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Cambiamenti sociali

e sfide educative

Paola Bignardi


Debbo premettere che il mio punto di vista è quello di chi opera nei contesti del disagio e dell’esclusione sociale. Pertanto questa riflessione non avrà i caratteri rigorosi della ricerca scientifica, ma attingerà piuttosto all’esperienza educativa, ritenendo che anche questo approccio possa avere un valore per la ricerca.

Il titolo del mio intervento evoca una consapevolezza che si è andata affermando in questi anni: viviamo in un contesto in cui l’educazione è diventata un’emergenza.
L’espressione “emergenza educativa”, felice o meno che sia l’espressione, è un modo di dire che è entrato nell’uso comune; benché sia stato sfumato in diversi modi nei suoi significati più allarmati, non si è riusciti a togliere ad essa l’eco di una straordinaria difficoltà che attraversa il compito educativo a tutti i livelli e in tutti i contesti.
In effetti il mondo adulto, gli ambiti formativi, le istituzioni educative, avvertono di essere oggetto di una sfida decisiva, da cui passano il futuro e la qualità complessiva della società di domani.
Questo ha determinato, insieme all’allarme, un risveglio di interesse nei confronti dell’esperienza educativa troppo a lungo considerata quasi una dimensione naturale della relazione tra le generazioni. E spesso questo interesse, anziché aprire nuovi orizzonti, è caratterizzato dalla paura del cambiamento e dalla tendenza a connotare ciò che costringe a cambiare con una valenza negativa.
Vorrei qui riflettere sul fatto che i cambiamenti sociali in atto possono costituire per l’educazione una preziosa risorsa – non priva di rischi - per purificare atteggiamenti, per restituire consapevolezza, per rendere l’esperienza educativa meglio adatta ad accompagnare ogni persona a crescere secondo il valore e la dignità del suo essere.
Dagli atteggiamenti di fronte al cambiamento in atto dipende buona parte della qualità dell’educazione di oggi e della società di domani.

L’educazione alla prova

Vorrei inizialmente soffermarmi sul senso di fatica e di difficoltà che provano oggi tutte le persone che sono impegnate nell’educazione: difficoltà diverse in contesti diversi, ma tutte connotate dal senso di una fatica quasi insuperabile a stabilire una comunicazione significativa con le nuove generazioni.
Sull’educazione in famiglia si riversa la crisi dell’istituzione familiare: il modo di vivere il rapporto di coppia, la solitudine che pesa soprattutto nei momenti di prova e di difficoltà, il mutare stesso dell’idea di famiglia e dell’atteggiamento di fronte alla generazione. I genitori fanno sempre più fatica a fare ai figli delle proposte di vita e a dare loro delle regole chiare per aiutarli a orientarsi. L’esercizio dell’autorità è difficile. Nella fatica di “fare gli adulti” da parte dei genitori si generano gli aspetti più rilevanti della difficoltà di educare in famiglia.
Anche la scuola, dove i cambiamenti della società giungono attraverso atteggiamenti, disagi e difficoltà di ragazzi e giovani, conosce lo sforzo di rinnovarsi e di trovare nel mutare del tempo un modello educativo scolastico attuale.
La comunità cristiana – parrocchie, associazioni, oratori...- espressioni di una ricca ed efficace tradizione educativa, non solo per l’educazione della fede, stenta ad esprimere figure educative dedite, appassionate ed autorevoli. Anche qui la crisi dell’educazione ha lasciato il suo segno, senza tuttavia aver spento la consapevolezza del valore della relazione educativa, della preziosità di questa esperienza, e della necessità che la comunità sappia rivolgersi ai più giovani con una proposta ricca di umanità e di tensione etica, oltre che di fede.
I cambiamenti, pur così fugacemente evocati, sono l’esito della profonda trasformazione che ha subito la nostra società: dalla modernità alla postmodernità; dall’omogeneità alla frammentazione; dall’uniformità al pluralismo….
E tali trasformazioni si sono riversate sul modo di pensare e di vivere l’educazione. Veniamo da un tempo nemmeno tanto lontano in cui le dimensioni, i valori, il senso essenziale della vita si imparavano nel contesto ordinario dell’esistenza quotidiana: in casa, nel cortile, nel paese, nel quartiere. La generazione dei cinquanta - sessantenni di oggi ha memoria di questa situazione. I nonni di oggi ricordano che l’essenziale si imparava vivendo. A questo occorreva aggiungere poco: la consapevolezza esplicita dei contenuti, qualche strumento di conoscenza, i fondamenti dei valori della società: è quello che facevano la scuola e il catechismo.
Molti comportamenti venivano assunti perché ovvi, o ritenuti convenienti dal contesto in cui si viveva. Ci si poteva anche scostare da quei comportamenti e da quel modo di vedere la vita, ma si finiva con l’essere guardati male, oggetto di disapprovazione sociale o quanto meno di un giudizio di stravaganza.
Poteva sembrare facile quest’educazione, facile e scontata, anche se in essa, più che una vera dimensione educativa, giocava un ruolo decisivo la pressione di conformità, la paura dell’esclusione, o il timore di un autoritarismo che puniva spesso duramente le trasgressioni di questo ordine sociale riconosciuto.
Oggi questa società non c’è più. Vi è chi rimpiange l’efficacia educativa di un tempo, quasi fosse un’età dell’oro dell’educazione; costoro non si rendono conto di quanto poco educativo vi fosse nell’autorità di certi padri padroni, o nel rigore di una scuola che mandava in castigo dietro la lavagna i ragazzi più turbolenti e puniva i trasgressivi a colpi di righello sulle dita. Non è età dell’oro nemmeno il nostro tempo, e tuttavia lo sguardo dell’educatore scorge, pur nelle pieghe delle sue ambiguità e incertezze, possibilità e guadagni per un’educazione veramente tale. Occorre accettare la sfida, e mettersi in gioco! In questo tempo che è il nostro e che è l’unico tempo che ci è fatto.
I cambiamenti della società hanno messo in crisi i processi educativi tradizionali; noi siamo i protagonisti responsabili del passaggio verso nuove forme e nuovi modelli di educazione, che siano capaci di interpretare e di rispecchiare questo nostro tempo.
Noi adulti diciamo “cambiamenti” perché abbiamo un termine di riferimento, abbiamo la memoria di un tempo in cui si viveva diversamente, si faceva diversamente… Ma già questo crea una distanza tra noi e le nuove generazioni. Noi ad esempio diciamo computer, e pensiamo a strumenti che ci servono per realizzare alcune cose; i ragazzi dicono computer - o forse non sono nemmeno più quest’espressione generica - e pensano ad un piccolo oggetto che è quasi parte di loro e attraverso cui ascoltano musica, vedono film, mandano messaggi, restano connessi al mondo. Noi adulti ci siamo abituati - chi più chi meno velocemente - a queste cose nuove; i ragazzi sono cresciuti con esse, e non sanno immaginare come vivere senza.
Potremmo moltiplicare questo esempio per mille altri.
Ma in questo mondo che è il loro e nel quale gli adulti si sono abituati più o meno volentieri, i giovani non hanno chi li introduca, con scioltezza, con cordialità, con naturalezza. L’adulto entra in questo mondo sempre un po’ da estraneo, con tutti gli impacci e le diffidenze che questo comporta. I giovani si sono sempre sentiti un po’ lontani dalla generazione che li precedeva; ma oggi questa distanza-di sensibilità, di visione della vita, di senso delle cose, di gerarchie di valori,-è così cresciuta che li fa sentire persino estranei. Così, a fianco di adulti disorientati, i giovani sono sempre più soli nell’affrontare la responsabilità e l’avventura della vita.

Cambiamento e cambiamenti

Come si diceva, l’educazione ha perso gran parte di quella naturalezza che l’aveva resa in passato un’azione quasi spontanea, alla quale dedicarsi attingendo alla propria esperienza, al buon senso, al modello dell’educazione ricevuta a propria volta. Ma oggi, toccata dalla complessità che avvolge tutto, anche l’educazione deve fare i conti con un numero indefinito di situazioni e di possibilità, in ciascuna delle quali si giocano sfide impegnative. L’educatore che ci si sottrae compie, senza rendersene conto, la scelta di barcamenarsi, magari illudendosi che questo sia il modo moderno di vivere il compito. Così, vediamo signore quasi cinquantenni vestire come le adolescenti, perché si sentono amiche delle loro figlie; genitori che rinunciano a dare regole ai propri figli affermando che sono maturi per scegliere; o docenti, all’estremo opposto, che stanno tornando ai metodi autoritari del passato pensando in questo modo di recuperare efficacia e autorevolezza.
L’elemento che maggiormente spiazza oggi il mondo adulto è la dimensione permanente del cambiamento, tale per cui occorre essere disposti a cambiare di continuo, a modificarsi non appena ci si è adattati all’ultimo cambiamento intervenuto. Ci si trova dentro una specie di vortice permanente che dà una percezione di instabilità e che alimenta la superficialità del vivere alla giornata.
Ma non sono pochi gli educatori - genitori, catechisti, preti, docenti… - che si rendono conto che non è questo il modo per rispondere alle sfide del tempo: sono le persone che credono che ogni tempo ha le sue risorse, che occorre sforzarsi di vederle e assumersi la responsabilità di essere, anche come educatori, contemporanei del proprio tempo, prima con la fatica del pensiero che con quella delle scelte concrete.
Reinterpretarsi come educatori significa innanzitutto convincersi che non si può, oggi, educare come siamo stati educati. I ragazzi e i giovani di oggi hanno la necessità e il diritto di essere accompagnati a diventare donne e uomini di oggi, non di quarant’anni fa!

Le sfide educative

Nel contesto complesso di oggi, soggetto ad un processo di cambiamento continuo, esasperato dalla situazione di crisi che sta caratterizzando i paesi soprattutto dell’Europa, l’educazione è carica di sfide, anzi, costituisce essa stessa una grande e appassionante sfida.
Mi limito a citare tre tra quelle che ritengo più significative: l’educazione della coscienza; l’educazione della libertà; la consapevolezza del limite.

L’educazione della coscienza

Basta educare i ragazzi e i giovani a “comportarsi bene”?
Basta insegnare comportamenti o occorre educare la coscienza? Abituare a stare dentro il contesto o sollecitare un atteggiamento creativo e critico di fronte ad esso?
Questo aspetto ritengo che sia il più appassionante e il più rischioso dell’attuale momento. Chi sa veramente educare un ragazzo a scegliere nella libertà, rispondendo alla propria coscienza innanzitutto, ha compiuto il capolavoro della sua azione educativa.
“Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro. (…). La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità” [1]. Con queste parole il Concilio Vaticano II ha indicato il cuore dell’ uomo, punto di gravitazione della sua vita e al tempo stesso luogo in cui sperimenta l’attrazione a uscire da sé per entrare in relazione.
Oggi come sempre la coscienza è spazio dell'interiorità, della solitudine con se stessi, dell'esperienza della libertà come gran­dezza, come rischio, talvolta anche come dramma. Ma come parlare di coscienza in un tempo in cui tutto sembra giocarsi nello spazio del visibile, dell’immediato, del concreto? Quanta libertà hanno i giovani dentro di sé per fare della coscienza personale il punto di riferimento delle proprie scelte, nella libertà dalle mode e dalla pressione dei comportamenti diffusi? Eppure, proprio nel momento in cui sono venuti meno i regolatori esterni del comportamento, risulta decisivo ciò che l’educazione riesce a costruire dentro la persona, la sua capacità di orientarsi autonomamente, di trovare dentro di sé i valori e i criteri per le proprie scelte.
È un grande spazio che si apre davanti all’educazione.
Dentro la coscienza, l’educatore insegna a declinare nel concreto l’incontro tra libertà e verità, a esercitarsi nella fatica di decisioni libere, a conoscere il dramma dell’incontro tra i valori nella loro assolutezza e le scelte storiche nella loro parzialità.

Imparare ad essere liberi in un contesto di omologazione.

Esistono molti equivoci oggi sulla libertà; il più grossolano è quello che la scambia per la possibilità di fare ciò che si vuole, che vorrebbe decisioni non sottomesse ad alcun vincolo, nella totale possibilità di obbedire alla propria volontà individuale, sciolta da ogni regola e da ogni limite. Ci si illude che questa sia la strada dell’appagamento e della realizzazione di sé; in effetti, chi ha uno sguardo profondo si rende conto che questa è la strada del disagio e dell’infelicità.
La strada della libertà è resa ardua, paradossalmente, proprio da ciò che in apparenza la favorisce: la possibilità di un numero indefinito di scelte. La vita dei ragazzi e dei giovani, e anche quella degli adulti, si trova esposta di continuo alla necessità di decidere, perché ha di fronte le moltissime possibilità che sono offerte dal contesto in cui il pluralismo è diventato parcellizzazione; in cui la più facile disponibilità di beni si è trasformata in consumismo, … Altra è la prospettiva che l’educazione dovrebbe far intravedere: “è libero chi non è dominato dall’orgoglio, chi non è posseduto dalla ricchezza e dall’ossessione del consumo, chi non ha bisogno di sudditi per sentirsi importante, chi non teme di assumersi le proprie responsabilità” [2]. La vera educazione non può che condurre alla libertà, anche se oggi il percorso è pieno di ostacoli subdoli.

Abitare i confini

Educare al senso del limite persone avvezze al sacrificio era certo più facile che educare le attuali nuove generazioni, abituate ad avere tutto, anche il superfluo, e a desiderare di averlo subito. Ma non si può diventare adulti senza aver imparato a tener conto del limite, con il quale prima o poi si giunge a dover fare i conti, perché' una malattia, un insuccesso, una situazione critica … prima o poi si affacciano per tutti. E sono fragilissime di fronte a questi fatti quelle persone che non avevano prevista nella loro vita l’esperienza della fragilità.
Nel comune modo di vivere, si notano segni del modo disinvolto con cui si considera e si affronta il limite: le trasgressioni del mondo giovanile, l’evanescenza delle differenze generazionali, la contaminazione dei ruoli e dei generi... Ma tutto questo non sembra aver dato alla vita delle persone –nel dissolversi delle identità- maggior appagamento al bisogno di pienezza che inquieta tutti.
Oggi ci rendiamo conto che occorre insegnare ciò che dal contesto non si impara più: pensare la vita e abitarla dentro i confini che la costituiscono. Questo non significa arrendersi, ma piuttosto cercare la strada per essere se stessi, nella tensione a superarsi: nell’incontro con l’altro, nella reciprocità, nello scambio, nel dialogo, nel desiderio. Occorre anche educare a vivere il limite delle cose e della realtà. È l’esperienza della pazienza e del desiderio. La logica del “tutto e subito” è infantile e capricciosa; per superarla, bisogna imparare a desiderare, ad essere creativi, ma anche a darsi una disciplina, ed essere costanti nell’andare nella direzione che il desiderio indica. Educare a vivere il limite significa anche saper rielaborare il fallimento, non lasciarsi sconfiggere dai propri errori, saper ricominciare ogni giorno senza lasciarsi cadere le braccia.

Guadagni e rischi di un tempo di crisi

Sappiamo che i tempi di crisi portano con sé fatiche pesanti, chiedono sacrifici, espongono all’incertezza. Ma hanno anche un grande potenziale di novità, di superamento di schemi divenuti obsoleti, di speranza.
Ho detto la mia convinzione: che questo momento difficile di transizione possa costituire una grande risorsa anche per l’educazione. La sfida è saper scommettere su questo.
Dunque quali sono le possibilità insite in questo momento? Vorrei indicare quello che ritengo il guadagno più interessante: quello di un’educazione come esperienza intenzionale, pensata, basata su scelte effettive verso l’adesione consapevole ad un sistema di valori. La riscoperta (possibile) dell’intenzionalità dell’educazione permetterà di liberare la profonda umanità di un’esperienza che è generazione, in cui si compie il senso della vita adulta. L’educazione, assunta con responsabilità e con impegno, può costituire una straordinaria avventura umana; l’avventura che segna la maturità di un adulto, qualunque sia la sua condizione e le sue scelte esistenziali.
L’educazione è legata alla generazione: si genera alla vita in senso biologico; si genera al senso e alla pienezza della vita attraverso l’educazione. L'educazione è una generazione spirituale. Che ha un po’ le caratteristiche della maternità in senso fisico: dedizione, sofferenza, fatica, cura, distacco… è un passare attraverso la fatica e i dolori del parto; è un modo per dare la vita –in senso fisico e spirituale - fatta dal rinnegare se stessi e dell’accompagnare con gratuità e fermezza. Una spiritualità fatta dell’esercizio dell’autorità per insegnare a camminare nella libertà; fatta dell’ascesi del dialogo; della pazienza che sempre ricomincia; dell’umiltà di cercare e costruire alleanze….
Stanno qui i tratti tutti umani di una spiritualità dell’educazione, come percorso a vivere quel progressivo distaccarsi – dalla nascita fino all’ultimo giorno - che fa parte della vita; a vivere la generazione come dimensione della vita adulta.
L’adulto che si affida con disponibilità e maturità alla sua responsabilità educativa scopre a poco a poco di essersi lasciato coinvolgere in una storia che fa crescere anche lui, che gli restituisce al centuplo, in termini di maturità umana, ciò che ha dato. Il dedicarsi nella gratuità alla vita degli altri e alla loro crescita conduce a diventare adulti più liberi, più capaci di voler bene nel disinteresse e –se occorre- anche nel sacrificio. L’adulto educatore può sperimentare la bellezza di veder fiorire la libertà dell’altro, come un tu che sta di fronte a me, mio interlocutore, generato alla libertà. Diventa testimone possibile di storie straordinarie di umanità, siano esse storie di ricchezza o di dramma; storie di crescita o di umiliazione. Può veder crescere, quasi sbocciato da lui, il futuro e la novità.
Mi pare che questa sia anche la strada per un’educazione che pone al centro la persona del giovane che cresce, con il quale ci si pone in un dialogo personale che fa proposte, che sostiene le scelte, che corregge negli sbagli, con l’intenzione di giungere alla costruzione di un’identità che sia frutto di scelte e non di semplice adattamento ad un contesto.
Si tratta di un processo non privo di rischi: chi vede solo quelli e se ne lascia paralizzare non ha altra strada che quella di rimpiangere il “bel tempo andato”, senza rendersi conto che quel tempo non torna più. Ma chi è disposto a misurarsi con il rischio, accettandolo come una sfida possibile, allora potrà diventare protagonista creativo di una nuova stagione educativa.
Ma per affrontare i rischi occorre averli ben presenti, vigilare su di essi, non perderli di vista. Ne indico tre.
- La crisi dell’educazione riflette quella della generazione adulta, in cui sembra essersi inaridita la dimensione generativa, che sembra non avere più un progetto che mostri e narri il valore e la bellezza della vita, in tutti i suoi aspetti; che sembra sopraffatta dalla propria fatica di vivere e dalla resistenza ad accettare il tempo che passa. Le sfide educative di oggi hanno bisogno di adulti riconciliati con la loro età, disposti a giocarsi in una relazione complessa che richiede proposta e attesa, parole e silenzio, dolcezza ed energia…, assunti di volta in volta in base a ciò che suggerisce la situazione, in cui il bene e la crescita dell’altro fanno da criterio di discernimento.
- La forza degli educatori nascosti, con messaggi diversi e contraddittori: i social sono simbolo dei diversi messaggi che a scuola, tra gli amici, nella squadra di calcio, nella solitudine della propria cameretta raggiungono i ragazzi e contribuiscono a rendere ricco, complesso e talvolta confuso il panorama entro il quale devono orientarsi per costruire la loro identità e individuare i loro punti di riferimento.
Il grande supermercato dove i ragazzi e i giovani trovano esposte idee, opportunità, stili di vita, oltre che oggetti, rende quasi impossibile ogni routine e mette nelle condizioni di compiere di continuo scelte che impegnano a riflettere, a discernere, a decidere.
Grandissima sfida questa, carica di rischi; vincono su di essa solo i ragazzi e i giovani che hanno punti di riferimento forti, o in una relazione con la famiglia, o con qualche docente o con un gruppo caratterizzato da un’appartenenza calda e significativa.
- L’indebolimento dei luoghi aggregativi. È un dato di fatto, questo, che è di grande evidenza. Associazioni, movimenti, gruppi di volontariato… hanno perso molta della forza attrattiva di un tempo. Si salva solo forse l’associazionismo sportivo, che può far conto su un obiettivo comune che esercita sui giovani ancora un’attrazione significativa. Purtroppo, l’affanno con cui i mondi pastorali e sociali stanno vivendo questo momento di crisi ha reso distratti nei confronti di questo fenomeno, che non è stato colto per il riflesso che nel suo complesso può avere soprattutto sulle nuove generazioni. Penso alla distrazione degli ambienti ecclesiali di fronte alla crisi dell’associazionismo, considerata in fondo una questione che riguarda le singole associazioni o al massimo i rapporti tra di esse. E proprio negli anni in cui si è impegnati sulla questione educativa, non ci si è accorti che anche questo fenomeno contribuisce all’indebolimento dell’offerta formativa ai giovani ed è un altro modo per abbandonare le nuove generazioni ad una solitudine dolorosa e disorientante. Oggi è difficile pensare a luoghi di giovani, che possano essere tirocinio di socialità, di cittadinanza, di responsabilità. Altro tema dunque che va affrontato con attenzione da parte non solo della comunità cristiana ma di tutti coloro che hanno a cuore la crescita delle nuove generazioni.

La sfida della trasmissione della fede

In questo contesto non posso non fare almeno un cenno al tema dell’educazione alla fede, che conosce un duplice cambiamento. Il primo riguarda la fede stessa, nelle forme della sua relazione con questo tempo. I cambiamenti in atto non toccano solo l’educazione, ma anche le forme culturali del credere. Questa in fondo è stata la sfida affrontata dal concilio: l’incontro tra l’essenza della fede cristiana e il tempo inedito che all’inizio degli anni ‘60 si andava profilando [3].
La difficoltà con cui il magistero conciliare è stato accolto dalle comunità cristiane ha alla sua radice proprio questa questione, che è all’origine anche della difficoltà di proporre la fede cristiana oggi al mondo giovanile. Dunque la prima difficoltà relativa al rapporto giovani-educazione alla fede riguarda il profilo di una coscienza credente, la fatica di farla percepire dai giovani come attuale e conveniente.
Solo avendo sullo sfondo questa questione, si può passare a porsi la domanda relativa ai processi dell’accostamento dei giovani ad una visione cristiana della vita.
La sfida del tempo mi pare che possa essere affrontata tenendo conto di alcuni criteri:
- il percorso verso la fede non può prescindere dall’attenzione al cammino delle singole persone;
- deve resistere alla tentazione della fretta, soprattutto quella di richiedere la fedeltà a scelte per le quali non si è ancora sufficientemente maturi (penso ad esempio alla fedeltà all’eucaristia domenicale);
- deve far intravedere la bellezza della visione della vita che propone, molto più del peso dei sacrifici che implica. Se il peso della rinuncia supera la bellezza del tesoro trovato, come esserne attratti?
- deve affrontare con serietà la questione dei linguaggi. Quelli ecclesiali, nella maggioranza dei casi, sono estranei al mondo giovanile. In quest’operazione, la Chiesa non potrà non dare fiducia all’esperienza e alla sensibilità dei laici cristiani;
- infine occorre considerare il valore del senso di appartenenza ad una comunità concreta, percepita come la propria perché in essa si è valorizzati, si fa tirocinio di corresponsabilità, si generano dei legami. E anche in questo caso, si vede come la qualità della relazione della comunità cristiana con i laici cristiani sia decisiva.
Anche rispetto a questo tema, non si può non vedere che le sfide del tempo portano con sé la possibilità del guadagno di una fede più personale, e di un’esperienza di Chiesa più corale e partecipata.

Conclusione

Gli adulti, gli educatori, le istituzioni che avranno il coraggio e la responsabilità di lasciarsi coinvolgere dai cambiamenti in corso non con l’atteggiamento impaurito di chi si aggrappa alle certezze di un tempo ma con quello aperto, della speranza che crede nella novità, potrà contribuire a generare una società a misura della dignità delle persone che la abitano.
È un compito appassionante, benché rischioso, quello che si profila davanti a tutti coloro che hanno a cuore le nuove generazioni e la loro crescita e sostanzialmente a tutta la generazione adulta, se vuole essere, proprio come dice il termine, generativa, componente della società e di una chiesa capaci di generare.
Vi sono qua e là tentativi ed esperienze interessanti e promettenti, che lasciano intravedere un nuovo compito anche per la pedagogia: abbandonando ricerche astratte talvolta autoreferenziali, misurarsi con la realtà: ascoltare, lasciarsi provocare e interrogare, elaborare esperienze in atto, lasciare che il pensiero sia rigenerato dalla vita.
Allora si potrà veramente sperimentare che i cambiamenti in atto hanno la forza di spingere in avanti la società in cui viviamo e di cui siamo responsabili.

NOTE

[1] Gaudium et Spes, 16
[2] Martini C. M., Dio educa il suo popolo, 2002, n. 15.
[3] Il Concilio nelle intenzioni di Giovanni XXIII, era stato voluto proprio per affrontare il rapporto della Chiesa con un tempo di cambiamento, che portava con sé non solo una crescente secolarizzazione, ma l’insignificanza del messaggio cristiano per gli stessi cristiani. Questo era l’orientamento dato ai lavori del Concilio da Giovanni XXIII nel discorso Gaudet Mater Ecclesia, in cui il Papa affermava: “Lo scopo principale di questo concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri e dei teologi antichi e moderni quale si suppone sempre ben presente e familiare allo spirito. Per questo non occorreva un concilio. [...] è necessario che questa dottrina certa e immutabile [...] sia approfondita e presentata in modo che essa risponda alle esigenze del nostro tempo”.

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