La rivelazione biblica

Cesare Bissoli

(NPG 2005-06-2)


Per un corretto percorso

La ricerca della luce della Parola di Dio su un tema umano, nel nostro caso la famiglia, riesce corretta e positiva a determinate condizioni:
– per non scadere in passeggiata archeologica, si terrà presente l’intrinseco valore esistenziale della ricerca: quanto al tema, che a riguardo della famiglia vediamo quanto mai attuale; e quanto alla sostanza: non dimentichiamo che l’incontro con il testo sacro rimane sempre “incontro con il Padre che è nei cieli il quale viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi” (DV, 21), nel nostro caso “discorre con noi sulla famiglia”;
– di conseguenza l’indagine dovrà essere seriamente (esegeticamente) condotta, non superficiale né proiettiva, e anche condotta andando oltre la pura constatazione dei dati (ad esempio la ricerca di quante volte nella Bibbia si dice – e come si dice – famiglia, padre o madre o figlio), cercando di interpretarli, di coglierne la porta vitale. Il che significa realizzare un confronto tra persone, quelle della Bibbia e le nostre a proposito dell’essere e fare famiglia;
– lo sforzo interpretativo riguarda la totalità della Parola biblica, ma chiaramente ha un punto di riferimento centrale: il pensiero di Cristo, vedendo quanto precede (AT) come promessa e come pedagogia, e quanto segue (NT) come sviluppo. Al rapporto di Gesù con la famiglia si darà quindi importanza maggiore considerando globalmente quanto la Bibbia propone all’infuori di Gesù;
– infine si accoglierà il senso del testo come Parola che il Padre dice a noi oggi perché se ne faccia l’esperienza. Solo chi “fa” la parola ascoltata arriva a comprendere la parola, superando il rischio di essere “simile ad un uomo che osserva il proprio volto nello specchio; appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Gc 1,22-24).
Concretamente in buona ermeneutica si dice che, come in ogni ricerca, anche in quella biblica si dovrebbe partire da una ipotesi di senso su cui confrontarsi con la Parola di Dio, evidentemente per valutare e modificare tale ipotesi. Nel caso della nostra ricerca, tre aspetti riteniamo siano da tenere presenti:
– la famiglia è un fatto quotidiano, costituito da una relazione di persone entro un contesto più ampio e interagente. La ricerca biblica sarebbe fuori bersaglio se si fermasse a speculare su una famiglia in astratto o soltanto sul suo significato teologico, e non si impegnasse invece a mettere in rilievo la vita di famiglie concrete, così come il Libro Sacro presenta, nei loro contesti storici (economici, sociali, religiosi);
– la famiglia in tutta la sua storia è sempre apparsa e appare, oggi più di ieri, come realtà grande e insieme e fragile, indispensabile e bisognosa di aiuto. Su questo profilo paradossale vogliamo confrontarci con il testo sacro;
– nella visione cristiana, che assume e completa la visione umana, alla famiglia viene riconosciuto e quindi richiesto un insieme di compiti e di servizi alla vita, riassumibili in uno scambio di doni da un soggetto all’altro, dai genitori ai figli, e viceversa. Tra questi beni è eminente e indispensabile la “comunicazione” a riguardo della fede (annuncio, testimonianza, educazione).
È proprio su questo obiettivo in fondo che si muove il progetto di questo numero di NPG e dei sussidi che lo compongono.
Sicché il nostro angolo di lettura è questo: la famiglia alla luce della Parola di Dio, con particolare attenzione alla comunicazione della fede.

La famiglia in una visione globale della Bibbia

Ricordiamo una verità chiara eppure forse ancora nascosta a tanti: la Bibbia è storia di famiglie, non di singoli a sé stanti: dalla famiglia originaria (Adamo, Eva e figli con discendenza successive: v. le genealogie), alla famiglia di Noè, alla famiglia di Abramo e patriarchi, a Mosè con i fratelli Aronne e Maria, a Sansone, a Samuele, a Davide, ultimo di otto fratelli, al futuro Messia, figlio di una vergine, a Geremia proteso alla famiglia e proibito di averne una propria, alla famiglia di Gesù, di Pietro, a quella figura di famiglia che assume la prima comunità cristiana.
Con la famiglia Dio fa la storia della salvezza. Avviene anzi che, in forza di legami tanto stretti tra il Dio biblico e la famiglia, Dio per rivelare se stesso assume il linguaggio familiare: egli è Padre, ha un Figlio e noi uomini siamo dei figli, il suo popolo è comunità di fratelli e forma la sua famiglia (cf Sal 89,27; Is 63,16; Mt 6,9; 11, 27; 23,8-9; Mc 3,34; Gv 14,23…).
Ebbene, due tratti appaiono essenziali riguardo a questa istituzione voluta da Dio; essere fonte della vita e portatrice delle sue promesse e della fede in esse.

La famiglia fonte della vita

La famiglia è anzitutto legata al dono massimo di Dio che è la vita. La famiglia è fonte della vita a nome di Dio e con Dio, sotto la sua benedizione.
La vita comprende “l’esserci” nel mondo di Dio, con tutte le risorse che egli vi dona. Per questo alle origini della realtà, nella Genesi, nell’atto di creazione, Dio si affaccia al mondo non da solo, ma con una coppia, Adamo ed Eva, che ospita, nel suo “giardino”, li fa suoi conviventi. Non sono soltanto il primo uomo e la prima donna che egli crea, ma sono gli unici. Dopo di loro Dio non crea più uomini e donne, giacché alla prima coppia, proprio perché fatta a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26ss), egli può affidare la propagazione della vita come con-creatore, nel quadruplice atto: di costituirla in famiglia mediante il matrimonio indissolubile sulla base di una riconosciuta reciproca dignità (Gen 2,23); di dare ad essa la fecondità per continuare la vita nei figli e la solidarietà per custodirla (Gen 1,28); di consegnarle l’impegno di governare il mondo (Gen 1,28); di coinvolgerla in un patto di verità, cioè di riconoscere che “l’albero del bene e del male”, cioè i significati vitali e i valori essenziali dell’esistenza, lo pianta Dio (Gen 3,17).
Si stabilisce così per la famiglia una situazione secolare e religiosa insieme, di autonomia e di radicale connessione con il Creatore. Non per nulla, infatti, alla creazione della coppia fa seguito la costituzione del sabato, come memoriale di questa identità (cf 2,2-3). La benedizione con cui Dio accompagna la sua invenzione più geniale, appunto la famiglia, sigilla per sempre il suo progetto (Gen 1,28).
Purtroppo – anche questo fa parte della storia delle origini – la coppia “peccò”, ossia affermò la sua autonomia dimenticando il suo vincolo religioso; perse il “giardino”, l’amicizia così straordinaria con Dio, quindi scoprì la nudità della miseria, il conflitto reciproco, la suggestione di persuasori occulti (il “serpente”), la difficoltà di vivere e l’amarezza del morire, con rigurgiti di violenza familiare come è l’uccisione di un figlio Abele, da parte del fratello Caino (cf Gen 3).
Vi è in questo inizio della Bibbia come il DNA della famiglia: in certo modo è l‘alter ego di Dio (Trinità), il suo interlocutore. È grande e necessaria, ma anche debole e incapace, senza l’aiuto di Dio, di reggere la propria dignità, perché una ferita profonda l’accompagna.
Fare famiglia è bello, è voluto da Dio, ma è difficile, è faticoso. Molti gettano la spugna per paura, ma la paura e la sconfitta non sono il suo destino. A Dio spetta il compito lungo la storia della salvezza di rifare il volto della famiglia, rispettandone la dignità originaria e rafforzandone la fragilità.
In sintesi, fin dall’inizio della storia umana, il Dio della Bibbia dimostra di volere la famiglia, perché non può farne a meno; quindi la famiglia non può, e quindi non vorrà, fare a meno di Dio.

La redenzione della famiglia

La redenzione della famiglia non avviene in un momento singolo e in un futuro del tutto lontano. In realtà, con la grazia di Dio, si compie progressivamente nel tempo in cui la famiglia vive, lottando con le sue debolezze e accondiscendendo al progetto di vita che Dio vuole per essa. Per questo nel mondo biblico il servizio alla vita si abbina, strettamente congiunto, con il servizio al piano di Dio.
– E in effetti, la fede nella Bibbia ha come luogo naturale di trasmissione la famiglia, pur non da sola. Che la famiglia, specificamente il capo famiglia, abbia il ruolo determinante di portare le giovani generazioni ad accogliere la fede dei padri, è insito nella concezione patriarcalista della società del tempo.
Quello che il capo stabilisce, quello viene fatto, perché è come l’eredità che continua e non se ne può fare a meno. Tanto più che la famiglia allora si identificava con il clan. La benedizione di Dio e delle sue promesse avviene tramite la catena delle generazioni (“il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”). La fede è come la vita, va da vivente a vivente.
Non vi è certamente un discorso tematico di iniziazione o educazione religiosa di minori da parte dei genitori, come faremmo noi, ma tutta la prima educazione e per tutti (genitori, figli e schiavi) avviene nella “casa paterna”, membro a sua volta della grande comunità del popolo di Dio.
Così quando si celebra la Pasqua, il capofamiglia “celebra” un rito che coinvolge tutti, grandi e piccoli (cf Es 13). Quando Cornelio viene battezzato, tutta la sua domus, figli e schiavi compresi, lo sono (At 10,24.48); se Lidia commerciante di porpora o il carceriere di Filippi ricevono il battesimo, tutta la loro domus lo riceve (At 16,15;31, cf 1Cor 1,16).
– Ma non è un procedimento spersonalizzato, all’ammasso. Vi sono cenni illuminanti da non dimenticare, tanto più appare cogente l’intervento dei capifamiglia. Ne ricordo alcuni. 

SCHEDA

* I figli e gli schiavi vengono a conoscere lo stesso annuncio che i padri ricevono da parte di Pietro e di Paolo (cf At 20, 7-12; 1Pt 2,18-25).
* Vi è anzi la preoccupazione di catechesi esplicite, come la catechesi del figlio in occasione di Pasqua: “Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…” (Es 13,14ss). Dai libri dei saggi (Prov ed altri) appare che la cura formativa dei giovani ebrei fa perno sul timor di Dio e porta ad una condotta secondo la legge. E con polso fermo. Educare nell’AT è correggere con forza (cf Prov 3,11-12; Dt 8,5)
* Nelle tavole domestiche, ossia in quella serie di compiti – che troviamo nel NT – che spetta alla famiglia cristiana, si comanda ai padri di esercitare verso i figli una “paideia del/nel Signore”, che comporta non solo il contenuto della fede cristiana, ma un metodo di amore paziente che deve evitare l’ira (Ef 6,1-4).
* La famiglia allora ha in questo un validissimo supporto del tutto logico e accettato: è per tutti, grandi e piccoli, la comunità di appartenenza primaria. I figli andavano al tempio e alla sinagoga per imparare la legge del Signore (così Gesù) e poi nella comunità ecclesiale per imparare il Vangelo (si veda l’elogio dei giovani da parte di Giovanni, 1Gv 2,13-14).

Dunque, pur in regime di patriarcalismo egemonico, nella Bibbia le famiglie hanno coscienza di essere gli anelli che portano avanti la benedizione e dunque l’alleanza di Dio di generazione in generazione. Avvertono che ne devono parlare ai figli come per un debito davanti a Dio, a fondamento della identità e continuità del gruppo. E infatti ne parlano ai figli e su tale strada li guidano con le proprie risorse educative, anzi con una catechesi familiare specifica, e poi avvalendosi delle risorse della comunità (guidata dagli scribi o rabbi religiosi che nel NT sono i primi ministri cristiani), ove il metodo si trasforma dal rigore della verga allo stile evangelico di Gesù ispirato dalla carità.
Eppure non vi è una identificazione tra famiglia e trasmissione della fede, ossia la famiglia è necessaria, come abbiamo visto, ma non autosufficiente.
Vi sono qui due fondamentali parametri per comprendere il “punto di vista” di Dio.
Anzitutto la sua contestazione. Anche nella Bibbia avviene che figli si ribellino. Da Caino (Gen 4), ai fratelli di Giuseppe (Gen 37), ad Assalonne (2Sam 15), al figlio prodigo del Vangelo (Lc 15)… vi sono casi di fallimento familiare. Lo stesso patriarcalismo maschilista è sotto critica: si pensi ai profeti quando denunciano le malefatte dei padri che con il figlio vanno dalla stessa fanciulla (cf Am 2,7); le critiche di Natan al padre della nazione Davide quando usurpa la moglie di un altro (2 Sam 11-12), o la denuncia di Elia contro Acab per la vigna di Nabot (cf 1Re 21,20s) o la reazione di Isaia contro Sennnacherib quando si fa Dio (2Re 19,20s). Sono malesseri della famiglia contestati da Dio e che con la luce di Dio alla fine, dopo un processo di riflessione, arrivano a trovare la loro spiegazione radicale nel padre e madre dell’umanità, nelle figure fallimentari di Adamo ed Eva (cf Gen 3; Rom 5,12s).
Un singolare correttivo critico attraversa la Bibbia nei confronti della famiglia, o meglio di un certo modo di intenderla. Ricordiamo due riferimenti, uno dall’AT e uno dal NT. 

SCHEDA

* Dio nel suo agire nella storia non si lascia condizionare dalla logica patriarcalista: egli sceglie il minore, non il maggiore, come invece avviene secondo la logica di ieri (e di sempre). Sceglie Abele e non Caino (Gen 4,4), Giacobbe e non Esaù (Gen 25, 29s), Beniamino e Giuseppe e non gli altri fratelli (Gen 37s), Gedeone, “il più piccolo della casa di suo padre” (Giud 6,15) e poi Davide e non gli altri fratelli maggiori (1Sam 16,1s). La scelta del minore si accompagna con la scelta del debole (Mosè e Geremia che non sanno parlare: Es 4,16, Ger 1,6-10), della sterile (come Sara: Gen 18,1-15, come Anna: 1Sam 1, come Elisabetta: Lc 1); il Messia nasce da una vergine non per opera di un uomo che se ne potrebbe vantare (Is 7, 14; Mt 1,18-13; Lc 1,26-38). Il che significa che sia il dono della vita come l’educazione alla fede collegano la famiglia alla memoria di un Altro più grande, non sono produzione soggettiva e arbitraria del capo famiglia, tanto meno in forma coercitiva.

* Ma è nel NT, nella prassi di Gesù, che appare ancora più netta la visione della famiglia come bene insostituibile della persona e della comunità, e dove d’altra parte si afferma con forza il superamento di una presunta autosufficienza con cui certi capi del suo tempo potevano pensarla. È quella critica al familismo che nei Vangeli emerge in misura che colpisce, e contemporaneamente la famiglia trova in lui una dignità e un significato mai raggiunto prima.
Ma qui conviene affrontare, sia pur sinteticamente, la relazione di Gesù con la famiglia, nella sua globalità.

Gesù e la famiglia

È un aspetto quanto mai interessante, perché è proprio di Gesù dare senso a tutte le esperienze umane, a partire dalle più profonde. Quella della famiglia è tale, cioè è veramente umana. E dunque Gesù non poteva mancare all’appuntamento. Qui si apre un panorama assai intenso e forse poco noto, cioè come Gesù sia un uomo di famiglia, in maniera singolare, paradossale: da una parte mostra di non essersi fatto una famiglia in proprio, dall’altra manifesta che la sua scelta non nasce dalla paura o dal disprezzo, ma per essere familiare di tutti: “E girando lo sguardo su quelli che gli stavano attorno disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,34-35).
Occorre distinguere diversi momenti della relazione Gesù-famiglia: la sua famiglia e la sua vita in essa; Gesù in famiglie di altri: la presenza e le opere che compie; cosa pensa della famiglia.

Gesù e la sua famiglia

È una delle cose che maggiormente colpisce. Il racconto della sua nascita è il racconto di intense e drammatiche vicende familiari. In tutto inserito nel grande sacramento della famiglia come base del popolo di Dio, anche Gesù condivide questa benedizione in maniera singolare e per questo assai luminosa. Colgo tre aspetti.

* La normalità della famiglia.
Conosciamo il padre legale che è Giuseppe, artigiano (tekton), soprattutto sua madre Maria di Nazaret, la sua vita in famiglia a Nazaret con un parentado ampio (fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda, di Simone, con delle sorelle: Mc 6, 3) e, si direbbe, piuttosto impiccione (Gv 7,2). Normalità vuol dire che è una famiglia di livello popolare comune, che non si colloca nei primi posti per ragione di censo, di titoli scolastici od altro. È una famiglia credente, questo sì.

* La singolarità di questo figlio di famiglia.
Pur essendo il Figlio di Dio, Gesù viene nel mondo tramite la famiglia nel modo che sappiamo, come ci attestano le annunciazioni a Maria (Lc 16-28) e a Giuseppe (Mt 1, 18-25), le quali non svuotano affatto il valore di questa famiglia, ma semmai la rendono ancora più apprezzabile perché è riuscita a collaborare con Dio alla crescita di Gesù in età, sapienza e grazia (cf Lc 2,52). Questa famiglia ha plasmato profondamente Gesù che accettò sempre di passare per “il figlio del falegname e di Maria” (Mt 13,55). E pensiamo che sta in famiglia fino ai trent’anni e poi vi torna a Nazaret, e con sua madre è il figlio permanente fino al Calvario e in certo modo anche dopo (cf Gv 19,25-27).

* La drammaticità di questa esistenza familiare.
Potremmo dire che Gesù nasce e vive al di fuori di un’assicurazione per la vita e di qualsiasi beneficio di uno stato sociale, come oggi diremmo. La povertà di Betlemme, soprattutto la fuga e l’esilio in Egitto, con la tragedia dell’uccisione dei piccoli suoi coetanei innocenti (cf Mt 2), il ritorno di profugo e poi il domicilio a Nazaret, dove prevale un velo di silenzio di una trentina di anni per noi inaudito, solcato da un lampo sconcertante quando, nel pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme a dodici anni, mostra un suo modo di pensare la famiglia fuori dai canoni del tempo (cf Lc 2,41-52). Non dimentichiamo, in questa fase primaria di Gesù in famiglia, la sofferenza in particolare della madre, Maria, chiamata a cose grandi, ma nello scombinamento in certo modo affettivo con Giuseppe, nella predizione della spada dolorosa del sacerdote Simeone nel Tempio, nello sforzo di vivere una relazione familiare in cui le tante promesse dell’annunciazione si stemperano nella quotidianità quasi prosaica dei fatti, nel dolore di certi conflitti e accuse al figlio, nel momento drammatico della uccisione, ma anche nella certezza del suo Figlio Risorto e amico di tutti.
Potremmo concludere che Gesù fu accolto in famiglia come ogni bambino, per dare un segnale luminoso che ogni bambino in famiglia, specie quella cristiana, è un profilo di Gesù; e nella famiglia di Nazaret, pur rispettando le differenze, vi sono in comune con le altre famiglie le vicende del quotidiano, l’amarezza della prova, la grande fede in Dio, la disponibilità piena ai suoi piani e fin dall’inizio la gioia di presentarlo e in certo modo condividerlo con i pastori, i magi, Elisabetta, Simeone e Anna.

Gesù nelle famiglie degli altri

Analizziamo anzitutto le tante volte in cui nel Vangelo Gesù è detto essere in casa, e poi come si comporta, le sue azioni.

* Gesù in casa.
A trent’anni esce dalla sua casa (cf Lc 3,23), come è di ogni rabbi maturo per la sua professione. Nell’arco della sua vita, distinguiamo subito due momenti “casalinghi” centrali, sempre in abitazioni altrui: il soggiorno nella casa di Pietro a Cafarnao come stazione per la missione in Galilea (cf Mc 1,29); il soggiorno nella casa di Marta, Maria e Lazzaro a Betania (cf Lc 10,38) nei viaggi a Gerusalemme e poi nella parte finale della sua vita. Vi sono poi le tante case di passaggio: all’inizio la presenza di Gesù a Cana presso amici per una festa di nozze (cf Gv 2,1-11), in casa di Matteo o Levi (Mc 2,15), di Zaccheo (Lc 19,1-10), di Giairo (Mc 5,38), di Simone il fariseo dove incontra la donna peccatrice (7,36), dell’idropico guarito (Lc 14,1), della Cananea che ha la figlia inferma (Mc 7,24), di quell’ospite ignoto presso il quale spiega il miracolo dell’epilettico (Mc 9,26). Vanno poi ricordati il Cenacolo, ossia la stanza superiore della casa del suo amico di Gerusalemme (Mc 14,14), il palazzo casa di Anna e Caifa per il processo al tempo nella passione (Lc 22,54). Poi Gesù avrà per casa la croce e il cielo, ma non si dimenticherà, prima di andare nella sua casa del Padre (anche lì Gesù ha una casa: Gv 14,2), di pensare a una famiglia per sua madre presso Giovanni (Gv 19, 25-27).

* Le azioni di Gesù in famiglia.
Ma ancora più interessante è notare il suo comportamento nelle famiglie in cui entra.
Possiamo dire che egli non ci va per scroccare un tetto, un pane e un letto, ma incontra i bisogni delle persone, mostrando che per lui la famiglia è luogo della vita, in tutti i sensi, materiale e spirituale, e alla vita egli vuole dare una mano! Infatti notiamo che Gesù non sta mai in una casa come in un albergo anonimamente, come quando di una persona si dice: “È stata qui il tal giorno e la tal ora” e basta. Dove Gesù entra, qualcosa avviene, non è più come prima. Distinguiamo quattro tipi di azione. 

SCHEDA

* Gesù vive la vita di famiglia nelle sue espressioni comuni, vitali:
la gioia delle nozze (Cana), l’ospitalità e l’amicizia tenera (Betania), il pranzo – è l’espressione più frequente – che dice convivialità (presso Pietro, Simone il fariseo, Levi, Zaccheo), i rapporti parentali caldi e non facili (a Nazaret), il pianto e il lutto (Giairo, la vedova di Naim, Lazzaro, la donna Cananea), l’ingiuria (Anna e Caifa), l’addio struggente dagli amici (Cenacolo).

* Gesù condivide e lenisce le sofferenze con azioni di guarigione:
la suocera di Pietro, la figlia di Giairo presente papà e mamma, il giovane paralitico, la figlia della Cananea, il figlio della vedova di Naim, Lazzaro. È ammirevole questa cura di Gesù per i malati che sono in casa. Per lui la famiglia dovrebbe disporre della gioia originaria di vivere, purtroppo perduta od offuscata dalla sofferenza delle persone care. Per questo egli cura i malati, insegnando in certo modo che la famiglia rimane il centro migliore per la cura dei familiari.

* Gesù partecipa e cura i problemi di anima: ci vengono in mente gli incontri con Levi-Matteo, in particolare con Zaccheo, con la peccatrice anonima cui va “il perdono perché ama molto” (Lc 7,47), e sullo sfondo egli si vede nel padre del figlio prodigo che festeggia il ritorno con un banchetto in casa. Colpisce la frequentazione che Gesù ha con i peccatori, con i malati di spirito (cf Mc 1,32-34). Come li cerca, li accoglie e si fa accogliere, esponendosi all’insulto: “Va a mangiare con i peccatori” (Lc 15,2). “Oggi la salvezza è entrata in questa casa” (Lc 19,9): questo è il suo modo ultimo di vedere le famiglie. Ieri ed oggi.

* Gesù fa il maestro, insegna, esprime la verità di Dio e del Regno.
Abbiamo alcune interessanti specificazioni. Nelle famiglie in cui entra, e dove magari guarisce e perdona, lascia un messaggio attraverso alcune battute: come in casa di Zaccheo (il perdono e la salvezza di Dio arriva a tutti), o di Levi (la chiamata universale al discepolato), o della peccatrice (l’amore produce il perdono e viceversa), di Giairo (“Fanciulla, te lo dico io: sorgi”) e di Lazzaro (“Io sono la risurrezione e la vita”). In particolare tre località esprimono un suo modo di insegnare: a Betania, a Marta dice che l’ascolto del Maestro è la parte migliore, è il migliore servizio ed anima di ogni servizio (cf Lc 10,42); nel Cenacolo, Gesù consegna il suo testamento; e globalmente “in casa” avviene l’approfondimento per i discepoli di quanto Gesù dice fuori alla folla (cf Mt 13,36; Mc 7,17).

Il pensiero di Gesù sulla famiglia

Questa intensa e continuata frequentazione della casa o famiglia (Gesù non è certo paragonabile ad un monaco di Qumran) non è vissuta – come abbiamo accennato – in termini puramente funzionali. Egli parla della famiglia nell’ambito del Regno di Dio, e la parola e la sua stessa vita diventano portatori di un chiaro messaggio. Diverse sono le sfaccettature del suo pensiero.

* Gesù afferma, vuole e vive la famiglia come spazio esistenziale primario.
Lo si ricava prima di tutto dai fatti. In una famiglia egli nasce e cresce per 30 anni. Impara a parlare, a leggere, le buone maniere e soprattutto la legge di Dio.
Dicono i vescovi italiani negli Orientamenti Pastorali: “Gesù ha conosciuto come ogni uomo le tappe della crescita fisica, psicologica, spirituale.
Emblematiche al riguardo sono le parole dell’evangelista Luca che descrivono la vita di Gesù a Nazaret con i suoi genitori e la partecipazione alla vita religiosa del suo popolo: ’Gesù era loro sottomesso. E cresceva in età, sapienza e grazia’ (Lc 2,52)”. Ma – continua il testo – come ogni figlio di Israele, egli ha altresì letto e ascoltato le parole del Dio dei padri, cogliendovi la propria storia e quella del suo popolo.
Lo vediamo pertanto frequentare la sinagoga e il tempio, per pregare e per ascoltare e interrogare i maestri del suo tempo” (n. 17). E questo – diciamo noi – faceva in compagnia dei genitori, che superavano lo stretto perimetro familiare e partecipavano alla comunità più grande.
Senza la sua famiglia, Gesù non sarebbe veramente tale. Noi conosciamo l’unico di Gesù: quello di Maria e di Giuseppe tra Betlemme e Nazaret, a cui tornava da grande.

* D’altra parte Gesù non si è fatto una famiglia, anzi non aveva nemmeno una casa, come invece hanno le volpi (le tane) e gli uccelli del cielo (nido) (cf Mt 8,20). Egli è ospite permanente. Si vede che la sua dimora, il luogo ultimo della sua identità è oltre l’umanità, la sua dimora è in Dio.
Ne fa tema specifico nei discorsi dell’Ultima Cena (Gv 14-17).
Abbiamo diversi segni di questa rottura, o meglio di nuova impostazione della famiglia. 

SCHEDA

* A 12 anni, l’età del diventare adulti religiosamente e socialmente in Israele (Bar Mishwa), vi è una significativa presa di posizione. In occasione del suo primo pellegrinaggio al Tempio, a Maria che pur motivatamente gli chiede: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io preoccupati ti abbiamo cercato”, Gesù risponde: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio? E non compresero queste parole” (Lc 2,48-49). Qui appare una svolta importante circa il suo pensiero sulla famiglia, anzitutto sulla sua. Lo possiamo tradurre modernamente così: di fronte al figlio i genitori hanno un compito che non è di possesso ma di accoglienza, come di un dono che è da Dio, con cui stare a contatto e da interrogare dunque circa l’avvenire del figlio. È l’annuncio della componente vocazionale che accompagna ogni bambino che nasce, che espropria in certo modo i genitori dal diritto di onnipotenza (“Tu farai questo”), per un dovere-diritto di servizio (“Cosa vuoi, Signore, per questo figlio che ci hai donato?”) (cf 1Sam 3,10).

* Ai suoi parenti (fratelli e sorelle) a Nazaret, curiosi e malfidenti, reagisce dissociandosi (cf Mc 6,1-6).

* Ed ancora ad uno che gli diceva: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre, Gesù rispose: Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (8,21-22); “Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).
Gesù esige di rinunciare perché appaia che seguire Lui è veramente radicale, tanto che chi abbandona la famiglia per il Regno di Dio trova cento volte tanto (cf Mc 10,28-30).
Gesù non è un familista, un patriarcalista, non vede – come facevano molti contemporanei – la famiglia come un clan sotto un capo. È una realtà umana, limitata, non è un assoluto che decide il destino dei membri. Il destino lo stabilisce Dio con l’uomo.
Vi è una sorta di frattura tra il pensiero di Gesù e una concezione della famiglia dominatrice sui suoi membri. Insomma, non vi è una eversione, né una conservazione, ma una sublimazione.

* Questo atteggiamento di valore della famiglia e insieme la sua piena apertura a Qualcuno più grande sarà l’atteggiamento permanente di Gesù. Per cui nella sua vita pubblica, come abbiamo visto, frequenta famiglie e le benedice, guarisce i malati, da Cana a Betania passando attraverso Cafarnao.
In nome di Dio egli contrasta vivacemente non solo l’adulterio, chiamando peccato lo sguardo concupiscente (cf Mt 5,27-28), ma toglie ogni validità al divorzio, riportando il matrimonio al disegno originario di Dio (cf Mt 19,4-6).
E d’altra parte, quando un giorno gli dicono che ci sono sua madre e suoi fratelli fuori che lo aspettano, con un sentimento di questi ultimi che non appare di fede (“È matto”), guardando la folla risponde: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,31-34). È una chiara e non poco rivoluzionaria scelta di distacco sia dal rifiuto nomadistico come dall’intimismo familistico, mentre invece mostra Gesù accogliente verso quelli senza famiglia come i lebbrosi (cf Mc 1, 40ss), e quelli piuttosto tenuti in secondo ordine, come i bambini, facendo della loro accoglienza il passaggio per il Regno (cf Mc 10,15).

* Di fatto la Chiesa delle origini, alla scuola di Gesù, a sua volta situata nella globalità della Rivelazione biblica, ha avvertito un singolare rapporto tra Dio e la famiglia, ratificandolo nel sacramento del matrimonio, sacramento dell’alleanza fra Dio e l’uomo (cf Ef 5,21-33).
Nessuno senza famiglia e ogni famiglia in relazione con Dio. Per cui tra i primi cristiani abbiamo un singolare cambio nella concezione di Chiesa. All’inizio è la casa, la domus, con figli e schiavi ad essere chiesa (così Cornelio: At 10; cf 1Cor 11). Ma poi avveniva che da qualche domus lo schiavo scappava per farsi cristiano, o anche il figlio, o il padre o la madre, dovevano non di rado lasciare la famiglia di carne, ma ecco che la comunità si faceva per loro famiglia, domus Domini, casa del Signore. Per cui avviene un processo dalla domus come chiesa, alla Chiesa come domus. Ma sempre rimane questo legame indissolubile tra chiesa e famiglia: la famiglia trova nella chiesa la famiglia più grande che l’accoglie e l’aiuta; la chiesa trova nelle famiglie, in ogni singola famiglia, la realizzazione di sé, un fiore sempre diverso dell’unico giardino. Si può intuire quale simbiosi vi sia, agli occhi di Cristo, tra famiglia e membri di essa, anzitutto la coppia, e tra famiglia e comunità cristiana.

Conclusioni

1. Alla scuola di Gesù la famiglia naturale è chiamata a ritrovarsi in una famiglia più grande, quella di cui Dio è Padre e a cui si appartiene accogliendo la sua Parola. Per cui i legami familiari sono da Gesù vissuti, ma anche reinterpretati, in relazione alla sua persona, quando a coloro che gli chiedevano il luogo della sua abitazione, rispose: “Venite e vedete. Andarono e si fermarono presso di Lui” (Gv 1,39).

2. Questo non significa che la famiglia valga di meno, che sia superata. Anzi. Abbiamo visto che Gesù frequenta la famiglia, nella luce del progetto creativo e basilare di Dio, ne afferma il valore intrinseco per la vita, l’unità e la fedeltà nell’amore. In realtà Gesù abitualmente è tanto più critico quanto più la cosa in gioco è importante e quindi rischia di sfigurarsi. Così è per la preghiera, per l’osservanza della legge, per l’amore al prossimo. Così è per la famiglia.
“Caro” è insieme ciò che conta e ciò che costa. Vi sta sotto la verità che la famiglia ha uno specifico progetto di Dio su di sé, manifesta e attua il compito per cui l’ha formata dall’inizio: per la vita, per amarla e diffonderla.
Nella famiglia Dio rispecchia al meglio se stesso. Agli occhi di Gesù, che sono gli occhi di Dio, ogni bambino/a che nasce sa di S. Francesco e S. Caterina. Per questo Gesù vuole i bambini accanto  a sé, li protegge e li benedice. Per questo si fa presente in casa con un atteggiamento sempre costruttivo.

3. Potremmo impostare così l’atteggiamento critico di Gesù: per lui la famiglia è soggetto umano talmente importante e purtroppo così esposto alla deformazione sia in eccesso (il familismo) sia per carenza (la libera convivenza), che per ancorarla alla sua alta dignità Gesù sembra quasi criticarla, ma è la critica di chi vede un enorme tesoro trattato male.

4. Gesù dunque riconosce e vive intensamente il rapporto familiare (nel suo testamento vi è un pensiero esplicito per sua madre, cf Gv 19, 25-27), e d’altra parte per Lui la famiglia è una creatura di Uno più grande con cui collaborare. Non per diminuzione di libertà, ma per una crescita di grandezza, posizione che però diventa una critica quando la si respinge.

5. Si può capire la tragedia, diciamo così, di una famiglia che non riconosce appieno questa sua dignità che le viene da Dio quando pone nella categoria degli avversari o degli indifferenti Colui che ne è il partner e l’amico maggiore. Si può capire al contrario la forza decisiva della sinergia tra l’agire dello Spirito di Dio e quello di una famiglia che avverte questa sua profonda vocazione a crescere e a far crescere con Dio la persona che Dio le ha donato e che la famiglia ha voluto.

6. La famiglia appare dunque non soltanto un indizio, ma un “sacramento del Dio della vita nel tempo”; e di fatto un sacramento – il matrimonio – la costituisce.
Aiutare una famiglia ad esserci e vivere degnamente è dunque aiutare Dio come Dio della vita, nel suo impegno più alto.
Evangelizzare la famiglia è dare ad essa la sua dignità. La famiglia è come un sacramento, a noi tocca non inventarlo, ma amministralo, donarlo. Attentare alla famiglia, lasciarla deperire è un sacrilegio. Servirla è come servire il corpo di Cristo. Per questo la famiglia è un segno di chiesa, una piccola chiesa.
È il luogo dove la Parola di Dio è di casa e la Bibbia ne è come l’album di famiglia.

7. In sintesi, chiamata a rappresentare Dio perché partecipa attivamente alla sua prerogativa più alta, che è la messa in essere della vita di una persona umana e dei valori che l’accompagnano tra cui la fede in Dio, la famiglia trova in questa condizione il paradosso della sua grandezza e del suo limite.
Grandezza per questa relazione diretta con il Dio dell’amore e della vita, e ciò per il fatto di essere famiglia, prima ancora di essere famiglia cristiana, e dunque a maggior ragione essendolo. “Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio” (C.M. Martini). Famiglia “bella notizia”, cioè Vangelo: è una linea guida della pastorale familiare attuale italiana, derivata ampiamente dal Magistero di Giovanni Paolo II. Quello che si dice per il singolo cristiano, vale per la famiglia: “Famiglia, riconosci la tua dignità”.
Quanto all’esistenza del limite, non vi è bisogno di parlarne, tanto sono evidenti. Piuttosto vanno spiegati nella loro natura. Vi sono i limiti legati a cambi culturali e sociali così rapidi (si pensi al ritmo di lavoro di entrambi i genitori, al passaggio dal modello contadino a quello cittadino) che alcuni genitori si sentono superati, marginali, quasi impotenti; vi sono limiti che, ultimamente a causa del peccato, diventano esperienza di fragilità fino al senso della sconfitta e dello sfascio, come si dice, alle dimissioni in pratica di fare famiglia (si pensi ai conflitti coniugali seguiti da separazioni e divorzio, al contrasto con i figli, all’abbandono della fede, alla seduzione del modello consumistico, alla solitudine in cui spesso si trova immersa).
Sicché la famiglia da una parte riveste una necessaria presenza operativa nell’ordine della vita e dei suoi valori con i doni o risorse di cui per natura e per grazia Dio l’ha dotata, ma dall’altra avverte di non poter farcela da sola, anzi fa esperienze esattamente contrarie alle attese.
La famiglia è necessaria come la naturalità della vita, la normalità del respiro, naturalezza che le viene da Dio, e dunque è chiamata sempre a camminare con Dio. La famiglia è vocazione, vocazione ad essere famiglia. Il dimenticare la sua bontà intrinseca o il suo collegamento vitale con Dio sono elementi seri di disturbo. Di fatto, se va affermata la sua esemplarità nel comunicare i valori della la vita, tra cui la fede, va anche riconosciuta la crisi della sua presunta onnipotenza e autosufficienza, quando non si appoggiasse su Dio che l’ha creata.