Oggi don Bosco

Intervista a d. Juan E. Vecchi

ottavo Successore di don Bosco

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L'inventore del sistema preventivo è stato un santo prete che non può essere pensato senza i giovani. E che una volta, poco prima di morire, scrisse una lettera da Roma, svelando il segreto del suo rapporto: un amore raro a trovarsi anche oggi, perché disinteressato.

Un rapporto speciale

DOMANDA: Don Bosco e i giovani: come si è creato un rapporto tanto stretto che si fatica pensare questo santo senza i giovani, e a occuparsi della questione giovanile senza tenere in conto la proposta educativa di don Bosco?

RISPOSTA: C'è una combinazione molto felice di elementi nella esistenza di don Bosco. Uno è certamente il talento naturale in simpatia, in voglia di aggancio, in comunicazione e condivisione manifestato già dalla prima fanciullezza con i compagni. Aveva una capacità di attirare i giovani che a qualcuno spaventava addirittura.
La vocazione e il ministero sacerdotale, attraverso la confessione e il contatto pastorale, gli avevano dato una conoscenza molto grande del cuore e delle reazioni giovanili. Aveva fatto esperienza anche della grazia di Dio nel cuore dei giovani, cioè di quello che c'è e che, forse, bisogna risvegliare.
Un altro elemento da considerare è la sua applicazione della mente per comprendere sempre di più i segreti di una pedagogia. Don Bosco ebbe rapporti informali e frammentari con correnti culturali e persone del suo tempo e si preoccupò moltissimo di accumulare la propria esperienza, tanto che proponeva il «quaderno delle esperienze».
Infine, la lunga permanenza (40 anni) a contatto diretto e quotidiano con ogni tipo di giovani che, evidentemente, espande la conoscenza e affina l'esperienza.

D. In un profilo di don Bosco, lei racconta di una specie di voto solenne da lui pronunciato: spenderò la mia vita per voi giovani. Una scelta che gli costò parecchio anche nella cerchia di amici e nelle istituzioni. Quale fu il prezzo pagato da don Bosco per i giovani?

R. Fu una solitudine provvisoria perché don Bosco scelse il giovane e non le istituzioni o lo staff educativo preparati a quel tempo per i giovani. Le istituzioni lasciavano fuori tutta la nuova gioventù, quella che veniva coinvolta dalla prima industrializzazione.
La scelta gli costò un isolamento: le istituzioni classiche del tempo non lo capirono e non vedevano come potessero essere efficaci il suo metodo e la sua linea pastorale. Anche un certo numero di educatori e pastori vedevano questa sua iniziativa e la sua volontà di portare avanti intuizioni che erano germinali, come una cosa azzardata, senza possibilità di un risultato storico stabile.
Sono stati i preti dei quartieri periferici e alcune persone molto intelligenti, come il suo Arcivescovo, a credere in lui.
Con l'isolamento, è evidente la precarietà iniziale di mezzi. Poi, quando divenne famoso e si affermò, cominciarono a venire contributi ed amicizie, ma la precarietà di mezzi si vide anche nel bisogno di chiedere un prestito per comperare la prima casa che fu costruita molto lentamente.

D. La solitudine ha pesato molto nell'esperienza di don Bosco?

R. Egli stesso ha narrazioni che sono impressionanti su questi primi tempi, come quando racconta l'isolamento in cui l'avevano lasciato tutti. Scrive che gli veniva da piangere quella domenica in cui si sentiva solo con 400 ragazzi per i quali si doveva spendere personalmente, anche compromettendo la propria salute. Ne nacque una malattia, alla fine della quale formulò la sua promessa.
L'isolamento ha influito molto su don Bosco in due o tresensi: nel percorso doloroso dei primi tempi della sua opera, e nella sua maturazione come santo e apostolo dei giovani, perché ha dovuto rifare le scelte proprie, riaffermarsi nel suo carisma come venuto dal Signore, ridire la sua volontà di essere per i giovani.
Da qui è venuta anche la sua tenacia, ereditata dalla Congregazione Salesiana, di rimanere nel campo giovanile.

Ragione, religione, amorevolezza

D. C'è un trinomio quasi magico del metodo di don Bosco: ragione, religione, amorevolezza. Che cosa significano queste tre parole?

R. Ciascuna ha una costellazione espandibile di significati, che si possono capire anche con l'evoluzione culturale dei tempi.
La ragione è tutta la dimensione di quello che possiamo chiamare la natura umana, concepita nella sua maniera più sana e dunque la capacità di ragionare, di amare naturalmente. Comprende anche tutta la cultura, le sue elaborazioni e i suoi risultati: tutto quello che si è elaborato in conoscenza. Riguardo alla persona, la ragione si converte in ragionevolezza, in equilibrio, in temperanza, in capacità di dominare i propri movimenti eccessivi, capacità di procedere per motivazioni che la mente coglie.
Quando si passa ai contenuti educativi, ragione vuol dire valorizzazione somma della cultura, del sapere, dello sviluppo della intelligenza, dell'appello alle voci naturali della coscienza. Sarebbe tutto l'uomo e tutto quello che oggi si chiama autenticamente e legittimamente «secolare», mondano, temporale; tutto quello che l'uomo elabora con i suoi sforzi, ma un uomo che dalla razionalità si apre alla trascendenza.
Da qui viene la seconda parola: religione. Di per sé, religione, appella alle aperture interne dell'uomo verso la trascendenza, ai grandi interrogativi dell'esistenza. Se uno non trattasse con cristiani già istruiti, andrebbe su questa prima dimensione.
Fa ugualmente riferimento agli appelli assoluti della coscienza, quelli in cui si parla del bene e del male. Religione significa, inoltre, tutto quello che la religione o i pensatori religiosi hanno elaborato o il giusto senso religioso suggerisce. Per esempio l'apertura a Dio, la preghiera.
Procedendo e collocandosi in un contesto cristiano, è evidente tutto quello che ci viene dalla fede soggettiva, sentita cioè come affidamento a Dio, e anche dalla fede oggettiva, cioè quella visione del mondo e della realtà che ci presenta la dottrina cristiana con la conoscenza dell'avvenimento dell'Incarnazione e la persona di Gesù; tutto quello che costituisce un mezzo di crescita spirituale come sono i Sacramenti, la preghiera, la Sacra Bibbia.

D. Don Bosco potrebbe essere interlocutore di ogni persona intellettualmente onesta che cerca la verità?

R. Lo è stato davvero. Una delle sue caratteristiche è la capacità di amicizia, che brilla già nella prima adolescenza e lo fa amico di tanti giovani. Poi come seminarista che fonda la Società dell'Allegria e racconta la sua vita con gli amici; poi da sacerdote ebbe amici non cristiani, ebrei, gente impegnata in politica in forma aconfessionale, anche perseguitati politici che lui aiutò.
In tutti, don Bosco riconobbe la buona volontà, la onestà intellettuale e, nello stesso tempo, da sacerdote proponeva anche la propria esperienza di fede, senza però discriminare.
Persino nelle sue idee di collaborazione educativa aveva presente le due dimensioni: i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà, convinto che la buona volontà apre necessariamente alla fede.
Mettendo tra i fondamenti del suo sistema educativo sia la ragione sia la religione, in qualche modo ha creduto possibile il dialogo tra fede e ragione che oggi registra nuova attenzione.

D. C'è un esempio di questa duttilità di don Bosco nel rapporto tra fede e ragione?

R. Mi viene in mente la sua amicizia con Antonio Rosmini, l'autore de «Le cinque piaghe della Chiesa», un'opera messa all'indice e solo rivalutata ai nostri tempi.
Fu un'amicizia sincera che mai si interruppe, nonostante don Bosco fosse molto rispettoso dell'autorità ecclesiastica.
Si potrebbe ricordare la sua amicizia con Urbano Rattazzi, primo ministro e anticlericale. E anche la stesura, in termini di ragioni secolari, di un esposto sul sistema preventivo che invece ha nella religiosità una delle sue fonti.

D. Nel magico trinomio del sistema preventivo, c'è una terza parola su cui lei non ha ancora detto nulla: l'amorevolezza.

R. L'amorevolezza riguarda quella capacità natia del cuore umano di rispondere a stimoli, allettanti e nobili. Per cui è in primo luogo un'attitudine profonda del cuore umano. In questo, don Bosco, quando diceva che Dio ci prende e ci attira attraverso l'amore perché il nostro cuore lo desidera, ha colto una dimensione dell'umanità tenuta in grande considerazione dalla Chiesa e dai santi che lo avevano preceduto.
L'amorevolezza provoca nell'educatore una concezione educativa che raggiunge il soggetto e trasmette tutti i contenuti, attraverso questa via del rapporto rispettoso ma anche amichevole e coinvolgente. Che, poi, vuol dire desiderio di condividere la vita e di accompagnare prudentemente, lasciando che il giovane si esprima e, allo stesso tempo, dandogli in forma soave stimoli perché arricchisca la sua mentalità.
Porta l'educatore a costruire un ambiente ampio dove dominano alcuni elementi di affettività come la gioia di stare assieme, di costruire assieme, di proporsi assieme qualche cosa.
Ma in generale, l'amorevolezza è questo: che il giovane
si senta sempre in un rapporto positivo e favorevole, quasi di protezione legittima, con quegli adulti che lui considera significativi. Perché il ragazzo, quando percepisce che gli adulti non gli sono favorevoli, ha un profondissimo senso di solitudine, quasi di frustrazione. Il rapporto amorevole è fondamentale nell'educazione.

Una celebre lettera da Roma

D. C'è una lettera celebre di don Bosco sull'amorevolezza. Che cosa diceva in quella lettera scritta da Roma pochi anni prima della morte?

R. In quella lettera – quasi testamento educativo – sottolineava in forma narrativa proprio questo: se non c'è il rapporto di affetto, dimostrato e colto dal ragazzo fino a che provochi la sua corrispondenza o al limite la voglia di amare chi lo ha amato, non si ha la chiave dell'educazione. Perché non si ha la chiave del cuore del giovane.
Il giovane non ci affida i propri pensieri, le proprie domande, le preoccupazioni della vita anche se ci affida le cose esteriori. Questa è la tesi educativa: l'educazione è una questione di cuore. Bisogna dimostrare l'affetto in modo che il giovane lo colga.
Un'altra tesi di questa convinzione di don Bosco è la familiarità: stare assieme, condividere gioie e preoccupazioni e non rimanere sul piedistallo del superiore o nell'ufficio, mentre i giovani per conto proprio elaborano tutto.
Nella famosa lettera, don Bosco scriveva questo con un genere letterario nel quale contrapponeva gli antichi tempi carismatici della nascita dell'oratorio, con l'epoca in cui scriveva (l'anno 1884), quando lui vedeva che alcune intuizioni, che avevano provocato tutto il movimento degli oratori, stavano affievolendosi.
I superiori erano più superiori che padri, si stavano separando dai giovani, non davano luogo alla familiarità. I ragazzi in piccoli gruppi elaboravano per conto proprio esecondo le proprie possibilità. Non c'era l'apporto dell'adulto. Temeva anche per la congregazione che, nel futuro, potesse diventare una organizzazione educativa anonima, che sviluppa programmi ma li consegna in forma puramente tecnica.

D. È attuale la lettera di don Bosco sull'amorevolezza?

R. Sì, e lo dico senza accusare nessuno, senza voler dare un giudizio negativo sui salesiani. È continuo il rischio che le occupazioni di tipo burocratico, di tipo amministrativo, gestionale e organizzativo ci prendano totalmente.
La genialità di don Bosco non è stata nemmeno l'organizzazione di queste istituzioni educative: avrebbero potuto farlo benissimo altri. Quello che noi ricordiamo e in cui resta padre e maestro, è la sua capacità di contatto e di guadagnarsi la fiducia dei giovani. Per questo riusciva a educare ma anche – come riferiva egli stesso – a parlare a questi giovani quando erano già adulti, collocati nella società, perché aveva fatto loro da padre nel migliore senso della parola.
Soprattutto con il moltiplicarsi delle istituzioni, l'aumento delle necessità educative degli allievi, la complessità dell'organizzazione e della gestione, la frenesia dei ritmi della vita moderna, c'è sempre il rischio incombente di dimenticare il cuore della lezione di don Bosco.

D. Lo stile familiare ha fatto giudicare gli educatori salesiani degli eterni adolescenti nella Chiesa e nelle istituzioni educative. Lo ritiene un punto di onore o un difetto da emendare?

R. Andrebbe vagliata e verificata questa voce o questa accusa. Forse l'accusa più che alla familiarità, è rivolta al fenomeno dell'assistenza: quella presenza continua che tendeva a prevenire anche mancanze disciplinari gravi per non dover poi arrivare ai castighi e compromettere il rapporto.
Alcuni lo giudicano un limite nella formazione alla libertà: il giovane deve imparare da solo, anche con rischio e non c'è bisogno di accompagnarlo continuamente.
Penso che anche il nostro concetto di assistenza, uscito ormai dalle istituzioni chiuse di tipo internato o scuole, ha riacquistato il senso originario che aveva nel tempo dell'oratorio di don Bosco: un convivere, un lasciare esprimersi, un dare delle indicazioni, però in forma amichevole.
Quanto alla familiarità in se stessa, bisognerebbe riflettere sul tipo di ragazzi con cui, in genere, i salesiani hanno lavorato e il tipo di ragazzi con cui lavorano coloro che avanzano una tale osservazione.
Attualmente noi operiamo ampiamente con i giovani universitari o di scuole superiori, ma, soprattutto nei tempi passati, noi abbiamo trattato preadolescenti, ragazzi dagli 11 ai 16 anni e adolescenti. Ragazzi per lo più di classe modesta o di campagna, molto poveri. E anche ragazzi di difficile inserimento sociale, rifiutati da altre istituzioni.
I nostri facili critici hanno trattato gioventù universitaria, istruita, gioventù con una famiglia benestante; giovani di 18 anni che nei tempi passati equivalevano agli attuali 25. È chiaro allora che c'è una differenza: i primi hanno più bisogno di accompagnamento, di vicinanza; gli altri si portavano dal loro passato un patrimonio più grande di principi e una esperienza di libertà.

L'Oratorio alla svolta di un'epoca

D. Lei ha fatto cenno all'oratorio, una esperienza adeguata alla trasformazione della società industriale. Come visse don Bosco l'oratorio?

R. Per se stesso, lo visse specialmente come una possibilità di contatto con i giovani. Per i giovani, come un luogo di istruzione e di esperienza cristiana, una possibilità di allegria, rasserenamento e contatto con la vita, proprio per giovani apprendisti di cantiere che a quel tempo avevano 14 o 15 ore di lavoro sotto padrone.
Un duro lavoro che stemperava il gusto, il senso dellepossibilità della vita di quei giovani, tanto che don Bosco parlava in primo luogo di uno spazio dove incontrarsi con i compagni, dove giocare e dove affiancare a questa dimensione quasi tragica dell'esistenza quell'altra, costituita dall'apertura all'amicizia e alla mente.
Nell'oratorio don Bosco mise la scuola di alfabetizzazione primaria e notturna, e le attività possibili ai suoi ragazzi, quali musica, canto, recitazione, pellegrinaggi.

D. Don Bosco, significativo al crocevia della società industriale che ora sta lasciando il passo alla società informatica e tecnologica, è ancora un compagno attuale per i giovani?

R. Vedo che i giovani provano un grande piacere verso la sua compagnia e loro stessi ne riscontrano grandi vantaggi. Vedo anche che una delle piaghe di cui si soffre di più è la solitudine. In questo contesto, una compagnia sarà sempre provvidenziale. Se poi questa non è una sola persona ma un mondo giovanile come l'oratorio, questo risponde a tantissimi desideri interni e offre tante possibilità di sviluppo che i giovani da soli non potenziano o lascerebbero frustrate.
Naturalmente l'ambiente oratoriano è molto dinamico e, dunque, ammette anche l'evoluzione dei tempi e si arricchisce di nuove dimensioni. Se un tempo noi vedevamo don Bosco e tutti i ragazzi attorno a lui, vediamo che oggi è possibile organizzare l'oratorio anche con la corresponsabilità giovanile, con un consiglio di giovani che seguono l'andamento generale dell'oratorio.
Se le proposte al tempo di don Bosco erano gioco, catechismo e istruzione, oggi le proposte dell'oratorio ai giovani sono estremamente variate. Si va dagli hobby, allo sport, dal cinema, alla radio e alla televisione, dal turismo alle attività sociali, al volontariato sul territorio, alle esperienze religiose.
E, negli ultimi tempi, si è aggiunto tutto il ventaglio delle nuove tecniche della comunicazione elettronica e infor-
matica che, allo spazio fisico, affiancano uno spazio virtuale con Internet.

D. Dire «oggi don Bosco» significa accentuare gli elementi innovativi che ci sono nel mondo rispetto al suo tempo e chiedersi quale ruolo può ancora ricoprire.

R. Resta ancora una guida come ispirazione, come patrimonio di intuizioni germinali che possono espandere le virtualità.
In lui le intuizioni affondano su quello che umanamente è più stabile e perenne. Egli ha dato una realizzazione esemplare e anche molto concreta alle sue intuizioni, per cui a noi è possibile oggi concepire nuove realizzazioni quasi sulla stessa radice o sulla stessa linea.
In questo senso c'è spazio oggi per don Bosco. Non però per una imitazione materiale di quello che ha fatto nelle diverse epoche della sua vita.
Ci è richiesto uno sforzo di creatività, aggiornamento e attualizzazione della sua intuizione. La vicinanza, il rapporto, la stima positiva del ragazzo per quello che si porta dentro, la capacità di incoraggiamento, l'apertura di orizzonti per lui, devono restare della medesima intensità di don Bosco, ma le risposte saranno commisurate ai nuovi tempi.

Il paradosso della morte giovane

D. Don Bosco viene presentato come il santo della gioia di vivere. Colpisce però lo spazio lasciato nella sua spiritualità alla morte. Riesce a comporre giovani e morte, come dire diavolo e acqua santa. Può spiegare questo paradosso?

R. La sua gioia era profondamente unita al realismo della vita. La gioia non gli faceva diminuire la richiesta di sacrifici ai giovani. Non era una gioia sconsiderata e scriteriata. Se la povertà esisteva per tutti, i giovani dovevano assumerla e risolverla come potevano, darsi al lavoro.
C'è una combinazione molto interessante fra gioia e doveri: trovare la gioia proprio nella costanza e nel dovere. In questo senso, lui da persona cosciente e autentica, non poteva non mostrare ai giovani che la vita è esposta alla morte fisica.
Egli, però, ampliava il discorso parlando anche di altri tipi di morte possibile: quella morale che portava i giovani al disonore, e quella spirituale che li portava alla fine del rapporto con Dio. Comparando poi tutto, faceva vedere come la morte fisica è parte di una vita e collegava sempre la morte con il Paradiso.
È interessante sapere che don Bosco ha raccontato la morte di ragazzi esemplari, come Domenico Savio e Michele Magone. Rileggendo le narrazioni di queste morti, non si ha la sensazione né della tragicità e nemmeno della tristezza, ma proprio del compimento e della consapevolezza di un passaggio.
Nel contesto di tutta la vita umana, che ha il suo aspetto corporale, fisico, trascendente, egli mette la morte non come una realtà finale e vincitrice ma come un passaggio, tutto ispirato alla resurrezione di Gesù.
Possiamo anche ammettere che sulla linea di Sant'Alfonso de' Liguori, con la sua abitudine di voler colpire la fantasia giovanile, qualche volta don Bosco abbia premuto sulla tragicità della morte, come quando annunciava pubblicamente una morte che aveva sognato (i sogni di don Bosco erano famosi perché poi si realizzavano o avevano contenuti simbolici) e, allora, la massa dei giovani rimaneva impressionata, nell'attesa di verificare se la profezia si sarebbe verificata.
La riflessione sulla morte, a quei tempi, era anche presente nelle missioni popolari, nei ritiri e nell'ascetica proposta ai giovani. Don Bosco, da educatore, aveva la tecnica e l'abitudine di non rivolgersi soltanto alla ragione ma anche al cuore e alle viscere, alla fantasia; questa tecnica la adoperava non soltanto per la morte, ma anche per la purezza, per la gioia, per le passeggiate.
Penso che ai giovani di oggi si debbano dare le dimensioni reali della vita, senza per questo ossessionarli con il pensiero della morte.

Il segreto dell'estetica

D. Lei ha parlato anche di un don Bosco cultore della bellezza. Può chiarire questo aspetto meno conosciuto?

R. Si nota la sua dimensione estetica in molte cose, per esempio nel gusto della natura. Il fatto che da giovane lui giochi in un prato e poi quello che dice della campagna, indica una vibrazione che non è intellettuale ma è proprio dell'aver colto una certa dimensione di armonia, di bellezza, di luminosità.
Naturalmente la sua vocazione non lo portò, poi, a poter coltivare questa estetica letteraria. Però una cosa interessante nel suo percorso di studio è la sua vicinanza o affezione ai classici, alla poesia, sia agli autori latini che a Dante e ad altri poeti, la sua affinità con alcuni scrittori cattolici di cui godeva.
Nell'oratorio era cultore della musica, del teatro, delle passeggiate e delle funzioni di chiesa che – diceva – dovevano essére belle perché il ragazzo deve percepire la bellezza della religione.
Una testimonianza riferisce che quando parlava della purezza o della castità o della grazia di Dio esercitava un forte fascino perché si affidava non tanto alla capacità di ragionamento dei ragazzi, quanto alla capacità di innamorarsi di ideali.
Don Bosco non fu uno studioso e un teorico dell'estetica, ma un cultore del bello e si fece promotore della bellezza alla portata del ragazzo e del ragazzo povero.

D. Lei ha riferito la sensibilità estetica di don Bosco anche alla questione della castità. Sulla castità don Bosco non arrivò al paradosso, quasi all'ossessione?

R. Attraverso la confessione, don Bosco accumulò una vasta esperienza dei problemi riguardanti la castità giovanile. E si convinse dell'importanza che lo sviluppo della sessualità occupa nella vita dei giovani e degli adolescenti.
Certamente, a motivo della morale del suo tempo, non poteva possedere in modo riflesso la valutazione educativa e pastorale che la morale della persona, invece, consiglia ai nostri giorni.
Ma sebbene si fosse formato nello studio della morale degli atti, tipica del tempo, il suo fiuto educativo e la sua conoscenza dei giovani, lo portavano a conclusioni simili a quelle di oggi. Don Bosco ebbe una grande capacità di aiutare i ragazzi alla maturazione della loro sessualità.

Cosa lo fa unico

D. Tanti santi, ma anche figure eminenti di non cristiani o non cattolici, si sono dedicati o hanno parlato dei giovani e dei loro problemi con grande competenza. Cosa rende unico don Bosco?

R. In primo luogo il fatto che attinge quello che enuncia sui giovani da un contatto e una pratica diretti. È difficile trovare in don Bosco una descrizione del giovane dove intende riassumere trattati sulla gioventù; invece in lui si vede l'immediatezza dell'osservazione.
Nel suo approccio c'è la comprensione del ragazzo, comprensione che gli veniva dalla sua santità. «Mi basta che siete giovani – ripeteva – perché vi ami nel Signore». Da qui scaturisce la capacità infinita di attesa, la fiducia che mette nelle capacità del ragazzo e nel disegno di Dio su di lui. E le alte mete educative che propone e a cui porta i giovani che rispondono in maniera straordinaria.

D. I giovani più poveri e abbandonati furono una preferenza di don Bosco. Ci sono ancora oggi, ma si dice che i salesiani vi siano meno attenti. È una critica fondata?

R. Don Bosco ha preferito i giovani poveri e abbandonati e lo ha ripetuto. Ma poi, quando si riflette su come lui applicava questo principio si vede che nelle sue istituzioni ha accolto giovani di classi modeste di quel tempo, figli di contadini che venivano però da una famiglia ordinata, avevano un fondo morale sano e risorse umane sanissime. Mancavano solamente di una possibilità di istruzione.
Con loro, don Bosco raccoglieva altri giovani che erano a rischio peggiore, i piccoli lavoratori, e poi altri ancora come quando si è dedicato ai carcerati.
Quando però gli offrirono la possibilità di occuparsi dell'educazione di quelli che oggi, grazie alla posizione della famiglia, sarebbero i giovani destinati all'istruzione, li accettò nell'istituto di Valsalice.
I giovani poveri e abbandonati indicavano una preferenza, non l'esclusività e, infatti, don Bosco stesso insieme all'accoglienza dei poveri, si è rivolto ai ceti modesti e poi ha aperto Valsalice.
Seguendo questa tendenza di don Bosco, con il servizio educativo salesiano si è coperto al completo lo spazio di educazione umana e religiosa per la classe popolare. È una scelta che ci ha portato ad allargare la scolarizzazione per ceti che non ne avevano la possibilità. In Argentina, ad esempio, abbiamo creato scuole di magistero per la formazione dei maestri.
I salesiani si sono inseriti nel movimento di democratizzazione dell'istruzione primaria e secondaria. Quando tale processo ha raggiunto il suo massimo sviluppo e l'internato è andato in crisi, si è riaperta per i salesiani la possibilità di nuova attenzione a quanti, per bisogni particolari, restavano fuori dai percorsi educativi.
Questo ritorno è avvenuto tra il 1965-1970. Oggi si è molto presenti prima di tutto tra i giovani lavoratori, quelli che vengono scartati durante il percorso scolastico e si stanno moltiplicando molto le nostre presenze fra i ragazzi di strada o per il recupero di giovani che sono entrati nella devianza.

D. Come don Bosco è in sintonia con i giovani e con gli educatori?

R. Era in sintonia con i giovani senza per questo cedere al giovanilismo.
Quanto agli educatori, era in sintonia ed aveva tanti amici tra i Fratelli Maristi e i Gesuiti, per lo sforzo che facevano nel realizzare tutte quelle esigenze che considerava adeguate allo sviluppo del ragazzo e le modalità metodologiche che combaciavano con l'amorevolezza.
Si staccava invece dagli educatori che sceglievano esigenze formali e rigide inutili, la volontà di separazione e distacco per maggiore autorità sui giovani, la legittimazione dei castighi soprattutto fisici e il metodo repressivo.

D. Se qualcuno le chiedesse di salvare l'essenziale di don Bosco,' cosa salverebbe?

R. La ricerca, il rapporto con i ragazzi singoli e con i gruppi. In secondo luogo la sua visione della proposta educativa ricca di elementi umani ma anche aperta alla grazia, alla fede, a Dio.

D. La lezione di don Bosco è più facile a dirsi che a mettersi in pratica.

R. A dirsi, certamente. Lui stesso riconosceva che per un educatore non è facile mettere in pratica per lungo tempo, quotidianamente e superando le prove, tutto il sistema preventivo. Si tratta della pratica della carità che, come dice San Paolo, è paziente, sa comprendere, sa aspettare, sa tollerare, sa riproporre.
Dice allora don Bosco: capisco che per un educatore che non si propone questo esercizio interno e che non è ispirato da una forte motivazione di amore per Dio e Gesù Cristo, il sistema preventivo può diventare non facile.
Chi non pratica al completo il sistema preventivo può sempre avvalersi di alcuni suoi aspetti. Non tutti hanno la capacità di don Bosco, però ognuno può tornare ad ispirarsi a lui ed estrarre come da una miniera quello che gli è possibile.

D. La proposta di don Bosco è, dunque, più adatta a donne e uomini straordinari che non a persone ordinarie, come è la media generale?

R. Sostengo che la pratica del sistema preventivo non è riservata a degli eroi, ma si adatta ad una persona attenta ed impegnata, per esempio una mamma e un papà che se guono il figlio e vogliano dargli un contributo di umanità, fede e cultura.
Naturalmente le capacità di ognuno influiscono a fare meglio. Direi, però, che il sistema preventivo è già alla portata di queste persone. Invece non lo è per chi è disattento o disimpegnato o cerca la propria comodità e accompagna il ragazzo ma non fino al punto da «disturbarsi».
Anche al salesiano che cerca una vita tranquilla, capita di trovare difficoltà nel sistema preventivo.
Se una persona è limitata in capacità ma è mossa da amore e attenzione, un po' alla volta impara, e se anche non mette in pratica il sistema come don Bosco, raggiunge tuttavia certi livelli soddisfacenti.

(I guardiani dei sogni con il dito sul mouse. Educare nell'era informatica. Intervista a cura di Carlo Di Cicco, Elledici 1999, cap. 10, pp. 168-184)