Coscienza ecologica,

frontiera

dell'educazione

Intervista a d. Juan E. Vecchi

ottavo Successore di don Bosco


La minaccia della distruzione della terra con l'inquinamento dell'ambiente, e quella dell'umanità con la bomba nucleare, solo congelata e mai messa al bando, costituiscono due pericoli incombenti per la sopravvivenza della specie umana e la terra dove abita.
Di fronte a questa nuova condizione dell'umanità, l'iniziativa educativa è rimasta episodica ma non si è trasformata in una coscienza del limite entro cui, a differenza dei secoli passati, dopo la seconda guerra mondiale i popoli della terra hanno cominciato a vivere.
Don Juan Vecchi si dice convinto che l'ecologia e la pace devono diventare assi portanti nell'educazione delle nuove generazioni.

Dalla parte della nuova ecologia

DOMANDA: I sistemi educativi tradizionali hanno trascurato il rispetto dell'ambiente. Tutto si riduceva per lo più al non sporcare i luoghi pubblici: un po' poco per una educazione ecologica.

RISPOSTA: I sistemi tradizionali non potevano prevedere la questione ambientale come è venuta definendosi negli ultimi decenni, collegata al più recente fenomeno industriale.
Spoliazione delle materie prime, delle risorse della natura, contaminazione dell'ambiente non si sono verificate finché non si sono moltiplicate senza limiti le industrie; finché non si sono adoperati in quantità estreme combustibili inquinanti; finché non si è favorito il consumo di sostanze che inquinano.
Questi fenomeni non sono stati evidenti per lungo tempo. Forse ci si potevano aspettare una maggiore attenzione e controllo da parte dei governi.
L'educazione era necessariamente condannata a giungere in ritardo sul fenomeno inquinamento, senza poterlo prevedere. Se nel passato l'educazione fosse stata più sensibile all'ambiente, avrebbe potuto reagire con più tempestività fin dalle prime avvisaglie.

D. Come valuta la nuova sensibilità ecologica?

R. È positiva perché, di fatto, con la produzione dei rifiuti individuali quotidiani ma soprattutto a causa dei rifiuti tossici industriali, non ci si può nascondere più che le ac-
que sono contaminate, la terra coltivabile avvelenata, l'aria delle città inquinata.
D'altra parte vedo questa nuova sensibilità particolarmente circoscritta nelle società più ricche del pianeta, le prime responsabili di contaminazione e inquinamento.
Mi sembra che si viva una sensibilità ecologica rischiosa e partigiana, nel senso che permane la spinta nelle società del benessere a scaricare i loro rifiuti tossici di origine industriale nei paesi poveri.
È tempo di vivere la cultura ecologica in una visione globale, collegata all'urgenza di un nuovo ordine economico internazionale che riequilibri le risorse e proponga modelli di sviluppo alternativi.

D. È ambiguo l'atteggiamento dell'ecologismo che si allarma per l'inquinamento, ma non accetta di cambiare il modello di sviluppo.

R. È qualcosa di più che ambiguo, l'atteggiamento di chi a parole tiene per l'ecologia e in pratica è un consumatore smodato, allo stesso tempo che parla di sacrifici per gli altri.
Specialmente nelle aree del benessere, c'è una mentalità diffusa da correggere, rinnovare e sensibilizzare di fronte a una proposta di consumismo come stile di vita quasi invidiato.

San Francesco e i cristiani

D. San Francesco ha anticipato la moderna sensibilità ecologica. Ma la maggioranza dei cristiani ha accettato lo sfruttamento delle risorse e modelli di consumo illimitato. Perché esistono esempi così contrapposti?

R. Bisogna osservare che non solo Francesco d'Assisi è stato un santo che ha apprezzato la natura. Anche san Francesco di Sales, patrono dei salesiani, era un contemplatore, un poeta della natura. Ma esiste tutta una venatura cristiana dell'ecologia che alcuni santi hanno portato in alto.
A fronte dell'esempio di tanti santi, purtroppo si registra l'insensibilità per l'ambiente di tanti altri cristiani. Non era facile, in passato, influire con idee ecologiche sulla gente che viveva nella indigenza dei mezzi e a volte doveva contentarsi della pura sopravvivenza.
Quando si è intravista la possibilità di superare la condizione di precarietà economica con il grande movimento della produzione industriale, la gente evidentemente non si poteva rendere conto delle conseguenti controindicazioni. È un atteggiamento che non può essere attribuito specificamente alla identità cristiana: il cristianesimo non avrebbe potuto cambiare il processo storico dell'industria e dei consumi che è pervenuto all'attuale disastro ecologico.

Più spazio all'educazione ambientale

D. Le future generazioni sono toccate in modo speciale dal pericolo della distruzione della terra e di una sua modificazione irreversibile. L'ecologia può continuare ad essere marginale nell'interesse educativo?

R. La visione della terra, l'uso delle risorse, la capacità di vivere insieme in un territorio: sono temi che l'educazione ha sviluppato sempre ma con altre dimensioni e prospettive rispetto alla moderna sensibilità ecologica.
Penso che si richiedano nuove sintesi culturali che preparino una nuova coscienza e anche l'accettazione di norme restrittive dei consumi.
Tra gli adulti dei paesi benestanti è pressoché generale il rifiuto a regolarsi con una maggiore austerità. I giovani condividono quasi di riflesso tale rifiuto, ma sono più sensibili al cambiamento.
Ci sono avanguardie che si propongono di vivere con onesta sufficienza di mezzi, sia per motivi di solidarietà economica che di preservazione della natura. In genere sono gruppi cattolici, cooperative di famiglie.
In Italia modelli simili si potrebbero prospettare in ambito educativo.

D. L'ecologia dovrà essere tra i temi basilari della futura educazione.

R. Della futura e della presente educazione. Non si può prescindere dalla rinnovata coscienza del contesto entro il quale i giovani sono chiamati a realizzare i loro progetti di vita personali e sociali.
E l'educazione dovrà preparare a un rispetto sostanziale della natura che implica anche una moderazione dei modelli consumistici di vita.

La bomba nucleare in agguato

D. Se l'inquinamento è una bomba di sicura ma lenta distruzione della vita, esiste un pericolo più immediato per l'umanità: la bomba nucleare in tutte le sue varianti. Le pare che la gente viva con la consapevolezza di questo pericolo?

R. Non può vivere con una coscienza quotidiana di questo pericolo. In primo luogo perché è convinta che la gestione di queste risorse non è nelle proprie mani ma in quelle di altri organismi superiori di tipo militare e politico. In secondo luogo perché nessuna causa dura nella coscienza quotidiana per molto tempo: questa coscienza si risveglia quando c'è qualche fatto, qualche stimolo nei mezzi di comunicazione e poi passa.
In questo momento si va anche facendo strada una speranza fondata che questo mezzo non verrà mai usato, soprattutto perché sono possibili le guerre limitate per affermare i propri interessi.rischio costante della morte collettiva. Questa nuova condizione umana potrebbe avere conseguenze sul piano educativo?

D. Dopo l'esplosione atomica a Hiroshima e Nagasaki, alcuni studiosi hanno teorizzato la fine dell'immortalità del genere umano. Dalla inevitabilità della morte individuale si è passati al rischio costante della morte collettiva. Questa nuova condizione umana potrebbe avcere conseguenze sul pèiano educativo?

R. Certo, a partire da tutta l'educazione alla pace e dunque dalla forma di trattare i problemi. Questo è una conseguenza estrema di una certa cultura della guerra o del conflitto o se si vuole della difesa proporzionata, che è una delle migliori espressioni di tale cultura.
Il rischio estremo ci porta all'inizio del cammino di una educazione alla pace e alla soluzione dei conflitti, alla convivenza pacifica.

D. Però questa pericolosa «condizione atomica» è scarsamente entrata nell'educazione delle generazioni successive alla seconda guerra mondiale.

R. Forse dobbiamo ammettere che l'educazione alla pace non è riuscita a entrare in tutte le mentalità e in tutte le coscienze.
Però ha fatto strada almeno in alcuni anni in cui il rischio nucleare è diventato più incombente e si è incominciato a temere di più.
Una crescita di attenzione la si può vedere sia nella produzione bibliografica sia nei programmi scolastici, sia nei congressi, sia anche stando a contatto con i giovani e con gli educatori.
Soltanto che il cammino dell'educazione alla pace è lungo: comprende gli atteggiamenti individuali ancora non totalmente educati all'accoglienza ma che forse si possono gestire, e comprende anche le grandi questioni come quella sulla guerra giusta difensiva, sul diritto di intervento armato per impedire pericoli di pulizia etnica, o il diritto di ingerenza umanitaria.

Educazione non violenta e pace

D. Si aprono grandi spazi educativi per concorrere a disegnare una nuova coscienza, capace di passare dalla guerra difensiva al rifiuto totale della guerra quale strumento di regolazione dei conflitti. Quale iniziativa per l'educazione?

R. Penso che bisogna radicare la convinzione che la pace sia possibile in ogni circostanza. Prima si parlava dell'aggressore ingiusto, della difesa proporzionata. Un discorso che potrebbe ancora tenere quando si tratta di spazi piccoli, presi uno a uno, gruppo per gruppo.
Bisogna far capire però una cosa: che la pace non è gratuita, non è senza costo. Bisogna far maturare l'idea che la pace sarà possibile il giorno nel quale si spenderà per la pace, tanto quanto si sta spendendo per la difesa legittima o giusta. Finché per la pace si spendono residui di capitali o si fanno solo conversazioni, allora difficilmente si andrà avanti; prevarrà sempre la mentalità di guerra. E ciascuno si difenderà con i propri mezzi.
C'è una costellazione di convinzioni ma anche di pratiche che attende di essere sostenuta: insegnare a gustare la pace; la ricerca pacifica della mediazione; l'avvio del raggiungimento di traguardi limitati dal punto di vista materiale, ma più degni dal punto di vista della convivenza e dell'incontro umano.
Sono tutte proposte e pratiche educative che bisognerà portare avanti. Insieme alle motivazioni, in tutti gli ambiti educativi bisognerebbe dare vita a una serie di esperienze di pace.

D. L'educazione non violenta è destinata a restare una proposta per minoranze?

R. È una proposta destinata a tutti ma, come dicevo, c'è un sistema da cambiare. Nella storia patria, leggevamo tutta la storia delle battaglie, la storia militare. La storia politica delle idee, la storia sindacale della mediazione, della lotta pacifica attraverso il dialogo erano estremamente ridotte.
La mentalità si imbottiva di fatti militari, di fatti di guerra. I monumenti ci ricordavano generali e vincitori. Si respirava tutta una storia di difesa del territorio e di conquista. Forse era connaturale al tempo che viveva l'umanità, in cui gruppi etnici o famiglie cercavano di sfruttare un territorio e lo difendevano.
Penso che proprio con la comunicazione, la globalizzazione, l'apertura dello spazio, i rischi grandi come sono quello dell'ecologia o del nucleare si è aperta un'epoca nuova in cui bisogna cambiare l'indirizzo dei contenuti, dei messaggi, dei fatti storici che si considerano significativi.
Ma questo indirizzo e questa sensibilità devono entrare in tutti i sistemi scolastici e in tutti i sistemi educativi.

D. Per portare avanti l'educazione alla pace come progetto educativo strategico, servono educatori nuovi, «apostoli» della non violenza.

R. Ci vogliono davvero apostoli della non violenza. È evidente che chi educa su una linea deve essere convinto di questa linea, deve averla approfondita anche dal punto di vista delle motivazioni e deve avere vissuto un'esperienza favorevole che lo porti a proporla con convinzione e con efficacia.
Ora aggiungo che a mano a mano che parlo con gruppi di educatori, trovo accordo sul principio dell'educazione alla pace.
Per la pedagogia non basta, però, enunciare il principio. La pedagogia è fatta di percorsi concettuali e di esperienza. Quello di cui non tutti sono in possesso è un programma pedagogico, perché l'educazione alla pace e alla non violenza non rimanga solo un'esortazione ma sia una esperienza di vita assimilata internamente.

(I guardiani dei sogni con il dito sul mouse. Educare nell'era informatica. Intervista a cura di Carlo Di Cicco, Elledici 1999, cap. 10, pp. 140-147)