Gesù, modello

nella preghiera

Anselm Grün

 

Come Luca, nessun altro evangelista ha descritto Gesù quale uomo di preghiera. Gesù è il grande orante. Durante i più importanti avvenimenti della sua vita egli prega: di fronte alle decisioni da prendere, prega; si ritira continuamente in un luogo solitario per pregare il Padre suo. Quando Luca scrive di Gesù come di colui che prega, ha sempre in testa il cristiano credente. La preghiera è per Luca soprattutto una via per superare le situazioni difficili della vita. Come Gesù pregando viene a capo della sua passione, così il cristiano deve appoggiarsi a Dio nella preghiera, per giungere, attraverso tutte le situazioni difficili, alla gloria. La preghiera è una via per esercitarsi nell'atteggiamento di Gesù ed essere pervasi dal suo Spirito.
Gesù mostra quel che potrebbe accadere, anche a noi, nella preghiera. Gesù prega durante il battesimo e il cielo si apre sopra di lui (3,21). Questa è una bella immagine per indicare l'effetto della preghiera: quando preghiamo, il cielo si apre sopra di noi, nella preghiera lo Spirito Santo discende su di noi. E nella preghiera sperimentiamo che siamo amati incondizionatamente da Dio. Nella preghiera riconosciamo chi siamo veramente. Quando Gesù guarì il lebbroso e gli uomini accorsero da ogni parte, egli «si ritirò in luoghi solitari a pregare» (5,16). La preghiera è un rifugio in cui possiamo ritirarci per essere protetti dal rumore del mondo e dalle aspettative degli uomini. Prima di scegliere tra i suoi discepoli i dodici apostoli, egli trascorse l'intera notte sul monte a pregare Dio (6,12). La preghiera ci rende capaci di prendere delle buone decisioni. Prima della confessione di Pietro, Gesù prega in solitudine (9, 18). Evidentemente si prepara nella preghiera ad avviare i discepoli al mistero della sua sofferenza e del loro cammino di sequela nella croce.
Solo Luca parla della preghiera di Gesù durante la trasfigurazione: «E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Nella preghiera entriamo in contatto col nostro vero essere: cade tutto quanto è superficiale, vanno in pezzi le maschere dietro le quali ci nascondiamo. Trasfigurazione significa che traspare l'autentico, la nostra bellezza originaria: lo splendore di Dio che è in noi brilla sul nostro volto, riconosciamo di essere gloria di Dio. Nell'episodio della trasfigurazione, accanto a Gesù compaiono Mosè ed Elia. Mosè è il legislatore e il liberatore. Se preghiamo, la nostra vita ritrova l'ordine e noi sperimentiamo in Dio la vera libertà: l'opinione che gli altri uomini hanno su di noi non è più così importante. Elia è il profeta. Nella preghiera scopriamo la nostra missione profetica. Lì intuiamo che con la nostra vita possiamo esprimere qualcosa che può manifestarsi in questo mondo solo attraverso di noi. Nella preghiera - così ci dice il racconto della trasfigurazione di Gesù - entriamo in contatto con il nostro vero essere, e la gloria di Dio risplende in noi. Tuttavia non è possibile fissare questa esperienza di preghiera. Essa ci sfugge continuamente: una nuvola oscura di nuovo il nostro sguardo e noi dobbiamo tornare, con il solo ricordo di questa esperienza di luce, nella valle spesso nebulosa del nostro quotidiano.
Luca ci descrive il momento più alto della preghiera di Gesù nella passione. Gesù prega sul monte degli Ulivi e lotta con la volontà di Dio. Allora gli appare un angelo dal cielo a fortificarlo. Pregare non è sempre solo esperienza di pace, può essere anche una lotta dolorosa con la volontà di Dio. Ma a colui che prega Dio invia il suo angelo per infondergli nuova forza. L'angelo tuttavia non preserva Gesù dalla paura. Gesù si trova ad avere paura della morte: suda dalla paura. Ma proprio allora prega con ancor più insistenza (22,44). Questa scena della preghiera sul monte degli Ulivi ci viene dipinta da Luca sullo sfondo della fatica che molti fanno quando pregano - oggi come allora. Nella preghiera viviamo spesso l'oscurità, abbiamo l'impressione che il nostro pregare cada nel vuoto, che non serva a nulla, che nulla accada. Dio, come nascosto dietro un muro spesso, sembra tacere. Siccome non arriviamo fino a Dio, ci succede abbastanza di sovente la stessa cosa che è successa ai discepoli: ci addormentiamo. La nostra preghiera si addormenta. E Gesù deve scuoterci dal torpore: «Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione» (22,46). Come a Gesù, capiterà anche a noi di trovarci nelle stesse situazioni difficili - solitudine, abbandono, paura, fatica e dolore -: la preghiera è per noi la via con cui superare le tentazioni, come Gesù, e appoggiarsi a Dio anche nelle situazioni più difficili.
La preghiera sul monte degli Ulivi dà evidentemente a Gesù la forza di sopportare la via crucis. Essa gli regala la certezza che anche nella morte egli non può restare escluso dalle buone mani di Dio. La preghiera di Gesù culmina nella sua preghiera in croce. Appeso alla croce, Gesù non prega solo per sé, ma anche per i suoi assassini: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (23,34). E muore con una preghiera sulle labbra: si tratta di un verso del Sal 31, la preghiera ebraica della sera. Come un ebreo devoto, Gesù pronuncia alla fine della sua vita questa preghiera: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46). Ma alle parole del salmo Gesù aggiunge l'appellativo: «Abbà». Proprio sulla croce egli si rivolge a Dio teneramente come a suo Padre. Nelle amorevoli mani di suo Padre egli depone il suo spirito. Nella morte egli ritorna al Padre. La preghiera trasfigura il suo morire. Malgrado ogni crudeltà, Gesù resiste e continua a pregare, restando così in relazione con Dio, nel bel mezzo del suo più grande travaglio. Sì, la relazione con Dio lo libera dal potere degli uomini. Gli stessi suoi assassini non possono trionfare su di lui. La preghiera lo solleva su in alto, in un mondo a cui le urla dei suoi carnefici non possono avere accesso. La preghiera, dunque, accompagna Gesù dall'inizio alla fine del suo operato, fin sulla croce. Essa mostra qual è il luogo in cui Gesù ha trovato il suo vero sostegno e rivela che Gesù, per la forza della preghiera, ha potuto percorrere la sua via anche attraverso la situazione più difficile, quella della morte, poiché il cielo era aperto sopra ogni dolore ed egli sapeva di essere una cosa sola con il Padre.

Gesù, maestro di preghiera

Se la preghiera di Gesù aveva un tale effetto sanante e liberante, allora non c'è da stupirsi che i discepoli lo preghino così: «Signore, insegnaci a pregare» (11,1). In Luca Gesù mostra ai discepoli non solo per che cosa devono pregare, ma soprattutto in che modo e con quale disposizione devono farlo.
Per che cosa i cristiani debbano pregare Gesù lo dice ai discepoli nelle parole del Padre nostro. Molti esegeti ritengono che Luca abbia conservato la versione originaria del Padre nostro. L'evangelista ha sempre un grande rispetto per il suono originale delle parole di Gesù: «Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, dacci il pane necessario di ogni giorno e perdona i nostri peccati, poiché anche noi perdoniamo i nostri debitori, e non ci indurre in tentazione» (Bovon, Das Evangelium nach Lukas, 118). Gesù si è rivolto a Dio chiamandolo sempre 'Padre'. Nella preghiera che ci insegna egli ci fa prendere parte alla sua relazione con il Padre. «Il nome» è la realtà di Dio: esso deve essere santificato, deve potersi vedere nel nostro mondo ed essere riconosciuto da tutti gli esseri umani. «Il regno» è la signoria di Dio: esso deve farsi valere nel mondo, ma si trova anche dentro di noi. Se l'immagine di Dio risplende nel profondo del nostro cuore, allora il regno di Dio è giunto a noi (cfr. ibid., 128). «Il pane» che dobbiamo chiedere non è solo il pane materiale, ma allo stesso tempo il pane dell'amicizia e della comunione. Ed è il pane celeste, divino, è il pane vivo dell'eucaristia. Nella richiesta di remissione Luca sostituisce la parola 'colpa' con 'peccato': la parola greca per 'colpa', infatti, non si riferisce alla violazione di un comandamento divino; i peccati (hamartías) denotano le mancanze, le occasioni perse, le mete mancate, le omissioni (cfr. ibid., 134). L'ultima invocazione non intende chiedere che noi restiamo preservati dalle tentazioni, ma che Dio ce ne protegga. Il Padre nostro aramaico ha inteso certamente questa invocazione nel senso di: «Fa' che non cadiamo in tentazione» (ibid., 136). Nemmeno i Greci pensano che sia Dio stesso ad indurci in tentazione. D'altronde, l'essere umano non viene risparmiato dalle tentazioni. Voglia Dio darci la forza di non cadere nelle tentazioni, in modo che noi non ci perdiamo in esse.
Con la sua versione del Padre nostro Luca si rivolge ai neoconvertiti. Essi recitavano la preghiera in ricordo delle parole di Gesù ed essa era per loro l'elemento più importante della loro pietas. In queste parole essi entravano in contatto con lo Spirito di Gesù, con la sua personale relazione a Dio. Così la Didaché, composta alla fine del i secolo, prescrive ad ogni cristiano di pregare il Padre nostro tre volte al giorno. E in ogni celebrazione eucaristica esso veniva recitato prima della comunione: prima di ricevere il corpo di Gesù, diventiamo una cosa sola con il suo Spirito, che si esprime nel modo più chiaro proprio nel Padre nostro.
In che modo e con quale disposizione interiore dobbiamo pregare, Luca lo chiarisce con due parabole che fa seguire al Padre nostro. Per la parabola dell'amico importuno (11,5-8) Gesù ha davanti agli occhi un villaggio palestinese in cui non vi è alcun negozio. Ogni casa produce da sé il nutrimento necessario. Qui uno, che ha ricevuto una visita nel mezzo della notte, non ha nulla da offrire al suo ospite, il che per lui è penoso. In Oriente e in Grecia, infatti, l'ospitalità è un bene sommo. Allora si reca da un suo amico e bussa alla porta. Egli sa di procurare all'amico dei problemi: quello, infatti, deve alzarsi e aprire la porta sprangata con una trave. E dal rumore che egli fa nel togliere la trave rischia di svegliare i suoi bambini. Eppure l'ospitalità è un dovere sacro. Così quello si alzerà e darà all'amico che chiede tutto ciò di cui ha bisogno. Con questa parabola Gesù vuol dirci che Dio è nostro amico. E Luca interpreta questa parabola nel senso della filosofia greca: noi cristiani siamo amici di Dio (cfr. Grundmann, Das Evangelium nach Lukas, 234). Pregare significa parlare a Dio come a un amico: a Dio possiamo chiedere in modo sfacciato così come faremmo con un amico. Egli non ci caccerà via. L'amicizia tra Dio e noi è, infatti, molto più solida di quella tra gli uomini.
Soltanto Luca ci racconta la parabola dell'amico importuno. Da greco, l'evangelista ama la parola `amico'. Mentre Marco e Matteo utilizzano questa parola soltanto una volta, in Luca la troviamo ben diciotto volte. Per i Greci l'amicizia era un bene sommo. «I greci sono considerati il popolo classico dell'amicizia» (Treu, Freundschaft, 418). Sull'amicizia hanno scritto Socrate e Platone. L'amicizia è possibile solo tra uomini buoni. Nel Vangelo di Luca Gesù chiama i suoi discepoli 'amici' (12,4). Luca descrive la comunità di Gerusalemme come una lega ellenistica di amici. Così è ovvio che Luca applichi l'immagine dell'amico alla nostra relazione con Dio. Il mistero dell'amicizia si manifesta solo allorquando nella preghiera sperimentiamo Dio come amico nostro che ci dà quanto necessitiamo per vivere e per amare.
La seconda parabola spiega cosa significa avere Dio per padre (11,11-13). Ogni padre sa che cosa è bene per i propri figli. Nel cuore l'essere umano è assolutamente buono. Il padre si preoccupa per i suoi figli: non darà ad essi una pietra al posto del pane, o un serpente al posto di un pesce o, ancora, uno scorpione al posto di un uovo. Gesù tocca qui il senso dell'onore degli uomini. «Il lettore e la lettrice, quando si fanno questi esempi attribuendoli ad un padre, si sentono toccati nel vivo» (Bovon, Das Evangelium nach Lukas, n, 155). Dio è il nostro Padre buono: egli, che sa cosa ci fa bene, non ci deluderà e non ci darà nulla che possa nuocerci. Egli ci dona quel che ci dà nutrimento. Agostino interpreta simbolicamente i tre doni: il pane indica l'amore, il pesce la fede e l'uovo la speranza. Un buon padre non dà al figlio la pietra della durezza e del rifiuto al posto del pane dell'amore. Egli crede nel figlio e non lo ferisce come fa un serpente. E infine egli dona speranza al figlio e non lo avvelenerà, come fa uno scorpione, con l'amarezza o con i sensi di colpa.
Dio è il Padre buono che ci dona quanto di meglio ha da darci: lo Spirito Santo. Nello Spirito egli dona se stesso a noi, si fa vicino a noi. Lo Spirito Santo guarisce le ferite che ci vengono dal padre terreno, se costui ci ha passato la pietra, il serpente o lo scorpione ferendoci profondamente. La preghiera è per Luca il luogo in cui possiamo sperimentare la guarigione delle nostre ferite paterne e materne.

La vedova importuna e il giudice iniquo

Gesù prosegue il suo insegnamento sulla preghiera nel cap. 18. Là egli porta come una parabola , in cui al centro vi è una donna. Questo è conforme alla sua tendenza a dire qualcosa, in tutti gli argomenti importanti, mettendosi sia nella prospettiva dell'uomo che in quella della donna. Anche in merito alla preghiera Luca può parlare adeguatamente solo se porta degli esempi tratti dal mondo maschile e da quello femminile: mentre nel cap. 11 l'evangelista intende il suo insegnamento sulla preghiera come compimento dell'amore di Dio, nel cap. 18 parla della preghiera nella situazione angustiante che si verifica prima della venuta del Figlio dell'uomo.
La donna, che da vedova viene molestata da un nemico, rappresenta la comunità cristiana minacciata che si rivolge inutilmente all'autorità dello Stato. Il giudice, infatti, non teme Dio e non ha riguardo per alcuno. La vedova può però essere intesa anche come simbolo del singolo uomo. Allora essa descrive la situazione personale di quegli esseri umani che vengono oppressi dai nemici, che vengono feriti da altri uomini e che non possono difendersi. La donna che ha perso il marito è immagine della gente che ha - per così dire - una pelle sottile, cioè che è esposta senza protezione alle emozioni dell'ambiente. Costoro sono senza confini: tutta la negatività dell'ambiente circostante penetra in loro. La donna è da sempre anche immagine dell'anima, della sfera interiore dell'uomo, delle idee relative alla sua dignità divina. I nemici rappresentano i modelli che ostacolano la vita, le nostre debolezze che ci danno da fare e le ferite che la vita ci ha inferto. Il giudice che non si prende cura né di Dio né degli uomini simboleggia il super-io, l'istanza interiore, che vorrebbe farci piccoli e non ha alcun interesse per il nostro benessere. Per lui ne va solo di norme e principi. L'anima deve star ferma e accontentarsi di quello che trova.
Quella donna apparentemente impotente lotta per se stessa. Va di continuo dal giudice e lo esorta: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (18,3). Il giudice dialoga con se stesso (di nuovo il tipico mezzo stilistico delle commedie greche): «Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi» (18,5). Il termine greco significa qui letteralmente «fare nero, fare un occhio nero» (Heininger, Metaphorik, 202). L'ascoltatore può ridere sotto i baffi per il fatto che questo potente giudice ha paura della debole vedova, e del fatto che questa possa fargli un occhio nero! Eppure con questo soliloquio del giudice Luca spinge il lettore a confidare nel mezzo, apparentemente così debole, della preghiera: essa ha più potere di tutti i potenti. Nella preghiera l'uomo riceve ciò cui ha diritto: diritto alla vita, diritto al sostegno, diritto alla dignità. Nella preghiera possiamo sperimentare che gli uomini non hanno potere su di noi. Così come gli assassini di Gesù non hanno potuto trionfare su di lui che prega dalla croce, così anche coloro che ci opprimono non hanno alcun potere su di noi.
Se prendiamo la vedova come immagine dell'anima, questo significa allora che nella preghiera sperimentiamo che l'anima ha più diritto delle voci del super-io che vorrebbero mantenerci piccoli. Nella preghiera l'anima fiorisce, mette le ali. Lì entriamo in contatto con il nostro vero sé, con l'immagine originaria che Dio ha di noi. Il mondo non può offuscare l'immagine di Dio né, peggio ancora, distruggerla.

Il fariseo e il pubblicano

Luca conosce il pericolo di proporsi nella vita spirituale degli ideali troppo alti. Egli parla della preghiera incessante, ma un'immagine ideale così elevata porta sempre con sé anche una zona d'ombra. Corriamo allora il pericolo di porci, con la nostra preghiera, al di sopra degli altri, di sentirci migliori di loro. Luca si oppone al pericolo di quest'immagine ideale unilaterale, presentandoci il polo opposto nella parabola del fariseo e del pubblicano (18, 9-14). La preghiera del fariseo è un pio narcisismo: egli gira solo attorno a se stesso.
In questa parabola Luca ci presenta due modi di pregare: la preghiera del fariseo presuntuoso e quella dell'umile pubblicano. Queste due preghiere sono diverse già solo per come si presentano esteriormente. Mentre la preghiera del fariseo è lunga, quella del pubblicano si contraddistingue per la sua brevità. La preparazione alla preghiera invece, nel fariseo, è breve: egli si mette semplicemente lì e comincia a pregare. Il pubblicano invece rimane indietro, non osa alzare lo sguardo e si percuote il petto: egli esprime la sua preghiera innanzitutto nel corpo. Il fariseo nella preghiera non fa altro che ruotare intorno a se stesso: sfrutta Dio per porre se stesso in buona luce. A lui non interessa Dio, ma la propria presunzione. In greco si dice letteralmente: «Egli pregava se stesso». Pur affermando: «Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini», egli resta, nella preghiera, presso di sé. Non guarda a Dio ma solo a se stesso. Molte persone pie ritengono di pregare Dio: esse restano tuttavia presso di sé. Pregano se stesse, adorano se stesse. Abusano della preghiera per presentare la propria grandezza, per mettersi in buona luce davanti a Dio e agli uomini. Il pubblicano invece avverte la sua distanza da Dio, riconosce davanti a Dio chi è egli in realtà. Così si percuote il petto e nella sua implorazione esclama: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore» (18,13).
Gesù stesso fa poi il suo commento su questi due modi di pregare. Il pubblicano torna a casa giustificato per la sua preghiera: egli ha riconosciuto la propria verità davanti a Dio e a Dio l'ha offerta pentendosi molto. Il fariseo ha utilizzato Dio solo per mettersi in mostra. Solo la preghiera in cui ci offriamo a Dio senza trucchi, ci riporterà a Dio e ci renderà giusti.

Nel suo insegnamento riguardo alla preghiera Luca non si limita a tramandarci le parole dette da Gesù sull'argomento. È la persona stessa dell'autore a venire alla luce in questo caso: Luca non è solo «il letterato aperto al mondo e consapevole dei problemi, che tasta il polso al suo tempo» (Ernst, Lukas, 147), ma anche un uomo devoto. La preghiera è per lui il luogo in cui incontrare Dio e in cui far crescere nel proprio intimo lo Spirito di Gesù. Pregare è per lui anche esperienza della risurrezione. Luca ha descritto tutto questo negli Atti degli apostoli, dove parla venticinque volte della preghiera. La Chiesa delle origini è una comunità orante. Una volta, quando la comunità pregava, il luogo dove si trovavano tremò, si avvertì un rumore di vento e tutti «furono pieni di Spirito Santo» (At 4,31). Quando Pietro sedeva in carcere, la comunità pregava «incessantemente Dio per lui» (At 12,5). Dio invia a Pietro, in carcere, il suo angelo. Al primo cadono le catene e davanti a lui si aprono le porte. In mezzo alle situazioni difficili della vita possiamo sperimentare, nella preghiera, la protezione di Dio e la sua cura amorevole.
Nella preghiera prendiamo parte allo Spirito di Gesù, impariamo a rivolgerci al Padre come ha fatto Gesù. Nella preghiera sperimentiamo il diritto alla vita. Solo chi prega capisce che cosa ha voluto trasmetterci Gesù con il suo messaggio e la sua vita. Pregando, cresciamo all'interno dello Spirito di Gesù, sperimentiamo la liberazione. Nella preghiera, infatti, le potenze di questo mondo vengono esautorate, i sensi di colpa perdono la loro forza. Allora le tombe si aprono e noi ci solleviamo con Cristo verso la vita vera, la vita in Dio.

(Gesù, immagine dell'uomo. Il Vangelo di Luca, Queriniana 2007., pp.81-94