Il progetto educativo

salesiano

(Lettera circolare di) Egidio Viganò

 

Introduzione. - 1. Alla ricerca della prassi adeguata. - 2. Il Sistema Preventivo di Don Bosco: 2.1 Espressione della genialità del Fondatore, 2.2 Un dato di tradizione vissuta, 2.3 Elemento costitutivo del nostro "carisma", 2.4 La strada più appropriata per una vera conversione. - 3. La sequela del Cristo amico dei giovani: 3.1 "Il dono della predilezione verso i giovani", 3.2 Coinvolgimento di amicizia, 3.3 Conoscenza dei singoli e della "condizione giovanile", 3.4 Una accorta valorizzazione della ragione umana. - 4. La carità pastorale e l'intelligenza pedagogica: 4.1 Compenetrazione e non dissociazione, 4.2 Evangelizzare "educando", 4.3 Educare "evangelizzando". - 5. Lo stile salesiano: 5.1 Modalità tipiche, 5.2 Urgenza di inventiva, 5.3 Praticità d'impegno. - Conclusione. 

Roma, 15 Agosto 1978

Solennità dell’Assunta

Carissimi,

siamo ancora fortemente impressionati dalla morte inaspettata del Papa Paolo VI, che ha privilegiato sempre la nostra umile Famiglia con particolari espressioni di affetto e con illuminanti orientamenti di vita. Ammiriamo in lui una delle testimonianze più chiare di magnanimità nel ministero e di santità nella vita.
Io vi sto scrivendo nei giorni che precedono immediatamente la Solennità dell’Assunzione di Maria. È una coincidenza illuminante. La vicinanza di questi due eventi ci aiuta paradossalmente a unire il lutto con la gioia: la triste constatazione del decesso di un amico con la magnifica realtà della primizia della risurrezione in Maria, quale profezia della vittoria finale di tutti.
Assunta in cielo: Maria è più vicina e attuale per la Chiesa pellegrina, perché diviene Ausiliatrice che diffonde nei secoli le sue iniziative con solerte maternità.
Noi possiamo guardare oggi ai quindici anni di pontificato di Paolo VI come a un dono di Maria per tutta l’umanità; la speciale protezione dell’Ausiliatrice lo ha fatto guida e maestro in una delle epoche più delicate della storia della Chiesa.
Ma la festa dell’Assunta e il suo materno intervento a favore del Popolo di Dio ci fa pensare anche al nostro Fondatore nato proprio nel clima di questa solennità mariana. Anche la vocazione di Don Bosco ci appare come un regalo mariano per tutto il popolo cristiano.
Orbene: rievocando uno degli ultimi suggerimenti di Paolo VI fatti al nostro Capitolo, secondo cui «le necessità sociali ed ecclesiastiche dei tempi moderni sembrano più che mai corrispondere al genio dell’apostolato dei Figli di S. Giovanni Bosco»,1 e ricordando, d’altra parte, che l’intervento di Maria nel primo sogno di Giovannino Bosco è stato quello che ha configurato inizialmente quel «genio apostolico» che ci caratterizza nella Chiesa, vi invito a concentrare insieme la nostra riflessione sul progetto che caratterizza la nostra genialità pastorale: il Sistema Preventivo.
Noi siamo tutti impegnati da mesi ad approfondire ed applicare il CG21. Nelle Ispettorie si sono avute iniziative, riunioni, giornate di studio e di preghiera per conoscere bene i documenti capitolari. In molte case la Comunità locale si è costituita in scuola di formazione permanente proprio intorno ai grandi temi del Capitolo. Tutta questa attività è segno di un atteggiamento genuinamente religioso della Congregazione in docilità allo Spirito del Signore.
Anche il Consiglio Superiore ha realizzato collegialmente un approfondimento di questi temi per poter servire i confratelli secondo le linee direttrici del Capitolo.
Vi esprimo un mio sentimento che questa solennità mariana irrobustisce assai: tutti lamentiamo il peso delle attuali difficoltà e, più ancora, di non pochi difetti e anche di deviazioni. Ebbene, io mi sento portato a privilegiare nel mio intimo la sensibilità per il bene che cresce.
La figura di Paolo VI nella Chiesa cattolica ne è una forte riprova. Anche in Congregazione va aumentando l’entusiasmo per Gesù Cristo e per il suo mistero, per Maria e per la Chiesa; crescono la conoscenza e l’amore per Don Bosco, si chiarifica e si approfondisce il significato totalizzante dell’impegno religioso, ci si affaccia ormai alla storia in cammino senza troppe ubriacature deludenti.
Mi sembra che stiamo vedendo più chiaro, che procediamo maggiormente orientati, che sta maturando una nuova era di grazia.
Voglia Maria Assunta in cielo ottenerci, anche per intercessione di Paolo VI, luce e coraggio per camminare insieme, senza stancarci, lungo la via tanto qualificata del Concilio e dei due ultimi nostri Capitoli Generali.

1. ALLA RICERCA DI UNA PRASSI ADEGUATA

Il problema più delicato di questi anni «postcapitolari» è quello di trovare il modo pratico di tradurre nella vita i grandi contenuti dei documenti.
L’obiettivo capitolare è precisamente la «conversione» del nostro modo pratico di essere e di agire.
Ora il Sistema Preventivo di Don Bosco è stato, di fatto, il retto modo di vivere e di operare (la «ortoprassi», come direbbe qualcuno oggi) delle prime generazioni salesiane.
Il CG 21 ci offre suggestivi orientamenti al riguardo in vista del nostro processo di identificazione, esigito dagli attuali cambiamenti.
Vogliamo, dunque, ripensare in fedeltà il «Sistema Preventivo»; nel farlo ci proponiamo un obiettivo ben definito di conversione nella nostra vita quotidiana.
Vi invito, a tal fine, a una rilettura attenta del primo documento capitolare «I Salesiani evangelizzatori dei giovani».
Il documento ci assicura che la prassi salesiana ha come quadro di riferimento e come misura di autenticità l’attuazione del progetto pedagogico-pastorale di Don Bosco.
È, questa, un’indicazione assai positiva e orientatrice per i nostri impegni di rinnovamento. Dobbiamo considerarla seriamente anche perché rappresenta non solo un approfondimento, ma, «in un certo senso, una novità nei confronti del Capitolo Generale Speciale (CGS)».2
Quanto più ci familiarizziamo con il testo, tanto più scopriamo che il punto chiave verso cui convergono le sue linee dottrinali ed operative è la parte 3ª sul «Progetto educativo e pastorale salesiano».
Così lo nota esplicitamente l’introduzione: «l’idea che lega le varie parti, quella che è la fonte della loro unità è la nostra vocazione di evangelizzatori che si fa reale quando è vissuta nel progetto educativo e pastorale salesiano, ricompreso e attualizzato».3
Tutto l’esigente problema del primo posto da dare tra noi allo spirito religioso che deve integrare in unità vissuta i valori permeantisi della consacrazione e della missione,4 lo troviamo risolto vitalmente nell’attuazione del Sistema Preventivo. Infatti, nella mente di Don Bosco e nella nostra tradizione viva, esso «tende sempre più a identificarsi con lo “spirito salesiano”: è insieme pedagogia, pastorale, spiritualità».5
Così la presenza e l’attività salesiana tra i giovani non è solo metodologia educativa ma anche, e fondamentalmente, testimonianza religiosa: «professiamo pubblicamente che l’amore del Padre ci chiama e ci riunisce in comunità per farci evangelizzatori di giovani nella responsabilità condivisa di un progetto educativo che si ispira al carisma di Don Bosco».6
L’impegno religioso di ogni comunità a crescere spiritualmente nella sua vocazione, è misurato, di fatto, dall’accettare una conversione che le faccia vivere «in se stessa l’anima del Sistema Preventivo».7
È solo con quest’«anima» che si può realizzare quella «nuova presenza salesiana», che è un rilancio dello spirito di iniziativa e missionario delle prime generazioni, e riguardo alla quale già il CGS affermava: «Nelle situazioni dei giovani d’oggi il Sistema Preventivo esige che si cerchi una presenza nuova».8
Dunque: parliamo di un tema fortemente impegnativo per noi, che tocca il nostro rinnovamento e la nostra unità in un momento di transizione nel quale il pluralismo ideologico e la diversificazione culturale potrebbero sviarci: il «richiamo al Sistema Preventivo diventa tanto più urgente oggi, in situazioni culturali molto diverse, [se i Salesiani] vogliono conservare, proprio per l’efficacia comunitaria della loro vocazione, il vitale legame con il Fondatore e l’unità dello spirito».9
Questo grave riscontro capitolare ci ricorda l’affermazione di don Albera: «questa Magna Charta della nostra Congregazione, che è il sistema preventivo»,10 e riecheggia quanto soleva ripetere don Rinaldi ai giovani confratelli: «Il Salesiano o è salesiano o è niente, o è di Don Bosco o di nessuno. Se studieremo Don Bosco, se seguiremo il suo sistema, saremo davvero suoi figli, altrimenti non saremo niente e lavoreremo in aria e fuori strada».11

2. IL SISTEMA PREVENTIVO DI DON BOSCO

Le poche espressioni ora citate ed altre del CG 21,l2 e della nutrita nostra tradizione al riguardo che si potrebbero aggiungere, ci dicono che il Sistema Preventivo è una componente, o se vogliamo, una sintesi vitale di quell’«indole propria»,13 che ci distingue nel Popolo di Dio come Salesiani di Don Bosco.

2.1 Espressione della genialità del Fondatore

Il compianto Papa Paolo VI nel parlare dell’opera dei Religiosi per una evangelizzazione efficace sottolineava la loro intraprendenza ed affermava che «il loro apostolato è spesso contrassegnato da una originalità, una genialità che costringono all’ammirazione».l4
Per noi Salesiani la nostra «genialità» è legata alla attuazione del Sistema Preventivo. Esso, infatti, costituisce la creazione più originale di Don Bosco. Mi piace citare, al riguardo, alcuni passaggi di una conferenza di don A. Caviglia, intelligente testimone e acuto pensatore della pedagogia del nostro Padre. In un’assemblea di insegnanti cattolici a Roma, nel 1934, anno della canonizzazione, diceva:
«In questo è la grandezza storica e concettuale di Don Bosco nella vita della Chiesa: che esso ha dato la formulazione definitiva della pedagogia cristiana [...]: così la Pedagogia cristiana, vissuta pur sempre nella sua sostanza nella vita cristiana di ogni tempo, ha trovato per Lui la sua formulazione, ch’è espressione della fede di tutti e della santità di Lui».15
Le linee portanti del suo Sistema Preventivo possono essere considerate una specie di «lezione profetica» (Dio parla attraverso i suoi Santi) per i tempi nuovi, così da additare Don Bosco come un «dottore» della Chiesa («Padre e Maestro») nell’arte cristiana dell’educazione. La stessa bolla della sua canonizzazione lo definisce come «il prototipo dell’educatore della gioventù moderna; egli ha aperto, con un metodo veramente originale, la migliore e più sicura strada nella prassi pedagogica».16
L’originalità del Sistema Preventivo denota in Don Bosco una forte capacità creativa; la sua, però, «non è creazione di elementi: ché crear dal nulla è opera solo di Dio; è sintesi creativa, che è il contrassegno delle opere del genio. Sintesi creativa la dico: perché l’originalità, la bellezza, la grandezza della creazione non risiede tanto nella novità dei particolari, quanto nella scoperta di quell’idea, che li assomma e li fonde nella vita nuova e propria di un tutto».l7
L’elemento catalizzatore di tale sintesi creativa è stato denominato dal CGS carità pastorale, centro dello spirito salesiano; l8 don Caviglia lo considerava più metodologicamente sotto l’aspetto di «bontà»: ossia un amore visibile e familiare che sa suscitare una risposta di amore e crea un clima e un ambiente di amorevolezza in vista del fine ultimo della vita.
Alcuni di noi hanno ascoltato don Caviglia, quando predicava gli Esercizi Spirituali, affermare con simpatica persuasione che tale amore dovrebbe costituire l’oggetto del 4° voto dei Salesiani: il voto di bontà o di pratica del Sistema Preventivo!
Penso sia particolarmente urgente, oggi in Congregazione, ricuperare la coscienza di questa originalità e genialità di Don Bosco.
Forse l’entusiasmo stesso con cui i suoi discepoli diretti ne hanno parlato con un linguaggio anteriore allo sviluppo attuale delle scienze dell’educazione, e il peso inevitabile di alcuni aspetti culturali e istituzionali ormai sorpassati, hanno facilitato un certo atteggiamento di noncuranza, un allentamento di serietà di studio che possono incidere assai negativamente sulla nostra identità.
Don Bosco invece ha incarnato in questo «sistema» la sua più genuina santità, concependo la pedagogia «sopra le teorie ed oltre le angustie della metodica», al livello di una saggezza che poggia su carismi e doni speciali dello Spirito Santo. E così l’«originalità» del suo sistema ha acquistato uno spazio per il futuro.
Dice ancora don A. Caviglia: «E sul piedistallo della storia il titolo antonomastico, e senz’altro il più proprio e più simpatico della grandezza di Lui, sarà la scoperta del sistema preventivo. La vera originalità, l’impronta della mente e del cuore di questo vero genio del bene, è in questa possente sintesi creativa: è nell’idea per cui visse e che fu vissuta da Lui. Quest’idea - la sintesi - è venuta dal cuore e risiede nella bontà. [...] Il sistema [...] di Don Bosco è pertanto il sistema della bontà o, per dir meglio, la bontà eretta a sistema.
Naturalmente è bontà sentita da un cuore di Santo, e perciò ispirata a concezioni e sentimenti non soltanto umani.
Qui l’uomo di cuore dà la forma sensibile e pratica a ciò che detta l’ideale supremo della carità, ch’è la salvezza e la coltivazione delle anime».19
Mi sembra proprio che queste citazioni colpiscano a segno; esse ci descrivono con penetrante acutezza la nota più originale della nostra «indole propria» nella Chiesa e ci mostrano qual è il significato vitale di quella «carità pastorale» che è la sorgente perenne della nostra identità.20

2.2 Un dato di tradizione vissuta

È a tutti palese che quando il CG21 parla del Sistema Preventivo non si riferisce semplicemente alle classiche pagine scritte da Don Bosco nel 1877 e incorporate poi, fino al CGS, nei Regolamenti; ma piuttosto a «un insieme organico di convinzioni, di atteggiamenti, di azioni, di interventi, di mezzi, metodi e strutture, che ha costituito progressivamente un caratteristico modo generale di essere e di agire, personale e comunitario (di Don Bosco, dei singoli Salesiani e della Famiglia) [...]».21
L’opuscolo di Don Bosco è senz’altro uno dei più preziosi documenti al riguardo. Però la criteriologia pastorale e il metodo pedagogico di Don Bosco non possono adeguatamente comprendersi solo mediante quelle pagine e neppure mediante le altre assai più numerose di tutti i suoi scritti. Basti pensare che la realizzazione più chiara e più efficace del Sistema Preventivo è quella che ha visto la crescita di Domenico Savio fino alla santità, quando non esisteva gran parte di quegli scritti e quando l’Oratorio di Valdocco non aveva ancora una strutturazione da internato.
Si tratta, dunque, di una prassi pastorale e pedagogica da saper individuare e ricostruire con l’aiuto anche di quell’opuscolo e degli altri scritti, ma soprattutto attraverso la permanente attività di Don Bosco e la viva tradizione posteriore.
L’analisi di una tale prassi comporta oggi uno speciale travaglio di ripensamento in sintonia di spirito. Infatti, essendo quel «Sistema» un insieme organico di convinzioni, di atteggiamenti e di interventi metodologici, creato e vissuto nell’ambiente socioculturale del secolo scorso, dovremo saper fare, con cuore fedele, qualche distinzione delicata ma indispensabile: l’eredità viva e permanente del Sistema Preventivo, i suoi valori «permanenti» e il suo messaggio per il futuro, non si possono identificare con una visione culturale e una mentalità ecclesiologica ormai superate.
Ma, se può essere stato un lamentevole errore ridurre il Sistema Preventivo ad una formula definitivamente stabilita da applicare quasi con osservanza legale, sarebbe ancor più pernicioso errore credere che esso non sia più portatore per noi di quella originale vitalità di cui abbisogniamo per rinnovarci.
Il CG21 ci esorta a scoprire con serietà e con amore il suo «nucleo carismatico» per conservarne e potenziarne il dinamismo originario. è questo che urge fare in tutta la Famiglia Salesiana, perché senza la prassi del Sistema Preventivo non potremo rimanere fedeli a Don Bosco.22

2.3 Elemento costitutivo del nostro «carisma»

Già il CGS aveva inserito il tema del Sistema Preventivo nel medesimo testo costituzionale, definendolo una «preziosa eredità»23 legata a quella «carità pastorale» che costituisce «il centro dello spirito salesiano».24
A ragione, quindi, il benemerito Don Luigi Ricceri nella sua importante circolare su «Decentramento e unità oggi nella Congregazione» (dell’ottobre 1973), nel presentare le componenti originali del nostro carisma aveva enumerato esplicitamente tra esse il Sistema Preventivo quale peculiare «stile di presenza apostolica».25
Esso risulta intimamente legato alle altre componenti del carisma salesiano, particolarmente allo «spirito» di Don Bosco; e alla sua «missione» giovanile e popolare.
Nel Sistema Preventivo, infatti, si possono distinguere due livelli o aspetti diversi profondamente legati tra loro: il principio ispiratore che crea un determinato atteggiamento spirituale della persona (la «spinta pastorale») e il criterio metodologico che guida le modalità concrete della sua azione (il «metodo pedagogico»).
Tra «spinta pastorale» e «metodo pedagogico» si può percepire una delicata distinzione utile alla riflessione e all’approfondimento di aspetti settoriali, ma sarebbe illusorio e pericoloso giungere a dimenticare l’intimo legame che li unisce così radicalmente tra loro da renderne impossibile la separazione. Voler dissociare il metodo pedagogico di Don Bosco dalla sua anima pastorale sarebbe distruggere entrambi.
Così il Sistema Preventivo è talmente legato allo «spirito salesiano» (attraverso il suo aspetto di «spinta pastorale») che ne costituisce l’incarnazione più caratteristica ed espressiva; a ragione lo si può anche definire come un’autentica spiritualità della nostra azione apostolica «e cioè il nostro modo pratico di tendere alla pienezza della carità e della vita cristiana». Infatti coinvolge la persona dell’educatore con una sua propria modalità di pensiero e di sentimento, di vita e di attività, che ispira e caratterizza tutta la sua esistenza.
D’altra parte il Sistema Preventivo è così direttamente legato alla «missione» salesiana (attraverso il suo aspetto di «metodo pedagogico») che la traduce nella pratica. Il CGS ci aveva ricordato che tra «missione» salesiana (unica e identica per tutti e ovunque) e «pastorale» concreta (pluriforme e svariata secondo le situazioni) c’è un’importante differenza di livello da saper armonizzare: 26 il Sistema Preventivo è da situarsi tra questi due momenti come una criteriologia pedagogico-pastorale che illumina e guida i progetti da elaborare e da applicare metodologicamente nelle diverse situazioni del tempo e dello spazio.
Insomma, «spinta pastorale» e «metodo di azione» nel Sistema Preventivo si permeano mutuamente in forma così intima e indissolubile da fare di esso il quadro pratico di riferimento per l’identità e l’unità della Famiglia Salesiana nella Chiesa.

2.4 La strada più appropriata per una vera conversione

L’originalità e la genialità del Fondatore non sono per noi oggetti da museo, bensì un appello e una sfida. Esse ci indicano la strada giusta da scegliere per quella conversione concreta a cui ci invita il CG21.
La carità pastorale tradotta in bontà è alle radici del nostro spirito e della nostra missione. Lo stesso nostro nome di «Salesiani» è nato appunto in vista della pratica di tale carità-bontà, guardando a un santo che aveva incarnato la «benignitas et humanitas» del Salvatore. È, quindi, un nome qualificante che caratterizza la nostra vocazione e ci addita il compito di cui dobbiamo sentirci responsabili nella Chiesa. Tutta la vita di Don Bosco è come un commento ai contenuti di questo nome.
Lui fin dai 9 anni si è sentito istradato dall’Alto e ha considerato la Madonna come l’«ispiratrice» e la «maestra» del Sistema Preventivo.
Giustamente don Rinaldi, nell’anno centenario del primo sogno (1925), «ne aveva ordinato la commemorazione in tutte le case ed egli stesso tenne conferenze ai Salesiani e alle Suore su tale argomento, con lo scopo speciale di far vedere come fin d’allora fosse stato indicato a Don Bosco il suo sistema educativo, fondato sullo spirito di bontà e di mansuetudine».27
Per questo Don Bosco faceva consistere la formazione dei primi soci salesiani nell’imparare a vivere e a praticare il Sistema Preventivo: e questa è rimasta anche la tradizione formativa delle prime generazioni.
Tra le ultime lettere di Don Bosco ce n’è una a don Giacomo Costamagna in Argentina, assai significativa; in essa scrive: «[...] io che mi vedo in cadente età vorrei poter aver meco tutti i miei figli e le nostre consorelle d’America. [...] vorrei a tutti fare [...] una conferenza sullo spirito salesiano che deve animare e guidare le nostre azioni e ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi: [...] nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza. [...] Ogni salesiano si faccia amico di tutti, non cerchi mai far vendetta; sia facile a perdonare, ma non richiamar mai le cose già una volta perdonate. [...] La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare guadagna tutto e tutti».28
Sappiamo che: «A questa lettera si attribuì poi la prosperità spirituale e temporale dell’Ispettoria Argentina. Non solo l’Ispettore, ma anche altri, dopo averla copiata, ne ringraziarono il Santo. Certuni, sentendosi più in difetto o provando maggior difficoltà a essere caritatevoli e pazienti, vi si obbligarono con voto, che rinnovavano ogni mese nell’esercizio della buona morte».29
Con lungimirante intuito il compianto Papa Paolo VI, che ha dimostrato sempre tanto interesse e una speciale cura per la nostra vocazione, nel Motu proprio Magisterium vitae del 24 maggio 1973 (con cui ha elevato a Università il nostro Ateneo Pontificio) ci ricorda: «I membri della Società Salesiana ricevettero con venerazione dal loro padre e fondatore quel tipico carisma dell’arte dell’educazione, a loro affidato, non solo quasi sacro deposito da custodire gelosamente, ma anche come un germe fecondissimo da coltivare fedelmente». E perciò (sia nell’Università Pontificia Salesiana che nei nostri Centri di studio) si dovrà esplicare la sua fruttuosa attività «secondo quel particolare spirito del Santo Fondatore, che viene chiamato comunemente sistema preventivo e che non senza una particolare disposizione di Dio attinge la sua natura e forza dal Vangelo».30 Si tratta, dunque, di un elemento per noi «sostanziale»! 31
Ascoltiamo con la freschezza della meraviglia quanto bellamente ha scritto il P. Duvallet, un sacerdote francese che accompagnò per vent’anni l’Abbé Pierre nell’apostolato di rieducazione dei giovani d’oggi; ci rivolge una specie di significativo appello: «Voi avete opere, collegi, oratori per giovani, ma non avete che un solo tesoro: la pedagogia di Don Bosco. In un mondo in cui i ragazzi sono traditi, disseccati, triturati, strumentalizzati, il Signore vi ha affidato una pedagogia in cui trionfa il rispetto del ragazzo, della sua grandezza e della sua fragilità, della sua dignità di figlio di Dio.
Conservatela, rinnovatela, ringiovanitela, arricchitela di tutte le scoperte moderne, adattatela a queste creature del XX secolo e ai loro drammi che Don Bosco non potè conoscere. Ma per carità conservatela! Cambiate tutto, perdete, se è il caso, le vostre case, ma conservate questo tesoro, costruendo in migliaia di cuori la maniera di amare e di salvare i ragazzi che è l’eredità di Don Bosco».32
3. La sequela del Cristo amico dei giovani
La Famiglia Salesiana è nata dall’amore di Don Bosco per la gioventù. Un amore di predilezione che ha permeato e sviluppato le sue inclinazioni e le sue doti naturali, ma che era radicalmente uno speciale dono di Dio per un disegno di salvezza nei tempi moderni. Questa predilezione sgorgava in lui dall’adesione entusiasta e totale a Gesù Cristo e tendeva, sotto la guida di Maria, a rendere presente il mistero del Cristo «mentre benedice i ragazzi e fa del bene a tutti», come dice il Concilio.33
Il Vangelo manifesta in vari modi l’amore di Gesù Cristo ai giovani: li ama (Mc 10,21: fissatolo, lo amò); li vuole accanto a sé (Mt 19, 14-15, Mc 10, 13-16, Lc 18, 15-17: Lasciate che i bambini...; Lc 9, 46-48: Chi accoglie questo bambino...); li invita a seguirlo (Mt 19, 16-26, Mc 10, 17-22: il giovane ricco); li guarisce (Gv 4, 46-54: Va’, il tuo figlio vive); li risuscita (Lc 7, 11-15: Giovinetto, a te dico, levati!; Mc 5, 21-43, Lc 8, 40-55: figlia di Giairo); li libera dal demonio (Mt 17, 14-18, Lc 9, 37-43: scaccia il demonio da un ragazzo; Mt 15, 21-28, Mc 7, 24-30: e dalla figlioletta della donna cananea o sirofenicia); li privilegia con il perdono (Lc 15, 11-32: parabola del figlio prodigo); si appoggia a loro per fare le sue meraviglie (Gv 6, 1-15: C’è qui un ragazzetto che ha cinque pani e due pesci...).
Non si spiega la predilezione radicale di Don Bosco per i giovani senza Gesù Cristo: nella sequela di Cristo si trova la fonte zampillante della sua origine e della sua vitalità. È, questo, un dono iniziale dall’Alto, il «carisma primo» di Don Bosco. Non ci situiamo, qui, al livello delle inclinazioni o delle preferenze naturali: siamo decisamente al di sopra. «Tale livello - possiamo dire con un moderno teologo della vita religiosa - non è altro che quello definito da Jacques Maritain come “la sfera dello spirito alla fonte”, e descritto come il luogo di intuizione poetica, del genio artistico, dell’esperienza mistica e, soprattutto, della dimora della grazia.
[...] Ci troviamo al di là delle frontiere di quanto chiamiamo, con una punta di sufficienza “il normale”; racchiude infatti l’esistenza in quanto essa ha di più grande, quasi che come una brace sotto la cenere racchiude un germe di fuoco, [...] come l’esperienza della strada di Damasco nell’animo di Paolo».34
È il luogo primo della vocazione di Don Bosco e, quindi, della sua intuizione artistica di Educatore e della sua originalità spirituale di Santo.

3.1 «Il dono della predilezione verso i giovani»

Don Albera, nella sua importante circolare dell’ottobre 1920 su «Don Bosco nostro modello nell’acquisto della perfezione religiosa e nell’educare e santificare la gioventù», è forse colui che ha descritto con maggior attenzione e ricchezza psicologica l’amore di Don Bosco come tipico per la vocazione salesiana; lo definisce il dono della predilezione verso i giovani. «[...] non basta - egli scrive - sentire per essi una certa qual naturale attrazione, ma bisogna veramente prediligerli. Questa predilezione, al suo stato iniziale, è un dono di Dio, è la stessa vocazione salesiana, ma spetta alla nostra intelligenza e al nostro cuore svilupparla e perfezionarla».35
La predilezione pastorale verso i ragazzi e i giovani appariva in Don Bosco come una specie di «passione», o meglio, era la sua «supervocazione» a cui si dedicò «evitando ogni ostacolo e lasciando ogni cosa, anche buona, che ne intralciasse in qualche modo la realizzazione» (D. L. Ricceri).36

«Per Don Bosco amare i giovani non significava solo suscitarne l’affetto, ma anche sentirne l’attrattiva, esserne soggiogati, avvertirne il ruolo insostituibile nella propria vita. Don Bosco lo esprime in termini che superano la convenzionalità dello stile epistolare, allorché scrive ai suoi giovani da S. Ignazio sopra Lanzo, da Roma o da Firenze».37
In una pagina davvero notevole della circolare citata, don Albera scrive: «Bisogna dire che Don Bosco ci prediligeva in un modo unico tutto suo: se ne provava il fascino irresistibile; mi sentivo come fatto prigioniero da una potenza affettiva che mi alimentava i pensieri, le parole e le azioni; sentivo di essere amato in modo non mai provato prima, singolarmente superiore a qualunque altro affetto: ci avvolgeva tutti e interamente quasi in un’atmosfera di contentezza e di felicità. Tutto in lui aveva per noi una potente attrazione: operava sui nostri cuori giovanili a mo’ di calamita a cui non era possibile sottrarsi: e anche se l’avessimo potuto, non l’avremmo fatto per tutto l’oro del mondo, tanto si era felici di questo suo singolarissimo ascendente sopra di noi, che in lui era la cosa più naturale, senza studio né sforzo alcuno. E non poteva essere altrimenti, perché da ogni sua parola ed atto emanava la santità dell’unione con Dio, che è carità perfetta. Egli ci attirava a sé per la pienezza dell’amore soprannaturale che gli divampava in cuore. Da questa singolare attrazione scaturiva l’opera conquistatrice del nostri cuori; in lui i molteplici doni naturali erano resi soprannaturali dalla santità della sua vita».38
Don Bosco alimentava questo suo carisma di predilezione pastorale con una costante meditazione sulle iniziative di salvezza volute dal Signore e sul perché della sua vocazione sacerdotale: «i fanciulli sono la delizia di Dio»;39 «Maria Ausiliatrice benedice chi si occupa della gioventù»;40 e rinforzava questo suo particolare ascolto della volontà di Dio con riflessioni realiste sulle responsabilità storiche di una società in transizione: «[la gioventù è la] porzione la più delicata e la più preziosa dell’umana società, su cui si fondano le speranze di un felice avvenire».41
E la sua predilezione per i giovani divenne la più grande opzione di fondo della sua vita: «Il Signore mi ha mandato per i giovani, perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro»; ed è la missione della Congregazione: «Noi dobbiamo avere per iscopo primario la cura della gioventù, e non è buona ogni occupazione che da questa cura ci distragga».42
Alla base del Sistema Preventivo c’è, dunque, questa scelta preferenziale che implica dedizione fondamentale alla gioventù prescindendo da tante altre possibilità: «abbiamo già troppe cose per le mani senz’andarci a cercare altre occupazioni; tanto più che queste divagano e fanno sì che il cuore si attacchi a certe [altre] imprese».43
Anche oggi la Congregazione deve vivere e crescere in forza di una vera predilezione pastorale verso i ragazzi e i giovani. È questa una condizione indispensabile per noi di salute e di crescita.
Non si riattualizzerà il Sistema Preventivo senza questa chiara scelta preferenziale, sigillata dal carisma del Fondatore, più in là di qualsiasi interpretazione ideologica di moda. Anche se parliamo giustamente di una nostra pastorale «giovanile e popolare», quel “popolare” viene a individuare meglio la zona umana più appropriata ed i suoi contorni vitali da curare in vista della nostra predilezione piuttosto che a cambiarne i destinatari assolutamente prioritari. Senza dubbio «predilezione» non significa «esclusione», però certamente esige che i ragazzi e i giovani non passino a occupare nelle nostre intenzioni un posto che non sarebbe più il primo e il più importante.44
Il CG21 afferma che noi «riconosciamo nei giovani l’altra sorgente della nostra ispirazione evangelizzatrice. Noi Salesiani siamo mandati ai giovani, specialmente ai più poveri, e collaboriamo alla creazione di una società nuova promuovendo la pienezza della loro vita di fede».45 Non dovrà meravigliarci che le comunità perdano la loro ispirazione salesiana là dove si allontanano, per qualunque pretesto o motivo, dalla predilezione verso i ragazzi e i giovani.
La prima e più urgente esigenza del Sistema Preventivo è oggi per noi quella di «non disertare il campo difficile del nostro impegno giovanile».46
Le iniziative comunitarie, gli impegni di ognuno, le ricerche per una nuova presenza salesiana tendano a collocare la Congregazione nel cuore dell’attuale problematica giovanile.

3.2 Coinvolgimento di amicizia

La presenza educativa e quotidiana del salesiano tra i ragazzi e i giovani è un aspetto fondamentale del Sistema Preventivo. Don Bosco si era donato interamente ai suoi giovani e faceva di tutto per vivere in mezzo a loro. Poteva assicurare ad essi, senza pericolo di smentite,
di vivere per loro: «fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento. Io non ho altra mira che di procurare il vostro vantaggio morale, intellettuale e fisico. Ma per riuscire in questo, ho bisogno del vostro aiuto. Io non voglio che mi consideriate tanto come vostro superiore, quanto come vostro amico. Abbiate molta confidenza, che è quello che io desidero, che vi domando, come mi aspetto da veri amici».47 «Io - dirà in altra occasione - vi prometto e vi do tutto. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita».48
Il Salesiano non solo lavora per i giovani, ma vive tra essi e con essi; il Sistema Preventivo è per lui una prassi guidata dal cuore, piuttosto che un’ideologia strutturata dalla scienza. Ha bisogno, quindi, di imparare l’arte e il sacrificio di essere fisicamente presente. Vive un coinvolgimento educativo che lo fa sentire quotidianamente «il segno e il portatore dell’amore di Dio ai giovani».49
Per riattualizzare il Sistema Preventivo urge, allora, rivedere e rinnovare la prassi salesiana di presenza di amicizia, sia in fedeltà all’amore di predilezione sia in consonanza al processo di personalizzazione proprio della nuova condizione giovanile.
Ecco un tema e un compito da affrontare con coraggio e con la generosità cristiana del dono di sè.
Il CG21 ci ha ricordato «le notevoli difficoltà che alcuni salesiani provano nell’accogliere e comprendere i giovani, nel tenersi sulla lunghezza d’onda dei problemi che propongono»,50 per dirci che questa incapacità può risolversi di fatto in deviazioni sulla scelta dei nostri autentici destinatari; si cercano di più coloro tra i quali ci va più o meno bene, piuttosto che coloro ai quali ci ha mandato il Signore! «Si nota con preoccupazione in molte nostre opere un progressivo rarefarsi di quei destinatari che noi dovremmo privilegiare e la scelta di altri - per così dire - meno nostri».5l
Ecco perché la riattualizzazione del Sistema Preventivo ci richiede, tra le priorità d’impegno, un proposito di riubicazione concreta tra i ragazzi e i giovani più bisognosi del popolo.
La pedagogia di Don Bosco è esperienza pastorale, nata, cresciuta e vissuta in questo settore che costituisce il luogo privilegiato per una genuina esperienza salesiana.

3.3 Conoscenza dei singoli e della «condizione giovanile»

L’amore di predilezione porta a un continuo e approfondito interesse di conoscenza sia dei singoli giovani con cui si lavora, sia di quel fenomeno culturale che oggi si chiama «condizione giovanile».
- Per la conoscenza e il dialogo dei singoli, oltre all’esempio insuperabile di Don Bosco anteriormente ricordato, abbiamo tutta una tradizione di dialogo e di amicizia familiari che vogliamo conservare ed aggiornare.
Oggi la richiesta di servizi educativi è aumentata smisuratamente generalizzandosi l’esigenza di istruzione e cultura.
Ora questo può portare a una massificazione non educativa. Non dobbiamo dimenticare che i nostri servizi educativi sono per noi impegno di evangelizzazione, e che perciò bisogna assicurare le condizioni necessarie e persino ideali a tale obiettivo.52
La crescita nella fede ha poi bisogno di una cura personale che porti alla maturazione del senso della propria vocazione individuale. In un’azione semplicemente di massa scompaiono le migliori opportunità d’intervento e di influsso, tanto caratteristiche nell’attività pastorale di Don Bosco.
- Per la conoscenza della «condizione giovanile», invece, trattandosi di un fenomeno recente c’è urgenza tra noi di una miglior diligenza; è un elemento condizionante il nostro dialogo coi singoli e tutta la pianificazione pastorale. C’è oggi una specie di «mondo dei giovani» con caratteristiche proprie in bene e in male. Il CG21 ce lo descrive con alcuni accenni generali dicendo che i giovani «vivono questa loro esperienza facendo parte viva di un ambiente che viene chiamato condizione giovanile».53
Per noi è necessario «ascoltare con interesse questa voce del mondo giovanile e tenerne conto nel dialogo educativo e pastorale dell’evangelizzazione».54
Ciò risulta particolarmente importante perché la pedagogia di Don Bosco considera positivamente la gioventù come una ricchezza costitutiva della società e della Chiesa, una dimensione caratterizzante l’esistenza umana e un tempo attivo e responsabile di fede, e non semplicemente un settore di transito e un’età di preparazione.
Il salesiano non intende aiutare il ragazzo o il giovane a «passare» o a «superare» la sua gioventù, ma piuttosto a viverla in comunione con gli altri, costruendo, attraverso le sue aspirazioni tipiche e le sue caratteristiche, una personalità evangelica suscettibile di essere canonizzata ufficialmente tra i santi anche a 15 anni.
Ora il fenomeno culturale della «condizione giovanile» esige speciale conoscenza dei suoi aspetti: «il rapporto di sintonia necessario per educare [i giovani], l’amare ciò che essi amano, pur senza rinunziare al nostro ruolo di adulti e di educatori salesiani, si fa allora difficile e complesso».55
Per riattualizzare il Sistema Preventivo sarà dunque indispensabile non solo addentrarsi nel cuore dei singoli, ma anche nell’attuale condizione giovanile, fatta di aspirazioni, di giudizi di valore, di condizionamenti, di situazioni di vita, di modelli ambientali, di tensioni e rivendicazioni, di proposte collettive ecc.
A ragione, quindi, il Capitolo esige da noi che «come premessa di ogni programmazione educativa e pastorale, siamo più sensibili alla "condizione giovanile", letta nelle sue attese più rispondenti al Vangelo, attraverso un’analisi sufficientemente seria e attraverso il contatto diretto con i giovani».56

3.4 Una accorta valorizzazione della ragione umana

La retta conoscenza dei giovani è una necessità di concretezza pedagogica e di intelligente attualità. Essi appaiono nella Società di oggi come il luogo privilegiato della sensibilità dei cambiamenti perché assimilano più facilmente i valori e i disvalori della nuova cultura e propongono con realismo la problematica pastorale da affrontare.
Per fare con serietà un’analisi della condizione giovanile è necessario possedere una certa preparazione e competenza nelle cosiddette scienze dell’uomo che sono, ormai, oggetto di studio fin dai primi anni della formazione. Esse devono occupare un posto non indifferente nell’aggiornamento del salesiano e nella sua continuata lettura della realtà giovanile mondiale e regionale. Queste discipline antropologiche, però, portano insieme un arricchimento e un rischio. In vista dell’analisi settoriale che eseguono hanno bisogno di integrare i loro dati nel significato globale e ultimo della realtà umana. Questo significato viene colto e valutato in base a criteri di saggezza filosofica e teologica, e soprattutto in una visione viva e contemplativa di fede.
Per rinnovare il Sistema Preventivo abbiamo urgente bisogno di una collaborazione intensa e di un continuato e oggettivo dialogo tra le discipline dell’uomo illuminate da una riflessione filosofico-pedagogica e le discipline della fede centrate su una visione teologico-pastorale.
Senza questo indispensabile interscambio degli sforzi della ragione sul versante antropologico e su quello teologico, non avremo la necessaria conoscenza della condizione giovanile e delle risorse della sua evangelizzazione.
Quanto male può fare e quante remore ha già provocato una conoscenza unilaterale e tronfia, limitata a un solo versante o settore!
In particolare, constatando il fatto che nell’odierna conoscenza della condizione giovanile abbondano gli studi di prevalente competenza psicosociologica, è imprescindibile sottolineare l’urgenza di una correlativa e aggiornata conoscenza della storia della salvezza, del senso del peccato e delle ricchezze originali del patrimonio della fede, per evitare squilibri di prospettiva.
La Parola di Dio, infatti, non è semplicemente una certa coincidenza di valori o una risposta a un’aspirazione umana, ma principalmente un messaggio, una vocazione e una interpellanza: «credere» significa ricevere e non semplicemente scoprire! Dio è veramente «Altro» dai valori temporali, anche se è bello e indispensabile saper scoprire la positività e la novità dei segni dei tempi.
Nelle attività di evangelizzazione interessa senz’altro saper conoscere e curare oggi il nuovo stile culturale di vita, di personalizzazione, di partecipazione, ecc., ma senza identificare i suoi valori con quelli del Vangelo, il quale è portatore di una ricchezza specifica, superiore e distinta, da non confondersi con il livello culturale.
I giovani ci obbligano oggi a prendere atto con interesse e amore della svolta antropologica, a studiarne e promuoverne gli aspetti positivi; ma anche a conoscerne i limiti, approfondirne criticamente le ambivalenze e individuarne gli aspetti negativi, per non cadere nel pericolo, non immaginario, dell’antropocentrismo.
«Svolta antropologica», infatti, e «antropocentrismo» non si identificano: la prima ce la esige il Sistema Preventivo; il secondo, invece, ne sarebbe una adulterazione. Come disse l’indimenticabile e grande Paolo VI alla conclusione del Concilio Vaticano II: la Chiesa si è «rivolta», ma non «deviata», verso l’uomo!
Il nostro vero coinvolgimento nella «condizione giovanile» non deve polarizzare a tal punto la nostra competenza antropologica da ostacolare l’altro nostro radicale coinvolgimento di discepoli e profeti del Signore con la sua competenza teologale.

4. LA CARITÀ PASTORALE E L’INTELLIGENZA PEDAGOGICA

La pedagogia di Don Bosco si presenta storicamente come una attività chiaramente «pastorale». Diamo, qui, a questo termine il suo significato più specifico, legato al ministero apostolico nella Chiesa.
Il tipo di carità che l’ha originata e l’ha mossa nel cuore di Don Bosco è quella che si sviluppa nel ministero della successione apostolica in cui i presbiteri, come collaboratori dei Vescovi, curano una determinata porzione del gregge in vista della salvezza umana e dell’avvento del Regno di Cristo. Un tale dato di fatto non può venir dimenticato in uno sforzo di rilettura genuina del Sistema Preventivo. Anche chi attua la pedagogia di Don Bosco senza essere prete (e sono i più) deve capire questa ispirazione radicale che dà il tono a tanti aspetti e spiega le linee caratterizzanti di tutto uno stile.
«Questo significa, secondo noi - scrive don Braido - che Don Bosco ha posto al vertice delle sue preoccupazioni, e quindi del suo stesso interesse per i giovani, per la loro inserzione nella società, nel mondo del lavoro e della professione, per la stessa maturazione educativa, uno scopo solo: la loro redenzione cristiana in questa vita e la salvezza religiosa finale. Non che egli neghi la validità intrinseca del lavoro per fare del ragazzo un uomo retto e un buon cittadino, e quindi del lavoro accessibile anche a persone non rivestite del carattere sacerdotale.
Proprio Don Bosco volle associati alla sua opera sociale ed educativa schiere di laici militanti entro la sua società religiosa (i «Coadiutori») e fuori di essa (i «Cooperatori»). Ma egli in concreto pensava che tutta questa azione dovesse essere funzionalizzata e finalizzata alla redenzione soprannaturale cristiana, con significato addirittura escatologico, con l’esigenza di ricorso ai mezzi della Grazia, i Sacramenti, e a coloro che consacrati potevano dispensarla».57
Oggi, dunque, una genuina attuazione del Sistema Preventivo ci interpella sul tema del «Sacerdozio» della Nuova Alleanza alla luce della dottrina conciliare. Il Vaticano II ha ricuperato il significato centrale del sacerdozio regale dei fedeli e così ha chiarito meglio la funzione di servizio e di animazione del sacerdozio ministeriale: 58 i vescovi con i presbiteri sono consacrati per la vita sacerdotale di tutta la comunità. Il Sistema Preventivo è permeato da un soffio sacerdotale.
Si apre, allora, un vasto orizzonte di rilettura in profondità a cui anche il CG21, su esplicito invito del ricordato Papa Paolo VI, ci ha invitati ad entrare nel considerare, in particolare, la figura sacerdotale del Direttore. Ma la problematica è assai più ampia ed avvincente: il suo studio ed approfondimento ci dovrebbe spiegare, in definitiva, perché per tutti i suoi operatori la missione salesiana nella Chiesa sia proprio quella di una autentica «pastorale».

4.1 Compenetrazione e non dissociazione

La spinta «pastorale» del Sistema Preventivo porta a unire intimamente tra loro l’evangelizzazione e l’educazione.
Don Bosco esclude, di fatto, nella sua attività pastorale-pedagogica, una qualsiasi dissociazione tra educazione ed evangelizzazione.
Si è voluto descrivere la sua prassi, con una specie di slogan capitolare, nel seguente modo: «evangelizzare educando ed educare evangelizzando».
Con esso si afferma che la pastorale giovanile salesiana si caratterizza per una sua incarnazione culturale nell’area dell’educazione: e che la pedagogia salesiana si distingue per una sua costante finalizzazione pastorale. Non si tratta di un gioco di parole, ma di evitare due riduzionismi perniciosi: quello di pretendere che possiamo dedurre la pedagogia semplicemente dalla pastorale e quello che esalta i dati antropologici quasi fossero già in se stessi cristiani.
«Siamo coscienti - ci dice il CG21 - che educazione ed evangelizzazione sono attività distinte nel loro ordine. Sono però strettamente connesse sul piano pratico dell’esistenza».59
La loro mutua autonomia di natura e di ordine non significa estraneità di prassi e di arte.
La distinzione di natura, con i rispettivi valori e le corrispondenti scienze, non comporta, dunque, come necessità e come tesi di principio l’impossibilità nella pratica di una «educazione cristiana». L’affermarlo in astratto ci sembrerebbe davvero una specie di nominalismo alieno dalla realtà storica: ossia, non si prenderebbero in conto né la prassi esistente al riguardo, né i contenuti materiali propri delle due attività, né l’unità esistenziale della persona, né il senso cristiano dell’unica storia.

4.2 Evangelizzare «educando»

Consideriamo innanzitutto la prima parte dell’asserto capitolare.
La preoccupazione pastorale di Don Bosco si caratterizza, e con coerente serietà, per una scelta dell’educazione come area e modalità della propria attività pastorale.
Perciò il Sistema Preventivo poggia sul fatto concreto della compenetrazione esistenziale che si dà tra «evangelizzazione» ed «educazione» proprio nella linea che ci è stata indicata dall’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi.60
Il nostro CGS aveva parlato di «promozione integrale cristiana» e di «educazione liberatrice cristiana»; Don Bosco, al suo tempo, «amava riassumere i1 suo programma di vita proposto ai giovani in semplici, ma dense formule. Egli parla di “buoni cristiani e onesti cittadini”: mira alla “sanità, sapienza e santità”, e propone uno stile di vita che comprende “allegria, studio, pietà”».61
Così la sua pastorale non si riduce mai a sola catechesi o a sola liturgia, ma spazia in tutti i concreti impegni pedagogico-culturali della condizione giovanile.
Si situa all’interno del processo di umanizzazione, senza dubbio con senso critico delle sue deficienze, ma anche con una visione globalmente ottimista della maturazione umana, convinto che il Vangelo deve proprio essere seminato lì per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella storia.
Così la sua pastorale tende ad essere utile proprio alla costruzione della nuova società, tanto che Don Bosco potè presentare a qualche politico, che non accettava una visione di fede, il suo «Sistema» come un genuino impegno di promozione umana.
Si tratta di quella carità evangelica che si concretizza nel dare il bicchiere d’acqua e il pezzo di pane, nel visitare l’ammalato e il prigioniero, nel liberare e promuovere il giovane abbandonato e sviato.
A ragione Don Bosco appare in faccia al mondo e alla Chiesa come un «Santo Educatore», ossia che ha impegnato la sua santità nell’educazione. D’altra parte se il Vangelo è un valore salvifico nella crescita umana e se i ragazzi e i giovani vivono un’età di educazione, la loro evangelizzazione più consona consisterà nell’accompagnarli in un processo educativo per cui la fede si integra come elemento unificante e illuminante della loro personalità integrale.
La formula «evangelizzare educando» comporta alcune opzioni precise da parte del salesiano. Faccio notare che, essendo il Sistema Preventivo una «prassi», queste opzioni stanno nell’ordine esistenziale e le riferiamo qui alla persona dell’evangelizzatore-educatore, alle sue convinzioni, alle sue più intime motivazioni, alle sue competenze, alla sua criteriologia e metodologia di presenza educativa tra i giovani.
Enumero le opzioni più significative di questa prima espressione dell’asserto capitolare:
- La forza di spinta che stimola l’azione educativa: la ragione per cui il salesiano (come persona e come comunità) s’immerge nell’educazione ha la sua origine fuori dell’area culturale; procede dalla carità pastorale, ossia da una motivazione vocazionale di servizio al Vangelo.
L’opzione fondamentale di tutta la sua vita è la sequela di Cristo a tempo pieno e a piena esistenza. Questa scelta basilare permea in tal modo la coscienza del salesiano, che tutte le sue attività, qualunque sia la natura loro propria, acquistano una intenzionalità evangelica.
«Il Sistema Preventivo - diceva Don Bosco - [è] la carità!». «Il santo timor di Dio infuso nei cuori».62
Questa spinta interiore (personale e comunitaria) va curata e alimentata fino ai vertici della santità. Il non farlo può ridurre la formula «evangelizzare educando» a un tranello che svuota l’impegno di evangelizzazione appiattendolo in un semplice orizzonte di promozione umana.
A ragione Don Bosco scelse come motto orientatore della coscienza salesiana e come stimolo per la sua missione il «da mihi animas».
- La sollecitudine positiva per i valori e le istituzioni culturali: l’intenzionalità evangelizzatrice porta il salesiano (come persona e comunità) ad apprezzare e ad assumere l’impegno educativo nei suoi valori umani, approfondendone e sviluppandone la loro natura specifica, che è dotata di una propria consistenza e finalità,63 anche se sa che la giusta autonomia che corrisponde loro nell’ordine dell’analisi e dello studio non comporta indipendenza di fatto nell’ordine pratico dell’arte educativa.
C’è, infatti, una importantissima distinzione da salvare tra le realtà naturali considerate analiticamente e settorialmente nella loro autonomia formale, e le stesse realtà considerate globalmente e armonicamente in quanto riferite all’uomo vivente nella storia e ricapitolate nel Cristo.
Ad ogni modo, il fatto che i valori e le istituzioni culturali e le scienze antropologiche hanno una loro propria consistenza e finalità comporta che nel Sistema Preventivo si dia un più ampio spazio alle iniziative e alle istituzioni culturali, in consonanza con le esigenze dell’attuale condizione giovanile, armonizzandole opportunamente in una proposta di educazione integrale.
Don Bosco è stato attentissimo ai valori delle realtà umane. Pensiamo a quanto ha fatto nel campo della scuola, del lavoro, del tempo libero, della stampa, dell’aggiornamento culturale, della musica, dell’organizzazione, ecc. Solo uno spirito libero ed umanista convinto (e senza sospetti di pelagianesimo) poteva lasciare ai suoi discepoli parole programmatiche come queste: «Si dia [ai giovani] ampia possi-bilità di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi [...]».64
Così, da una parte, la competenza culturale e pedagogica sarà, nel salesiano, un dato concreto per misurare la sincerità e l’efficacia della sua intenzionalità evangelizzatrice; e, dall’altra, questa sua intenzionalità sarà la luce che lo illuminerà per formulare un programma integrale di arte educativa.
- Legare profondamente il Vangelo con la cultura: nella prassi educativa del Sistema Preventivo il Vangelo viene proposto in un modo strettamente unito all’esistenza concreta; non viene isolato dalla vita, ma inserito armonicamente nei processi di crescita della personalità e dell’umanizzazione. Non come qualche cosa che genera obblighi di osservanze legali, ma come un dono e un’energia che incorpora tutta l’esistenza, tutta la storia e tutta la creazione nel Mistero di Cristo. Don Bosco si è preoccupato sempre di far vedere ai giovani, dal di dentro del processo di umanizzazione della persona e della Società, «la bellezza della religione», cercando quotidianamente di prevenire o sanare il doloroso dramma della frattura tra Vangelo e cultura: «La sola religione - diceva - è capace di cominciare e compiere la grande opera di una vera educazione».65
- Il senso realista della gradualità: «Imitando la pazienza di Dio - dicono le Costituzioni della Congregazione Salesiana - incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà e la loro fede. Moltiplichiamo gli sforzi per illuminarli e stimolarli rispettando il delicato processo della fede. La nostra arte educativa tende a che siano progressivamente responsabili della loro formazione».66
È un processo pedagogico che tiene conto di tutti i dinamismi umani e crea nei ragazzi e nei giovani le condizioni di accettazione per una risposta libera.
Dunque questa prima asserzione dell’«evangelizzare educando» comporta particolari esigenze per la riattualizzazione del Sistema Preventivo: l’essere noi dei veri animatori evangelizzati come persone e come comunità,67 e considerare l’area della cultura, con i suoi valori, le sue istituzioni e le sue scienze, come l’ambiente o la patria di destinazione della nostra missione pastorale.

4.3 Educare «evangelizzando»

Vediamo brevemente anche la seconda parte dell’asserto.
Se è un fatto che l’opzione evangelizzatrice del Sistema Preventivo è quella culturale dell’educazione, è altrettanto vero che il suo impegno educativo è fortemente finalizzato da quello pastorale dell’evangelizzazione. La nostra arte educativa è «pastorale», non solo nel senso che da parte dell’educatore nasce ed è alimentata esplicitamente e quotidianamente dalla carità apostolica, ma anche nel senso che tutto il processo educativo, con i suoi contenuti e con la sua metodologia, è orientato al fine cristiano della salvezza e permeato della sua luce e della sua grazia.
Ciò non significa che la pedagogia salesiana si preoccupi semplicemente di incorporare in forma istituzionale nei programmi di educazione alcuni momenti riservati all’istruzione religiosa e all’espressione cultuale; comporta bensì nella sua globalità l’impegno assai più profondo di aprirsi ai valori assoluti di Dio e di interpretare la vita e la storia secondo le ricchezze del Mistero di Cristo.
Essa tiene davvero conto della forza e delle prospettive della risurrezione e considera seriamente la presenza vivificatrice dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo. Ama oggettivamente tutta la realtà e si concentra sui gangli vitali della storia dell’uomo. Il Sistema Preventivo intende proporre un’educazione situata realisticamente al di dentro della vita concreta e integrale dell’uomo storico, come un’arte pratica per imparare a crescere in pienezza.
Anche questa modalità dell’«educare evangelizzando» comporta delle opzioni concrete nel merito del processo educativo. Tali opzioni si riferiscono, qui, alla realtà della «persona» dell’educando, alla meta reale e storica della sua crescita, ai contenuti e ai mezzi di cui abbisogna e alla metodologia che gli sia più benefica nella sua maturazione.
Le opzioni più incisive di questa seconda parte dell’asserto sono:
- Chiara presenza del fine ultimo: la pedagogia di Don Bosco presenta con esplicita insistenza la vera finalità religiosa della vita; il fine ultimo è la grande attrattiva del processo di educazione, assai chiaro nella sua formulazione e costantemente attivo per la sua presenza: «L’unico scopo dell’Oratorio è di salvare anime».68 «Questo è non solo il principale, ma l’unico motivo per cui venni qui».69
Conosciamo bene la forte convinzione di Don Bosco che senza «religione» (nel senso pieno da lui inteso) non risulta retta né integrale la promozione umana.
Ora, nell’ordine pratico dell’arte (e il Sistema Preventivo è un’«arte») i fini disimpegnano la stessa funzione dei principi nell’ordine speculativo. Per questo la dimenticanza dei fini nell’educazione (o una loro visione erronea o incompleta) è causa di deviazione, di unilateralità, di incompetenza. Ed è proprio questo uno dei pericoli più gravi e più comuni del nostro tempo. L’attuale civiltà, infatti, tanto progredita tecnologicamente, è accusata da pensatori, anche non credenti, come decadente perché centrata più sui mezzi che sui fini e quindi, purtroppo, pericolosamente deviata riguardo alla crescita umana della persona e della società.
Don Bosco ha voluto formulare e far presente con assoluta lealtà oggettiva il fine supremo dell’esistenza, e volle introdurre positivamente nel processo educativo la sua luce religiosa e i suoi dinamismi.
- Un processo educativo positivamente orientato a Cristo: se la prassi educativa salesiana nasce ed è alimentata dalla carità pastorale e tende esplicitamente e lealmente verso la salvezza della redenzione, troverà tutte le sue motivazioni e le sue ispirazioni in Cristo e nel suo Vangelo.
Di qui la straordinaria importanza e incidenza che hanno, nel Sistema Preventivo, i valori e i dinamismi cristiani.
Vale la pena notare che tale orientamento cristiano del progetto educativo è un’esigenza del «dato reale» ossia dell’oggettività della storia umana (anche se tale «dato» non è conosciuto o riconosciuto da tutti), e non semplice frutto di una superstruttura culturale e religiosa che potrebbe magari essere ormai anacronistica.
In un processo educativo concepito così realisticamente il Sistema Preventivo cura attentamente la dimensione «ecclesiale». Non sviluppa solo un sentimento religioso individuale, ma l’esperienza concreta e comunitaria di Chiesa con tutti gli elementi che la configurano come comunità di amore, di fede e di culto, al servizio della salvezza umana.
Occupa un posto del tutto privilegiato la vita sacramentale e liturgica con un particolare accento sulla pedagogia della «Penitenza» e della «Eucaristia», in un caratteristico «clima mariano». Tutti aspetti, questi, che dopo il Vaticano II e in vista dei cambiamenti culturali abbisognano di un approfondimento e di un rinnovamento assai urgente.
Un impegno molto esigente, in questo campo, è quello della «Catechesi», considerata come illuminazione evangelica di tutta l’esistenza e come iniziazione alla vita ecclesiale. Il tutto porta a un forte «orientamento vocazionale» che dia ad ognuno la coscienza ed il proposito di una sua partecipazione attiva e personale nel Mistero di Cristo.
E così appare, anche qui, la «santità» come l’espressione di pienezza del «Sistema». Se la motivazione della carità pastorale ha fatto di Don Bosco il «Santo Educatore», in modo analogo il positivo orientamento a Cristo del progetto educativo salesiano ha fatto di Domenico Savio l’«Educando Santo».
Nella Chiesa e in faccia al mondo il Sistema Preventivo è la pedagogia realista della santità: tanto del pastore che si immerge nella cultura per fare educazione, quanto del ragazzo che emerge dalla promozione umana impregnato di Vangelo. La santità è parte reale e ineludibile della nostra storia!
Conviene annotarlo: Don Bosco e Domenico Savio non sono dei santi che hanno semplicemente operato nel campo educativo, ma sono santi proprio perché si sono impegnati in questo «sistema» educativo. La loro santità può essere considerata così come una specie di lezione di pedagogia integrale dettata dallo Spirito Santo. L’ambiente di Valdocco ai tempi di Domenico Savio ci conduce in qualche modo «non solo alla soglia, ma in pieno nel campo della esperienza mistica; ci porta in un clima pentecostale, nella collettiva sperimentazione dello Spirito Santo. Lo spirito di famiglia che Don Bosco instaura è consanguineità spirituale. L’educatore trasmette la vita attinta nell’unione con Dio per mezzo della vita in grazia nella Chiesa».70
L’originalità e l’audacia della proposta di «santità giovanile» è intrinseca all’arte educativa di Don Bosco. Il suo grande segreto è stato quello non solo di non deludere le profonde aspirazioni dell’animo giovanile (bisogno di vita, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro ecc.), ma di avere portato gradualmente e realisticamente i giovani stessi a sperimentare che solo nella «vita di grazia», cioè nell’amicizia con Cristo, fonte di letizia perenne, i loro ideali più autentici venivano interpretati ed esaltati: «Noi qui facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri».71
Il Sistema Preventivo ci invita, perciò, anche a ripensare e rinnovare per noi oggi il concetto stesso di «santità», la sua presenza nella storia dell’uomo, la sua indispensabilità nel processo di umanizzazione e a considerare Don Bosco come «il Maestro della santità giovanile».72
Riguardo a questo aspetto esplicitamente cristiano è utile far osservare quanto afferma il Capitolo: «un simile progetto, nei suoi contenuti, nelle sue mete, nel suo stile, può essere proposto e offerto anche a chi non condivide la nostra visione del mondo e non partecipa alla nostra fede. Applicato con duttilità, gradualità e sincero rispetto verso i valori umani e religiosi presenti presso le culture e le religioni dei nostri destinatari, esso produce frutti fecondi sul piano educativo, crea amicizia e suscita simpatia in allievi ed exallievi, libera grandi energie di bene, e in non pochi casi pone le premesse di un libero cammino di conversione alla fede cristiana».73
- Coscienza critica e senso del dovere alla luce del Vangelo: in un’ora di pluralismo come l’attuale urge abilitare i giovani a una coscienza critica che sappia percepire gli autentici valori e anche smascherare certe egemonie culturali che attraverso i sofisticati mezzi di comunicazione sociale catturano l’opinione pubblica e plagiano tanti giovani.
La luce della fede è davvero l’unica saggezza che può rendere oggettiva l’intelligenza di fronte a seducenti proposte ideologiche.
«Educare evangelizzando» significa «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza».74
Il senso proprio dell’educazione e di una vera attività culturale è quello di liberare il giovane, di renderlo cosciente dei propri diritti e doveri, partecipe consapevole delle vicende della propria epoca, capace di autodeterminazione e collaborazione.
Facendo educazione in questo modo si produce cultura, la si apre e la si arricchisce, non solo immettendo nel circuito delle idee nuovi impulsi e nuova linfa, ma soprattutto dando alla società un contributo di persone coraggiose portatrici di riflessione critica e di una sana condotta di vita.
«Abbi [il] coraggio della tua fede e delle tue convinzioni» diceva Don Bosco. «Non temere: Dio è con la Chiesa in tutti i giorni fino alla fine de’ secoli: Tocca ai cattivi di tremare dinanzi ai buoni e non ai buoni di tremare dinanzi ai cattivi».75
L’aspetto di una condotta retta è assai importante nella pedagogia di Don Bosco che ha sempre insistito con intelligente persuasione sul «senso del dovere», sulla «disciplina» di vita e sullo «spirito di sacrificio».
La presentazione del significato della libertà e dei propri diritti può essere considerata consona al Vangelo solo se va accompagnata con chiarezza e con insistenza dalla conoscenza e dalla pratica sia dello spirito di sacrificio che dei propri doveri: al centro del Cristianesimo c’è Gesu crocifisso!
Anche un gran politico moderno, che ha testimoniato con la vita la grandezza dei valori democratici, Aldo Moro, ha detto che un Paese «non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se (in esso) non nascerà un nuovo senso del dovere».
Educare «evangelizzando» implica, dunque, opzioni concrete con impegni sempre nuovi che ci obbligano a una revisione a fondo del nostro operare educativo.
- La Parola di Dio, per sua natura, rivela e interpella: infine, una opzione indispensabile da assicurare nel processo educativo è quella di rispettare la natura specifica del Vangelo e della Fede.
La Parola di Dio non è propriamente maturazione umana o risposta di esplicitazione a una situazione problematica; è, invece, iniziativa di Dio, dono, interpellanza, vocazione, domanda. Il Vangelo, prima ancora di rispondere, interroga.
L’educatore deve essere cosciente e leale verso questa natura della Parola di Dio; la sua preoccupazione pedagogica di adeguamento alla condizione giovanile non deve ignorare o opporsi al suo impegno pastorale di «profeta» del Vangelo.
L’armonia e la costante compenetrazione mutua dei due aspetti esige riflessione, revisione e lealtà.
Quindi, siccome la pedagogia del Sistema Preventivo poggia su una opzione fondamentale di impegno pastorale, il salesiano dovrà curare costantemente l’autenticità di presentazione dei contenuti della fede. La sua particolare inclinazione e capacità di considerare le condizioni dei destinatari sarà sempre illuminata e guidata dalla figura di Cristo che interpella e chiama come Signore della storia.

5. LO STILE SALESIANO

Permettetemi ancora alcune osservazioni conclusive. Il rinnovamento del Sistema Preventivo è legato, nella nostra tradizione viva, all’attuazione di alcune modalità di convivenza e di comunione che appaiono semplici nella loro formulazione, ma che sono cariche di possibilità educative.
Il loro insieme costituisce quel caratteristico «stile salesiano» che dà il clima e la fisionomia alle nostre opere. Qui ne elenchiamo le principali per indicare alcuni settori concreti della nostra prassi che hanno particolare bisogno di essere valutati e reinventati.

5.1 Modalità tipiche

Tra gli aspetti più significativi dell’attuazione del Sistema Preventivo sono da enumerare i seguenti:
- L’ASSISTENZA: reinterpretata alla luce della condizione giovanile attuale e secondo la modalità pedagogica che questa condizione esige. Stare tra i giovani, animando le loro attività in clima di convivenza e di apostolica familiarità, offrendo elementi di maturazione, è l’essenziale dell’assistenza. Forse dovremo superare l’abitudine di vederla come ricorso disciplinare e lanciarla nuovamente secondo il modello «oratoriano».
Per favorire una simile assistenza bisognerà analizzare meglio il delicato concetto di «preventività».
Don Bosco ebbe la visione chiara della profonda differenza di metodologia che comporta il dedicarsi a reprimere e rimediare i danni delle esperienze negative, e lo sforzarsi invece, con intelligenza d’amore, a far crescere in tal modo i semi del bene da prevenire le esperienze deformanti.
Egli ha scelto assolutamente la seconda via: il suo «Sistema», che ha voluto denominare appunto «Preventivo», mira interamente a far maturare, con la grazia di Cristo le energie costruttive rinvigorendo in tal forma i giovani da preservarli, nei limiti del possibile, da ogni peccato che domini la loro fragilità.
Per ottenere questo si è dato a una generosa convivenza che apportava, con percezione palpabile e quotidiana, la testimonianza aperta di una vita di grazia e che si preoccupava di creare un clima ambientale che la facesse respirare.
Ecco un punto su cui è necessario per noi meditare, se vogliamo rivivere i1 genuino stile salesiano.
- La creazione di un AMBIENTE EDUCATIVO: il nostro stile d’azione con i giovani non si basa soltanto sulle relazioni individuali. Crediamo all’importanza della struttura come veicolo di valori. La
necessità di un ambiente fu una delle prime conquiste pastorali di
Don Bosco. E divenne definitiva a un punto tale che non riusciamo a concepire l’azione educativa salesiana senza la considerazione della qualità dell’ambiente.
- La formazione della COMUNITÀ EDUCATIVA: nelle istituzioni di educazione urge saper coinvolgere tutti i responsabili e ispirarli agli ideali di Don Bosco. Il crescente numero di laici ci offre l’opportunità di comunicare la ricchezza di cui siamo portatori e, allo stesso tempo, comporta il rischio di disidentificazione se non assumiamo con serietà, con metodo e con entusiasmo l’impegno di animatori che ci corrisponde. La comunità educativa è in primo luogo la comunità dei giovani animata dagli educatori. Parlare di comunità di giovani vuol dire aver creato tra di loro e con loro relazioni di comunicazione e amicizia, aver messo davanti ai loro occhi degli obiettivi comuni, aver dato loro partecipazione e considerarli protagonisti del processo di educazione, non soltanto destinatari della nostra prestazione professionale o apostolica.
- I GRUPPI e i MOVIMENTI GIOVANILI: l’esperienza comunitaria apre un mondo insospettato di possibilità e di valori. Non deve meravigliare che il nostro Padre sia arrivato per acutezza di intuizione e per saggezza di esperienza a conclusioni fondamentali e definitive. Il CG21 ha dimostrato sensibilità in questo punto specialmente davanti a un doppio fenomeno: il crollo dell’associazionismo tradizionale, la mancanza di una esperienza sostitutiva convenientemente animata che assumesse le caratteristiche della spiritualità salesiana. Evidentemente non si tratta qui di esortare alla fondazione di un movimento che sia manifestazione della forza di convocazione in circostanze particolari. Ma di offrire, invece, ai giovani una intensa esperienza di comunità nella fede e nell’impegno a favore degli altri con sufficiente appoggio dottrinale e organizzato che ne assicuri la maturazione e la continuità.

5.2 Urgenza di inventiva

Lo stile salesiano non è una cosa fatta una volta per sempre: è piuttosto un compito di sana creatività soprattutto in questo momento di trapasso culturale.
È proprio in vista di una collaborazione a un tale lavoro, assai delicato e impegnativo, che abbiamo scelto per la nostra riflessione questo tema.
Uno degli orientamenti operativi del CG21 che considero più esigenti è il seguente: «Ogni Ispettoria (o gruppo di Ispettorie) elaborerà un progetto educativo adatto alla realtà locale come base di programmazione e di verifica per le sue varie opere, nella linea delle opzioni di fondo compiute dalla Congregazione: Oratori, Centri giovanili, Scuole, Convitti, Pensionati, Parrocchie, Missioni, ecc.».76
Per elaborare un progetto di tanta responsabilità è indispensabile riflettere «salesianamente»; non bastano né le sole scienze dell’educazione, né solo quelle della fede, e nemmeno una nostra esperienza più o meno acritica sorretta per anni da una mentalità ormai richiamata alla conversione da un Concilio Ecumenico e da due Capitoli Generali.
Il fatto, poi, che il CG21 ci parli di ambienti tanto differenti (che vanno dall’Oratorio alla Scuola o alla Parrocchia o alle Missioni), deve significarci che è tutta una criteriologia o uno spirito quello che dobbiamo saper riattualizzare, piuttosto che una normativa per questa o quella struttura istituzionale, anche se la praticità di uno spirito deve poi incarnarsi anche in direttive precise ed obbliganti.
La elaborazione del progetto ci chiede di concentrarci su «un tutto omogeneo» suscettibile di varie applicazioni.
Ricomporre a livello di idee e di pratica la sintesi del Sistema Preventivo in modo tale che nessuno dei suoi aspetti tipici si perda né si offuschi, è un impegno che richiede sintonia con il carisma del Fondatore e oculatezza verso i segni dei tempi. Che questa sintesi giunga a coinvolgere non solamente alcuni più competenti, o i dirigenti, o quelli che naturalmente si interessano al tema, ma ogni confratello e ogni comunità, è uno degli obblighi programmatici del sessennio.77 Ci toccherà quindi rinfrescare ciò che già sappiamo, ma che forse dobbiamo contemplare ed ammirare di nuovo, ricuperare quanto abbiamo trascurato, scoprire dimensioni emerse con il progresso della riflessione, arrivare a sintesi più ricche e complete che ci servano di orientamento nel nostro impegno di evangelizzazione e nella ricerca di unità per la nostra vita di religiosi-apostoli.
Tutti i livelli di responsabilità sono chiamati e interessati in questo movimento. «A cura dell’Ispettore - ci dice il CG21-, delle Conferenze Ispettoriali e del Regionale, siano promossi convegni, giornate o settimane di studio, dibattiti, scambi di esperienze educative e pastorali, aperte eventualmente anche a educatori e insegnanti non appartenenti alla Famiglia Salesiana, al fine di favorire la conoscenza, l’approfondimento, la riattualizzazione del sistema educativo di Don Bosco, tenendo saggiamente conto della condizione giovanile e popolare del proprio ambiente e degli apporti validi delle moderne scienze antropologiche e pedagogiche».78
Per questo lavoro converrà approfittare anche della qualificata collaborazione del dicastero per la Pastorale Giovanile che, nei prossimi anni, si propone di concentrare i suoi servizi in quest’area del progetto educativo e pastorale salesiano.

5.3 Praticità d’impegno

Dunque: elaborare un progetto attraverso una dinamica comunitaria vuol dire convocare allo studio e alla riflessione, fissare l’attenzione sul contesto sociale ed ecclesiale nel quale lavoriamo, cercare con creatività strade e soluzioni che rispondano alle situazioni che affrontiamo, unire la comunità in criteri comuni a cui tutti si ispirano e in cui tutti si riconoscono, assicurare l’integralità e liberarci dalla improvvisazione e dal settorialismo.
Il progetto sarà il risultato del nostro studio sul Sistema Preventivo e del nostro sforzo di applicazione alla realtà attuale.
Un simile impegno di riscoperta dovrà portare a rinforzare i programmi operativi in tre aree:
- LA FORMAZIONE DEL NOSTRO PERSONALE: che deve apprezzare, approfondire e assimilare il Progetto pedagogico e pastorale di Don Bosco con una riflessione e una pratica proporzionata all’attuale svolta culturale in sintonia con il progresso delle discipline pedagogiche, pastorali e spirituali. Questo deve portare nelle comunità formatrici dei giovani confratelli, nei corsi di formazione permanente e negli impegni di maturazione e aggiornamento di ogni casa e Ispettoria un vero rilancio del Sistema Preventivo.
- L’ANIMAZIONE SALESIANA DEI COLLABORATORI LAICI: Esperienze di questi ultimi anni dimostrano che la presentazione anche semplice, ma ordinata e robusta dei principi che ispirano la pedagogia salesiana impressiona i nostri collaboratori, perché essi prendono coscienza della peculiarità e ricchezza dello spirito di Don Bosco, si sentono impegnati più profondamente nella fatica educativa e rafforzano il senso di appartenenza.
- LO STUDIO E LA DIFFUSIONE DELLA PEDAGOGIA SALESIANA: da parte dei nostri studiosi e con impegni di seria ricerca ed approfondimento specialmente nei nostri Centri di Studio.
Nel suo tempo, poi, Don Bosco raccomandava che gli scritti che fanno conoscere il nostro spirito e ci presentano come portatori di uno stile originale di azione apostolica, fossero diffusi largamente.

Carissimi, abbiamo affrontato un tema veramente centrale per la nostra identità salesiana nei suoi livelli più vicini alla vita pratica e alla prassi quotidiana.
Si tratta di una modalità che ci dà nientemeno che il nome nella Chiesa!
Il dedicarci alla sua riattualizzazione è questione di vita: già Don Bosco nel settembre del 1884 diceva in seno al «Capitolo» Superiore: «Ogni studio e ogni sforzo sia rivolto a introdurre e praticare nelle nostre case il sistema preventivo [...]. I vantaggi che ne verranno sono incalcolabili per la salute delle anime e la gloria di Dio».79
Noi attraversiamo oggi tempi particolarmente difficili per la gioventù; la Gerarchia stessa (anche nell’ultimo Sinodo dei Vescovi) constata la gravità del problema, prova incertezze e chiede ulteriori ricerche e maggior impegno a favore della gioventù di oggi. A noi è stato dato dal Signore, per iniziativa di Maria, proprio uno speciale carisma da apportare alla Chiesa in questo settore. Il compianto Papa Paolo VI ce lo ha ricordato con insistente affetto.
Mettiamoci di buona volontà, con tutte le forze, a dinamizzare in fedeltà il dono ricevuto. «Non si tratta - come ci insegnava don B. Fascie - di studiare una nuova teoria pedagogica, ma di conoscere ed apprendere un modello di arte educativa»!
Dobbiamo essere «artisti» capaci di rifare il clima di quel coinvolgimento di amicizia e di salvezza che caratterizzò l’Oratorio di Valdocco soprattutto ai tempi di Don Bosco e di Domenico Savio.
È, in sostanza, il problema della santità salesiana: se noi non cresciamo nella pratica del Sistema Preventivo non saremo fedeli alla nostra Vocazione! È in gioco, anche, l’indole propria della nostra Famiglia: se noi non riattualizziamo il Sistema Preventivo cadremo nell’anonimato di un genericismo che non servirà mai a giustificare la nostra esistenza tra i vari gruppi ecclesiali.
Chiediamo a Maria Ausiliatrice due grandi favori per la Congregazione e per tutta la nostra Famiglia. In primo luogo, la capacità di mantenere in tensione armonica e creatrice i due grandi poli del Sistema Preventivo: la spinta e la finalità «pastorali» del nostro agire, da una parte, e la scelta «pedagogica» e la competenza «educativa», dall’altra.
E, in secondo luogo, la bontà del cuore che impasti tutto il nostro stile di vita e di relazioni con i ragazzi e i giovani di quella amorevolezza che ha fatto dire a Don Bosco: non basta amare, bisogna inoltre farsi amare dai giovani.80
Il santo Pastore e Papa Paolo VI ci accompagni dal cielo con la sua benevola amicizia perché siamo davvero apostoli geniali e discepoli sagaci.
Vi desidero ogni bene e vi assicuro la mia preghiera.
Cerchiamo insieme di far fruttificare questo tesoro di Don Bosco: ne hanno diritto i ragazzi e i giovani, ne attende il benefico apporto tutto il popolo di Dio.

Vostro aff.mo
Don Egidio Viganò

NOTE

1 CG21 448
2 CG21 165
3 CG21 4
4 CG21 577-592
5 CG21 96
6 CG21 31
7 CG21 17
8 CG21 155
9 CG21 80
10 Lettere circolari di Don Paolo Albera ai Salesiani (Torino, Direzione delle Opere Salesiane 1965), pag. 375
11 VALENTINI Eugenio, Don Rinaldi maestro di pedagogia e di spiritualità salesiana (Torino-Crocetta 1965), pag. 32
12 cf. CG21 80. 96. 99
13 cf. il recente documento della Santa Sede Criteri direttivi sui rapporti tra i Vescovi e i Religiosi nella Chiesa (Città del Vaticano 1978), n. 14-15
14 EN 69
15 CAVIGLIA Alberto, La pedagogia di Don Bosco (Roma 1935), pag. 6
16 «novae iuventutis educator princeps, nova prorsus, [...], methodo, quae quidem in paedagogica disciplina vere excellentissimum ac tutissimum signavit iter» (AAS 1935, 285)
17 CAVIGLIA Alberto, La pedagogia, pag. 9
18 Cost 40
19 CAVIGLIA Alberto, La pedagogia, pag. 14-15
20 cf. Cost 40; CGS 26. 127
21 cf. AA.VV., Il sistema educativo di Don Bosco tra pedagogia antica e nuova – Atti del Convegno Europeo Salesiano sul sistema educativo di Don Bosco (Torino, LDC 1974), pag. 301
Per Don Bosco l’espressione «Sistema Preventivo» non soleva indicare nessuno scritto, ma «quel complesso di mezzi e di processi educativi, che suppongono e implicano tutto un organismo di convinzioni, di idee, di ragione e di fede, che costituivano il suo modo di trattare educativamente i giovani [...]» (BRAIDO Pietro, Il Sistema Preventivo di Don Bosco, Zürich, PAS-Verlag 1964, pag. 66)
22 Per una comprensione storico-dottrinale con fondamento più profondo della prassi salesiana di Don Bosco sono da raccomandare soprattutto tre autori più significativi:
– D. A. Caviglia, nei suoi commenti alle vite di Magone, Besucco e soprattutto Domenico Savio: è un «testimone» che ha penetrato con straordinaria acutezza lo spirito di Don Bosco.
– D. P. Ricaldone, nel suo documento «Don Bosco Educatore»: è un «Superiore» che in funzione della sua responsabilità ha presentato autorevolmente gli aspetti pedagogici del carisma di Don Bosco.
– D. P. Braido, nel suo «Il Sistema Preventivo di D. Bosco»: è lo «studioso» che ha approfondito più organicamente e scientificamente il tema del Sistema Preventivo. Merita una speciale attenzione tutta la 1ª parte dell’opera, «Il tempo, l’opera e la personalità di Don Bosco».
23 Cost 25; cf. Reg 3-4
24 cf. ACS n. 272, pag. 10
25 ib.
26 cf. CGS 30
27 CERIA Eugenio, Vita del Servo di Dio Sac. Filippo Rinaldi (Torino, S.E.I. 1948), pag. 443
28 CERIA Eugenio, Epistolario di S. Giovanni Bosco 4 (Torino, S.E.I. 1959), pag. 332
29 ib., pag. 333 in nota
30 ACS n. 272, pag. 72-77
31 cf. AC21 216
32 AA.VV., Il sistema educativo di Don Bosco tra pedagogia antica e nuova – Atti del Convegno Europeo Salesiano sul sistema educativo di Don Bosco (Torino, LDC 1974), pag. 314
33 LG 46
34 TILLARD Jean Marie Roger, Carisma e sequela (Bologna, Edizioni Dehoniane 1978), pag. 57-58
35 Lettere Circolari di Don Paolo Albera, pag. 372
36 ACS n. 284, pag. 31
37 STELLA Pietro, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica 2 (Zürich, PAS-Verlag 1969), pag. 473
38 Lettere circolari di Don Paolo Albera, pag. 372-374
39 MB XVI, 66
40 MB XVI, 238
41 MB II, 45
42 MB XIV, 284
43 ib.
44 cf. Cost 2. 14; CGS 45. 53. 54. 55
45 CG21 12
46 ib. 13
47 MB VII, 503
48 RUFFINO Domenico, Cronache dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (Roma, Archivio Salesiano 110) ms 5, 10
49 Cost 2
50 CG21 21
51 ib.
52 cf. EN 46
53 CG21 13; cf. anche CGS 34-44
54 CG21 20
55 CG21 13
56 CG21 30
57 BRAIDO Pietro, Il Sistema Preventivo di Don Bosco, pag. 88
58 cf. LG 10
59 CG21 14
60 EN 31-36
61 CG21 81
62 MB VI, 381; cf. Lettere circolari di Don Paolo Albera, pag. 374-375
63 cf. AA 7
64 MB XIII, 920-921
65 MB III, 605; cf. MB VII, 762 e MB X, 204
66 Cost 25
67 cf. CG21 31-79
68 MB IX, 295
69 MB VII, 504
70 STELLA Pietro, Don Bosco nella storia (2), pag. 472
71 MB V, 356
72 STELLA Pietro, Valori spirituali nel «Giovane Provveduto» di San Giovanni Bosco (Roma 1960), pag. 128
73 CG21 91
74 EN 19
75 MB VI, 482
76 CG21 105
77 CG21 571
78 CG21 105 bis
79 MB XVII, 197
80 cf. MB XVII, 110-112

(fonte: Lettera pubblicata in ACS n. 290)