienza di una disperata: – Signore, ti aspetto nella stanza del mio cuore?». E poi, grazie all’immedesimazione – non più virtuale, della fiction, ma intima e spirituale – con Madre Crocifissa, ti eri fatta più ardita: «Quando verrai? Oh come vorrei che fosse subito! Ma sono disposta ad aspettare tutto il tempo che vorrai, dovessi spendere nell’attesa tutta la vita». Eri rinata: cominciavi a volare, addirittura – perché no? – a garrire, proprio come Agostino di Ippona, che ripensando ai primi giorni dopo la conversione, si raccontava così al suo dolce Signore: «et garriebam tibi».

Preparare con la Bibbia?

Fin qui il resoconto di Marigo. A quel punto ti persi di vista. Ma ultimamente, tra noi due, si è ristabilito il contatto, stavolta grazie a RadioMaria: hai seguito un «filo diretto» da me curato il primo martedì del mese, ti sei procurato il mio indirizzo di posta elettronica e mi hai spedito – con mia graditissima sorpresa – una mail straripante. Mi hai aggiornato sul viaggio della tua anima e mi hai annunciato, con la gioia incontenibile di una bambina in convulsa attesa del regalo a lungo sognato, che nella notte di Pasqua ti saresti fatta battezzare per diventare «cristiana di nome e di fatto». E mi aggiungevi: «Ho cercato Dio, ho trovato la fede, ho scoperto l’amore. Madre Crocifissa mi ha riversato nel cuore i suoi tre grandi segreti: che il primo nome di Dio è Misericordia e il 99.mo è Tenerezza; secondo segreto: la fede è un grande amore; terzo, la santità è bellezza. Ma ora – concludevi – ho bisogno di imparare a pregare. E mi piacerebbe pregare con la Bibbia; vorrei fare della parola di Dio il viatico quotidiano del mio pellegrinaggio del cuore. Nella preparazione al battesimo mi hanno parlato della lectio divina. Vorrei capire cosa è e come si fa. Mi aiuta, padre?».
Così, eccomi a te, sperando di esserti almeno un po’ utile. Ma consentimi subito una premessa. Mi ci vuole un bel po’ di faccia tosta a scrivere una lettera sulla lectio divina, perché prima di me lo hanno fatto uomini ben più esperti e illustri di me. Il primo a trattarne esplicitamente è stato un certo Guigo II, morto quando Francesco d’Assisi aveva appena sei-sette anni, in una lettera indirizzata al fratello certosino Gervaso. Ma prima ancora ci aveva provato un grande papa, Gregorio Magno, in una lettera all’imperatore Teodoro, e andando ancora più a ritroso, s. Agostino in una lettera alla signora Proba, sorella nella fede. Più vicino a noi, ho trovato almeno due lettere del genere: una, dell’amico Enzo Bianchi, priore di Bose, al fratello Giovanni, e l’altra, di don Giuseppe Dossetti a Giancarla, amica della sua comunità di Monteveglio.
Con questi precedenti, «mi sento tremare le vene e i polsi» a risponderti, ma non mi tiro indietro… L’argomento che mi chiedi di trattare e il desiderio fortissimo che la tua avventura spirituale non abbia mai fine, mi stimolano a riflettere e a provare.
Dunque, proviamo.
Ma prima ancora – siccome non stiamo parlando di teoremi astrusi o di geroglifici indecifrabili, ma di «cose di vita» – permettimi di introdurmi con qualche confidenza.
Essendo nato verso la fine della prima metà del secolo scorso, appartengo a una generazione che la Bibbia non sapeva nemmeno com’era fatta. Nonostante il catechismo incominciato fin dalla scuola materna, ero arrivato al seminario minore, appena finita la quinta elementare, solamente con il rosario e il libricino di preghiere regalatomi dal parroco alla prima comunione. Ma per possedere un vangelo personale – pensa, in seminario! – mi hanno fatto aspettare la terza media. Però, di Bibbia, a quel tempo, neanche l’odore: solo in prima liceo – dunque a sedici anni – quando arrivai al seminario maggiore, il rettore – con grande scandalo del vecchio padre spirituale, che continuava imperterrito a pensare che certe pagine della sacra Scrittura fanno venire dubbi di fede e cattivi pensieri – ci permise di poter comprare la Bibbia delle Paoline, fortemente voluta da papa Giovanni e da don Alberione, in edizione popolare, al prezzo stracciato di mille lire. Erano gli anni del concilio: iniziava la stagione del disgelo, e Carlo Carretto tuonava: «Basta con un cattolicesimo senza sacra Scrittura!». Il risveglio biblico cominciava a farsi sentire, ma si era ancora molto indietro. In seminario arrivò in quegli anni un nuovo padre spirituale che fece piazza pulita di tutti i libri e libretti di devozioni varie che intasavano i nostri banchi nella cappella. Era un santo gesuita; animato da eroico furore, sembrava muoversi all’insegna dello slogan: «Sola Scriptura!». Entrò in servizio con un corso di esercizi spirituali interamente basati sul vangelo. Fu uno shock salutare: cominciavo a capire i brani della Scrittura, cominciavo a gustare i salmi, cominciavo a respirare il profumo della parola di Dio. La Bibbia mi diventava piano piano un libro parlante: familiare come una voce amica, irresistibile come una calamita, indispensabile come il pane, come l’acqua, come l’aria. Poi… ma non vorrei annoiarti con la mia storia: ti dico solo che ora senza il libro delle sante Scritture non potrei vivere, e non lo vorrei proprio!
Per venire alla tua domanda, ti propongo un cammino un po’ lungo, scandito in tre tappe: stai serena, non ricominciamo da Adamo. Cominciamo da Narciso, per poi arrivare a Gesù (I tappa); quindi da Gesù alla sua parola (II tappa); e dalla sua parola a noi (III tappa).

Da Narciso a Gesù

Partiamo da Narciso… Hai fatto il classico e quindi ricorderai il mito greco: Narciso è un giovane bellissimo, morbosamente innamorato della sua immagine fino al punto da non comunicare con altri se non con se stesso. L’unica creatura che ama è Eco, che sembra, ma di fatto non è, altra da lui: è il suo doppio, appunto la sua eco. Un giorno, vagando tra i boschi, Narciso giunge alla riva di un laghetto ghiacciato: comincia allora a rimirarsi in quello specchio limpidissimo, ed eccitato dalla voglia di abbracciare la sua immagine sensuale e seducente, si sporge fino a sprofondare nelle acque gelide del lago: e muore.
Narciso non è un essere malvagio, è un giovane solo e triste: si porta in cuore il sogno di essere felice, ma è vittima di una terribile illusione: quella di poter essere felice da solo. Per cogliere il suo dramma, può essere utile confrontarlo con Prometeo, l’eroe mitologico che dà la scalata all’Olimpo, ruba il fuoco agli dei e lo porta sulla terra, e accende così la catena dell’eterno progresso. È interessante ricordare che, per Marx, Prometeo era l’emblema della lotta rivoluzionaria, e per questo meritava il primo posto nel calendario dei… santi atei! Narciso non è ateo, è idolatra: il suo dio è il suo Io; adora se stesso, la sua è una autolatria, una vera Io-latria. Aveva ragione Bonhoeffer: «il contrario della fede non è l’incredulità; è l’idolatria». Ma l’idolatria droga e uccide. Non per nulla – sempre secondo il mito greco – narciso è il nome del fiore soporifero che intreccia le corone delle divinità dei morti, Orfeo e Persefone, e da narciso deriva «narcosi»: l’amore di sé droga e uccide.
Il mito di Prometeo raffigura bene il sogno dell’epoca moderna: avviare la marcia trionfale dell’umanità verso il sol dell’avvenire e realizzare il regno della perfetta giustizia sulla terra. Il mito di Narciso ci può servire, invece, per esprimere il sogno della nostra cultura post-moderna, di cui ti sei riconosciuta figlia, quando nel diario prima della conversione scrivevi: «Sono nata e cresciuta in una famiglia postmoderna e sgangherata: non so se sgangherata perché postmoderna o postmoderna perché sgangherata». Adesso hai ripreso a studiare Filosofia all’università, «perché – mi scrivi – non mi è possibile vivere senza capire», e ti rendi ben conto della differenza tra cultura moderna e postmoderna. Io provo a dirla così: se prima, di fronte a ogni capriccio, si citava spesso il proverbio che «l’erba-voglio non cresce neanche nel giardino del re», oggi invece è proprio l’erba-voglio ad essere la più sognata e coltivata in ogni giardino: siccome voglio un figlio con gli occhi azzurri e i capelli biondi, dunque mi spetta di diritto! È la filosofia del desiderio: desidero quello che mi piace, e ogni piacere è un mio sacrosanto diritto.
Questa cultura a dominante narcisista spinge all’inseguimento della grande «balla», la balla… bella e avvelenata che prima ti strega, poi ti… frega: «se sarai bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice». È il comandamento imperante dell’autorealizzazione, formulato da Marylin Manson: «Non devi adorare niente e nessuno, tranne te stesso», con le sue tre equazioni: la prima, la gioia coincide con il piacere («a me mi piace»); la seconda, la verità è uguale all’opinione («a me mi pare»); la terza, la libertà fa rima con spontaneità («a me mi va»). E tanto per vedere dove porta questo mito narcisista, ti ricordo un dato allarmante, tratto dalla recente indagine dell’Eurispes: in Italia la depressione tocca ormai il 5,3% dei ragazzi, tra gli 11 e i 14 anni, e addirittura il 2% dei bambini. È stata la tua triste esperienza, ma ora non vorrei riaprire in te una piaga che va lentamente rimarginando…

Da Gesù alla lectio

Mi interessa piuttosto vedere come si pone oggi «la questione capitale», per usare le tue parole: la questione-Gesù.
La contestazione illuminista del cristianesimo aveva tentato di ridurre la fede in Gesù Cristo dentro i confini della «pura ragione». I padri del secolo dei lumi – è d’obbligo fare il nome almeno del padre dei padri: Immanuel Kant – non eliminarono Gesù, anzi esaltarono il suo insegnamento, ma spogliarono la vicenda storica del Nazareno di qualsiasi capacità universale di salvezza. Dissero: non c’interessa la persona di Gesù (quella ormai appartiene al passato: tra lui e noi è posto un «maledetto largo fossato»); tutt’al più ci interessa il suo pensiero, il suo messaggio morale. Così si diceva di salvare la predicazione di Gesù, ma si toglieva credito alla sua dimensione divina e al carattere salvifico della sua opera. In sostanza l’Illuminismo chiedeva alla fede cristiana di trasformarsi in filosofia di vita. Ma così interpretato il destino di Gesù di Nazaret non è poi molto diverso da quello che è spettato a Socrate e a tanti campioni del passato: uno si può anche commuovere davanti all’eroismo di queste esistenze consumate per la verità, però ciò che rimane di loro è solo una dottrina e il ricordo di una dedizione estrema vissuta per gli altri. Ma una fede che indossa i panni di un’anonima saggezza è ancora fede in Gesù Cristo? Un cristianesimo senza Cristo è ancora cristianesimo? La risposta non può che essere negativa: il cristianesimo non è una filosofia, è un’alleanza; non è un ideale astratto e lontano, ma una comunione; non è una ideologia, è una storia.
La riduzione che oggi attenta al cuore del messaggio cristiano porta il nome di relativismo. Bene o male l’Illuminismo aveva cercato di salvare un principio oggettivo nell’interpretazione del fatto cristiano, la ragione, anche se di fatto il presunto Gesù storico da esso contrabbandato come autentico, rassomigliava tanto all’autore che lo aveva prodotto. È stata questa la critica spietata di Albert Schweitzer, che proprio per la disfatta teologica della ricerca storica su Gesù, decise di andare a curare i lebbrosi a Lambarené, nel cuore dell’Africa nera. Come dire: visto che la ricerca teologica non mi fa incontrare il Cristo autentico, non mi resta che cercarlo tra i suoi fratelli più poveri, appunto i lebbrosi.
La versione oggi prevalente del fatto cristiano non interpreta più il cristianesimo in base al grande principio della «sola ragione», ma a quello della sola «emozione»: se è vero quel che mi pare e piace, allora il cristianesimo è vero finché mi pare e piace. E ognuno è libero di farsi la religione che vuole: è la religione del fai-da-te. Insomma se ogni treno porta alla stazione, tanto vale prendere quello che passa sotto casa…
«No – ha scritto Giovanni Paolo – non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi».
Dobbiamo quindi ripartire da Gesù, e precisamente dalla sua fine: la morte in croce.
Ecco: la morte di Gesù è ben diversa da quella di Narciso. Narciso si è spento con le sue stesse mani, per la voglia ossessiva di abbracciarsi; è morto a braccia conserte. Gesù invece «non ha cercato di piacere a se stesso» (Rm 15,3), si è lasciato crocifiggere ed è finito su quei due pali, a braccia spalancate. Nota bene: non si trova mai nel vangelo che egli abbia chiuso mani e braccia per prendere qualcosa e tenerla per sé. Il verbo «prendere» nei quattro vangeli, quando ha per soggetto Gesù, ha sempre come complemento di termine gli altri. Ad esempio: «prese il pane e… lo diede ai suoi discepoli». Anzi Gesù si è lasciato completamente espropriare di tutto: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di schiavo», e quando sono andati a prenderlo per trucidarlo, non ha chiuso le braccia sul petto in quel gesto istintivo di autodifesa che ognuno avrebbe fatto al posto suo, ma si è lasciato inchiodare sulla croce per morire come era vissuto: appunto, a mani aperte, a braccia spalancate.
La morte di Gesù è diversa anche da quella di Socrate: nel racconto di Platone si legge che, quando arrivò il giorno della esecuzione capitale, il maestro prese la coppa del veleno con animo allegro e, senza dar segno di disgusto, piacevolmente la vuotò sino in fondo. I discepoli piangono, ma Socrate li rincuora, anzi la sua ultima parola è una commovente banalità, che ne svela la sublime grandezza: «Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: mi raccomando, non ve ne dimenticate… Sì, disse Critone, ma vedi se hai altro da dire». No, Socrate non ha altro da dire. La sua missione è compiuta. Sembra una scena capovolta rispetto alla passione di Gesù, che piange di fronte al calice amaro del dolore, e muore gridando. La morte di Socrate è affascinante, perché eroica. Socrate è l’eroe, è l’eccezione, non ogni uomo. Gesù in croce è ogni uomo. Socrate muore come vorremmo morire. Gesù muore come veramente si muore. Ma c’è una differenza ancora più decisiva. Gesù non muore per i suoi peccati, ma per la nostra salvezza: ha coscienza di essere il Salvatore universale che si offre «per la nuova ed eterna alleanza» e versa il suo sangue a beneficio di tutta l’umanità, per il perdono dei peccati.
Buddha, Confucio, Maometto sono morti tranquilli nel loro letto, circondati dall’affetto dei discepoli. Gesù invece è l’unico grande fondatore di religione che è morto come martire. Certo, non sono mancati nella storia dell’umanità uomini illustri, perseguitati e trucidati, ma il loro martirio sta solo a dire l’intima loro certezza nella bontà della causa da essi perseguita, ma non dice che la loro causa fosse obiettivamente giusta. Solo Gesù è risorto: l’erba non ha fatto in tempo a crescere sulla sua tomba. La risurrezione sta a dire la verità, l’autenticità della sua causa.
La Pasqua è l’evento fondamentale della storia della salvezza: è il centro verso cui tutto converge, è la vetta verso cui culmina tutto ciò che precede (Antico Testamento) e da cui tutto discende (Nuovo Testamento). La Bibbia può essere vista allora come la vera storia di Gesù, anzi, essendo stata ispirata dal suo stesso Spirito, si potrebbe definire la sua grande «autobiografia»: (le Scritture) «sono proprio esse che mi rendono testimonianza» (Gv 5,39): «Mosè ha scritto di me» (Gv 5,46); Isaia «vide la sua gloria e parlò di lui» (Gv 12,41), e tutta la sua vicenda, anche nei minimi dettagli, viene vista come un compimento delle Scritture. La Pasqua è il sole di tutte le sacre Scritture: non solo il centro di gravitazione permanente, ma anche la luce che le illumina; pretendere di leggere la Bibbia senza questa luce è come pretendere di leggere un libro al buio. Provo a spiegartelo con un racconto che hai imparato ad amare.
Il mattino della prima Pasqua due discepoli si allontanano da Gerusalemme verso Emmaus. Per loro non è spuntata l’alba della festa: camminano come bruscamente ridestati da un bel sogno. Cristo si fa loro incontro, portatore del grande messaggio: l’annuncio della propria risurrezione. Per preparare la comprensione e l’accoglienza di una notizia tanto sconvolgente, Gesù ricorre alle Scritture, da Mosè ai profeti, spiegando quanto a lui si riferiva. Cristo scopre ai loro occhi la propria presenza nell’Antico Testamento, rivelandone così il senso, nel tempo stesso in cui spiega il messaggio. Gli scritti del Nuovo Testamento sono in gran parte interpretazione dell’antica alleanza a partire dal centro che è Cristo. L’evento della Pasqua è il centro del centro: Cristo è la Parola fatta carne e immolata a Pasqua; la Bibbia è la Pasqua di Cristo fatta parola di Dio. Il messaggio è l’amore: non primariamente il nostro amore, ma l’amore di Dio per noi: «Dio è amore. Dio ha manifestato così il suo amore per noi: ha mandato nel mondo suo Figlio, l’Unico, per darci la vita» (1Gv 4,8).
In breve, la Bibbia è la trascrizione in linguaggio umano del messaggio divino: «Cristo è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama» (Rm 4,8).
Cara Cristiana, forse in quest’ultimo passaggio ti sarai un po’ persa, ma siccome è un passaggio decisivo proprio ai fini di una corretta lectio divina – non me ne sono dimenticato! – provo a dirtelo con parole di gente molto più autorevole di me. Sono citazioni che non vorrebbero sommergerti, ma semmai aiutarti ad immergerti in quel grande mare senza sponde, l’oceano della Scrittura, e non fare naufragio. A me aiutano molto; le ho riportate sul retro di copertina della mia Bibbia, e te ne cito qualcuna:
Noi ascoltiamo Cristo, leggendo le Scritture (s. Ambrogio);
Non vi è più nulla nelle Scritture che non faccia risuonare il Cristo (s. Agostino);
L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo (s. Girolamo);
Tutta la Scrittura è un solo libro e quel libro è Cristo (Ugo di s. Vittore).

Dalla lectio alla evangelizatio

Proviamo ora a fare l’ultimo passaggio, per arrivare poi a concludere con la lectio divina. Lo scandisco in due tempi, per mostrarti il collegamento Bibbia-vita.

La parola di Dio nasce dalla vita

Prima si vive, poi si scrive: è una legge universale che vale per tutti i libri. Questo sta a dire che un testo, per essere capito, ha bisogno di essere collocato dentro il suo con-testo: non solo letterario, ma anche storico, culturale, sociale, da cui ha avuto origine.
La Bibbia però è un libro unico, in quanto è ad un tempo parola di Dio e parola umana. Ora, la scienza biblica dell’ultimo secolo ha mostrato la fecondità del cosiddetto Sitz im Leben. Non aver paura; lo so che questa espressione ti suona quasi come una formula magica. In effetti è una espressione di derivazione tedesca, che significa esattamente «collocazione nella vita», «ambientazione vitale». Poiché la Bibbia nasce dalla storia concreta di un popolo concreto, non si può capire se non viene continuamente risituata nel suo ambiente originario. Guai a staccare i contatti con quell’ambiente e con le persone di cui lo Spirito Santo si è servito per comunicare la parola di Dio. In questa direzione si è mosso il Vaticano II fissando una regola ermeneutica fondamentale: nella Bibbia «Dio ha parlato per mezzo di uomini, con linguaggio umano»: quindi per capire cosa Dio abbia voluto comunicarci, bisogna «cercare con attenzione ciò che gli autori ispirati hanno di fatto voluto esprimere». In sintesi, non si capisce Dio se non si capisce l’uomo da lui ispirato.
La Bibbia non è come il Corano: non è piovuta in verticale dal cielo, dettata da un arcangelo dalle ali dorate, ma non è neanche nata a tavolino. Vi sono pagine scritte nella sontuosa corte di un re, altre nel buio di un carcere; alcune riflettono la dolce luce di un plenilunio estivo, altre gridano il trauma desolante dell’esilio; alcune cantano un’ardente passione d’amore, altre tradiscono una scottante situazione politica.
Il caso dei vangeli è emblematico: in essi si riflette la storia di Gesù, così come è stata rimeditata dalla comunità cristiana: dalla comunità venivano le domande, dalla vita di Gesù le risposte. Ad esempio, la comunità si domandava: si può seguire Gesù sulla via del matrimonio? è prevista per i coniugi cristiani la possibilità di divorzio? Al riguardo, il diritto romano prevedeva tale possibilità non solo per gli uomini – come la legge ebraica – ma anche per le donne. Se quindi fosse stata riportato materialmente l’originale pronunciamento storico di Gesù in merito (gli uomini non possono divorziare), si sarebbe creato una sorta di «vuoto legislativo» per le donne romane, cosa che invece viene evitata, interpretando lo spirito di quel pronunciamento, e quindi escludendo il divorzio non solo per l’uomo, ma anche per la donna (cf Mc 10,11-12).
Così abbiamo assodato un primo dato: la Bibbia non è parola di Dio rivestita di parole umane, ma vera parola divina che, affondata come un seme nel campo della vita degli uomini, nasce in forma di vere parole umane. Più brevemente: il testo biblico si è «formato», cioè si è modellato e plasmato dentro il vissuto della storia.

La parola di Dio rivive nella vita

Ed ora, un secondo dato: il testo biblico rivive ogni volta che viene messo a contatto con quel «catalizzatore» che è la storia dei lettori, individui e comunità, senza mai dimenticare che il suo nativo e autentico «ambiente vitale» è la santa Chiesa di Dio.
È fondamentale che io mi accosti alla Bibbia – il grande libro che attraverso la storia dell’antico e del nuovo Israele, la Chiesa, comunica la vita di Dio – con le domande vere e concrete sulla vita di tutti i giorni: che senso ha questa mia vita? da dove vengo e dove vado? cosa c’entra Cristo con la mia vita? Come parola del Dio vivente, la sacra Scrittura è sempre attuale e contemporanea ad ogni lettore: lo illumina, lo chiama a conversione, lo orienta e lo sostiene nel cammino della fede «come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori» (2Pt 1,19). Attraverso la lettura del passato lo Spirito ci aiuta a discernere il senso che egli stesso va donando ai problemi e avvenimenti del nostro tempo, abilitandoci a leggere la Bibbia con la vita e la vita con la Bibbia.
Tra vita e Bibbia si stabilisce così un circolo virtuoso e fecondo: la vita – con la sua domanda di salvezza e il suo bisogno di incontro con Cristo – ci dona l’ottica in cui leggere la parola di Dio, l’angolo di precomprensione che ci permette di coglierne il messaggio di vita nuova. La parola di Dio ci dona l’indicazione lungo cui sviluppare la vita quotidiana perché essa approdi al senso autentico e venga vissuta «per Cristo, con Cristo, in Cristo» e come Cristo.

Un’altra scala per la lectio?

Adesso, cara Cristiana, ti devo finalmente la risposta. Mi hai chiesto un aiuto per «fare della Bibbia il tuo pane quotidiano». Di per sé ci sarebbe un percorso già tracciato: è la famosa «scala» di Guigo II, con i suoi quattro gradini: lectio-meditatio-oratio-contemplatio. È una scala che ha aiutato tanti cristiani a pregare con la Bibbia, a fare concretamente la lectio divina. Potrei quindi riproportela pari pari, e la risposta te l’avrei già bell’e data. Ma ho due difficoltà a seguire questa scorciatoia: in questi anni, accanto a tutti gli enormi vantaggi che ci sono venuti dalla riscoperta di questa scala, mi pare di aver notato due grossi rischi. Il primo è stato quello di una certa rigidità nel riproporre la scala, intendendola in modo meccanico, quasi come una serie di atti successivi, mentre invece lo stesso inventore intendeva i quattro passaggi come concatenati e interdipendenti. Inoltre qualche autore spirituale moderno mi pare abbia finito per complicare questa scala aggiungendo altri gradini e rischiando di farla diventare… la scala di Giacobbe. In qualche autore sono arrivato a contare non più quattro, ma otto o addirittura dodici gradini!
Mi pare invece che ci si richieda uno sforzo di semplificazione nel ripensare la scala e ci si imponga un impegno di flessibilità nell’utilizzarla.
Provo allora a dirti la versione «cattolica» della scala. La chiamo così semplicemente perché non è la mia versione, ma è quella praticata in Azione Cattolica. È anch’essa in quattro gradini: provo ora a spiegarteli.
 
GUARDARE
La lectio divina, prima di essere una lectio, cioè un «leggere», è un «guardare». Per questo primo gradino ti propongo alcuni suggerimenti molto pratici e, spero, utili. Quando vuoi fare la lectio divina, non metterti subito a leggere, fermati; non aprire subito la Bibbia, aspetta. Raccogliti, apri gli occhi, gli occhi del cuore – perché non si vede bene che col cuore – e guarda il Signore. Digli con le parole del salmo: «A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli» (123,1). Contempla il Signore Gesù in qualche bella icona che certamente hai nella tua camera. Guarda le sue mani piagate, guarda il suo cuore squarciato. Guarda e credi: lui ti ama. Ti ama da sempre. Ti ama personalmente: se al mondo ci fossi solo tu, lui ti amerebbe con tutto il suo amore. Perché lui non ci ama, per così dire, nel mucchio, ma in modo personale: come quando lo riceviamo nella santa eucaristia, noi non riceviamo un frammento del suo corpo, ma lo riceviamo tutto intero, così è per il suo amore: è tutto intero per ciascuno di noi.
Poi guarda la Bibbia: come la vedi? Ci sono due modi per guardarla: il primo è quello di considerarla come un libro antico, pieno di sapienza religiosa, di valori morali, e anche di poesia. Da questo punto di vista, è certamente il libro in assoluto il più importante per capire la nostra religione ebraico-cristiana e la nostra cultura occidentale. Ma c’è un altro modo di accostarsi alla Bibbia, ed è quello di credere che è un libro «ispirato», cioè scritto, sì, da autori umani, con i loro talenti e con tutti i loro limiti, ma innanzitutto è stato scritto con l’intervento diretto di Dio, e perciò esso contiene la vivente parola di Dio per noi, per te, oggi, e ci rivela l’amore di Dio per tutti e per ciascuno.
Il terzo sguardo rivolgilo a te. No, non guardarti addosso, guardati dentro, per sentirti amata e perdonata. Chiedi al Signore che ti apra gli occhi: «Aprimi gli occhi, Signore, perché io veda le meraviglie della tua legge» (Sal 119,18). Domandati: mi vedo in questo momento come mi vede il Signore? come mi trovo davanti a lui? quali ferite mi porto nel cuore? c’è in me qualche sentimento negativo, qualche legame morboso che mi fa da impaccio e non mi permette di volare: un’amarezza, un rancore anche minimo, un ripiegamento compiaciuto su di me, una preoccupazione che mi angoscia? Ogni filo, anche il più sottile, che non fosse almeno intenzionalmente spezzato, impedirebbe anche il volo più breve.
Ricordati ancora che non vai al Signore da sola, ma ti porti nel cuore tutti i fratelli: quelli che ti sono vicini, ma anche quelli che ti sono fisicamente lontani, e di cui non ti puoi disinteressare. Guardali con occhi cristiani, cioè con gli occhi di Cristo: guardali e amali, e presentali a lui.

ASCOLTARE
Adesso puoi aprire la Bibbia e metterti in ascolto, perché – lo sai – «è lui che parla quando si leggono le Scritture» (SC 7).
Eccoti allora sette consigli per questo gradino della scala per la lectio. Te li formulo con alcune citazioni autorevoli.  

* «Lo stesso Spirito che ha toccato l’anima del profeta, tocca ora l’animo del lettore» (s. Gregorio Magno); quindi invoca la sua luce, sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. Altrimenti rischi di fare come chi aumenta il volume della sua radiolina, senza prima sintonizzarsi con la stazione trasmittente.

* «Non c’è vangelo senza Chiesa. Fuori di essa si possono avere le pergamene o la carta stampata, i caratteri grafici nei quali è stato scritto il vangelo, ma non è possibile avere il vangelo stesso» (card. Hosius). Quindi quando apri il vangelo o la Bibbia, devi ricordare che stai per aprire un libro che non è tuo, ma del popolo di Dio. Facendo la tua lectio, ti immergi nel grande fiume della tradizione della Chiesa che attraversa i secoli. Attenzione a non proiettare nella pagina biblica i tuoi stati d’animo o i tuoi schemi mentali.

* «Per capire la Bibbia, occorre pregare» (s. Agostino): tu non la leggi per studiare, e neanche per prepararti a svolgere qualche servizio di carità. Tu non la leggi per diventarne maestro, ma unicamente per fartene discepolo: non per insegnare, ma per pregare.

* «Quando leggi la parola di Dio, bisogna che ricordi di dirti senza posa: è a me che si rivolge, è di me che si tratta» (Kierkegaard). Quindi applicati tutto al testo e tutto il testo applicalo a te!

* «Non metterti a piluccare la Bibbia per scegliere il brano che ti piace» (E. Bianchi); prendi il brano della liturgia eucaristica del giorno o un brano della liturgia delle ore. Altrimenti non è più la parola di Dio a illuminare la tua vita e a farti scorgere i segni dei tempi, ma è l’ideologia a imporre una selezione arbitraria. Ricorda l’esempio di s. Francesco, il quale amava meditare il vangelo del giorno.

* «Se fossi stata prete, avrei studiato a fondo l’ebraico o il greco, per conoscere il pensiero divino, tale quale Dio si è degnato di esprimerlo nel nostro linguaggio umano» (s. Teresa di Lisieux). Quindi se non capisci qualcosa, serviti pure di un commento solido e sobrio o di qualche buona nota che ti aiuti a non far dire al testo (e quindi a Dio) quello che il testo (e quindi Dio) ti vuol dire.

* «Come una mamma si accosta alla culla unicamente per vedervi il suo piccolo, così il credente si accosta alla Bibbia unicamente per incontrare Gesù Cristo» (M. Lutero). No comment. 


CONTEMPLARE
Qui ho poco da proporti. Ti suggerisco solo di farti due domande: cosa dice il Signore oggi a me attraverso questa parola? e cosa ho da dirgli io in risposta alla sua parola?
Poi guardalo e lasciati guardare da lui. E parlagli come all’amico più caro.

ANNUNCIARE
Per questo ultimo gradino ho pochissimo da dirti: se hai salito i tre gradini precedenti, questo sarà il più facile. Permettimi di concludere con tre beatitudini: beata te se ogni giorno farai la comunione anche ad una sola parola del Signore!
beata te se non ti vergognerai del vangelo!
beata te se gli altri potranno sentire al tuo passaggio la presenza del Signore in te!
 
Carissima Cristiana, mi verrebbe da salutarti con l’augurio del certosino Guigo al fratello Gervaso. Ma forse ora ti verrà la voglia di andarti a leggere tutta la sua bellissima lettera.
Preferisco salutarti con le parole di un altro monaco, più o meno contemporaneo di Guigo II: «Che il Figlio di Dio cresca in te, poiché egli è già formato in te. Che egli diventi per te un gran sorriso e una gioia e una esaltazione perfetta, che nessuno potrà più toglierti».

Tuo, di cuore
Guido Vescovo

 

(05-08-38)

 

Sulla bellezza e bontà della «lectio divina»

Francesco Lambiasi

 

 

Carissima Cristiana,

mi aveva raccontato di te l’anno scorso, proprio di questi tempi, l’amico scrittore Luciano Marigo, in quel suo romanzo ardito e vertiginoso – un vero «giallo dell’anima» – il cui titolo, La stanza del cuore, mi aveva subito abbagliato come un lampo. Ti avevo trovato in quelle pagine sature di vita, attraversate dall’Invisibile, sulla soglia dei tuoi vent’anni, sbandata e abbandonata a te stessa. Figlia di genitori separati, vivevi senza amore, odiavi il tuo corpo fino a rasentare il precipizio dell’anoressia. Fede, zero: ti avevano chiamata Cristiana, ma non eri neanche battezzata. Nel tuo desolato vagabondaggio senza ormeggi e senza approdi, avevi incontrato casualmente Simone, maestro di recitazione, regista di teatro. Ne eri diventata allieva, dimostrando notevoli talenti di attrice, al punto che Simone ti aveva affidato il ruolo di protagonista in un film da girare: quello di una monaca – Madre Crocifissa – morta in concetto di santità. A tale scopo ti eri dovuta recare, controvoglia, nel Carmelo dove la Madre era vissuta, per apprendere da vicino come opera e si comporta una monaca santa. Avevi intrapreso quella incursione in convento su insistenza del regista che ti aveva trapiantato in testa il suo chiodo fisso – il principio fondamentale dell’arte drammatica – e che tu, per timore si schiodasse, continuavi a ripetere a te stessa,  con petulante insistenza: «Come per sostenere la parte di una puttana non c’è bisogno che nella mia vita privata eserciti la professione di una puttana, così se mi insegnano come si fa, posso recitare bene la parte di una santa anche se sono un’anima perduta».

Dunque eri arrivata al carmelo per imparare dal vivo la parte di Madre Crocifissa, ma fosti subito folgorata dall’alta tensione di quel suo interrogativo intrigante, consegnato alle pagine ingiallite di un «appunto spirituale», gelosamente conservato sotto lo scapolare e ritrovato dopo la sua morte: che cosa avviene nella stanza del cuore quando un’anima è presa da Dio? Dopo appena due giorni di vita in monastero avevi trovato la risposta, la sua: avviene che l’anima avverte di essere posseduta da un Amore totale, e ad esso completamente si abbandona, in gioiosa libertà. Il racconto di Marigo terminava lì, con quella conclusione a cui era approdata la Santa, e che tu sentivi combaciare alla perfezione con il tuo infelice stato di «anima perduta». Quella conclusione ti aveva stregato, finendo per sopraffare le tue ultime resistenze, come una certezza travolgente: «Dunque – dicevi a te stessa con le parole della Santa – se il Signore volesse, potrebbe donarsi anche a me. Che cosa mi può trattenere allora – ti domandavi sbigottita – dal prendere il coraggio a due mani e osare di rivolgermi a Lui e dirGli con l’incoscienza di una disperata: – Signore, ti aspetto nella stanza del mio cuore?». E poi, grazie all’immedesimazione – non più virtuale, della fiction, ma intima e spirituale – con Madre Crocifissa, ti eri fatta più ardita: «Quando verrai? Oh come vorrei che fosse subito! Ma sono disposta ad aspettare tutto il tempo che vorrai, dovessi spendere nell’attesa tutta la vita». Eri rinata: cominciavi a volare, addirittura – perché no? – a garrire, proprio come Agostino di Ippona, che ripensando ai primi giorni dopo la conversione, si raccontava così al suo dolce Signore: «et garriebam tibi».

 

Preparare con la Bibbia?

 

Fin qui il resoconto di Marigo. A quel punto ti persi di vista. Ma ultimamente, tra noi due, si è ristabilito il contatto, stavolta grazie a RadioMaria: hai seguito un «filo diretto» da me curato il primo martedì del mese, ti sei procurato il mio indirizzo di posta elettronica e mi hai spedito – con mia graditissima sorpresa – una mail straripante. Mi hai aggiornato sul viaggio della tua anima e mi hai annunciato, con la gioia incontenibile di una bambina in convulsa attesa del regalo a lungo sognato, che nella notte di Pasqua ti saresti fatta battezzare per diventare «cristiana di nome e di fatto». E mi aggiungevi: «Ho cercato Dio, ho trovato la fede, ho scoperto l’amore. Madre Crocifissa mi ha riversato nel cuore i suoi tre grandi segreti: che il primo nome di Dio è Misericordia e il 99.mo è Tenerezza; secondo segreto: la fede è un grande amore; terzo, la santità è bellezza. Ma ora – concludevi – ho bisogno di imparare a pregare. E mi piacerebbe pregare con la Bibbia; vorrei fare della parola di Dio il viatico quotidiano del mio pellegrinaggio del cuore. Nella preparazione al battesimo mi hanno parlato della lectio divina. Vorrei capire cosa è e come si fa. Mi aiuta, padre?».

Così, eccomi a te, sperando di esserti almeno un po’ utile. Ma consentimi subito una premessa. Mi ci vuole un bel po’ di faccia tosta a scrivere una lettera sulla lectio divina, perché prima di me lo hanno fatto uomini ben più esperti e illustri di me. Il primo a trattarne esplicitamente è stato un certo Guigo II, morto quando Francesco d’Assisi aveva appena sei-sette anni, in una lettera indirizzata al fratello certosino Gervaso. Ma prima ancora ci aveva provato un grande papa, Gregorio Magno, in una lettera all’imperatore Teodoro, e andando ancora più a ritroso, s. Agostino in una lettera alla signora Proba, sorella nella fede. Più vicino a noi, ho trovato almeno due lettere del genere: una, dell’amico Enzo Bianchi, priore di Bose, al fratello Giovanni, e l’altra, di don Giuseppe Dossetti a Giancarla, amica della sua comunità di Monteveglio.

Con questi precedenti, «mi sento tremare le vene e i polsi» a risponderti, ma non mi tiro indietro… L’argomento che mi chiedi di trattare e il desiderio fortissimo che la tua avventura spirituale non abbia mai fine, mi stimolano a riflettere e a provare.

Dunque, proviamo.

Ma prima ancora – siccome non stiamo parlando di teoremi astrusi o di geroglifici indecifrabili, ma di «cose di vita» – permettimi di introdurmi con qualche confidenza.

Essendo nato verso la fine della prima metà del secolo scorso, appartengo a una generazione che la Bibbia non sapeva nemmeno com’era fatta. Nonostante il catechismo incominciato fin dalla scuola materna, ero arrivato al seminario minore, appena finita la quinta elementare, solamente con il rosario e il libricino di preghiere regalatomi dal parroco alla prima comunione. Ma per possedere un vangelo personale – pensa, in seminario! – mi hanno fatto aspettare la terza media. Però, di Bibbia, a quel tempo, neanche l’odore: solo in prima liceo – dunque a sedici anni – quando arrivai al seminario maggiore, il rettore – con grande scandalo del vecchio padre spirituale, che continuava imperterrito a pensare che certe pagine della sacra Scrittura fanno venire dubbi di fede e cattivi pensieri – ci permise di poter comprare la Bibbia delle Paoline, fortemente voluta da papa Giovanni e da don Alberione, in edizione popolare, al prezzo stracciato di mille lire. Erano gli anni del concilio: iniziava la stagione del disgelo, e Carlo Carretto tuonava: «Basta con un cattolicesimo senza sacra Scrittura!». Il risveglio biblico cominciava a farsi sentire, ma si era ancora molto indietro. In seminario arrivò in quegli anni un nuovo padre spirituale che fece piazza pulita di tutti i libri e libretti di devozioni varie che intasavano i nostri banchi nella cappella. Era un santo gesuita; animato da eroico furore, sembrava muoversi all’insegna dello slogan: «Sola Scriptura!». Entrò in servizio con un corso di esercizi spirituali interamente basati sul vangelo. Fu uno shock salutare: cominciavo a capire i brani della Scrittura, cominciavo a gustare i salmi, cominciavo a respirare il profumo della parola di Dio. La Bibbia mi diventava piano piano un libro parlante: familiare come una voce amica, irresistibile come una calamita, indispensabile come il pane, come l’acqua, come l’aria. Poi… ma non vorrei annoiarti con la mia storia: ti dico solo che ora senza il libro delle sante Scritture non potrei vivere, e non lo vorrei proprio!

Per venire alla tua domanda, ti propongo un cammino un po’ lungo, scandito in tre tappe: stai serena, non ricominciamo da Adamo. Cominciamo da Narciso, per poi arrivare a Gesù (I tappa); quindi da Gesù alla sua parola (II tappa); e dalla sua parola a noi (III tappa).

 

Da Narciso a Gesù

 

Partiamo da Narciso… Hai fatto il classico e quindi ricorderai il mito greco: Narciso è un giovane bellissimo, morbosamente innamorato della sua immagine fino al punto da non comunicare con altri se non con se stesso. L’unica creatura che ama è Eco, che sembra, ma di fatto non è, altra da lui: è il suo doppio, appunto la sua eco. Un giorno, vagando tra i boschi, Narciso giunge alla riva di un laghetto ghiacciato: comincia allora a rimirarsi in quello specchio limpidissimo, ed eccitato dalla voglia di abbracciare la sua immagine sensuale e seducente, si sporge fino a sprofondare nelle acque gelide del lago: e muore.

Narciso non è un essere malvagio, è un giovane solo e triste: si porta in cuore il sogno di essere felice, ma è vittima di una terribile illusione: quella di poter essere felice da solo. Per cogliere il suo dramma, può essere utile confrontarlo con Prometeo, l’eroe mitologico che dà la scalata all’Olimpo, ruba il fuoco agli dei e lo porta sulla terra, e accende così la catena dell’eterno progresso. È interessante ricordare che, per Marx, Prometeo era l’emblema della lotta rivoluzionaria, e per questo meritava il primo posto nel calendario dei… santi atei! Narciso non è ateo, è idolatra: il suo dio è il suo Io; adora se stesso, la sua è una autolatria, una vera Io-latria. Aveva ragione Bonhoeffer: «il contrario della fede non è l’incredulità; è l’idolatria». Ma l’idolatria droga e uccide. Non per nulla – sempre secondo il mito greco – narciso è il nome del fiore soporifero che intreccia le corone delle divinità dei morti, Orfeo e Persefone, e da narciso deriva «narcosi»: l’amore di sé droga e uccide.

Il mito di Prometeo raffigura bene il sogno dell’epoca moderna: avviare la marcia trionfale dell’umanità verso il sol dell’avvenire e realizzare il regno della perfetta giustizia sulla terra. Il mito di Narciso ci può servire, invece, per esprimere il sogno della nostra cultura post-moderna, di cui ti sei riconosciuta figlia, quando nel diario prima della conversione scrivevi: «Sono nata e cresciuta in una famiglia postmoderna e sgangherata: non so se sgangherata perché postmoderna o postmoderna perché sgangherata». Adesso hai ripreso a studiare Filosofia all’università, «perché – mi scrivi – non mi è possibile vivere senza capire», e ti rendi ben conto della differenza tra cultura moderna e postmoderna. Io provo a dirla così: se prima, di fronte a ogni capriccio, si citava spesso il proverbio che «l’erba-voglio non cresce neanche nel giardino del re», oggi invece è proprio l’erba-voglio ad essere la più sognata e coltivata in ogni giardino: siccome voglio un figlio con gli occhi azzurri e i capelli biondi, dunque mi spetta di diritto! È la filosofia del desiderio: desidero quello che mi piace, e ogni piacere è un mio sacrosanto diritto.

Questa cultura a dominante narcisista spinge all’inseguimento della grande «balla», la balla… bella e avvelenata che prima ti strega, poi ti… frega: «se sarai bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice». È il comandamento imperante dell’autorealizzazione, formulato da Marylin Manson: «Non devi adorare niente e nessuno, tranne te stesso», con le sue tre equazioni: la prima, la gioia coincide con il piacere («a me mi piace»); la seconda, la verità è uguale all’opinione («a me mi pare»); la terza, la libertà fa rima con spontaneità («a me mi va»). E tanto per vedere dove porta questo mito narcisista, ti ricordo un dato allarmante, tratto dalla recente indagine dell’Eurispes: in Italia la depressione tocca ormai il 5,3% dei ragazzi, tra gli 11 e i 14 anni, e addirittura il 2% dei bambini. È stata la tua triste esperienza, ma ora non vorrei riaprire in te una piaga che va lentamente rimarginando…

 

Da Gesù alla lectio

 

Mi interessa piuttosto vedere come si pone oggi «la questione capitale», per usare le tue parole: la questione-Gesù.

La contestazione illuminista del cristianesimo aveva tentato di ridurre la fede in Gesù Cristo dentro i confini della «pura ragione». I padri del secolo dei lumi – è d’obbligo fare il nome almeno del padre dei padri: Immanuel Kant – non eliminarono Gesù, anzi esaltarono il suo insegnamento, ma spogliarono la vicenda storica del Nazareno di qualsiasi capacità universale di salvezza. Dissero: non c’interessa la persona di Gesù (quella ormai appartiene al passato: tra lui e noi è posto un «maledetto largo fossato»); tutt’al più ci interessa il suo pensiero, il suo messaggio morale. Così si diceva di salvare la predicazione di Gesù, ma si toglieva credito alla sua dimensione divina e al carattere salvifico della sua opera. In sostanza l’Illuminismo chiedeva alla fede cristiana di trasformarsi in filosofia di vita. Ma così interpretato il destino di Gesù di Nazaret non è poi molto diverso da quello che è spettato a Socrate e a tanti campioni del passato: uno si può anche commuovere davanti all’eroismo di queste esistenze consumate per la verità, però ciò che rimane di loro è solo una dottrina e il ricordo di una dedizione estrema vissuta per gli altri. Ma una fede che indossa i panni di un’anonima saggezza è ancora fede in Gesù Cristo? Un cristianesimo senza Cristo è ancora cristianesimo? La risposta non può che essere negativa: il cristianesimo non è una filosofia, è un’alleanza; non è un ideale astratto e lontano, ma una comunione; non è una ideologia, è una storia.

La riduzione che oggi attenta al cuore del messaggio cristiano porta il nome di relativismo. Bene o male l’Illuminismo aveva cercato di salvare un principio oggettivo nell’interpretazione del fatto cristiano, la ragione, anche se di fatto il presunto Gesù storico da esso contrabbandato come autentico, rassomigliava tanto all’autore che lo aveva prodotto. È stata questa la critica spietata di Albert Schweitzer, che proprio per la disfatta teologica della ricerca storica su Gesù, decise di andare a curare i lebbrosi a Lambarené, nel cuore dell’Africa nera. Come dire: visto che la ricerca teologica non mi fa incontrare il Cristo autentico, non mi resta che cercarlo tra i suoi fratelli più poveri, appunto i lebbrosi.

La versione oggi prevalente del fatto cristiano non interpreta più il cristianesimo in base al grande principio della «sola ragione», ma a quello della sola «emozione»: se è vero quel che mi pare e piace, allora il cristianesimo è vero finché mi pare e piace. E ognuno è libero di farsi la religione che vuole: è la religione del fai-da-te. Insomma se ogni treno porta alla stazione, tanto vale prendere quello che passa sotto casa…

«No – ha scritto Giovanni Paolo – non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi».

Dobbiamo quindi ripartire da Gesù, e precisamente dalla sua fine: la morte in croce.

Ecco: la morte di Gesù è ben diversa da quella di Narciso. Narciso si è spento con le sue stesse mani, per la voglia ossessiva di abbracciarsi; è morto a braccia conserte. Gesù invece «non ha cercato di piacere a se stesso» (Rm 15,3), si è lasciato crocifiggere ed è finito su quei due pali, a braccia spalancate. Nota bene: non si trova mai nel vangelo che egli abbia chiuso mani e braccia per prendere qualcosa e tenerla per sé. Il verbo «prendere» nei quattro vangeli, quando ha per soggetto Gesù, ha sempre come complemento di termine gli altri. Ad esempio: «prese il pane e… lo diede ai suoi discepoli». Anzi Gesù si è lasciato completamente espropriare di tutto: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di schiavo», e quando sono andati a prenderlo per trucidarlo, non ha chiuso le braccia sul petto in quel gesto istintivo di autodifesa che ognuno avrebbe fatto al posto suo, ma si è lasciato inchiodare sulla croce per morire come era vissuto: appunto, a mani aperte, a braccia spalancate.

La morte di Gesù è diversa anche da quella di Socrate: nel racconto di Platone si legge che, quando arrivò il giorno della esecuzione capitale, il maestro prese la coppa del veleno con animo allegro e, senza dar segno di disgusto, piacevolmente la vuotò sino in fondo. I discepoli piangono, ma Socrate li rincuora, anzi la sua ultima parola è una commovente banalità, che ne svela la sublime grandezza: «Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: mi raccomando, non ve ne dimenticate… Sì, disse Critone, ma vedi se hai altro da dire». No, Socrate non ha altro da dire. La sua missione è compiuta. Sembra una scena capovolta rispetto alla passione di Gesù, che piange di fronte al calice amaro del dolore, e muore gridando. La morte di Socrate è affascinante, perché eroica. Socrate è l’eroe, è l’eccezione, non ogni uomo. Gesù in croce è ogni uomo. Socrate muore come vorremmo morire. Gesù muore come veramente si muore. Ma c’è una differenza ancora più decisiva. Gesù non muore per i suoi peccati, ma per la nostra salvezza: ha coscienza di essere il Salvatore universale che si offre «per la nuova ed eterna alleanza» e versa il suo sangue a beneficio di tutta l’umanità, per il perdono dei peccati.

Buddha, Confucio, Maometto sono morti tranquilli nel loro letto, circondati dall’affetto dei discepoli. Gesù invece è l’unico grande fondatore di religione che è morto come martire. Certo, non sono mancati nella storia dell’umanità uomini illustri, perseguitati e trucidati, ma il loro martirio sta solo a dire l’intima loro certezza nella bontà della causa da essi perseguita, ma non dice che la loro causa fosse obiettivamente giusta. Solo Gesù è risorto: l’erba non ha fatto in tempo a crescere sulla sua tomba. La risurrezione sta a dire la verità, l’autenticità della sua causa.

La Pasqua è l’evento fondamentale della storia della salvezza: è il centro verso cui tutto converge, è la vetta verso cui culmina tutto ciò che precede (Antico Testamento) e da cui tutto discende (Nuovo Testamento). La Bibbia può essere vista allora come la vera storia di Gesù, anzi, essendo stata ispirata dal suo stesso Spirito, si potrebbe definire la sua grande «autobiografia»: (le Scritture) «sono proprio esse che mi rendono testimonianza» (Gv 5,39): «Mosè ha scritto di me» (Gv 5,46); Isaia «vide la sua gloria e parlò di lui» (Gv 12,41), e tutta la sua vicenda, anche nei minimi dettagli, viene vista come un compimento delle Scritture. La Pasqua è il sole di tutte le sacre Scritture: non solo il centro di gravitazione permanente, ma anche la luce che le illumina; pretendere di leggere la Bibbia senza questa luce è come pretendere di leggere un libro al buio. Provo a spiegartelo con un racconto che hai imparato ad amare.

Il mattino della prima Pasqua due discepoli si allontanano da Gerusalemme verso Emmaus. Per loro non è spuntata l’alba della festa: camminano come bruscamente ridestati da un bel sogno. Cristo si fa loro incontro, portatore del grande messaggio: l’annuncio della propria risurrezione. Per preparare la comprensione e l’accoglienza di una notizia tanto sconvolgente, Gesù ricorre alle Scritture, da Mosè ai profeti, spiegando quanto a lui si riferiva. Cristo scopre ai loro occhi la propria presenza nell’Antico Testamento, rivelandone così il senso, nel tempo stesso in cui spiega il messaggio. Gli scritti del Nuovo Testamento sono in gran parte interpretazione dell’antica alleanza a partire dal centro che è Cristo. L’evento della Pasqua è il centro del centro: Cristo è la Parola fatta carne e immolata a Pasqua; la Bibbia è la Pasqua di Cristo fatta parola di Dio. Il messaggio è l’amore: non primariamente il nostro amore, ma l’amore di Dio per noi: «Dio è amore. Dio ha manifestato così il suo amore per noi: ha mandato nel mondo suo Figlio, l’Unico, per darci la vita» (1Gv 4,8).

In breve, la Bibbia è la trascrizione in linguaggio umano del messaggio divino: «Cristo è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama» (Rm 4,8).

Cara Cristiana, forse in quest’ultimo passaggio ti sarai un po’ persa, ma siccome è un passaggio decisivo proprio ai fini di una corretta lectio divina – non me ne sono dimenticato! – provo a dirtelo con parole di gente molto più autorevole di me. Sono citazioni che non vorrebbero sommergerti, ma semmai aiutarti ad immergerti in quel grande mare senza sponde, l’oceano della Scrittura, e non fare naufragio. A me aiutano molto; le ho riportate sul retro di copertina della mia Bibbia, e te ne cito qualcuna:

Noi ascoltiamo Cristo, leggendo le Scritture (s. Ambrogio);

Non vi è più nulla nelle Scritture che non faccia risuonare il Cristo (s. Agostino);

L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo (s. Girolamo);

Tutta la Scrittura è un solo libro e quel libro è Cristo (Ugo di s. Vittore).

 

Dalla lectio alla evangelizatio

 

Proviamo ora a fare l’ultimo passaggio, per arrivare poi a concludere con la lectio divina. Lo scandisco in due tempi, per mostrarti il collegamento Bibbia-vita.

 

La parola di Dio nasce dalla vita

 

Prima si vive, poi si scrive: è una legge universale che vale per tutti i libri. Questo sta a dire che un testo, per essere capito, ha bisogno di essere collocato dentro il suo con-testo: non solo letterario, ma anche storico, culturale, sociale, da cui ha avuto origine.

La Bibbia però è un libro unico, in quanto è ad un tempo parola di Dio e parola umana. Ora, la scienza biblica dell’ultimo secolo ha mostrato la fecondità del cosiddetto Sitz im Leben. Non aver paura; lo so che questa espressione ti suona quasi come una formula magica. In effetti è una espressione di derivazione tedesca, che significa esattamente «collocazione nella vita», «ambientazione vitale». Poiché la Bibbia nasce dalla storia concreta di un popolo concreto, non si può capire se non viene continuamente risituata nel suo ambiente originario. Guai a staccare i contatti con quell’ambiente e con le persone di cui lo Spirito Santo si è servito per comunicare la parola di Dio. In questa direzione si è mosso il Vaticano II fissando una regola ermeneutica fondamentale: nella Bibbia «Dio ha parlato per mezzo di uomini, con linguaggio umano»: quindi per capire cosa Dio abbia voluto comunicarci, bisogna «cercare con attenzione ciò che gli autori ispirati hanno di fatto voluto esprimere». In sintesi, non si capisce Dio se non si capisce l’uomo da lui ispirato.

La Bibbia non è come il Corano: non è piovuta in verticale dal cielo, dettata da un arcangelo dalle ali dorate, ma non è neanche nata a tavolino. Vi sono pagine scritte nella sontuosa corte di un re, altre nel buio di un carcere; alcune riflettono la dolce luce di un plenilunio estivo, altre gridano il trauma desolante dell’esilio; alcune cantano un’ardente passione d’amore, altre tradiscono una scottante situazione politica.

Il caso dei vangeli è emblematico: in essi si riflette la storia di Gesù, così come è stata rimeditata dalla comunità cristiana: dalla comunità venivano le domande, dalla vita di Gesù le risposte. Ad esempio, la comunità si domandava: si può seguire Gesù sulla via del matrimonio? è prevista per i coniugi cristiani la possibilità di divorzio? Al riguardo, il diritto romano prevedeva tale possibilità non solo per gli uomini – come la legge ebraica – ma anche per le donne. Se quindi fosse stata riportato materialmente l’originale pronunciamento storico di Gesù in merito (gli uomini non possono divorziare), si sarebbe creato una sorta di «vuoto legislativo» per le donne romane, cosa che invece viene evitata, interpretando lo spirito di quel pronunciamento, e quindi escludendo il divorzio non solo per l’uomo, ma anche per la donna (cf Mc 10,11-12).

Così abbiamo assodato un primo dato: la Bibbia non è parola di Dio rivestita di parole umane, ma vera parola divina che, affondata come un seme nel campo della vita degli uomini, nasce in forma di vere parole umane. Più brevemente: il testo biblico si è «formato», cioè si è modellato e plasmato dentro il vissuto della storia.

 

La parola di Dio rivive nella vita

 

Ed ora, un secondo dato: il testo biblico rivive ogni volta che viene messo a contatto con quel «catalizzatore» che è la storia dei lettori, individui e comunità, senza mai dimenticare che il suo nativo e autentico «ambiente vitale» è la santa Chiesa di Dio.

È fondamentale che io mi accosti alla Bibbia – il grande libro che attraverso la storia dell’antico e del nuovo Israele, la Chiesa, comunica la vita di Dio – con le domande vere e concrete sulla vita di tutti i giorni: che senso ha questa mia vita? da dove vengo e dove vado? cosa c’entra Cristo con la mia vita? Come parola del Dio vivente, la sacra Scrittura è sempre attuale e contemporanea ad ogni lettore: lo illumina, lo chiama a conversione, lo orienta e lo sostiene nel cammino della fede «come lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori» (2Pt 1,19). Attraverso la lettura del passato lo Spirito ci aiuta a discernere il senso che egli stesso va donando ai problemi e avvenimenti del nostro tempo, abilitandoci a leggere la Bibbia con la vita e la vita con la Bibbia.

Tra vita e Bibbia si stabilisce così un circolo virtuoso e fecondo: la vita – con la sua domanda di salvezza e il suo bisogno di incontro con Cristo – ci dona l’ottica in cui leggere la parola di Dio, l’angolo di precomprensione che ci permette di coglierne il messaggio di vita nuova. La parola di Dio ci dona l’indicazione lungo cui sviluppare la vita quotidiana perché essa approdi al senso autentico e venga vissuta «per Cristo, con Cristo, in Cristo» e come Cristo.

 

Un’altra scala per la lectio?

 

Adesso, cara Cristiana, ti devo finalmente la risposta. Mi hai chiesto un aiuto per «fare della Bibbia il tuo pane quotidiano». Di per sé ci sarebbe un percorso già tracciato: è la famosa «scala» di Guigo II, con i suoi quattro gradini: lectio-meditatio-oratio-contemplatio. È una scala che ha aiutato tanti cristiani a pregare con la Bibbia, a fare concretamente la lectio divina. Potrei quindi riproportela pari pari, e la risposta te l’avrei già bell’e data. Ma ho due difficoltà a seguire questa scorciatoia: in questi anni, accanto a tutti gli enormi vantaggi che ci sono venuti dalla riscoperta di questa scala, mi pare di aver notato due grossi rischi. Il primo è stato quello di una certa rigidità nel riproporre la scala, intendendola in modo meccanico, quasi come una serie di atti successivi, mentre invece lo stesso inventore intendeva i quattro passaggi come concatenati e interdipendenti. Inoltre qualche autore spirituale moderno mi pare abbia finito per complicare questa scala aggiungendo altri gradini e rischiando di farla diventare… la scala di Giacobbe. In qualche autore sono arrivato a contare non più quattro, ma otto o addirittura dodici gradini!

Mi pare invece che ci si richieda uno sforzo di semplificazione nel ripensare la scala e ci si imponga un impegno di flessibilità nell’utilizzarla.

Provo allora a dirti la versione «cattolica» della scala. La chiamo così semplicemente perché non è la mia versione, ma è quella praticata in Azione Cattolica. È anch’essa in quattro gradini: provo ora a spiegarteli.

 

GUARDARE

La lectio divina, prima di essere una lectio, cioè un «leggere», è un «guardare». Per questo primo gradino ti propongo alcuni suggerimenti molto pratici e, spero, utili. Quando vuoi fare la lectio divina, non metterti subito a leggere, fermati; non aprire subito la Bibbia, aspetta. Raccogliti, apri gli occhi, gli occhi del cuore – perché non si vede bene che col cuore – e guarda il Signore. Digli con le parole del salmo: «A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli» (123,1). Contempla il Signore Gesù in qualche bella icona che certamente hai nella tua camera. Guarda le sue mani piagate, guarda il suo cuore squarciato. Guarda e credi: lui ti ama. Ti ama da sempre. Ti ama personalmente: se al mondo ci fossi solo tu, lui ti amerebbe con tutto il suo amore. Perché lui non ci ama, per così dire, nel mucchio, ma in modo personale: come quando lo riceviamo nella santa eucaristia, noi non riceviamo un frammento del suo corpo, ma lo riceviamo tutto intero, così è per il suo amore: è tutto intero per ciascuno di noi.

Poi guarda la Bibbia: come la vedi? Ci sono due modi per guardarla: il primo è quello di considerarla come un libro antico, pieno di sapienza religiosa, di valori morali, e anche di poesia. Da questo punto di vista, è certamente il libro in assoluto il più importante per capire la nostra religione ebraico-cristiana e la nostra cultura occidentale. Ma c’è un altro modo di accostarsi alla Bibbia, ed è quello di credere che è un libro «ispirato», cioè scritto, sì, da autori umani, con i loro talenti e con tutti i loro limiti, ma innanzitutto è stato scritto con l’intervento diretto di Dio, e perciò esso contiene la vivente parola di Dio per noi, per te, oggi, e ci rivela l’amore di Dio per tutti e per ciascuno.

Il terzo sguardo rivolgilo a te. No, non guardarti addosso, guardati dentro, per sentirti amata e perdonata. Chiedi al Signore che ti apra gli occhi: «Aprimi gli occhi, Signore, perché io veda le meraviglie della tua legge» (Sal 119,18). Domandati: mi vedo in questo momento come mi vede il Signore? come mi trovo davanti a lui? quali ferite mi porto nel cuore? c’è in me qualche sentimento negativo, qualche legame morboso che mi fa da impaccio e non mi permette di volare: un’amarezza, un rancore anche minimo, un ripiegamento compiaciuto su di me, una preoccupazione che mi angoscia? Ogni filo, anche il più sottile, che non fosse almeno intenzionalmente spezzato, impedirebbe anche il volo più breve.

Ricordati ancora che non vai al Signore da sola, ma ti porti nel cuore tutti i fratelli: quelli che ti sono vicini, ma anche quelli che ti sono fisicamente lontani, e di cui non ti puoi disinteressare. Guardali con occhi cristiani, cioè con gli occhi di Cristo: guardali e amali, e presentali a lui.

 

ASCOLTARE

Adesso puoi aprire la Bibbia e metterti in ascolto, perché – lo sai – «è lui che parla quando si leggono le Scritture» (SC 7).

Eccoti allora sette consigli per questo gradino della scala per la lectio. Te li formulo con alcune citazioni autorevoli.

 

* «Lo stesso Spirito che ha toccato l’anima del profeta, tocca ora l’animo del lettore» (s. Gregorio Magno); quindi invoca la sua luce, sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. Altrimenti rischi di fare come chi aumenta il volume della sua radiolina, senza prima sintonizzarsi con la stazione trasmittente.

* «Non c’è vangelo senza Chiesa. Fuori di essa si possono avere le pergamene o la carta stampata, i caratteri grafici nei quali è stato scritto il vangelo, ma non è possibile avere il vangelo stesso» (card. Hosius). Quindi quando apri il vangelo o la Bibbia, devi ricordare che stai per aprire un libro che non è tuo, ma del popolo di Dio. Facendo la tua lectio, ti immergi nel grande fiume della tradizione della Chiesa che attraversa i secoli. Attenzione a non proiettare nella pagina biblica i tuoi stati d’animo o i tuoi schemi mentali.

* «Per capire la Bibbia, occorre pregare» (s. Agostino): tu non la leggi per studiare, e neanche per prepararti a svolgere qualche servizio di carità. Tu non la leggi per diventarne maestro, ma unicamente per fartene discepolo: non per insegnare, ma per pregare.

* «Quando leggi la parola di Dio, bisogna che ricordi di dirti senza posa: è a me che si rivolge, è di me che si tratta» (Kierkegaard). Quindi applicati tutto al testo e tutto il testo applicalo a te!

* «Non metterti a piluccare la Bibbia per scegliere il brano che ti piace» (E. Bianchi); prendi il brano della liturgia eucaristica del giorno o un brano della liturgia delle ore. Altrimenti non è più la parola di Dio a illuminare la tua vita e a farti scorgere i segni dei tempi, ma è l’ideologia a imporre una selezione arbitraria. Ricorda l’esempio di s. Francesco, il quale amava meditare il vangelo del giorno.

* «Se fossi stata prete, avrei studiato a fondo l’ebraico o il greco, per conoscere il pensiero divino, tale quale Dio si è degnato di esprimerlo nel nostro linguaggio umano» (s. Teresa di Lisieux). Quindi se non capisci qualcosa, serviti pure di un commento solido e sobrio o di qualche buona nota che ti aiuti a non far dire al testo (e quindi a Dio) quello che il testo (e quindi Dio) ti vuol dire.

* «Come una mamma si accosta alla culla unicamente per vedervi il suo piccolo, così il credente si accosta alla Bibbia unicamente per incontrare Gesù Cristo» (M. Lutero). No comment.

 

CONTEMPLARE

Qui ho poco da proporti. Ti suggerisco solo di farti due domande: cosa dice il Signore oggi a me attraverso questa parola? e cosa ho da dirgli io in risposta alla sua parola?

Poi guardalo e lasciati guardare da lui. E parlagli come all’amico più caro.

 

ANNUNCIARE

Per questo ultimo gradino ho pochissimo da dirti: se hai salito i tre gradini precedenti, questo sarà il più facile. Permettimi di concludere con tre beatitudini: beata te se ogni giorno farai la comunione anche ad una sola parola del Signore!

beata te se non ti vergognerai del vangelo!

beata te se gli altri potranno sentire al tuo passaggio la presenza del Signore in te!

 

 

Carissima Cristiana, mi verrebbe da salutarti con l’augurio del certosino Guigo al fratello Gervaso. Ma forse ora ti verrà la voglia di andarti a leggere tutta la sua bellissima lettera.

Preferisco salutarti con le parole di un altro monaco, più o meno contemporaneo di Guigo II: «Che il Figlio di Dio cresca in te, poiché egli è già formato in te. Che egli diventi per te un gran sorriso e una gioia e una esaltazione perfetta, che nessuno potrà più toglierti».

 

Tuo, di cuore

Guido Vescovo