La Roma di Stendhal

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Le 12 cose principali da non perdere a Roma

1 Colosseo
2 Basilica di San Pietro
3 Logge e stanze di Raffaello.
4 Pantheon, e poi le undici colonne rimaste della basilica di Antonino Pio, con le quali il Fontana costruì nel 1695 la sede della Dogana di terra.
5 Lo studio del Canova, e le principali statue di questo grande artista, sparse nelle chiese e nei palazzi: Ercole che lancia Lyca in mare, nel bel palazzo del banchiere Torlonia, duca di Bracciano, a piazza Venezia, in fondo al Corso; la tomba di papa Ganganelli ai SS. Apostoli; le tombe di papa Rezzonico e degli Stuart a San Pietro; la statua di Pio VI davanti all’altar maggiore. Bisogna abituarsi a guardare in una chiesa solo quello che si è andati a cercare.
6 Il Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli; il Cristo della Minerva; la Pietà a San Pietro, prima cappella a destra entrando. Troverete tutto ciò bruttissimo e sarete stupiti dell’onorifica menzione che ne faccio qui.
7 La Basilica di San Paolo, a due miglia da Roma dalla parte di Ostia. Osservate, appena fuori dalla porta della città, la piramide di Cestio. Costui fu un finanziere tal quale il presidente Hénaut. Visse sotto Augusto.
8 Le rovine delle Terme di Caracalla, e, ritornando, la chiesa di Santo Stefano Rotondo; la Colonna Traiana e ai suoi piedi i resti della basilica scoperta nel 1811.
9 La Farnesina, vicino al Tevere, riva destra, lato etrusco. Vi si trovano le storie di Psiche affrescate da Raffaello. Andate a vedere la galleria di Annibale Carracci, al palazzo Farnese e l’Aurora di Guido Reni, a palazzo Rospigliosi in piazza di Montecavallo. Lì presso c’è la chiesa di Santa Maria degli Angeli, di Michelangelo: architettura sublime. La statua di Santa Teresa a Santa Maria della Vittoria e, ritornando, la graziosa chiesetta detta il Noviziato dei Gesuiti.
10 Villa Madama, a mezza costa su Monte Mario. Una delle cose più splendide che Raffaello abbia realizzato in architettura. Al ritorno visitate la villa di papa Giulio, a circa mezzo miglio da Roma, vicino piazza del Popolo. Andate poi a vedere il paesaggio dell’Acqua Acetosa; il re di Baviera vi ha fatto mettere un’edicola.
11 Le gallerie Borghese, Doria, Sciarra e la galleria pontificia al terzo piano del Vaticano.
12 Se avete voglia di vedere statue, fatevi condurre al Museo Pio Clementino (al Vaticano) o alle sale del Campidoglio. I meschini cervelli che attualmente detengono il potere permettono di visitare questi musei solo una volta alla setttmana; ciò nonostante, se il popolo romano può ancora pagare le tasse e veder circolare qualche scudo è perché gli stranieri si prendono la pena di portarglieli.

Visitare Roma in 10 giorni

Noi abbiamo adottato il sistema di andare ogni giorno a vedere i monumenti che meglio ci pareva. Esiste però anche un’altra maniera di vedere Roma, maniera molto più regolare e, soprattutto, più comoda: studiare a fondo ogni quartiere prima di passare ad un altro.
Per visitare Roma in dieci giorni bisogna farsi accompagnare da una guida (uno zecchino al giorno) e comperare al Corso due o tre buone piante della città antica e di quella moderna. Dal direttore dell’albergo di “madama” Giacinta ci si fa poi indicare un servitore di piazza che procuri un calesse e due buoni cavalli.
Con questo equipaggiamento sarebbe fisicamente possibile girare tutta la città anche in quattro giorni: ma che piacere se ne ricaverebbe? Sarebbe possibile conservare un solo preciso ricordo? in ogni caso è utile cominciare e finire il giro con le dodici cose principali. Sono quelle di cui più importa conservare una immagine.

Prima Giornata
San Pietro
Il Vaticano
Colosseo
Pantheon
Palazzo di Montecavallo
Corso
Museo Capitolino e Vaticano
Gallerie Borghese e Doria
San Paolo fuori le Mura
Piramide di Cestio
Giro delle Mura
Passeggiata per roma a piacere.
Se si vuole una risposta, bisogna sempre domandare le strade e i monumenti con i loro nomi italiani.

Seconda Giornata
Ponte Milvio
Monumenti sulla Via Flaminia
Porta del Popolo
Piazza del Popolo
Chiesa di Santa Maria del Popolo
Via del Corso
Chiesa di Santa Maria di Monte Santo
Chiesa di Santa Maria dei Miracoli
Chiesa di Gesù e Maria
Chiesa di San Giacomo degli Incurabili
Chiesa di San Carlo
Palazzo Ruspoli
Chiesa di San Lorenzo in Lucina
Chiesa di San Silvestro in Capite
Palazzo Chigi
Piazza Colonna
Montecitorio
Curia Innocenziana
Casa e Chiesa dei Padri della Missione
Tempio di Antonino
Chiesa di Sant’ignazio
Palazzo Sciarra
Chiesa di San Marcello
Chiesa di Santa Maria in Via Lata
Palazzo Doria
Palazzo Venezia
Palazzo Torlonia
Chiesa di Gesù
Chiesa di Santa Maria d’Ara Coeli
Il Monte Capitolino
Campidoglio Moderno
Palazzo Senatorio
Museo Capitolino
Palazzo dei Conservatori
Protomoteca
La Galleria dei Quadri del Campidoglio.

Terza Giornata
Foro Romano
Tempio di Giove Tonante
Tempio della Fortuna
Tempio della Concordia
Arco di Settimio Severo
Carcere Mamertino e Tulliano
Chiesa di San Luca
Basilica Emilia
Colonna di Phocas
Graecostasis
La Curia
Chiesa di San Teodoro
I Rostri
Tempio di Antonino e Faustina
Tempio di Romolo e Remo
Basilica di Costantino o Tempio della Pace
Chiesa di Santa Francesca Romana
Arco di Tito
Tempio di Venere e Roma
Palatino
Palazzo dei Cesari
Giardini Farnese
Villa Palatina o Mills
Arco di Costantino
Colosseo
Chiesa di San Clemente
Chiesa di Santo Stefano Rotondo
Chiesa di Santa Maria in Dominica
Chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo
Piazza San Giovanni in Laterano
Chiesa di San Giovanni in Fonte
Basilica di San Giovanni in Laterano
La Scala Santa
Porta San Giovanni
Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
Giardini Variani
Anfiteatro Castrense
Preteso Tempio di Minerva Medica
I Trofei di Mario
Chiesa di Santa Bibiana
Chiesa di Santeusebio
Porta San Lorenzo
Basilica di San Lorenzo
Arco di Gallieno
Basilica di Santa Maria Maggiore.

Quarta Giornata
Chiesa di Santa Prassede
Chiesa di San Martino
Le Sette Sale
Chiesa di San Pietro in Vincoli e il Mosè
Terme di Tito
Chiesa di Santa Prudenziana Chiesa di San Paolo
Primo Eremita
Chiesa di San Vitale
Chiesa di San Dionisio
Chiesa di San Carlo Alle Quattro Fontane
Chiesa di Sant'Andrea
Chiesa di San Bernardo
Fontana Dell’acqua Felice
Terme di Diocleziano
Chiesa di Santa Maria degli Angeli
Chiesa di Santa Maria della Vittoria
Porta Pia
Chiesa di Sant'Agnese
Chiesa di Santa Costanza
Monte Sacro
Porta Salaria
Giardini di Sallustio
Villa Ludovisi
Chiesa di San Nicola Da Tolentino
Piazza Barberini
Chiesa dei Cappuccini
Palazzo Barberini
Obelisco di Trinità dei Monti
Villa Medici
Villa Borghese
Muro Torto
Studio di Schnetz (Via del Babuino)
Studio di Canova
Studio di Thorwaldsen (Piazza Barberini)
Studio di Tadolini
Studio di Marezini
Studio Camuccini e Agricola.

Quinta Giornata
Via del Babuino
Piazza di Spagna
Chiesa della Trinità
Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte
Fontana di Trevi
Piazza di Montecavallo
Palazzo Pontificio
Palazzo della Consulta
Palazzo Rospigliosi
Chiesa di San Silvestro
Chiesa dei Ss. Domenico e Sisto
Foro Traiano
Chiesa di Santa Maria di Loreto
Palazzo Colonna
Chiesa dei Ss. Apostoli
Chiesa di San Marco
Tomba di Caio Publicio Bibulo
Foro Palladio
Foro di Nerva
Tempio di Nerva
Via Ripetta
Mausoleo D’augusto
Palazzo Borghese
Piazza di Campo Marzio
Chiesa di Santa Maria Maddalena
Chiesa degli Orfanelli
Piazza della Rotonda
Pantheon.

Sesta Giornata
Piazza della Minerva
Chiesa di Santa Maria Sopra Minerva
Archiginnasio della Sapienza
Palazzo Madama
Palazzo Giustiniani
Chiesa di San Luigi dei Francesi
Chiesa di Sant'Agostino
Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi
Chiesa di Sant’Apollinare
Collegio Romano
Chiesa di San Salvatore in Lauro
Chiesa di Santa Maria in Vallicella
Chiesa di Santa Maria della Pace
Chiesa di Santa Maria Dell’anima
Piazza Navona
Chiesa di Sant’Agnese
Palazzo Braschi
Chiesa di San Pantaleo
Palazzo Massimo
Chiesa di Sant'Andrea della Valle
Palazzo Mattei
Palazzo Costaguti
Chiesa di Santa Maria in Campitelli
Portico d’ottavia
Teatro di Marcello
Chiesa di San Nicola in Carcere
Arco di Giano Quadrifronte
Chiesa di San Giorgio in Velabro
Arco Quadrato di Settimio Severo
Cloaca Massima
Circo Massimo
Chiesa di San Gregorio
Terme di Caracalla
Chiesa dei Ss. Nereo e Achilleo
Bosco della Ninfa Egeria
Tomba degli Scipioni
Arco di Druso
Porta Appiana o di San Sebastiano
Tempio di Romolo Figlio di Massenzio
Circo di Romolo
Tomba di Cecilia Metella
Tempio di Bacco
Il Ninfeo comunemente detto d'Egeria
Tempio Volgarmente Chiamato del Dio Ridicolo
Basilica di San Paolo
Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane
Porta San Paolo
Piramide di Caio CesìIo
Monte Testaccio
Chiesa di San Saba
Chiesa di Santa Prisca
Il Navaglia
Ponte Sublicio
L’aventino
Chiesa di Santa Maria in Cosmedin
Tempio di Vesta
Tempio della Fortuna Virile
Casa dei Rienzo
Ponte Rotto o Palatino.

Settima Giornata
Ponte Fabricio o dei Quattro Capi
Isola Tiberina
Chiesa di San Bartolomeo
Ponte Graziano
Chiesa di Santa Cecilia
Porto di Ripa Grande
Ospizio di San Michele
Porta Portese
Chiesa di San Francesco
Chiesa di Santa Maria in Trastevere
Chiesa di San Grisogono
Chiesa di Santa Maria della Scala
Il Gianicolo
Chiesa di San Pietro in Montorio
Fontana Paolina
Porta San Pancrazio
Chiesa di San Pancrazio
Villa Doria Pamphili
Palazzo Corsini
Farnesina e Affreschi di Raffaello
Chiesa di Santonofrio e busto del Tasso nella adiacente Biblioteca
Porta Santo Spirito
Ponte Sisto.

Ottava Giornata
Fontana di Ponte Sisto
Chiesa della Trinità dei Pellegrini
Chiesa di San Carlo Ai Carinari
Palazzo della Cancelleria
Chiesa di San Lorenzo in Damaso
Palazzo Farnese
Palazzo Spada
Palazzo Falconieri
Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini
Ponte Vaticano.
Cancellare a mano a mano i nomi dei monumenti già veduti.

Nona Giornata
Ponte Elio o Santangelo
Mausoleo di Adriano
Ospedale di Santo Spirito
Piazza San Pietro
Obelisco del Vaticano
Basilica di San Pietro
Facciata della Basilica
Interno della Basilica
La Confessione di San Pietro
L’altare Maggiore
La Cupola
La Tribuna
La parte meridionale della Basilica
La Crociera Meridionale
Cappella Clementina
Il Lato Meridionale
Cappella del Coro
Cappella della Presentazione
Cappella del Fonte Battesimale
Cappella della Pietà
Cappella di San Sebastiano
Cappella del Santissimo Sacramento
Cappella della Vergine
Crociera Settentrionale
Sotterraneo
Sacrista
Piani Superiori
Palazzo del Vaticano
Cappella Sistina
Cappella Paolina
Logge di Raffaello
Appartamento Borgia
Corridoi delle Iscrizioni
Biblioteca Vaticana
Museo Chiaramonti
Museo Egiziano
Museo Pio-Clementino
Stanze di Raffaello
I ventidue arazzi eseguiti ad Arras su cartoni di Raffaello
Quadreria Vaticana
Giardini
Monte Mario e Villa Mellini veduta superba. da qui lo Sickler ha ripreso la sua veduta panoramica di roma, opera utilissima.

Decima Giornata
Strada Da Roma A Tivoli
Lago della Solfatara
Tomba del Plauti
Villa Adriana
Villa di Tivoli
Tempio di Vesta
Grotta di Nettuno
Grotta delle Sirene
Cascate di Tivoli
Villa di Mecenate
Villa d'Este
Palestrina
Frascati
Grottaferrata e gli affreschi del Domenichino
Marino
Castel Gandolfo
Albano
Ariccia.
Si può anche raddoppiare il tempo e vedere Roma in venti giorni.
La luce che rischiara i monumenti romani è molto differente da quella a cui siamo abituati a Parigi; da ciò una quantità di effetti e una atmosfera generale impossibile a rendersi in parole.
Soprattutto all’Ave Maria, quando il sole è già tramontato e squillano tutte le campane, Roma ci dona effetti di luce che non ho mai visto a Parigi.
Ci diceva oggi il signor Visconti che il Nibby ha fatto un gravissimo errore quando ha voluto cambiare il nome del tempio della Pace al Foro chiamandolo basilica di Costantino.
Non preoccupatevi affatto dei nomi che non siano comprovati dai documenti contemporanei
Famiano Nardini è stato l’unico autore di qualche merito fra quanti hanno scritto di antichità romane. Morì nel 1661, ma il suo libro non fu pubblicato che nel 1666, sotto il titolo di Roma antica. La prima edizione consta di 583 pagine in-quarto, in caratteri piccolissimi; noi abbiamo acquistato la terza, edita nel 1772. Si è creduto di aver fatto molte altre scoperte dopo il Nardini: ma esse son state di moda solo per qualche anno, per poi rivelare la loro inconsistenza.

Le 100 chiese da visitare

5 ottobre 1828.

Il cattolicesimo ha ben dimostrato, a Lisbona e in Spagna, di odiare il governo parlamentare come la peste del secolo. Ma la libertà è la passione del secolo. É dunque probabile che fra cinquanta anni molta gente di buon senso adori il vero Dio " onnipotente, remuneratore e vendicatore " in tutt’altra maniera di come hanno fatto fino ad oggi.

Finché l’uomo avrà della fantasia, finché avrà bisogno di essere consolato, gli piacerà rivolgersi a Dio e, appunto poiché è uomo, i luoghi ove preferirà pregare saranno sempre le magnifiche volte di San Pietro o la chiesetta gotica del suo villaggio, a metà in rovina. Se il sentimento religioso è profondo, la magnificenza lo disturba, E, infatti, per i suoi colloqui con Dio, l’uomo, in certi casi, preferisce una cappelletta abbandonata in mezzo ai boschi, soprattutto quando è battuta dal temporale: una cappella solitaria dalla quale si avverta appena un suono di campana, proveniente da lontano.

Noi, gente del nord, non riusciamo a trovare nelle chiese di Roma tali sensazioni di completo abbandono e di dolorosa intimità: sono troppo belle. La loro architettura, che il Bramante ha rinnovato sui modelli greco-romani, è per noi una " festa ". Così i romani vanno a ricercare le sensazioni più dolci in certe piccole chiese che pure descriverò: per esempio, a Santa Sabina, sul Celio.

La storia delle chiese romane è tanto perfettamente documentata quanto invece è del tutto sconosciuta la storia della repubblica romana e dell’impero stesso.

Vi consiglio di cancellare a mano a mano le chiese che avete visitato.

Le prime ventidue sono le più interessanti.

BASILICA DI SAN PIETRO.
Costruita da Costantino, rifatta da Nicola V e Giulio II.

PANTHEON (o Santa Maria ad Martyres).
Non c’è più il famoso busto di Raffaello; completissimo esemplare di architettura antica.

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE.
Basilica; ha l’aspetto di una sala da ballo.

BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO.
Basilica; niente di bello.

CHIESA DI SANT’ANDREA DELLA VALLE.
Bella facciata e divini affreschi del Domenichino.

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI.
Architettura sublime; è una semplice aula delle antiche Terme, ma più bella di tutte le costruzioni moderne.

CHIESA DELL'ARA COELI.
Al Campidoglio, a sinistra salendo. Antico tempio di Giove. Magnifica chiesa: superba vista dal suo portale. Colonne antiche, atmosfera malinconica, il "Sacro Bambino ". Immensa scalinata di marmo.

CHIESA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA.
Bruciata nel 1823. Bellissime rovine. Atmosfera triste, da chiesa gotica.

CHIESA DEI SS. APOSTOLI.
Tomba di papa Ganganelli e piccole sculture del Canova nel vestibolo. Una bella aquila antica.

CHIESA DI SANT’AGOSTINO.
Il Profeta Isaia di Raffaello: stile simile a quello di Michelangelo.

CHIESA DELLA MADONNA DELLA PACE.
Sei begli affreschi di Raffaello.

CHIESA DEI CAPPUCCINI.
A piazza Barberini. Il San Michele di Guido Reni.

CHIESA DI SAN CLEMENTE.
La più completa reliquia di chiesa primitiva; coro al centro della costruzione.

CHIESA DI SANTO STEFANO ROTONDO.
Pianta interessante, spaventosi quadri di martiri.

CHIESA DI SAN GREGORIO AL CELIO.
Un concerto di angeli dipinto senza dubbio dalla scuola di Guido, su appunti del maestro. Non vi ritrovo la sua mano. Ammiro sempre i due affreschi di Sant’Andrea. Quello di Guido è di gran lunga il più commovente per la naturalezza dei soldati, la passione del santo alla Vista della croce, l’angelica bellezza della donna che rimprovera il figlio e di quella alla sinistra del quadro. Naturale espressione di curiosità nel giovane accanto ad essa.

CHIESA DEL GESÙ.
Iniziato dal Vignola nel 1575; cappella e tomba di Sant'Ignazio. Chiesa madre dei gesuiti.

CHIESA DI SANT'IGNAZIO.
Iniziata nel 1626, epoca di decadenza per l’architettura.

CHIESA DI SANTA MARIA DEL POPOLO.
A fianco della porta per la quale si entra a Roma venendo dal nord. Belle tombe del sedicesimo secolo.

CHIESA DI SANT'ONOFRIO.
Sul Gianicolo; tomba del Tasso. Magnifico panorama. Si ha di fronte il palazzo di monte Cavallo: Roma giace nel mezzo.

CHIESA DI SAN PIETRO IN VINCOLI.
Belle colonne antiche di marmo greco. Il Mosè di Michelangelo; nella sacrestia un quadro del Domenichino.

CHIESA DI SANTA PRASSEDE.
Costruita nel 162, rifatta verso il 280. Sedici colonne di granito; un bell'altar maggiore.

CHIESA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA.
Uno dei più interessanti monumenti cristiani. La basilica fu fondata da Costantino verso il 330, quattro anni dopo l’abominevole scandalo della morte di suo figlio, giovane principe di grandi speranze. Fu rifatta da cima a fondo verso il 589, restaurata nel 716, ingrandita nel 772; nuovamente restaurata verso il 1216 da Onorio III, un ritratto in mosaico del quale esiste sotto il porticato. L’ultimo restauro risale al 1647. Nulla di più interessante dell’interno della chiesa, pieno di colonne. Conviene andarci più volte.

Qualche lettore liberale, di quelli che a ragione odiano l’attuale oppressione gesuitica della Francia (1829), a questo punto potrà trovare ridicola questa mia pretesa, di elencare venti pagine di chiese. Considerate che la maggior parte di esse fu costruita da gente appena tollerata, come lo è oggi in Italia il viaggiatore noto come liberale. Inoltre non furono costruite col denaro pubblico e neppure contro i voti della maggioranza, come accadrebbe in Francia, dove la gente invece che chiese vuole veder elevare scuole per i contadini.

Le chiese romane, elevate da privati o comunque a mezzo di sottoscrizioni volontarie, costituirono fin verso il settecento le costruzioni più gradite dall’immensa maggioranza del popolo. In esse noi vediamo dunque "l’espressione morale " del loro secolo.

I papi hanno estremamente popolarizzato "l’amore per il bello ", dandogli come ausiliario la paura dell’inferno; dal duecento al settecento tale paura fu decisiva presso i vecchi ricchi, per indurli a costruire chiese. Nelle anime tenere il timore del giudizio divino si muta in amore per la Madonna. Esse amano teneramente questa madre infelice, che provò tanti dolori e ne fu consolata da avvenimenti tanto sorprendenti: la risurrezione del figlio, la rivelazione che era un Dio, ecc. A Roma ci sono ventisei chiese consacrate al culto di Maria.

Voglio dichiarare qui che tutte le critiche che rivolgo alle chiese di Roma hanno carattere puramente artistico e sono indirizzate solo alla parte mondana di esse. Questo perché ci sono dei tribunali che credono di fare cosa utile alla religione emettendo sentenze persecutorie. Ma perfino l’esistenza dell’Inquisizione non impedirà mai agli spiriti onesti di avvertire quanto le dottrine cristiane siano sublimi; e a maggior ragione non lo impedirà l’esistenza dei tartufi, ai quali pure il cristianesimo rende onori, o della gente " seria e morale ", che ad esso domandano considerazione e potere. (Vedere il Cant inglese e le Revues morales.)

Tutte le volte che vi sentite nel giusto stato d’animo, entrate in una delle seguenti settantasette chiese.

CHIESA DI SANT'ADRIANOAL FORO. - demolita
Costruita verso il 630. L’ultimo restauro risale al 1656. Aveva portali di bronzo, poi trasferiti a San Giovanni in Laterano da Alessandro VII. Vedere un San Pietro Nolasco trasportato dagli angeli di scuola bolognese, quella che sorse nel 1690 e imitò tutte le precedenti. É attribuito al Guercino. Di fronte alla chiesa sorgeva il Foro. Qui presso s’innalzava pure il tempio di Saturno, ove i romani conservavano il tesoro dello Stato.

CHIESA DI SANTA AGNESE A PIAZZA NAVONA.
Una delle più belle chiese romane. Sulla sua area sorgeva un tempo un luogo di prostituzione. Il prefetto di Roma Sinfronio vi fece condurre la giovanetta Agnese; ma un miracolo la salvò dall’oltraggio finale. La chiesa fu ricostruita da Innocenzo x; la facciata è una delle più belle del Borromini. Pianta a croce greca; molti marmi preziosi e statue mediocri. Vi consiglio di scendere nel sotterraneo, dove si trova un bel bassorilievo dell’Algardi, che osa rappresentare i primi momenti del martirio della santa. Che sfortuna che l’Algardi non sia stato a scuola del Canova!

CHIESA DI SANT'ALESSIO.
Fondata nel 305. L’ultimo restauro risale al 1744.

CHIESA DI SANT'ANDREA DELLE FRATTE.
Riedificata nel 1612, la cupola è del Borromini. Vedere la cappella di San Francesco di Paola e due begli angeli del Bernini.

CHIESA DI SANT'ANDREA AL NOVIZIATO.
Bella, piccola chiesa, capolavoro della ricchezza dei gesuiti. É del Bernini (1678). La chiesa è preceduta da un bel porticato semicircolare; pianta ovale; cupola ornata di stucchi dorati. Quanto piacerebbe a Parigi! Tutti i monumenti dovrebbero sorgere nei luoghi dove potrebbero essere meglio apprezzati. L’altare del gesuita san Stanislao ha un quadro del Maratta. Nella stanza del santo, una sua statua del " celebre " Legros.

CHIESA DI SANT'ANTONINO DE’ PORTOGHESI.
Costruita sotto Sisto IV, restaurata nel 1695. Vedere la Santa Elisabetta di Luigi Agricola.

CHIESA DI SANT'APOLLINARE.
La maggior parte delle chiese romane sono state ricostruite due o tre volte: questa fu rifatta da cima a fondo da Benedetto XIV. Il San Francesco Saverio è di Legros; c’è anche una Madonna attribuita al Perugino.

CHIESA DI SANT’ATANASIO DE’ GRECI.
Costruita verso il 1582 su progetti di Giacomo Della Porta e di Martino Lunghi. Vedere i due quadri del Cavalier d’Arpino.

CHIESA DI SANTA BALBINA.
Consacrata nel 336, restaurata nel 600, nel 731, nel 746, nel 1600. Gli affreschi dell’abside sono del Fontebuoni.

CHIESA DI SAN BARTOLOMEO ALL ISOLA.
Sotto l’altare maggiore, un’urna di porfido contiene le spoglie dei santo, qui sistemate nel 973. La chiesa, ricostruita due o tre volte, ha ventiquattro colonne di granito provenienti da qualche tempio pagano. Pitture di Antonio Carracci, rovinate da qualche cattivo restauratore.

CHIESA DI SAN BERNARDO.
Costruita nel 1598 su un forno delle terme di Diocleziano. Vedere la volta antica, ben conservata, e alcune rovine nel giardino.

CHIESA DI SANTA BIBIANA.
San Simplicio consacrò la chiesa nel 470 a santa Bibiana, che aveva qui abitato. Figurarevi con quale ironia questa modesta costruzione fu accolta da una città in cui ancora erano in piedi tutti i magnifici templi pagani! La stessa cosa accade oggi al viaggiatore povero e privo di decorazioni. Egli viene disprezzato dai ricchi e vessato dalla polizia; ma domani la sua " religione morale " trionferà. Nel 1625 la chiesa fu riparata dal Bernini. Sua opera apprezzatissima è anche la statua della santa, che orna l’altar maggiore. La figura, che reca una palma in mano, si appoggia a una colonna. La grande urna di alabastro orientale, sotto l’altare, contiene i resti della santa, di sua madre e di sua sorella, che soffrirono il martirio insieme con lei. La chiesa ha Otto colonne antiche e, a sinistra nella navata, alcuni affreschi di Pietro da Cortona.

CHIESA DI SAN CARLO AI CATINARI.
Gli affreschi del Domenichino sono un po' duri. Hanno però il vantaggio di rappresentare delle belle donne, che guardano timidamente il cielo, e non dei vecchi santi con la barba.

CHIESA DI SAN CARLO ALLE QUATTRO FONTANE.
Deliziosa piccola chiesa, celebre perché tutta la sua superficie è pari a quella coperta da un solo pilastro della cupola di San Pietro. É un capriccio del Borromini (1640). Una Madonna del Romanelli.

CHIESA DI SANTA CATERINA AI FUNARI.
Costruita sulle rovine del circo di Flaminio nel 1644. Vedere nella prima cappella a destra la celebre Santa Margherita di Annibale Carracci. Molti altri quadri: i meno peggio son di Federico Zuccheri e di Raffaellino da Reggio.

CHIESA DI SANTA CATERINA DA SIENA.
Bella chiesa, con ottimi marmi. Nel giardino dell’annesso monastero sorge la torre di Nerone. Per la verità essa fu elevata da Bonifacio VIII Caetani, nel 1300. Anche le due piccole torri vicine furono costruite dallo stesso papa. Proprio presso la grande torre, le mura di Servio Tullio erano forate dalla porta detta Fontinale.

CHIESA DI SANTA CECILIA.
Costruita sull’area già occupata dalla casa della martire; rifatta nell’821. Tre navate separare da colonne, altar maggiore sostenuto da quattro belle colonne antiche di marmo bianco e nero. Sull’altare ricchissimo, una statua di marmo che rappresenta la santa nella posa in cui fu trovata quando fu aperta la sua tomba. Lavoro duro, ma pieno di verosimiglianza, come un quadro del Ghirlandaio. La posa è interessante: la santa appare poggiata sul fianco sinistro, con la testa rivolta a terra. Dopo tre mesi di soggiorno a Roma questa statua comincia a piacere moltissimo: non si può fare a meno di andarla a rivedere spesso. É di Stefano Maderno: ha tutta la bellezza, piena di energia, di un antico sonetto gallico. Vedere inoltre una Madonna di Annibale Carracci e, nella corte che precede la chiesa, un bel vaso antico. Il portico è ornato di colonne di granito.

CHIESA DI SAN CESAREO.
Esisteva già nel sesto secolo. Restaurata da Clemente VIII.

CHIESA DEI SANTI COSMA E DAMIANO.
Sorgeva qui un tempio rotondo dedicato a Romolo. La chiesa fu costruita verso il 527 da Felice IV. I bei portali antichi, di bronzo, vi furono portati forse nel 780. Urbano VIII rialzò il pavimento della costruzione e vi apportò numerosi cambiamenti.

CHIESA DI SAN DOMENICO E SISTO.
Costruita da san Pio v, uomo crudelissimo. Statue e quadri al di sopra della media.

CHIESA DI DOMINE QUO VADIS?
Questa chiesetta, a mano sinistra sulla via Appia, è nota con tre nomi: Santa Maria delle Palme, Santa Maria delle Piante e Domine quo vadis. Qualche autore ritiene che sia costruita sull’area del famoso tempio di Marte. In uno di quei momenti di debolezza che san Paolo non gli perdonerà mai, san Pietro fuggì dalle persecuzioni che lo attendevano a Roma. Qui giunto, gli apparve Gesù, con la croce sulle spalle. A questa vista impreveduta, l’Apostolo gridò: " Domine quo vadis? ". La chiesetta fu rifatta interamente da Clemente viti. La facciata è del 1737

CHIESA DI SANT'EUSEBIO.
Elevata sull’area della casa del cristiano Eusebio, che mori di fame chiuso in una cella di quattro piedi per ordine di Costanzo. Fu restaurata completamente l’ultima volta nel 1759. In quella occasione la volta venne affrescata da Raffaello Mengs.

CHIESA DI SAN FRANCESCO A RIPA.
Bei marmi. La statua della beata Eloisa morente del Bernini. Il drappeggio è di maniera; ma le parti scoperte sono bellissime.

CHIESA DI GESÙ E MARIA.
Bei marmi e tombe della famiglia Bolognetti. Nella sacrestia vedere gli affreschi del Lanfranco.

CHIESA DI SAN GIACOMO DEGLI INCURABILI.
Ricostruita nel 1600 e ornata dai migliori artisti dell’epoca.

CHIESA DI SAN GIACOMO DEGLI SPAGNOLI.
Ricostruita nel 1450. Nella cappella di San Diego un quadro e alcuni affreschi di Annibale Carracci. Anche l’Albani e il Domenichino vi hanno lavorato, su cartoni dello stesso. Le teste dell’anima salvata e del dannato, nella sacristia, sono del Bernini; dello stesso il busto di monsignor Montoia.

CHIESA DEI SANTI GIOVANNI E PAOLO.
Costruita nel 400 sui resti della casa abitata dai due fratelli martiri. Il porticato è del dodicesimo secolo: vi si leggono quattro versi latini. Chiesa interessante, mal restaurata verso il 1822.

CHIESA DI SAN GIORGIO AL VELABRO.
Chiesa assai curiosa, ricostruita tre o quattro volte. Vi si lavora ancora oggi, nel 1829. Il porticato pare risalga al tredicesimo secolo: quindici belle colonne antiche dividono l’interno in tre navate. Verso il 1300 Giotto ne affrescò l’abside.

CHIESA DI SAN GIROLAMO DELLA CARITÀ.
Sul suo altar maggiore rimase esposta per quasi due secoli la Comunione di san Girolamo. Costruita sull’area della casa che il santo, uomo davvero simpatico, abitò durante il suo soggiorno a Roma. La casa apparteneva a Paola, una signora della migliore società romana. La vita di san Girolamo è interessantissima. Aveva un carattere simile a quello del Rene.

CHIESA DI SAN GIUSEPPE.
Costruita nel 1560 sul carcere Mamertino. Visitare la prigione, scavata da Anco Marzio, dove mori Giugurta.

CHIESA DI SAN GRISOGONO.
Bella chiesa ricostruita la prima volta circa l’anno 731. Tre navate, delimitate da ventidue colonne di granito orientale, tolte a qualche tempio pagano. Al centro del bel soffitto dorato, una copia del quadro del Guercino rappresentante san Grisogono trasportato in cielo dagli angeli.

CHIESA DI SANT'ISIDORO.
Costruita verso il 1622. Quadri di Carlo Maratta e di Andrea Sacchi, pittori altrettanto mediocri quanto lo divengono i nostri poeti contemporanei a forza di voler imitare i grandi. Le opere dei minori, che ci annoiano nei musei, possono pero piacere in una chiesa, dove possono avvalersi dell’emozione provocata dalla bella architettura e dai ricordi culturali.

CHIESA DI SAN LORENZO IN LUCINA.
Chiesa antichissima, ricostruita l’ultima volta nel 1650. Vi si seppellisce ancora moltissima gente, a volte fino quattordici persone al giorno, come è accaduto il 17 agosto scorso, giornata caldissima. Chateaubriand ha lanciato l’idea di far costruire un monumento al Poussin, che riposa qui. Chateaubriand è il primo ambasciatore francese che abbia accettato un invito a pranzo dal direttore dell’Accademia di Francia a Roma (nel 1828: direttore dell’Accademia era il cavalier Guérin). Vedere un Crocifisso attribuito a Guido.

CHIESA DI SAN LORENZO IN MIRANDA.
É il magnifico tempio di Antonino e Faustina. Bisogna venirci subito, appena arrivati a Roma, se sì vuol comprendere che cosa era un tempio antico. La via Sacra vi passava davanti. Dieci grandi colonne di cipollino alte quaranta piedi, tutte di un blocco. Provate a paragonare tutto ciò alle miserabili basiliche che Parigi costruisce attualmente, rovinando l’erario e scontentando i contribuenti. L’architettura diventa sempre più insopportabile.

CHIESA DI SAN LUIGI DE’ FRANCESI.
Bella iscrizione di Chateaubriand, quantunque un po' manierata, sulla tomba di un giovane emigrato. Buoni affreschi del Domenichino sulla volta e alle pareti della cappella di Santa Cecilia. Curioso il quadro sull’altar maggiore: è una copia della Santa Cecilia di Raffaello eseguita da Guido. Gli affreschi del Domenichino sarebbero più belli se non fossero così lontani dai gusti e dalle convenzioni attuali, che per noi son diventate ormai quasi una seconda natura. Come mai un artigiano bolognese, povero e disprezzato per tutta la vita, riuscì a capire e ad esprimere i gusti della corte di Luigi XIV? Le figure femminili del Domenichino mancano un po’ di quella nobile grazia che ci rende invece tanto ammirevole la Santa Teresa del Gérard. Sono contadine grossolane; ma energiche, come i personaggi delle due tele del Caravaggio nella cappella di San Matteo. Vedere nella sacristia una piccola Madonna attribuita al Correggio. Bello l’affresco di santa Cecilia che distribuisce le sue vesti ai poveri. Ingenuità delle figure di contorno. La santa ha la testa troppo grande e una gamba mal disegnata. Bello lo sfondo. Il quadro di fronte, che rappresenta la morte della santa in cospetto del papa che la benedice, è assurdo. O il papa sarebbe stato martirizzato anche lui o avrebbe fatto impiccare i carnefici. Costoro, d’altra parte, avrebbero mai lasciato la santa mezza morta e mezza viva? Cosa più assurda ancora. Qui sono le tombe del cardinale di Bernis e del signore di Montmorin. La chiesa fu costruita da Caterina dei Medici, regina di Francia, che aveva molti peccati sulla coscienza e che inviò a Roma le considerevoli somme necessarie. Vedere la storia della Sforzesca, sulle rive del Ticino, che fu costruita come compenso di un’assoluzione concessa a uno Sforza. San Luigi de’ Francesi fu consacrata nel 1589. La facciata, molto lodata, a me sembra piuttosto volgare. I redattori delle guide di Roma temono i rimproveri dell’ambasciatore di Francia, e così non fanno che lodare la chiesa. Vi sono contenuti i lavori di tutti gli artisti francesi che hanno soggiornato a Roma, per esempio il Natoire, il Lestage, ecc. Le migliori opere di questa scuola sono irreprensibili, ma fredde.

CHIESA DI SAN MARCELLO.
San Marcello papa, in un momento di pericolo, aveva trovato asilo presso una vedova chiamata Lucina, che abitava vicino al tempio di Isis. La sua casa fu poi trasformata in chiesa e consacrata da san Marcello nel 305. Massenzio, rivale di Costantino, avendo saputo di questa consacrazione, fece profanare la nuova chiesa e la trasformò in una scuderia. San Marcello fu costretto a fare il mozzo di stalla: ben presto gli stenti lo condussero a morte. La chiesa fu rinnovata molte volte, l’ultima all’inizio del sedicesimo secolo. Pitture di Pierin del Vaga, Daniele da Volterra e dello Zuccari. Delle sei teste marmoree, tre sono dell’Algardi e tre più antiche.

BASILICA DI SAN MARCO.
Fondata nel 336 dal papa san Marco. La chiesa, più volte ricostruita, ha ora un aspetto imponente. É divisa in tre navate da venti colonne di marmo siciliano. Chi ama la pittura può trovarvi opere di Pietro Perugino, Carlo Maratta e Ciro Ferri.

CHIESA DI SANTA MARIA IN AQUIRO.
Costruita verso l’anno 400, ricostruita più volte. La facciata fu elevata dal Camporesi sotto Pio vi.

CHIESA DI SANTA MARIA IN AVENTINO.
Era il tempio della Dea Bona, dove solo le donne potevano sacrificare. Avventura di Clodio. La chiesa è stata ridicolmente restaurata nel 1765.

CHIESA DI SANTA MARIA IN CAMPITELLI.
Costruita nel 1657. Belle colonne nell’interno. Cercare quattro leoni di marmo " rosso antico ". Molti quadri mediocri.

CHIESA DI SANTA MARIA IN COSMEDIN.
Notevole per le belle colonne antiche. Il grande mascherone di marmo sotto il porticato è chiamato dal popolo la "Bocca della verità". Chi fa un giuramento vi pone la mano: se il giuramento è falso, la bocca di marmo si chiude immancabilmente. La chiesa è una delle più interessanti di Roma.

CHIESA DI SANTA MARIA IN DOMINICA O DELLA NAVICELLA.
Costruita sulla casa di san Ciriaco, rifatta nell’817. Leone x la fece ricostruire su disegno di Raffaello. Modello di perfetta eleganza.

CHIESA DI SANTA MARIA DI LORETO.
Cominciata nel 1507. Quadrata all’esterno, ottagonale all’interno. Ha una cupola a doppia calotta. Vedere la Santa Susanna del Fiammingo (Francesco de Quesnoy).

CHIESA DI SANTA MARIA SOPRA MINERVA.
Sorge di fronte a un elefante, che ha sul dorso un obelisco. I domenicani son riusciti a dare a questa chiesa un aspetto pauroso, che ricorda l’inquisizione di Goya. Per ottenere questo scopo si è necessariamente dovuto ricorrere al gotico. La chiesa ha tre navate e una quantità di cappelle e di tombe, tra le quali notevoli quella del buon Leone x, che non meritava di finire in un ambiente così triste. Clemente VII, colui che provocò la rovina d’Italia, riposa vicino al cugino Leone x. La statua di quest’ultimo è di Raffaello di Montelupo. A sinistra dell’altar maggiore il Cristo di Michelangelo; è soltanto un uomo, notevole per la "forza fisica ", qualcosa di simile all’eroe della " Jolie fille de Perth ". Il Perseo del Canova sarebbe più adatto a rappresentare Cristo, che fu il più bello degli uomini. Moltissimi quadri interessanti: una Annunciazione del beato Giovanni da Fiesole, l’Assunzione di Filippo Lippi, una volta affrescata da Raffaellino del Garbo, la Cena del Barroccio, un Crocifisso di Giotto e una Madonna di Carlo Maratta. Nel vicino convento è raccolta la biblioteca Casanatense affidata ai frati inquisitori. Abbiamo assistito, in un giorno di pioggia, a una sepoltura in questa chiesa: è stato lo spettacolo più lugubre che le nostre amiche abbiano visto a Roma. Santa Maria sopra Minerva è notevole per una quantità di tombe recanti la data del 1560. Era un’epoca buona per la scultura funeraria, seppure meno che nel periodo fra il 1512 e il 1520, quando Raffaello era ancora vivo. Felici i morti che se ne sono andati a quei tempi! La bellezza delle loro tombe li pone nella storia: tutti i morti del 1750, invece, sembrano ridicoli. Se l’ultimo rigo dell’epitaffio della tomba davanti alla quale sostiamo porta scritto: Obiit an. D. MDLIII, vale la pena di guardarla meglio. Il ricordo di Raffaello restò vivo a Roma fin verso il milleseicento. Da questa data cominciano gli abominii del Bernini e soprattutto dei suoi allievi. Dal 1650 fino al Canova le tombe degli uomini illustri sembravano dei libelli contro il morto. In fondo alla crociera di destra, begli affreschi medioevali.

CHIESA DI SANTA MARIA DEI MIRACOLI E
CHIESA DI SANTA MARIA DEL MONTESANTO
Sono le due chiese all’ingresso del Corso. Fu questa una sistemazione buona ai suoi tempi: presto o tardi le due chiese saranno demolite e sostituire con un portico circolare sul tipo di quello del Crescent in Regent Street, a Londra. Si dice che le colonne di travertino delle due chiese siano appartenute al campanile, poi demolito, con il quale il Bernini aveva sovraccaricato la facciata di San Pietro.

CHIESA DI SANTA MARIA IN MONTICELLI.
É una delle più antiche parrocchie romane, restaurata nel 1101 e da allora rifatta più volte. Sembra che il mosaico dell’abside, rappresentante il Salvatore, risalga all’anno 500.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE PALME, o Domine quo vadis?

CHIESA DI SANTA MARIA IN VALLICELLA detta la CHIESA NUOVA.
La sua costruzione fu iniziata nel 1575 da san Filippo Neri, uomo santo e d’ingegno, che voleva rivolgere l’amore della musica a profitto dell’anima degli appassionati. L’interno è di Martino Lunghi e del Borromini. Gli affreschi sono di Pietro da Cortona; le tele dell’altar maggiore, e le due vicine, del Rubens; il Maratta esegui i quadri di sant'Ignazio e san Carlo. Nella cappella di San Filippo c’è un mosaico eseguito su un famoso originale di Guido Reni. Del Barroccio la Presentazione al Tempio e l’Annunciazione; di Pietro da Cortona la volta della sacristia. Fra le statue, la migliore mi pare quella di san Filippo Neri, dell’Algardi (in fondo alla sacristia). Nella chiesa si dànno spesso dei concerti di musica sacra che si possono paragonare a cattive riproduzioni di quadri celebri. Solo qui, però, si possono ascoltare i capolavori dei maestri che vissero intorno al 1750 e che, a mio avviso, sono oggi ingiustamente dimenticati: un giorno si ritornerà a questa musica piena di melodie e di idee. La situazione attuale della musica è paragonabile a quella propria dell’architettura nel secolo di Pietro da Cortona e del Bernini, quando gli intenditori trovavano freddo Raffaello, proprio come noi oggi troviamo freddo Pergolesi. Presto o tardi ritorneremo a Cimarosa.

CHIESA DI SANTA MARIA DEL PRIORATO.
Vedi Santa Maria in Aventino.

CHIESA DI SANTA MARIA DEL SOLE.
É il grazioso tempio di Vesta, sulle rive del Tevere, restaurato per ordine di Napoleone. Nel 1814 si era progettato anche di sostituire il brutto testo attuale.

CHIESA DI SANTA MARIA IN TRASPONTINA.
Costruita nel 1564. Vicino ad essa sorgeva la piramide che racchiudeva i resti di Scipione l’Africano. I suoi marmi furono trasportati a San Pietro per ordine del papa, e utilizzati per adornare il vestibolo. Alessandro vi ne portò a compimento la distruzione, allo scopo di allargare la strada che conduce a San Pietro.

CHIESA DI SANTA MARIA IN TRIVIO.
Chiesa antichissima, fondata da Belisario. Vi diranno che costui si pentì di aver deposto papa Silverio ed elevò la chiesa io segno di "penitenza ", nel 537. Cercate i quattro versi latini che narrano la storia. Sulla volta alcuni affreschi del reatino Gherardi.

CHIESA DI SANTA MARIA IN VIA LATA
. Vi alloggiarono san Pietro, san Paolo e san Luca. Costruita da Costantino e dedicata a san Silvestro papa. Rinnovata nel 700 e nel 1485, fu decorata nel 1639 e nel 1660. La facciata è di Pietro da Cortona. In un sotterraneo, l’abitazione di san Pietro. Il livello della città era allora molto più basso dell’attuale.

CHIESA DI SANTA MARIA EGIZIACA.
Si dice sia un tempio elevato da Servio Tullio. É circondata da diciotto colonne, di cui sei isolate e le restanti semincassate nei muri, di tufo o di travertino, scanalate e di ordine ionico: misurano ventisei piedi di altezza. Il tempio fu restaurato molto anticamente, ma senza nessuna magnificenza. Costituisce attualmente una delle rovine meglio conservate, più interessanti e più antiche, dissotterrata per ordine di Napoleone. La trasformazione in chiesa avvenne nell’872. A sinistra entrando, una riproduzione del Santo Sepolcro. Consiglio di visitare la chiesa appena arrivati a Roma, subito dopo il Pantheon. Sono i due anelli estremi di una catena: al Pantheon la maggiore magnificenza, qui la maggiore semplicità.

CHIESA DI SANTA MARTINA.
Fu restaurata da Adriano ì verso la fine dell’ottavo secolo e decorata a suo tempo dai pittori di Sisto v. Pietro da Cortona ne fece ornare a sue spese l’altare maggiore e la cripta, dove riposa il corpo della santa titolare. Sull’altar maggiore, la copia di un quadro attribuito a Raffaello, che si può ammirare nella vicina galleria (all’Accademia di San Luca) Nello stesso luogo la più commovente reliquia del mondo: il vero cranio del divino Raffaello

CHIESA DEI SANTI NEREO ED ACHILLEO.
Costruita nel 524. Vedere i due leggii detti amhones e il marmoreo seggio episcopale dal quale san Gregorio indirizzò al popolo la sua ventottesima omelia. Sul seggio è possibile leggerne alcuni frammenti.

CHIESA DI SAN NICOLA IN CARCERE.
Da questa chiesa ebbe il suo titolo cardinalizio Alessandro VI Borgia, che la fece anche riparare. La facciata di Giacomo della Porta fu innalzata nel 1599. É divisa in tre navate e conta quattordici colonne: sette gradini conducono all’altar maggiore, costituito da una conca di porfido e sormontato da un tabernacolo sostenuto da quattro colonne di giallo africano. Fu restaurata nel 1808. Vedere la tomba del cardinale Rezzonico, morto nel 1783. Al tempo della repubblica una prigione sorgeva qui presso: da ciò la denominazione "in carcere . Narrano che un vecchio, o forse una donna, rinchiusa in questa prigione, fu condannata a morir di fame; ma che la figlia le salvò la vita nutrendola con il proprio latte. L’episodio fu rappresentato da parecchi pittori, con il titolo di Carità romana. Pare che la donna, in seguito, sia stata rimessa in libertà e che a lei e alla figlia siano stati assegnati gli alimenti. Nel 604 di Roma i consoli C. Quinzio e M. Attilio fecero innalzare sull’area della prigione un tempio dedicato alla Pietà, di cui rimane ancora qualche reliquia. Altri due templi furono poi eretti in questo stesso luogo.

CHIESA DI SAN NICOLA DA TOLENTINO.
Costruita nel 1614. La famiglia Pamphilj vi spese somme enormi senza riuscire a farla bella: a Roma non c’erano più veri artisti e non si ebbe l’intelligenza di chiamare i pittori della scuola di Bologna. Vedere una copia della Sant’Agnese del Guercino.

CHIESA DEL NOME DI MARIA.
Architettura barocca di un certo Derizet, che lavorava sotto Clemente XII. Piena decadenza.

CHIESA DI SAN PANTALEO.
Costruita nel 1216 e a lungo occupata dai preti inglesi. Una religione come la cattolica, che non vive che di ricordi, dovrebbe rendere questa chiesa agli irlandesi, oggi che il loro culto non è più perseguitato dal governo. L’attuale facciata è del tremendo Valadier. San Pantaleone era medico: i medici romani si riuniscono in questa chiesa ogni 27 luglio, giorno della loro festa.

CHIESA DI SAN PIETRO IN MONTORIO.
Stamane siamo rimasti profondamente colpiti dall’ammirevole vista, la più bella di Roma, che si gode da San Pietro in Montorio. Bisogna venirci in una giornata di sole, quando il vento spazza le nubi. Tutta Roma appare così, alternativamente nell’ombra e in piena luce. Si vede fino ai monti Albani, Frascati, la tomba di Cecilia Metella. La signora Lampugnani, che desiderava rivedere il Mosè di Michelangelo, aveva ordinato al cocchiere di condurci a San Pietro in Vincoli; egli ha equivocato e ci ha condotti invece a una lega da lì, a San Pietro in Montorio, sul Gianicolo. Qui i primi duci di Roma stabilirono una testa di ponte oltre il Tevere. Nella prima cappella a destra, una Flagellazione dipinta da Sebastiano del Piombo, su disegno di Michelangelo. Così si dice almeno. L’affresco costituisce la migliore prova del fatto che tanto gli esseri più volgari quanto gli uomini più insigni son tutti egualmente schiavi delle loro passioni e, più ancora, dei ragionamenti che su di esse si basano. Persino un genio come Michelangelo ha creduto di poter eguagliare la gloria di Raffaello cimentandosi con lui a ritrarre la sublime pietà, la tenerezza, il pudore, quei sentimenti del cuore umano, che sono i più nobili, nei quali insomma l’urbinate eccelleva. É riuscito solo a mostrarci volti e corpi da facchino. Sebastiano del Piombo, che lavorava su disegni di Michelangelo, sarebbe stato capace, tutt'al più, di dipingere i soldati semplici in un quadro di battaglia in cui, Michelangelo da Caravaggio, avrebbe potuto dipingere gli ufficiali e Raffaello i generali. Due belle tombe di fronte all’affresco di Sebastiano del Piombo. Al centro del chiostro vicino, un tempietto rotondo, con sedici colonne doriche di granito. É una bella opera del Bramante. Il tempietto, che sorge nel luogo stesso ove san Pietro soffrì il martirio, fu eretto a spese di Ferdinando IV re di Spagna. si dice che la chiesa sia stata fondata da Costantino. Fu dapprima annoverata fra le venti abbazie di Roma, poi abbandonata. Fu ripristinata nel 1471. Qui rimase a lungo la Trasfigurazione di Raffaello.

CHIESA DI SANTA PRISCA.
Verso l’anno 280 vi fu posto il corpo di santa Prisca martire. Riparata nel 772 e nel 1455. La facciata e la cripta risalgono al 1600. Ventiquattro colonne antiche; pareti affrescate dal Fontebuoni. Il quadro sull’altar maggiore è del Passignani.

CHIESA DEI SANTI QUATTRO CORONATI.
La chiesa ha conservato tutto l’aspetto di una antica basilica. Incendiata dal Guiscardo durante un sacco di Roma, fu riparata da Pasquale II nel 1111. Enrico, cardinale e poi re del Portogallo, ne fece rivestire di marmo le pareti. Sotto il primo porticato c’è un antico oratorio detto San Silvestro in Porticu, con numerose pitture prerinascimentali. Vedere anche dieci colonne marmoree scanalate, incassate nel muro. La chiesa è divisa in tre navate da otto colonne di granito, che sostengono un grande muro, che a sua volta sostiene altre Otto piccole colonne, formanti due tribune sopra le navate laterali. Il pavimento è composto di frammenti irregolari di pietre nobili. Dietro alla cripta tre grandi urne, una di porfido, la seconda di granito e la terza di metallo, piene di reliquie. Gli affreschi dell’abside sono di Giovanni da San Giovanni. In queste piccole chiese più antiche siamo indotti a notare delle opere che alla Galleria Colonna o Borghese non guarderemmo affatto. Ci si commuove facilmente davanti a queste colonne che videro i martiri dei primi secoli; si dimenticano persino gli eccessi dei loro successori e la sommossa di Nogenr-le-Rotrou del 27 dicembre 1828. Nei giorni in cui si ha la disgrazia di ricordare l’Inquisizione, non bisogna entrare in queste piccole chiese quasi disadorne: esse ci fanno orrore. Il delitto chiede di essere nascosto sotto pomposi ornamenti.

CHIESA DI SAN SABA.
Piccola chiesa unita a Sant'Apollinare, ornata di venticinque colonne, due delle quali di porfido nero. Sotto il portico un grande sarcofago con un bassorilievo che rappresenta una cerimonia nuziale

CHIESA DI SANTA SABINA. Graziosa chiesa costruita nel 425 sulla casa della santa vicino al tempio di Diana. All’interno, ventiquattro colonne di marmo pario, scanalate, che appartenevano al tempio di Diana; in tal modo la povera martire ha trionfato sull’orgoglioso tempio pagano. Veniamo spesso in questa chiesa, attirati dalla sua incantevole posizione e dalla frescura che si gode su questo colle. É custodita da una vecchia cieca. Bel quadro del Sassoferrato, con la Madonna fra santa Caterina e san Domenico, che abitò a lungo nel vicino convento. La chiesa fu restaurata nell’824, nel 1238, nel 1541 e nel 1587.

CHIESA DI SAN SILVESTRO IN CAPITE.
Costruita nel 261 è una delle chiese più antiche di Roma. Prende nome dalla testa di san Giovanni che vi è conservata. Completamente rifatta nel 1690, possiede un’enorme quantità di quadri mediocri.

CHIESA DI SAN SILVESTRO A MONTECAVALLO.
Restaurata sotto Gregorio XIII. Soffitto dorato, due quadri dell’Albani e, sopra i pilastri della cupola, quattro affreschi del Domenichino, fra cui la Giuditta che mostra al popolo la testa di Oloferne. Benvenuti, che a Firenze passa per un grande pittore, ha fatto di questo soggetto un grande quadro da mostra: confrontare.

CHIESA DEI SANTI SILVESTRO E MARTINO AI MONTI.
San Silvestro papa, durante la persecuzione e prima di rifugiarsi sul Sant’Oreste, aprì in questa zona un oratorio sotterraneo. Poi vi costruì una chiesa, che però fu in seguito coperta di terra, dimenticata e infine riscoperta nel 1650, quando si procedette ai restauri della chiesa presente, elevata nel cinquecento sul luogo occupato dall’antica. La chiesa superiore, molto ricca di marmi, è divisa in tre navate da quattordici colonne antiche. Vi andiamo spesso ad ammirare i paesaggi del Guaspro, cognato del Poussin, dipinti sulle pareti delle navate laterali. La chiesa inferiore ispira sentimenti di pietà; vi incontriamo spesso una bellissima donna cieca, o che finge di esser tale, che probabilmente viene a far penitenza . in questo luogo solitario.

CHIESA DI SAN SISTO PAPA.
Sembra sia stata costruita da Costantino. Il primo restauro sicuro risale al 1200, l’ultimo al 1726. Vi abitò per alcuni anni san Domenico.

CHIESA DI SANTO SPIRITO IN SASSIA.
Ospedale costruito nel 717 da ma, re dei sassoni. Nella corsia principale, un altare di Andrea Palladio e un Giobbe di Carlo Maratta. La chiesa è piena di quadri mediocri.

CHIESA DELLE STIMMATE.
Restaurata nel 1595, in epoca di decadenza. Il San Francesco sull’altar maggiore è un buon quadro del Trevisani.

CHIESA DI SANTA SUSANNA.
Se la sua facciata, costruita su disegni di Carlo Maderno, si elevasse a Orléans o a Dunkerque sembrerebbe addirittura monumentale.

CHIESA DI SAN TEODORO.
In questo luogo furono esposti Romolo e Remo e fu elevato un tempio in loro onore. Il tempio fu poi trasformato in chiesa e la chiesa, a sua volta, fu riedificata per la prima volta nel 774. Le donnicciole la chiamano San Toto e vi portano i fanciulli malati

TRINITÀ DEI MONTI.
Costruita da Carlo VIII su consiglio di san Francesco da Paola e restaurata da Luigi XVIII. Cercate una veduta di Castel Sant’Angelo, del ponte e del vicino quartiere come apparivano da Trinità dei Monti all’epoca di Leone x. Vedere la Deposizione di Daniele da Volterra: invece di dipingere anime, egli dipingeva corpi vigorosi e ben formati: è lo stile di Michelangelo, meno il genio. C’è qualche buon quadro antico e una quantità di croste moderne. Gli artisti tedeschi vengono in questa chiesa al solo scopo di burlarsi dei francesi: la maggior parte di queste croste sono dovute infatti a miei compatrioti. I tedeschi, sempre in buona fede, riescono abbastanza bene ad esprimere " l’unzione ". Vedere ad esempio le sculture del Rauch, di Franke e dei due figli.

CHIESA DELLA TRINITÀ DEI PELLEGRINI.
Ospedale fondato nel 1548. La chiesa risale al 614. La Trinità sull’altar maggiore è deI Reni. Dello stesso il Padre Eterno della cupola.

CHIESA DEI SANTI VINCENZO E ANASTASIO A TREVI.
Graziosissima, piccola chiesa restaurata nel 1600 da quel brillante giovane, così destro negli intrighi, che fu il cardinale Mazarino.

CHIESA DEI SANTI VINCENZO E ANASTASIO ALLA REGOLA.
Patroni dei cuochi e dei pasticceri. Vedere sull’altar maggiore un quadro dell’Errante, che per qualche tempo godé fama di buon pittore.

CHIESA DI SANT’URBANO.
Vicino alla grotta della ninfa Egeria. É un antico tempio probabilmente innalzato in onore delle Muse. Il porticato fu distrutto all’epoca della trasformazione in chiesa cristiana.

Il Pantheon

Il Pantheon è senza dubbio il più bel monumento dell'antichità romana. Non ha neppure sofferto molte distruzioni ed è giunto fino a noi quasi intatto. Nel 608, l'imperatore Focas, lo stesso della colonna rinvenuta nel Foro durante gli scavi del 1813, donò l'edificio a Bonifacio IV, che ne fece una chiesa. Che peccato che il cristianesimo non si sia impadronito allora di tutti i templi pagani! L'antica Roma sarebbe ancora quasi tutta in piedi.
Il Pantheon ha il grande vantaggio che in due minuti si lascia comprendere in tutta la sua bellezza. Basta sostare davanti al portico, muovere qualche passo, vedere la chiesa. Tutto qui; ho già detto abbastanza e non dovrebbero occorrere altre spiegazioni: l'entusiasmo del visitatore sarà proporzionale alla sensibilità artistica che il ciclo gli ha elargito. Credo di non aver mai incontrato nessuno che non sia restato particolarmente emozionato dalla vista del Pantheon, come se questo tempio così famoso avesse in sé qualcosa di particolare, che non si trova ne negli affreschi di Michelangelo ne nelle statue del Campidoglio. Io credo che l'immensa volta sospesa, senza appoggio apparente, faccia paura agli ingenui, i quali, poi, appena rassicurati, si dicono: « È stato dunque per farmi piacere, che si sono presi la pena di darmi una sensazione così forte! ».
Mi sembra che qui davvero si tocchi il sublime. Forse un giorno, dopo che lo avrete ben esaminato, vi interesserà conoscere anche la storia del monumento. Il lettore che non è a Roma, tenga sottocchio le litografie del portico e dell'interno dell'edificio, pubblicate nella serie Lesueur.
Una bella copia del Pantheon è il tempio del Canova a Possagno, alto novantaquattro piedi e con un colonnato al posto del frontone. A chi non abbia visitato Roma, un'idea, seppur imperfetta, dell'interno del Pantheon può darla la chiesa dell'Assunzione in via Saint-Honoré.
A Berlino c'è una graziosa chiesetta che ne è la miniatura. Perché non costruiamo una copia del Pantheon nella zona occidentale di Parigi, ancora sprovvista di chiese? Questo famosissimo tempio misura solo centotrentatre piedi di diametro e altrettanti di altezza. Fu costruito da Marco Agrippa, sotto il suo terzo consolato, cioè nell'anno 727 di Roma, ventisei anni prima dell'era cristiana (1854 anni fa). Sul fregio del portico si legge:
M. AGRIPPA. L. F. COS. TERTIUM. FECIT
Indubbiamente il tempio fu restaurato in un primo tempo dagli imperatori Adriano e Marc'Aurelio, poi da Settimio Severo e da Antonino Caracalla. Infatti l'iscrizione dell'architrave del portico dice:
IMP. CAESER LUCIUS SEPTIMUS SEVERUS PIUS PERTINAX
ARABIC. ADIABENIC. PARTHIC. PONT. MAX. TRIB. POT. XI. COS. III. PP. PROCOS. ET. IMP. CAES. MARCUS. AURELIUS. PIUS FELIX. AUG. TRIB. POT. V. COS. PROCOS. PANTHEUM. VETUSTATE. CORRUPTUM. CUM. OMNI. CULTO. RESTITUERUNT.
Agrippa era il genero di Augusto e dedicò il tempio a Giove Ultore, in ricordo della celebre vittoria su Antonio e Cleopatra riportata dal suocero presso Azio (1859 anni or sono).
Qui sorgevano le statue di Marte, protettore di Roma, e di Venere, protettrice della famiglia Giulia.
Forse nel Museo di Parigi, nella sala di Diana, avrete notato la statua pensosa di Agrippa, primo ministro di Augusto. Egli esercitava presso l'imperatore una « funzione moderatrice » press'a poco come faceva il Cambacérès con Napoleone.
A beneficio del lettore che si trova a Roma già da parecchi mesi riassumo le numerose controversie a cui ha dato luogo la< storia del Pantheon.
Si è creduto che originariamente questa grande rotonda costituisse il vestibolo o, forse, una grande sala delle Terme di Agrippa, e che poi, prima che l'edificio fosse portato a termine, il progetto originale venisse modificato e la costruzione adibita a tempio. Non esiste infatti nessuna via di comunicazione fra la rotonda e le Terme, che si trovano dietro di essa. Secondo altri " intelligenti ", invece, Agrippa avrebbe costruito il solo portico, mentre il tempio risalirebbe ad un'epoca anteriore. Questa tesi è sostenuta da tre dati di fatto.
Il frontone, sulla facciata, è di stile completamente diverso da quello del portico.
La trabeazione del portico non corrisponde a quella del tempio.
L'architettura del portico, infine, ci appare molto migliore di quella del tempio. C'è anche il fatto, però, che la rotonda è unita ai muri delle terme: visto che queste ultime furono costruite da Agrippa, è dunque assai probabile che anche la rotonda sia stata eretta su suo ordine. Non ho mai visto a Roma volte così ardite come quella del Pantheon; ma, forse, le volte erano molto rare nei templi, i cui tetti dovevano essere quasi sempre sostenuti da trabeazioni lignee, come oggi a San Paolo fuori le Mura. Questa ipotesi spiegherebbe i frequenti incendi. Templi a volta, e chiusi come i nostri, avrebbero reso irrespirabile l'aria per l'odore della carne bruciata durante i sacrifici.
Forse possiamo supporre che la bellezza della volta, così come apparve quando la sala fu compiuta, abbia indotto Agrippa a consacrarla agli dei. In tal caso egli avrebbe fatto aggiungere il portico in un secondo tempo, e valendosi di un bravo architetto, per rendere più maestoso il complesso del nuovo tempio.
Il portico ha otto colonne sulla facciata.
Gli antichi riti pagani richiedevano l'esistenza di un vestibolo fra il portico e il tempio propriamente detto: anche la religione cristiana imitò questa disposizione, tanto è vero che era uso che i peccatori non ancora riconciliati con la Chiesa sostassero nel vestibolo durante le sacre funzioni *.
Il vestibolo del Pantheon è piccolissimo.
Le otto colonne del portico sostengono un frontone, un tempo ornato di bassorilievi e di statue, che è opera dell'ateniese Diogene.
Il portico, il più bello che esista in Italia, è largo quarantun piedi e lungo centotré. È formato da sedici colonne corinzie: le otto sul davanti sono di un sol pezzo di granito orientale, bianco e nero, con un diametro di quattro piedi e quattro pollici e una altezza di trentatré piedi e dieci pollici senza la base e i capitelli. L'intervallo fra colonna e colonna è press'a poco pari a due diametri, tranne quello tra le due colonne centrali, che è un po' più largo.
È stato dimostrato, inoltre, che lo spazio fra le colonne diminuisce gradatamente a partire dalle due del centro. Per di più le colonne esterne sono di diametro di qualche poco maggiore che quelle centrali.
Dione ci informa che nel vestibolo del tempio sorgevano le statue di Augusto e di Agrippa. Il vestibolo è formato di pilastri scannellati e ornato di un fregio, sul quale sono scolpiti alcuni strumenti sacrificali.
Il portale di bronzo che chiude attualmente il Pantheon non è quello che vi fu sistemato da Agrippa e che, a quanto pare, fu rubato da Generico, re dei Vandali. Proprio nello spessore del muro, a destra della porta, si apre una scala di novanta gradini, che porta sulla cupola. Anche a sinistra c'era una scala simile, che però oggi è impraticabile.
L'interno del tempio, la "cella" degli antichi, costituisce un circolo perfetto di centotrentatre piedi di diametro, senza finestre. La luce discende da un'apertura circolare della volta, larga ventisette piedi e che lascia penetrare la pioggia. È straordinario trovare qui, in una chiesa cristiana, una così diretta testimonianza dei giorni in cui si usavano bruciare le offerte rituali.
Dopo i primi momenti di ammirazione, a voler passare allo studio dei particolari, c'è anzitutto da notare, lungo il muro circolare interno, quattordici colonne scannellate di ordine corinzio, con le basi e i capitelli di marmo bianco. La maggior parte di queste colonne, alte ventisette piedi e con un diametro di tre piedi e sei pollici, sono di un sol blocco. Otto sono di marmo giallo, le altre di pavonazzetto. Ciascuna colonna ha il suo contropilastro dello stesso marmo. L'architetto di Agrippa praticò nel muro, che ha uno spessore di diciannove piedi, due nicchie semicircolari e quattro rettangolari, ora trasformate in cappelle.
Il settimo spazio è occupato dalla porta, quello che gli sta di fronte da una tribuna semicircolare. Qui, probabilmente, piaceva amministrare la giustizia all'imperatore Adriano, innamorato della bella architettura.
Le statue pagane di Agrippa furono più tardi sostituite da otto piccoli altari cristiani, di cui quattro conservano le vecchie colonne scanalate di giallo antico, mentre altri due le hanno di porfido, sistemate qui, a quanto sembra, da Settimio Severo. Le due ultime cappelle, infine, sono ornate di colonne di granito ordinario: è probabile che vi siano state collocate in tempi cristiani.
Apprendiamo da Plinio che il tempio era ornato da cariatidi, celebri ai suoi tempi e andate poi distrutte insieme con tutte le altre opere dello scultore Diogene. La statua di Giove Vendicatore occupava certamente il luogo ove è ora l'altare maggiore, di fronte alla porta. Forse le cariatidi si elevavano al centro della sala, press'a poco come quelle del tempio di Erecteo ad Atene, ed avevano la funzione di separare dal resto del tempio quella che noi oggi chiameremmo la cappella di Giove. Sembra che il nome di cariatidi, dato alle statue che reggono pesi, derivi dal nome di un popolo, i Carii, condannato in massa alla schiavitù per un suo tradimento. Il Pantheon è il monumento romano meglio conservato che esista. Come già per San Pietro, vorrei darne qui qualche particolare storico. Nel 732 di Roma, la folgore colpì lo scettro della statua di Augusto. Nell'80 d. C. subì un incendio: i danni furono riparati da Domiziano. Purtroppo non sappiamo con certezza come il fuoco si attaccò e dove trovò alimento. Sotto Traiano, il fulmine fu causa di un altro incendio. Il tempio fu successivamente riparato da Adriano, da Antonino Pio, e, infine, da Settimio Severo e Caracalla, ricordati nell'iscrizione.
Nel 608 Bonifacio IV trasformò il tempio in chiesa cristiana e fece rimuovere tutte le statue, comprese probabilmente le cariatidi, il cui aspetto umano poteva ricordare gli idoli. Furono tolte anche quattro piccole colonne di porfido. Costanzo II, quando nel 662 fece imbarcare per Costantinopoli tutto quello che gli riuscì di rubare agli edifici di Roma, spogliò la chiesa degli ultimi ornamenti di bronzo che ancora la ricoprivano.
Nel 713 Gregorio in fece sostituire le tegole di bronzo con lamine di piombo.Nell'830 Gregorio IV dedicò la chiesa a tutti i Santi, e fissò la festa relativa per- il primo giorno di novembre. A quei tempi sotto il porticato c'era ancora una bella urna di porfido, che Clemente XII fece poi trasportare nella cappella Corsini a San Giovanni in Laterano. La colonna angolare del portico, sul cui capitello è riprodotta un'ape, fu innalzata per ordine di Urbano vili che, d'altra parte, portò via il bronzo residuo della copertura e fece costruire i due brutti campanili attuali. Il portico fu completato da Alessandro VII, a cui si deve anche la costruzione delle ultime due colonne.
Anche la casette costruite a ridosso del Pantheon furono demolite in quell'occasione. Fu un restauro a fondo: il papa fece anche sterrare una parte dell'antica piazza; ma non riuscì a scoprire il livello originario.
Il buon Benedetto XIV Lambertini ebbe il torto di non saper scegliere il suo architetto; rovinò gran parte del tempio, soprattutto fra le colonne e la volta. Si dice che la grande statua di marmo bianco che rappresenta la Madonna sia stata- eseguita dal Lorenzetto secondo le ultime indicazioni di Raffaele. Il Winckelmann che come ogni buon tedesco si sente sempre obbligato a fare il critico, la ritiene una delle migliori opere moderne.
Quello che mi resta da raccontare è solo abominio e desolazione. Quando Raffaello morì, i suoi resti furono deposti nel Pantheon e sulla tomba fu poi posto un suo ritratto dipinto dal Maratta. Oggi il partito conservatore ha riportato su Raffaello un trionfo simile a quello che gli abbiamo visto riportare in Francia su Voltaire e Rousseau. Il busto di Raffaello è stato tolto dalla tomba e relegato in una stanzuccia del Campidoglio. Nel Pantheon era- illuminato dalla mistica luce che scende dall'apertura della volta; qui è quasi invisibile. Chi avrebbe mai detto che la reazione religiosa avrebbe attesa i nostri giorni per colpire Raffaello, morto nel 1520? Anche il busto di Annibale Carracci, del resto, ha avuto lo stesso destino di quello del grande uomo che egli aveva tanto ammirato. A sinistra, entrando, noterete vicino ad un altare le loro due tombe mutilate. Non so perché non siano stati cancellati i bei versi del cardinale Bembo, che sono così poco cattolici: « Ille hic est Raphael, ecc. ».
Molto commovente è l'iscrizione sulla tomba di Annibale Carracci, che ricorda con semplicità la cattiva sorte che perseguitò sempre questo grande riformatore della pittura. Gli sarebbero bastati pochi anni di vita, per vedere compiersi la rivoluzione artistica per la quale aveva coraggiosamente lottato. Guido e Lanfranco, due suoi allievi, furono ricchi e onorati.
A qualche passo dalla iscrizione che ricorda la morte prematura e la povertà del Carracci, noterete un brutto busto del cardinal Consalvi: il signor Thorwaldsen ne ha fatto un curato di campagna. Il partito conservatore, comunque, non è riuscito ad impedire che il busto fosse esposto. Il cardinal Consalvi era titolare di Santa Maria ad martyres. È questo il nome latino del Pantheon, impostogli nel 608 quando Bonifacio IV vi fece trasportare ventotto carri pieni di ossa dei santi martiri.
Al cardinal Consalvi è succeduto come titolare di Santa Maria ad martyres, il famoso cardinale Rivarola, contro il quale, alle Porte di Ravenna, ebbe luogo un tentato omicidio che ha fatto scalpore a Roma e in Italia, ma di cui a Parigi nessuno ha mai saputo nulla. Il 6 maggio 1828, come conseguenza naturale, si sono avute numerose esecuzioni capitali di liberali: il terrore regna in Romagna, la regione che ha dato i migliori soldati all'esercito italiano di Napoleone, quali lo Schiassetti, il Severoli, il Nerboni, ecc.
Sul ponte Santerno, vicino a Imola, un monumento in marmo bianco è stato innalzato al cardinal Rivarola ancora vivente. L'abbiamo visto tutto coperto di piccole macchie scure: sono i segni delle fucilate che gli tirano. Ora è vigilato da una sentinella piena di paura. Furono i postiglioni a invitarci a scendere per vedere la statua così conciata e per narrarci altri particolari, che non posso trascrivere. Il popolo romagnolo odia i preti e tuttavia li adula vilmente. Proprio sotto la statua del cardinale abbiamo incrociato due vetture piene di " carbonari " in catene. Paolo è andato a offrir loro qualche soccorso e due copie del Constitutionnel. Silenzio profondo fra la folla :dei contadini accorsi: ai loro occhi i "carbonari" sono dei martiri.
Le Terme di Agrippa contenevano centosettanta bagni, e furono le prime a sorgere a Roma. Così cominciarono a decadere i costumi: Cesare t Catone andavano ancora a bagnarsi nel Tevere.
I resti delle Terme di Agrippa sono addossati al muro esterno del Pantheon, dal lato opposto del portico. Il fortunato genero di Augusto, »n punto di morte, lasciò al popolo romano le Terme e i vasti giardini irrigati dall'Acqua Vergine, che sorgevano ove ora è l'arco della Ciambella.
Clemente XI fece innalzare di fronte al portico del Pantheon un piccolo obelisco pieno di geroglifici: ci sta malissimo. Invece di sovraccaricare la piazza che affossa il Pantheon, bisognerebbe abbassarla di dieci o dodici piedi. Quando il Tevere inonda la città, tutti i sorci del quartiere si rifugiano addirittura dentro il Pantheon, dove vengono attaccati da torme di gatti*.
Basterebbe un restauro molto semplice per riportare il Pantheon alla sua primitiva bellezza e per farci godere la stessa visione che piacque ai romani. Bisognerebbe prendere l'esempio da ciò che un bravo prefetto ha fatto per la Casa Quadrata di Nimes, e, per prima cosa, sterrare la piazza fino al livello dell'antico pavimento. Lungo le case della piazza, di fronte al portico, si potrebbe lasciare una strada larga quindici piedi, sostenuta da un muro alto dodici o quindici piedi, sul genere di quello che gira intorno alla basilica e alla Colonna Traiana.
Molti giovani prelati, nelle cui mani sicuramente si concentrerà il potere fra mezzo secolo, sono certamente in grado di apprezzare questo modo di restaurare gli antichi monumenti.
Nel 1771 si riteneva che occorresse abbellire i ruderi e perciò si mise un obelisco davanti al Pantheon. Nel 1611, per allargare le strade si demolivano gli antichi archi di trionfo, e si pensava di far bene. Cosa singolare, la dittatura di Napoleone ha rinvigorito il carattere di questo popolo, indebolito da trecento anni di tranquillo e pacifico dispotismo. Napoleone non era nemico di « tutte » le idee giuste.
*Ogni monumento di Roma ha dato luogo a due o tre volumi in quarto. Da queste opere appare evidente come varie « mode » dominano di volta in volta la scienza. Gli autori non vanno d'accordo neanche per quel che riguarda le misure dei monumenti che descrivono. Il signor de Condamine, un francese molto preciso ha misurato numerosi monumenti romani (Mémoires de l'Académie des Inscriptions pour 1757). Secondo i signori de Condamine e Desgodets, l'interno del Pantheon fra gli assi delle colonne, misura centotrentasette piedi e due pollici di diametro e centotrentatre piedi e dieci pollici fra il vivo delle colonne stesse. L'apertura della volta misura un diametro di sette piedi e cinque pollici. Il portico misura novantotto piedi e dieci pollici fra gli assi delle colonne e le colonne quindici piedi e dieci pollici di circonferenza ciascuna.
L'antico piede romano, paragonato al piede reale di Parigi, è uguale a dieci pollici, dieci linee e trentasette centesimi di linea.
L'attuale piede romano sta al piede reale come 11,82 sta a 10,83 o come 11 sta a 10.

Via del Corso

Tutti i funerali di una certa importanza passano per il Corso sul far della notte (alle ventitré e mezzo). Illuminata da cento ceri vi ho visto passare, su una barella, con la testa scoperta, la giovane marchesa Cesarini-Sforza: uno spettacolo atroce, che non dimenticherò mai; ma che ci induce al pensiero della morte, o piuttosto che ci colpisce nella immaginazione e perciò, dunque, utilissimo a chi regna su questo mondo facendo leva sulla paura dell'altro.
Disgraziatamente il Corso è stretto e umido, press'a poco come via Provence a Parigi; a levante è protetto da una linea di colline. A palazzo Chigi, anche se con la sua imponente mole contribuisce a mantener viva la memoria del famoso banchiere contemporaneo di Raffaello, pure non manca qualche difetto. Quando un uomo di affari, chiunque esso sia, ha la fortuna di impiegare i migliori scultori e architetti del suo tempo, diviene immortale. Se a Parigi Samuel Bernard avesse fatto costruire una copia esatta di palazzo Farnese o di palazzo Barberini, sarebbe oggi molto più celebre che non per i bei versi di Voltaire che lo riguardano, soprattutto se la costruzione fosse stata elevata all'angolo fra i boulevard: e via Mont-Blanc, dando così carattere a tutto il quartiere.
Siamo andati a vedere a palazzo Chigi alcune buone statue greche e cinque o sei quadri del Carracci, Tiziano e Guercino. Di solito gli stranieri vanno a visitare palazzo Chigi nei giorni di pioggia. I miei amici sono rimasti vivamente impressionati da due piccole opere del Bernini che rappresentano la Morte e la Vita. Un bei putto di marmo bianco dormiente su un cuscino rappresenta la vita. Di fronte, su un cuscino nero, è poggiato un teschio, anch'esso di marmo bianco. Tutto ciò perfettamente cristiano: gli antichi avrebbero avuto orrore di tale spettacolo (1).
Sulla bella piazza vicina si innalza la Colonna Antonina, composta di ventotto blocchi di marmo bianco. Misura centoquarantotto piedi di altezza e ha un diametro di undici piedi e mezzo. Una scomoda scaletta porta fino alla cima. L'antico piedistallo della colonna è ancora interrato per la profondità di molti piedi. Quel grand'uomo che fu Sisto v, nel 1589, la fece restaurare e vi fece porre in cima un San Paolo di bronzo dorato.
I bassorilievi del fusto raccontano le imprese di Marc'Aurelio contro i Germani: si tratta di una mal riuscita imitazione di quelli della colonna Traiana. Neppure la forma della colonna è bella: sembra un tubo di stufa (espressione da artista). L'insieme della piazza è invece perfetto. Mentre attraverso i nostri occhialini esaminavano la statua di san Paolo, grand'uomo, successore di un altro grande quanto lui, ma per la sua bontà, è arrivata la posta dalla Francia e tutto il nostro interesse per l'antichità è caduto di colpo. Ci siamo precipitati al cancelletto dove, per carità (a Roma tutto è per carità), siamo riusciti ad ottenere le nostre lettere cinque minuti prima degli altri. Abbiamo divorato i giornali parigini fino agli annunci dei cavalli da vendere e degli appartamenti da affittare.
(1) Vedere nella galleria di Firenze il bei Genio della morte. Canova, quantunque religiosissimo, si ribellò a queste grossolanità, che son tanto più esecrande quanto più appaiono vicine al vero. Il guaio è che fanno un grande effetto.

I Pifferai

21 dicembre. Son quindici giorni che i ”pifferari”, o suonatori di cornamusa, ci svegliano alle quattro del mattino. È gente capace di far odiare la musica. Son rozzi contadini ricoperti di pelli di capra, che in occasione delle Feste discendono dalle montagne abruzzesi e vengono a Roma a far serenate alle Madonne. Arrivano quindici giorni prima di Natale e ripartono quindici giorni dopo: ricevono due ”paoli” (un franco e quattro centesimi) per una serenata di nove giorni, sera e mattina. Chi vuoi essere stimato dai vicini e non vuoi incorrere in una denuncia al parroco, nonché tutti quelli che temono di passare per liberali, si abbonano per due « novene ».
Non c'è niente di più odioso dell'essere svegliati nel cuore della notte dal suono melanconico delle cornamuse, un suono che da ai nervi come quello dell'armonica. Leone XII, che li conosceva bene già prima di salire al pontificato, proibì ai ”pifferari” di svegliare i cittadini prima delle quattro. In fondo a tutte le botteghe, a Roma, c'è una Madonna illuminata da due lampade. Credo che non esista un romano che non abbia in casa almeno una Madonna. Sono molto devoti della madre del Salvatore e quantunque la polizia si preoccupi di « proibirne l'adorazione » pure non è ancora riuscita a far diminuire il fervore del popolo. Ho visto artisti che temono di passare per liberali affrescare sul muro del loro studio una Madonna e pagare ai ”pifferari” quattro ”paoli” per due novene. Il ”pifferare” con il quale ho avuto a che fare nel mio appartamentino mi ha detto che sperava di tornare a casa con cento scudi (centosessantun franchi), somma enorme in Abruzzo, che gli permetterà di stare sette o otto mesi senza lavorare. Mi ha chiesto se credevo che Napoleone fosse morto veramente. Anche se l'eroe evidentemente gli piaceva, tuttavia finì per dirmi: « Se avesse continuato a vincere, i nostri affari sarebbero stati rovinati (“andavano a terra”) ». Gli son piaciute molto, come un segno di nobiltà, le pistole attaccate al muro della mia camera. Mentre faceva l'atto di mirare, la sua faccia ha assunto un'espressione talmente feroce che l'ho condotto dalla signora Lampugnani. Ha avuto un grande successo: lo abbiamo fatto pranzare alla trattoria vicina e, la sera, lo abbiamo invitato a casa nostra per interrogarlo sul suo paese, la sua famiglia e le tristi esperienze compiute al tempo delle invasioni dei tedeschi e dei napoletani. Mi piacerebbe scrivere un libro con i nostri commenti alle risposte del ”pifferare". Ci ha cantato una bella canzone, che i giovanotti suonatori di cornamusa cantano alle romane:

Fior di castagna
Venite ad abitare nella vigna,
Che siete una bellezza di campagna.
Ecco un'altra stornellata, composta per un contadino, la cui amica riceveva gli omaggi di un soldato francese:
Io benedico il fior di camomilla:
Giacché vi siete data a far la Galla;
Vi volto il tergo, e me ne vado in villa.
Fior di granturco:
Voi mi fate paura più dell'orco,
E credo ancor che la fareste a un turco.
Non c'è niente di più malinconico della cantilena di queste canzoni; molti stornelli, poi, non sono troppo decenti. Secondo il signor Von*** questo tipo di canzone, il cui primo verso è composto dal nome di un fiore, si ritrova nei poeti latini. Egli ritiene addirittura che si tratti di una forma preromana.
Per me, la cosa che più mi ha commosso è stata la musica, improntata a una passione profondissima, capace di estraniarsi completamente dagli astanti, i quali, anzi, addirittura la offendono con la loro sola presenza. Cosa importa del prossimo all'uomo divorato dalla passione? Di tutto ciò che lo circonda gli interessano solo le infedeltà dell'amante e la propria disperazione.

La messa papale

25 dicembre 1828.
Questa mattina siamo andati, forse per la decima volta, ad ascoltare la messa del papa. È una specie di ricevimento della domenica alle Tuileries.
Quando il papa sta in Vaticano la cerimonia si celebra nella cappella Sistina, quando sta al Quirinale nella cappella Paolina; la messa si ripete tutte le domeniche e negli altri giorni festivi, e il papa, quando sta bene, non vi manca mai. Il Giudizio universale di Michelangelo occupa tutta la parete di fondo della cappella Sistina, grande come una chiesa. Nei giorni di cappella papale contro questa parete vien messo un arazzo del Barroccio rappresentante l’Annunciazione; davanti all’arazzo vien sistemato l’altare. In Francia sicuramente non sì sarebbe tanto barbari. Il papa fa il suo ingresso dal fondo della cappella e si siede alla sinistra del pubblico, su una poltrona dallo schienale molto alto, un vero trono sormontato dal suo baldacchino. Nel 1827 l’Ingres ha esposto un quadretto che dava un’idea perfetta della cerimonia e della cappella Sistina.
Lungo il muro, a sinistra, siedono i cardinali, i vescovi e i preti, tutti vestiti di rosso. Di fronte al papa, a destra dello spettatore, prendono posto i cardinali-diaconi, che sono in numero limitatissimo. La messa papale è il grande appuntamento di tutti i cortigiani; anche una enorme quantità di frati ha diritto ad assistervi, ed essi approfittano lungamente della concessione. Sono i generali degli ordini, i " procuratori ", i " provinciali ", ecc. Tutti costoro son separati dal pubblico da una cancellata di noce alta cinque piedi. Per uno straniero intraprendente non è affatto difficile intavolare una conversazione con uno di loro. Se poi il turista vuol proprio divertirsi, cerchi di esternare al suo interlocutore una sfegatata ammirazione per i gesuiti: vedrà la maggior parte dei monaci, specialmente quelli vestiti di bianco come il cardinale Zurla, tradire immediatamente una vivissima antipatia per i discepoli di Loyola.
Tutte queste conversazioni si svolgono prima dell’inizio del servizio divino, mentre si attende l’arrivo del papa. Uno dopo l’altro arrivano i cardinali. A mano a mano che entrano nella cappella, ciascuno di loro va a genuflettersi su un inginocchiatoio sistemato davanti all’altare e per tre o quattro minuti rimane assorto nella più fervida preghiera:
molti di loro compiono la cerimonia con molta dignità e compunzione. Fra i più devoti di questa mattina abbiamo notato il Gran Penitenziere cardinal Castiglioni e il bel cardinale Micara, generale dei cappuccini, che porta ancora la barba e l’abito del suo ordine, come tutti i cardinali che vengono dai frati, riconoscibili perché portano lo zucchetto rosso.
Fra i cortigiani abbiamo notato due frati elegantissimi, tutti vestiti di bianco. Son stati loro ad indicarci i cardinali a mano a mano che entravano nella cappella. La cura del vestire è di capitale importanza: i buoni monaci mostravano molta curiosità per le decorazioni e le croci e sembravano non apprezzare nessuno se non dall’abito.

(da: Passeggiate Romane)


Beatrice Cenci

Sabato mattina, 11 settembre 1599, i primi signori di Roma, membri della confraternita dei confortatori, si recarono alle due prigioni, a Corte Savella, dov'erano Beatrice e la sua matrigna, e a Tordinona, dove si trovavano Giacomo e Bernardo Cenci. Per tutta la notte dal venerdì al sabato, i signori romani che avevano saputo quel che stava accadendo non fecero altro che correre dal palazzo di Monte Cavallo a quelli dei più autorevoli cardinali, per ottenere almeno che le donne fossero giustiziate all'interno della prigione, e non su un infame patibolo; e che si facesse grazia al giovane Bernardo Cenci, che, appena quindicenne, non poteva aver partecipato a nessun complotto. Soprattutto il nobile cardinale Sforza si è distinto per il suo zelo durante quella notte fatale, ma, benché principe così potente, non ha potuto ottenere nulla. Il delitto di Santa Croce era un delitto vile, commesso per denaro, mentre il crimine di Beatrice fu commesso per salvare l'onore. Mentre i cardinali più potenti facevano tanti passi inutili, Farinacci, il nostro grande giurista, ebbe l'audacia di farsi strada fino al papa; arrivato davanti a Sua Santità, quest'uomo sorprendente fu così abile da toccare la sua coscienza, e infine, a furia di insistere, gli strappò la vita di Bernardo Cenci.
Quando il papa pronunciò questa grande parola, potevano essere le quattro del mattino (del sabato 11 settembre). Tutta la notte si era lavorato, sulla piazza di ponte Sant'Angelo, ai preparativi della crudele tragedia. Però tutte le copie necessarie della sentenza di morte non poterono esser terminate che alle cinque del mattino, di modo che soltanto alle sei fu dato il fatale annuncio a quei poveri sventurati che dormivano tranquillamente.
La ragazza, sulle prime, non riusciva nemmeno a trovare la forza di vestirsi. Gettava grida acute e continue, e si abbandonava senza ritegno alla più atroce disperazione. «Com'è possibile, ah! mio Dio!» esclamava, «che così all'improvviso io debba morire?» Lucrezia Petroni, invece, disse solo parole molto dignitose; prima pregò in ginocchio, poi esortò tranquillamente sua figlia a recarsi con lei nella cappella, dove entrambe dovevano prepararsi al grande passaggio dalla vita alla morte. Quelle parole resero a Beatrice tutta la sua tranquillità; tanto si era mostrata eccitata e furiosa nel primo momento, altrettanto fu calma e ragionevole non appena la matrigna richiamò quella grande anima a se stessa. Da allora in poi, fu uno specchio di coraggio che tutta Roma ammirò. Chiese un notaio per fare testamento, e ciò le fu accordato. Dispose perché il suo corpo fosse seppellito a San Pietro in Montorio; lasciò 300.000 franchi alle Stimmatine (religiose delle Stimmate di San Francesco); questa somma deve servire alla dote di cinquanta ragazze povere. Tale esempio commosse la signora Lucrezia, che, anche lei, fece testamento e ordinò che il suo corpo fosse portato a San Giorgio; lasciò 500.000 franchi in elemosina a questa chiesa, e dispose altri pii legati. Alle otto, si confessarono, ascoltarono la messa, e ricevettero la santa comunione. Ma prima di andare a messa, la signora Beatrice pensò che non fosse conveniente comparire sul patibolo, davanti a tutto il popolo, con i ricchi abiti che portavano. Ordinò due vesti, una per lei, l'altra per sua madre. Queste vesti furono fatte come quelle delle monache, senza ornamenti sul petto e sulle spalle, soltanto pieghettate con larghe maniche. La veste della matrigna era di tela di cotone nera; quella della giovane di taffetà azzurro con una grossa corda che stringeva la cintura. Quando portarono i vestiti, la signora Beatrice, che era in ginocchio, si alzò e disse alla signora Lucrezia: «Signora madre, l'ora della nostra passione si avvicina; sarà bene che ci prepariamo, che mettiamo questi altri abiti, e che ci aiutiamo per l'ultima volta a vestirci l'un l'altra.» Sulla piazza di ponte Sant'Angelo era stato innalzato un grande patibolo con un ceppo e una mannaja (specie di ghigliottina). Verso le tredici (le otto del mattino), la compagnia della Misericordia recò il suo grande crocifisso alla porta della prigione. Giacomo Cenci uscì per primo dalla prigione; s'inginocchiò devotamente sulla soglia, disse le sue preghiere, e baciò le sante piaghe del crocefisso. Era seguito da Bernardo Cenci, il suo giovane fratello, che aveva anche lui le mani legate e una tavoletta davanti agli occhi. La folla era enorme, e vi fu un tumulto a causa di un vaso che cadde da una finestra, quasi sulla testa di uno dei penitenti che teneva una torcia accesa accanto allo stendardo. Tutti guardavano i due fratelli, quando all'improvviso si fece avanti il fiscale di Roma, e disse: «Signor Bernardo, Nostro Signore vi fa grazia della vita; sottomettetevi ad accompagnare i vostri parenti e pregate Dio per loro.» Subito i suoi due confortatori gli tolsero la tavoletta che aveva davanti agli occhi. Il carnefice stava sistemando sul carretto Giacomo Cenci, e gli aveva tolto l'abito per poterlo attanagliare. Quando il carnefice arrivò a Bernardo, verificò la firma dell'atto di grazia, lo slegò, e, poiché era senz'abito dovendo essere suppliziato, il carnefice lo mise sul carretto e lo avvolse nel ricco mantello di panno gallonato d'oro. (Si è detto che era lo stesso dato da Beatrice a Marzio dopo l'azione nella rocca di Petrella). L'immensa folla che era in strada, alle finestre e sui tetti, d'un tratto si commosse; si sentiva un rumore sordo e profondo, si cominciava a dire che il ragazzo era stato graziato. I canti dei salmi iniziarono e la processione si avviò lentamente attraverso piazza Navona verso la prigione Savella. Giunta che fu alla porta della prigione, lo stendardo si fermò, le due donne uscirono, fecero l'atto di adorazione ai piedi del crocefisso, e poi s'incamminarono a piedi l'una dopo l'altra. Erano vestite come si è detto, la testa coperta da un gran velo di taffetà che arrivava fin quasi alla vita.
La signora Lucrezia, nella sua qualità di vedova, portava un velo nero, e babbucce di velluto nero senza tacco, secondo l'usanza. Il velo della giovane era di taffetà azzurro, come la sua veste; aveva poi un gran velo di drappo d'argento sulle spalle, una gonna di drappo viola, e babbucce di velluto bianco, allacciate con eleganza e chiuse da cordoncini color cremisi. Nell'incedere in questo costume, aveva una grazia singolare, e a tutti salivano le lacrime agli occhi man mano che la vedevano avanzarsi lentamente nelle ultime file della processione. Le donne avevano entrambe le mani libere, ma le braccia legate al corpo, di modo che ciascuna di loro poteva portare un crocefisso; lo tenevano vicinissimo agli occhi. Le maniche delle loro vesti erano molto larghe, lasciando scorgere le braccia, che erano coperte da una camicia stretta ai polsi, come si usa qui. La signora Lucrezia, che aveva il cuore meno saldo, piangeva quasi in continuazione; la giovane Beatrice, invece, mostrava un grande coraggio; e levando gli occhi verso tutte le chiese davanti a cui passava la processione, s'inginocchiava per un istante, e diceva con voce ferma: «Adoramus te, Christe!» Nel frattempo, il povero Giacomo Cenci veniva suppliziato sul carretto, e mostrava molta costanza. La processione poté attraversare a stento la parte inferiore della piazza di ponte Sant'Angelo, tanto grande era il numero delle carrozze e la folla del popolo. Si condussero senza indugio le due donne nella cappella che era stata preparata; in seguito vi si condusse Giacomo Cenci. Il giovane Bernardo, coperto del suo mantello gallonato, fu portato direttamente sul patibolo; allora tutti credettero che sarebbe stato ucciso, e che non avesse ricevuto la grazia. Il povero ragazzo ebbe una tale paura, che cadde svenuto al secondo passo che fece sul patibolo. Lo si fece rinvenire con dell'acqua fresca, collocandolo poi di fronte alla mannaja. Il carnefice andò a prendere la signora Lucrezia Petroni; le sue mani erano legate dietro la schiena, non aveva più il velo sulle spalle. Apparve sulla piazza accompagnata dallo stendardo, con la testa avvolta nel velo di taffetà nero; là si riconciliò con Dio e baciò le sante piaghe. Le dissero di lasciare le babbucce sul lastricato; poiché era molto corpulenta, fece un po' fatica a salire. Quando fu sul patibolo e le fu tolto il velo di taffetà nero, soffrì molto d'esser veduta con le spalle e il petto scoperti; si guardò, poi guardò la mannaja, e, in segno di rassegnazione, alzò lentamente le spalle; le vennero le lacrime agli occhi, e disse: «O mio Dio!... E voi, fratelli miei. pregate per la mia anima!» Non sapendo cosa dovesse fare, chiese ad Alessandro, primo carnefice, come doveva comportarsi. Egli le disse di mettersi a cavalcioni sull'asse del ceppo. Ma questo movimento le parve offensivo per il pudore, e ci mise molto tempo a farlo. (I particolari che seguono sono tollerabili per il pubblico italiano, che tiene a sapere ogni cosa con la massima esattezza; al lettore francese basti sapere che il pudore della povera donna fece sì che si ferisse al petto; il carnefice mostrò la testa al popolo e poi l'avvolse nel velo di taffetà nero). Mentre si metteva in ordine la mannaja per la ragazza, un'impalcatura carica di curiosi cadde, e molta gente restò uccisa. Così comparvero dinanzi a Dio prima di Beatrice. Quando Beatrice vide lo stendardo tornare verso la cappella per prenderla, disse con vivacità: «La mia signora madre è davvero morta?» Le risposero di sì; ella si gettò in ginocchio davanti al crocefisso, e pregò con fervore per la sua anima. Poi parlò a voce alta e a lungo al crocefisso. «Signore, sei ritornato per me, e io ti seguirò di buon grado, non disperando della tua misericordia per il mio enorme peccato, ecc.» In seguito recitò diversi salmi e orazioni, sempre in lode di Dio. Quando infine il carnefice le comparve davanti con una corda, disse: «Lega questo corpo che dev'essere castigato, e libera quest'anima che deve arrivare all'immortalità e alla gloria eterna. »
Allora si levò, disse le sue preghiere, lasciò le babbucce in fondo alla scala, e salita sul patibolo passò lesta la gamba sopra l'asse, posò il collo sotto la mannaja, e si sistemò da sola alla perfezione per evitare d'esser toccata dal carnefice. Con la rapidità dei suoi movimenti, evitò che, nel momento in cui le fu tolto il suo velo di taffetà, il pubblico le vedesse le spalle e il petto. Ci volle molto prima che il colpo fosse vibrato, perché sopravvenne un inconveniente. Nel frattempo, ella invocava ad alta voce il nome di Gesù Cristo e della santissima Vergine. Il corpo ebbe un grande sussulto al momento fatale. Il povero Bernardo Cenci, che era sempre rimasto seduto sul patibolo, cadde di nuovo svenuto, e ai suoi confortatori occorse ben più di mezz'ora per rianimarlo. Allora comparve sul patibolo Giacomo Cenci; ma anche qui bisogna sorvolare su particolari troppo atroci. Giacomo Cenci fu mazzolato. Bernardo fu ricondotto subito in prigione, aveva la febbre alta, gli fu fatto un salasso. In quanto alle povere donne, ciascuna fu accomodata nella sua bara, e deposta a qualche passo dal patibolo, presso la statua di san Paolo che è la prima a destra sul ponte Sant'Angelo. Restarono lì fino alle quattro e un quarto dopo mezzogiorno. Intorno ad ogni bara ardevano quattro candele di cera bianca. In seguito, con quel che restava di Giacomo Cenci, furono portate al palazzo del console di Firenze. Alle nove e un quarto di sera, il corpo della giovane, vestito dei suoi abiti e incoronato di fiori a profusione, fu portato a San Pietro in Montorio. Era di un'incantevole bellezza; sembrava che dormisse. Fu sepolta davanti all'altar maggiore e alla Trasfigurazione di Raffaello da Urbino. Era accompagnata da cinquanta grandi ceri accesi e da tutti i frati francescani di Roma. Lucrezia Petroni fu portata, alle dieci di sera, alla chiesa di San Giorgio. Durante questa tragedia, la folla era innumerevole; fìn dove poteva spingersi lo sguardo, si vedevano le strade piene di carrozze e di gente, le impalcature, le finestre e i tetti coperti di curiosi. Il sole era tanto ardente quel giorno che molte persone perdettero conoscenza. Un numero infinito prese la febbre; e quando tutto fu terminato, alle diciannove (le due meno un quarto), e la folla si disperse, molte persone furono soffocate, altre schiacciate dai cavalli. Il numero dei morti tu molto considerevole. La signora Lucrezia Petroni era piuttosto piccola di statura, e benché avesse cinquant'anni, era ancora molto ben portante. Aveva bellissimi lineamenti, il naso piccolo, gli occhi neri, il viso molto bianco dal bel colorito; aveva pochi capelli ed erano castani. Beatrice Cenci, che ispirerà un eterno rimpianto, aveva sedici anni giusti; era piccola; era piacevolmente grassottella e aveva delle fossette in mezzo alle guance, di modo che, morta e incoronata di fiori, si sarebbe detto che dormisse, e anzi che ridesse, come le accadeva spesso quando era in vita. Aveva la bocca piccola, i capelli biondi e naturalmente ricci. Andando alla morte questi capelli biondi e inanellati le ricadevano sugli occhi, e ciò le dava una certa grazia e induceva alla compassione. Giacomo Cenci era di piccola statura, grosso, col viso bianco e la barba nera; aveva press'a poco ventisei anni quando morì. Bernardo Cenci assomigliava in tutto a sua sorella, e, siccome portava i capelli lunghi come lei, molta gente, quando comparve sul patibolo, lo scambiò per Beatrice. Il sole era stato così ardente, che molti spettatori di questa tragedia morirono durante la notte, e fra loro Ubaldino Ubaldini, giovane di rara bellezza, che prima godeva di perfetta salute. Era fratello del signor Renzi, molto conosciuto a Roma. Così le ombre dei Cenci se ne andarono in buona compagnia. Ieri, martedì 14 settembre 1599, i penitenti di San Marcello, in occasione della festa della Santa Croce usufruirono del loro privilegio per liberare dalla prigione il signor Bernardo Cenci, che si è obbligato a pagare entro un anno 400.000 franchi alla Santissima Trinità di ponte Sisto.

(da: Cronache Romane)