Luis A. Gallo

(NPG 2005-04-24)



Uno dei rischi che minacciano il cristianesimo vissuto da non pochi credenti è quello di centrarsi eccessivamente sulla croce senza uno sbocco nella risurrezione. È l’eredità di una certo modo del passato di intendere la fede.

Grazie al Concilio Vaticano II e ai suoi orientamenti rinnovatori tale rischio è ora più facilmente superabile. La liturgia ha messo di nuovo al centro delle sue celebrazioni la Pasqua, quella annuale e quella settimanale di ogni domenica, e la teologia e gli stessi catechismi hanno dato maggior rilievo all’avvenimento pasquale. Resta tuttavia da vedere se tutto ciò è entrato a far parte dell’esperienza della fede della gente.
Concludendo la contemplazione di alcune delle molteplici sfaccettature di quel prezioso diamante che è il volto di Gesù Cristo, riteniamo importante fissare lo sguardo sullo splendore luminoso di cui lo riveste e lo riempie la risurrezione.

L’epilogo della vicenda storica di Gesù

Dai tetti in giù, come si sa, la vicenda storica di Gesù, interamente centrata attorno all’annuncio gioioso dell’imminente venuta del regno di Dio, finì nel più umiliante fallimento. Non il trionfo, ma il supplizio della croce venne a incoronare tutti i suoi sforzi. Egli morì, secondo le testimonianze evangeliche, nel più doloroso abbandono di tutti (Mt 26,56; Mc 14,50). Perfino, in certo qual senso, di Dio stesso (Mt 27,46; Mc 15,34).
Ma la fede sa che il vero sbocco della sua vicenda fu la risurrezione. I discepoli, che si erano dispersi pieni di paura al momento della sua morte, si radunarono nuovamente poco dopo come ridestati da un incubo. Essi vissero un’esperienza del tutto singolare: quel Gesù che avevano abbandonato frettolosamente nell’Orto degli Ulivi e della cui morte atroce erano certi, “si mostrò ad essi vivo, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (At 1,3). E furono “pieni di gioia” (Lc 24,41.52).
Naturalmente, la sua risurrezione non fu come quelle che essi presenziarono lungo l’attività di Gesù, grazie alle quali la figlia di Giairo (Mc 5,36-42), il figlio della vedova di Nain (Lc 7,12-15) e il suo amico Lazzaro (Gv 11,32-44) ritornarono a “questa” vita, per poi ricadere nuovamente, dopo un tratto di tempo, nella morte. La sua risurrezione fu un uscire da “questa” vita ma per entrare in quella di Dio, per sempre. Come ebbe a dire S. Paolo, da allora “la morte non ha più potere alcuno su di lui” (Rm 6,9).
Da quel misterioso “oggi” in cui venne generato dal Padre a nuova vita (At 13,33), e da Lui costituito “Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione” (Rm 1,3), sul suo volto si riflette la gloria stessa di Dio (2Cor 4,6; Ap 1,6). Egli è, di conseguenza, “il Signore della gloria” (Rm 1,4; 1 Cor 2,8).
Tutto ciò vuol dire che ora egli ha il volto di chi è nella pienezza della vita, quella pienezza a cui aspira dal più profondo ogni essere umano, pur senza sapere concretamente in che cosa consista. Egli è infatti “il Vivente” (Ap 1,18), “il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18). Sul suo volto pieno di luce non c’è ora la benché minima ombra di morte.

La gloria di Gesù è la gloria del crocifisso risorto

Il capitolo quinto dell’Apocalisse si apre con una scena solenne: davanti al trono del Dio che guida la storia appare “ritto, in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi, un Agnello, come immolato” (Ap 5,6). A lui viene consegnato il libro che nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire e di leggere. I simboli sono eloquenti: solo all’Agnello sono svelati i destini della storia, e solo lui li può portare a compimento. L’Agnello, come si sa da altri testi neotestamenti, è Gesù (Gv 1,29.36; 1 Pt 1,19; ecc.).
Non possono passare inavvertiti altri due tratti simbolici con cui l’Agnello viene presentato: è “ritto... come immolato”. Ritto, in piedi, perché risorto, trionfatore della morte; immolato, perché porta in sé i segni della sua passione.
È un modo per dire che Colui che è ora il Signore della storia, perché vincitore della morte e di tutte le forze che la assecondano, è lo stesso che patì il supplizio della croce. Il risorto è il crocifisso, ed è risorto proprio perché è stato crocifisso. Come precisa l’inno cristologico di Fl 2,6-11, perché egli fu “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce, per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”.
In questa luce si può dire che egli si conquistò la gloria assecondando fino in fondo i voleri del Padre suo. Un impegno che, a causa della resistenza e dell’opposizione degli uomini, lo portò alla morte violenta della croce. La gloria che ora illumina il suo volto è, si può dire, “il dono di una conquista”.

Dove contemplare oggi la gloria del Cristo risorto?

Spesso nell’Antico Testamento si dice che la gloria di Dio si rende presente e manifesta nel mondo. I luoghi della sua manifestazione luminosa sono certamente anzitutto le opere della creazione (Sal 18,2; 28,3; ecc.), ma sono soprattutto i suoi interventi nella storia, come si legge in innumerevoli testi storici e profetici. Il popolo di Dio è convinto che le grandi gesta della sua storia, a cominciare da quella iniziale della liberazione dalla schiavitù di Egitto, siano dei segni palesi della sua gloria. Ed è anche convinto che ce ne sarà una straordinaria manifestazione nel futuro: “Fra le genti manifesterò la mia gloria”, promette solennemente lo stesso Dio per bocca del profeta Ezechiele (Ez 39,21).
I credenti in Gesù sanno che tale promessa si è già avverata, e si è avverata precisamente nella sua risurrezione, la meraviglia per eccellenza operata da Dio, nella quale Egli si coprì di gloria trionfando definitivamente in lui sulla morte. Facendo morire la morte nel suo Figlio, che morì di una morte feconda perché piena di fraternità (Gv 15,13), egli trionfò dell’ultimo e più radicale dei nemici dei suoi piani (1 Cor 15,26; Ap 21,4).
Ma ci chiediamo: dove si manifesta oggi la gloria del Cristo risorto? dove la si può scorgere e contemplare?
La risposta più logica sembra essere questa: essa si manifesta lì dove, attraverso una morte feconda, come la sua, si sbocca nella vita. E lì dove il Dio vivente fa conoscere attualmente “la potenza della sua risurrezione”, come dice S. Paolo (Fl 3,10).
Il che avviene concretamente nella vita personale, allorché si verifica un superamento dell’egoismo ad opera dell’amore, del rancore ad opera del perdono, dell’aggressività ad opera dell’accoglienza ... Superare infatti l’egoismo, il rancore, l’aggressività, equivale a far morire nel proprio cuore ciò che produce la morte. È attuare la parola di Gesù che dice: “Se il chicco di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).
E ciò, sia nella vita dei credenti come in quella di quelli che credenti non sono. Anche ad essi, infatti, è data “dallo Spirito Santo la possibilità di partecipare, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale di Cristo” (Gaudium et Spes 22e).
Avviene anche nella vita sociale, a corto o a lungo raggio, ogniqualvolta si produce il superamento dell’accaparramento egoistico, sia economico che sociale, politico o culturale, ad opera della condivisione, o della violenza ad opera del dialogo, o della indifferenza ad opera dell’interessamento fattivo e operoso... La condivisione, il dialogo, l’interessamento verso gli altri gruppi e verso gli altri popoli sono tutte forme di fecondità che generano vita, e quindi sono nella direzione della logica pasquale che fa apparire nel mondo la gloria di Dio e di Cristo.

La missione del cristiano: far risplendere il volto glorioso di Gesù Cristo

Quando Pietro stava sul monte della trasfigurazione ed ebbe la fortuna di contemplare il volto del suo amato Signore splendente “come il sole” (Mt 17,2), avrebbe voluto rimanervi per sempre a gustare tale visione. Disse, infatti, in un eccesso di entusiasmo, a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mt 17,4; Mc 9,5; Lc 9,33).
È interessante il dialogo che S. Agostino, qualche secolo dopo, immagina di intavolare con Pietro dopo averlo ascoltato presentare tale richiesta: “Pietro, scendi, non stare lassù - gli dice accoratamente -; guarda che quaggiù i tuoi fratelli ti attendono e hanno bisogno di te”. E di fatto Pietro dovette scendere. E scese per seguire ancora Gesù lungo tutto il resto della sua vicenda, fino alla croce e alla risurrezione, e ancora oltre. Si può supporre che il dolce ricordo dell’esperienza fatta sul monte l’abbia accompagnato tutta la vita, dando senso e forza al suo impegno di testimone del Risorto (At 2,32).
Anche noi siamo stati sul monte, a contemplare a lungo e con amore il volto di Gesù Cristo. Abbiamo goduto fissando intensamente gli occhi del cuore e della mete sulle sue diverse sfaccettature. Ora si tratta di scendere dalla contemplazione all’azione di ogni giorno. Essa dovrebbe nutrirsi di ciò che abbiamo attinto dalla visione di quella luce splendente. Particolarmente di quella della risurrezione.
È ampiamente conosciuto il motto che orientò l’intera vita e l’attività di S.Ignazio di Loyola, una volta convertito a Cristo: “Ad maiorem Dei gloriam!”. Tutto deve essere fatto mirando alla gloria di Dio. Naturalmente, ciò vale per ogni cristiano senza distinzione, come già indicava S. Paolo ai suoi giorni: “Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31).
Qualcuno ha proposto di completare tale motto specificandone il senso con un altro detto di un Padre della Chiesa, che in questi anni è stato spesso ripreso e rilanciato. È una frase di S.Ireneo di Lione che condensa splendidamente tutto il Vangelo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. Essa traduce bene la “definizione” di Dio data, nel punto più alto della rivelazione, dalla prima lettera di Giovanni: “Dio è amore” (1 Gv 4.8.16). Amore, secondo il termine originale utilizzato, di gratuità e benevolenza, che non mette al centro se stesso, ma la persona amata e il suo bene.
Se, quindi, lo scopo ultimo dell’agire cristiano è quello di dare gloria a Dio, e la gloria di Dio-Amore è la pienezza di vita dell’essere umano, si capisce che, in definitiva, tale scopo ultimo si traduce nello sforzo di far brillare la luce della risurrezione sul volto di ogni uomo e ogni donna. È fare sì che essi, anziché avere un volto adombrato dalla morte, ne abbiano uno splendente di vita, come quello di Gesù risorto.
Il vescovo martire del Salvador, Oscar Romero, che aveva consacrato la sua vita al servizio dei poveri della sua terra, amava aggiungere una puntualizzazione alla frase di S. Ireneo: “La gloria di Dio è il povero vivente”. Perché sapeva per esperienza che era sul volto dei poveri e dei piccoli di questo mondo che si proiettavano particolarmente le ombre della morte in mille modi diversi. Erano essi “i nuovi crocifissi della storia”. Bisognava “farli scendere dalla croce” e portarli alla gloria.
Solo facendo fattivamente proprio tale impegno si può dare un senso genuino alla contemplazione del volto di Colui che, nella parabola di Mt 25,31-46, disse: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (v. 40).