Diario Romano

Émile Zola

 

Questi sono gli appunti che prese Zola nel suo viaggio a Roma dal 31 ottobre al 4 dicembre del 1894 per conoscere l'ambiente dove dovrà muoversi il protagonista di "Rome" un romanzo che fà parte di un ciclo iniziato con "Lourdes" e finito con "Paris" .

MERCOLEDÌ 31 OTTOBRE

Sono arrivato questa mattina alle sette, dopo aver attraversato la campagna romana all'alba. Una grande desolazione. Greggi intraviste nella nebbia. Terreni tristi dall'erba rada. Qualche costruzione dalle tegole giallastre, che mi ha ricordato il Midi. Fattorie tristi e bruciate. Il deserto.
Una prima corsa, passando, al Campidoglio. Il Marcaurelio superbo, forte e potente. Vista del Foro, piccolo e grigio. - Di qui al Corso: sensazione di strettezza. La nostra rue Saint-Honoré. I palazzi, grandi masse quadrate, nudi e tristi dal di fuori, con il loro intonaco di un giallo rossastro. Ma all'interno si sente l'immensità: da vedere. - Nel pomeriggio grande corsa attraverso Roma, per un primo colpo d'occhio. Mi tornano alla mente Genova e Aix. Molta grandezza, ma sparsa e triste. L'orrore nauseabondo dei vecchi quartieri. La biancheria alle finestre, appesa ad una corda tenuta scostata dal muro da un bastone. Interi bucati, lunghi drappi che pendono, camicie, biancheria bianca, poi l'accozzaglia della biancheria colorata. L'odore misto d'olio rancido e di miseria. Rivedere Trastevere. Maestà di piazza San Pietro, ma la cupola è troppo arretrata. A palazzo Farnese, dal nostro ambasciatore, saloni magnifici, poi i vani delle finestre in falso marmo mal dipinto. Scale, gallerie, mense il tutto freddo e solenne. E in mezzo l'ambasciatore, monsieur Billot, il topo bianco.
In via del Corso la stessa impressione di strettezza del mattino. Ancora nessuna vettura alle tre del pomeriggio. Bella la sistemazione di piazza del Popolo.
Il Pincio, di un grazioso gusto italiano, ma anch'esso stretto. Una musica militare, troppi ottoni. Busti dei grandi uomini nei viali. Dalla terrazza bella vista su Roma, un po' confusa, con le cupole e le chiese. In fondo, maestosissimo, San Pietro. Dall'altro lato di Roma il Gianicolo, opposto al Pincio. Via del Babbuino (della scimmia) dritta e fredda. Piazza di Spagna con la bella scalinata dal grazioso effetto artistico (alla francese). La fontana di Trevi, molto bella, di un allievo del Bernini. Un rococò grandioso. Villa Aldobrandini in via Nazionale, vista di fronte con il suo giardino per aria, il grande pino marittimo, tutta Roma. Maestosa. Soffia lo scirocco, giornata pesante, con nubi nere e tempestose verso sera.
La conversazione con monsieur Billot: in Francia si sbaglia a disprezzare troppo l'Italia. Potrebbe far molto, soprattutto quella del nord, ma è incapace di uno sforzo prolungato. La Triplice Alleanza ci ha reso il servizio di renderla ambiziosa, di spossarla per mantenere una flotta e un esercito non utilizzati da tempo. E questo che l'ha rovinata.
Inoltre l'Italia era molto più impaziente e desiderosa di una guerra della Germania. La Germania doveva calmarla. La sua flotta, superba d'aspetto, ha già di che temere, invecchiata dopo dodici anni, non più al riparo dai nuovi proiettili; e non è possibile mutarla.
Posizione difficile dell'ambasciatore, poiché gli italiani hanno sempre il pretesto di accusarci di voler ristabilire il potere temporale. È una scusa. Inadeguata.
Piazza Campo dei Fiori, piena di orridi rigattieri.
Molti cocci. Bella vista di ponte Sant'Angelo, guardando verso Trastevere. Pittoresca riva destra. Il Palatino e soprattutto l'Aventino intravisto con le sue tre chiese.

GIOVEDÌ 1 NOVEMBRE

Alle dieci al Gianicolo, nel giardino di villa Corsini, davanti all'Accademia reale di Spagna. Terrazza con un'ammirevole vista su Roma, in questa splendida mattinata d'ottobre. Un cielo azzurro chiaro, di una purezza ammirevole. Un vento leggero da nord. Il Testacelo, a destra, di un viola scuro sullo sfondo bluastro della campagna romana. L'Aventino con le sue tre chiese all'ombra, sullo sfondo chiaro dei monti Albani, pallidissimi e svaporati. Così pure il Palatino con i suoi cipressi, quadrato. Il Campidoglio confuso, appena distinto. La città parrebbe piatta, appena l'ondulazione dei colli, con sfondi pieni di un vapore azzurrognolo, molto delicato. Sotto il Gianicolo i quartieri nuovi, le grandi case quadrate abitate dal popolo miserabile, con la biancheria stesa alle finestre, a nascondere il Tevere. Sulla sinistra iniziano le torri e soprattutto le cupole. Appare solo qualche chiazza bianca, un pezzo di muro, facciate di case nuove. Il resto si perde in un grigio lillà finissimo.
Palazzo Farnese è in basso, una massa quadrata, giallastra. La cupola di San Pietro è all'estrema sinistra, isolata, sopra una linea di alberi e due pini marittimi.
Si vede solo la cupola sorgere da una piega del terreno, come se nascesse dal verde. La cupola è di un grigioazzurro pallido, quasi uguale al blu del cielo, ma un po' più grigio. Il campanile è giallo, pare sospeso.
Ma il vigore viene dato dall'Aventino, dal Palatino fra gli alberi. - Altre zone della città, in lontananza, si stagliano nell'ombra su sfondi chiari. A sinistra villa Borghese, il Pincio, una linea d'alberi a profilare il cielo. Castel Sant'Angelo, tutto tondo, in basso. Salgono grandi fumi grigi. Le tegole di palazzo Farnese sono rossastre. Sopra la terrazza da cui si gode questa vista scopro l'Acqua Paola, zampillante. Dietro palazzo Farnese si scorge la rotondità del Pantheon, basso.
Dietro ancora Montecitorio, giallissimo, con un orologio sulla facciata. Le alture del Viminale, bianche, le costruzioni nuove, i nuovi quartieri, cubi bianchi in cui si aprono i piccoli quadrati regolari delle finestre. A destra di palazzo Farnese, la cupola di Sant'Andrea della Valle. In fondo la torre di Nerone, rossastra. Poi, di botto, Santa Maria Maggiore: una torre quadrata, sottile, con il tetto appuntito e due campanili. A sinistra si vede il nuovo quartiere dei Prati di Castello, le case, cubi dalle finestre regolari.
San Pietro, il giorno di Ognissanti. Cerimonia nella cappella del Coro. Dalla grande navata non si sentono nemmeno i canti. I cantanti della cappella Sistina, l'ammirevole voce femminile. La cappella inondata di sole, tendoni rossi insanguinati dai raggi. E la mia impressione dell'immensa navata, le braccia del transetto e dell'abside grandi come una delle nostre comuni chiese. Un salone di gala gigante, una sala dei passi perduti, un palazzo di ricevimento ciclopico. Le lastre di marmo sul pavimento, le colonne rivestite di marmo colorato, le volte con i cassettoni dorati, le tombe di marmo con le loro statue di marmo. Museo freddo e grandioso. I mosaici delle volte, tutti gli affreschi delle volte, pagani, romani, di una maestà smisurata e trionfale. Niente vetrate alle finestre. Ovunque finestre quadrate, dai vetri quadrati, da cui piove una luce bianca. Quelle di sinistra, colpite in pieno dal sole, lasciano ricadere grandi quadrati luminosi, che gettano proiezioni chiare sullo splendore del marmo. La polvere danza, gli ampi raggi attraversano la larghezza della navata inondandola di gloria. E non una sedia, l'immensa distesa di marmo vuota, deserta all'infinito. Un pavimento da museo, da palazzo. Nessun angolo per raccogliersi, non un angolino d'ombra in cui inginocchiarsi (le nostre cattedrali romane e gotiche). La luce cruda rischiara tutto. È un tempio pagano, elevato al dio della luce e della pompa. L'anima, con i suoi misteri, è assente. L'atavismo, la fede piombano sul colosso di gala. - La statua di bronzo di san Pietro: alcuni ne strofinano l'alluce, lo baciano, ci posano la fronte, lo baciano di nuovo e lo puliscono.
Altri lo baciano senza strofinarlo. La confessione, piccole lampade che ardono. L'elaboratissimo baldacchino, fuso nel bronzo preso al Pantheon. - Confessionali per tutte le lingue, nel transetto di sinistra. Il prete attende, si cura delle anime, legge, scrive. Dopo la confessione, tocca con un lungo bastoncino. Le acquesantiere colossali, con i due angeli. E la mia idea: Pierre che entra un mattino e ascolta una messa mormorata in questa immensità. Non c'è nessuno, solo quattro o cinque turisti, il loro Baedeker alla mano. Significherà che le grandi cerimonie sono morte da quando Roma è capitale. Ci vogliono ottantamila persone per riempire la chiesa. Oggi, giorno di Ognissanti, i cinquecento presenti sembravano formiche nere smarrite. Un seminario francese. Un po' di gente. Le sensazioni di Pierre in questa grande sala d'opera, tanto chiara e attraversata dai brillanti raggi del sole, ma tanto vuota nella sua immensità, con il mormorio della piccola messa che vi farò svolgere.
Quattro o cinque povere donne inginocchiate. Pierre che arriva con il ricordo delle nostre cattedrali romaniche o gotiche, con la loro statuaria emaciata del medioevo, tutta anima, in questa maestà, in questa pompa vuota e tutta materiale. Occorrerebbero tutte le magnificenze papali per riempirla, le grandi sfilate, i cortei che accompagnano il papa.
I quartieri nuovi, soprattutto Prati di Castello. Vasti terreni su cui sono stati creati di botto progetti di quartieri. Vie a scacchiera, piazze. Grandi case quadrate, simili a caserme. Cinque piani. Alcune piatte come le facciate, ma in certi quartieri molto ornate, con colonnine, balconi, sculture. Altre, rientrate, più semplici, per la gente più povera. Si vede di tutto: terreni in cui sono state scavate fondamenta poi abbandonate, terreni su cui è ricresciuta l'erba, fino alle case finite, abitate. Case la cui costruzione è stata abbandonata al secondo piano, i pavimenti allo scoperto, le finestre sul vuoto, le pietre senza rivestimento. Case con il tetto ma simili a gabbie vuote, con pavimenti e finestre non rifiniti. Case terminate ma dalle persiane chiuse, completamente disabitate. Case abitate solo da una parte, il resto chiuso. Case infine completamente abitate, case superbe ma abitate dal popolino, la sporcizia che deborda dalle finestre, stracci che pendono dai balconcini scolpiti, puzza e miseria, donne spettinate, a malapena ricoperte da uno scialletto sporco, alle finestre. Tutta questa gente paga appena l'affitto. Mi dicono che alcuni si sono perfino installati in queste case come per diritto di conquista. Sono entrati e ce li hanno lasciati. E questi quartieri si trovano ovunque a Roma, ai Prati di Castello, sotto il Gianicolo, sui terreni di villa Ludovisi, fuori porta Pia, a San Lorenzo, vicino al Campo Verano, lungo la stazione, sul Viminale e l'Esquilino e anche altrove, vicino al monte Testaccio, credo (tutto da verificare).
Ecco, grosso modo, la storia. Gli italiani padroni di Roma hanno voluto costruire la terza Roma, la grande capitale moderna dell'Italia. L'hanno annunciato, dichiarando il proprio orgoglio e il sangue d'Augusto. Si sarebbe dimostrato al papa quello che l'Italia unita poteva fare della capitale. Il tutto sarebbe stato realizzato in una ventina d'anni, dopo il 1875.
Ma ad attivare ogni cosa c'era un'idea lucrosa, la speculazione sulla vendita dei terreni. Quello che si acquistava a cento soldi al metro si rivendeva a cento franchi. Un terreno era come un valore che passava di mano in mano: il tutto infiammato dall'orgoglio nazionale e dal lucro. La storia del principe Ludovisi, cui vennero offerti sei milioni per la sua villa. La vende. Poi, vedendo il valore salire e sperando che salirà ancora, riacquista i suoi terreni a 50 franchi per rivenderli a 100. Con questo giochetto ha perso i sei milioni della vendita e altri dodici di tasca propria. Cose simili sono accadute ovunque. Grandi signori clericali hanno speculato. Il papa stesso avrebbe perso 23 milioni, gran parte del tesoro lasciato da Pio IX. l crollo è avvenuto perché si è costruito senza misura e senza chiedersi chi avrebbe alloggiato nelle nuove case. Da una parte, la popolazione locale è soltanto raddoppiata, le folle attese non sono arrivate. Dall'altra, si ha avuto il torto di costruire case troppo belle, di cui il popolino non avrebbe potuto pagare l'affitto.
Quindi niente affitti, e le case sono rimaste a consumarsi, vuote. Per salvare la situazione, per riportarla a galla, occorrono gli abitanti, ma abitanti abbastanza ricchi da far sì che le case rendano ai proprietari. Ma tutto dice che un evento del genere non si realizzerà molto presto. Le somme finora rischiate, inghiottite dalle costruzioni a Roma, si calcolano in un miliardo. È stato fatto tutto troppo bello e troppo in fretta.
L'immenso ministero delle Finanze, in via XX Settembre, è vuoto. La Banca d'Italia, in via Nazionale, è un'ironia. Bisogna che approfondisca tutto questo lato finanziario. Ma che profonda ironia questo orgoglio nazionale che va in rovina e questo papa che perde i milioni nella capitale che maledice!
Ho visto il Pantheon, il monumento antico meglio conservato. All'interno è una chiesa e vi ho assistito a una cerimonia: oltraggioso. Ho visto San Luigi dei Francesi, una chiesa romana come tutte le altre, con i suoi marmi e i suoi affreschi. Ho visto San Lorenzo dai mosaici superbi, un'antica cattedra di marmo molto originale, una cripta in cui si scende da un'ampia scala. Vi si trova la tomba di Pio IX. Magnifici mosaici. Ho visto Sant'Agnese fuori le mura, l'antica chiesa per metà sotterranea, molto interessante. Si scende da un'ampia scala: a destra e a sinistra, incastrate nei muri, iscrizioni della chiesa primitiva.
Pomeriggio al Campo Verano. Cimitero immenso, tenuto ammirevolmente. In alto tutte le tombe della nobiltà romana. Un grande orgoglio nella morte. Marmi, cappelle, statue. È tutto bianchissimo, non si è sporcato sotto questo bei cielo. Somiglia un po' al Camposanto di Genova. Un grande quadrato con loggiati e una cappella in fondo. Cipressi, tassi. Siccome era Ognissanti c'era una folla immensa: popolo e piccola borghesia. L'insieme meno facoltoso che da noi. Niente abiti della festa, qualche bei fazzoletto. Assente anche il nostro raccoglimento, ma uno scalpiccio, un curiosare in giro. Tutto questo sotto il sole. Sembra che il pomeriggio si passi nelle osterie. Molta ostentazione e pompa nella morte. Dall'alto di Campo Verano, una bellissima vista sulla campagna romana. I monti Albani, i monti della Sabina. Niente villaggi prima di Albano, Frascati, Tivoli. Solo pascoli.
Già deserto nell'antichità, ma oggi un po' meglio coltivato. Roma vive del resto del regno, di Napoli e dell'Umbria (da rivedere).
Ho parlato del mio cardinale. Posso prendere un nobile romano, ma di nobiltà non troppo alta. Oggi, a parte il cardinale Bonaparte, non ci sono principi. C'è però un marchese, e un Altieri, che contava un papa fra i suoi antenati, è morto nel '67.
Posso dunque prendere un cardinale di una grande famiglia romana, ma dicendo che è l'ultimo. Abiterà nel palazzo di famiglia, senza dubbio in via Giulia, in riva al Tevere, con vista sull'Aventino e anche sul Palatino. Trastevere di fronte. San Pietro a destra. Non potrò dire che il palazzo è stato costruito con resti dell'antichità, perché solo i signori veramente grandi potevano permetterselo. Sarà un palazzo di famiglia del XV secolo, con i ricordi che riuscirò a metterci (da studiare). I Colonna e gli Orsini, la nobiltà più antica, anteriore ai papi. Si battevano, perseguitavano i papi. Da qui Avignone. Poi, al ritorno, i papi crearono a loro volta una nobiltà. I principi romani, coloro che hanno avuto un papa in famiglia. Oggi ci sono ancora delle grandi fortune, ma non sono più intatte. I Borghese rovinati, come tanti altri. Poi il sangue si mescola. Qualcuno è molto avaro. I palazzi vengono affittati, il padrone abita al secondo piano. Perfino il pianterreno viene affittato ai commercianti. Nelle grandi famiglie non si trovano più cardinali. Sono figli di mercanti. Dovrò organizzare la mia famiglia. Nella legge italiana non esiste il divorzio: devono ancora presentarlo e non passerà. Nei casi civili si può far valere l'impotenza o bisogna che il matrimonio sia stato contratto fuori dell'Italia. Devo rivedere il tutto, informarmi. Mi piacerebbe conoscere il principe Ludovisi che specula sulla sua villa (un clericale), parente del cardinale. E la nipote del cardinale dovrà sposare un finanziere (?) all'estero. È possibile? Non mi piace molto; dovrò verificare.

VENERDÌ 2 NOVEMBRE

Tutta la giornata passata fra le rovine, un'indigestione di rovine, più che sufficiente a evocare la grandezza romana. Al mattino, per prima cosa, al Foro. Le colonne rimaste del Tempio di Vespasiano danno una grande sensazione di eleganza e di potenza, sotto il cielo blu. La basilica Giulia è solo indicata, ma molto chiaramente, a terra. La piccolezza del Foro sorprende sempre, se lo si paragona con altri monumenti come il Colosseo e le terme di Caracalla. Sembra che la vita romana si sia a volte rinchiusa in spazi piccolissimi (la casa di Livia ecc.) e altre volte distesa in spazi considerevoli. Perché? Il problema è risolto? Più lontano Patrio delle Vestali, l'antico «convento» delle Vestali: vestigia interessanti, dominate dai resti del palazzo di Caligola che scende dal Palatino. Quasi di fronte la chiesa di San Lorenzo in Miranda, installata nel tempio di Antonino e Faustino: notevole esempio di una chiesa che si colloca nel tempio di un'altra religione. Colonne di porfido rosso. Ma più sorprendente di tutto è la basilica di Costantino, con i suoi tre enormi atri e le tre volte spalancate con i loro cassettoni; il pezzo caduto dalla volta, un pezzo enorme. Che massa! Perché costruzioni tanto gigantesche, tanto spesse? Tornando, dalla Via Sacra che passa davanti alla basilica di Costantino, si ha una vista molto interessante sul Foro. La Via Sacra svolta e sale. Come dovevano venir scossi i trionfatori su questo grosso lastricato, nel loro carro senza sospensioni! Il Foro attuale è in rovina, grigio e desolato. Polvere ovunque. Niente erba, solo qualche filo tra i sassi della Via Sacra. E questo sotto il sole pesante dell'estate, con la misera ombra delle rare colonne ancora in piedi, la colonna di Foca e quelle dei templi. L'arco di Settimio Severo. I rostri, ecc. Ma ci sono dieci modi di ricostruire il Foro e io sono soltanto un artista che evoca.
Poi sono andato al Colosseo. L'enorme massa, il lato crollato, il lato in piedi con le sue aperture sul blu. Si aprono ovunque corridoi a volta, in cui le scale consumate sono come pendii. Il colosso è come un pizzo di pietra, con tutte le sue aperture sull'azzurro del cielo. Un cielo terso e chiarissimo, con voli di piccole nubi. Come facevano a coprirlo con il velum? L'evocazione di questo circo immenso, pieno di folla, con i suoi ottantamila spettatori, il palco dell'imperatore e le Vestali sotto. Una rovina cotta dal sole, dorata, maestosa e ancora gigantesca pur se semicrollata. L'arco di Tito, con il suo bassorilievo dei Giudei vinti e condotti a Roma schiavi, che portano il candelabro a sette braccia.
Nel pomeriggio sono andato alle terme di Caracalla, edificio gigantesco e inspiegabile. Due vestiboli immensi, con parti del pavimento in mosaico ben conservate. Un frigidarium con l'indicazione di una piscina in cui potevano bagnarsi contemporaneamente cinquecento persone. Un tepidarium a sua volta molto vasto, così come il calidarium, al cui fianco si trova un impianto di forni per il riscaldamento ancora visibile. E ogni tipo di annessi e connessi di cui si ignora l'uso. Ma lo straordinario è l'altezza delle sale, lo spessore dei muri, la massa spaventosa del monumento. Nessuna nostra fortezza del medioevo ha dimensioni tanto ciclopiche. Blocchi stravaganti di mattoni e cemento.
Bisogna aggiungere che il tutto era rivestito di marmi preziosi e ornato da statue. Un lusso schiacciante nella sua enormità. Per quale colossale civiltà? Le persone che ci passano sembrano formiche. Oggi sembrano rocce consumate, materiali agglomerati e ammucchiati per dimore di Titani.
Poi sono andato al Palatino: un succedersi, una profusione, un accumulo di palazzi. Ogni famiglia imperiale ha voluto il proprio. Si entra da via San Teodoro. Si passa sotto la casa di Tiberio (in alto). Si visita la grotta del Lupercale, in cui la lupa avrebbe allattato Remolo e Remo. Si passa davanti al paedagogium (scuole) e si sale allo stadium. La Domus Augustana è sotto villa Milis, come il tempio di Apollo. Ma lo stadium, che va fino al convento di San Bonaventura, è ancora decisamente riconoscibile dalle indicazioni, con il portico che lo circonda, la sua «meta» a ogni estremità, i suoi palchi e il colossale palco dell'imperatore (Apsis).
Le colonne erano rivestite di marmo. Poi, dietro, il palazzo di Settimio Severo. Ancora una costruzione colossale, con spigoli enormi di mura, volte gigantesche, sale, corridoi, scale ammucchiate. Il belvedere che si sporge e da cui si gode una vista tanto bella, il Colosseo a sinistra, le terme di Caracalla a destra, di fronte il Celio e in lontananza la campagna romana. (È da qui che l'imperatore di Germania ha potuto assistere una sera allo spettacolo del Colosseo illuminato dai fuochi del Bengala.) Si dice che da qui l'imperatore potesse assistere ai giochi che si tenevano nel circo Massimo, di cui non restano vestigia apprezzabili e che superava in grandezza tutto il resto. Sono ridisceso, quindi risalito per vedere la «Domus Flavia»: biblioteca, accademia, porticus e poi triclinium, con il grazioso nymphaeum con la fontana e il peristylium, sale che per metà si trovano ancora sotto villa Mills. Questa villa, acquistata credo dal governo, non sarebbe ancora stata pagata, motivo del ritardo negli scavi. Da qui ho visitato la casa di Livia, madre di Tiberio, di una piccolezza singolare in mezzo a tutti questi colossi.
Poi si passa nella casa di Tiberio, vastissimo palazzo di cui non resta nulla. Vi si trova un giardino molto piacevole, con lecci e cipressi. Dal bordo di una terrazza si ha una vista molto interessante sul Foro, in basso. Un giardino fatto per i sogni e revocazione. Ci può venire Pierre. Da qui si vede il Foro, la gigantesca basilica di Costantino e il Colosseo, che occlude un angolo di cielo. Il palazzo di Caligola è sotto: ancora un ammasso di muri enormi, sale crollate, corridoi giganti. Si dice che il palazzo comunicasse, attraverso una scala segreta, con il tempio delle Vestali, al di sotto. Villa Farnese, in cui Napoleone ha abitato prima di diventare imperatore e in cui ha vissuto a lungo il principe Napoleone, è ancora lì. Poi una distesa di giardini e vigneti. Una linea di cipressi corona il monte dal lato del Tevere. Lecci, pini marittimi. Più in là vigneti e fattorie in cui vanno a spasso le galline. Siamo scesi lungo una strada antica, il clivus victoriae (?).
Insomma, ho voglia di far lare a Pierre quello che ho fatto io, la visita delle rovine in una giornata. Voglio distruggerlo di stanchezza, indolenzirlo con le rovine e così evocare la grandezza romana, in un capitolo in cui darò voce a tutte le mie sensazioni, non di archeologo, ma di artista proiettato là dentro. E terminare con il giardino sopra villa Farnese, con il Foro a sinistra, la basilica di Costantino di fronte e il Colosseo a destra, mentre più in là si trovano le terme di Caracalla. Sempre le stesse rovine, le mura colossali, gli ammassi di mattoni annegati nel cemento, le volte con i loro cassettoni, il tutto ciclopico, e i rivestimenti di marmo per il pensiero, i mosaici, le statue. Farò sorgere dalla fatica e dallo stordimento revocazione della potenza romana. La Cloaca maxima. E tutto il resto che ho dimenticato. Occorrerebbe un po' di storia romana per classificare tutto.
Ho anche visto San Giovanni in Laterano, chiesa e grande ricchezza, come un tempio pagano. Ricostruita, o piuttosto rifatta in parte da Leone XIII, soprattutto l'abside (vedi Baedeker). Pavimento di marmo colonne. Ai due lati della navata centrale statue d< Bernini, di un movimento eccessivo. Soffitto piatte credo, dai ricchi cassettoni. Molto bella la facciate con le statue che si stagliano nel cielo blu. Gamie avrebbe preso la loggia centrale per l'Opera.
La sera sono anche salito sull'Aventino, ma attraverso un sentiero fra due muretti che sbuca davanti alla porta di un convento. Non ho visto niente. Le ti chiese. L'Aventino si vede solo dall'altro lato del Tevere, seguendo il fiume. Le tre chiese sono fra gli alberi.

SABATO 3 NOVEMBRE

Uscito stamattina con mia moglie, a piedi. Seguito la via delle Quattro Fontane, che scende dal Quirinale e che risale sul Pincio sotto il nome di via Sistina. A noi la scalinata di piazza di Spagna, 132 gradini. L'obelisco davanti a Trinità dei Monti. Via Condotti, poi via della Fontana di Borghese. Tornato sul Corso, molto animato sotto il bei sole. Botteghe, paccottiglia. Qualche donna della borghesia, una che ripassa, dal volto un po' allungato, colorito pallido, opaco, gli occhi grandi, l'aria seria e un po' triste. Non troppo alta, sottile e agile. La donna del mio libro.
Pomeriggio con monsieur de Behaine. Subito a San Paolo. Chiesa enorme, per cui Gregorio XVI e Pio IX hanno speso milioni. Finita da Leone XIII. Un tempio antico, una sala del trono, un pavimento di marmo fastoso, luccicante come ghiaccio, su cui i fedeli che si inginocchiano si vedono rovesciati. Non una panca, non un inginocchiatoio, non un angolo in cui sedersi e raccogliersi. Ovunque marmi pomposi, colonne di tempio, una luce bianca e uniforme, una maestà olimpica. I templi di Giove dovevano essere così. Mosaici dagli ori e dai colori vivi e brillanti; uno antico, nell'abside, nascosto da un'impalcatura (vedere nella guida). E un soffitto di ricchezza accecante, dai cassettoni carichi d'oro. Il tutto pomposo, solenne e vuoto. Ho chiesto a monsieur de Behaine, cattolico se fosse frequentata. Non spesso. Non è una parrocchia, non ha fedeli abituali; si trova su una strada a venti minuti a piedi da Roma. Viene gente solo per le cerimonie particolari. (Dal di fuori, una specie d: immenso granaio imbiancato. Mura nude, un campanile magro e basso.) Scoppia (sic) dunque queste malattia della pietra, del monumento per la gloria de] monumento. Le leggi degli imperatori romani trasmesse ai papi, ricevute a sua volta dal governo. Tutti vogliono edificare, lasciare la traccia imperitura dei proprio passaggio. Ogni papa ha voluto costruire pel divenire immortale, come gli imperatori romani che elevavano archi di trionfo. Perfino nelle riparazioni: un papa non risollevava un cippo, non riparava un vecchio muro, senza lasciare una targhetta con il proprio stemma. Le targhe di Pio IX sul Colossèo. Le tombe dei papi con i loro ritratti. Un'epidemia di vanità e di orgoglio, che Roma trasmette ai suoi padroni da oltre duemila anni. Oggi il governo italiano ha tentato di costruire quartieri nuovi, ministeri colossali, le Finanze, la Guerra, poi la Banca Nazionale ecc.
La via Appia. Si fa interessante solo alla tomba di Cecilia Metella. La strada, piuttosto stretta, sale e la tomba si trova in cima, sulla sinistra, accanto alla via. È una tomba rotonda, con un bei fregio: le feritoie medievali la trasformano da lontano in torrione. Di fianco, durante il medioevo, era stata costruita una specie di fortezza, di cui restano le mura merlate. Arrivando si ha sulla sinistra la tomba, sulla destra un muro coperto d'edera e in fondo alla strada un cipresso che ci sta bene. Poi la strada prosegue dritta fino a Casale Rotondo. Qua e là piccoli resti dell'antica pavimentazione: grosse pietre piatte, di lava, credo, molto irregolari e molto dure perfino per le vetture con sospensioni. Ai due lati della strada strisce d'erba e resti di un cimitero abbandonato, su cui fioriscono margherite, ruchetta e finocchio. Qua e là eucalipti, fichi, olivi, alcuni pini marittimi. Radi e sottili. A chiudere queste strisce d'erba matta, su ogni lato, un muretto basso di pietre a secco, all'altezza del gomito. Lungo tutta la strada. È qui che si allineano le tombe e nessuno dubita che un tempo si toccassero, che la fila fosse continua, che fossero come un cimitero lungo tutta la strada. Vi si ritrovano più o meno gli stessi modelli di tomba dei nostri cimiteri. Solo che i marmi sono stati strappati e restano le masse centrali, i blocchi, i mucchi di mattoni o pietre annegati nel cemento. Le forme: tonda come la tomba di Cecilia Metella, un cippo diritto, una massa quadrata, un piccolo portico, un blocco abbassato sormontato da un cippo, un portico sormontato da un cippo, una specie di sarcofago quadrato su una base stretta, che si leva in aggetto e forma al di sopra un coperchio. Il tutto rossastro, lo stesso colore delle rovine dei palazzi del Palatino. Anche menhir diritti, colonne su un masso. Altri infine senza forma, frusti, consumati, gli spigoli smangiati, a metà crollati.
Ma il fascino è costituito dalla campagna romana, che si stende a destra e a sinistra. A sinistra è delimitata dai monti della Sabina a est e dai monti Albani a sudest. Avanzando, questi ultimi si avvicinano e si vedono sempre più chiaramente le macchie chiare di Frascati, Rocca di Papa, Albano. Più vicino a Roma, l'Acqua Claudia srotola il suo acquedotto dagli archi rossastri nel verde dei prati. Qualche vigneto, modeste villette fra ciuffi d'alberi. Il tutto nel verde giallastro della campagna di novembre (d'estate è tutto bruciato, tutto rosso, rinverdisce solo in ottobre). Greggi, montoni, buoi. Sembra che questi pascoli rendano molto. Le greggi, assenti d'estate, ricompaiono solo a ottobre. L'estate è intollerabile. Ma dall'altro lato, a ovest, dal lato del mare, lo spettacolo è ancora più straordinario e grandioso. Tutto piatto una linea d'orizzonte immensa e piatta, senza un colle, solo qualche vallo e vaste ondulazioni. L'orizzonti è una linea diritta, da un capo all'altro. Non un albero. Un mare, e un mare d'erba, solo erba, un verdi giallo che degrada, che si perde nel lillà chiaro e ne rosa, fino all'azzurro del cielo. Un bei pomeriggio di novembre, verso le quattro. I monti Albani e le montagne della Sabina sono violetti e con il calare del soli si fanno rosa. Un gran cielo blu, senza macchie.
Le catacombe di San Callisto. Tornando verso Roma, sulla sinistra. Si passa una porta, si sale in un giardino, si arriva a una catapecchia. Montano la guardia alcuni trappisti francesi, installati in un vicini convento, che ci accompagnano durante la visita ali catacombe. Svolgono un piccolo commercio di oggetti religiosi. Mi pare che per scendere si paghi un franco Ci accompagna un religioso, che ci spiega tutto. Si scende lungo una scala e ci si trova nelle catacombe all'inizio poco profonde. Il modo in cui sono state scavate si spiega facilmente. I cristiani, che avevano preso dai Giudei, credo, l'uso di seppellire i morti cominciarono a scavare a qualche metro dal suolo un prima galleria di una decina di metri, per una famigli o per una piccola comunità (da verificare). Scavavano facilmente con la zappa questo terreno speciale, e tufo granulare (?), che è morbido e che ha la proprietà di essere molto resistente e impermeabile. Praticavano da ogni lato, sempre con la zappa, i fori per «loculi», specie di caselle lunghe, della grandezza ( un corpo, in cui sdraiavano i cadaveri avvolti semplicemente in un sudario. Poi chiudevano l'apertura con una lastra di marmo che veniva cementata. La lastra di marmo recava un'iscrizione, spesso grossolana, eh provava che gli operai erano illetterati. Anche questo lavoro da termiti, lo scavo, veniva effettuato in modo grossolano, senza simmetria, senza allineamento secondo le necessità del momento. I muri sono sbiechi, niente uso della squadra o del filo a piombo. Continuo a spiegare le gallerie: quando una prima era occupata, ne veniva aperta un'altra. Spesso continuavano a scavare in profondità, scendendo anziché avanzare, cosa che spiega l'altezza di alcune gallerie, sette, otto metri o forse più. Altre sono invece molto basse, quelle che sono state semplicemente prolungate in lunghezza. Il tutto indubbiamente (?) senza ordine, in tutti i sensi, forando la terra ovunque. Credo anche che ci siano due piani. Insomma, le catacombe di San Callisto si svilupperebbero lungo sedici chilometri ed è stato calcolato che vi siano stati sepolti un milione di cristiani, fra cui millecinquecento martiri.
Le iscrizioni interessanti sono state tutte tolte e portate nei musei. Le immagini erano comunque grossolane. Il pesce che è il simbolo del Cristo (le prime lettere, Gesù Cristo Salvatore). La palma che indicava il martirio. Altre che troverò nella guida. Ci sono anche dipinti, affreschi molto primitivi. Molto simbolici. Un Cristo senza barba, un simbolo di tutti i dogmi. Si trova in una piccola nicchia quadrata, una cappella dal soffitto basso. Nell'altra cappella, quella di Santa Cecilia, è stato trovato il corpo della santa. Era una tomba di famiglia. La gens Caecilia (a Trastevere, Santa Cecilia in Trastevere, credo). La bella iscrizione di un papa, versi latini. La scala di Diocleziano: i cristiani, inseguiti dai pagani, avrebbero spezzato gli ultimi gradini per non essere raggiunti (?). Ci mostrano uno scheletro ancora sdraiato in un loculus: un americano gli avrebbe spezzato il cranio con il suo bastone per accertarsi che non fosse falso. (Il terreno impermeabile ha conservato molto bene le reliquie: si trovano ossa ancora intere.) Notevole il trappista francese che ci guidava, con la mascella larga, l'occhio chiaro, molto convinto, molto ferrato, trionfante nella sua religione. Credo che il mio Pierre, dopo aver visto le tombe nella via Appia, testimoni dell'orgoglio alla luce del sole, debba scendere qui a vedere come i primi umili cristiani nascondevano i loro corpi, le modeste iscrizioni, l'arte scomparsa, gli affreschi infantili, le sculture grossolane. L'impressione da trame. Il nero delle catacombe, budelli irregolari e frusti in questa terra di un rosso cupo. E il lato sepolcrale, modesto, primitivo. Il termine dormire, credo, ricorrente (?).
L'idea che la morte non fosse che un lungo sonno. In seguito le catacombe non verranno più usate come sepoltura e il paganesimo trionferà di nuovo sul cristianesimo accettato, lo farà proprio e l'orgoglio si stenderà nuovamente sulla morte, scoppiando in gran lusso sotto il sole con le tombe dei papi ritornati Cesari. Le piccole luci in fondo alle gallerie, quando altri visitatori passano in lontananza. Sottili candele, topi di grotta. Il 22 novembre (?), giorno di Santa Cecilia, si dice una messa nella grotta chiamata cappella di Santa Cecilia e le catacombe vengono illuminate, ma la cerimonia deve levar loro il carattere. Credo che preferirò portare il mio Pierre nelle catacombe e lasciarcela solo per un momento, abbandonato dalla guida o magari dimentico di quello che dice e sognante.
Tornando a Roma, si segue fino a porta San Sebastiano la strada fra due muretti. Pare una strada della mia antica Provenza. Molta polvere, muri grigi, vigneti che trabordano, porte del XVIII secolo, fichi. Cipressi, olivi. Pare che d'estate la polvere sia inimmaginabile. È la mia Aix ingrandita, divenuta enorme.

GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE

Stamattina ho parlato a lungo con Luzzato. La popolazione di Roma, che era di circa duecentomila abitanti nel 1870, oggi è quasi raddoppiata. In primo luogo il governo ha portato con sé sessantamila persone, fra cui circa quattordicimila impiegati con le loro famiglie. Poi bisogna tener conto di appetiti e ambizioni, speculatori e costruttori, e i quarantamila operai per le nuove costruzioni e tutti i mestieri connessi. Infine altre sessanta/ottantamila persone per la crescita che si è prodotta in ventiquattro anni (in Italia la popolazione cresce rapidamente), e si arriva giusto ai duecentomila nuovi abitanti. Bisogna però dire che la quasi totalità dei quarantamila operai, provenienti dal nord, è stata rimpatriata dopo il crac. Ma il numero della popolazione non è per questo sceso. La cifra è stazionaria da quattro o cinque anni. La borghesia, da parte sua, aumenta sempre, mentre c'è una stagnazione fra i lavoratori. All'inizio ci fu un entusiasmo straordinario e un primo flusso di mondo ufficiale invase la città, ma i lavoratori sono comparsi in massa solo più tardi, dal 1880 al 1884. In quel periodo si è avuto un notevole movimento, durato fino al crac, verso il '90. Oggi si attende.
Il popolo trovato dal governo a Roma, la gente di Trastevere, non era lavoratore: piccoli commerci, falegnami, carrettieri, bigiottieri, ecc.; poi articoli religiosi, piccole cappelle, medagliette, ricami; soprattutto le perle romane (di cera, credo) e artigianato per l'estero. Le donne di Trastevere lavorano poco. Molte famiglie vivono con le botteghe alimentari: spacci di vino, panetterie, drogherie ecc. Ma il tutto è solo per la città, niente esportazione. Inoltre la piccola borghesia affitta camere agli stranieri, mentre il popolo serve. E un popolo superstizioso, non religioso nel vero senso della parola. Si divideva in due metà. I repubblicani, i vecchi del '49, i garibaldini, senza contare un vecchio resto di carbonari. Gli altri erano per il papato, soprattutto coloro che ne vivevano, che erano al soldo di monsignori e prelati. Le famiglie che vivevano sui preti (e la borghesia ancor più). Comunque, fra principi e popolo, c'erano pochi borghesi. La borghesia papale era però piuttosto elevata. Tutta la nobiltà era per il papa e all'epoca era ancora ricca. Fra il popolo c'era invece una grande miseria, una vita precaria, alla giornata. Ma è una miseria più paziente e più allegra della nostra, a causa del clima. Si accontenta di ben poco. Non ha bisogni e vive sotto un bei cielo. Pasta, legumi, povera carne di montone. Eppure bevono il vino dei Castelli Romani, rosso e bianco, e, dal '70, soprattutto vini napoletani, che non sono cari. Si ubriacano e tirano avanti.
A Trastevere i repubblicani formavano l'aristocrazia. Il sogno di Roma capitale è antichissimo: risale al 1860, a Cavour, e il popolo di Roma ne era entusiasta, tranne qualche fedelissimo del papa, entusiasta al punto che la sola supposizione che la città leonina potesse rimanere al papa per poco non ha sollevato tutta Trastevere. Un'emozione terribile che si è dovuta calmare. Era la grandissima maggioranza, eppure Pio IX era amato. Ma il popolo era soprattutto patriota. Eppure la condizione del popolo è rimasta più o meno la stessa, non ci ha guadagnato. Ha comunque beneficiato dei grandi lavori, in cui è entrato in buona parte l'elemento romano, disturbato però dalla sua pigrizia e dalla sua vanità. Senza un soldo, il romano è un gran signore. Nessun operaio si lascerà disturbare all'ora di colazione, da mezzogiorno alle tre. In quell'ora nessun fabbro aprirà il baule di un viaggiatore affannato, che ha perso la chiave. Lavora dalle otto alle dodici, riposa fino alle tre e riprende dalle quattro alle sei, l'ora dell'Ave Maria. L'operaio del nord Italia è più coraggioso e lavora a prezzo più basso, quindi viene preferito. Comunque il popolo romano ha tratto profitto da questo gran movimento, dal plusvalore. L'alimentazione, la rapida crescita di questo popolo. È per questo che la piccola borghesia, che aveva guadagnato molto con gli affitti, si è lamentata a gran voce quando è arrivata la crisi. Così i negozianti. Trastevere è dunque come ai tempi dei papi, o quasi. Va detto che i bisogni sono aumentati: si mangia meglio, ci si è abituati al benessere, ai soldi. E il popolo, nella sua pigrizia e nel suo orgoglio, non lavora di più. La moralità del popolo è come ovunque. La borghesia non perde le sue donne, che sposano uomini della propria classe (Aix). Le ragazze si comportano bene e raramente un errore precede il matrimonio. Inoltre la famiglia è rimasta molto unita, padri e fratelli vegliano sulle ragazze. Poche case di tolleranza a Trastevere, molte altrove, probabilmente di infimo rango. Non vi si trovano molte romane: è la provincia a popolarle. L'adescamento funziona come in tutte le grandi città. La sporcizia è un po' diminuita.
Adesso andrà tutto molto più lentamente: si cercherà di terminare le opere cominciate e si aspetterà. La campagna intorno, non è mortale per una capitale moderna?E bella solo per le sue testimonianze storiche. Sotto i Romani non doveva essere affatto boscosa, a causa della natura del suolo fatto di tufo, terra di provenienza vulcanica. Da qui deriva l'insalubrità, perché il tufo non è permeabile e lascia ristagnare l'acqua. Per sistemarvi una popolazione agricola stabile, bisognerebbe dragare immense distese, su amplissima scala (milioni). E possibile? Si può fare qualcosa, migliorare, ma sarebbe un sogno trasformare la campagna come nei dintorni, per esempio, di Milano. Sarebbe già bello risanarla. Se ne potrebbe trarre erba e sistemarvi orti, ma senz'altro niente alberi. Nemmeno grano, che vi cresce difficilmente. D'altra parte il Tevere è morto: come sognare Roma porto di mare? Sotto i Romani navi mercantili portavano generi alimentari (una capitale che non si nutre da sola). Le bocche del Tevere sono piene di sabbia e di fango. Occorrerebbero milioni. Sono stati però proposti vari progetti. È come per le stazioni, le strade ferrate. Roma non è un centro: ha una sola stazione terminale, senza nessuna rete intorno. Ancora progetti. Un'altra stazione vicino a San Paolo. Una metropolitana che attraverserebbe Roma, da Trastevere a piazza delle Terme. Ma i progetti si arenano alla Camera, perché la provincia è contro Roma.
Infine la questione del papa. Se la pace continua, se non ci saranno grandi mutamenti europei, lo status quo può durare indefinitamente e i rapporti fra Vaticano e Quirinale miglioreranno sempre più.
Non esiste partito conservatore nel senso che diamo noi al termine. Sono tutti patrioti, liberali. I cattolici restano fuori, perché il papa proibisce loro di votare e di farsi eleggere. La nobiltà, che è per il papa, è dispersa, non può nulla. Non ha un suo partito costituito. Inoltre i fedeli del papa sono timidi. La lotta per il papa sarebbe una lotta contro la patria. Luzzato pretende che l'idea personale del papa non sia per la conquista di un piccolo territorio. Allora è il papato stesso a essere conquista. L’interesse per l'Italia è comunque che resti, ma lo vorrebbe semplicemente vescovo di Roma, governerebbe tramite lui le coscienze del mondo intero. L'Italia si preoccuperebbe, se si rifugiasse in un'altra nazione. Il papa è un personaggio pericoloso, che un giorno potrebbe portare complicazioni fatali. La soluzione pare impossibile. Quale nazione vorrebbe prenderselo e quale nazione non lo teme nelle mani dell'Italia? Inoltre, potrebbe essere papa fuori di Roma? Lo scisma è sempre all'orizzonte. Ciò che crolla e che bisogna lasciar crollare. Il papa per l'Italia è un mezzo, non uno scopo. Se non si evolve è condannato dalla scienza, ma pare impossibile che si evolva. Il credo religioso è debole. Eppure se il papa se ne andasse cadrebbero tutti in ginocchio, per la prima volta. Noi repubblicani abbiamo un bell'acclamare il primo pennacchio che passa. L'atavismo e l'ideale rappresentato dal papa: la storia. Dio in persona (l'ho già detto ieri, credo). D'altronde, si sa benissimo che non se ne andrà.
Fra il popolo la superstizione, l'idolatria. Non si vedono che santi. Dio non esiste. Devozioni parziali, ognuno al suo santo preferito. Il culto si divide all'infinito. Ogni donna ha il suo. La Madonna, soprattutto a Napoli. Il cattolicesimo è il culto ufficiale, ma lo Stato non assiste ufficialmente che alla grande messa solenne per Vittorio Emanuele al Pantheon. Non vengono destinati fondi al culto, vescovi e clero non sono pagati dallo Stato. Solo le chiese hanno fondi considerevoli che lo Stato sorveglia, gestisce e distribuisce. C'è anche l'exequatur, l'accettazione dei vescovi.
Nel pomeriggio ho visto il ministro della Pubblica Istruzione, Baccelli,4 e sono andato a fare una visita a «La Tribuna». Sono entrato in Santa Maria della Minerva, una chiesa gotica, ma che strana cosa è divenuto il gotico a Roma! Le colonne allineate sono rivestite di marmi sontuosi. Le ogive si slanciano appena, restano attaccate all'arco. Le volte dipinte di blu sono disseminate di stelle e ornate da affreschi.
Che strana cosa la storia naturale di Roma in questo afflato moderno! Il vecchio tronco che si cerca ancora di far fiorire. Il sogno di Roma capitale risale al 1860 e tutto è stato sacrificato a quest'idea patriottica, necessaria, fatale. La lotta contro la natura stessa della città che si vuole far resuscitare a tutti i costi, nonostante gli ostacoli fisici. Il peso di piombo dell'antichità. Roma antica costretta a diventare una Roma moderna. L'Urbs dell'età antica e futura. E l'entusiasmo nell'orgoglio di questa concezione. L'ebbrezza e la sconfitta fatale, con l'apparire della realtà: una città enorme edificata per una popolazione che non esiste, la capitale moderna arenatasi nella città reale, con la sua mancanza di comunicazioni, la mortale cintura di terreno sterile, il suo fiume morto. L'orgoglio ha sognato quello che la realtà non può realizzare. Che caso stupefacente e interessante, che pagina di storia naturale di una città!5

SABATO 10 NOVEMBRE

Mattinata a Campo dei Fiori. Una grande piazza, un parallelepipedo allungato, pavimentato con un selciato ordinario. In mezzo la statua di Bruno, bruciato su questa piazza;1 una protesta contro la Chiesa. Le case intorno hanno altezze diversissime: piccole, alte, terrazze verdi. Sono gialle con le persiane verdi. Intorno molte botteghe con appese stoffe dai colori violenti, blu, rossi, gialli. Macellai dalla carne sanguinolenta, nerastra, mal preparata, senza Paria pulita che ha a Parigi; colli che paiono strappati, che sanguinano ancora. Pizzicherie, con file di salsicciotti, ciotole di grasso, salami. Donne sedute sulle pietre intorno all'inferriata che circonda la statua di Bruno. Altre botteghe, quarti di carne nelle pizzicherie e il forte odore dei barili di carne e pesce sotto sale. Le rivendite di fritture emanano un odore violento. Oggi al centro della piazza c'era il mercato della verdura, donne sotto i grandi ombrelloni grigi, aperti. Castagne calde, castagne nei sacchi. Mele, pere, uva, pomodori rossissimi, broccoli, sedano, insalate, tutti i legumi. Pesce freschissimo. Un uomo portava file di rane. Grida acute, un gran baccano, i venditori a vantare la propria mercé. Povere donne che passano, preti, piccoli borghesi che acquistano. Donne con i bambini in braccio. Niente abiti da passeggio, tutte in gonna e casacche sporche, di colore chiaro, con uno scialletto sulle spalle, senza cappello, generalmente brune. Qualche scialle rosso che risalta fra gli altri. Carretti tirati da asinelli. erce molto varia, fiammiferi, limoni verdi, articoli di merceria, vasellame per bambini (brocche a forma d'usignolo). Peperoni verdi, peperoni gialli, melagrane (qualcuna aperta, rossissima). Trecce d'aglio. Le bilance romane, tenute dai mercanti, posano su un piede di ferro. La Cancelleria si trova all'angolo ovest (?) della piazza. Brulichio sotto il sole. Un arrotino. Pigne. Legumi rossi, simili a grosse olive.
Piazza Farnese. Le due fontane, una con il suo getto d'acqua al sole. Il palazzo ha la facciata in ombra (alle undici). E grigio e severo. Due piani, tredici finestre. Stesso stile di palazzo Sacchetti, con il superbo cornicione. Bandiera tricolore sulla porta. Una piazza senza negozi, regolare, un po' severa, deserta e triste. Si penetra da lì in un quartiere calmo e un po' deserto, nella strada che porta a via Giulia. Il palazzo occupa tutto il lato sinistro. Quindici finestre sulla facciata. La via è larga, dritta, in lieve pendio, sempre senza marciapiedi (cosa che la allarga e crea un vuoto). Sobria, fresca, all'ombra dell'immenso palazzo. Sul lato destro vecchie case senza negozi.
Via Giulia. Alle undici il sole illumina già il lato destro. Per vederla tutta illuminata dal sole, bisognerebbe venire verso le nove. Allora il selciato dev'essere bianchissimo e le case gialle sui due lati, con le ombre portate dagli spigoli sporgenti. Un monaco nel sole, il saio che si illumina. Qualche passante frettoloso. Un velocipedista. Un carretto tirato da un mulo. Un micio nero dietro l'inferriata di una finestra, in pieno sole. I cortili interni e pallidi alla luce del sole. Palazzo Ricci ha un balcone pieno di verde. A pianterreno commerci oscuri. Gli alberi chiari in fondo alla via, davanti all'ospedale. Lampioni a gas a destra e a sinistra, a una ventina di metri gli uni dagli altri.
La sensazione di tutte queste vie semivuote, scure e fresche perfino sotto il sole. Un quartiere regolare, che doveva essere il quartiere residenziale della città, P antico corso del XVI secolo, si dice. Il grande muro giallo della prigione non rallegra la via. Piccolo borghesi che passano, con le figlie. Un carro di fieno. Di fianco la chiesa di San Biagio della Pagnotta, una chiesetta vivacemente illuminata dal sole, che entra dai finestroni in alto a sinistra. Molto decorata. Mezze colonne piatte, di marmo, con i capitelli interamente dorati. Marmi, dorature, pitture ovunque. Pennacchi dipinti. Sulla volta pitture fra decorazioni dorate. Tre cappelle su ogni lato, chiuse da balaustre di marmo. Altari di marmo. Un confessore che attende. Due vecchie che pregano, una in piedi, Patirà seduta. E il vuoto. Come si chiamano le portiere mobili che chiudono le chiese? Nella via numerose sante Vergini, con il loro lumino acceso.
In riva al Tevere. Il grande edificio nuovo e bianco che si trova di fianco a palazzo Sacchetti. Un intero bucato sulle corde, piccioni. Il sole non illuminava già più la riva opposta, deve ritirarsi verso le dieci, ma ho potuto ricostruirne grosso modo l'effetto. Il Tevere giallissimo al sole. Di fronte la biancheria stesa brilla candida. Gli alberi sono di un verde intenso e dorato. Tratti di muro violentemente illuminati, altri oscurati dall'ombra. Le finestre sono buchi di nero più intenso nelle facciate illuminate. Tetti rosa. La sporcizia delle facciate si attenua, si illumina, risplende d'oro patinato. Gli spigoli dei muri che scendono fino all'acqua. Il Tevere giallissimo al sole, decisamente lento anche se lo si vede scorrere, con il lieve fremito della corrente marezzata dai raggi. Gli alberi illuminati sul Gianicolo.
Sul lato sinistro, in fondo. Trastevere, che a quest'ora si staglia grigiobluastra in una bruma leggera sullo sfondo chiaro del cielo. A sinistra la cupola dei Fiorentini. Uomini addormentati. Pescatori che ritirano la bilancia. Per il resto il fiume è vuoto, il quartiere deserto. Ampie ombre con le chiazze formate dai raggi del sole sulle piazze e nelle vie. L'ombra si staglia a angoli netti. Pochi passanti. Si paga per passare sul ponte provvisorio (?). L'abside dei Fiorentini a destra, tondo, giallo, importante, e al fianco alberi che scendono fino al Tevere. Di fronte la linea dei pioppi, davanti all'ospedale, al gomito del fiume. A sinistra un resto di verde con delle case, mentre a destra l'alzaia termina levando l'alto muro grigio. Alla volta, in fondo, si scorge la rotondità di Castel Sant'Angelo e più a sinistra le nuove case di Prati di Castello. La parte dell'alzaia non ancora terminata si stende dunque sulla riva destra, dal ponte che si trova di fronte a palazzo Falconieri fino a Castel Sant'Angelo. Il ponte a pedaggio sbuca di fronte al collegio militare (palazzo Salviati), dietro cui si trova Sant'Onofrio e al cui fianco è allestito l'orto botanico. San Pietro in Montorio è molto più lontano, di fronte a via dei Pettinari. Via della Lungara si stende dritta dall'altro ponte a porta Santo Spirito. È larga e pulita. Le case, il cui retro è tanto sporco sul Tevere, hanno la facciata pulita su via della Lungara. Lo spessore degli isolati dev'essere di circa 25 metri.
Sono tornato a via Giulia, dai Fiorentini e palazzo Farnese. Termina davanti alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, la cui inferriata rotonda avanza. Oltre proseguiva via delle Mole de' Fiorentini e a destra partiva via Paola, ma oggi passa il nuovo corso Vittorio Emanuele. Il quartiere è dunque sventrato. Un grande abbattimento di case. Qualcuna, tagliata in due, ha le camere all'aria aperta. Il nuovo quartiere non è finito. Tutti i vicoli e i vicoletti scendono al Tevere. L'ampio corso ha le case alte, scolpite, a cinque piani, ornate da balconi, tutte bianche. Vi si è installata un'osteria in un resto di giardino fra le macerie. Vini scelti, ma anche birreria (la Germania avanza). Luci elettriche, globi in mezzo alla via. La sera c'è un gran contrasto fra questa via tutta bianca, i vicoli vicini e la stessa via Giulia, con i suoi lampioni a gas gialli, distanziati. I vicoli vanno verso via Giulia. Io ho preso via dei Banchi Vecchi. Si arriva dritto a palazzo Sacchetti, dal Corso, prendendo vicolo del Pavone poi, dopo aver attraversato via dei Banchi Vecchi, seguendo vicolo Sugarelli che da sull'angolo del palazzo di fronte a via del Cefalo (?).
Sull'angolo di via delle Carceri si trova una chiesa (niente nome, controllare) identica a San Biagio. Tre cappelle laterali e i confessionali tra le cappelle. Poi una nuova strada per andare a via Giulia: vicolo dei Cartari, si attraversa via dei Banchi Vecchi e si prende il vicolo di fronte, vicolo del Malpasso, molto stretto. Ci si trova su un angolo: via dei Banchi Vecchi si interrompe e diventa a sinistra via del Pellegrino e a destra via di Monserrato. Da quest'ultima, andando verso via Giulia, vicolo della Morella, talmente stretto che le carrozze non ci passano, un budello nero. In via Monserrato una certa animazione, negozi di alimentari. Un vecchio palazzo sulla sinistra ospita un'osteria. Un piano suona indiavolato nel silenzio della via. Piazza de' Ricci. Palazzi. All'angolo di vicolo della Barchetta un'altra chiesa, senza dubbio Santa Maria di Monserrato. Sempre uguale, ma più grande e meno dorata. Qualche donna. È mezzogiorno e suona l'Ave Maria. Dev'essere per questo che tutte le chiese sono aperte. All'angolo di piazza della Rota un'altra chiesa (all'altezza di palazzo Falconieri). È uguale alle altre con due tribune, due logge che sostituiscono la cappella laterale centrale. Due angeli di marmo chiudono la prima cappella a destra davanti all'ingresso, tenendo un drappo di marmo colorato. Anche gli angeli hanno abiti di marmo colorati. Ricchissima. L'odore d'incenso era talmente forte che arrivava sulla piazza. Arrivando, il mio Pierre si getta su una carrozza scoperta alle sette del mattino. Il cocchiere, facendogli scendere via Nazionale, gli lancia i nomi dei monumenti. Le Terme. Poi la banca a sinistra, enorme monumento bianco, tutto nuovo.
Il Quirinale a destra, sopra un giardino verde pieno di palme ecc. Palazzo Aldobrandini, dall'aria talmente caratteristica, con il suo pino marittimo. La piazza svolta. La colonna Traiana vista dal basso sotto un raggio di sole, bianca, in fondo alla corta via Magnanapoli. La chiesa con la sua cupola bassa. Palazzo Colonna sulla destra con le tre arcate e i giardini della villa che lo sormonta. Sulla destra il Corso. Sulla sinistra palazzo Venezia, poi il Gesù e gli altri palazzi. Corso Vittorio Emanuele, ma soprattutto il sole chiaro di una bella mattinata e il freddo improvviso passando davanti a palazzo Venezia e al Gesù. La via si restringe, è quella antica, e l'ombra del passato cala sulle spalle, mentre nelle strade larghe si ride alla luce del sole. È già qui un simbolo di tutto il libro. Il raggio di sole sulle piazze, o passando davanti alle vie trasversali. Ombre nette, cielo blu intenso. Più in basso Pierre prenderà un vicolo che lo condurrà a via Giulia. Dopo corso Vittorio Emanuele penetra nella vecchia città calma e deserta. La strada si fa irregolare con i suoi palazzi barocchi. Un'altra cupola, quella di Sant'Andrea della Valle. Tutte le chiese già incontrate. Bisognerebbe che l'arrivo, Roma attraversata da una parte all'altra, gli desse già tutta Roma. Controllare sulla piantina.
Ogni nazione ha i propri seminaristi. I francesi tutti neri, gli americani tutti rossi (piccoli cardinali); bisognerà che scopra il colore degli altri.
Stasera ho rivisto il sole tramontare dietro San Pietro. Non una nube. L'aria limpida. Un cielo assolutamente chiaro. E quando il sole si trova dietro la cupola i raggi che penetrano dalle finestre e l'attraversano da una parte all'altra sono veramente accecanti. Pare che ne escano fiammate. Si direbbe che la cupola posi su un braciere, isolata, come portata dalla violenza delle fiamme.
Ciò che rende affascinante la passeggiata del Pincio è che gli alberi dal fogliame persistente restano sempre verdi. Però è monotono girare in carrozza in uno spazio tanto ristretto.

DOMENICA 11 NOVEMBRE

Questa sera ho parlato con monsieur e madame Hébert. Le giovani aristocratiche vengono educate da istitutrici o al Sacro Cuore. (Trinità dei Monti.) Un po' di francese e di ortografia. Aritmetica. Leggere, scrivere. Nelle famiglie si impara forse qualcosa più che in convento. Più o meno studiano dai 12 ai 20 anni, proprio come a Aix. Ma civettano. Giocano con gli occhi. La storia della piccola Bonaparte,2 che ha pescato con gli occhi un giovane ufficiale al Corso.«Lo voglio», e l'ha avuto. Testardaggine. Le altre fanno passare bigliettini dietro la schiena, a messa o altrove. Escono con la madre. In vettura mute e riservate, ma parlano con gli occhi. Anche alla finestra, da cui le governanti trasmettono messaggi per loro. Piccoli scandali. La giovane sposata che conduce una vita ritirata. Non esce mai con il marito. La mattina va a comprare nastri e altre cose, o a provare dalla sarta. Dunque non è il nostro giro di compere del pomeriggio. Di pomeriggio è obbligatorio il giro del Pincio e del Corso. Ci si saluta, si lascia qualche biglietto da visita nelle case degli amici. Niente ricevimenti intimi fra le famiglie. (Sempre come a Aix.) Uno o due grandi balli nei palazzi. Ottocento persone. Stuoli di lacchè. I padroni di casa, sulla soglia, stringono la mano; e si è perduti. Dunque la Lovatelli fa eccezione. Non si parla del mondo, solo piccoli pettegolezzi. Bambinoni. Una tracotanza fatta di timidezza e d'ignoranza. Un mondo chiuso in cui non entra nulla, che si difende con la tracotanza. Forti legami familiari. La moglie e le figlie formano una specie di harem, con qualche occhiata lanciata fuori. Le ragazze scelgono un marito di proprio gusto. Delle donne, tranne qualche eccezione, non si chiacchiera: sono tutte dedite al loro amore, quando ne hanno uno. Eppure l'elemento straniero, inglesi, tedeschi e americani, che si introduce attraverso il matrimonio, muta un po' questo piccolo mondo. Società molto chiusa, ho detto, che non riceve nemmeno in famiglia: solo alle feste. La socievolezza francese è assente. Ne spirito ne affabilità. Il gineceo, con tutti i suoi inconvenienti. Nella borghesia si conduce la stessa vita ritirata, in disparte. Il marito rientra, si mette in maniche di camicia e mangia un'insalata. l lavoro non è stimato. Come ha detto Schnetz a Hébert: «Se volete essere ben visto qui, non lavorate». In effetti i B. si sono molto stupiti davanti a me.
Stasera abbiamo cenato all'ambasciata francese, a palazzo Farnese. La grande sala dei Carracci da sul Tevere. Il gabinetto dell'ambasciatore è sull'angolo e da questa stanza parte la galleria che attraversa via Giulia su un ponte per sbucare su una terrazza che domina il Tevere.
Le splendide tappezzerie dei Gobelins, venute a Roma per una mostra, sono rimaste all'ambasciatore. Comunque visiterò il palazzo e lo descriverò. La sera, per venire qui, abbiamo attraversato le grandi arterie illuminate dai globi elettrici: corso Vittorio Emanuele, via Nazionale, il Corso, San Nicola da Tolentino e altre; poi le stradine trasversali, con i rari lampioni a gas gialli. C'è un grande contrasto quando vi si penetra. Piazza Farnese con le sue due fontane, il palazzo nero, qualche lampione a gas, il selciato deserto. La scalinata di piazza di Spagna nella notte, con i suoi sei lampioni a gas, stelline di una costellazione simmetrica; poi, in alto, la massa scura della chiesa che si staglia nel cielo chiaro.
A palazzo Farnese ho saputo parecchie cose. La chiesa dei Morti, vicino all'arco, è una chiesa di penitenti che ha la missione di andare a cercare i corpi delle persone morte in campagna e rimaste abbandonate. Ci si può dunque immaginare cosa sia la campagna. Pare vi sia stato trovato un morto anche ultimamente. La campagna era molto fertile al tempo dei Romani? Sì, senza dubbio. Sono stati trovati resti di numerose ville e un complicato sistema di drenaggio. Ma se e'era un impianto di drenaggio e'era dunque la necessità di drenare e la campagna non doveva essere boscosa. Insomma, la questione di una campagna boscosa e verdeggiante resta decisamente controversa. La questione dei domestici. All'ambasciata non se ne possono tenere di francesi: mantengono i propri vizi e prendono anche tutti quelli italiani. Gli italiani sono molto pigri e ladri. Bisogna parlar loro con calma. Se li si accusa di rubare si difendono e protestano la propria innocenza. Sono molto deferenti. I poveri di Prati di Castello. Donne che non hanno pane e di conseguenza nemmeno latte. Una miseria spaventosa. Un cadavere dimenticato per cinque giorni in un alloggio ignorato. Una donna si sbaglia, scambia una finestra spalancata per una porta, precipita e muore. Il «demimonde». Una decina di «cocottes».
Abitano i palazzetti dietro la stazione (dove si trova la casa di Bonghi). Mangiano milioni ai principi. Vetture, cavalli, diamanti. Vanno tutti i giorni al Corso e al Pincio. Gli amanti le salutano, ma non si mostrano mai pubblicamente al loro fianco in carrozza. Cenano però insieme al Caffé Roma (Corso) o al Grand H.H.H. teatro stanno in palchi diversi, ma vanno a salutarle durante l'intervallo. Le dame del gran mondo si occupano di loro, le vedono al Corso, ne parlano la sera. Qualcuna è molto bella, come Violetta. Al mattino avevo parlato a lungo, con Darcours, del crac. Ecco il riassunto di tutta la storia. All'inizio le case sono state costruite con prudenza, a seconda delle necessità. Ma poi i lavori edili hanno preso un altro ritmo, nella fretta di realizzare una grande città degna dell'Italia. Così si è perso qualunque progetto generale e ognuno ha costruito come credeva. In un primo momento si trattava di prendere possesso della città, di risanarla, di farne la grande capitale moderna, di costruire per avere finalmente una terza Roma, più grande e magnifica delle altre due. Tutti avevano questa idea. Si era convinti che la popolazione si sarebbe quintuplicata, sarebbe arrivata al milione, più di quanti abitanti avesse contato la Roma dell'antichità, e che si sarebbe dovuto costruire fin fuori le mura. Lo stesso era accaduto a Berlino e a Vienna: soprattutto a Berlino dopo la conquista. Era dunque ragionevole risanare e costruire gli alloggi necessari, in una parola far fronte alle nuove necessità.
Prima del '70 si stendeva ancora la biancheria sul Corso, si buttavano gli escrementi nei cortili dei palazzi, dove ci si limitava a entrare e calarsi le brache. Niente latrine ne fogne. Roma sporca. Dunque all'inizio si costruirono le case necessarie, poi l'orgoglio e la speculazione condussero alla follia. La disgrazia è che i romani non hanno avuto un uomo come Haussmann, ne società solide come, per esempio, la società Péreire. Solo volgari speculatori, soprattutto piemontesi, scesi nel Mezzogiorno con il governo e abbattutisi su Roma carichi d'appetiti. Se ne è comunque occupato anche qualche romano (un semplice fornaio, Moroni, ha fatto fallimento per 45 milioni). Roma, nobile e facile, era una grande preda. Dunque il tutto ha avuto inizio con speculatori che hanno fiutato il tracciato delle nuove vie e che hanno acquistato case e terreni lungo questo tracciato. Come per via Nazionale e corso Vittorio Emanuele. In due anni i terreni, che valevano da 6 a 10 franchi, sono saliti da 100 a 200 franchi. Il tutto si è verificato lentamente, dal '70 al '75. I primi hanno decuplicato i propri investimenti. Trascinati dall'esempio ci si sono messi tutti, principi, piccolo borghesi, piccoli proprietari, droghieri, fornai, ciabattini; si sono tutti improvvisati speculatori e costruttori. Chi non aveva i soldi sufficienti si è rivolto alle banche, alle società di credito, prendendo in prestito per acquistare e rivendere. Si sono formate società: la Fondiaria, la Tiberina (per Torino), la Esquilino, l'Immobiliare, la Società di edilizia e costruzione.
Queste hanno acquistato terreni per conto proprio giocandoci sopra, scegliendo ognuna qualche vecchio quartiere da abbattere: il ghetto, il quartiere in cui passa corso Vittorio Emanuele, quello di porta San Giovanni, di porta San Lorenzo (vicino al cimitero), del Testacelo, soprattutto di Prati di Castello (qui fra l'84 e il 90). Ai Prati hanno acquistato tutte le società: una vera e propria città da far sorgere dal suolo con un colpo di bacchetta magica. Così pure fuori città: l'immenso triangolo, la cui base va da porta Salaria a porta Pia e al cui apice si trova Sant'Agnese. Anche qui erano presenti tutte le società, rivali fra loro. Ma perché tante case, case per una popolazione inesistente? Vorrei che si calcolasse la popolazione che potrebbe vivere nelle nuove abitazioni. Si dice da cinque a seicentomila persone. E questa cifra non doveva sembrare esagerata agli italiani. Berlino era ben quintuplicata. Inoltre devono aver pensato che la prima fatale affluenza sarebbe continuata, non potesse che crescere. Le case avrebbero richiamato gli abitanti. Infine il resto è stato compiuto dalla follia della speculazione. Infiammati dai guadagni, ci si sono buttati tutti. All'inizio le società hanno costruito esse stesse, poi hanno venduto a 200 franchi al metro i terreni acquistati a 10 e li hanno venduti a costruttori improvvisati, senza esperienza. In seguito hanno dovuto anticipare il denaro e prestare somme a questi costruttori, a mano a mano che le case crescevano. Quando i costruttori non hanno più potuto far fronte alla situazione, le società si sono riprese terreni e case, cosa che ha dato loro una potenza formidabile ma che ha finito per distruggerle. Le somme spese per le costruzioni raggiungono il miliardo. Per i lavori pubblici, marciapiedi, 81 milioni (non terminati); il monumento a Vittorio Emanuele, 60 milioni (non sarà finito prima di trent'anni); le fortificazioni intorno alla città, 250 milioni; il ministero delle Finanze, 15 milioni; la Banca Nazionale, 10 milioni (si è finanziata da sola); il ministero della Guerra, 10 milioni.
Infine la crisi è scoppiata per due ragioni. In primo luogo gli abitanti che non sono arrivati. Inoltre non sono state costruite casette medie per chi volesse acquistarle e vivere! facendo un investimento. Solo gran palazzi. (È l'atavismo dell'antico palazzo che ha dovuto guastare tutto.) Le società costruivano case per venderle, ma gli appartamenti erano troppo grandi e non si è trovato capitale privato sufficiente a sostituire quello delle banche. Infine altrove, come a Parigi e Berlino, le case sono state costruite con capitali nazionali, con denaro risparmiato. A Roma si è costruito tutto a credito, con lettere di cambio a tre mesi e, soprattutto, con denaro straniero: in fondo sempre l'orgoglio nazionale, la certezza di riuscire a far le cose in grande uccisa infine dalla speculazione. I due fattori della catastrofe sono dunque stati prima l'orgoglio e poi il lucro. In fondo la spiegazione è molto umana. I soldi inghiottiti sono circa 800 milioni, che per quattro quinti sono soldi francesi. Niente denaro tedesco o inglese. Non si è proceduto a prestiti, ma semplicemente con cambiali a tre mesi. I banchieri francesi prestavano al 3,5 o al 4% ai banchieri italiani (banche: Nazionale, di Napoli, Credito mobiliare, ecc.). Queste banche prestavano a loro volta al 6,7 o 8% ai costruttori romani. Depretis,7 un Crispi stordito e Magliani, il grande ministro delle Finanze italiano. Crispi viola. All'annuncio della Triplice Alleanza, si crea un'enorme emozione in Francia, che ritira i suoi capitali. Si produce un enorme riflusso: i capitalisti francesi hanno ripreso i loro 800 milioni in due anni. Le banche, costrette a rimborsare, hanno cercato di creare obblighi emettendo obbligazioni (sic). Ma non sono riuscite a piazzarle. Allora hanno dovuto rivolgersi alle banche d'emissione, che hanno la facoltà di emettere documenti. Le società di costruzione hanno esercitato pressione sullo Stato, dicendo:
«Siamo minacciate dal fallimento, quindi dovremo bloccare le costruzioni e vi ritroverete quarantamila operai disoccupati e interi quartieri incompiuti». Lo Stato, spaventato dal minacciato fallimento di tutte le società fondiarie, ha costretto le banche di emissione a prestare somme enormi alle società di costruzione. Da qui il considerevole indebitamento delle società di costruzione verso le banche d'emissione, la banca nazionale, ecc.: debito che va dai 5 ai 600 milioni. Le società non hanno potuto rimborsare le banche alla scadenza: nessuno aveva acquistato le case e non erano venuti nemmeno gli abitanti. Da qui il crollo, lo sconvolgimento. I piccoli proprietari sono calati sui costruttori, questi sulle società fondiarie e queste ultime sulle banche. Ecco come la crisi edilizia è divenuta un crac finanziario generale e formidabile.
Anche il governo ha fatto spese folli, lungo un sentiero parallelo: un enorme budget per la guerra, 20 milioni all'anno per la marina; poi considerevoli opere pubbliche in tutte le città; fortificazioni; soprattutto ferrovie. Nuove emissioni ogni anno. E questa la crisi economica italiana. Alla base l'orgoglio, la volontà di essere una grande nazione (il sangue di Augusto). E ovunque la fretta: l'Italia ha voluto fare in un quarto di secolo il cammino percorso dalla Francia in un secolo intero.
Storia di Buoncompagni, principe di Piombino. Ricchissimo, possedeva villa Ludovisi, sopra villa Medici. Una società finanziaria, l'Immobiliare, gliela acquistò a un buon prezzo, sei milioni. Ma, preso dalla febbre della speculazione, il principe riacquistò alla compagnia i suoi antichi terreni, giocò, costruì, infine si trovò preso dall'ingranaggio appena spiegato. Oggi non ha perso solo i sei milioni, ma ha anche inghiottito la fortuna del figlio, duca di Sora. Il palazzo di villa Ludovisi è in vendita.
Le perdite del papa. Monsignor Folchi amministrava la cassa pontifìcia. Il principe di Sora, che in fondo conduceva tutto Far fare di villa Ludovisi, vedendo che in Italia era impossibile trovare soldi per le costruzioni, organizzò con Lazzaroni «le Crédit» a Parigi, in modo di mandare in Francia obbligazioni per la clientela religiosa e aristocratica, che veniva tentata con l'allusione che anche il papa fosse nell'affare. In realtà c'era, perché monsignor Folchi (con o senza papa) aveva preso dal tesoro pontificio tre milioni di rendite francesi, italiane e austriache, realizzate per dare a Sora i soldi necessari a costituire il Crédit parigino (dal capitale di cinque milioni). Il papa possedeva i capitali lasciati da Pio IX e soprattutto un gran tesoro in valori francesi e inglesi, ma le conversioni ne avevano abbassato la rendita, che dal 5 era scesa al 3 e al 4. Avarissimo, si dice, ascoltò i consiglieri e finì per mettere fondi considerevoli nelle operazioni di costruzione a Roma. Anche omnibus e mulini. Società finanziarie che dovevano rendere dal 6 al 7. Ma la grande speranza era di mettere le mani su Roma e riprendersi con la finanza la città che gli era stata strappata con la forza. Ha dunque messo in gioco tutto il tesoro: alcuni dicono che abbia perso 23 milioni, altri 37. Così è stata dissipata una parte del patrimonio di San Pietro.
E ora la storia dei Borghese. Il principe don Paolo aveva appena ereditato un'enorme fortuna, 497 mila franchi di rendita, senza contare palazzo Borghese, la pinacoteca e villa Borghese, per un ammontare dai 25 ai 30 milioni. TI principe Borghese, don Paolo, aveva per amante la marchesa Theodoli (romana). Il marchese, il marito, venne trascinato negli affari di una società di costruzioni senza grande importanza, formata dall'Immobiliare. Questa piccola società faceva costruire case per rivenderle. Quando questa cominciò ad andar male il marchese Theodoli, il marito, fece appello al principe Borghese. Quando don Paolo si rifiutò, anche la marchesa si rifiutò. In due anni, il passivo del principe salì a 36 milioni. Oggi cerca di realizzare vendendo tutto. I creditori si prenderanno dal 60 al 70% del suo patrimonio. È stato fatto un tentativo perché il papa vada in soccorso del principe Borghese. Scottato, il papa ha rifiutato."
Infine la sera c'è stato il banchetto offertomi dalla stampa. Discorsi del presidente Bonghi, del ministro Ferraris e del rappresentante del sindaco di Roma. E decisamente un popolo che dubita di se stesso, che non è sicuro di se stesso. Da qui la pressione che cerca di esercitare su di me: la paura di una donna che trema all'idea che non la si trovi bella. Siccome in questo mondo non c'è bellezza, si preoccupa di quello che si pensa di lui, vorrebbe costringervi ad ammirarlo.

SABATO 17 NOVEMBRE

Stamattina ho fatto una passeggiata. .Passando, ho notato alcuni particolari in via Nazionale. I cipressi di villa Colonna visti sopra le arcate, alla svolta. Di mattina il Corso è illuminato sulla sinistra; il lato destro è in ombra (il contrario nel pomeriggio) e in fondo si ha un bei colpo d'occhio su piazza del Popolo. L'abside tonda del Gesù è sotto il sole. Via del Plebiscito si restringe e il tratto più stretto è fra il Gesù e palazzo Altieri; ombra fredda. Poi, davanti al Gesù, un raggio di sole. Si entra in via d'Aracoeli e in fondo, al sole, il Campidoglio con le sue salite verdi. Lungo tutto corso Vittorio Emanuele il sole colpisce le facciate in alto, sulla destra.
Dall'alzaia davanti a palazzo Sacchetti: in alto i cipressi sopra l'Orto botanico. Si vedono le mura forate dalle finestre, le tegole e il piccolo campanile di Sant'Onofrio. Più a valle tutta Trastevere è avvolta da un vapore azzurrognolo: case e edifici si stagliano neri.
In fondo a via Giulia comincia via dei Pettinari, tanto stretta e buia: da un lato il muro nudo, senza negozi, dell'ospedale e della chiesa Santa Trinità, dall'altro case dalle mura nude e dai negozi oscuri; una stretta striscia di cielo al di sopra. In fondo, dopo piazza de' Pellegrini, il Monte di Pietà si trova a destra, un'arcata coperta di piante attraversa la via. Il sole si staglia in fondo alla via nera. Poi si gira sulla piazza del Monte di Pietà e ci si trova in un quartiere nero e un po' deserto, dalle vie strette e nude. fino a piazza Cairoli.
San Crisogono. Tutta rivestita di stoffe. Le colonne di granito chiuse in un fodero di damasco rosso, bordato d'oro. I portici fra le colonne, da un'estremità all'altra della navata, coperti da motivi alternati: uno giallo e blu; un altro oro e rosso; un altro rosso e bianco. Il rosso e il blu sono di seta leggera; il bianco di mussola; Poro è di stoffa grossa, intrecciata con metallo. Tende per ogni motivi e in alto un drappeggio obliquo. Anche tutta la larghezza del coro è drappeggiata con un ampio motivo. E una decorazione di gala, festiva. Infantile e molto decorativa, fatta con stoffe comuni. Con questo gioco la piccola cappella si allarga, diventa enorme. Il soffitto è sempre da tempio, a cassettoni dorati. Oro su blu, lo stemma dei Borghese è ripetuto due volte, accanto a quello del cardinale. Il pavimento è in mosaico di marmo.
Trastevere. Vie strette, miserabili, puzzolenti. Carni sanguinolente e nerastre, senza dubbio provenienti da animali mal uccisi: beccheria. Sartoria. Drogheria. Banco del lotto, con i numeri appesi fuori. Piccola trattoria. Osteria. Pizzicheria. Forno, con i pani rotondi uno sull'altro. Le friggitorie con i quadrati di polenta e i pesci fritti. I mercanti di legumi cotti, pacchetti di spinaci, sedano, cavolfiori, carciofi (non si fa cucina). L'odore spaventoso quando si passa davanti alle mescite di vino, alle friggitorie, ai venditori di legumi cotti e agri.
Ecco cosa sarà il mio Trastevere: la passeggiata di Pierre, che ben conosce la miseria parigina e che vuole studiare questa. I suoi pensieri. E più allegra, per via del clima. Ma forse più irrimediabile, a causa dell'ignoranza. Da troppo tempo non esiste democrazia intelligente. Pierre è per il risanamento, perché si faceva entrare aria in questo carcere infetto. Dunque, da questo punto di vista, quello che resta di Trastevere a parte il preteso lato pittoresco: luce, salute, scienza (più tardi la scienza cancellerà tutto). E da qui Trastevere già sventrato, ciò che ne resta, nero e maleodorante fra i raggi del sole, demolizioni freschissime, buchi d'aria fatti a colpi di piccone e ancora non si è potuto ricostruire. Un bei lavoro, insomma, per interesse della vita. Il ghetto già completamente demolito.
Al vero Frascati. Salumeria, carni salate, forte odore. Asinelli tirano carretti di verdure. Bancarelle di poveri fruttivendoli, pigne in vecchi panieri, pomodori su un banco, su un'asse; e il buco nero e umido delle botteghe. Quattro tacchini condotti da un uomo a colpi di frusta. Un formicolio di bambini, sporchi e mezzi nudi (la fecondità, la rapida moltiplicazione della miseria). Donne senza cappello, con uno scialletto e una sottana sporca. Tutte nere e sporche. Uomini in maniche di camicia colorata, pantaloni sporchi. Vino dei Castelli. Barbiere. Gatti neri sui gradini. Vendita di cesti di frutta. Sarto, con un uccellino in gabbia che canta sulla porta. Vecchi secchi di zinco appesi fuori della porta, pieni di terra, con una pianta grassa dentro. Scale, buchi neri, case disuguali, sordidi alloggi, la vita fuori, tutte le occupazioni svolte per strada. Una donna, con un ragazzine sulle ginocchia, gli fruga in testa per togliergli i pidocchi. Il ciabattino lavora sul marciapiedi. Altre piccole attività dello stesso tipo. Pomodori secchi, infilzati. Calzoleria, ciabattino all'aria aperta. Particolari sulle pizzicherie. Donne con un bambino in braccio, che ne trascinano altri. I bei bambini sono pochi (sporchi, riccioli neri). Qualche bella ragazza, ma rare anche loro. In generale il popolo è piccolo e laido. Vecchi seduti sulle soglie. La biancheria pende da tutte le finestre, al sole. Ombre alle svolte delle vie. Un odore insopportabile. Vini scelti dei Castelli. Un lavatoio in basso, grande vasca piena d'acqua insaponata. Le donne ti si precipitano addosso chiedendo l'elemosina. Un buco con delle rovine, un mosaico (bianco e nero) nello sfondo nero e umido. Stazione VII dei vigili (vedere la guida). Piccole vergini all'aria aperta, col loro lumino. Case che crollano e che sono state puntellate. Non resta dunque che l'impressione di una fetida miseria. La grande via che ha tagliato il quartiere e che passa davanti a San Crisogono. Tornando, andando verso palazzo Farnese, sono passato davanti alla chiesa di piazza Cairoli, San Carlo ai Catinari, la cui cupola domina il quartiere. Da qui in via de' Giubbonari per andare a Campo dei Fiori, una via estremamente popolosa e animata: mercanti di stoffe dai colori vivaci, bigiotterie con grossi articoli polari, ecc. Su un caminetto di palazzo Farnese: assiduo luceat igne.
La visita a palazzo Farnese. La grande galleria dei Carracci, da cui si vede il Gianicolo. L'Acqua Paola (ben visibile) e San Pietro in Montorio (vasto edificio) sulla sinistra, poi villa Corsini di fronte, sopra un terreno coltivato. La Farnesina è più bassa, all'estrema destra, sul Tevere di cui non si scorgono le acque. Il giardino del palazzo è in basso, nero, umido, abbandonato. Piante del pepe, grandi lauri, una magnolia che muore. Un grande pino, siepi. Il verde scende su via Giulia, a destra dell'arcata: un gran rosaio che in primavera si copre di fiori. Dopo la galleria dei Carracci e il gabinetto dell'ambasciatore, il salone e la sala da pranzo che conosco, c'è un salone scuro, in cui sta il signor consigliere. È poco allegro. Tutte le stanze, alte sette o otto metri, hanno soffitti affrescati o di legno, scolpiti in modo ammirevole. Sullo stemma dei Farnese tre gigli, due, uno. Le stanze hanno tutte grandi consolle di marmo e mosaico, dai piedini-dorati, e tavolini di marmo, con la superficie a mosaico, e il piede in un pezzo solo, tondo, una gamba centrale o due supporti scolpiti a testa di drago. La gamba centrale è attribuita a Michelangelo. Nella stanza d'angolo sulla piazza, allegra e illuminata dal sole, i muri sono affrescati con un disegno a broccato d'oro, rosso e oro, drappeggiato all'antica. Le logge sulla corte sono state chiuse e sul lato in fondo sono state installate delle camere. Un appartamentino per amici, poco ufficiale. La corte è malinconica sotto le finestre, con la sua circonferenza coperta in cui possono circolare le grandi carrozze a due cavalli. Ma gli appartamenti della facciata sulla piazza sono pietosi. Nel grande salone, quello con il balcone, l'ambasciata francese ha depositato vecchi documenti, uno sgombero di carte polverose posate per terra, su assi, su tavoli di legno bianco, di una sporcizia straordinaria. Polvere e disordine. Stesso orrore nel salone che segue, a sinistra. Mura dipinte, arcate, scale, prospettive sfuggenti. Infine, il gran salone situato nell'angolo destro della facciata, diciotto metri d'altezza, su due piani, che si è riservato il re di Napoli, proprietario del palazzo: mura nude, una vera soffitta, bozzetti, statue di marmo, un bellissimo sarcofago, resti di tutti i tipi. È una vergogna. Pare che il secondo piano riproduca il primo, ma con soffitti meno alti. Hanno però tagliato i saloni troppo vasti con dei tramezzi, per trasformarli in appartamenti più abitabili. Dalle finestre di questi appartamenti si vede benissimo il bei fregio del palazzo. Vi è installata la scuola di Roma. Non so più se lo scalone d'onore vada fino al secondo piano.
È dopo aver visto la miseria di Trastevere e l'irremissibile decadenza di palazzo Farnese che sono stato colpito dalla fine di questo mondo. Palazzo Farnese rappresenta la fine dell'aristocrazia romana, creata soprattutto dai papi, salvo i Colonna, gli Orsini e i Caetani (?). I loro palazzi non sono più abitabili e cadono in polvere. Anche chi non ha perso la propria fortuna (ma cos'è in confronto alla fortuna americana, e riuscirà a rinnovarsi, a ingrandirsi?), anche costoro affittano una parte del palazzo e vi vivono ritirati, senza feste, senza seguito, senza clienti, persi in un tempo che non è più fatto per loro. E gli altri, i rovinati, affittano tutto il palazzo. Un rigattiere occupa il pianterreno di palazzo Borghese. Una loggia massonica ha affittato il primo piano. Il secondo è diviso in appartamenti in affitto. I Borghese si sono (?) riservati un appartamentino. Palazzo Chigi è affittato in parte all'ambasciata austriaca. Il pianterreno di un altro palazzo del Corso è occupato da una libreria. È proprio la fine di questa nobiltà: chi non è rovinato vive senza fasto. E alterata da tante alleanze straniere che la sua purezza sta sparendo. Dunque tutti i cardinali sono borghesi, l'aristocrazia d'origine papale è finita. C'è dunque un'aristocrazia morente, una borghesia che non esiste ancora (e che da la caccia ai posti), da studiare (?), e un popolo tornato bambino, povero, sporco, ignorante e ozioso. Non è la fine di un mondo. Per chi dunque si deve lavorare? Per la terza Roma?Per chi queste immense opere che, grazie all'orgoglio, hanno condotto alla rovina? La volontà di essere una grande nazione moderna, con una grande capitale. E il tutto improvvisato, per cui l'aristocrazia è in rovina, non esiste una borghesia intelligente e potente e il popolo è tornato bambino. Inoltre la necessità di Roma capitale, la palla al piede, la polvere mortale dei secoli e il deserto di morte che si stende intorno alla città. Tutto questo porta alla rovina. Dov'è dunque il domani, con il papa e il re? Tutto crolla. Ma bisogna che dica queste cose, la verità, con grande simpatia umana, fraterna. Ciò che era Roma nel 1870 e ciò che si è tentato di farne.
La questione della borghesia mi inquieta, non faccio che pormi domande. Sotto i papi non c'era borghesia, ma semplici clienti, impiegati. In seguito non si è dunque formata una borghesia romana. La borghesia è rappresentata solo dal popolo di impiegati venuto con il governo. La caccia ai posti. Ma non è potente, non ha un ruolo possibile. Naturalmente i deputati vengono dalle province. La corte pare esistere ancora. E tutti i titoli, avvocato, professore, cavaliere, commendatore, tutta la vanità della piccola borghesia ossessionata dall'idea atavica della nobiltà.
Nei nuovi palazzi, in queste immense costruzioni a modello degli antichi palazzi dei principi e che sono stati seminati con profusione inesplicabile, non si è installata la ricchezza, ma la miseria di un popolo ignorante e pigro. Non è questo un simbolo terribile? L'idea della bellezza nel mio libro, la bellezza di un tempo che domina questa decadenza. Le arti. Siamo dunque tutti popoli condannati davanti alle democrazie moderne? Non l'ho mai sentito più di qui.
Nel pomeriggio siamo andati a monte Celio, con monsieur de Behaine. Abbiamo visitato villa Mattei, sul pendio del colle. Bei bossi tagliati, dall'odore tanto forte e tanto amaro, eucalipti, un viale di aloe, una fontana a semicerchio, un'altra sotto un portico. Una siepe di rose del Bengala. Magnifici lauri. Enormi fusaggini. Qualche laurotimo grande come un albero. Si dice che la villa sia decisamente malsana d'estate. Da lì a Santo Stefano Rotondo. Gli affreschi su tutte le pareti rappresentano martiri, un susseguirsi di supplizi innominabili. La chiesa, immensa sala rotonda, ha la volta centrale e il cammino intorno coperto da un'armatura. Poi ai SS. Giovanni e Paolo: la chiesa sorge dove sorgeva la villa dei due romani, che furono martirizzati in casa loro. Siamo scesi sotto la chiesa, facendoci luce a lume di candela: l'antica villa esiste ancora, sepolta; sono state ritrovate tutte le stanze, la sala da pranzo, ecc. Tutto monte Celio è piuttosto deserto, con strade che salgono e girano in mezzo ai giardini. Scendendo dai SS. Giovanni e Paolo, si percorre un forte pendio sotto le arcate. Resti romani ovunque. Poi siamo andati sull'Aventino, attraverso via San Gregorio con i suoi begli alberi, via dei Cerchi e via di Santa Sabina. La chiesa di Santa Sabina, culla dei domenicani. Si trova in alto. È una grande chiesa fredda. Sorge a lato del convento, nel cui giardino si trova l'arancio di san Domenico. Altri alberi d'arancio. Il tutto chiuso, senza vista. Credo sia dal priorato di Malta che si vede San Pietro attraverso il buco della serratura. Un viale di bossi tagliati conduce a una terrazza da cui si gode una vista superba sul Tevere. Abbiamo visitato l'interno del priorato. Dal salone in alto si vedono il Tevere, il porto di Ripa Grande, l'ospedale San Michele; altra vista superba. L'Aventino, su cui abitava il popolino romano, oggi è deserto, occupato solo da tre chiese e vasti giardini. Leone XIII vi ha fatto costruire un immenso edificio per i benedettini, ma non è ancora terminato. Ci ho meditato sopra, sorpreso. Perché questo convento? Se anche i benedettini sono stati per un attimo padroni della scienza, se hanno giocato un ruolo civilizzatore, cosa si spera da loro oggi? Non sono stati colpiti dall'impotenza, nella stretta prigione del dogma? Perché terminare questo inutile convento?
Tutti i giardini di Roma sono uguali. Bossi tagliati, begli eucalipti dal tronco bianco e dalle lunghe foglie pallide, lecci contorti e quasi neri, cupi cipressi, rose del Bengala, qualche statua antica o vasi mangiati dal sole, fontane che sgorgano fra le siepi scure. E tutti in pendio, a gradini. A Roma si sale e si scende sempre.
La sera siamo andati a trovare il principe Odescalchi. Ha un'aria trascurata, da artista e da bravo ragazzo; si dice sia avaro. La moglie è una fiorentina di famiglia nobilissima ma molto povera, ignorante come una capra, cosa che aumenta la sua aria boriosa e la rende timida. Sa solo stare in un angolo a chiacchierare con un'amica. La marchesa Theodoli è un'americana che ha sposato un romano un po' frusto; le viene attribuita una storia con il principe Borghese (!'avrebbe rovinato con l'affare Ludo visi), ma anche una certa nobiltà di modi. Pettegolezzo meno diffuso. C'era una zia del principe che avrebbe allevato il cardinale Czacki, oggi morta: una donna amabile. Il prefetto di Roma e la giovane moglie, una russa che si allunga e fuma. Insomma, un mondo piuttosto eteroclito per noi e che manca dell'amabilità francese. Si chiacchiera negli angolini, non c'è una conversazione generale. La marchesa Theodoli ha scritto un libro su Roma in inglese: è un po' saccente. Tutta questa gente sa ben poco della Francia. Senza la bonomia del principe, sarebbe stata una serata veramente pesante. Ha dei begli oggetti che gli vengono dalla sua famiglia. Al centro dell'anticamera, il salone che precede quello in cui ci trovavamo, c'è una fontana con un getto d'acqua, ma bagna il pavimento. Tavoli, cofanetti, bronzi, marmi, una tanagra. Il tutto male illuminato.
Insomma, ecco quanto credo di aver capito sulle donne e sull'amore a Roma. Da giovani, molto contenute, pescano un marito con gli occhi. I bigliettini che ci si scambia a Aix. La storia della giovane borghese che si fa rapire da un principe romano. Vanno in un albergo. La famiglia del principe fa fuoco e fiamme. E il padre borghese si riprende la figlia dicendo di avere anche lui il suo orgoglio, di non acconsentire al matrimonio prima di un anno per lasciare il tempo di riflettere al principe e per non venir accusato di aver voluto conquistare un titolo. In ogni caso, è raro che le giovani si concedano prima del matrimonio: si limitano a giocare, a volte lasciandosi andare un po'. Invece le donne sposate hanno spesso avventure. Ma ce n'è anche di perfettamente oneste. Ecco il ritratto della romana: una bellezza generalmente seria, cupa e triste; niente scoppi di risa o d'allegria; grandissimi occhi, capelli neri, tratti tirati allungati, in linee severe e tristi. Espressione seria, profonda, triste. Il principe Odescalchi mi diceva che non è per nulla il suo genere: occorre spesso una lunga corte per arrivare e quando la donna crolla non si riesce più a sbarazzarsene. I legami diventano eterni e finiscono generalmente male, con la gelosia e colpi di testa. Non è l'amore alato, leggero e capriccioso, un piacere che si prende e che si lascia, ma una passione continua. E il tutto su uno sfondo pratico, la donna non si perde nelle nuvole, non sogna, vede il lato materiale delle cose, il possesso: e da qui la sua passione viva e carnale, ma anche la sua gelosia. È capace di una lunga fedeltà e di una lunga attesa, pur di possedere. Il legame si fa eterno e una donna che inganna l'amante viene giudicata molto male. E invece accettato che inganni il marito. Alla base un fondo di ignoranza e la superstizione verso la Vergine del quartiere. Sarà questa la mia eroina e, per il ritratto fisico, mi ispirerò a un quadro antico. Se mi occorrerà una donna colta dovrò prendere una principessa d'importazione o un'eccezione come la contessa Lovatelli. Le donne di cui si parla sono tutte più o meno compromesse. Qualcuna, essendosi data a molti, è proprio sulla bocca di tutti.
La bellezza è generalmente grossolana e comune, materiale. Rosalia Lovatelli è un Botticelli, con il naso più pronunciato: ha un'aria sacrificata e dolce e paga di tasca propria le lezioni di piano. La giovane borghese che ho visto da Hébert e che gli fa da modella per la figura di un angelo ha il profilo delicato, il naso diritto e il mento rotondo. La giovane signora D'Annunzio (ma è di origine francese) è affascinante ed enigmatica, ma non bella. La Santaflora ha un resto di fascino. La vedrò meglio martedì. Quanto agli uomini sono dei bambinoni, si divertono con nulla. E sono anche vanitosi, con i bei cappelli che sfoggiano in via del Corso. Materiali, positivi, egoisti e viziosi. Il tipo del mio giovane principe romano, che studierò in base a quelli che avrò conosciuto.