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Fare pastorale giovanile

Riccardo Tonelli

 

(Da: Dizionario di pastorale giovanile, Elledici 1989)


1. HA SENSO UNA PASTORALE GIOVANILE?

Nella comunità ecclesiale sempre c’è stato interesse verso i giovani, la loro educazione cristiana e la loro maturazione nella fede. Questo diffuso e differenziato interessamento ecclesiale verso i giovani viene generalmente identificato con un’espressione, comune anche nelle diverse sfumature linguistiche: la pastorale giovanile.
Oggi poi l’attenzione verso i giovani è particolarmente alta, sollecitata e orientata da non pochi interventi del Magistero, soprattutto episcopale, e da iniziative, locali, nazionali e mondiali, di forte risonanza.
Sembra strano, quindi, interrogarsi sul senso di una pastorale giovanile «specializzata». Eppure non mancano ragioni per farlo, anche perché le incertezze provengono proprio dal livello di maturazione acquisito, dentro e fuori la comunità ecclesiale.
Sono davvero così speciali i giovani da esigere un’attenzione particolare? Quando attenzione e servizio sono eccessivamente differenziati, non possono produrre proprio quella situazione di disagio cui si vorrebbe porre rimedio? E poi, che senso ha una pastorale differenziata in una istituzione ecclesiale che, dalla sensibilità sorta dal concilio Vaticano II, sottolinea fortemente l’unità della pastorale e, di conseguenza, la convergenza e l’armonia dei compiti conseguenti?
Altre incertezze provengono dalla sponda dell’educazione. Tutti sono convinti dell’importanza dell’educazione e quasi tutti ne riconoscono la forza trasformatrice e, di conseguenza, la sua capacità di incidere efficacemente sulla radice di molti dei problemi che attraversano l’attuale situazione culturale e giovanile.
La pastorale giovanile assomiglia molto alla educazione, ne assume compiti e prospettive. Ma non è solo educazione. Essa vuole annunciare che Gesù è il Signore e solo in lui possiamo essere pienamente nella vita e fondati nella speranza. Per questo non può accontentarsi mai di fare anche un ottimo servizio educativo, ma si interroga continuamente sul significato, l’urgenza e le ragioni dell’evangelizzazione. Non è sufficiente un buon impegno educativo anche nell’ambito della trasmissione della fede e dell’iniziazione cristiana?
Qualcuno, dalla sponda opposta, contesta le preoccupazioni di rincorrere le stesse logiche educative nell’ambito della fede. In questo spazio non va forse riaffermata la priorità indiscutibile della potenza dello Spirito e delle esigenze dell’annuncio?
La prospettiva scelta dal presente contributo sollecita a chiarire e a prendere posizione. Esso è intitolato: "fare" pastorale giovanile. Non si tratta di elaborare una teoria, più o meno raffinata, sulla pastorale giovanile. In questione c’è la proposta di un suo modello operativo.



2. QUALE PASTORALE GIOVANILE OGGI

La risposta sul senso della pastorale giovanile non può essere offerta in astratto e tanto meno citando documenti che ne attestino l’importanza. La via è un’altra: confrontarsi con la realtà per constatare se e fino a che punto è utile o, persino, urgente progettare un servizio speciale, recuperando in modo nuovo quello che proviene dalla tradizione e proiettandosi con coraggio verso il futuro.
Il senso e la qualità della pastorale giovanile, in questa prospettiva, stanno o cadono solo attivando un confronto tra la passione evangelizzatrice della comunità ecclesiale e la situazione concreta dei giovani. I risultati di questo confronto potranno lasciare campo a posizioni diverse. Il guadagno più rilevante ricade, però, sulla natura stessa della riflessione pastorale.
Questa è dunque la questione cui trovare risposta: sono così speciali i giovani da richiedere una pastorale nella loro concreta situazione?


2.1. A confronto con la vita quotidiana dei giovani

Se pensiamo solo alle tradizioni e alle risorse pastorali di cui dispone la comunità ecclesiale, possiamo rispondere dicendo che non sono proprio diversi da tutti gli altri. Ma se entriamo, con amore lucido e disponibile, nel loro mondo, possiamo facilmente scoprire quanto attraversa la loro esistenza e come tutto questo sia tanto originale e inedito da esigere progetti e interventi davvero speciali.
I discepoli di Gesù hanno imparato dal loro maestro a mettere l’amore alla vita e il servizio alla speranza – nel suo nome e per la sua parola – al centro di tutte le preoccupazioni. Per questo cercano risposte e fanno proposte dalla parte della vita, consapevoli che sul problema della vita, del suo senso e di quell’insuperabile minaccia alla vita che è la morte, la fede cristiana è chiamata a misurarsi. Continuare l’esperienza di Gesù e dei suoi discepoli significa, in concreto, annunciare il Vangelo dentro questi problemi, con la preoccupazione che questo annuncio risuoni veramente come «bella notizia».
Viviamo in una situazione in cui questa vita è in stato di emergenza. Per molti diventa impresa impossibile vivere una vita, così come il Dio della storia l’ha progettata per gli uomini e le donne che chiama figli suoi.
Molti hanno superato l’emergenza sulla possibilità della vita. Ma si trovano alla ricerca, disperata o rassegnata, di una qualità che la renda vivibile.
Su tutti preme l’ombra della morte: quella quotidiana, che ci accompagna come un nemico invisibile e pervasivo, e quella violenta e conclusiva, che sembra bruciare ogni progetto. Non sappiamo più bene dove radicare la nostra speranza.


2.2. I compiti della pastorale giovanile

Due sono, di conseguenza, i compiti di un progetto di pastorale giovanile, impegnato oggi per la vita e la speranza. Questi compiti determinano il suo senso, il suo ambito e la sua urgenza.
Da una parte, esso si preoccupa perché cresca in ogni giovane la ricerca di ragioni per vivere e per sperare. Impariamo a vivere a braccia alzate, nella trepida ricerca di due braccia robuste, capaci di afferrare la nostra fame di vita e di felicità. La comunità ecclesiale incoraggia e sollecita questo atteggiamento esistenziale. Lo sostiene con i giovani che lo stanno spontaneamente sperimentando; lo scatena in quelli che hanno rimosso ogni confronto con la morte, da buoni figli di questa nostra cultura, e non si pongono più alcun problema di senso.
Dall’altra, la comunità ecclesiale ripensa al Vangelo per restituirgli la forza di salvezza «dentro» e «per» la vita quotidiana.
Il primo compito è abbastanza facile. Viviamo infatti in una stagione culturale in cui è forte la consapevolezza dei tanti problemi che attraversano l’esistenza, anche se sono diversi i modi in cui si esprime questa drammatica emergenza.
Il secondo è molto più impegnativo. Una lunga tradizione teologica e pastorale sembra stranamente spingere in direzioni diverse. Diventa urgente, per realizzare correttamente i compiti della pastorale giovanile, riscoprire l’esperienza di Gesù e dei suoi discepoli. L’annuncio non è mai un vuoto gioco di parole, verificato sui parametri della congruenza formale tra soggetto e predicato. I fatti sono la prima e più eloquente parola. Le parole della verità interpretano i fatti.
La comunità ecclesiale annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi. Essa fa un annuncio, che è di senso e di speranza contro la morte. Le parole che dice sono la vita che torna nelle gambe rattrappite del povero paralitico e negli occhi spenti del cieco dalla nascita. Essa ricorda che Gesù è il Signore e non c’è altro nome in cui essere pieni di vita, restituendo la possibilità di essere nella vita a tutti coloro che ne sono stati deprivati.
Lo fa con tanta competenza e serietà, perché si riconosce «serva» di esigenze impegnative come sono quelle della vita, da essere sollecitata a rendere concreto e differenziato il suo servizio. Per questo chiama per nome le diverse situazioni di morte contro cui intende lottare e cerca uno stile di presenza, diversificato in rapporto a queste concrete situazioni.
Per questo «evangelizza»: dice forte, a fatti e a parole, che possiamo essere nella vita e restare radicati nella speranza solo se accettiamo di consegnare la nostra esistenza al mistero di Dio nel progetto di Gesù e c’impegniamo a vivere la nostra stessa esistenza e a costruire strutture di servizio nella logica di questo stesso progetto. Certo, la potenza di Dio in Gesù è all’opera molto più radicalmente ed efficacemente del livello di consapevolezza riflessa che possediamo e non è prigioniera nei confini ecclesiali. L’amore alla vita spinge la comunità ecclesiale ad allargare progressivamente questa consapevolezza, perché chi riconosce il mistero in cui è avvolto e vive può operare per la vita sua e degli altri in modo più autentico e più efficace. Evangelizza non per fare dei proseliti, ma per offrire la ragione e l’esperienza più forte del dono di vita di cui è segno e inizio.


2.3. Verso una definizione di pastorale giovanile

Chi cerca una definizione da ripetere per fare un poco di ordine, adesso la può finalmente trovare, soprattutto se riesce ad organizzare, in modo personale, gli elementi appena ricordati.
Pastorale giovanile è l’insieme delle azioni che la comunità ecclesiale fa, sotto la guida potente dello Spirito di Gesù, per dare pienezza di vita e speranza a tutti i giovani. La loro domanda di vita e il loro desiderio di speranza sono la «carne concreta e quotidiana» (quasi continuando l’esperienza di Gesù, Dio con noi nella grazia della sua umanità) in cui la comunità ecclesiale pensa, progetta e agisce, annuncia e celebra, costruisce e fa sperimentare l’amore di Dio per tutti e la sua passione per la vita di tutti. Si pone continuamente una domanda su cui concentra risorse e fatiche: quali sono i problemi su cui misurare oggi l’annuncio del Vangelo, per gridare, con la stessa forza di Pietro, «Gesù Cristo, e nessun altro, può darci la salvezza: infatti non esiste altro uomo al mondo al quale Dio abbia dato il potere di salvarci» (At 4,12)?
La pastorale è una sola: il servizio alla vita in Gesù, il Signore della vita, l’unico nome in cui possiamo avere vita. Essa si diversifica nelle differenti realizzazioni pastorali, perché si incarna in situazioni diverse e concrete. Diventa pastorale giovanile quando il servizio alla vita in Gesù si realizza nel mondo dei giovani.



3. UNA STAGIONE DI PLURALISMO

È sufficiente uno sguardo anche rapido nei confronti di coloro che credono alla pastorale giovanile e si impegnano nella sua realizzazione, per scoprire che sono davvero tantissime le persone che nella Chiesa fanno cose eccellenti per l’educazione dei giovani alla fede e per restituire ad essi vita e speranza. Lo stile, le scelte, le prospettive sono, però, assai diverse. La stessa passione si esprime, in altre parole, in un diffuso pluralismo di modelli di azione pastorale con i giovani.
Questa constatazione sollecita a pensare, soprattutto se siamo convinti che il vissuto ecclesiale è il luogo teologico da cui rinvenire suggerimenti verso progetti nuovi e impegnativi. 


3.1. Il pluralismo come «fatto»

Il pluralismo è un dato di fatto, da giudicare e valutare bene. Per fare questo, prima di tutto è necessario guardarsi un poco d’attorno.Almeno due cose saltano facilmente agli occhi.
Qualche volta la diversità è proprio solo formale. Vengono utilizzate espressioni, esperienze, proposte che sembrano diverse, ma la loro diversità consiste nei modi di dire, in alcune scelte di poca rilevanza, nel tentativo di organizzare risorse e priorità a partire dalle sensibilità personali o dai problemi impegnativi con cui ci si confronta.
Esiste però un altro tipo di pluralismo, tutt’altro che formale. Alla radice ci sono interpretazioni diverse degli stessi contenuti della fede ed un differente modo di concepire l’uomo e i processi finalizzati alla sua educazione. Alla radice di questo pluralismo ci sono, di conseguenza, antropologie e teologie assai differenti. Per questo, le diversità sono di sostanza.
Tutti e due i modelli producono reazioni assai diverse. Qualcuno contesta il diritto all’esistenza di ogni pluralismo in ambito pastorale. Sogna i tempi in cui le scelte filavano pacifiche e uniformi. Si impegna, quindi, affannosamente ad immaginare rimedi e correttivi. Qualche altro, al contrario, fa del pluralismo l’ultima frontiera. Gli va bene tutto e non ha nessuna nostalgia per i tempi passati. Forse, in modo più o meno consapevole, si rende conto che in un clima come questo, anche le sue scelte ritrovano il diritto alla cittadinanza.
Non posso condividere nessuna delle due prospettive e neppure le molte posizioni pratiche che si insinuano tra la prima ipotesi (quella più radicale, che lo rifiuta in tronco) e la seconda (quella più rassegnata).
Per esprimere una valutazione e cercare soluzioni è necessario un supplemento di conoscenze.


3.2. Alla radice del pluralismo

Prima di tutto, è importante prendere atto che il pluralismo dipende, alla radice, dalla stessa struttura della verità. Siamo costretti ad essere pluralisti dal limite delle nostre parole, sempre povere, parziali, incapaci di esprimere tutta la verità di cui dovrebbero essere supporto. Sono necessarie, quindi, molte e differenti parole per approssimarsi alla verità. La costatazione vale per ogni prassi pastorale, che si pone al servizio della Parola di Dio per la salvezza, come riguarda l’espressione storica della stessa Parola di Dio. La Parola di Dio, infatti, non è mai esistita allo stato puro, originario, ma sempre incarnata in una parola umana, e, più concretamente, in una cultura determinata.
Ma non c’è solo questo nell’attuale pluralismo. Se così fosse, esso sarebbe sempre un dono che serve per reciproco arricchimento.
Una lettura più approfondita porta a constatare che le ragioni del pluralismo stanno in quella specie di orizzonte culturale di cui ci serviamo per esprimere lo stesso evento della fede e della salvezza cristiana. La Parola di Dio, infatti, si è fatta parola per l’uomo e l’amore di Dio è diventato salvezza per noi all’interno della nostra storia e della nostra cultura. L’ho appena ricordato, quando ho cercato di distinguere tra un pluralismo formale e uno di sostanza.
Questa constatazione non serve solo a giustificare la necessità del pluralismo. Ma propone anche un criterio per cogliere il limite delle nostre espressioni pastorali concrete.
Oggi utilizziamo una espressione tecnica per dire tutto questo: atteggiamento ermeneutico. Atteggiamento vuol dire «modo di essere» e di porsi in rapporto con fatti e persone. E questo è semplice. Più complicato e l’aggettivo «ermeneutico». Con quest’aggettivo si fa riferimento ad una scienza importante: l’ermeneutica. Nata nell’ambito delle scienze antropologiche, ha ormai conquistato un posto rilevante anche in quelle teologiche e pastorali.
L’atteggiamento ermeneutico nasce dalla coscienza dello stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che s’intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza. Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi.
Gli addetti ai lavori collegano immediatamente l’invito verso un atteggiamento ermeneutico con la raccomandazione di assumere sempre un poco di «sospetto ermeneutico». La cosa è logica. Chi è invitato a sospettare di qualche cosa, sa che non è tutto oro colato quello che vede e incontra. Ci sono sempre delle ambivalenze. Qualcosa è bello, importante, prezioso, ma qualche altra cosa va presa con molto senso critico, con un poco di sospetto appunto.
Se applichiamo atteggiamento e sospetto ermeneutico all’esperienza cristiana, non solo constatiamo che nella Parola di Dio, nella vita della Chiesa e nella vita dei cristiani concreti è possibile incontrare l’evento grande dell’amore di Dio che si fa vicino a ciascuno di noi, per la nostra salvezza. Ma incontriamo anche i modelli culturali della stagione in cui la Parola di Dio è diventata parola per l’uomo e la vita della Chiesa è diventata esperienza concreta per gli uomini.
Il primo dato è decisivo: da accogliere nella fede e nella riconoscenza dell’amore. Il secondo invece richiede dalle comunità ecclesiali concrete un po’ di sospetto ermeneutico.
I due elementi non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento.
Una persona è la stessa quando indossa la giacca della festa o quella del lavoro. In questo caso, il cambio d’abbigliamento è facilmente constatabile. Qui, invece, il rapporto è molto più profondo e complesso: un gesto e una parola dipendono, nello stesso tempo, da quello che una persona vuole comunicare e dai modelli culturali che utilizza per realizzare la sua comunicazione.



4. CRITERI PER FARE ORDINE NEL PLURALISMO

L’orizzonte culturale (il modello antropologico utilizzato per dire, in concreto, il mistero di Dio e la sua azione di salvezza) non è mai neutrale in rapporto all’evento che intende esprimere. Al contrario, lo condiziona intensamente. Non solo lo rappresenta sempre in modo relativo, ma lo può anche disturbare e, al limite, vanificare. Va quindi attivato un confronto critico tra orizzonte culturale ed evento, tra parola umana e Parola di Dio, tra modello pastorale e progetto di fede.
Sulla esigenza è facile trovarsi d’accordo. Molto più complicato è assicurare l’accordo su quali possano essere i criteri di riferimento e di verifica. Non bastano i documenti ufficiali, perché anch’essi sono segnati dal pluralismo e dalle sue ragioni.
Il vissuto della comunità ecclesiale, la sua maturazione teologica avvenuta nella grande esperienza conciliare del Vaticano II, la prassi di molti operatori di pastorale giovanile aiutano a trovare questa criteriologia.


4.1. Una esperienza molto interessante

Oggi parliamo spesso di fedeltà a Dio e di fedeltà all’uomo, per trovare una soluzione ai problemi che attraversano la prassi pastorale. La formula è felice e la ripetiamo spesso. Essa, però, spalanca su una questione assai spinosa, soprattutto a causa di quello che sta a monte della formula. Scrive un autore che è ormai un classico della riflessione pastorale: «Nella teologia pastorale, come nella teologia fondamentale e nell’ambito dogmatico della dottrina sulla giustificazione, esiste una tendenza esclusivamente antropocentrica. Questa tendenza si è infiltrata nella catechesi, nella predicazione, nella liturgia e nell’educazione, dall’Illuminismo ad oggi, causando un torto immenso alla corretta comprensione dell’apostolato. Come reazione, è nato un altro eccesso: un teocentrismo teologico e pastorale che, tutto attento al mistero, ha perso il senso dei valori umani. Queste due concezioni, proprio perché sono estremizzate, si richiamano l’una l’altra, si rinforzano e si condizionano reciprocamente. Percorrono le stesse linee di sviluppo, perché ciascuna delle due posizioni non esisterebbe se non ci fosse l’altra. Anche in questo caso, gli estremi si toccano e si influenzano» [1].
Come superare queste antinomie, integrando in modo corretto la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo?
La Chiesa italiana ha vissuto un’esperienza felice, che ha permesso il superamento maturo delle contrapposizioni, quando ha elaborato quel grande documento di rinnovamento pastorale che è Il rinnovamento della catechesi. Dopo lunghe e sofferte contrapposizioni tra i difensori della svolta antropologica in pastorale e coloro che spingevano, invece, verso modelli più teocentrici, essa ha confessato la sua fede nell’evento di Gesù Cristo, proclamando: «Dio stesso, quando si rivela personalmente, lo fa servendosi delle categorie dell’uomo. Così egli si rivela Padre, Figlio, Spirito d’amore; e si rivela supremamente nell’umanità di Gesù Cristo. Per questo, non è ardito affermare che bisogna conoscere l’uomo per conoscere Dio; bisogna amare l’uomo per amare Dio» (Rinnovamento della catechesi 122).
In questa esperienza, come negli altri casi felici della storia della pastorale, la novità di prospettive e l’incontro nella diversità sono fioriti sulla decisione di fare dell’Incarnazione il criterio normativo di ogni progetto pastorale.


4.2. Cosa significa «criterio dell’Incarnazione»?

Per comprendere la grande ricchezza cristologica evocata dalla espressione «criterio dell’Incarnazione», è indispensabile portare la riflessione sull’evento che sta alla sua radice, lo fonda e lo specifica. Il punto di riferimento è l’evento di Gesù Cristo.
«Evento di Gesù Cristo» è un’espressione sintetica che indica la persona di Gesù di Nazareth, il suo messaggio su Dio, la fede che la sua persona ha suscitato e il grande progetto di salvezza che nel suo nome è stato realizzato.
Al centro sta dunque Gesù di Nazareth: una persona, che ha un nome e una patria, che ha vissuto la sua esistenza in un segmento preciso e concreto di spazio e di tempo. Questo Gesù ha suscitato un’esperienza di sconvolgente e radicale novità in molti uomini. Lo confessano il «Cristo»: il Messia atteso, il Signore della vita, l’unico Nome in cui possiamo ottenere la salvezza. Riuniti nel suo nome, si riconoscono la Chiesa, che continua la sua causa, in ogni tempo e in ogni luogo. La loro confessione di fede e la prassi della Chiesa apostolica sono decisive per comprendere chi è Gesù. Anche questi fatti sono parte dell’evento di Gesù Cristo.
L’Incarnazione è prima di tutto un momento di questo evento. In effetti, quando i credenti parlano dell’Incarnazione indicano un fatto preciso della vita di Gesù di Nazareth: Dio per salvare l’uomo ha deciso di farsi uno di noi ed è diventato uomo, con la collaborazione materna di Maria, in un segmento concreto di tempo e di spazio. Non esprimono, però, solo questo atto di fede. Nel cammino di fede dei primi discepoli e in quello della comunità ecclesiale, l’Incarnazione è progressivamente stata compresa anche come il riferimento privilegiato per sperimentare tutta la novità dell’evento di Gesù Cristo. Per questo, l’Incarnazione è diventata come una prospettiva globale da cui possiamo comprendere in modo più preciso i gesti che Gesù ha fatto e le parole che ha detto per rivelarci Dio.
Anche questo va compreso bene. Gli apostoli, le prime comunità ecclesiali, la Chiesa, in molti momenti solenni della sua lunga esistenza (come testimonia la storia della pastorale), hanno considerato l’Incarnazione l’evento, unico e irrepetibile, che ci spalanca le porte verso il mistero di Dio. In Gesù di Nazareth, infatti, il Dio inaccessibile e misterioso, il Dio ineffabile e radicalmente trascendente, si è fatto «volto», è diventato «parola». Nel volto e nella parola di Gesù di Nazareth, si è fatto vicino, comprensibile. Possiamo parlare di Dio e possiamo parlare a Dio. Possiamo cogliere chi è per noi e cosa chiede a noi. L’evento dell’Incarnazione rappresenta il criterio fondamentale per ogni progetto di pastorale: per conoscere il progetto di Dio sull’uomo dobbiamo interrogare l’evento di Gesù Cristo; e lo dobbiamo fare a partire dalla prospettiva dell’Incarnazione.
Il riferimento all’Incarnazione sottolinea, quindi, due indicazioni, diverse e complementari.
Ricorda una delle tante esperienze in cui si distende l’esistenza di Gesù e la fede di coloro che lo confessano il Signore. Da questo punto di vista non è possibile contrapporre Incarnazione a Pasqua o ad altri momenti della vita di Gesù. Senza l’immersione nella morte di Gesù, senza la condivisione della sua croce, non possiamo partecipare alla sua vittoria sulla morte e al trionfo definitivo della vita.
Ricorda, però, anche la prospettiva da cui comprendere tutta la rivelazione e quel suggerimento globale di azione, che Gesù ha realizzato e manifestato, facendosi uno di noi per riportarci nell’abbraccio accogliente di Dio.
L’Incarnazione è, quindi e nello stesso tempo, parte dell’evento di Gesù Cristo e suggerimento metodologico, radicato sul mistero di Dio che si rivela in Gesù per la salvezza di tutti, fondamentale per l’esistenza cristiana e la sua realizzazione nel tempo.
L’evento di Gesù è un riferimento obbligante per tutti. Il criterio dell’Incarnazione propone un riferimento concreto e operativo, con cui collocarci nel pluralismo e fare le nostre scelte. Non è l’unica possibilità offerta ed è vero che nella storia della comunità ecclesiale sono state utilizzate opportunità differenti. La Chiesa di oggi fa però del criterio dell’Incarnazione un punto decisivo per la sua prassi. Attorno ad esso converge il grande processo di rinnovamento pastorale che ha nel concilio Vaticano II il suo momento culminante.




5. DALL’EVENTO DELL’INCARNAZIONE ALCUNI ORIENTAMENTI OPERATIVI

Dobbiamo fare un passo in avanti: tradurre il criterio dell’Incarnazione in una serie di criteri a carattere operativo. Essi ci aiutano a fare ordine nel pluralismo, ispirano le nostre scelte concrete, ci danno il coraggio di prendere posizione, quando è necessario.
Dall’evento di Gesù il Cristo, compreso dalla prospettiva dell’Incarnazione (dalla consapevolezza, cioè, che in Gesù è rivelato il mistero di Dio e dell’uomo) e riportato nelle situazioni pastorali concrete che conosciamo e in cui vogliamo intervenire, sottolineo tre orientamenti operativi che qualificano la pastorale giovanile.


5.1. La funzione sacramentale della vita quotidiana

Nel nostro cammino verso Dio e, di conseguenza, in ogni intervento pastorale, facciamo per forza i conti con la nostra vita quotidiana. Negli interventi pastorali concreti dobbiamo considerare la vita quotidiana un «problema» oppure una «risorsa»?
I diversi modelli pastorali dipendono dalle differenti risposte offerte, in concreto, a questo interrogativo.
Un certo modo di pensare, di fare raccomandazioni e di cogliere problemi e prospettive è abituato a contrapporre le realtà trascendenti a quelle immanenti. Il mondo della trascendenza è quello che riguarda direttamente il mistero di Dio e quei gesti, parole e interventi che cercano di raggiungerlo. Il mondo dell’immanenza è, invece, quello della nostra esistenza quotidiana, dove Dio è assente, risulta lontano, estraneo e l’uomo si arrabatta, solitario, nel labirinto delle opere delle sue mani.
L’Incarnazione ci spinge invece ad una prospettiva radicalmente opposta. Al conflitto tra trascendenza e immanenza l’evento di Gesù il Cristo sostituisce la categoria teologica della «mediazione sacramentale». È vero: il mondo di Dio e quello dell’uomo sembrano lontani e incomunicabili. Dio è il totalmente altro, l’ineffabile e l’indicibile. L’uomo è lontano da Dio perché è creatura e perché ha deciso un uso suicida della sua libertà e responsabilità nel peccato. Dio e l’uomo sono i «lontani» per definizione e per scelta. Questa però non è l’ultima parola. La parola decisiva è invece Gesù di Nazareth, il grande «mediatore». In lui, Dio si è fatto vicino all’uomo: è diventato «volto» e «parola». L’uomo è stato ricostruito in una novità così insperata da diventare il volto e la parola di Dio. In Gesù di Nazareth i «lontani» sono ormai diventati i «vicini», in una realtà nuova, che ha trasformato radicalmente i due interlocutori.
Gesù è la mediazione in persona: un evento nuovo in cui Dio e l’uomo sono in dialogo pieno e totale. In Gesù e nella grazia della sua umanità, la nostra vita quotidiana partecipa della stessa funzione di mediazione. L’umanità quotidiana dell’uomo è il sacramento in cui Dio si fa presente e vicino, per attuare il suo progetto di salvezza. Certo, la nostra umanità lo è solo in misura molto piccola. Tuttavia, possiamo crescere in umanità, diventando espressioni un poco più significative del mistero di Dio, di cui solo l’umanità di Gesù è espressione totale e definitiva.
L’attenzione alla vita quotidiana non è, di conseguenza, un metodo assunto arbitrariamente dall’operatore di pastorale giovanile, una sua tattica accattivante per aver credito nei confronti dei giovani. Non siamo noi che incarniamo la fede nella vita. Dio stesso ha instaurato un movimento d’incarnazione, per allacciare relazioni con gli uomini.
La nostra vita quotidiana, compresa dalla prospettiva dell’Incarnazione, è una specie di grande sacramento in cui Dio è presente e operante per portare a pienezza il suo progetto su noi e sulla storia.
Riconoscere l’importanza della vita quotidiana significa, perciò, prima di tutto, riconoscere la sua sacramentalità: riconoscere, cioè, che nella nostra vita si realizza un rapporto misterioso tra ciò che si vede e si può costatare facilmente e quello che non riusciamo a vedere con gli strumenti che possediamo.
Ancora una volta, per comprendere il significato di affermazioni tanto impegnative, dobbiamo attivare un confronto con Gesù.
Chi lo avvicinava, per incontrarlo nella sua verità più profonda, era sollecitato a scoprire in lui il volto e la parola di Dio. L’umanità di Gesù si porta dentro un evento più grande, la sua ragione d’essere più intima: Dio comunicato all’uomo in un gesto d’impensabile gratuità.
Quello che riconosciamo per Gesù, vale anche per noi, per la nostra umanità e per la nostra vita. In lui e per mezzo suo anche in noi, un mistero più grande è presente in quello che vediamo.
La nostra vita può essere descritta da quello che si vede e si costata. Abbiamo un nome, una famiglia, una storia. Abitiamo in un posto. Ci mettiamo a lavorare, cerchiamo degli amici, amiamo e soffriamo. Tutto questo è molto concreto e preciso.
Nella vita quotidiana quello che si vede e si manipola non è però tutto. Quello che costatiamo, siamo e produciamo della nostra vita, è veramente «nostro», frutto della fatica del nostro esistere. In esso, però, è presente un evento più grande, che ci permette d’essere quello che siamo.
A questo livello misterioso si colloca la presenza di Dio nell’umanità dell’uomo. Per questo, la presenza di Dio non esclude l’incertezza della ricerca, la sofferenza e il dolore, la tristezza della solitudine.
La persona cresce in autenticità quando si abilita progressivamente al coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio, che l’Incarnazione svela e consegna. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell’avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell’esistenza.
Una pastorale, costruita sul criterio dell’Incarnazione, spinge a ritrovare il senso nella nostra esistenza nel rischio dell’affidamento al mistero in cui viviamo e siamo: il mistero della nostra vita, immersa nel mistero di Dio.

5.2. Lo splendore di Dio nel volto umano di Gesù

La meditazione dell’Incarnazione suggerisce un altro prezioso orientamento operativo. Gesù ci rivela il volto di Dio nella grazia della sua umanità. La storia di Gesù si colloca dentro la storia dell’umanità che cerca con ansia il volto di Dio e, in qualche modo, ne anticipa i segni della presenza.
Un momento alto e solenne di questa manifestazione è tutto l’AT, la grande storia dell’alleanza di Dio con l’uomo e, in modo particolare, con il popolo che si è scelto, calmandolo delle sue benedizioni. Anche Gesù l’ha ricordato tante volte e non potremmo incontrare Gesù se non nel suo popolo.
Gesù, però, ci rivela un volto speciale di Dio, in continuità e in rottura con la rivelazione anticotestamentaria. L’ha ricordato lui stesso tante volte: «Sapete che è stato detto […] Ma io vi dico […]» (si veda, per esempio, Mt5, 43 ss). Più che i singoli particolari, la novità della rivelazione di Gesù su Dio riguarda proprio il mistero della sua presenza nella storia dell’uomo.
Eravamo abituati a pensare Dio nello splendore della sua potenza, capace di distruggere i suoi nemici con il braccio potente e la mano tesa, vincitore in ogni confronto perché autorizza i suoi profeti a giocare per vincere sempre… come Mosé, come Elia. Tutta la sua vita è rivelazione del mistero di Dio. Lo è, però, in un modo specialissimo nella croce: Gesù, schiacciato sotto il peso del dolore, dell’ingiustizia, sconfitto dalla prepotenza dai suoi nemici e dalla ignavia dei responsabili politici, dichiara, con le parole più solenni di cui dispone, chi è Dio e chi siamo noi. Il Dio che lui invoca come Padre chiama a libertà e a responsabilità, sollecitando al rischio di confessare la sua Signoria sulla storia proprio nel momento in cui tutto sembra sconfessarla.
Ha ragione chi provoca Gesù: «Ha salvato gli altri, ora non è capace di salvare se stesso! Lui, il Messia, il re d’Israele: scenda ora dalla croce, così vedremo e gli crederemo!» (Mc15, 32). La risposta di Gesù è perentoria. Dichiara chi è, qual è il suo progetto, chi è Dio, sacrificando tutta la sua esistenza, in un gesto di affidamento totale al Padre.
Gesù ci manifesta Dio nella pienezza della sua verità, attraverso la via, impegnativa e responsabilizzante, del segno.
«Chi è il Dio da mettere al centro della vita e da far riconoscere come il Signore, l’unico nome in cui possiamo avere la vita?», si chiede chi vuole impegnarsi in attività pastorali con i giovani. Gesù è la risposta, unica e definitiva.
Nel nome della vita, Gesù rimette in piedi e a testa alta tutti coloro che vivono piegati sotto il peso delle sopraffazioni. Restituisce dignità a chi ne era considerato privo. Ridà salute a chi è distrutto dalla malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio è utilizzato contro la vita e la felicità dell’uomo. Egli è davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: «Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall’Egitto, perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta» (Lev 26,13).
Pensiamo, ancora, alla disputa tra Gesù e i farisei a proposito della guarigione, avvenuta di sabato, di quel povero uomo che aveva una mano paralizzata (Mt 12,1-14). Per la teologia dominante Dio andava onorato prima di tutto rispettando il sabato. L’uomo paralizzato poteva aspettare: sei giorni della settimana erano a sua disposizione, il settimo era invece tutto e solo per la gloria di Dio (Lc 13,10-17). Gesù propone una teologia molto diversa. La vita e la felicità dell’uomo sono la grande confessione della gloria di Dio. Anche il sabato è in funzione della vita. Gesù non chiede di scegliere tra Dio e la felicità dell’uomo. Afferma, senza mezzi termini, che la gloria di Dio sta nella felicità dell’uomo. Il sabato è per Dio quando è per la vita dell’uomo.


5.3. Un confronto continuo con la cultura

Un terzo orientamento pastorale scaturisce dall’Incarnazione. La consapevolezza che Dio si fa parola per noi nelle nostre parole umane e che noi rispondiamo a lui nello stesso modo, conduce ogni ricerca sulla pastorale ad un irrinunciabile confronto con la «cultura».
Cultura significa orientamenti di vita, valori, indicazioni di prospettiva e scelte concrete. Ogni stagione propone un suo modello di cultura e ne mette tra parentesi altri che, in una diversa epoca, erano quelli dominanti. Nella pastorale si realizza un rapporto, molto stretto, tra l’evento e la cultura in cui esso si esprime. Basta pensare ai profondi cambi culturali in atto, soprattutto nel mondo giovanile, per intuire immediatamente quanto sia decisiva questa affermazione.
Le parole pronunciate dall’evangelizzatore e quelle espresse da colui che accoglie o rifiuta la proposta, non sono in assoluto l’evento di Dio che si piega verso l’uomo e l’accoglienza (o il rifiuto) di questa offerta da parte dell’uomo. Sono sempre invece una realtà che tenta di rendere presente qualcosa che resta mistero insondabile e inverificabile.
Da una parte, riconosciamo così che il segno, attraverso cui sveliamo il mistero di Dio e la decisione dell’uomo, è sempre di tipo culturale. Per questo è collocato in situazione di fragilità e, in qualche modo, di relatività. Dall’altra siamo spinti a dire il Vangelo di Gesù in una fedeltà che sa rinnovarsi, sotto le provocazioni dei cambi culturali. Non si tratta, infatti, di ripetere passivamente l’esperienza cristiana, ma di renderla vitalmente e comprensibilmente presente in altre culture.
Non possiamo di sicuro ridurre il processo ad un semplice gioco linguistico la cui forza è legata alle mille sottili astuzie del nostro quotidiano conversare. La potenza dello Spirito rende questa «parola» capace di suscitare ed esprimere la fede. Tutto avviene, però, sotto il segno della «sacramentalità»: quello che si vede, si sente e si costata rivela (e, nello stesso tempo, nasconde: «ri»-vela) la realtà misteriosa di cui è segno. Lo fa nella trama delle logiche umane quotidiane cui ha deciso di non sfuggire neppure la parola di Dio.
Tutto questo riempie ogni azione e riflessione pastorale di un’esigenza qualificante: alla comunità ecclesiale e ad ogni evangelizzatore si richiede uno stile assai originale di «fedeltà». Non possiamo porre sullo stesso piano l’evento e le espressioni culturali in cui esso si rende presente. Al contrario, siamo sollecitati ad un atteggiamento assai diverso: una profonda azione di discernimento, da attuare nella comunità ecclesiale e sotto la guida autorevole di coloro che nella comunità hanno il ministero di condurci nell’unità alla verità, per guardare con coraggio in avanti profondamente radicati nel passato, alla ricerca di parole e gesti che risuonino nel presente come «buona notizia» per la vita e la speranza di tutti.



6. L’OBIETTIVO: LA VITA CRISTIANA DEI GIOVANI

Chi fa pastorale giovanile riconosce una specie di urgenza prioritaria inderogabile, che è, nello stesso tempo, obiettivo e condizione: restituire all’uomo una qualità matura di vita, entrando, con decisione e competenza, nel crogiolo dei molti progetti d’uomo sui quali si sta frantumando la nostra cultura.
Questo obiettivo è certamente un tipico problema educativo. Non tutto però può essere ridotto a interventi solo educativi. L’educatore credente sa che senza l’annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l’uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l’incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita. Questo incontro è sempre espressione di un dialogo d’amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell’uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell’iniziativa di Dio.
La scelta degli orientamenti non ci permette solo di assicurare un confronto reciprocamente arricchente anche tra persone che fanno cose diverse. Ci aiuta soprattutto a passare decisamente all’azione. Nella riflessione è possibile elencare le diverse posizioni. L’azione pastorale richiede, invece, decise e coraggiose scelte di campo, orientandoci nella trama complessa di opportunità e prospettive. Senza una criteriologia fondamentale è impossibile fare progetti in una stagione di pluralismo, se si riconosce nel vissuto ecclesiale il luogo dove lo Spirito di Gesù chiama oggi la sua Chiesa.
In questo contesto è sufficiente un rapido richiamo ad una scelta fondamentale su cui costruire l’obiettivo e il metodo. Le moltissime altre cose, riguardanti questo tema, possono essere ritrovate lungo le pagine del libro, nei contributi che affrontano la dimensione teologica della vita cristiana.


6.1. Un modo di dire: invocazione

Quello che nel modello tradizionale di pastorale giovanile veniva indicata attraverso la formula «integrazione tra fede e vita», è possibile riesprimerlo, con sensibilità rinnovata, nella espressione «esperienza di invocazione». Possiamo raccogliere la qualità della vita attorno alla capacità di «invocare». Di conseguenza, possiamo progettare la pastorale giovanile come abilitazione all’invocazione e esperienza di saturazione, gioiosa e responsabilizzante, dell’invocazione.
Nel contesto di queste riflessioni, invocazione ha un significato preciso. Significa un atteggiamento personale di affidamento a qualcuno che sta oltre il proprio vissuto, tra l’esperienza e la speranza. Indica quindi uno stile di esistenza: il superamento del limite, riconosciuto e accolto, per immergersi, in modo più o meno consapevole, nell’abisso del mistero di Qualcuno o Qualcosa che sta oltre, di cui ci si fida e a cui ci si affida. Spesso questa "realtà" non è stata ancora incontrata in modo esplicito, ma essa è implicitamente riconosciuta capace di sostenere la personale domanda di vita e di felicità, e di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Una immagine può aiutare a decifrare meglio il senso dell’espressione: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.
In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto, protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.
L’esercizio del trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle, restituendo alla vita. Nell’esercizio al trapezio, nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte.
Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte. Essa è il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.


6.2. Invocazione è esperienza di trascendenza

L’invocazione è una esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo, essa è già esperienza di trascendenza, sporgenza verso il mistero dell’esistenza.
Lo è ai primi livelli di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato in modo esplicito, fino a riconoscerne nome e qualità, ma che implicitamente ravvisa capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.
Lo è soprattutto nella espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nell’accoglienza del mistero dell’esistenza. Ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.
Anche quando la persona raggiunge il livello più alto di maturazione religiosa, l’invocazione non si spegne, come se la persona avesse finalmente raggiunto la capacità di saturare tutte le sue domande esistenziali. A questo livello è riconsegna al silenzio inquietante di una presenza che sta oltre la propria solitudine, che viene dal mistero della trascendenza.
Superiamo il limite della nostra esistenza per immergerci nell’abisso sconfinato di Dio. Fondati nella fiducia, ci affidiamo all’abbraccio di Dio.


6.3. Riunificare l’esistenza attorno all’invocazione

L’invocazione non è riducibile ad una delle tante esperienze che riempiono la vita di una persona, paragonabile, per esempio, alla ricerca del lavoro o a qualche hobby che impegna le energie nel tempo libero. Essa rappresenta invece, di natura sua, il tessuto connettivo di tutte le esperienze di vita: quasi una nuova radicale esperienza che interpreta e integra le esperienze quotidiane, in qualcosa di nuovo, fatto di ulteriorità cosciente e interpellante.
La capacità di riunificazione sta nella ricerca di un significato per la propria vita, sufficientemente armonico e capace di dare consistenza al senso e alla speranza.
Al livello iniziale l’invocazione è soprattutto tensione verso un ulteriore, capace di dare ragioni e fondamento all’esistenza personale. Ogni frammento di vissuto ed ogni esperienza personale, infatti, lancia e satura qualcuna delle tante domande di senso e di speranza che salgono dalla nostra quotidiana esistenza. Queste diverse domande si ricollegano in una più intensa che attinge le soglie profonde dell’esistenza: a questo livello, la domanda coinvolge direttamente il domandante e, normalmente, resta domanda spalancata verso qualcosa di ulteriore, anche dopo il necessario confronto con le risposte che ci costruiamo o che accogliamo come dono che altri ci fanno.
Al livello più alto e maturo, quando la domanda stessa si perde nell’abisso del mistero incontrato e sperimentato, l’invocazione è affidamento ad una «presenza» che è sorgente della vita dello stesso domandante. Nell’abbandono ad un tu scoperto e sperimentato, l’io ritrova la pace, l’armonia interiore, la radice della propria speranza.
Come si nota, la riunificazione non sta nel «possesso», ma nella «ricerca»: non sono i dati sicuri quelli che possono fondare l’unità, ma la tensione, sofferta e incerta, verso un ulteriore e la riconsegna di tutta la propria esistenza a questo «evento», sperimentato e incontrato, anche se mai posseduto definitivamente.


6.4. Educazione e evangelizzazione per la vita e la speranza

L’invocazione è una esperienza di vita quotidiana, frutto di intelligenti processi educativi. Può essere educata. Viene educata però in due modalità che possono apparire all’opposto. Viene educata quando l’educatore opera sui germi iniziali di invocazione e attiva processi capaci di svilupparli, fino ad un esito soddisfacente. Viene però educata anche quando l’evangelizzatore (l’educatore cioè che fa proposte, ponendo davanti alla persona il mistero in cui la nostra vita e avvolta e la sua personale esperienza di questo mistero) evangelizza, con decisione e coraggio, rispettando, però, modalità comunicative capaci di suscitare libertà e responsabilità.
Questo è il punto: l’invocazione si propone come il luogo esistenziale privilegiato dove il Vangelo può risuonare come una buona notizia per la vita e la speranza. Ma vanno superati i modelli solo responsoriali: ti offro una risposta solamente quando hai una domanda coerente. L’offerta della risposta, quando è realizzata in modo «sensato», è capace di scatenare la domanda stessa, di educare cioè l’invocazione.
I due processi (educare alla domanda e scatenare la domanda stessa offrendo risposte) si incrociano sulla stessa piattaforma dell’invocazione e della sua educazione.
La vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo, ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di invocazione. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.
Per questo, l’invocazione è educabile. Un certo processo educativo la può sostenere e sollecitare adeguatamente. Serve la maturazione della persona e la spalanca verso l’attenzione e l’apertura sul trascendente.
L’evangelizzazione, nello stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione dell’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.
L’evangelizzazione non può quindi essere realizzata in un dopo cronologico rispetto alla maturazione dell’invocazione, anche se esige un buon livello di invocazione, per risuonare come buona notizia. La scansione è solo logica, fino al punto che la stessa evangelizzazione diventa un ottimo momento educativo in ordine alla maturazione e al consolidamento dell’invocazione.
Educhiamo all’invocazione per permettere alle persone di spalancarsi sul mistero annunciato. Evangelizziamo il Dio di Gesù per dare pane a chi lo cerca e sorgenti d’acqua fresca all’assetato; ma lo annunciamo con forza e coraggio per far crescere la fame e la sete di pienezza di vita.
I due processi non possono essere sperimentati e proposti come se fossero alternativi. Purtroppo, qualcuno le vive così, producendo conseguenze che considero preoccupanti. Educare senza evangelizzare è troppo poco per un buon progetto di pastorale giovanile. Evangelizzare ignorando le logiche esigenti dell’educazione, ci porta verso forme di esperienza religiosa, rigide e reattive.



7. QUALCHE SUGGERIMENTO OPERATIVO

Sull’obiettivo va costruito il metodo, selezionando e organizzando le risorse disponibili per creare le condizioni favorevoli al raggiungimento dell’obiettivo nelle concrete situazioni di vita.


7.1. Un atteggiamento di fondo: dai progetti alle strategie

In questi anni ci siamo abituati a lavorare per «progetti». Ed è certamente una conquista preziosa, contro l’eclettismo, la superficialità e l’arrembaggio, tipici di un certo modo di fare educazione e pastorale.
È necessario fare un passo avanti. Siamo in una stagione di larga frammentazione e di complessificazione. Essa investe e attraversa soprattutto i giovani più attenti all’oggi e più inseriti nelle sue dinamiche. Scegliere modelli operativi forti e organici (i «progetti») può far correre il rischio di reagire ad alcuni limiti innegabili, attivando procedure che taglieranno fuori, però, i più deboli, quelli che di fatto sono maggiormente sensibili alle logiche e alla cultura dominante. Anche questo è un modo di fare discriminazione.
L’alternativa è quella di elaborare prospettive di futuro mediante «strategie» (e cioè mediante indicazioni di priorità e di sequenze), che possono aprire verso operazioni differenziate.
Dove sta la differenza? Non è solo un gioco di parole. Nel progetto tutto è stabilito in partenza (obiettivo e metodo), con la possibilità di assicurare una buona verifica, misurando l’esito raggiunto su quello che era stato previsto. La categoria dominante è quella della coerenza.
Nella strategia, invece, il già consolidato e le ipotesi di partenza sono considerate preziose, ma non rappresentano il dato sicuro e il riferimento per la coerenza. L’elemento qualificante è offerto dall’attenzione all’oggi e al presente (in chiave educativa, perché non è mai rassegnazione…) e dalla capacità di inventare e di scommettere su direzioni di futuro.


7.2. Ripensare alla fedeltà

Nei modelli educativi e pastorali tradizionali il tema della «coerenza» e quello della «fedeltà» ritornavano con insistenza. L’uno richiamava l’altro e sulla loro misura venivano costruite le raccomandazioni e valutato il livello raggiunto di maturazione umana e cristiana.
Nella logica della coerenza e della fedeltà il riferimento corre verso il passato e al presente viene affidato il compito di funzionare come banco di prova. Il futuro ha poco da aggiungere rispetto a quanto ci viene dal passato; al massimo rappresenta il luogo del premio o del castigo.
Le trasformazioni culturali in atto hanno violentemente pregiudicata questa visione. Non hanno però offerto solo una contestazione, mettendo in discussione ciò che doveva restare assodato e tranquillo. Ci hanno, invece, aiutato a scoprire prospettive nuove.
Se pensassimo la fedeltà (e la coerenza) come tensione verso il futuro, cercando di modificare, in questa logica nuova, modelli comunicativi e propositivi?
Alla radice sta, come sempre, la spinosa questione del senso. Il modello tradizionale collegava il senso all’acquisizione progressiva nel presente di quanto il passato ci consegna. Oggi possiamo riformulare la fondazione del senso in un rapporto originale tra passato e futuro, per ritrovare il senso della vita nel «possesso» del presente.
Senso è ragione e fondamento della nostra concreta esistenza, capace di interpretare i singoli avvenimenti e ricondurli ad unità. La sua ricerca è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, ed è tensione verso qualcuno o qualcosa che offra le buone ragioni di ogni decisione e scelte importanti. Queste «buone ragioni» non ce le possiamo dare noi, da soli. Troppi eventi le mettono in crisi, nel momento in cui pensiamo di non aver più bisogno del contributo di altri. Esse sono un dono, che ci viene da lontano. Vengono dagli altri, dal passato, da quella trama di eventi e persone per cui e in cui esistiamo. Vengono, alla radice, da Dio che si è fatto vicino, tempo nel nostro tempo, per essere la ragione del nostro vivere e sperare. Il futuro è parte del presente perché ne rappresenta il sogno e la realizzazione, almeno nella promessa.
Per questo, il recupero nella memoria degli eventi che ci avvolgono, come l’aria che respiriamo, è condizione pregiudiziale per vivere il presente in una intensa esperienza di senso.
Fare memoria per dare senso al presente non coincide però con la ripetizione del passato, ma richiede quella capacità di discernimento critico che permette di interpretare il vissuto, distinguendo tra la passione che ha spinto verso realizzazioni precise e le realizzazioni stesse.
Al presente restituiamo quelle esigenze che la cultura attuale ha permesso di riscoprire come dimensione irrinunciabile di ogni esistenza autentica: la riscoperta della soggettività come realtà non pattuibile, la solidarietà in chiave orizzontale, il «gusto» della vita e la voglia di felicità… Facendo memoria, siamo abilitati ad accogliere queste esigenze e a riformularle all’interno di quella dimensione di oggettività che la vita si porta dentro. Il tempo e la sua scansione determinano una specie di piattaforma esistenziale per questa esperienza: il presente è radicato nel passato e aperto in responsabilità non pattuibile verso il futuro.
L’attenzione verso il presente sollecita, nello stesso tempo, ad una profonda capacità prospettica.
Alle sfide dell’oggi vogliamo rispondere con un’azione che sappia prevedere, riorganizzare, ridefinire compiti e priorità, inventare risorse e ridisegnare l’uso di quelle disponibili.
Anche questo è un momento della memoria: l’oggi, ricompreso dalla prospettiva del passato, si protende verso un futuro nuovo.
La proiezione verso il futuro restituisce serietà alla memoria ed evita di bruciare tempo ed energie nel vuoto rincorrersi di rimpianti del passato.
La tentazione è facile. Nelle situazioni di crisi, quando i problemi incombono e sembrano pronti a sommergere le persone, riaffiora la nostalgia dei «bei tempi». Si consolida l’impressione che allora tutto filasse a puntino e che, in ultima analisi, è sufficiente ritornare con coraggio a ripetere quei gesti, per non dover più fare i conti con le crisi che ci investono.
Lo sguardo verso il futuro restituisce, invece, alla fedeltà la capacità inventiva. Nel progetto, pieno del rischio del futuro, rimettiamo in gioco la capacità di servire la vita e di consolidare la speranza.


7.3. Una pastorale di «quotidianità educativa»

Una constatazione ci sfida e ci interpella: le persone (i giovani soprattutto) definiscono sempre di più la loro identità personale, colgono i problemi ed elaborano le risposte al di fuori dei luoghi educativi tradizionali. I luoghi della vita quotidiana vengono spesso vissuti come luoghi alternativi rispetto a quelli tradizionali, progettati come luoghi di «protezione» e di crescita.
I luoghi della vita quotidiana sono i luoghi di fatto di un buon progetto educativo e pastorale e della sua realizzazione.
La comunità ecclesiale li riconosce in modo consapevole e ripensa la sua relazione con essi, soprattutto attraverso l’impegno responsabile di adulti.
Stimo importante e qualificante porsi seriamente il problema ed immaginare soluzioni motivate, soprattutto in una stagione in cui molti tendono a superare il coinvolgimento in attività e campi che sembrano svigorire la forza profetica dell’esperienza cristiana.
Per questo, la comunità ecclesiale si scopre fortemente attenta verso gli ambiti concreti di vita. Quali siano questi ambiti, ogni operatore lo sa benissimo. Faccio solo qualche esempio per indicare verso quali direzioni dovrebbe essere condotta la ricerca.
Un rilievo particolare va riconosciuto oggi alla «scuola», per i notevoli cambi che sta realizzando e per la consapevolezza che per alcuni giovani (che vivono abitualmente ai margini della istituzione ecclesiale) e per alcuni ambienti (basta pensare a tante zone lontane dai vantaggi e dai problemi dei tessuti urbani…) è l’unico luogo di incontro, di confronto e di relazione.
Accanto alla scuola desidero collocare lo sport e il tempo libero, come momento di incontro, confronto, esperienza di una qualità nuova di vita. Anche a questo livello l’esperienza cristiana non cerca la differenza ma il modo più ampio di servizio all’uomo, alla sua vita e al consolidamento della speranza.
Per molti giovani uno spazio di quotidianità è rappresentato dal lavoro: le prime esperienze di lavoro e, purtroppo, la ricerca di un posto di lavoro.
L’attenzione alla quotidianità esige un rilancio della funzione dell’adulto come componente indispensabile di ogni processo educativo, in quanto testimone di un vissuto e propositore, anche critico di modalità di vita (anche di vita cristiana). Una dimensione particolare di questa presenza è costituita dall’assunzione di impegni educativi nell’esercizio di funzioni professionali abitualmente considerate lontane da ogni impatto educativo, operando un coinvolgimento su questa responsabilità delle figure di adulti che di fatto attraversano la vita dei giovani.


7.4. Fare proposte

All’interno di questo forte servizio educativo, un buon progetto educativo e pastorale deve prevedere anche la proposta ai giovani di un progetto di vita, con esplicito riferimento a Gesù nella comunità ecclesiale. Non si tratta di assicurare proseliti, ma di servire la vita, e la vita richiede l’immersione nel mistero di Dio per essere assicurata in pienezza anche di fronte a ciò che la mette inesorabilmente in crisi (dolore e morte).
L’ urgenza va rilanciata con forza, per non ridurre il servizio pastorale ad una supplenza di servizi educativi che competono alle istituzioni civili, lasciando il compito evangelizzatore alle vecchie logiche indottrinanti.
Il confronto con modelli ed esperienze diffuse spinge a riconoscere l’urgenza di esperienze forti, capaci di scatenare attenzione e crisi, per aprire verso l’inedito, e, di conseguenza, di personalità forti, capaci di creare identificazione e ascolto. Lo esige anche la qualità della proposta cristiana, che non può essere ridotta a qualcosa di scontato e tranquillizzante.
In una situazione culturale come è l’attuale non possiamo però dimenticare che l’urgenza di fare proposte è fortemente collegata alla qualità delle proposte stesse. Soprattutto non possiamo ignorare, in qualsiasi proposta, la necessità inderogabile di assicurare sempre le condizioni irrinunciabili per favorire l’interiorizzazione della proposta e la sua capacità liberante e responsabilizzante.
Inoltre, in un tempo di larga complessificazione è doveroso offrire pluralità di proposte, come espressione differenziata di un quadro unitario fondamentale. Questa pluralità di proposte è una risposta a situazioni differenziate. In questo modo le proposte diventano concrete, aperte verso tutti, orientate verso i referenti concreti cui vuole rivolgersi.



8. UN SOGNO SULLA PASTORALE GIOVANILE

La comunità ecclesiale crede che il Vangelo di Gesù è una «bella notizia» per tutti i giovani. Per questo, annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi. Essa fa un annuncio, che è di senso e di speranza contro la morte. Le parole che dice sono, prima di tutto, la vita che torna nelle gambe rattrappite del povero paralitico e negli occhi spenti del cieco dalla nascita. In questo modo, realizza «una pastorale giovanile [...] della gioia e della speranza, che trasmette il lieto messaggio della salvezza ad un mondo tanto spesso triste, oppresso e disperato, in cerca di liberazione» [2].
Si lavora davvero così? Se lo chiede l’autore di questo contributo e l’équipe che ha curato l’insieme della proposta.
E’ difficile rispondere in modo convincente. Forse è meglio spostare l’angolo di lettura: dalle analisi ai sogni.
Questa proposta è come un lungo sogno sulla pastorale giovanile. Chi dedica le giornate e gli anni a pensare a problemi e progetti di pastorale giovanile, ogni tanto se li sogna anche di notte. Come capita in ogni sogno, gli elementi si confondono e le prospettive sono sovrapposte. Si intrecciano indicazioni già realizzate, di immediata costatazione, e punti che sono molto lontani dall’essere realtà.
Questo è il bello dei sogni: non è detto che sia tutto esatto, corretto e adeguato; ma lo si sopporta; tanto è solo un sogno. C’è però il rischio felice che, presto o tardi, qualcosa del sogno si traduca in vissuto quotidiano, se abbiamo il coraggio di desiderarlo intensamente e se ci buttiamo nell’avventura sognata con speranza operosa.



Note
F.X.ARNOLD, Pour une théologie de l’apostolat. Principes et histoire Desclée, Tournai, 1961, 77.
2 Puebla. L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, n.1205.


Bibliografia
Azione Cattolica Italiana - Settore Giovani, Cose nuove e cose antiche. Comunicare la fede ai giovani d’oggi, Roma, AVE, 1994; BOSCO G. B. (ed.), Giovani e vocazione, LDC, Leumann TO, 1993; Educare i giovani alla fede, Ancora, Milano, 1990; Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Condizione giovanile ed annuncio della fede, La Scuola, Brescia 1979; MIDALI M. - TONELLI R. (edd.), Dizionario di pastorale giovanile, LDC, Leumann 1990; NAPOLIONI A., La strada dei giovani. Prospettive di pastorale giovanile, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994; ORLANDO V. - PACUCCI M., La pastorale giovanile. Occasione per una rinnovata progettualità nelle Chiese del Sud, Vivere in, Roma, 1999; Parrocchia e giovani. Itinerari pastorali per le nuove generazioni, Dehoniane, Roma, 1989; TONELLI R., La narrazione nella catechesi e nella pastorale giovanile, LDC, Leumann TO, 2002; ID., Itinerari per l’educazione dei giovani alla fede, LDC, Leumann TO, 1989; ID., Per la vita e la speranza. Un progetto di pastorale giovanile, LAS, Roma, 1996; ID., Per una pastorale giovanile al servizio della vita e della speranza. Educazione alla fede e animazione, LDC, Leumann TO, 2002; TRENTI Z., Giovani e proposta cristiana. Saggio di metodologia catechetica per l’adolescenza e la giovinezza, LDC, Leumann TO, 1985; VECCH J. E., Dire Dio ai giovani, LDC, Leumann TO, 1999; VILLATA G., Giovani, religione e vita quotidiana. Da un approccio sociologico ad un progetto pastorale, Piemme, Casale, 1983.

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