Giovani e

pastorale giovanile

Intervista a d. Egidio Viganò

settimo Successore di don Bosco

vigano


I nuovi Bartolomeo Garelli

DOMANDA: Il «target» iniziale dell'opera salesiana erano i giovani come Bartolomeo Garelli, cioè quelli che Don Bosco chiamava «gioventù povera e abbandonata». Chi sono oggi i «senza parrocchia», i «senza famiglia», i «senza scuola» di cui intendete occuparvi? In altre parole, chi sono i «nuovi poveri»?

RISPOSTA: I nostri Bartolomeo sono tutti i giovani di oggi. «Basta che siate giovani perché io vi ami assai» diceva Don Bosco; «Voi siete i padroni del mio cuore». La missione del Salesiano è «segnata da uno speciale dono di Dio: la predilezione per i giovani».
Se Bartolomeo Garelli è come il simbolo dei giovani tutti, è ancor più il simbolo di una preferenza, all'interno del mondo giovanile. Questa preferenza è per la gioventù popolare, soprattutto povera e bisognosa o, con una formula significativa usata da Don Bosco, «la gioventù povera, abbandonata, pericolante». Certo, i tipi di povertà oggi in Italia non sono più gli stessi di allora: la società è troppo mutata. Ma la povertà resta e i giovani poveri ci sono ancora.
Per Don Bosco i giovani poveri nella Torino di metà Ottocento erano soprattutto quelli dei quartieri urbani, immigrati, dotati di scarsa istruzione, disoccupati o semioccupati in condizioni precarie nell'artigianato e nella piccola industria o nei servizi (ricordo che Bartolomeo Garelli era orfano, analfabeta, emigrante, manovale).
Certo, poveri di questo tipo ce ne sono ancora in tante zone della terra, soprattutto nei Paesi del Terzo Mondo e concentrati negli slums e nelle bidonvilles delle periferie urbane. E mi piacerebbe che tutti potessero vedere con chi lavorano i nostri confratelli in quelle zone.
Nei Paesi del benessere i nuovi poveri oggi si trovano in quelle fasce popolari tagliate fuori dalla società produttiva perché non posseggono le sufficienti conoscenze o abilità tecnico-scientifiche; essi vengono emarginati economicamente e socialmente, e interiorizzano questa marginalità culturalmente e psicologicamente, con gravi conseguenze disgregatrici. Ma nuovi poveri sono anche coloro che sono privi dei mezzi per soddisfare i bisogni socialmente indotti, e perciò si sentono frustrati rispetto alle loro attese ed esigenze.

D. E chi sono oggi gli «abbandonati» di cui parlava Don Bosco?

R. Vorrei ricordare da una parte l'abbandono vero e proprio dei «ragazzi di strada» delle aree di sottosviluppo del Terzo Mondo. Ma vi è anche un altro abbandono che si traduce in forme di indifferenza verso i giovani stessi, quasi un abbandonarli a loro stessi o un non accompagnarli di fronte alle difficoltà della vita quotidiana e delle scelte per il futuro; per non dire delle forme di abuso che vanno dalla violenza fisica a quella psicologica a quella sessuale; o delle forme di trascuratezza affettiva che segnano profondamente il ragazzo e producono alla lunga una serie di effetti negativi.

D. Lei parla anche di giovani «pericolanti», un aggettivo un po' arcaico per le orecchie di oggi. Che cosa vuol dire esattamente?

R. Questa categoria potrebbe essere letta oggi per riferirsi ai giovani cosiddetti difficili, o asociali, disadattati, devianti. Sono, in una parola, i giovani a rischio. Quelli che non riescono o non possono reagire al disagio effettivo della condizione giovanile e cedono al fascino dell'irrazionalità di comportamenti devianti e pericolosi, o comunque si rassegnano alla mediocrità di vita, alla perdita di identità, alla propensione verso l'effimero e il superficiale. Come vede, ci sono nuovi Bartolomeo Garelli, e non sono pochi! Essi ci provocano oggi.
Don Bosco si è preoccupato molto anche dei giovani con possibilità vocazionali, provenienti da famiglie cristiane soprattutto di estrazione popolare. Anche questa è una delle sue scelte preferenziali. Oggi questo settore è diventato, soprattutto nei Paesi secolarizzati, particolarmente difficile ed esigente.

Radiografia dei giovani d'oggi

D. Si dice che i giovani sono conformisti, pragmatici, che criticano questa società ma in fondo vi si adagiano, che si auto-emarginano. Intanto il reato è sempre più «minorenne»...

R. Quando si parla di radiografie si corre sempre il rischio di farle senza contorni e di radicalizzare e generalizzare ogni aspetto. Sono fotografie con bianchi e neri senza sfumature. La percezione che Don Bosco ha dei giovani e dei loro problemi è da un lato condizionata dalla sua formazione pastorale che lo porta verso una spiegazione del rapporto con la fede cristiana piuttosto che verso un'analisi socio-economica e politica delle cause della povertà, dell'abbandono, della devianza giovanile. Mi sembra che questo criterio pastorale sia importante anche oggi.
Nel modo di leggere l'attuale condizione giovanile si dovrebbero evidenziare alcune sensibilità:
- fedeltà alla situazione, cioè un'attenzione globale a tutto l'insieme delle condizioni culturali, economiche, socio-politiche del tempo;
- capacità e volontà di risposta globale, finalizzata ai bisogni e alle istanze dei giovani;
- fiducia nelle capacità dei giovani delle classi popolari, degli strati umili, di assumere ruoli protagonisti.
In questa globale catalogazione, che non è radiografia, il disagio dei vari gruppi di giovani si nutre, in sostanza, della diffusa crisi delle principali agenzie di socializzazione, quali la famiglia, la scuola, la Chiesa, l'associazionismo giovanile. Va sottolineato che la condizione di rischio tende a diventare capillare e diffusa nella nostra società complessa. Tuttavia non dobbiamo perdere di vista un fatto rilevante, che resta al di là di tutte le difficoltà obiettive e i rischi che abbiamo segnalato: ed è che i giovani costituiscono pur sempre una risorsa, quando si sappia valorizzarne le capacità e le domande educative, implicite in ogni esperienza, anche negativa.
Dove vanno, che cosa vogliono, in che cosa credono, di che cosa hanno paura i giovani oggi? Perché molti si danno alla droga, al sesso e alla violenza? In che cosa sono diversi rispetto ai tempi di Don Bosco, e in che cosa sono simili?
È difficile rispondere. L'anno scorso noi abbiamo celebrato una assemblea mondiale di due mesi, cercando di dare una risposta: ne è uscito un documento di circa duecento pagine (cfr. Conversava con noi lungo il cammino - Per educare i giovani alla fede, LDC, Torino 1991). Ogni epoca, ogni società ha il suo modo di essere giovane.

D. Oggi i giovani si dicono indifferenti alla politica, mentre anche molti adulti prendono le distanze dagli uomini che li governano e vedono la politica come un'occasione di «arrivismo, idolatria del potere, egoismo, corruzione» come dice la «Christifideles laici», che però non giustifica «lo scetticismo e l'assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica». Cosa fare per ritrovare la fiducia nell'impegno politico?

R. Credo che si debba approfittare proprio dell'insegnamento del Magistero per avere un concetto genuino di una dimensione così importante come quella politica. Si obietta che è antipaticamente «sporca». Ciò succede anche con altri valori. Prendiamo il matrimonio: per valutarne la grandezza e impegnarsi a viverne integralmente il mistero, non si parte dalle statistiche, o dagli esempi delle stars televisive; si parte dal progetto di Dio, illuminato dal vangelo di Cristo e dagli insegnamenti della Chiesa.
D'altra parte ci sono cristiani che hanno vissuto, e vivono, l'impegno politico, a livello di governo e di partiti, con autenticità, nonostante le difficoltà. «Una politica per la persona e per la società trova il suo criterio basilare nel perseguimento del bene comune, come bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo» (Christifideles laici, 42).
Tutti hanno delle responsabilità al riguardo, in conformità con la propria vocazione. In particolare «i fedeli laici non possono affatto abdicare dalla partecipazione alla politica, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. Tutti e ciascuno hanno diritto e dovere di partecipare alla politica, sia pure con diversità e complementarità di forme, di livelli, di compiti e responsabilità» (Id., 42).
Tutti gli educatori dovranno operare secondo questi orientamenti.

Anche la parolaccia ci provoca

D. Pare che oggi sia particolarmente di moda la volgarità tra i giovani. Come spiega questo loro linguaggio così povero e di basso profilo?

R. Il linguaggio dei giovani può rivelare anche uno stile di «abitare il mondo» in un certo modo invece che in un altro. Il linguaggio volgare e di basso profilo può apparire una grossa barriera. Occorrerebbe, però, verificare quanto tali connotazioni del linguaggio siano fenomeni tipici dei giovani, o non siano invece in gran parte assunti dal mondo degli adulti: come se i giovani gridassero sui tetti ciò che gli altri usano in circoli riservati.
Occorrerebbe poi verificare se è proprio vero. Non credo che i giovani degli anni '90 si caratterizzino particolarmente per questo decadimento e imbarbarimento linguistico. Certo è sempre forte un contesto culturale di banalizzazione della parola.
C'è chi dice che i giovani di oggi posseggono un lessico molto più ristretto e povero del passato. Credo sia piuttosto difficile fondare affermazioni del genere. Forse è anche lo scotto che la società deve pagare per la scolarizzazione di massa.
Gli studiosi del settore sembrano però suggerirci di stare attenti a trarre troppo frettolose conclusioni. Infatti nel linguaggio giovanile le parole diventano più facilmente intercambiabili ed è aumentata la plurivocità dei segni linguistici, che acquisiscono il loro valore non in assoluto, ma dal contesto in cui vengono messi in gioco.
Questo dato illumina anche sul significato dell'uso della parolaccia. Essa acquista nel contesto sempre più il valore di una incognita, il cui senso è dato dalla complessiva costruzione del discorso. Essa cioè, quasi puro gioco linguistico, è sempre più sganciata dai referenti, è divenuta più mobile, più elastica, meno rivelativa di atteggiamenti univoci verso la realtà.
Ad ogni modo bisogna pur riconoscere che la banalizzazione del linguaggio esige accurati impegni educativi nella società e nelle agenzie di comunicazione. Don Bosco curava anche la delicatezza nel linguaggio.

Una società di «orfani»

D. Cosa dice dell'attuale caduta di autorità e della condizione di «orfani» di tanti figli, per i quali i genitori sono al massimo degli amici?

R. I giovani degli anni '70 sono stati, almeno come generazione, i giovani della ribellione contro «padri e maestri», quelli degli anni '80 poi si sono ritrovati «orfani».
Sono stati coinvolti in quel processo «verso una società senza padre» che è stato, almeno per l'Occidente, la rivolta antiautoritaria e la domanda di maggior riconoscimento della soggettività di ognuno. In questo senso, pur con tutti i risvolti di sofferenza, di devianza e di degenerazione, la caduta dei padri ha rappresentato nella coscienza collettiva, e in quella giovanile in particolare, un balzo culturale di emancipazione.
Questo fenomeno ha segnato una profonda crisi dell'autorità, però esso non è stato totalmente negativo; ha anche permesso l'emergere e l'affiorare di alcuni valori.
Negli anni '80 forse si evidenziavano in prevalenza i risvolti in negativo. All'aurora degli anni '90 possiamo cogliere dei frutti in termini di nuovi processi di elaborazione culturale. Si vedono ormai i segni di una ricerca, magari problematica, di confronto, di compagnia, di scambio e di condivisione con gli adulti. C'è poi nei giovani una ricerca nuova di paternità, un ricupero della tradizione, che è da considerarsi il momento successivo all'emancipazione e alla presa di distanza. Solo che la nuova domanda di paternità, di testimonianza adulta, di autorevolezza è di un livello qualitativo esigente.

D. Chi sono, e come sono, i padri e i maestri di oggi?

R. Non possono essere più come quelli di un tempo. Chi vuole essere padre e maestro con i giovani, oggi, non può fondarsi sul peso della propria autorità, dei principi proclamati, della tradizione invocata. Chi vuol essere padre (e di questo tipo di paternità i giovani sono più che mai affamati) deve accettare di passare la prova della verifica vitale delle ragioni che offre, dei valori che nomina con convinta bontà, ed essere disposto a riconoscere la propria vulnerabilità.
In tal senso mi sembra davvero una cosa positiva che i padri e maestri di oggi siano più che altro, per i giovani, dei veri amici.

Recuperare la madre

D. Ma questo non è un impoverimento della paternità?

R. Al contrario: direi che è un suo tradursi in qualità. Non parlo di genitori, educatori, animatori, insegnanti ridotti ad amiconi, che giocano a fare gli adolescenti con i giovani. È un inutile giovanilismo. Mi riferisco all'esperienza più elevata e più vera dell'amicizia: quella che afferma e riconosce la diversità come valore, che è segnata dall'oblatività, dall'apertura disponibile all'altro, alla sua compagnia, allo scambio profondo di doni di vita, a lasciar essere l'altro altro da sé.
Per questo nella tradizione salesiana l'educatore, e noi lo cantiamo persino di Don Bosco, è «padre, maestro e amico» dei giovani. La paternità senza l'amicizia rischia di creare distanza e dipendenza. Quando non è poi anche fortemente possessiva e poco oblativa.
L'amicizia esplicita il meglio contenuto nella paternità; anzi, richiama quello che le manca: la maternità! Perché il legame vitale adulto-giovane, se si vuol costruire comunicazione autentica, cioè comunicazione intorno alla vita come valore, deve sì recuperare gli aspetti contenuti nella simbologia paterna, ma al pari di quelli contenuti nella simbologia materna.
È anche per questo che la Famiglia Salesiana, voluta da Don Bosco, ha bisogno delle Figlie di Maria Ausiliatrice e di tante figure femminili, per esprimere al massimo il proprio carisma. Esse ci aiutano a ricuperare l'archetipo materno dell'educazione.
In conclusione mi sembra di poter dire che, se oggi i giovani sono orfani di padri e di madri, è perché tanti adulti si sono scordati di esserlo, o meglio, di doverlo diventare. Perché anche questo è cambiato nella società di oggi: padri e madri non si nasce, si diventa!
Questo è ciò che noi Salesiani vorremmo tener desto dentro la Chiesa e vivo nella coscienza della società intera.

D. Siete ottimisti o pessimisti di fronte alla situazione?

R. La situazione è complessa, piagata di difficoltà e portatrice di continue sfide. Chi si arrende è emarginato dalla storia. L'impegno però è esaltante, soprattutto in chi lo assume per vocazione.
I termini «ottimismo» e «pessimismo» possono anche ingannare e fermarsi a una descrizione superficiale, più vicina ai livelli del temperamento che a quelli della vocazione. Se bisogna, in tutti i casi, scegliere tra i due termini, per noi non c'è da dubitare: scegliamo l'ottimismo. Quello fondato sulla speranza cristiana, sulla forza di bene insita nella giovinezza, sull'esperienza della propria vita, avendo visto fiorire il bene in tanti giovani di cento estrazioni differenti.

D. Ma per quali ragioni?

R. Basta contemplare il volto senza rughe e i begli occhi innocenti dei bambini: è come se la realtà stesse a suggerire che la vita offre nuove possibilità di ripresa e di crescita nel bene ad ogni nuova generazione umana.
Inoltre la riscoperta del valore della uguale dignità e della reciprocità uomo-donna; un modo nuovo di costruire relazioni, basate sulla libertà e sulla giustizia; un insieme di valori collegati alla diversità (ad esempio la tolleranza, l'ecumenismo, il rispetto del diverso) e alla solidarietà (la nuova visione della pace e dello sviluppo, la totalità e la globalità della crescita); una rinnovata attenzione alle realtà culturali e religiose, oltre il progresso tecnologico; una spiccata sensibilità verso i grandi problemi del mondo, favorita anche dalla notevole possibilità che i giovani hanno di incontrarsi con altre realtà e con tradizioni culturali e religiose diverse; una significativa riscoperta dell'ambiente e della necessità della sua salvaguardia.
Il legame con il mondo degli adulti, pur restando problematico, è oggi carico di minor tensione e aggressività, sostituite talvolta però da forme varie di apatia e di disagio. Viviamo, comunque, una stagione di maggior serenità.

Non esistono ricette nell'educazione

D. La situazione attuale vi provoca a nuove scelte o pensate sia sempre valida l'antica ricetta?

R. Ricetta antica? o anche nuova! Oggi non esistono ricette nell'educazione della gioventù. Ancor più per noi che ci rifacciamo a un grande educatore, il cui sistema non ha nulla della rigidità ricettaria. Al contrario Don Bosco amava conservare sempre quella libertà d'intervento o d'iniziativa che gli permettesse di giungere al cuore del giovane. E il suo segreto. Con la ventata rinnovatrice del concilio abbiamo riscoperto in tutta la sua attualità tale convincimento del nostro fondatore.
La risposta al suo primo interrogativo è pertanto e d'istinto lapidaria: sì, la situazione ci sfida a nuove scelte. Anzi meglio - e lo abbiamo asserito in una recente assemblea mondiale - «la comunità salesiana si sente continuamente interpellata..., si lascia sfidare» dalle situazioni odierne.
Certamente le scelte non sono facili! La complessità in cui siamo immersi rende laborioso il discernimento. E il pluralismo odierno apre a strade legittime spesso differenziate.
Noi vogliamo essere dei realisti, e sappiamo benissimo che quanto viene progettato in avanti non è già di per sé prassi compiuta. Necessita la fatica del cambiamento, che non è solo appello alla conversione del cuore, bensì anche conquista quo-tidiana di traduzione nel vissuto e nell'istituzionale di ciò che si è scelto come giusto e percorribile.
Guai a noi però se dovessimo appiattirci nel pragmatismo: ce n'è a piene mani dappertutto. Oggi occorre prefigurare l'utopia, anche sognare dunque; del resto siamo figli di un sognatore, e di un sognatore in grande.

D. Che cosa ritenete datato in Don Bosco, e che cosa invece perenne o da riscoprire?

R. Potrei suggerirle come risposta la lettera luvenum patris che Giovanni Paolo II ci ha scritto in occasione del centenario della morte di Don Bosco. Qualche flash può fare intuire il senso dell'insieme.
Anzitutto c'è da recuperare nella società e nella Chiesa una più vigorosa attenzione alla gioventù. I temi quotidiani della politica italiana, ad esempio, mi sembrano lontani da un'autentica preoccupazione educativa per le giovani generazioni. La Chiesa che è in Italia ci chiama oggi a dar rilievo alla scelta preferenziale della gioventù. Infatti fra le tre vie privilegiate per animare e testimoniare il vangelo della carità per gli anni '90, tra viamo con soddisfazione l'educazione dei giovani. Noi Salesiani siamo profondamente convinti, e ci sentiamo in ottima compagnia pensando all'elevata sensibilità del Papa attuale, che per rigenerare la società è indispensabile dedicarsi con priorità all'educazione della giovane generazione, che è «speranza» per il domani.
Un ruolo rilevante in Italia viene svolto dal nostro Centro di Pastorale Giovanile: si rende presente in particolare con una apprezzata rivista, Note di pastorale giovanile, che da venticinque anni opera in questa direzione.

Il sistema preventivo

D. Non le sembra che oggi la «preventività» cara a Don Bosco sia accompagnata da troppo permissivismo?

R. Un'intuizione non datata in Don Bosco sta appunto in quel «preventivo» del suo sistema. Oggi è di moda presentarsi con la carta della preventività. Ci siamo dedicati molto a ripensare questo tema nelle nostre assemblee mondiali o nazionali: e abbiamo rievocato convincimenti forti e rivissuto esperienze interessanti.
Nell'Ottocento Don Bosco si è contrapposto decisamente al metodo repressivo allora in voga, proponendo in alternativa il sistema preventivo. Oggi egli si confronterebbe con altrettanta decisione, per non dire che si opporrebbe con coraggio, nei confronti del permissivismo assunto nella prassi quotidiana come norma dovuta per il «rispetto» della libertà individuale. Evidentemente riproporrebbe i principi fondamentali del suo metodo, sicuro di rendere un insostituibile servizio alla formazione della gioventù.
E attenzione - a scanso di equivoci -: il sistema educativo di Don Bosco non è un compromesso mediatore tra l'autoritarismo d'un tempo e il permissivismo odierno. Si tratta di una «peculiarità pedagogica», che intende offrire risposte educative alle sfide che il mondo giovanile pone, spesso drammaticamente.

D. Si spieghi meglio....

R. Dire «sistema preventivo» significa affermare che punire per educare non ottiene esiti duraturi; occorre al contrario credere nella dignità del giovane e nelle sue potenzialità di bene. Per questo Don Bosco si preoccupa soprattutto di far appello alle risorse interiori, di guadagnare il cuore dei giovani, di far crescere dal di dentro quei semi di bontà che ciascuno porta in sé.
L'autoritarismo è antipedagogia per Don Bosco. Allo stesso modo è fuori luogo il permissivismo perché non raccoglie la persona su quanto ha di più personale: il suo intimo crescere in maturità e in responsabilità. Si comprende allora come per Don Bosco il vangelo di Gesù - «la religione» -stia al centro del suo sistema.
Prevenire richiama allora la necessità che l'educatore non stia alla finestra a guardare scorrere gli eventi. Egli si rende presente, attento alla vita del giovane; si fa suo compagno di viaggio, propone esperienze positive di crescita, orienta ai valori autentici, indica progetti che durano nel tempo, traccia e percorre le strade della ricerca e della scoperta di ciò che vale, sa interpretare e condividere risposte alla voglia di felicità dei giovani... Certo è un cammino impegnativo, ma esaltante.

D. Il «da mihi animas, coetera tolle» (dammi le anime, prenditi il resto) di Don Bosco non le sembra un po' troppo spiritualista?

R. In questi anni ci siamo dedicati ad evidenziare - quale riscoperta della proposta educativa salesiana - la preziosità dei valori umani, illuminati dalla fede. Don Bosco non considerava solo l'anima dei suoi ragazzi, anche se usava assai spesso questo termine. Ha assunto sul serio tutta la loro vita, i loro interessi, le loro speranze e le paure. Per seguire il Signore non c'è bisogno di accantonare le realtà terrene; al contrario bisogna assumerle, purificarle e valorizzarle. Nell'ambiente educativo di Don Bosco ci si trova di fronte a una palestra di vita, in cui il giovane, immerso nei suoi impegni e interessi giovanili, e sentendosi attore, protagonista della sua esistenza quotidiana, cresce come «onesto cittadino».
Mi piace ricordare al riguardo una incisiva osservazione della Gaudium et spes, circa l'amore dell'uomo verso le cose create; le dovremmo guardare e onorare come se al presente uscissero per noi dalle mani di Dio.

D. Solo quartieri alti?

R. Qualcuno vi accusa di avere opere - strutture potenti, collegi per i figli della borghesia, ad esempio - che non rispondono al vostro carisma originale. Cosa rispondete?
Mi pare di poter dire che queste allusioni provengono quasi sempre da chi non ci conosce. E non serve in questo caso affannarsi ad addurre un cumulo di dati o statistiche elaborati per convincere del contrario.
Si può solo avanzare un invito, che è quello del «vieni e vedi». Del resto basta trovarsi tra i milleseicento giovani lavoratori e studenti serali delcentro salesiano di Sesto San Giovanni (Milano) o tra i mille ragazzi del Don Bosco di Napoli per cambiare d'un subito il pregiudizio. Naturalmente non sono eccezioni queste: altrettanto può avvenire a Venezia-Mestre o a Verona, a Milano o a Bologna, a Torino o a Genova, a Vasto, Ortona, Lecce, Roma, Catania, Palermo, e così via. Se poi si accompagna qualcuno in una delle venti comunità per ragazzi emarginati, sparse in tutta Italia, la risposta continua. Peraltro i nostri numerosi centri giovanili (oratori) sono aperti a tutti, senza esclusione. Le medesime considerazioni valgono ancora di più per le altre nazioni. Durante questi anni, ad esempio, è stato lanciato il Progetto Africa. Molti Salesiani hanno aderito, certo non per andare a vivere e a lavorare tra la borghesia...

D. Tuttavia, il problema rimane...

R. Sì, ed è un problema serio: non intendiamo per nulla nasconderci dietro uno spillo. L'educazione della gioventù popolare richiede oggi strutture adeguate e moderne. E solo risibile attendersi di preparare i giovani al loro futuro in opere obsolete o inadatte. Don Bosco ci è maestro anche in questo. I nostri centri e le scuole sono impostati in questa linea della modernità. E appunto perché spesso emblematici, finiscono per essere oggetto di visite da parte di autorità anche straniere.
Non mi pare però che l'efficienza delle strutture tolga alla nostra patria giovanile la qualifica di «popolare». Sarebbe assurdo se, per esempio, una scuola, per essere «per i poveri», dovesse essere meno «scuola».

Ricerca e incontri

D. Don Bosco andava personalmente alla ricerca dei giovani bisognosi di salvezza. Voi in che modo lo fate nel contesto odierno?

R. La vita di Don Bosco è lunga; ha molti aspetti complementari: il suo dedicarsi ai giovani non fu solo un andare alla ricerca; il dato emblematico di Bartolomeo Garelli, ad esempio, fu un incontro più che un'«andata». Ecco il punto nodale: la convivenza educativa con i giovani bisognosi può iniziare con diverse modalità. Certo la domanda sottolinea la creatività apostolica di Don Bosco, quello «spirito d'iniziativa» di cui egli parlava spesso e che voleva coltivato dai suoi. Dobbiamo riconoscere che i tempi nuovi esorcizzano le mentalità di routine e squalificano gli atteggiamenti di passività nella pastorale e nell'educazione. La fedeltà alle nostre origini esige più creatività che osservanza, più iniziativa che conservazione, più ricerca che difesa, più inquietudine che tranquillità.
Al riguardo, direi che il concilio ci ha svegliati, che i giovani ci hanno sfidati, che i tempi ci hanno scomodati e che ormai ci sentiamo incamminati sui sentieri della ricerca.
Ad ogni modo rimane sempre pur vero che il nostro impegno educativo si imbatte sovente in un ostacolo: molti giovani non sono raggiunti né dalla nostra ricerca, né dal nostro incontro, né dal nostro messaggio, né dalla nostra testimonianza. Rimane tra noi e moltissimi giovani una distanza che spesso è fisica, ma che è soprattutto psicologica e culturale.
Molto acutamente il cardinale Carlo M. Martini inizia una sua Lettera ai giovani che non incontro: «Ho deciso di scriverti perché - almeno finora - dove andavo io, tu non c'eri e dove andavi tu... io non c'ero!». Eliminare la distanza tra noi e loro, farsi prossimo, accostarsi a loro è dunque sempre un primo passo da ricominciare a fare, sperando di rivivere l'incontro con Bartolomeo Garelli. Cacciato via ed emarginato, questi trova in Don Bosco «un amico» che lo accoglie, «un volto» che gli sorride, «una mano» che lo aiuta, capace di condividere il suo dolore e la sua speranza, di sostenere la sua volontà per cominciare o per riprendere.'. il famoso primo passo per tanti giovani lontani.

D. Quali sono le sfide più urgenti che la società attuale vi pone?

R. Il villaggio globale che abitiamo ci allarga gli orizzonti e le prospettive e non permette di prestare ascolto solo alle voci che gridano da vicino, anche se naturalmente i problemi e le sfide sono diversi da continente a continente, quasi da paese a paese.
I grandi problemi dell'umanità, infatti, permeano la società tutta e la Chiesa, coinvolgono giovani e adulti e non ci permettono di crogiolarci in ricordi di un bel passato.
Nei grandi contesti mondiali, dunque, troviamo le prime grosse sfide per i nostri compiti di educazione e di evangelizzazione. Ne ricordo due: il grande divario economico Nord-Sud, e la distanza ideologica Est-Ovest.
Il divario Nord-Sud (e noi Salesiani siamo collocati maggioritariamente nel Sud) presenta la sfida dell'urgenza di un nuovo ordine sociale e quindi, per noi, la capacità di formare nei giovani una coscienza di responsabilità e di impegno, senza indulgere a soluzioni di violenza e con una visione chiara della dimensione sociale della giustizia e della carità. Non è facile educare a quella «povertà evangelica» di cui parla il documento di Puebla e che mette le basi di una mentalità non materialista sull'uso dei beni creati capace di suggerire soluzioni alternative alle attuali strutture ingiuste.
La distanza ideologica Est-Ovest - nonostante i recenti scossoni politici la mentalità cambia solo lentamente - presenta la sfida di una fede cristiana impegnata nella storia con forte capacità critica di evitare le ideologie: né quelle di tipo marxista, né quelle di tipo capitalista. È un compito assai delicato e che a noi interessa per la formazione della coscienza dei giovani. Educare a una cultura della solidarietà è oggi una sfida enorme e complessa.

D. E, in particolare, per quanto riguarda l'Italia?

R. Un'altra sfida che tocca da vicino anche l'Italia è quella del benessere: un «abbastanza» che non permette di pensare e di pensarsi «oltre», oltre la soddisfazione immediata. È la dimensione dell'orizzonte che tarpa le ali e che introduce nelle famiglie e nei giovani un sottile materialismo pratico che non lascia posto alle grandi esigenze della fede. È un tarlo che corrode la mela dal di dentro.
Ancora: una sfida crescente è l'allargamento del secolarismo, con le sue apparenze pseudoscientifiche, che si traduce in lontananza ed estraneità dei giovani dalla fede. Essi rimangono così appiattiti su visioni antropocentriche, senza più storia o patria religiosa. Qui si radica il famoso divorzio tra fede e vita, tra vangelo e cultura.
Diventa una sfida anche l'interpretazione deviata di alcune novità conciliari, di per sé tanto positive e promettenti, come l'ecumenismo e il dialogo interreligioso. Si snaturano facilmente questi nuovi valori in irenismo e in relativismo religioso, che suppongono una superficialità deleteria per la fede.
Infine, pur sapendo che le sfide sono molte e ciascuna si intreccia con le altre, vorrei sottolineare la sfida globale che ci chiama a confrontarci con i giovani sul terreno stesso della vita: la vita con le sue molteplici e concrete esigenze che sono, nei giovani, il terreno di accoglienza o di rifiuto pratico del messaggio cristiano, là dove avviene o no la comunicazione, l'incontro, la crescita.
Ma è bello sentirsi sfidati; non si può essere sonnolenti; c'è da svegliare la mente e il cuore ed essere profondamente convinti che l'educazione va sempre animata da un dinamismo creativo.

Tutte le vie portano ai giovani

D. Qual è la gamma attuale delle attività della Congregazione salesiana? E secondo quale scala di priorità?

R. Da qualche tempo le scelte della Congregazione puntano sul criterio discriminante della persona più che della struttura, per quanto meritevole. In altre parole a noi interessa assai più incontrare i giovani con le loro esigenze e difficoltà nelle loro reali situazioni, con un'attenzione tutta particolare per i giovani del ceto popolare. Servire i giovani è la scelta di fondo, il resto diviene strumento per questo. Così ci suggeriscono le nostre Costituzioni rinnovate.
Tale codificazione ufficiale - mi permetto di osservare - non è una cosa di poco conto. Ha cambiato tutta una prospettiva nel considerare le opere che abbiamo sempre avuto: la loro significatività educativa. Al centro della nostra premura sta la ricerca del «rapporto educativo», come «sacramento dell'incontro».
Ultimamente ci siamo interrogati sul nostro modo di educare i giovani alla fede. Nell'elencare le attività od opere si è usato un criterio certamente curioso, che conferma quanto ho asserito in precedenza: il tipo di rapporto che si può stabilire. Per questo le situazioni in cui le comunità salesiane lavorano vengono così articolate:
1) gli ambienti di ampia accoglienza (come oratori e centri giovanili...);
2) gli ambienti di educazione sistematica (quali la scuola, il centro di formazione professionale, il pensionato, la parrocchia...);
3) il gruppo giovanile, che si aggrega spontaneamente in un movimento;
4) l'incontro personale con il giovane, che dice rapporto diretto, direzione spirituale, incontro nel sacramento della riconciliazione;
5) le comunità per giovani in difficoltà, le quali procedono con itinerari peculiari, emblema per l'educazione della gioventù del disagio;
6) le grandi convocazioni giovanili, tanto richieste e sentite dai giovani d'oggi che amano sempre più condividere in molti i valori in cui credono. La scala delle priorità tende dunque ad andare in questa direzione: tutte le vie che conducono a raggiungere i giovani del popolo, e che aprono a opportunità educative reali e significative, meritano la nostra attenzione; con due indicazioni preferenziali, i giovàni che si avviano al lavoro e quelli in ricerca vocazionale.

D. Cosa vuol dire educare nell'attuale società secolarizzata, dove si accentua sempre più la frattura tra educazione e vita?

R. Direi che si tratta di capovolgere il binomio educazione-vita, facendo sì che la vita operi educazione. Chi s'impegna nell'educazione è sempre costretto ad esprimere, almeno indirettamente, la sua visione dell'esistenza, della storia, del futuro; e la cattedra più eloquente da cui parla è quella della sua propria vita. Una società senza testimonianza di ideali diviene diseducatrice.
Per noi educare è realizzare una vocazione. Essa rappresenta la via privilegiata per mostrare, con i fatti, che il trionfo della vita sulla morte, impossibile nelle logiche dominanti, diventa progressivamente possibile nella logica della fede cristiana. Fare educazione significa, infatti, ricostruire relazioni impegnate a restituire ad ogni persona la gioia di vivere, la capacità di sperare e la coscienza di riconoscersi protagonista della propria libertà.
L'intenzionalità propria dell'azione educativa è quella della promozione della personalità: ossia, di imparare il mestiere di essere persona.

D. È un mestiere non facile...

R. Certo, perché alla società secolarizzata si è aperta la porta a una pericolosa carenza di principi assoluti; si emargina la trascendenza; si snatura con il laicismo la vera laicità; si parla di istruzione più che di educazione.
Ora, l'educazione è l'area fondante della cultura; comporta un insieme di valori umani che hanno, proprio per la loro costituzione creaturale, una finalità specifica. In tal senso si deve parlare di una loro importante laicità, che li fa universalmente condivisibili come terreno d'incontro con tutti gli uomini di buona volontà. Hanno perciò una loro intrinseca legittimazione che non va strumentalizzata né manipolata.
L'educazione, evidentemente, non è un atto singolo, ma un lungo processo graduale secondo un progetto che ha come quadro di riferimento una giusta e integrale visione antropologica. Ossia: una concezione della persona, della vita, della società, del mondo per educare non solo al «come fare» ma al «come si deve essere». Promuove l'illuminazione della coscienza in rapporto con la libertà, la responsabilità, la solidarietà e il vero senso dell'amore: in particolare apre alla trascendenza in riferimento all'Assoluto, che è inerente alla condizione di creatura e che, quindi, implica anche un suo orizzonte religioso.
Don Bosco ci ha lasciato un progetto sull'educazione e anche dei preziosi criteri metodologici per realizzarlo. La fatica sta nel ripensarne l'attualità, nell'adeguarsi ai segni dei tempi, nel seguire il rinnovamento conciliare e nell'analizzare le sfide dei giovani rapportandole al grande ideale di Cristo.
Per questo, ci piace vivere con i giovani condividendo esperienze che si fanno messaggio.

D. Quali sono i vostri strumenti educativi? Il sistema preventivo funziona ancora?

R. Più che di strumenti educativi, direi che conviene parlare di criteri metodologici. Il sistema preventivo funziona ancora: lo ribadisco senza mezzi termini. Ci siamo resi conto però di un fatto importante: che il suo patrimonio pedagogico richiedeva - come ci ha scritto il Papa - «di essere approfondito, adattato, rinnovato con intelligenza e coraggio, proprio in ragione dei mutati contesti socio-culturali, ecclesiali e pastorali». Era necessario adeguarlo alla «nuova educazione». E lo abbiamo fatto soprattutto attraverso le assemblee mondiali del postconcilio.
Sarebbe lungo descriverne i risultati. Basti dire che se ne è percepita e sviluppata una doppia dimensione: quella della sua peculiare spiritualità per educatori ed educandi, e quella della sua criteriologia pedagogica.

D. Due dimensioni del resto chiaramente codificate nelle stesse vostre Costituzioni...

R. Esatto. L'art. 20, sull'aspetto di «spiritualità», afferma che il sistema preventivo era per Don Bosco un'esperienza spirituale, «un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva do-i i ando la vita. Don Bosco ce lo trasmette come modo di vivere e di lavorare per comunicare il vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell'esercizio di una carità che sa farsi amare».
E l'art. 38, circa i criteri metodologici, dice: «Questo sistema si appoggia tutto "sopra la ragione, la religione e sopra l'amorevolezza": fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell'intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio, che ogni uomo porta nel profondo di se stesso. Associa in un'unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo. Imitando la pazienza di Dio, incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà. Li accompagniamo perché maturino solide convinzioni e siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede».
In Congregazione ci sforziamo perché funzionino bene i due aspetti.

Scuola con qualcosa in più

D. La scuola è una delle vostre caratteristiche. In che cosa le vostre scuole sono diverse da quelle statali?

R. Penso siano diverse nella loro storia, nella tradizione educativa e didattica, nella lettura della domanda educativa dei giovani e delle famiglie, nella proposta, nel modello di comunità educativa scolastica; nello stile e nei contenuti dei processi di insegnamento-apprendimento attivati; nell'ambiente scolastico (almeno quello ideale che vorremmo ottenere) che è al centro di scelte precise:
- il collegamento tra momento culturale propriamente detto e sviluppo delle varie dimensioni dell'educazione;
- l'accompagnamento della persona del giovane nella risposta ad una domanda che tende, per sua natura, ad essere totalizzante;
- l'interesse centrato sull'esperienza vitale del giovane, non solamente scolastica;
- il superamento conseguente della funzione docente, strettamente intesa, e del puro obbligo professionale;
- persone, spazio, tempo, rapporti, insegnamento, studio, attività diverse organicamente interagenti in un clima di serenità, di gioia e di impegno.
In un ambiente così concepito e realizzato vengono avviati percorsi educativi che, iniziati a scuola e nella scuola, trovano sbocco oltre la scuola.
In una parola, le nostre scuole vogliono rispondere alla domanda di educazione integrale secondo le indicazioni del concilio Vaticano II circa la libertà religiosa e il pluralismo, che esigono multiformità delle istituzioni e delle proposte.

D. Quali difficoltà incontrate?

R. In Italia le difficoltà strutturali e storiche, assai pesanti perché hanno indotto una mentalità molto distorta, sono costituite dal monopolio della scuola di Stato e dalla grave limitazione dell'esercizio della libertà di educazione e di istruzione, che, di fatto, impediscono alle famiglie la scelta (lei percorsi formativi, intesa come forte rivendi-azione di una qualità di contenuti-rapporti-partecipazione-competenze.
Infatti la politica scolastica è stata finora funzionale allo Stato, con la conseguente indicazione obbligatoria di un unico modello di scuola. Le varie riforme sono servite ad occupare lo spazio aperto dalle iniziative libere, mettendo a frutto l'esperienza dei vari cittadini e religiosi impegnati nel campo dell'educazione. Purtroppo a volte è sembrato un ideale potersi modellare sulla scuola di Stato, attraverso il riconoscimento legale, forse per poter superare l'umiliante condizione di «scuola privata». Ma in questo modo si è potuto anche offuscare l'originalità della proposta, dell'ambiente scolastico e della tradizione educativa e didattica. Vorremmo poterla riattualizzare con coerenza e fermezza.

Così lo Stato offende la giustizia

D. Molti non vedono chiaro in questa vicenda della scuola privata. Qualcuno la considera una forzatura clericale...

R. L'istruzione Libertatis conscientia della Sede Apostolica (1986) afferma esplicitamente: «Il compito educativo appartiene fondamentalmente e prioritariamente alla famiglia. La funzione dello Stato è sussidiaria: il suo ruolo consiste nel garantire, proteggere, promuovere e supplire. Quando lo Stato rivendica a sé il monopolio scolastico, oltrepassa i suoi diritti e offende la giustizia. Ai genitori spetta il diritto di scegliere la scuola a cui mandare i propri figli e di creare e sostenere centri educativi in sintonia con le loro proprie convinzioni. Lo Stato non può, senza commettere un'ingiustizia, accontentarsi di tollerare le scuole cosiddette private. Queste rendono un servizio pubblico e, di conseguenza, hanno il diritto di essere aiutate economicamente» (n.94).

D. L'immissione in numero sempre maggiore di insegnanti laici esterni non rischia di snaturare il vostro progetto educativo? Potete sceglierli voi o no? Avete diritto di veto?

R. Nell'operare di Don Bosco i laici sono presenti fin dall'inizio. Il concilio, poi, ha felicemente superato una diffusa mentalità di poca considerazione del laicato nell'azione della Chiesa. Così oggi riaffermiamo con forza la presenza sempre maggiore di laici.
Per ora, dato che la scuola non statale non ha nessuna sovvenzione da parte dello Stato e non è ancora applicata la Costituzione italiana, non ci sono problemi di tipo giuridico contrattuale nel senso di assicurare la proposta e lo stile educativo delle nostre scuole. Tanto più che i laici firmano, con il contratto, anche il progetto educativo della nostra scuola.
Per questo non si pone il discorso sul diritto di veto. Tuttavia bisogna che lo Stato definisca la situazione delle scuole e non le equipari alle imprese, perché hanno finalità molto diverse e soprattutto sono legate ad un progetto educativo. Quando si dovesse fare il discorso della parità, noi dovremmo in ogni caso salvare quell'autonomia che ci permetta di realizzare il progetto di educazione integrale senza intralci. Ma riteniamo che questo costituisca il minimo indispensabile perché si possa parlare di libertà di educazione e di istruzione.
Questo è un discorso di principio. Concretamente il monopolio della scuola di Stato ci soffoca in due direzioni:
- per dare la giusta retribuzione ai nostri docenti laici siamo obbligati ad alzare le rette delle famiglie, rendendo difficile il servizio ai più poveri;
- per rendere stabile la permanenza di questi docenti nelle nostre scuole dovremmo assicurare loro tutti i privilegi dei dipendenti statali.
Come si vede, la politica di monopolio impedisce, di fatto, la libertà di educazione e di scelta dei percorsi formativi. Nonostante queste gravi e ingiuste limitazioni, molti laici continuano il loro servizio nelle nostre scuole, per scelta culturale e di fede.

Perché vengono da noi

D. Perché tanta gente manda i suoi figli «da Don Bosco»? Solo perché la scuola di Stato non funziona?

R. Non bisogna fare di ogni erba un fascio: non è che tutta la scuola di Stato non funzioni. È il sistema del monopolio che è ingiusto perché impone un'ideologia sotto apparenza di libertà e di uguaglianza e non permette l'esercizio del diritto allo studio e della libertà di educazione e di istruzione.
Dove le, scuole di Stato trovano persone generose e impegnate, che riescono ad esercitare un minimo di autonomia attraverso, per esempio, la sperimentazione, anche nella scuola di Stato si fanno delle cose buone. Il degrado è dovuto al sistema, come in qualunque sistema totalitario. La logica educativa vive della libertà e dell'indipendenza come dell'aria che respiriamo. Come si può educare vivendo in una continua dipendenza...? Penso che il degrado della scuola di Stato denunciato da più parti è anche legato al sistema, che deruba regolarmente i cittadini degli spazi che si aprono con la loro iniziativa, appropriandoseli in maniera poco intelligente.
Per questo vi sono genitori che trovano le nostre scuole più sicure e culturalmente valide e non si domandano altro, contenti del fatto che vi sia ordine e rispetto dei principi morali e che vi sia un'autorità riconosciuta.
Tuttavia molti genitori vanno «da Don Bosco» perché intuiscono il valore del suo carisma educativo. Sono soprattutto i genitori preoccupati di impartire un'educazione cristiana ai loro figli, che scelgono le nostre scuole. Molti vengono attratti dall'ambiente di serenità e di impegno, da iniziative che superano l'ambito strettamente didattico.
Un riconoscimento, soprattutto quando viene da parte di coloro che si sono schierati contro le nostre scuole, fa sempre piacere: nel Venerdì del 30 novembre 1990 e in Repubblica del 14 dicembre, l'ha fatto Luigi Scalfari...

D. Come mai, con tanti uomini politici usciti dalle vostre scuole, non si è riusciti a scalfire il monopolio statale?

R. Buona volontà non è mancata e si sono prospettati vari tentativi. Ma il problema è complesso e coinvolge sia le forze politiche, che le forze ecclesiali in Italia. Le prime sono purtroppo ancorate, in buona parte, dietro a pregiudizi di altri tempi; le seconde non sembrano aver assunto ancora piena consapevolezza dell'importanza e dell'urgenza di un problema tanto incisivo per il bene della gioventù, oggi indispensabile in quella che dovrebbe essere la nuova evangelizzazione. Urge approfondire, proclamare e assicurare meglio i valori democratici e i diritti dei cittadini in una società pluralista.

D. Recentemente vi siete aperti alle classi miste. Ciò non contraddice a tutta la vostra tradizione? E perché avete fatto questa scelta? Vi siete stati costretti? Le Figlie di Maria Ausiliatrice fanno lo stesso nei loro collegi?

R. Si tratta di un problema culturale. Certo il carisma di Don Bosco comprende anche le ragazze. Infatti la confondazione con Madre Mazzarello è venuta perché Don Bosco pensava all'educazione anche delle ragazze.
Nel secolo scorso la mentalità era molto diversa. Prevaleva la convinzione, motivata in tante forme, che l'educazione esigesse la separazione dei sessi. E di fronte a tante realizzazioni positive, vi sono state anche esagerazioni ed esasperazioni del problema.
Oggi in molti Paesi lo sviluppo culturale ha portato alla coeducazione. Non sto a discuterne i vantaggi, gli svantaggi e le possibili alternative. Molti genitori e anche vescovi chiedono di adeguarsi alla nuova modalità culturale.
L'importante è che i ragazzi e le ragazze siano educati. Tocca a noi cercare le forme migliori. Certo, in una società come quella dell'Ottocento non c'era posto per la coeducazione. Oggi non è più così, almeno in molti Paesi. E bisogna riconoscere che ci sono soluzioni riuscite.
Anche le nostre suore si muovono in questo senso.
Converrà, forse, inventare nuove forme di collaborazione nelle quali nulla della vera tradizione spirituale ed educativa salesiana vada perduto.

D. Sono ancora attuali i collegi?

R. Se per collegio si intende l'«internato» con scuola propria, bisogna riconoscere che sono assai diminuiti, soprattutto dopo gli anni '60. Però rimangono sempre delle situazioni in cui il collegio svolge ancora un ruolo positivo. Certo è bene che i ragazzi rimangano costantemente a contatto con le loro famiglie. Volesse il Signore che i genitori fossero sempre all'altezza di essere educatori e amici dei loro figli. Noi siamo collaboratori delle famiglie: è una dottrina costante della Chiesa e nostra. Don Bosco ha ispirato tutta la sua educazione alla famiglia: i suoi collegi li ha chiamati «case»! Siamo decisamente per la famiglia e ci lamentiamo con fermezza contro il monopolio della scuola di Stato, che non permette l'esercizio della libertà di educazione. Così i più poveri e le famiglie più numerose sono sempre i meno favoriti.

D. Con quale criterio accogliete gli studenti nelle vostre scuole?

R. Quando un giovane entra nelle nostre scuole fa on noi una specie di patto educativo. Noi diciamo chi siamo e che cosa vogliamo; il giovane - con la sua famiglia - fa lo stesso. È un camminare insieme. Il nostro ambiente educativo non impone al singolo una esplicita scelta di fede. Tutti sanno, però, che gli educatori sono credenti e che offrono un progetto illuminato dal vangelo, nel rispetto della coscienza, dell'età e dei ritmi di crescita.
È un discorso delicato, perché molte volte si sente accusare la scuola cattolica come scuola «confessionale» in senso deteriore, come scuola di indottrinamento ideologico. Ci teniamo ad affermare che questo è frutto della fantasia di chi non conosce la realtà postconciliare. Sbagli di singole persone vi possono essere sempre, e sono dolorosi! Ma il nostro sistema educativo evita questo per principio. Si favorisce un clima di libertà e di rispetto reciproco, pur legato al compimento del proprio dovere e della propria missione. È chiaro che il nostro stile di vita e la nostra testimonianza sono cattolici e salesiani. Non possiamo svestirci della nostra vocazione credendo così di lasciare liberi i ragazzi. Sarebbe un'assurdità! Noi siamo noi stessi, con autenticità, fino in fondo, siamo contenti di esserlo, e nella libertà influiamo per quello che siamo. Il patto iniziale comporta la libera accettazione reciproca, secondo il progetto salesiano. Questo qualifica le nostre scuole, i nostri ambienti, come la nostra vita.
Nessuno è neutro di fronte all'altro. Coloro che fanno discorsi diversi contraddicono questo ovvio principio e risultano, di fatto, veri indottrinatori.

Dentro e fuori la famiglia

D. Come educate i giovani alla famiglia?

R. I giovani si sentono contemporaneamente dentro e fuori della famiglia. Sono dentro, al di là di tutte le apparenze contrarie, e il loro rapporto è consistente: infatti cercano di utilizzare al massimo l'istituzione familiare ai fini della loro crescita personale. Sono fuori in quanto le loro scelte di vita sono determinate spesso da criteri che non coincidono con quelli della famiglia, ma piuttosto dal loro tempo libero, organizzato in modo autonomo.
La famiglia, nella crisi delle istituzioni, rimane oggi un ancoraggio per i giovani. Rappresenta un sincero ambiente affettivo che realizza, ordinariamente, fra gli adulti e i giovani un rapporto positivo di rispetto e di autonomia vicendevole.
Ma l'indice della sua valenza educativa e religiosa risulta ridotto. Le nuove appartenenze che il giovane si costruisce al di fuori della famiglia, il distacco culturale che divide giovani e adulti, l'impossibilità per i genitori di poter seguire i figli dopo l'adolescenza, rendono la famiglia piuttosto esterna al processo di crescita. Luogo di affetto e di comprensione, non è più vissuta come primo ambiente di elaborazione culturale. Inoltre diverse famiglie sono investite oggi da una grave crisi segnata dall'indebolimento dei legami interni e da una esagerata ricerca di autonomia. Molti giovani soffrono le conseguenze di questo sfascio familiare, causato dalla infedeltà, dalla superficiaIità dei rapporti, dal divorzio, dalla miseria, dal-I 'alcoolismo o dalla droga. È in aumento il numero di persone psicologicamente impreparate alla paternità o alla maternità, incapaci di dare affetto ai figli o al partner.
Queste situazioni creano in molti giovani gravi conseguenze che si manifestano in carenze affettive vistose, insicurezze, disadattamento, rischio di devianza.

D. In questo contesto come educare i giovani alla famiglia?

R. Anzitutto affermerei che non bisogna mai concepire la pastorale giovanile separata dalla pastorale familiare. E poi che è fondamentale educare i giovani all'amore!
Il contesto socio-culturale di oggi stimola e facilita la comunicazione e gli scambi affettivi. I giovani, poi, con molta intraprendenza, sfidano tradizioni e censure culturali in un campo tanto delicato come quello dell'affettività e del sesso. L'amore è certamente una dimensione fondamentale della persona. È la molla che fa scattare la vita. È deleterio sbagliarsi nella considerazione dei suoi più autentici valori.
Ogni educatore, attento a promuovere la maturazione dei giovani, sente oggi uno speciale impegno nel formare la persona all'amore. La luce e il sostegno della fede porteranno ragazzi e ragazze ad apprezzare i valori autentici della purezza, il rispetto di sé e degli altri, la dignità della persona, la trasparenza nelle relazioni..., come denuncia di ogni forma di strumentalizzazione e di schiavitù. Un'adeguata e delicata formazione, quindi, fa cogliere la sessualità come valore che matura la persona e come dono da scambiarsi in un rapporto definitivo, esclusivo e totale «di coppia», aperto alla procreazione responsabile in una famiglia, che diventa cellula viva della grande famiglia umana e cristiana.

Educare alla politica

D. Dalla famiglia alla società: come far sì che i giovani vi si inseriscano armonicamente?

R. Educare i giovani alla dimensione sociale significa oggi rifondare il concetto di cittadinanza. È uno degli aspetti più esigenti della nuova educazione. Di fronte ai valori emersi in questi anni (pace, giustizia, ecologia, soggettivizzazione, comunione, partecipazione) si è resa urgente la capacità di educare alla cultura della solidarietà, con i suoi nuovi orizzonti di apertura, ma anche con tanti impegni e doveri inediti da praticare. Formare oggi il buon cittadino è un compito arduo. La città (polis) esige che i suoi abitanti abbiano «coscienza e responsabilità politica», al di sopra delle proposte e dei progetti dei partiti. Formare all'apprezzamento del bene comune e alla corrispondente collaborazione di ogni persona è un lavoro che permea la coscienza, che fa ripensare l'etica del cittadino e che tende a incarnarsi in concrete espressioni di condotta morale. Tutto questo dovrà entrare anche nei programmi di catechesi.
La dottrina sociale della Chiesa costituisce oggi un prezioso strumento di questa formazione, insieme ad esercizi concreti di comunione e partecipazione. Una iniziativa che consideriamo assai valida - collaudata già da varie esperienze - è quella del volontariato nelle sue varie espressioni.

D. Come interessare i giovani alla politica, aiutarli «pensare politicamente»?

R. Direi, per paradosso, non facendo politica.
Immettere così presto i giovani nelle diatribe partitiche sarebbe prematuro e darebbe più rilievo ai sentimenti, alle inclinazioni polemiche e alle emergenze transitorie. I partiti dovrebbero apparire come una realtà molto seria, e non assomigliare, nelle scelte dei giovani, alle squadre di calcio. Ci vuole una preparazione robusta, che formi convinzioni, che aiuti a giudicare e discernere, accompagnata da impegni sociali concreti, anche per evitare di far credere che la politica sia il valore supremo e totalizzante.
C'è da rifondare il concetto di cittadinanza: in questa linea dovrebbe muoversi la nuova educazione che interessa i giovani alla politica.

Vecchi e nuovi mestieri

D. Particolare importanza ha oggi la formazione al lavoro. Le vostre scuole professionali si sono sempre più tecnologizzate. Perché avete abbandonato certe professioni tradizionali (sarti, calzolai, legatori, ad esempio) a favore di quelle più elitarie? In fondo, oggi il vostro «target» sono soprattutto i figli della borghesia anziché il proletariato...

R. Ci interessiamo degli apprendisti del mondo del lavoro, non solo in vista della loro abilitazione professionale, ma anche - anzi principalmente - per la loro cultura del lavoro, che è uno degli aspetti concreti della più vasta cultura della solidarietà. Basti pensare all'attuale problematica sociale dei lavoratori e degli imprenditori, ai progressi tecnologici, alla complessità e continua novità del mondo del lavoro.
Quanto alle nostre scuole, all'abbandono di certi mestieri tradizionali a favore di professioni apparentemente più elitarie, è necessario porre in modo corretto i termini del problema. Anzitutto dove non si è affermata ancora l'industrializzazione avanzata, specie nelle zone di missione, la nostra scuola per apprendisti ruota ancora attorno ai mestieri tradizionali, aggiungendo quelli di muratore, agricoltore, ecc. Lo stesso dicasi per alcune tipiche attività a bassa tecnologia rivolte a destinatari di corsi particolari, nei quali l'iniziativa di formazione al lavoro si affianca spesso ad azioni di prevenzione, di sostegno o di ricupero (corsi per detenuti, ex tossicodipendenti, handicappati, ragazzi a rischio).
Oggi però, in molte regioni, sono mutate le condizioni nel campo della produzione e dei servizi, si sono introdotte innovazioni tecnologiche, nelle attrezzature e nei sussidi, nella stessa organizzazione dei profili professionali e dei percorsi formativi. Per stare veramente con gli apprendisti e promuoverli nella mentalità e nella professionalità, non c'è altro modo di procedere con intelligenza apostolica che quello di assumere educativamente i continui progressi della tecnica; altrimenti i giovani, scarsamente qualificati o dequalificati, risulterebbero di fatto emarginati.

D. Quindi puntate al meglio dei livelli tecnici...

R. La tecnica è, in sé, un bene; è espressione dell'intelligenza umana; con essa si ubbidisce al mandato del Creatore di dominare la terra. È vero che non può venir collegata solo al benessere e al potere, ma il cristiano la deve mettere al servizio della solidarietà: è necessaria per sconfiggere tante arretratezze della miseria. Giustamente la carità dei missionari ha portato spesso, insieme al vangelo, anche i progressi della tecnica.
Chi non è mai stato in una scuola professionale non si accorge dell'importanza che assume il sopprimere, attraverso i progressi della tecnologia, il divorzio tra intelligenza e amore, ossia tra tecnica e solidarietà, e a superare il materialismo proprio attraverso la conoscenza e il dominio della materia.
Questo nostro adeguarci al divenire del mondo del lavoro crediamo sia in linea con il pensiero di Don Bosco, che voleva il meglio possibile in materia di preparazione professionale per i giovani in vista di un adeguamento alle richieste del mercato del lavoro. Attualmente i principali settori in cui sono impegnate le nostre scuole professionali sono: la grafica, la meccanica, l'elettromeccanica, l'elettronica, l'informatica, la falegnameria-ebanisteria, la meccanica d'auto, l'agricoltura e il settore commerciale.
Questi settori non sono affatto per «i figli della borghesia». Abbiamo promosso, attraverso la nostra Università, delle indagini circa la professione del padre e della madre degli allievi di queste nostre scuole. In Italia risulta che la categoria più diffusa dei papà è quella dell'operaio generico. Seguono in graduatoria quelle di artigiano, piccolo commerciante, gestore di pubblici esercizi, operaio specializzato, contadino e, in percentuali minori, quelle che si riferiscono ad attività a livello terziario basso (bidello, custode, segretario...). La professione delle madri, poi, è soprattutto quella di casalinga o di impiegata in attività del terziario basso.
Abbiamo nel mondo molte scuole professionali - più di duecentocinquanta - e siamo convinti che, dopo l'oratorio, è questa la struttura educativa che ci mantiene più al servizio dei ceti popolari.

Educare ed educare alla fede

D. L'educazione alla fede occupa un posto fondamentale nel vostro progetto educativo. Il capitolo generale ne ha ampiamente parlato. Come pensate di fare dei giovani «buoni cristiani» oltre che degli «onesti cittadini»? A volte, si ha l'impressione che si punti di più sugli «onesti» cittadini (che di per sé sarebbe già moltissimo, tuttavia...).

R. Ha colto nel segno. Ad una prima impressione sembra che, nel nostro cammino di educazione dei giovani alla fede, noi privilegiamo gli «onesti cittadini». Qualcuno dice che la nostra pastorale è un po' troppo orizzontale.
Affermo con forza che l'impressione di antropocentrismo è totalmente falsa. Non coglie affatto il centro delle nostre scelte. Il nostro motto è: «Evangelizzare educando ed educare evangelizzando». Noi crediamo molto all'educazione, e distinguiamo tra educazione come attività culturale ed educazione alla fede come attività pastorale. Per noi l'educazione come promozione umana rappresenta non solo il servizio all'uomo ma anche la via privilegiata per l'educazione alla fede. Questa scelta è stata maturata a lungo, con ricerche e con-I Fonti proprio in quell'ambito teologico in cui va collocato il problema.
Ci sembra importante distinguere, nella rivelazione e in ogni processo di evangelizzazione, tra il suo contenuto (il mistero ineffabile di Dio in Gesù Cristo) e il segno storico in cui esso si incarna (le diverse parole umane che hanno la funzione di esprimere questo mistero: prima fra tutte l'umanità di Gesù di Nazaret e, in lui, la nostra umanità). Possiamo ancora distinguere, sul piano del processo salvifico, tra l'appello a una decisione personale, libera e totalizzante (che investe il dialogo diretto e immediato tra Dio e ogni uomo e tocca quelle profondità dell'esistenza umana che sfuggono ad ogni processo educativo) e le modalità concrete in cui si realizza il gioco tra l'appello di Dio e la risposta dell'uomo (modalità che sono sempre di natura educativa e che, di conseguenza, sono oggetto dell'arte pedagogica).
Queste distinzioni orientano verso un modello di pastorale che fa spazio abbondante e rispettoso ai contributi, teorici e pratici, delle scienze dell'educazione, fino a riconoscere la loro funzionalità indiretta nella maturazione della fede.

D. Ma questo, in concreto, cosa significa?

R. Significa molto, nel nostro modo di vedere le cose. Prima di tutto è indispensabile riconoscere che la fede si sviluppa sul piano misterioso del dialogo tra Dio e ogni persona. Questo spazio di vita sfugge ad ogni tentativo di intervento dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa di Dio. Gesù disse a Pietro che proclamava la sua divinità: «Bravo! però non è stato né il sangue né la carne a suggerirtelo, ma te lo ha rivelato il Padre mio che è nei cieli!» (cfr. Mt 16,17).
La risposta di ogni persona consiste nell'obbedienza accogliente: la fede è un dono, in senso totale; proviene quindi dall'udire e non dal riflettere, è accoglienza e non elaborazione.
A questo livello la distinzione tra educazione e pastorale è molto netta. L'appello di Dio che costituisce il fondamento del processo di salvezza si fa sempre, però, parola d'uomo. C'è quindi una dimensione del processo di salvezza che si svolge secondo modalità comuni ad ogni processo educativo e comunicativo.
L'atto pastorale è, nello stesso tempo e con la stessa intensità, tutto sottratto alla qualità della relazione interpersonale, perché attinge direttamente nel mistero di Dio potenza ed efficacia, e tutto intensamente condizionato dalla qualità umana dei gesti e delle parole poste e dalla disponibilità «educabile» del soggetto. Cristo, dopo aver detto a Pietro quanto abbiamo ricordato, ha poi lasciato come solenne mandato agli apostoli: «Andate e fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo» (cfr. Mt 28,19). Ha puntato sulla loro operosità e pedagogia di missionari.
Noi, dunque, educando puntiamo sugli «onesti cittadini», ma lo facciamo evangelizzando, ossia nella più profonda convinzione che è nel vangelo di Cristo che si trovano le ragioni e la forza per rifondare la cittadinanza. Don Bosco, infatti, ha anche (letto «onesti cittadini perché buoni cristiani»!

Superata la scuola cattolica?

D. Le congregazioni sorte nell'Ottocento con scopi educativi sono quasi tutte in crisi, almeno in Europa. Per quali motivi, secondo Lei?

R. Penso che ci sia un insieme di cause comuni a tutti gli istituti religiosi. La continua diminuzione di personale religioso ha aperto un processo di consegna di molte opere educative ai laici. Ha influito anche l'ingiusta legislazione statale che rende assai difficile la gestione di tali opere dal punto di vista finanziario.
Ma un motivo più specifico e sottilmente deleterio è la crisi dell'istituzione educativa in quanto scuola cattolica. È una crisi che ha preso un suo spazio anche tra uomini di Chiesa e anche in alcune congregazioni religiose. Ci si è lasciati impressionare dal vento ideologico anti-istituzionale che ha soffiato un po' dappertutto dopo il concilio. Le insinuanti obiezioni lanciate da certi portabandiera sono state spesso accettate senza discernimento critico: la scuola cattolica, in particolare, fu considerata come superata («lo Stato assume tutto!»), accusata come luogo di proselitismo, di élitarismo classista, di confessionalismo obsoleto, di incapacità di formare secondo la cultura emergente.
Oggi tutti questi «missili» hanno trovato i loro antidoti. Le cose si stanno riaggiustando, soprattutto dietro le richieste insistenti di tante famiglie. Si considera più democraticamente l'importanza e l'indispensabilità del pluralismo scolastico e il primato del diritto dei genitori. Soprattutto si capisce meglio la validità della nuova scuola cattolica per la formazione di veri credenti, aperti ai segni dei tempi e alle interpellanze delle novità culturali.
È un fatto che, quasi dappertutto, nonostante le difficoltà finanziarie, le scuole cattoliche sono oggi ricercate e piene di alunni fino all'inverosimile.

Nessuno ci è lontano

D. Che cosa vuol dire parlare di Dio in un contesto come quello di oggi, pieno di «lontani», di «diversi», di «difficili»?

R. Don Bosco diceva che anche nel ragazzo più difficile c'è sempre un punto su cui far presa, per incominciare un cammino di crescita anche nella fede. Non ha parlato di ragazzi «lontani». Tra i suoi giovani nessuno gli era lontano. Però aveva chiara coscienza della limitazione delle sue possibilità di fronte all'universo immenso dei giovani; d'altra parte, si sentiva come investito da Dio con una responsabilità per tutti. C'erano quindi per il suo cuore molti «lontani», ma solo nelle possibilità concrete di approccio. Dove fosse arrivato, cadeva la lontananza; potevano, questo sì, incominciare le difficoltà.
Il segreto del suo metodo era quello di «avvicinare», con il coraggio e la fantasia della santità; il Papa lo chiama «genio del cuore».

D. Quali difficoltà incontrate? Quali strategie usate?

R. Oggi anche noi costatiamo con umile oggettività che possiamo avvicinare di fatto solo una piccola porzione di giovani. Ma soprattutto ci sentiamo sfidati nella difficile frontiera di coloro che sono «lontani» dalla fede. La nostra assemblea mondiale ha suggerito due scelte di fondo: un «cammino con vari itinerari» di maturazione e una «spiritualità giovanile» per percorrerlo.
Anzitutto un cammino. Noi vogliamo stare con i giovani là dove essi sono, iniziando con loro un percorso di maturazione, capace di accoglierli al livello in cui si trovano, per portarli verso la pienezza della vita, umana e cristiana, con il passo che sono capaci di assumere.
Il cammino richiede vari itinerari per i differenti contesti. Riconosciamo che il processo educativo è il luogo privilegiato per camminare insieme.
L'altra scelta di fondo è quella della spiritualità giovanile. Certamente tra i giovani si trovano tanti livelli differenziati. Noi consideriamo indispensabile che tra di essi ci sia sempre un gruppo-fermento (giovani per i giovani!) che sappia testimoniare (con graduale crescita) una concreta spiritualità.
Nascono dalla cultura emergente un insieme di valori e di stili di esistenza che fanno presagire un modo di essere uomini e cristiani diverso da quello in cui per tanto tempo ci siamo riconosciuti. Dobbiamo perciò precisare il tipo di uomo credente che oggi deve essere promosso nelle concrete e mutate circostanze culturali.

«Religione, ragione, amorevolezza»

D. Quali sono i punti irrinunciabili della vostra spiritualità giovanile?

R. Individuerei tre urgenze:
- il riferimento che si fa progressivamente esplicito a Gesù Cristo, imparando a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come lui;
- l'assimilazione di atteggiamenti umani maturi, capaci di «aprire alla verità» e alla costruzione di una «libertà responsabile», nel gusto «dei valori autentici che orientino al dialogo e al servizio»;
- una chiara apertura alla dimensione sociale e politica dell'esistenza, fino alla capacità di assumere precise responsabilità nella costruzione di una società rinnovata.
È una spiritualità che tende alla sintesi vitale tra vangelo e cultura: l'integrazione tra fede e vita.
Questo ci fa sentire che nell'evangelizzazione dei giovani si è solo agli inizi. Anche il Papa ha descritto questa difficile (ma esaltante) situazione nella sua enciclica sulle missioni. La svolta epocale che stiamo vivendo esige dovunque una «nuova evangelizzazione» che è impegnativa, complessa, sotto molti aspetti inedita, ma assai promettente: «Se si guarda in superficie il mondo odierno - scrive il Papa - si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo»; ma se lo sguardo è potenziato dalla fiducia nello Spirito del Signore, allora si apre una allettante prospettiva di speranza: «in prossimità del terzo millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'inizio» (Redemptoris missio, 86).

D. Sono sempre validi i pilastri del sistema educativo: religione, ragione e amorevolezza?

R. Sì, lo ribadisco. Posso stralciare qualche affermazione dalla già citata lettera del Papa: «Il termine ragione sottolinea, secondo l'autentica visione dell'umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è come il necessario corredo dell'uomo nella sua vita familiare, civile e politica» (Iuvenum patris, 10).
«Il termine religione indica che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente, in quanto l'obiettivo educativo ultimo che egli si propone è la formazione del credente. Per lui l'uomo formato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l'ideale dell'uomo nuovo proclamato da Gesù Cristo» (Id., 11).
E il termine amorevolezza si riferisce alla criteriologia metodologica: «Si tratta di un atteggiamento quotidiano, che non è semplice amore umano né sola carità soprannaturale. Esso esprime una realtà complessa ed implica disponibilità, sani criteri e comportamenti adeguati... Quello che importa è che i giovani non siano solo amati, ma che essi conoscano di essere amati» (Id., 12).

D. Quale approccio usate nel cammino educativo?

R. L'approccio del «farsi amare», impastato di creatività pratica e quotidiana.

Pietà, preghiera, liturgia e sacramenti

D. Che posto occupano nella vostra spiritualità le tradizionali pratiche di pietà?

R. Don Bosco usava più spesso il termine pietà che non quello di preghiera. La pietà esprime la coscienza di essere immersi nella «paternità di Dio» e guarda, più che alle parole, ai gesti dell'amore di chi cerca di piacere in tutto al Signore. Dopo il concilio ci si è aperti decisamente alla vita liturgica della Chiesa. Sono giustamente rivalutati:
- il posto di primo piano che compete alla Parola di Dio;
- il carattere centrale («culmine e fonte») dell'Eucaristia;
- il valore santificatore ed educativo delle stagioni dell'anno liturgico (Liturgia delle Ore e celebrazioni).
Le pratiche di pietà tradizionali sono presenti nello spazio lasciato libero dalla pratica liturgica. Alcune, però, sono rimaste, favorite dalla rivalutazione della «devozione popolare» (in particolare Rosario e Via crucis e oggi anche Via lucis). Notevole è lo sviluppo dei pellegrinaggi.
Promuovendo la tradizione che viene da Don Bosco, noi proponiamo l'incontro personale con Crisi o soprattutto, ma non soltanto, nella celebrazione dei sacramenti, dell'Eucaristia e della Riconciliazione. In essi viviamo, insieme con i giovani, il rapporto personale con Cristo che riconcilia e perdona, che si dona e crea comunione, che chiama e invia, e spinge a diventare artefici di una nuova società.

D. La confessione è sempre più disertata. Come proprorla ai giovani d'oggi?

R. E vero, la pratica del sacramento della Riconciliazione attraversa un momento di stasi. Secondo me, ci sono due aspetti su cui educare o rieducare la coscienza al riguardo:
- far vedere che il sacramento della Riconciliazione non è una realtà isolata, ma è l'espressione piena e il culmine delle altre forme sacramentali minori della penitenza (ad esempio l'atto penitenziale nell'Eucaristia, la quaresima...) e più ancora di tutta la vita sotto il suo aspetto di autocritica sincera, di ascesi e di sforzo di continua conversione (accettazione delle prove, digiuno...);
- far vedere che la penitenza è innanzitutto il sacramento del progresso dinamico sulla faticosa strada dell'amore (o del rifiuto della mediocrità): il cristiano non va a confessarsi solo perché ha commesso peccati determinati, ma per proclamare davanti al Signore e alla sua Chiesa di aver amato tanto poco, tanto male... (non sarebbe questo il peccato più grosso?), e che desidera di essere fortificato e rilanciato per amare e servire meglio.
C'è quindi da fare tutta una educazione delle mentalità e delle coscienze:
- al senso dinamico della vita cristiana come crescita continua nell'amore;
- al senso del peccato e alla coscienza dell'ascesi nell'insieme della vita cristiana.
Il sacramento della Riconciliazione è un'esperienza personale di partecipazione al mistero della risurrezione!

Il Cristo per i giovani

D. Oggi si danno di Cristo le letture più diverse. Quale Cristo e quale Chiesa presentate ai giovani?

R. Mi sembra significativo che si metta in stretta correlazione Cristo e la Chiesa. Noi abbiamo imparato da Don Bosco a formare i giovani a una spiritualità di amicizia con Cristo, maturata all'interno di una esperienza comunitaria e sacramentale di Chiesa.
Questa spiritualità è radicata nella mediazione di educatori che siano testimoni concreti e visibili: «segni e portatori dell'amore di Dio ai giova-n i». Non si tratta solo di gesti religiosi, ma di tutto l'insieme degli impegni di convivenza e di dialogo. Inoltre si presenta Gesù Cristo come uomo storico, nostro fratello che si è impegnato totalmente per noi; ma che è anche il Risorto, il Signore della storia, uno di noi che è vero Dio e che influisce nell'esistenza di ognuno e di tutta l'umanità precisamente attraverso la Chiesa e i suoi originali simboli sacramentali.
Così da Cristo si passa necessariamente e insensibilmente alla Chiesa. La quale non è costituita solo dai preti e dalle suore, ma da tutti noi insieme (quindi anche con le nostre rughe e le nostre macchie, ricomposte dalla penitenza): un popolo di Dio in cammino.
Questo aspetto è importante farlo maturare attraverso l'esperienza del gruppo giovanile, dove ogni giovane si sente accolto e coinvolto. Quando questi gruppi sono inseriti in più ampie comunità cristiane, impegnate in una testimonianza coin une, esprimono ancor più chiaramente un'esperienza di Chiesa.
Per ottenere tale risultato bisogna che nella comunità educativa siano vivi i segni della comunione e della vitalità ecclesiali.

«Tutto ha fatto Maria!»

D. Non si può parlare di Don Bosco e dei Salesiani senza parlare della Madonna. Quale posto occupa Maria nella vostra spiritualità?

R. Maria forma parte viva, di fatto, della storia della salvezza: non si può parlare del mistero di Cristo senza considerare Maria. Anche la storia della Chiesa è un ininterrotto riconoscimento della sua solerzia materna.
La spiritualità salesiana dà un posto privilegiato alla sua persona. Don Bosco fin dall'inizio della sua vocazione, nel sogno dei 9 anni, la ricevette come guida e sostegno, come colei che gli indicò il suo campo di azione. I suoi grandi sogni comportano sempre un qualche aspetto di rapporto mariano. Con il materno aiuto di Maria egli compì il disegno che il Signore aveva su di lui. Al termine della sua fatica poté affermare con verità: «Tutto ha fatto Maria».
Con i giovani si sottolinea in lei che è la prima fra i credenti e la più perfetta discepola di Cristo. La Parola di Dio si è fatta carne e storia nella sua anima e nella sua persona, prima che nel suo seno.
La si ammira come Immacolata che assicura la potenza della grazia per superare il peccato, soprattutto nell'educazione all'amore. La si invoca come Ausiliatrice, perché è colei che infonde speranza soprattutto nei tempi difficili e nei problemi dell'età evolutiva. La si proclama Madre della Chiesa, in particolare del Papa e dei Pastori, che ci sorreggono e ci guidano nel cammino della fede. La si prega come fonte della nostra gioia -Causa nostrae laetitiae! - perché vogliamo far consistere la spiritualità giovanile nello stare allegri tra gli impegni del quotidiano.

La fede è un dono, non un galateo

D. Ciò che dice è senz'altro da condividere. Ma in concreto, nella prassi quotidiana, come ci si può rendere credibili quando si parla di fede?

R. La condizione fondamentale indispensabile per chi parla di fede per trasmetterla è quella di essere prima un vero credente. Ossia, testimoniare un senso concreto della vita - quella propria quotidiana, quella del quartiere, quella della storia -come il tesoro da pulire e da far brillare. Testimonia vera fede chi ha scoperto la miniera della vita, i suoi valori, i suoi punti neri, le sue speranze e le sue angosce, riempiendo ogni situazione e vicissitudine di profondo significato.
A questa prima condizione - essere vero credente - Don Bosco ci ha insegnato di aggiungerne sempre un'altra: quella della bontà, di essere amico, di dialogare, di pazientare, di scoprire il bene anche sotto apparenze negative: «Ogni cipresso porta il suo nido». La grande passione che anima l'educatore credente è quella di una fede che condivide l'impegno educativo con i giovani. Ciò significa qualcosa di ben definito: permettere ad ogni giovane che si riappropri del suo desiderio di vita, che ne scandagli i contenuti, che scopra e senta le sue responsabilità per il tesoro della vita, che sappia incamminarsi verso Gesù Cristo, il proclamatore delle ricchezze della vita.
La fede non si comunica come una cosa, un oggetto, una nozione, un comportamento esterno; la fede non è il galateo. Essa è un dono misterioso di luce, di amore e di dinamismo che attraversa il dono dell'esistenza di ogni giovane. Senza di essa il giovane è meno se stesso! Così come la storia senza Cristo non è più vincente.

D. Come dialogare con i non credenti e i non cristiani?

R. Non è solo una questione di parole esatte, di discorsi ben architettati e stringenti, di nozioni intellettuali, anche se c'è bisogno pure di questo. Educare alla fede è testimoniare uno stile di vita, una lettura quotidiana dell'esistenza, una creatività di bene, che caratterizzano l'ottimismo sostanziale di un discepolo di Cristo: è questa la vittoria che vince il mondo! È dunque un problema di testimonianza nella convivenza tra amici; l'incarnazione delle proprie convinzioni e del proprio amore tra i giovani, l'inclusione della fede nel tessuto delle relazioni vitali. Allora la fede si rende credibile e rende capaci di leggere in positivo, con fiducia e fantasia, la realtà giovanile.
Certamente l'educatore sa che tutto questo va sostenuto con la preghiera e con l'affidamento alla potenza dello Spirito del Signore. Sa che lui stesso non ha sempre le carte in regola, che è segnato dal limite, dalla debolezza, dalla fragilità, ma ha anche un sicuro punto d'appoggio per superarsi.
Il concilio ci ha poi insegnato, attraverso l'ecumenismo, il confronto interreligioso e il dialogo con i non credenti, ad assumere un atteggiamento di ricerca del bene in ciò che è comune.

Oratorio e valori umani

D. Nelle mutate condizioni dei giovani, con la crisi di tanti valori, l'oratorio resiste, o in qualcosa va rifondato?

R. Il problema dei valori umani non va ridotto in termini astratti, astorici, aculturali. I valori umani non sono collocati nel limbo, ma dentro le diverse e articolate situazioni della storia. Educare ai valori umani significherà scoprire e capire tali valori (anche se solo iniziali od oscurati) nell'esistenza concreta, offrire esperienze di valori che aumentano la qualità di vita, sapendoli anche nominare con il linguaggio dei giovani, e avere il coraggio di rapportarli con intelligente pedagogia al mistero di Cristo.
L'oratorio non solo resiste, ma lo consideriamo «criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera» salesiana. Oggi non lo consideriamo primariamente come una specifica struttura o istituzione (è anche questo!), bensì come un clima e un criterio pedagogico-pastorale del progetto originale di Don Bosco:
- è un clima a cui ritorna con nostalgia lo stesso fondatore nella sua famosa lettera del 1884 da Roma: tornino «i giorni dell'affetto e della confidenza... dei cuori aperti con tutta semplicità... della carità e della vera allegrezza»;
- è un ambiente in cui ci si impegna a fondere educazione ed evangelizzazione, dove i giovani stessi diventano missionari dei giovani.
L'oratorio di Don Bosco si presenta come opera di frontiera tra il religioso e il civile, tra il secolare e l'ecclesiale: in questa collocazione è tutta la sua originalità e il suo rischio.

D. Che cosa deve essere oggi l'oratorio, e come deve essere? Che posto vi debbono occupare la catechesi, lo sport, la cultura, la politica?

R. Le nostre Costituzioni rinnovate lo descrivono con quattro parole-simbolo: casa, scuola, cortile, parrocchia. Delle quattro, le prime tre appartengono all'ordine della laicità, e la quarta a quello della fede cristiana. Questa, però (parrocchia), ha una funzione di sintesi e il ruolo di orientamento del tutto. La dimensione di accoglienza e di amicizia (casa) è alla base dello stare con i giovani. La dimensione educativo-culturale (scuola) si esprime nello stimolare e accompagnare un processo creativo di cultura vivente. La dimensione ludica (cortile) impegna in attività ricreative e sportive, teatrali e musicali, turistiche e associazionistiche, tutte rivolte alla maturazione della crescita giovanile. La dimensione evangelizzatrice e vocazionale (parrocchia) si dedica a programmare piani espliciti di educazione alla fede, ricchi di proposte diversificate, di ideali vocazionali, offerti ai giovani in clima di libertà e secondo una sana pedagogia di gradualità.
Per realizzare questo criterio oratoriano «unico a più dimensioni», molti Salesiani e laici - cooperatori e collaboratori - hanno elaborato più itinerari di percorso, più proposte formative. Esse possono e debbono essere molteplici, ma tutte fondate sulla metodologia di gruppo e sulla presenza significativa dell'animatore.
Per un'educazione integrale, infatti, bisogna tener sempre presente che in ogni giovane ci sono esigenze di crescita fisica, intellettuale, affettiva, sociale, spirituale e religiosa.
È importante, quindi favorire gruppi differenziati per l'azione ricreativa e sportiva, culturale e sociale, catechistica e liturgica, apostolica e missionaria perché si possa rispondere con proposte formative adeguate a ogni esigenza e si possa partire da ogni interesse. La singola proposta, privilegiando un punto di partenza, che è l'interesse espresso dal giovane e mirando a una meta particolare, non va considerata autosufficiente e completa e non può avere la pretesa di rispondere adeguatamente alla vasta gamma di domanda educativa presente nei giovani.
Le dimensioni educative delle citate quattro parole-simbolo debbono integrarsi a vicenda con interscambio e circolarità pedagogica. Devono confluire in un progetto organico.
In conclusione si può affermare che l'oratorio, così concepito, è certamente anche oggi una risposta adeguata ai problemi dei giovani: è stare con essi, è calarsi nei loro problemi, nelle loro aspirazioni, nelle loro esperienze reali; è condividere educativamente i momenti più significativi della loro età evolutiva.

Centoventimila giovani per uno sport che educa

D. A proposito di sport, come si situa l'oratorio nei confronti delle strutture statali?

R. Credo sia opportuno ampliare la domanda: noi ci situiamo nel territorio non solo con lo sport, ma anche con attività di cultura giovanile (cinema, musica, teatro, televisione, giornalismo) e con il turismo sociale.
Posso fornire alcuni dati per dare un'idea di quanto siamo inseriti, in Italia; così si può comprendere anche come e con che tipo di rapporti verso l'autorità pubblica. Nei nostri ambienti promuoviamo i Cinecircoli Giovanili Socioculturali (CGS), che sono oggi 242. Sono 198 i gruppi Turismo Giovanile Sociale (TGS) con circa 15.000 soci in 19 regioni, pur avendo noi lanciato questi tipi di presenza da pochi anni. Infine arriviamo allo sport, una realtà davvero grande: sono ben 1.158 le Polisportive Giovanili Salesiane (PGS) in 81 province; i vari gruppi aggregano circa 120.000 giovani con 8.500 dirigenti. Come può notare, si tratta di una vasta e simpatica realtà giovanile aggregata, che presenta delle note caratteristiche.

D. Ricevete finanziamenti pubblici?

R. Il primo rilievo, che attrae la curiosità giornalistica, sta nel fatto che queste associazioni sono «riconosciute civilmente». Per questo godono di tutti i diritti delle altre associazioni similari esistenti nel nostro Paese. Le PGS ad esempio, essendo affiliate al Coni, usufruiscono del finanziamento pubblico, che per la verità corrisponde al volume di lavoro che viene svolto. Ciò vale anche per le altre associazioni, il CGS e il TGS, che ottengono dei finanziamenti a seconda delle attività e progetti che realizzano per i giovani sul territorio.
È evidente che la nostra prima preoccupazione non è quella del finanziamento. Ben altri sono i nostri obiettivi. Ma sentiamo il dovere di essere presenti nel tessuto sociale e culturale del Paese, partecipando a pieno titolo, come cittadini e come educatori, alle politiche che si attuano per la gioventù. Il nostro scopo primo è quello di aggregare i giovani attorno agli interessi che li attraggono: offrire loro una sana proposta di vita di gruppo e un cammino di crescita come uomini e credenti. Lo sport che proponiamo è quello educativo, le attività culturali di vario tipo si propongono di essere educative, come educativo è il turismo che organizziamo. Siamo noti negli organismi pubblici di partecipazione per questa nostra tipica peculiarità, e forse, anzi senz'altro, siamo accettati e apprezzati specie per questo.
L'oratorio e il centro giovanile cercano di integrare adeguatamente e vitalmente queste proposte nella loro vita di comunità giovanile. Non sono realtà che intendono svilupparsi per conto loro. Sono interessi giovanili e quindi diventano parte integrante delle iniziative programmate. Questo tipo di aggregazioni rappresenta una delle vie che permettono di avvicinare i ragazzi e i giovani in quel tipo di convivenza del tempo libero che Don Bosco chiamava «oratorio». Potremmo dire che l'insieme di queste iniziative è come l'espressione di un oratorio salesiano vasto come la nazione.

Movimento Giovanile Salesiano, non solo «voglia di movimento»

D. Ci dica qualcosa sul Movimento Giovanile Salesiano.

R. Una premessa è d'obbligo. Il Movimento Giovanile Salesiano (MGS) non rincorre la «voglia di mo\ mento» del nostro tempo. Ha delle motivazioni i delicate a fondo e una sua fisionomia originale.
Il MGS rappresenta per noi di primo acchito una riscoperta dell'associazionismo tipico salesiano, che ha i suoi antecedenti nelle «compagnie» giovanili dell'oratorio di Valdocco. Esso è «domestico» in ogni presenza, senza pretendere - in quanto MGS - un'organizzazione nazionale o internazionale.
Don Bosco non esita a scrivere a don Rua, suo primo giovane direttore, che le «compagnie» (i gruppi giovanili) sono «cosa loro», dei giovani: credeva profondamente nel protagonismo dei suoi ragazzi e nella forza formativa di tali aggregazioni.
Il concilio ci ha stimolato a ripensare la nostra presenza tra la gioventù. Abbiamo scoperto con evidenza due forme di pastorale giovanile, che non sono da contrapporre, ma che seguono propri tipici dinamismi. L'una si sviluppa e prende forma nelle e attraverso le istituzioni, e possiede norme in sostanza consolidate. L'altra fa riferimento al movimento associativo: sono i gruppi ricreativi o sportivi, i gruppi culturali, missionari, di volontariato educativo e di impegno apostolico...; sono realtà che sorgono specialmente nel tempo libero per iniziativa giovanile.
Questa forma ha il vantaggio di permettere una maggiore libertà d'azione e d'iniziativa, di condividere nella naturalezza dei rapporti un'esperienza di vita comune, di tracciare insieme degli itinerari educativi da percorrere con il passo di tutti, anzi con il passo dei più deboli.
Alla base di questo stile di approccio al mondo dei giovani sta - è questa una seconda riscoperta - la percezione chiara in Congregazione di una nuova situazione giovanile oggi, presente un po' ovunque.

Nell'area vitale del tempo libero

D. Si può parlare di un nuovo tipo di presenza salesiana?

R. Il confronto internazionale del Don Bosco '88 ha svelato agli occhi dei più la realtà di «un nuovo soggetto». L'esigenza di sentirsi attori e di cimentarsi nel protagonismo spinge i giovani ad aggregarsi e a manifestare con vigore il loro desiderio di stare insieme, di scambiarsi esperienze, di confrontarsi a vicenda, di condividere valori. Là dove si offrono loro opportunità di questo genere sono subito solleciti a usarne per dar voce a quanto sta loro dentro e al loro bisogno di partecipazione.
Inoltre, come educatori, ci siamo accorti che nella società moderna stavano emergendo nuovi spazi educativi. Con le antenne sempre all'erta abbiamo avvertito l'indispensabilità di questa «nuova presenza» tra la gioventù. Il sorgere di insperati e inediti luoghi di educazione, tipici della nostra società complessa e pluralista, non ci ha trovati distratti. Abbiamo colto la palla al balzo, come si suol dire, ci siamo inseriti negli spazi aperti, solleciti a proporre a nostra volta modelli e stili di vita che potessero riempire il vuoto esistenziale di tanti giovani, affascinati dalle mille proposte e messaggi.
Ed ora ci troviamo inseriti nei circuiti giovanili della scuola parallela dei mass media, nelle aggregazioni riconosciute civilmente o no dell'interesse sportivo e turistico; siamo presenti nelle nuove forme di impegno sociale mediante il volontariato educativo, sociale e missionario; siamo là dove i giovani sono in particolari difficoltà con comunità di recupero; ci rendiamo anche attivi negli organismi dove si decidono le politiche riguardo ai giovani. L'area vitale del tempo libero ci consente inoltre di aggregare i giovani attorno al valore della preghiera, della ricerca vocazionale, dell'impegno caritativo e della presenza ecclesiale. Ecco, in tutta questa realtà aggregativa di base consiste il MGS.

D. Ma non se ne parla molto; su questo terreno non fate notizia...

R. Ci rifiutiamo di considerare il MGS una sigla alla moda o d'imitazione. È piuttosto l'espressione di una realtà giovanile che non ricerca il chiasso o i rotocalchi, ma che cammina e cresce nella quotidianità e nell'impegno, senza per questo rifiutare di apparire sugli schermi o di far parlare di noi la stampa. Anzi!
Ed infine vengo a un nodo determinante sulla rivitalizzazione delle aggregazioni giovanili nel MGS. Senza di questo il movimento sarebbe come un bel castello ma di carta, o per dirla con il vangelo, «una casa fondata sulla sabbia». Sappiamo quanto sono essenziali delle robuste fondamenta per un edificio, soprattutto se lo si immagina a dimensione di grattacielo. L'anima del MGS è un progetto originale di vita cristiana, ossia di spiritualità giovanile che si rifà all'esperienza di Don Bosco. Al santo dei giovani stava a cuore la «pienezza di vita» (la salvezza) per i suoi amici, in tutte le sue espressioni e nel lievito e fermento della fede.
Uno stadio vuoto - prendiamolo come esempio - ci può parlare di abilità tecniche o di bellezza architettonica, ma ci lascia a cuore freddo. Ma se lo stadio si riempie di tifosi, di quelli bravi naturalmente, e sul campo si tiene un derby, allora le cose cambiano: c'è vita, vitalità, entusiasmo. Il MGS privo o depauperato della spiritualità giovanile salesiana è simile a uno stadio vuoto. Se invece tale energia dello Spirito riempie i cuori e le menti, allora il movimento cresce e fermenta la vita. Si badi bene però che il MGS non è un'aggregazione di eletti, è un movimento «educativo» che, come Don Bosco, accoglie il giovane al livello in cui si trova per farlo crescere, e impegna i più consapevoli ad essere fermento tra i compagni e a raggiungere le vette della santità giovanile.
Anche in questo Don Bosco si dimostra originale: è il leader di un movimento in cui anche gli «ultimi» hanno uno spazio pieno e non un angolino, e al contempo in cui gli «impegnati» sono veramente tali se si mettono a servizio, se sono «giovani per i giovani»: è un movimento animato da spirito missionario. A me pare che un tale modo di concepire un movimento di giovani sia del tutto singolare oggi. La sua peculiarità non pretende di essere esclusiva, ma risuona come una nota bella, genuina, evangelica nell'armonia della Chiesa.

Uno strumento nella sinfonia ecclesiale

D. Come si inquadra il MGS nelle Chiese locali?

R. Il MGS non «si inquadra», bensì si colloca, esiste nella Chiesa universale e nelle Chiese panico! a come uno strumento tipico, per noi rilevante nella sinfonia ecclesiale. Don Bosco è un dono lei Signore a tutto il popolo di Dio. Egli ha saputo, per la forza dello Spirito, ritradurre l'umanesimo cristiano di san Francesco di Sales - nell'alveo dunque di una grande corrente spirituale della Chiesa - in una proposta originale di spiritualità per la gioventù. I suoi figli la ripropongono nel rinnovamento conciliare alle Chiese perché possa essere un dono per tutti. Non pretende quindi conquista di spazio e non avanza richieste particolaristiche o corporative.
Siamo persuasi, però, che la proposta di spiritualità alla Don Bosco non si ferma alle soglie di un impegno personale e interiore, ma spazia in una presenza educativa di Chiesa sul territorio, nella società civile, in un agire nelle nuove frontiere di cui parla il Papa nella Christifideles laici. A tale scopo il MGS si collega con tutte le realtà ecclesiali e sociali che intendano spendersi per l'educazione della gioventù; si schiera dalla parte del Papa e dei Pastori, e si impegna con coraggio sui fronti della nuova evangelizzazione.

D. È simile ai movimenti ecclesiali oggi di moda, o vuol essere diverso?

R. Il MGS è uno spazio in cui si ritrovano e si collegano e si comunicano gruppi giovanili di diversa natura e finalità immediata. Non ha una organizzazione strutturale unica e definita; dunque non è paragonabile ad altre associazioni nazionali o internazionali. È più un ambiente educativo che un «movimento ecclesiale» in senso stretto. Esiste infatti anche tra i non cristiani. Non tutte le sue cellule o gruppi sono uguali. E come un oratorio dalle molteplici iniziative che, invece di essere collocato in un «luogo», approfitta della «comunicazione» per far circolare messaggi ed esperienze. La sua spina dorsale sono gli animatori. Il suo riferimento caratterizzante è la spiritualità e gli ideali educativi di Don Bosco. E animato da criteri comuni e da una spiritualità che gli danno una fisionomia propria. Il riferimento a tali criteri e a tale spirito serve a dargli unità e continuità.
Non abbiamo sperimentato difficoltà particolari nelle Chiese locali interessate a far crescere i giovani. Partecipiamo alle loro manifestazioni e momenti comunitari. In uno spazio più proprio ci dedichiamo ad aiutare attraverso il MGS tutti i giovani, anche quelli che non entrerebbero mai in uno specifico «movimento organizzato» di Chiesa.
Il MGS dunque non è alternativo ad altre associazioni, essendo di natura diversa, ma offre a tutte uno spazio di dialogo, esperienza e crescita.

(DON BOSCO RITORNA, Intervista a cura di Angelo Montonati, Paoline 1992, pp.51-115)