La parola che salva dal nulla di “un’addizione interminabile e monotona”

Inserito in NPG annata 2005.


Elisa Storace

(NPG 2005-07-63)


L’uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato dalle sue storie e dalle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse. Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un’addizione interminabile e monotona. Lunedì, martedì, mercoledì. Aprile, maggio, giugno. 1924, 1925, 1926. Vivere è questo, ma quando si racconta la vita tutto cambia. Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s’ordinassero come quelli d’una vita che si rievoca.
(tratto da La nausea, di Jean-Paul Sartre)
Le Pagine d’autore di questo mese avrebbero dovuto prendere spunto da Le confessioni di Sant’Agostino, parlare del senso del Sacro, e poi ricollegarsi all’attualità sfruttando una curiosa assonanza che avevo notato con un articolo di Baricco pubblicato su Repubblica.
Avrebbero dovuto farlo ancora fino a ieri, quando poco prima che mi decidessi a inviare il pezzo ho ricevuto una telefonata: era Francesco, un amico del liceo, che mi chiamava… dal fondo del Nulla.
Il Nulla oscuro della mancanza di senso, paralizzante come lo sguardo pietrificante della Gorgone, il Nulla che schiaccia le sue vittime nell’impotenza e nello sgomento, sprofondandole in quella nausea insostenibile che oggi va di moda chiamare depressione… quando ho chiuso il telefono con Francesco, ho capito che Sant’Agostino avrebbe aspettato il prossimo numero!
«Non riesco a trovare una ragione, uno scopo… ogni mattina mi sveglio e so già che la giornata che sto per vivere sarà priva di senso, e che, steso sul mio letto, la sera m’accorgerò ch’è stata uguale a tutte quelle che l’hanno preceduta e a tutte quelle che la seguiranno…».
Ecco, il mio amico non lo sa, ma in quell’estate del 1938 Sartre cercava di descrivere esattamente le stesse sensazioni, e - nel romanzo che diverrà il capolavoro dell’esistenzialismo francese - arrivava a definire la vita un’addizione interminabile e monotona, senza capo né coda…
Perché, senza uno scopo, la vita finisce per essere proprio questo: un imbarazzante susseguirsi di giorni… tutti uguali a se stessi… e tutti inutili.
Eppure, esiste una ragione che dà senso al tempo che passa, una ragione capace di essere ogni giorno l’inizio e la fine della nostra storia, in grado di strapparci al silenzio in cui il Nulla si annida:
Gli disse Gesù: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6)
Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! (Ap 1,8)
Ora qualcuno potrebbe obiettare che è «il solito vecchio trucco», quello di trovare una giustificazione alla propria esistenza nell’esistenza di Dio, ma io la vedo diversamente…
La mia idea è che abbia assolutamente ragione Sartre: l’uomo, per vivere, ha bisogno di raccontarsi.
Ed è appunto per questo che solo Dio può essere la ragione ultima della sua vita: perché, per iniziare a raccontarsi, all’uomo serve una parola che non abbia bisogno di lui per esistere, una parola su cui poter fondare con certezza il proprio racconto, una Parola «originaria»:
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1)
Ecco Fra’... questo è solo il mio parere, tu però pensaci, ok?