TGS: quale turismo?

Juan E. Vecchi

Il contributo che vi offrirò sarà molto alla mano, familiare. Mi è stato detto di farlo «alla salesiana», facile e immediato, in modo che riflettesse esperienze raccolte e preoccupazioni sentite. Perciò ho messo insieme nella mia mente e su qualche foglio spunti vari che mi andavano sorgendo man mano che leggevo lo statuto della vostra associazione e alcuni documenti della vostra vita.

1. Il sistema e lo stile di don Bosco

Un articolo dello statuto del TGS dice: «L'associazione ispira le proprie scelte di valore ad una concezione cristiana della vita e della società e fa proprio il sistema educativo e lo stile di Don Bosco». È interessante allora approfondire che cosa è questo sistema educativo di Don Bosco, avvicinandolo alle esperienze che saranno oggetto delle vostre proposte.
Il sistema di Don Bosco poggia sostanzialmente su quattro punti.
Il primo è scoprire e far esplodere le energie positive che un giovane porta dentro di sé. Alla luce della fede Don Bosco vede in ogni giovane-la presenza ispirante e il disegno salvifico di Dio; scorge un insieme di energie alle volte sopite, alle volte neutralizzate da esperienze negative: vere miniere di vitalità da scoprire e indirizzare al bene. E ciò — era sua salda convinzione — anche in quei ragazzi che sembrano meno buoni o toccati già da qualche miseria. C'è nel loro cuore una «corda» che, se qualcuno riesce a farla vibrare, sprigiona risposte del tutto inaspettate.
È risaputo che lui indicava sinteticamente queste energie-positive con tre parole: ragione, religione, amorevolezza. Ragione vuol dire il desiderio di conoscere e di progredire, la capacità di interiorizzare le motivazioni delle norme e attività che vengono proposte, la disposizione naturale ad accogliere il bene e il bello.
Religione significa ricerca del senso della vita, percezione del mistero, ascolto della propria coscienza, senso etico, accoglienza di Dio, esperienza di Chiesa, gusto per le celebrazioni, capacità di approfondimento della vita spirituale attraverso i sacramenti e l'apostolato.
L'amorevolezza, che siamo abituati a riferire soltanto all'educatore, è anche un'energia interna del ragazzo. È la capacità di risposta personale agli stimoli più delicati: a un richiamo amichevole; a un «tocco» di cuore anziché a una sanzione. Amorevolezza significa rapporto oblativo e disinteressato, amicizia, sensibilità per gli stati d'animo degli altri: in una parola, tutta la realtà e il dinamismo dell'affettività così presente nella mente di Don Bosco fino a spingerlo ad asserire: «L'educazione è cosa di cuore».
Su questo argomento non c'è bisogno di dilungarsi in commenti perché vi è noto. Era sufficiente ricordarlo per preparare il terreno alle conclusioni. Ci sono delle energie, voglia di conoscere, desiderio di avventure e di nuove esperienze che non bisogna lasciar dormire, ma educare; «educere» ossia far scoprire, estrarre ed espandere.
Ma c'è un secondo punto complementare, che fa «sistema» col precedente, organicamente unito ad esso. Lo stile di Don Bosco consiste nel creare situazioni educative: un insieme di condizioni predisposte affinché le energie svegliate abbiano un'espressione positiva e producano una crescita nel giovane. L'esempio più facile da capire è il cortile. Don Bosco sa che ai giovani piace giocare e che in questo «piacere» sono contenute «energie» di crescita da liberare. Predispone allora una situazione educativa in cui il desiderio del gioco diventa vita comunitaria, incontro, socialità, allegria, sforzo e persino disciplina.
Queste situazioni educative alle volte sono permanenti e i loro elementi sono stati accuratamente pensati e perfezionati col passar del tempo. Alle volte si offrono improvvisamente. Dipende dall'abilità dell'educatore percepirle e coglierle al volo.
Siamo a Roma ed è quasi d'obbligo ricordare quel fatto della vita di Don Bosco accaduto in Piazza del Popolo. Uno stormo di ragazzi giocava. Egli lo avvicina. I ragazzi, com'era da aspettarsi, fuggono spaventati in diverse direzioni. Don Bosco riesce ad innescare il dialogo con qualcuno. Si dimostra desideroso di condividere il gioco con loro. E difatti vi prende parte per alcuni minuti. La conversazione si «scalda» e diventa sciolta, poi amichevole e franca. Finisce con una «buona parola» e con un gesto indimenticabile di affetto. Quella situazione spontanea di ragazzi che giocano senza altre preoccupazioni né orizzonti in una strada di città diventa educativa per la presenza di Don Bosco, il suo dialogo, i suoi gesti.
So che non vi è sconosciuto quali siano gli elementi di una situazione educativa. All'origine c'è un «interesse», una domanda, un bisogno o, se preferiamo, una «voglia» del ragazzo. L'attività con cui questa domanda viene soddisfatta offre elementi per una presa di coscienza del significato che quella «voglia» ha per il soggetto e una proposta di valori che, senza snaturare la domanda, la fa salire di grado. Componente indispensabile è la partecipazione attiva del soggetto di modo che l'accoglienza dei valori proposti avviene attraverso il godimento e la gioia. Pregio e tratto dello stile di Don Bosco: saper creare questo tipo di situazioni.
C'è una terza caratteristica nel metodo educativo di Don Bosco: inserire le situazioni educative particolari - gioco, scuola, lavoro - in una totalità. E questo costruisce ulteriormente il «sistema». Il gioco in cortile non è un'esperienza isolata che si esaurisce in sé o si giustappone semplicemente ad altri momenti. Don Bosco la inserisce in un insieme armonico e la articola con altre situazioni educative. In questo modo crea un «ambiente» costituito da parecchie proposte in cui i ragazzi partecipano attivamente. L'ambiente, oltre che proposte da fruire, comporta anche coinvolgimento in una rete di rapporti umani con coetanei e adulti. È dunque clima, comunità, veicolo di valori, spazio di accoglienza della vita giovanile.
Finalmente il quarto punto del sistema educativo di Don Bosco è «assistere». Mentre si svegliano le energie, mentre le situazioni educative vengono sviluppate e innestate in un contesto totale di vita, gli adulti, gli educatori «assistono». Ciò non vuole dire che «vigilano» e nemmeno che sono soltanto presenti, ma che condividono la situazione incoraggiando l'approfondimento, dando elementi di illuminazione, assicurando le condizioni di positività.
Rileggendo l'espressione del vostro statuto: «L'associazione fa proprio il sistema educativo e lo stile di Don Bosco», pensavo come si potessero declinare in chiave di turismo queste quattro esigenze: quali energie far esplodere, quali situazioni far diventare «educative», come inserirle in una totalità di vita e di senso, come accompagnarle.

2. Turismo oggi

Raccogliamo allora in un mazzetto altri spunti che riguardano il turismo e le sue possibilità. Che cosa significa oggi per i giovani? Potrebbe il turismo diventare situazione educativa, di crescita? A quali condizioni? Come enunciare le sue potenzialità positive e i suoi rischi? Quali gli interventi e l'assistenza che ci vogliono?
Il turismo è un fenomeno sociale in senso quantitativo e in senso qualitativo: è un fenomeno «di massa» ed esprime caratteristiche fondamentali della società e della cultura odierna. Paolo VI l'ha chiamato addirittura «il fenomeno sociale del nostro secolo». Questa valutazione la si condivide facilmente quando si considerano le dimensioni che il turismo ha raggiunto finora e la tendenza ad un'ulteriore espansione.
Il fenomeno del turismo data dall'ultimo decennio del secolo scorso ed esplode soltanto negli anni 50. Le statistiche dell'espansione sono quanto mai chiare, al di sopra di ogni altro ragionamento. Nel 1950, nel mondo, si sono mossi verso l'estero 20 milioni di turisti, con una spesa complessiva di due miliardi di dollari. Nel 1960, soltanto dieci anni dopo, la cifra raggiunge i 70 milioni. Nel 1970 sono 170 milioni le persone che visitano paesi esteri con fini e modalità turistici. C'è poi un vero salto che ha luogo tra il 1978 e il 1980. Infatti nel '78 i turisti all'estero sono 260 milioni con una spesa di 70 miliardi di dollari, mentre nell'80 tocchiamo gli 882 milioni. Il calcolo per il 1990 è un movimento di 1400 milioni di persone. Siamo soltanto a 40 anni dal momento in cui si sono aperte, con le maggiori possibilità di spostamento e la creazione di una infrastruttura, le condizioni per il turismo di massa. E si è passato da 20 a 1400 milioni di utenti. Il mercato turistico non si fermerà qui perché viene permanentemente attivato. Crescono le facilità di spostamento e si perfeziona l'organizzazione in ogni senso. Il mondo sta diventando un «villaggio» non soltanto per le comunicazioni ma anche per i viaggi.
L'Italia in questo movimento non è certamente all'ultimo posto. Anzi: offre un'offerta e una utenza tra le più notevoli. Nel 1984 si sono mossi all'interno e verso l'estero, con modalità e finalità turistiche, 25 milioni di italiani.
In termini quantitativi è un fenomeno che non può non colpire l'atten zione di imprenditori, politici, educatori e pastori. Se non dovessimo approfittare del turismo come situazione educativa, dovremmo almeno preparare il ragazzo ad affrontarlo. È infatti un tratto della cultura con cui dovrà misurarsi, così come lo sono il lavoro o la politica.
La sua rilevanza non scaturisce soltanto dal dato quantitativo, ma dall'incidenza che ha sulla totalità della vita. Il turismo infatti investe la società e il costume. Non è un passatempo individuale, né lo si considera più un lusso. È un bene sociale, una conquista, un diritto e un bisogno. Lo si integra assieme ad altre attività in quella realtà più larga del «tempo libero» che rappresenta, nella valutazione dell'uomo di oggi, il momento più alto della propria espressione: un po' di contemplazione, un po' creazione libera, un po' riposo e distanza dalle occupazioni imposte.
Il turismo non è più un fatto marginale vissuto dalla persona in funzione di altri momenti della vita che si ritengono più importanti. È diventato autonomo. Lo si apprezza e lo si vuole per quello che è in sé e per quello che dà alla persona. Fino a poco tempo fa la mentalità corrente lo metteva in rapporto col lavoro e l'occupazione. Dopo un lungo susseguirsi di settimane di produzione stressante e per assicurare la salute fisica e psichica - si pensava - è bene che ci sia un tempo di sospensione del lavoro giornaliero. Oggi non lo si mette più, come prima considerazione, in rapporto al lavoro, ma in rapporto alla persona: è un necessario completamento per la sua crescita, la sua cultura e il suo benessere. Fanno turismo anche coloro che non lavorano ancora o non lavorano più: i giovani e i pensionati.
L'autonomia che ha acquisito il turismo si rivela in un altro fatto: un tempo era ritmato e quasi determinato dalle relazioni primarie e dai rapporti familiari. Oggi ne è invece totalmente indipendente, ha una grandissima libertà di scelta e di movimento. Un tempo forse era strettamente collegato al fattore economico; oggi invece il fattore economico non è più prevalente. Si è visto in Italia e in Europa che, aumentando il costo della vita e la disoccupazione il turismo non scema. Non soffre variazione negativa con il calo del reddito. Così come non soffrono calo i consumi alimentari o l'educazione dei figli.
Il dato quantitativo, unito all'incidenza che ha sulla mentalità della persona, fa del turismo un fenomeno organico all'insieme della cultura odierna, della cultura tecnica. Questa non sarebbe quella che è, né comprensibile senza il turismo. E l'uomo in essa non potrebbe vivere ad un certo livello di soddisfazione ed uso sufficiente degli stessi beni che produce senza le possibilità turistiche. Il turismo dunque appartiene all'insieme della cultura e del costume: li colora e li modifica e viene da essi determinato.
Noi dobbiamo soffermarci ancora su un altro rilievo: il turismo non soltanto coinvolge il costume sociale, ma influisce sulla stessa religiosità come espressione della fede. Ciò va affermato di ogni turismo. Ma c'è una «fetta» del fenomeno che in modo particolare cambia i gesti, gli atteggiamenti e le abitudini religiose tradizionali e ne crea dei nuovi: è il turismo religioso. Il cambio non è necessariamente da considerarsi in peggio; anzi l'esperienza in corso ci porta a promuovere piuttosto che a combattere il turismo religioso. I luoghi «religiosi» vengono inclusi come parte importante del turismo globale. Chi ha visitato Assisi e altri posti simili se ne accorge che i due termini, turismo-religione, non sono incompatibili. Ricompongono invece in unità un'esperienza complessa che risponde a diverse domande legittime dell'uomo. Opporle è manicheismo. Congiungerle è nella migliore tradizione dell'umanesimo cristiano.
Predisposti secondo le loro finalità specifiche, i luoghi di turismo religioso trasmettono sentimenti, valori e messaggi di fede. Se poi la preparazione previa ha fatto del turista un «pellegrino», se l'incontro coi beni culturali religiosi è convenientemente illuminato, l'esperienza risulta ancora più gratificante dai due versanti: umano e cristiano. Ed è forse ciò che spinge gruppi e comunità cristiane a integrare questa forma di «evangelizzazione» tra le proprie «pratiche» normali. Secondo la Demoscopea i maggiori Tours Operator sono le parrocchie e gli enti religiosi: essi sono attivissimi nell'accogliere e nel produrre turisti.
Ritorna quindi la riflessione fatta sopra. Se il turismo non potesse diventare una situazione da essere vissuta come crescita dai giovani, noi dovremmo considerarla anche dal punto di vista della fede, perché in essa sono coinvolte, e alle volte sfidate, l'etica, la religiosità, un certo senso del tempo e della vita.

3. Turismo giovanile

Ma veniamo al nodo che ci preoccupa. Conviene fare del momento turistico una situazione, un'esperienza educativa? Si è commentato alquanto che le istituzioni classiche di educazione non riescono più ad esercitare un influsso totale ed esclusivo sui giovani. Sono subentrate agenzie alternative o complementari alle volte più potenti della scuola, della famiglia, della chiesa. Si dice che i mezzi di comunicazione sociale sono una scuola alternativa. Il giovane impara tanto, e forse di più che nelle lezioni scolastiche, attraverso la TV, la radio, il cinema, le cassette (video e audio). L'apprendimento si sviluppa in un altro modo, le informazioni si offrono con modalità differenti. Non si tratta forse di conoscenze organizzate sistematicamente in unità scientifiche. Sono comunque dati e valutazioni che per la quantità e la forza della comunicazione penetrano la mentalità fino a plasmare i criteri di vita e di valutazione.
Pongo ora questa domanda: non si dovrà considerare anche il turismo alla stregua di una scuola complementare e alle volte alternativa, anche se al momento non ha l'incidenza dei mezzi di comunicazione sociale?
Possiamo dire che, se i giovani non hanno la possibilità di fare turismo, molte energie rimangono assopite? E che se lo fanno in qualunque modo può neutralizzare influssi positivi della famiglia e della scuola?
Come ipotesi per una riflessione io collocherei il turismo giovanile accanto ai mezzi di comunicazione sociale, riconosciuti i diversi indici di influsso. I giovani infatti si buttano nel turismo e lo praticano con modalità proprie. Le statistiche del 1984 parlano di tre milioni di giovani che si sono mossi in Italia durante i mesi di luglio e agosto. Tutta la stampa lo ha rilevato con titoli come questi: «Il turismo '84 ha un volto giovane». Il 26% dei turisti dell'anno '84 era tra i 15 e i 26 anni. L'esodo pasquale del 1984 in Italia ha visto muoversi sei milioni di giovani.
Riguardo alle statistiche non so se tutti concordano con quello che dice uno specialista della materia: ci sono bugie piccole, bugie medie, e bugie grosse, bugie grossissime; sopra queste ultime ci sono le statistiche. Certo sull'esattezza dei singoli dati non giureremmo. In modo particolare non scommetteremmo su quelli riportati su una testata nella stagione estiva quando le «attività turistiche» e tutti gli affari connessi vanno stimolati e presentati come consumi da cui non si può prescindere. I dati però forniscono una valutazione numerica di quello che noi percepiamo a semplice vista.
Ma oltre il «numero» di giovani che vengono coinvolti è importante cogliere le caratteristiche del turismo giovanile. Anche esso è organico ad una «condizione» più globale. Il modo come si evolve e si adegua ci dice che nemmeno per essi può essere interpretato come una «voglia» passeggera, giustapposta in forma posticcia alla vita. Risponde invece a certe tendenze della sensibilità giovanile e a connotati della situazione che vivono i giovani nella società.
Nell'anno '84 si è parlato dell'addio al sacco a pelo e all'autostop; non più il turismo dell'avventura e dell'imprevisto, ma un turismo programmato e con riferimenti sicuri. Si è parlato del crescere dei gruppi semiorganizzati, cioè che preparano e gestiscono da sé il programma. Si è anche sottolineata la nuova attrattiva dell'estero facilitata dall'aumento notevole delle agevolazioni aeree.
Ma più in là delle forme esterne collegate alle possibilità che il mercato offre, il volto del turismo giovanile presenta alcune caratteristiche proprie. La prima è che i giovani nel turismo non riposano, ma «vivono di più»: cioè il turismo giovanile è all'insegna dell'esperienza di vita. La seconda è che quel prestigio sociale che accompagna certe forme di turismo adulto non ha importanza per i giovani. Invece acquistano importanza i luoghi significativi, le persone interessanti, le attività utili, gratificanti o straordinarie. La terza è che il turismo giovane non è di regressione o di ritorno; non è cioè per rivivere un luogo o un tempo passato da cui l'età o il lavoro hanno fatto allontanare: posti conosciuti, rapporti già consolidati. È invece un turismo di nuovi orizzonti e di nuove conoscenze: di progresso verso il nuovo e non di una rivisitazione di una situazione vissuta prima.
C'è dunque un insieme di indicazioni educative da prendere in considerazione. Gran parte di esse si riassumono in una parola: incontro.
Turismo è viaggiare per incontrare e così conoscere per esperienza diretta.
C'è l'incontro con i beni culturali e con la storia di ieri e di oggi che allarga gli orizzonti della conoscenza; c'è l'incontro con l'arte e la natura che colpiscono e sviluppano la sensibilità; c'è l'incontro con i popoli di lingue e tradizioni diverse che aiuta a superare la strettezza delle visioni; c'è l'incontro con persone vive che abitua all'amicizia e alla comunicazione.
Queste sono valenze interne ad ogni forma di turismo. Ci possono essere altri valori, collegati a un tipo particolare di turismo e alla forma che prevedono le singole iniziative. Il turismo «religioso» acquista nel caso dei giovani un suo significato particolare. La forma comunitaria e partecipativa aggiunge valenze originali.
Si è detto del turismo giovanile che è uno strumento per superare differenze ideologiche, barriere politiche e pregiudizi razziali. Si è detto che è anche mezzo per un completamento culturale e per una più alta e civile armonia tra i popoli e lo si è chiamato persino «passaporto della pace».
Se, dopo questo lungo ragionamento, per non perdere il filo del discorso rilanciamo la domanda: può diventare il turismo situazione educativa per i giovani? La risposta affermativa apparirà, se non evidente, almeno fortemente probabile. Oggettivamente infatti il fenomeno offre una costellazione di valenze positive; il soggetto, che è il giovane, è coinvolto vitalmente in esso e lo assume come se trovasse risposta ai bisogni di espressione e di crescita.

4. Salesiani e turismo giovanile

Facciamo un passo avanti verso le applicazioni concrete. I salesiani hanno già motivi sufficienti per occuparsi del turismo giovanile in ciò che abbiamo commentato finora. Poiché il turismo è una specie di scuola complementare e poiché ci sono molti giovani coinvolti, è naturale, e non ci vogliono altri ragionamenti, che i salesiani e le FMA se ne interessino.
Ma è bello anche ricordare che questo nostro interesse è collegato ad una tradizione; che ha un motivo e un modello ispirante alle origini: sono le passeggiate autunnali di Don Bosco. Certo sarebbe un anacronismo voler collocare le suddette passeggiate nella cornice dell'odierno concetto di turismo. Si tratta di un seme, di un'intuizione, che ha avuto successivi sviluppi nelle colonie estive, al mare e in montagna, più vicine a noi nel tempo. Nemmeno queste avevano tutti i connotati del turismo odierno. Presentano però analogie con esso e possono essere considerate come fasi di «una tradizione» che aspetta nuovi sviluppi da parte nostra.
Le passeggiate autunnali di Don Bosco lasciarono nei ragazzi un ricordo talmente incancellabile che da ben tre testimoni furono rievocate nel processo di beatificazione. Sono Don Cagliero, Don Lemoyne e Don Francesia. Quest'ultimo ha raccolto poi in un volume i suoi ricordi, i suoi commenti e dati preziosi sui percorsi e sugli incontri. È bello anche che i ragazzi nelle passeggiate abbiano percepito la santità insieme all'abilità e all'affetto paterno di Don Bosco. Chi sa se ci sono altri processi di canonizzazione in cui i testimoni si fermano a ricordare le passeggiate del candidato agli altari attraverso monti, campagne e paesi. Di passeggiate si tratta, non di viaggi missionari!
La storia è semplice e si somiglia al nostro «quotidiano» estivo. Dal 1858 al 1864, verso la fine dell'anno scolastico Don Bosco concepisce l'idea di organizzare una gita-premio. Nelle prime partecipano alcuni ragazzi; nelle ultime si arriva ad un centinaio. Si mettono in cammino per dieci o quindici giorni con un itinerario che contempla diverse tappe. Ci sono esigenze di collegamenti previ e di una complessa organizzazione. Si doveva infatti pensare all'alloggio in tutti i paesi. Sebbene Don Bosco sostenesse e ribadisse che la sua carovana «alloggiava militarmente», avere un pagliaio, un luogo per mangiare e un pentolone per la polenta o la minestra, richiedeva intese con parroci e con persone amiche.
C'erano le provviste da calcolare per i pranzi sulla marcia. Il viatico era molto frugale - mela, pagnotta, cacio - ma costituiva un punto nel memorandum organizzativo.
La preparazione del repertorio di musica, canto e teatro impegnava le persone per un tempo notevole e comportava «impedimenta» da portare sulle spalle. Infatti tra le manifestazioni immancabili nelle diverse soste c'era la rappresentazione teatrale (I due sergenti!) e il «concerto» della banda.
Non mancava un'adeguata informazione storica e attuale sui paesi che avrebbero dovuto attraversare, completata sul posto al momento della visita.
I successivi percorsi evidenziano l'allungamento delle passeggiate anno dopo anno. Le prime (siamo ancora prima del 1858) si son fatte alla periferia di Torino, a Superga e ai laghi di Avigliana. La «base» si è stabilita poi ai Becchi con visite ai dintorni. Tra il 1861 e il 1864 hanno luogo i percorsi che qualcuno ha chiamato «i grandi viaggi»: cioè la visita al Monferrato in due cerchi concentrici, per raggiungere finalmente Genova e il mare.
Questa passeggiata di 17 giorni, con dieci tappe, chiude il ciclo e anche l'esperienza. Ed è rimasta come un evento-chiave nella vita salesiana, perché sulla via del ritorno, a Mornese, ha luogo, l'8 ottobre, l'incontro con la giovane Maria Domenica Mazzarello.
Con la promessa di far loro vedere il mare («quest'anno vedrete il mare!»), Don Bosco aveva suscitato un incontenibile entusiasmo e una grande aspettativa in quei ragazzi dell'interland. Noi, che siamo lontani da una forma di vita con pochi spostamenti e senza cinema né fotografie, forse stentiamo a capire la novità che rappresentava per un ragazzo del secolo scorso, nato e vissuto lontano dal litorale, vedere il mare, il porto, le navi. Il mare lo avevano sentito «raccontare» nella storia delle guerre, delle scoperte, degli emigranti.
Ci sono stati dunque sviluppi negli itinerari, cambiamento delle basi di operazione, prima ai Becchi, poi a Casale. La carovana adoperava i mezzi di trasporto del tempo: non tutto si faceva a piedi; nelle ultime passeggiate ci sono stati sempre i tragitti in treno. Prendere il treno non era cosa comune per un ragazzo povero del tempo. Era una novità divertente, ma anche un'educazione e una conoscenza esperienziale dei progressi tecnici. Con quanta attesa da parte dei ragazzi e con quanto affetto e previdenza Don Bosco promise, quando si inaugurò la ferrovia da Torino a Giaveno, che avrebbe fatto fare loro un viaggio in treno; promessa che adempì.
Avendo sorvolato sulla «storia», non ci sarà difficile individuare almeno alcuni degli elementi educativi, delle energie che Don Bosco faceva affiorare con queste iniziative.
Ci appaiono subito: un sano spirito di avventura, la curiosità e la voglia di conoscere, la vita di gruppo in libertà. Si camminava infatti commentando, si evocavano alla sera gli episodi salienti della giornata, ci si rideva sopra e si raccoglievano insegnamenti. Cresceva intanto nei ragazzi la coscienza della propria fortuna di avere «un'educazione». Vivendo con Don Bosco avevano sviluppato conoscenze e attitudini.
La conoscenza vitale e la condivisione dei valori del proprio popolo costituiva un altro aspetto rilevante di questi giorni di svago. I ragazzi, che erano almeno in parte emigrati dalle campagne piemontesi, rivivevano il lavoro e la gioia dei contadini, i loro divertimenti popolari, i personaggi delle loro tradizioni (Gianduia!), le feste religiose del proprio mondo.
Bisogna aggiungere ancora l'arricchimento della visione geografica e storica. Don Bosco guidò la visita a luoghi interessanti a Casale, Tortona, Genova. Portò i ragazzi ad ammirare abbazie famose e luoghi segnati da eventi letti sui libri.
Vengono poi gli incontri significativi. Vescovi, sacerdoti e persone in vista ricevevano Don Bosco con grandi segni di stima. I ragazzi venivano coinvolti nel dialogo e negli incontri. Scoprivano così un mondo di persone adulte collegate da una nobile amicizia, vicine a loro, impegnate in ruoli di responsabilità nella Chiesa e nella Società.
Mettiamo ancora sulla bilancia la liberazione di tutte le capacità espressive dei giovani: canto, teatro, banda, mimo. È commovente rileggere le pagine che descrivono il movimento che si genera attorno all'allestimento del palcoscenico in una piazza pubblica, in un cortile di qualche canonica. La gente paesana che accorre, ammira, commenta e attende. E che dire poi dello sforzo di immaginazione e comunicazione degli attori per arrivare al loro pubblico, farlo ridere o commuoverlo!
Finalmente accenniamo alla presenza dell'elemento religioso in tutto: partenze, incontri, feste. Le passeggiate erano imperniate intorno alla festa del Rosario. In non pochi paesi prendevano l'aspetto di una breve missione. Infatti quando la carovana si avvicinava al paese, il parroco le veniva incontro con i parrocchiani. Don Bosco invitava la gente in chiesa e vi faceva una prima predica. La invitava ad ascoltare dopo cena una seconda conversazione e per le confessione. I ragazzi davano il tono di festa cantando e suonando. L'invito per la messa di comunione generale, come si diceva allora, aveva una risposta scontata. Coro, solisti e banda ripetevano le loro prodezze.
A questo esempio e a questa partecipazione a «pratiche» popolari bisogna aggiungere l'attenzione ai singoli, l'avvicinamento uno ad uno. Se potessimo riportare i dialoghi personali che cammin facendo Don Bosco ha avuto con questi ragazzi!
Un ultimo aspetto nella nostra enunciazione: il contatto con la natura; il camminare all'alba e al tramonto; il contemplare le colline, le vigne, i seminati... lasciavan tracce di calma e di poesia nell'anima dei ragazzi. Lo si nota dalla rievocazione di Don Francesia.
Abbiamo soltanto evocato in fretta. Ci sarebbe molto più da dire e tante ricchezze pedagogiche da sottolineare. Per il nostro proposito basta un «campione».

5. Le urgenze oggi

Il tema, dunque, non ci è estraneo. Il grosso fenomeno del turismo giovanile dovrebbe indurci a rivisitare certe esperienze che interessano la nostra storia; riprenderle e svilupparle conforme alle dimensioni e alle caratteristiche odierne potrebbe esserne la conclusione e il frutto.
Sapendo che il TGS si propone proprio di compiere questo passo, mi vengono in mente alcuni suggerimenti per la qualificazione e l'espansione della sua proposta educativa.
Il primo è la conoscenza profonda e aggiornata del fenomeno turistico attuale, nei suoi risvolti personali, culturali, educativi e religiosi. Chi lavora nella scuola cerca di dominare quanto ad essa concerne. Chi si impegna nella catechesi è convinto che ci vuole competenza sul soggetto e sui contenuti. Chi si propone di lavorare nel turismo e col turismo deve anche conoscerlo a fondo: i meccanismi che ci sono sotto, il significato umano globale che ha; le domande o esigenze a cui risponde; le logiche che controllano le risorse e le offerte turistiche. La nostra prospettiva è quella di educatori, attenti agli aspetti positivi permanenti e a quelli che si aggiungono in particolari circostanze. Ci si chiederà soprattutto di aggiornare le nostre conoscenze sulla condizione dei giovani nel fenomeno turistico: quali sono le loro domande, quali le loro attese e disponibilità, quali le energie da espandere.
Il TGS non dovrebbe accontentarsi di una conoscenza approssimativa indiretta, acquisita una volta, ma costituirsi in punto di osservazione permanente e con capacità di indagine e diffusione di dati.
Un secondo punto necessario per qualificare il nostro intervento è la formulazione e l'approfondimento di un quadro di riferimento culturale all'interno del quale vengano elaborati i singoli progetti turistici. Cosa vogliamo fare? Un intervento educativo organico e a lunga scadenza o soltanto riempire i tempi estivi con alcune iniziative slegate? Si vuol essere educatori o soltanto gestori di vacanze, venditori di biglietti «tutto compreso» per i giovani?
È inaccettabile per noi l'affermazione che «basta voler fare». Ciò non basta né in chirurgia, né nell'industria. E dunque nemmeno in educazione, dove si opera con la materia più delicata: l'uomo. Bisogna inserire l'esperienza turistica, senza distoglierla dai propri fini, in una visione globale dell'uomo e del suo sviluppo. Bisogna elaborare un quadro di riferimento umanistico cristiano del turismo, selezionando i valori che si possono tradurre in un itinerario educativo. Si dovranno poi enunciare alcuni obiettivi raggiungibili secondo le nostre possibilità concrete ed esprimere i principi e le applicazioni di una metodologia adeguata ai nostri destinatari e alle condizioni in cui si svolgeranno gli interventi.
Si tratta di uno sviluppo dello statuto medesimo, che darà chiara identità e continuità a TGS e sarà anche una manifestazione della sua competenza. Potrà diventare un testo per verificare e approfondire quanto facciamo e chi sa che non sfoci in un «manuale» educativo del turismo salesiano: una serie di proposte sperimentate che possono servire come indicazioni pratiche agli animatori che verranno dopo di coloro che oggi dissodano il terreno.
Il terzo suggerimento che mi sembra importante per progredire è la preparazione e l'aggiornamento permanente degli animatori e dei dirigenti. La formazione e l'entusiasmo dei quadri dirigenti è la forza indispensabile di crescita in ogni impresa e associazione, sia essa laica o religiosa. A questa conclusione antica e sempre nuova arrivano tutti i congressi di associazioni. Ero tentato di portare una raccolta di «dichiarazioni parallele» di diversi convegni che ritornano puntualmente su questa esigenza. Sembra un luogo comune trito e ritrito, e dunque non solo saputo, ma scontato.
Invece è una verità da non dimenticare mai. È fondamentale come il respirare. Ogni associazione si costruisce a cerchi concentrici. Ci sono quelli che sono la forza propulsiva, i motori; altri sono coinvolti attivamente. Nel cerchio più esterno ci sono coloro che soltanto usufruiscono delle proposte. Col tempo forse diventeranno membri attivi e chi sa anche dirigenti.
Vitalità, espansione e qualità sono legate all'energia e capacità trainante del cerchio centrale: dirigenti, animatori.
Il Centro Turistico Giovanile stilava questo profilo del dirigente animatore: è una persona che ha possibilità pratica di dedicarsi all'animazione; è una persona che si interessa per i giovani e per il turismo; è una persona che acquisisce competenza tecnica e organizzativa; è una persona che cura la sua capacità educativa; è una persona di spirito apostolico; è una persona di qualità comunitarie.
La formazione va dunque sviluppata su queste linee: visione culturale, capacità educativa, profondità cristiana e qualità salesiana. L'esperienza di altre associazioni salesiane offre indicazioni interessanti e sufficienti riguardo a tempi e opportunità in cui questa formazione può realizzarsi. Perciò non mi soffermo.
Il quarto suggerimento è il potenziamento della struttura organizzativa e della capacità programmatica. Il turismo richiede collegamenti, intese, infrastrutture, capitali. La miglior volontà educativa rimane arenata se l'organizzazione non funziona bene. Quante case di montagna e di mare possiedono oggi i Salesiani e le F.M.A.? Come viene sfruttata la loro capacità? Per far rendere al massimo tutte queste risorse non bastano l'intenzione, l'entusiasmo o un desiderio di bene.
Quante possibilità di collegamento e di collaborazione con altre nazioni e altri continenti ci sono? I salesiani hanno una rete di case disponibili in nazioni confinanti e in nazioni lontane. Chi dice che non se ne potrà approfittare nel futuro per il turismo giovanile se questo viene sorretto da un'intelligente programmazione e se i risultati educativi calcolati compenseranno? Qualche prova si sta facendo già in condizioni povere e sovente sostenute da singole persone.
Il miglioramento di questo aspetto dovrebbe prima consentire di sfruttare al massimo l'infrastruttura esistente e arrivare poi a diversificare le proposte turistiche, secondo le preferenze e le domande giovanili.
E infine un ultimo suggerimento che inciderà sulla nostra crescita futura come associazione credibile: è la partecipazione all'elaborazione di una politica turistica per i giovani. Non c'è da lagnarsi delle agevolazioni che la legislazione ci offre. Non ne abbiamo approfittato ancora pienamente. Ma ci saranno sempre nuovi traguardi da raggiungere e per cui battersi. Tali sono l'allargare la facilità per i giovani di viaggiare liberamente attraverso più paesi, ottenere mezzi come associazione per assistere i giovani che visitano il nostro paese, favorire forme di convivenza o di lavoro internazionale.
Penso che abbiate letto sulla stampa dello scorso anno la notizia di un gruppo che si è trovato a New York e ha contribuito a restaurare la statua della libertà. Vi hanno partecipato 120 ragazzi di tutto il mondo, di cui otto italiani. Noi abbiamo davanti l'obiettivo Europa. Uno dei mezzi per formare mentalità favorevole all'integrazione europea è certamente il turismo. Ma non dobbiamo scartare altre possibilità internazionali. Alcuni dei nostri gruppi si sono mossi già verso l'Africa per fini missionari e apostolici. Chi dice che non possano congiungersi e fondersi assieme finalità benefiche e apostoliche con desideri di conoscenza e di incontro?
Ma quando ci si propone la partecipazione politica non si vogliono raggiungere soltanto traguardi a beneficio proprio. Si vuole che quello che l'associazione elabora e sperimenta venga socializzato; che attraverso il confronto nelle sedi corrispondenti si qualifichi la legislazione che regola il turismo a, beneficio di tutti.
Il fenomeno turistico non si fermerà allo stadio in cui è oggi. Il turismo giovanile oltrepasserà le modalità e l'estensione attuale. Partecipando agli organismi che elaborano una politica a riguardo, si aiuta la legislazione a tenere il passo dell'evoluzione con opportuni accorgimenti educativi e culturali a favore della gioventù.
Un'associazione che prende sul serio le proprie finalità promozionali non può tenersi fuori dalla partecipazione e dall'impegno politico in ciò che riguarda la propria area e secondo le proprie scelte.
Vi dicevo all'inizio che avvertivo aria di partenza, di festa inaugurale. La vostra associazione ha ancora molte possibilità da sfruttare. Il mio augurio è che dopo questa partenza e dopo questa semina le cose crescano in modo tale che la nostra presenza all'interno del turismo giovanile divenga significativa quanto lo é oggi la presenza nella scuola, nelle parrocchie, nei centri giovanili.