Deserto

Inserito in NPG annata 2005.

Carmine Di Sante

(NPG 2005-07-75)


Uscito dall’Egitto, Israele si ritrova, senza volerlo, in un deserto, contemporaneamente luogo geografico e simbolico, generatore di un secondo campo semantico esteso quanto il primo.
Dal punto di vista geografico il deserto è un luogo sconfinato e «spaventoso» (cf Dt 1,19) dove, secondo l’immaginario collettivo dell’epoca, si nascondevano animali selvaggi e démoni, e dove per l’uomo era impossibile abitare. Se pericoloso e inabitabile, qual è il suo significato e perché mai Israele vi trascorre quarant’anni prima di entrare nella terra?
Per una corretta ermeneutica biblica del simbolo del deserto è innanzitutto necessario considerare che esso non è il fine della liberazione, essendo il fine della liberazione l’ingresso nella terra promessa, ma il momento intermedio tra l’una e l’altra, e che non è una scelta d’Israele ma di Dio che ve lo conduce a sua insaputa e contro voglia, il quale, per questo, recalcitra e protesta mormorando contro i capi:
«Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: ‘Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere’» (Nm 14, 1-4).
L’insistenza del racconto fondatore sulle mormorazioni di Israele mostra quanto l’esperienza del deserto contrasti con la propria scelta (non si sceglie di andare nel deserto per incontrare Dio, secondo un’espressione divenuta corrente ma infondata biblicamente!), e come siano insufficienti le interpretazioni che ne fanno il simbolo dell’interiorità per incontrare Dio o della fuga mundi per allontanarsi dalla città degli uomini, non cogliendo che, in questo modo, il deserto è ricondotto alla sfera del progetto e della propria scelta.
Ma perché mai Dio conduce Israele nel deserto, luogo dove è impossibile vivere poiché l’acqua e il pane mancano, le case non si possono costruire, e animali e mostri incutono terrore e seminano distruzione? La risposta del racconto fondatore è disarmante e, come le risposte disarmanti, sconvolgente: perché a provvedere a Israele è Dio che, come gratuitamente lo ha liberato così gratuitamente lo nutre e lo protegge. Luogo della invivibilità dal punto di vista umano, il deserto è il luogo della vivibilità dal punto di vista di Dio che vi opera «miracoli» e «meraviglie» che Mosè, nel suo cantico di addio prima di morire, celebra con un linguaggio tra i più alti della bibbia:

«Egli lo trovò in terra deserta,
in una landa di ululati solitari.
Lo circondò, lo allevò,
lo custodì come pupilla del suo occhio.
Come un’aquila che veglia la sua nidiata,
che vola sopra i suoi nati,
egli spiegò le ali e lo prese,
lo sollevò sulle sue ali.
Il Signore lo guidò da solo,
non c’era con lui alcun dio straniero.
Lo fece montare sulle alture della terra
e lo nutrì con i prodotti della campagna;
gli fece succhiare miele dalla rupe
e olio dai ciottoli della roccia;
crema di mucca e latte di pecora
insieme con grasso di agnelli,
arieti di Basan e capri,
fior di farina di frumento
e sangue di uva, che bevevi
spumeggiante» (Dt 32, 10-14).

Luogo invivibile reso vivibile dai «miracoli» e «meraviglie» di Dio che vi fa scendere la manna dal cielo e scaturire l’acqua dalla roccia, il deserto esige che Israele si fidi e si affidi solamente e totalmente al suo Dio, rinunciando a trovare in se stesso la sua sicurezza e a contare sulle proprie forze:
«Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri» (Dt 8, 17 -18).
È a questo livello che si coglie il senso profondo del deserto come rappresentazione e drammatizzazione della fede d’Israele e, attraverso Israele, dell’uomo e di ogni uomo: fede non come adesione a dei principi o a delle verità rivelate, ma come fiducia e abbandono ad un’alterità – quella del Dio di Israele, il Dio Jhvh – che gratuitamente si prende a cuore la sorte dell’uomo povero e fragile non chiedendo nulla in cambio se non la sorpresa dell’accoglienza.
Luogo dove Dio pone Israele perché Israele verifichi (non nel senso scientifico del verificare ma in quello esistenziale del fare vera una cosa, passando dalla sua possibilità alla realtà) di chi si fida, se del suo io o di Dio, il deserto è per questo il simbolo della fede come ritrascrizione nell’ordine soggettivo dell’agire gratuito di Dio nell’ordine oggettivo. Una fede che, come si è notato, non riguarda il credere in delle verità ma il fidarsi di un Tu, e che non appartiene all’ordine della spontaneità ma a quello della decisione, che pone l’io al bivio tra il fondarsi e l’assicurarsi su se stesso («Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze») o il fidarsi e l’abbandonarsi all’impossedibile gratuità divina («Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri»). Decisione che è lotta (cf le pagine delle tentazioni o delle prove), impegna per tutta la vita (Israele resta nel deserto per quarant’anni, il tempo medio di una generazione ed esistenza), conosce momenti alterni di fedeltà e di tradimento (cf le pagine delle mormorazioni e delle lamentele), è esigita non solo nel deserto ma in tutti i luoghi (anche quando Israele entrerà nella terra promessa, anzi soprattutto allora: cf Dt 8) e alla quale non ci si potrà mai illudere di sottrarsi, per la «testardaggine» di Dio che non si stancherà di risvegliarla, come vuole Osea per il quale verrà un giorno in cui Dio «attirerà di nuovo Israele nel deserto», «parlerà al suo cuore», «canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto», «lo farà sua sposa per sempre», il «Non-mio-popolo» diventerà «Popolo mio ed egli mi dirà: Mio Dio» (cf Os 2,16,ss). Se, per il Nuovo Testamento, prima di iniziare il suo ministero, Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto, è perché egli, a differenza di Israele del racconto esodico, si è fidato e affidato totalmente a Dio, e in lui pertanto la fede d’Israele e dell’umanità è giunta a compimento per cui, con lui, riinizia la storia dell’umanità.
Luogo dove Israele veri-fica la sua fede di fronte a sé e di fronte a Dio, il deserto è anche il luogo della riconoscenza, della benedizione e dell’invocazione. Se vivere è vivere in forza di Dio che tutto dona, la riconoscenza è seconda conoscenza con cui l’io riconosce ciò che gli è donato e fa del suo dire un dire grazie, del suo denken (pensare), un danken (ringraziare). La benedizione è il linguaggio della riconoscenza, che sale dalla coscienza di chi sa che tutto è dono, mentre l’invocazione è il linguaggio della fragilità o del tradimento, di chi non si è fidato di Dio e si è rinchiuso nel suo io.
Il linguaggio della benedizione e dell’invocazione ha trovato la sua irraggiungibile espressione nel libro dei salmi con i quali da millenni i credenti ritmano il tempo.
Fede, fiducia, decisione, abbandono, riconoscenza, benedizione, invocazione: questi alcuni lemmi del campo semantico generato dal simbolo del deserto, che si potrebbero riformulare ancora con la parola gratuità con l’aggiunta di un aggettivo: gratuità riconosciuta. Se Dio è gratuità, da parte dell’uomo si tratta di riconoscerla, e la storia di ogni uomo e di ogni donna è storia lacerante e affascinante, tra entusiasmi, dubbi, incertezze e tentennamenti, di questo riconoscimento. Di questo riconoscimento il racconto di Israele nel deserto è l’inizio incerto, mentre quello di Gesù che, nel deserto, «ha vinto le tentazioni», ne è l’inveramento.