Cesare Bissoli

(NPG 2005-04-38) 


PREGHIERA

Signore, se ognuno di noi volesse parlarti a cuore aperto, testimonierebbe che oggi non vi è tanto rifiuto del tuo Vangelo, ma semmai dilazione, indugio, negligenza nella sua pratica realizzazione. Ad esempio, sappiamo che la vita di una persona con i suoi bisogni primari, materiali e spirituali, quali una malattia, un posto di lavoro, una informazione importante, un gesto di solidarietà… non ha calendario fisso, non conosce scadenze periodiche, non sopporta remore di visti e permessi che ritardino l’aiuto… Ed invece la burocrazia, il cerimoniale, le abitudini, nella società e non di rado anche nella chiesa, tendono a controllare i rubinetti della vita, trincerandosi dietro a leggi e a divieti, ad orari di ufficio, come se il respiro potesse avvenire soltanto in momenti stabiliti, come se l’amare ed essere amato avvenisse a rate, come se i sentimenti di sofferenza e di aspirazione alla liberazione e alla gioia non fossero il tessuto nostro quotidiano.
Signore aiutaci a capire e a fare il bene della vita, così come lo intendi tu. Amen.

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

* Dopo la preghiera di apertura viene fatta ad alta voce la lettura di Mc 3,1-6.

Uno sguardo di insieme

1. Ci troviamo in quello che viene chiamato “libretto delle dispute o conflitti”, avvenute durante la missione di Gesù in Galilea e radunate da Marco in 2,1-3,6. Ve n’è un’altra serie durante la missione a Gerusalemme (Mc 11-12). Viene così alla luce un tratto costitutivo della vita di Gesù: la conflittualità, ossia l’aver operato e vissuto nel circuito della contestazione da parte di avversari astuti e tenaci, cui inevitabilmente Egli dovette rispondere. In realtà Gesù non fu avversario di nessuno, salvo il demonio, ma trovò invece molti oppositori, tra cui naturalmente anzitutto lo spirito malvagio.
Tra questi avversari vi è l’intellighentia del popolo, non tutta però, fatta di scribi, farisei, sadducei, erodiani. Si potrà notare che il conflitto non avviene a livello superficiale, ma sostanziale, a livello di idee, di motivazioni, di stili di vita. Per cui ci attendiamo dai racconti di disputa lampi luminosi ed intensi sull’io profondo di Gesù, sulla sua mentalità, sul suo codice di condotta.

2. Le dispute galilaiche sono cinque. Facciamone in certo modo l’anatomia. 

IL FATTO

(l’occasione)   

I REFERENTI

(i protagonisti)

L’ACCUSA

(l’obiezione)

LA RISPOSTA

(il detto di Gesù)

GUARIGIONE E PERDONO DEI PECCATI DI UN PARALITICO

(Mc 2,1-12)

 

– Scribi

– Gesù in persona

 

“Bestemmia… perdona i peccati”

al posto di Dio

 

“Il Figlio dell’uomo (Gesù) ha il potere di Dio di rimettere i peccati”

 

LA CHIAMATA DI LEVI E

BANCHETTO CON I PECCATORI

(Mc 2, 13-17)

 

– Scribi, dei farisei

– Gesù (tramite i discepoli)

 

“Mangia con i peccatori”

 

“I malati hanno

bisogno del medico… Sono venuto a chiamare i peccatori”

 

IL DIGIUNO “INFRANTO”

DAI DISCEPOLI

(Mc 2,18-22)

 

– (Discepoli del Battista, farisei)

– I discepoli tramite Gesù

 

“Non digiunano”

 

“Vino nuovo in otri nuovi”

 

SPIGHE STRAPPATE NEL SABATO

(Mc 2,23-28)

 

– Farisei

– I discepoli (tramite Gesù)

 

“Fanno di sabato ciò che non è permesso”

 

“Il sabato è per

l’uomo… Il Figlio dell’Uomo è padrone anche del sabato”

 

GUARIGIONE

DELLA MANO PARALIZZATA DI UN UOMO

(Mc 3,1-6)

 

Farisei, erodiani

Gesù in persona

 

“Osservavano

per accusarlo”

 

“Fare il bene, salvare la vita” è precetto di Dio

 

Si voglia notare la struttura dialettica del pensiero paragonabile al “tiro al bersaglio”: dal cerchio esterno del fatto che occasiona la disputa, passando attraverso l’accusa degli avversari e la contraccusa di Gesù, si arriva al centro, al bersaglio, alla cosa più importante, il detto finale di Gesù, che rivela il suo pensiero e la sua condotta.
Questa forma letteraria viene detta dagli studiosi apoftegma, ossia pronunciamento solenne come una sentenza giudiziaria. Va quindi considerato con particolare attenzione il messaggio che vi è dentro.    

3. La nostra disputa è l’ultima delle cinque dispute.
Riguarda l’osservanza del sabato, il giorno dedicato tutto a Dio e dunque tempo di riposo totale. Per capire bene la questione, si tenga conto che secondo la tradizione dei padri raccolta nel Talmud, nel sabato si può salvare la vita di una persona, ma non fare opera medica, come sarebbe curare una persona malata.
Gesù non condivide questa logica del bene a rate! Si ha così un crescendo culminante e conclusivo:
– sia nel messaggio di Gesù: curare la vita è salvarla, e salvare la vita è bene, il bene che Dio si aspetta sempre anche di sabato;
– sia nell’opposizione degli avversari: fanno un complotto per farlo morire! E siamo ancora agli inizi del ministero.

La dinamica della vicenda

L’abbiamo già sottolineata nella globalità del libretto delle dispute: dal fatto al detto, dall’esteriorità del dato all’interiorità della coscienza. Specifichiamola con maggiori dettagli.
Il fatto: esso viene collocato nel tempo e spazio sacro: sabato e sinagoga. Ma importante è l’intreccio.

L’intreccio

 2005-04-38

 

Si noterà la trama:
– al centro sta la parola che dice il senso della questione: salvare la vita = fare del bene;
– l’atteggiamento dice il modo diverso ed intimo (“il cuore”) di partecipazione;
– i gesti prolungano gli atteggiamenti: Gesù è da parte della vita (guarisce l’uomo), gli avversari sono dalla parte della morte (complotto per uccidere Gesù).
L’esperienza del Vangelo, come ogni realtà umana genuina, è fatta di senso, manifestato dalle parole, di cuore, che rivela gli atteggiamenti interiori, di gesti concreti che attualizzano il “senso e il cuore”, in termini di consenso o di rifiuto.

I personaggi

Al centro stanno Gesù e gli avversari e letteralmente “in mezzo” il povero uomo disabile di una mano; di contorno – anche se qui non compaiono esplicitamente – vi sono i discepoli come testimoni ed insieme “scolari” che devono apprendere lezioni di Vangelo nei conflitti della vita.

1. L’uomo disabile.
Partecipa anche lui alla liturgia del sabato nella sinagoga (probabilmente di Cafarnao), forse per mendicare, perché gli era difficile lavorare con una mano paralizzata. Si legge nell’apocrifo Vangelo degli Ebrei, che questo uomo si rivolge a Gesù e gli dice:
“Ero muratore e mi guadagnavo da vivere con il lavoro delle mie mani. Ti prego Gesù, restituiscimi la salute, perché non abbia a subire la vergogna di mendicare un po’ di cibo”.
Ad ogni modo, anche se non parla, questo infelice è una invocazione vivente, cui Gesù corrisponde situandolo al centro del dibattito, con quella povera mano distesa, testimone inoppugnabile, in carne ed ossa, del valore della vita agli occhi di Gesù e dunque di Dio.

2. Gli avversari.
Sono gli oppositori di sempre: i farisei, ossia il gruppo religioso-sociale osservante rigoroso della legge secondo le indicazioni dei padri. Essi passano come i pii esemplari ed hanno un grande ascendente sul popolo. Il brano mette in risalto tre verbi che evidenziano tre connotati:
– “spiano” Gesù per vedere se trasgredisce la legge del sabato facendo la guarigione, e quindi accusarlo. Manifestano così un chiaro atteggiamento prevenuto, ostile, primo segnale  di quella “durezza di cuore”, di cui Gesù li rimprovera;
– “tacciono” in maniera ostentata di fronte alla domanda di Gesù, la cui risposta dovrebbe essere facile, se seguissero la rivelazione biblica del Dio dell’esodo, salvatore dell’uomo, che loro ben conoscono. Il silenzio è a suo modo parola evidente della loro malafede ed insieme della loro confusione circa il senso vero delle leggi e prescrizioni. La durezza del cuore è completa. Cioè, no: manca l’ultimo atto di questo processo anticipato: la condanna... Domina una disumanità mascherata da esigenza religiosa;
 – infatti tengono consiglio per uccidere Gesù: decisione orribile e sproporzionata, ma logica per chi nel cuore nutre malanimo profondo.
Qui sopravvengono anche gli erodiani, ossia dell’entourage di Erode Antipa, re in Galilea dove vive Gesù. Sono il contrario dei farisei dal punto di vista religioso, ma il male crea tra loro facili complicità, secondo il Salmo 83,6: “Hanno tramato insieme concordi contro di te, hanno concluso un’alleanza”.
Erode apparirà effettivamente nel processo finale di Gesù, irridendolo e condannandolo (Lc 22,8-12).

3. Gesù.
Anche per lui i verbi dicono bene la mentalità e le opere:
– entra in sinagoga, di sabato, in fedeltà alla legge. Era sua costume (Lc 4,16). Ma con un atteggiamento (“cuore”) ben diverso dagli avversari. Egli ci va non per spiare qualcuno, ma per fare del bene a chiunque è nel bisogno. Qui nel testo sembra che si muova conoscendo le intenzioni degli oppositori, come gli era facile dalle dispute precedenti (cf Lc 6,8);
– fa l’invito al disabile di “mettersi in mezzo”. Il verbo adoperato è “egheire”, il verbo della risurrezione. Nella guarigione di Gesù si connota un prodigio di risurrezione, insomma qualcosa di nuovo, di inedito: l’uomo, specie se indigente, deve stare al centro, dentro la sinagoga e di sabato, cioè nel luogo e tempo dell’incontro ufficiale con Dio;
– la domanda di Gesù mette a fuoco il suo pensiero: il sabato è tempo adatto a fare il bene, e il bene è certamente salvare la vita, e salvare la vita è anche guarire. Dicevamo sopra che i farisei ritenevano che di sabato si potesse e dovesse salvare la vita di una persona. Ma non accettavano che si potesse guarire uno con qualche medicina.
No! Gesù radicalizza: o il bene di una persona è totale o per Dio non è compiutamente realizzato;
– “gettando uno sguardo intorno pieno di ira, rattristato per la durezza dei loro cuori”. Allo sguardo di malizia degli avversari Gesù risponde con uno sguardo di indignazione per questa ottusità cieca per cui in nome della legge di Dio, o meglio di una certa interpretazione, si trascura la vera intenzione di Dio. E deve essere ben grave questo fraintendere Dio, se Gesù prende ira, si indigna. È l’ira dei profeti per una inammissibile cecità ostinata nel popolo di Dio;
– “stendi la mano. La stese, e la sua mano fu risanata”. Il comando che genera questa ubbidienza, tanto più esigente perché avviene in questo clima di ostilità, genera anche la guarigione. Non vi è nessuna azione laboriosa di Cristo. Salvare la vita di una persona è un bene così gradito e voluto da Dio, che già il pensarlo e volerlo seriamente è realizzarlo.
Si noterà come sia frontale l’urto delle due posizioni: entrambi agiscono per motivi religiosi, ma con quale diversità di prospettiva! I farisei mettono davanti l’osservanza della legge dal punto di vista rituale, esaltando così i dettagli della sottomissione a Dio, ma con il rischio di oscurare la componente morale che è il vero bene da fare, e che riguarda ultimamente l’uomo; Gesù al contrario mette al centro la persona e pensa che farla vivere corrisponda all’intenzione vera di Dio e dunque alla sua legge. Insomma è la traduzione di quel “non l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo” affermata dal Maestro in precedenza (Mc 2,27).

Il messaggio

1. Che il fatto avvenga di sabato e nella sinagoga fa da degna cornice al messaggio di Gesù. Sono il tempo e il luogo di Dio, segni della sua santità. Ebbene, la santità di Dio si manifesta nell’azione di Gesù verso una persona indigente, un disabile. La centralità di questo uomo in mezzo o davanti a tutta l’assemblea aggiunge ulteriore solennità e spessore al gesto di Gesù, che non si può tirare indietro. Nessuna paura: la verità che sta esprimendo è così forte che il miracolo viene di conseguenza.

2. Siamo così spinti al cuore del messaggio espresso nel v. 4: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. È già parte del messaggio la domanda in quanto con essa Gesù obbliga gli interlocutori ad andare alla sostanza del problema, oltre il paravento di una legge recitata a memoria, ma senza reale adesione alla volontà di Dio. Volontà di Dio invece, limpida ed indiscutibile, è la sequenza indisgiungibile: fare il bene = salvare la vita = aiutare una persona nel bisogno.
In conclusione, interessarsi di una persona è esattamente ciò che Dio vuole dai suoi fedeli, senza catenacci né di calendario né di luogo. È quanto Gesù, in coerenza alle sue parole, prontamente fa!

3. Vi è anche la cecità di questi avversari che, a domande così lineari, tacciono, non come chi non sapesse la risposta (molti sono scribi, dottori della legge), né perché riconoscono la sconfitta e si pentono (infatti vanno a fare un complotto), ma è il silenzio dell’ostinazione o “durezza di cuore”: in greco porosis, cioè pietra porosa, tufo, impenetrabilità dell’uomo alla luce di Dio. È una qualità negativa di Israele tante volte condannata nella Bibbia (Ger 3,17;7,24; 9,13; Rom 11,7.25; 2 Cor 3,14). È ultimamente l’incapacità di uscire dai propri schemi e convertirsi al volere di Dio.
I farisei mostrano di essere esperti dell’uomo secondo l’analisi dei loro libri, non secondo la sua realtà. La teologia si fa grave astrazione dalla vita!

4. Colpisce anche lo “sguardo pieno di ira” di Gesù. Colpisce anzitutto questo sguardo a 360 gradi (così dice il verbo), di uno cioè che si interessa e domina tutta la realtà delle situazioni e delle persone (3,34;5,32;9,8; 10,23;11,11). E non in termini freddi. Gesù manifesta i suoi sentimenti, di indignazione, amarezza, compassione, tenerezza (1,41.43; 6,34; 7,34; 8,2; 9,19; 10, 14.21; 14, 33-34). Qui è ira, che non vuol dire rancore verso le persone, ma reazione dura verso l’atteggiamento di chi si ritiene illuminato sulla legge e va braccetto con la cecità per quanto riguarda i valori morali.

5. Il complotto di questi avversari, così precoce nel tempo e così terribile negli intenti, evidenzia due (più uno) tratti specifici che possono accadere nei confronti del Vangelo, e che qui di fatto accadono:
– il primo tratto è l’atteggiamento di accoglienza dell’insegnamento di Gesù, e dunque della sua persona. È la condotta dei discepoli e di quelle persone buone che danno credito a Gesù e non l’uccidono certamente;
– vi è anche da fare i conti con chi rifiuta ciò che, come appare dalla domanda di Gesù, sembra ovvio (il sabato è fatto per fare il bene), ma per la durezza del cuore, cioè per la non apertura alla rivelazione di Gesù, rimane come accecato dalla luce della verità;
– da cui l’inevitabile terzo atteggiamento: chi rifiuta l’insegnamento di Gesù, rifiuta Gesù, “complotta” per farlo uccidere.
Bisognerebbe ricordare questo nesso indissolubile che accogliere o rifiutare l’insegnamento di Gesù vuol dire accogliere o rifiutare la sua persona, il suo mistero.
Questa disputa non è una critica al sabato e ancor meno esprime la sua abolizione; mira soltanto alla sua subordinazione a una volontà più fondamentale di Dio che tocca gli interessi vitali della persona umana. La prassi giudaica viene qui dimostrata erronea perché la si vede invertire l’ordine in questione… (Più là ancora il contenuto della questione) sfocia ultimamente sul mistero di Cristo nel suo aspetto tragico e redentore (S. Legasse).

* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTO ALLA VITA

Il messaggio biblico è ripieno di risonanze esistenziali, proprio perché tratta non di questioni accademiche, ma di “salvare una vita o toglierla”. Eccone alcuni aspetti.

1. I tempi e i luoghi, anche i più sacri, sono da Dio voluti per l’uomo.
“Sabato deriva da un verbo che viene usato frequentemente nel senso di ’cessare’, ‘smettere di’, e quindi ‘riposare’. Dio ‘cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro’ (Gen 2,2). Si potrebbe dire: fece sabato. Cristo precisa che il riposo sabbatico di Dio non interrompe ogni attività. Nell’opera a favore della sua creatura, Dio non si concede riposo. ‘Il padre mio non ha cessato di operare fino a questo giorno: per questo io pure opero’ (Gv 5,17).‘Fare del bene’ all’uomo è il modo scelto da Dio per festeggiare il sabato. Potremmo dire che ‘fare del bene’ è il lavoro obbligatorio nei giorni di festa. E Cristo diventa il ‘sabato di Dio’” (A. Pronzato).

2. L’equazione indiscutibile: salvare la vita è fare il bene voluto da Dio.
Cristo mette decisamente l’uomo al centro del pensiero, delle intenzioni, del programma, dell’agire di Dio, esprimendo questa equazione sul piano morale, degna di quella di Einstein sul piano fisico: salvare la vita delle persona è fare il bene certamente voluto da Dio. E tale bene-salvezza si attua quando si prende cura concretamente dei suoi bisogni. Chiaramente, non si vuol dire che il bene da fare sia soltanto aiutare uno nel bisogno, ma adempiere ciò è certamente fare il bene che Dio vuole qui ed ora, in qualsiasi tempo e luogo.

3. È una equazione gravida di conseguenze: non fare il bene è fare il male!
Gesù mette in agenda i valori umani, non la casistica delle azioni permesse o proibite dalla legge. Ciò che è morale ha incondizionata precedenza su ciò che è rituale, come il precetto del sabato. Gesù rafforza questo con quanto già detto in 2,27 (“Il sabato è stato fatto per l’uomo”). Gesù procede in questo modo in forza non di un sentimento umanistico laico, ma nella logica ben più stringente del Regno di Dio, ossia dell’amore che Dio intende avere per l’uomo. Questa impostazione, come è nella domanda, toglie ogni via al compromesso: “C’è un’alternativa sola: non fare il bene significa fare il male. Non salvare una vita significa ucciderla. Quando si deve fare il bene, non c’è una zona neutrale, nella quale non si fa né il bene né il male; nessuna scappatoia, nessun diritto a un legalismo la cui formale osservanza permetta di evitare di fare il bene, cioè di fare il male” (E. Schweizer). Alla fine la domanda di Gesù su ciò che è ‘lecito o non lecito fare’ diventa domanda su ciò che ‘si deve o non si deve fare’.

4. Il fare il bene, salvare una vita non è un evento automatico, vi si incrociano sentimenti diversi.
Non è un evento da laboratorio chimico. Abbiamo visto come entrano a far parte del messaggio gli atteggiamenti delle persone. Vuol dire che il Vangelo non è fatto di cose staccate dall’intelligenza e dal cuore. Gesù non è certamente un anemico che fa del bene come per liberarsi da un peso obbligato. Altrove si dice che lo fa per compassione (come il lebbroso: 2,41), qui con ira di fronte all’atteggiamento degli avversari. I quali ci mettono una opposizione di sasso, preceduta dal sospetto e concluso con un complotto!
Il bene e il male in certo modo nascono dentro di noi! E provocano conflitto, richiedono il coraggio di decidersi, la resistenza di inevitabili critiche ed opposizioni!

5. Il rifiuto del Vangelo scaturisce da un vangelo contrario.
Colpisce questo atteggiamento degli avversari di Gesù. Egli in fondo parla a favore della vita ed opera fatti di vita. Eppure è rifiutato. È stato ampiamente notato che è una esperienza che nasce proprio da uomini religiosi. Perché? Nel caso di Gesù “la decisione di ucciderlo obbedisce alla logica di un sistema che cerca di autoconservarsi” (R. Fabris). Con altre parole vi è opposizione alla novità che Dio può fare nella storia, e che in Gesù si sta manifestando proprio ora. Domina la concezione paradossale che si è fedeli a Dio quando si imbalsamano le sue parole, dimenticando che l’amore di Dio è per sua natura liberazione, creatività, rinnovamento.

TERZO MOMENTO: PER LA CONVERSIONE

Il racconto, concentrato sulla domanda del v. 4, ne scatena tante altre, degne di diventare riflessione di gruppo.

1. È una pagina di disputa. Come nelle altre precedenti dispute di Galilea, Gesù fa discutere. Non è sua intenzione creare confusione e insicurezza, ma ciò che dice e fa necessariamente provoca domande.
Anche noi ne siamo intercettati. Per cui viene spontanea una prima traccia di riflessione: quali sono i punti del Vangelo (parole ed opere di Gesù) che mi e ci vedono perplessi, scossi, interpellati? In quest’ultima disputa, cosa particolarmente colpisce e su cui dovremmo soffermarci di più?

2. Gesù pone l’equazione: salvare una vita è proprio quello che Dio vuole.
È una affermazione apparentemente semplice, in realtà è radicale ed esigente. L’abbiamo accennato. Lo proponiamo sotto forma di domanda:
– salvare una vita è proprio il bene che Dio vuole. Siamo convinti di questo umanesimo evangelico? Gesù cosa intende con “salvare una vita”? Si tratta soltanto di una cura materiale?
– se uno non fa il bene, se non salva una vita, fa il male, l’uccide: come va presa questa affermazione così radicale? Abbiamo esperienza che qualcosa di simile ci sia capitato, sia di altri verso di noi e di noi verso gli altri?

3. Vivere all’ombra del sacro non significa ancora vivere secondo Dio.
I farisei, ossia la classe religiosa dirigente del tempo di Gesù, mostrano la paradossalità di essere osservanti al cento per cento della legge di Dio, ma di non riuscire a capire ed accogliere la vera parola che Dio rivolge tramite la legge. Come può avvenire questa distorsione in persone religiose? Cosa fare per lasciare spazio a Dio mantenendo fedeltà a quanto ci dice nella Scrittura, nella Chiesa? Può essere un criterio di discernimento genuino della nostra condotta aiutare una persona come fa Gesù? Ma Gesù come intende tale aiuto? Come l’ha aiutata lui? Con quale motivazioni, e con quale stile?

4. Gesù fu pieno d’ira per la durezza del loro cuore.
Compare a tutto tondo che i sentimenti entrano di diritto a far parte dell’osservanza del Vangelo. Non sono impulsi naturali, ma determinazioni della volontà in relazione alla situazione. Il lato affettivo ha diritto di far parte del cammino del Vangelo nella propria vita. L’anemia, la ripetitività stanca e sempre eguale non corrisponde al fare il bene di Gesù. Ecco un campo di indagine: quali sono i sentimenti di fondo con cui osserviamo la legge di Dio (dalla messa, alla preghiera, alla carità…)? Compassione, tenerezza, gratitudine, lode a Dio… sono atteggiamenti in atto? Siamo capaci di dispiacere ed amarezza di fronte al male? Si nasconde in noi qualche filo nero dell’atteggiamento rappresentato dai farisei?

5. Fare il bene non ha calendario.
È uno dei dati salienti di questo brano. Vuol dire che ciò che ha valore morale deve essere prima di ciò che è soltanto rituale, il cuore precede la rubrica. Gesù l’ha detto: “Non fare le cerimonie dell’altare se hai nel cuore astio con il tuo fratello” (cf Mt 5,23-24). Anche qui le domande si accavallano. Siamo disposti a fare il bene, specialmente quando si tratta di aiutare il prossimo, senza trincerarci dietro scuse e pretesti? Siamo persone più inclinate al rituale che al morale? Facciamo il bene a rate, secondo una tabella di ufficio?

* Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.

* Una preghiera finale, cui si possono aggiungere libere intenzioni, conclude l’itinerario di fede.

Gesù, è un’esperienza forte quella che abbiamo fatto con te! Abbiamo visto un povero uomo che ti ha dato la sua mano inaridita e tu gliela hai restituita vitale. Pensiamo che congedandosi da te abbia stretto la tua mano con una forza mai provata fino ad allora! Ma abbiamo anche visto questa opposizione dura e malevola di chi per rispettare il Dio della vita dimentica, emargina, colpisce la vita donata da Dio.
La tua “ira”, fatta più di tristezza che di rancore, sbarazza via ogni equivoco e ogni indugio; le tue parole chiare e decise si imprimono in noi in maniera indelebile: aiutare una persona è salvarla, e salvarla è il vero bene che Dio attende da noi; la tua bontà generosa ed operosa ci spinge a fare quello che tu hai fatto. Donaci la grazia di resistere a livelli così alti!

Gesù, invece di far aumentare ancora di più il numero delle richieste di Dio, percorre una strada completamente diversa, con una libertà che scandalizza i suoi contemporanei. L’uomo deve lasciarsi donare ogni cosa da Dio senza alcun calcolo e deve aprire il cuore alla gioia. Un cuore così aperto servirà Dio per la gioia… Un’ubbidienza che non fattura le sue prestazioni a Dio esige una potenza di amore che superi di molto l’osservanza di una legge. Eppure rimane sempre ubbidienza nella libertà, alla quale è partecipe anche il cuore. A una siffatta ubbidienza, Gesù chiama con la sua parola e la sua condotta (E. Schweizer).