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Il Vangelo

secondo José Saramago

Ferdinando Castelli

Non è raro imbattersi, lungo la storia dell'era cristiana, in autori che hanno riscritto il vangelo allo scopo di restituire al cristianesimo e all'umanità la «verità» su Gesù Cristo e sul suo messaggio. Limitandoci alla letteratura, ricordiamo alcuni tra i più illustri «illuminati» del nostro secolo. Lev N. Tolstoj ha scritto un libello (Breve esposizione del Vangelo), noto come Il Vangelo di Tolstoj, per offrire ai fedeli la «pura dottrina di Cristo», contraffatta dalla Chiesa istituzionale. André Gide ha proclamato che la verità del vangelo deve ancora rivelarsi. A lui si è rivelata: gli ha fatto comprendere il dovere di alimentare i «nutrimenti terrestri», di vivere secondo gli impulsi della natura, di cancellare parole quali peccato, vizio, divieto, Dio. Jorge L. Borges, in Frammenti di un Vangelo apocrifo, ha riscritto il discorso della montagna (cfr Mt 5,2-16). Il Dio di Gesù è diventato un quid oscillante tra natura, coscienza, divenire, necessità; ogni riferimento al Regno escatologico è stato eliminato; le beatitudini sono stravolte e trasformate in un codice etico-religioso per gente disperata. Gerard Messadié, nel romanzo storico L'Uomo che divenne Dio, compone una specie di vangelo per informarci che Gesù è semplicemente un uomo, dotato di poteri magici, divenuto Dio nella mentalità popolare e, in seguito, anche nella fede dei cristiani per una concomitanza di eccezionali circostanze.
Tra questi nuovi «evangelisti» ha fatto il suo ingresso José Saramago, Nobel 1998 per la letteratura, con la pubblicazione del romanzo-saggio Il Vangelo secondo Gesù [1]. Il suo intento è ambizioso: riscrivere il Vangelo non secondo la prospettiva dei quattro evangelisti, ma «secondo Gesù», cioè riferendo quanto avrebbe veramente detto e fatto Gesù, poiché quello a noi pervenuto conterrebbe, sì, alcuni elementi storici, ma il suo contenuto sarebbe una mistificazione. Occorrerebbe, secondo Saramago, portare alla luce la verità su Gesù Cristo - sulla sua persona, la sua opera, il suo messaggio - e denunciarne le deformazioni. Occorre anche purificare la nozione di Dio, fortemente alterata dal Nuovo Testamento, cioè dal cristianesimo e in particolare dal cattolicesimo. Compito arduo, questo di Saramago, nel quale ha impegnato le sue note capacità di narratore, di poeta, di visionario e di filantropo.
Data la delicatezza del soggetto e la superficialità con cui taluni critici lo hanno affrontato, ci proponiamo di analizzare il volume con serenità critica per coglierne il significato di fondo e metterne in evidenza gli aspetti più importanti, anche quelli chiaramente blasfemi, basandoci sul testo: un testo non sempre di facile interpretazione sia per l'ambiguità di talune scene ed espressioni, sia per la particolare maniera di narrare (lo «stile orale») dello scrittore portoghese.

Una giovinezza segnata da un incubo

Ecco la trama del romanzo. Giuseppe è un giovane falegname di Nazaret, sposato a Maria dalla quale avrà nove figli, tra questi Gesù, il primogenito, nato in una grotta, presso Betlemme. Pochi giorni dopo la nascita del figlio, viene a sapere dell'ordine di Erode di uccidere i bambini minori di due anni. Sconvolto, si precipita alla grotta, preoccupato unicamente di salvare il figlio. Lo salverà, ma distruggendo la famiglia. Un angelo (il diavolo) appare a Maria e le rivela il peccato del marito.

«Mio marito non ha commesso alcun delitto, è un uomo buono. Disse l'angelo, Un uomo buono che ha commesso un delitto [...]. Disse Maria, Che delitto ha commesso, mio marito [...], che cosa abbiamo fatto. Disse l'angelo, È la crudeltà di Erode che ha fatto sguainare i pugnali, ma il vostro egoismo e la vostra vigliaccheria sono le corde che hanno legato le mani e i piedi alle vittime. Disse Maria, Che cosa avrei potuto fare. Disse l'angelo, Tu, niente, ché lo hai saputo troppo tardi, ma il falegname avrebbe potuto fare tutto, avvertire il paese che i soldati stavano andando a uccidere i bambini [...], Disse Maria, Non ci ha pensato. Disse l'angelo, No, non ci ha pensato, e questo non lo discolpa. Disse Maria piangendo, Tu che sei un angelo, perdonalo. Disse l'angelo, Non sono l'angelo del perdono [...], non c'è perdono per questo delitto [...],
Disse Maria, Che cosa faremo, Disse l'angelo, Vivrete e soffrirete come tutti. Disse Maria, È mio figlio. Disse l'angelo, Sul capo dei figli dovrà sempre ricadere la colpa dei padri, l'ombra della colpa di Giuseppe sta già oscurando la fronte di tuo figlio. Disse Maria, Poveri noi. Disse l'angelo, Così è, e non avrete rimedio. Maria chinò il capo, strinse a sé il figlio per difenderlo dalle sventure promesse e, quando rialzò gli occhi, l'angelo non c'era più» (p. 90 s).

È, questa, la seconda annunciazione dell'angelo (del diavolo) a Maria. Nella prima, travestito da mendicante, le aveva rivolto parole arcane, di sapore amaro (p. 26), in questa le chiarisce. Per Giuseppe i giorni e le notti saranno un susseguirsi di incubi. In sogno si vede trasformato in soldato, pugnale in mano, diretto a Betlemme a uccidere suo figlio. «Si svegliò con un rantolo terribile, il corpo rattrappito, in preda al terrore, mentre Maria gli domandava, Che cosa c'è, cos'è successo, e luí, tremante, riusciva soltanto a ripetere, No, no, no, e poi, di colpo, per il dolore scoppiò in un pianto convulso, fra singhiozzi che gli squarciavano il petto» (p. 93). Morrà crocifisso, a trentatré anni, perché scambiato per un ribelle dai soldati romani; come eredità paterna, lascerà a Gesù il suo «delitto», e l'obbligo di espiarlo.

Quel lupo che eternamente mangia, divora e vomita

A Nazaret una ridda di sogni paurosi e premonitori trasforma la vita di Maria e di Gesù in un piccolo inferno. Quando il ragazzo viene a sapere del «delitto» paterno, si butta per terra e piange, disperatamente. Allontana la madre: «Non toccarmi Li, Non chiamarmi figlio tuo, anche tu sei colpevole». Resta solo, nel deserto. «Inginocchiato, urlò, e il corpo gli bruciava tutto come se stesse sudando sangue, Padre, padre mio, perché mi hai abbandonato, ecco, infatti, ciò che sentiva quel povero ragazzo, abbandono, disperazione, la solitudine infinita di un altro deserto, né padre né madre né fratelli, l'inizio di un lungo cammino disseminato di morti. Da lontano, seduto e confuso tra le pecore, il pastore lo guardava» (p. 146). Satana lo guarda perché vuol farne una sua conquista.
Per sapere del suo passato, Gesù si reca a Betlemme [2]

 

, poi a Gerusalemme per interrogare i dottori sul suo destino. Un ragazzo tredicenne tra i dottori? Alcuni vorrebbero allontanarsi, ma l'interrogativo che Gesù pone allo scriba li fa restare: il delitto di un padre entra a far parte dell'eredità che spetta al figlio? È cancellato o permane? Lo scriba si conturba, perde la sua presunzione di dottore, l'angoscia lo invade, poi pronunzia queste terribili parole: «La colpa è un lupo che mangia il figlio dopo aver divorato il padre». Il breve dialogo che segue è ancora più agghiacciante. «Quel lupo di cui parli ha già sbranato mio padre, Allora non resta altro che divori te, E tu, in vita tua, sei stato mangiato o divorato, Non solo mangiato e divorato, ma anche vomitato» (p. 165).

Dio parla da una nuvola

Con sulle spalle il peccato mai commesso, l'annuncio di morte e il rimorso che gli sconvolge l'anima, Gesù s'inoltra di nuovo nel deserto, s'imbatte in un pastore (che poi si rivelerà essere il diavolo) e resta al suo servizio quattro anni. Da lui apprenderà alcune paurose verità sull'essere e sull'agire di Dio, sul destino umano e sulla sorte che lo attende. Discepolo del diavolo? Sì, sotto vari aspetti; soprattutto suo servo.
Un giorno avviene l'imprevedibile. Gesù è alla ricerca di una pecora quando si vede davanti «una nuvola, alta come due uomini, simili a una colonna di fumo», dalla quale gli giunge la voce di Dio. «Che cosa vuoi da me, domanda, Per ora niente, ma un giorno da te vorrò tutto, Che cosa significa tutto, La vita Li, La mia vita per che cosa, Per il potere, E per la gloria» (p. 205). Per sancire questo patto (che Gesù non comprende), Dio gli ordina di sacrificargli la pecora, smarrita e ritrovata, che in precedenza non aveva voluto immolargli. Compiuto il sacrificio, Dio gli dice: «Non dimenticare, da oggi appartieni a me, col sangue» (p. 206).
La vita di Gesù, ora, è un avanzare nel buio verso un destino sconosciuto. Scacciato dal pastore, i piedi insanguinati, zoppicando, raggiunge le rive del lago dove si guadagna da vivere aiutando due fratelli pescatori, Simone e Andrea. Fatto strano: quando sulla barca c'è lui, la pesca è assicurata e abbondante. Nonostante la preghiera di restare con loro, abbandona i due fratelli e si dirige verso Nazaret, dalla famiglia. Il riaprirsi di una ferita al piede, lo costringe a fermarsi a Magdala dove incontra Maria, la più nota prostituta del luogo. Costei prima gli cura la ferita, poi lo spoglia, lo lava e con lui si abbandona all'ebbrezza della carne, introducendolo all'arte erotica. Resteranno uniti, nel corpo e nell'anima, fino alla morte. Maria si riscatta dalla prostituzione e Gesù scopre una nuova dimensione dell'essere, l'amore.
A Nazaret rivela alla madre e ai fratelli di aver visto Dio, e dell'alleanza stipulata con lui. «Tu sei matto, fratello, Se sono pazzo, il Signore mi ha fatto impazzire, Sei in potere del Diavolo, disse Maria, e la sua frase era un grido, Non era il Diavolo che ho incontrato nel deserto, era il Signore, e se è vero che sono in potere del Diavolo, il Signore ha voluto così, Il Diavolo è con te da quando sei nato, Ne sei sicura, Sì, lo sono, hai vissuto con lui e senza Dio per quattro anni, E dopo quattro anni passati con il Diavolo, mi sono ritrovato con Dio» (p. 234 s). Impossibile restare tra i suoi; Maria di Magdala è un rifugio sicuro. Passione amorosa, paura, esitazioni, sofferenza, ma anche momenti di esaltazione. «Una brezza di speranza folle e di orgoglio irresistibile spira, come un segno dello Spirito, sulla fronte di Gesù, e il figlio del falegname si vede, giusto il tempo di una rapida vertigine, capitano, generale e comandante supremo, spada in resta, a spaventare, con la sola apparizione, le legioni romane» (p. 237).
A dare consistenza a tale esaltazione c'è una serie di portenti che scandiscono le sue giornate: l'abbondanza della pesca quando lui è sulla barca, la moltiplicazione dei pani, la tempesta sedata, l'acqua mutata in vino, la guarigione dei malati. Attorno a lui si raggruppa un buon numero di discepoli, lieti di annunziare nei dintorni che Dio si manifesta nella persona di Gesù.

Un incontro a tre nella nebbia del lago

Finalmente, dopo mesi e anni di attesa, Gesù incontra Dio che gli rivela il contenuto dell'alleanza, sancita nel sangue. Una mattina di fitta nebbia, sale in barca e s'inoltra verso un punto invisi-bile, in mezzo al lago. «Man mano che la barca si avvicina alla meta, un chiarore indefinito comincia a rendere bianca e brillante la nebbia [...]. In un cerchio di luce più ampio la barca si ferma, è il centro del lago. Seduto sulla panca, a poppa, c'è Dio» (p. 283). È un vecchio massiccio, la barba fluente sul petto, il capo scoperto, i capelli lunghi, il viso largo e forte, la bocca turgida, vestito come un ricco ebreo. Gesù tira i remi in barca e ha inizio un colloquio, ora pacato ora agitato perché anche Dio ha le sue impazienze e Gesù i suoi scatti nervosi. A un certo punto, accanto alla barca, appare «una macchia scura indefinita in cui, al primo istante, l'immaginazione di Gesù credette di scorgere un maiale con le orecchie tese fuori dell'acqua [3], ma che, dopo qualche altra bracciata, si vede essere un uomo o qualcosa che di un uomo aveva tutte le apparenze» (p. 285). È il diavolo. Lo si direbbe un vecchio conoscente, anzi un amico di Dio e certamente un buon conoscitore di Gesù. Il colloquio continua, a tre.
Un colloquio? Piuttosto un appuntamento di affari tra due potenti affaristi e un giovane sprovveduto che sarà vittima dei loro intrighi. Alla domanda di Gesù: «Chi sono io?», Dio risponde: «Sei mio figlio, sei il figlio di Dio, non sei un uomo» (p. 284). Che cosa si vuole da lui? Che aiuti Dio e il diavolo a estendere il loro regno. E quale il ruolo a lui destinato nel piano divino-demoniaco? «Quello di martire, figlio mio, quello di vittima, quanto c'è di meglio per diffondere una dottrina e infervorare una fede» (p. 287 s). Che cosa avrà in contraccambio? Potere e gloria, ma dopo la morte, la morte sulla croce. «Come mio padre, Tuo padre sono io, non dimenticarlo. Se mi è ancora possibile scegliere un padre scelgo lui, anche se è stato, com'è stato, infame in un momento della vita, Sei stato scelto, non puoi scegliere, Rompo il contratto, mi dissocio da Te, voglio vivere come un uomo qualunque, Parole inutili, figlio mio, ancora non hai capito che sei in mio potere» (p. 288). Gesù deve arrendersi. «Lasciò ricadere le braccia e disse, Sia fatta allora in me la Tua volontà» (p. 293). L'incontro dei tre è durato quaranta giorni.
L'avventura di Gesù ora si avvia verso la fine, a ritmo serrato. È inchiodato al suo destino. «Gesù guardava la sua povera anima e la vedeva come se quattro cavalli infuriati la stessero tirando e ritirando in quattro direzioni opposte {...], come se le mani di Dio e quelle del Diavolo, divinamente e diabolicamente, si divertissero, giocando ai quattro cantoni, con ciò che restava di lui» (p. 335). La sua tristezza è sconfinata. Ce la farà a consegnarsi al suo destino? Per fortuna, Giuda Iscariota si offre a denunziarlo per essersi proclamato re dei giudei, secondo il suggerimento di Gesù. Quando il comandante gridò: «Dov'è quello che afferma di essere il re dei giudei, e di nuovo, Si faccia avanti colui che dice di essere il re dei giudei, Gesù uscì dalla sua tenda, insieme a Maria di Magdala che piangeva, e disse, Io sono il re dei giudei» (p. 340). La condanna a morte è assicurata.

I protagonisti

Ci siamo volutamente dilungati nell'esposizione della trama del romanzo perché da essa salta subito agli occhi l'intruglio - teologico, esegetico e storico - su cui è costruito e che ne fa un susseguirsi di affermazioni spesso irriverenti e blasfeme. Prima, però, diciamo dei suoi pregi letterari, che sono notevoli. È composto secondo i canoni dello «stile orale», tipico di Saramago: riferire, senza interpunzioni, i discorsi dei personaggi e le considerazioni dell'io-narrante, che non sempre è lo stesso, e sopprimere la nozione di tempo. Ne risulta una plastica evocazione di uomini e di eventi, in pagine soffuse di poesia che è comunione con la natura, esplorazione di terre sconosciute e immersione in un mondo nel quale riecheggiano voci e richiami misteriosi. Saramago non ti racconta di questo mondo, t'introduce in esso, te ne fa assaporare gli odori e subire le suggestioni. Talvolta, più che un narratore, sembra un mago.
Se la validità letteraria del romanzo è notevole, il suo contenuto è inaccettabile. Dà l'impressione di un coacervo di elementi, messi insieme arbitrariamente e interpretati aprioristicamente, su sfondi dissacratori e blasfemi. Esaminiamo í protagonisti.
Dio è un vecchio dominato dalla febbre del potere, cui subordina tutto. Quando si tratta di estendere il suo dominio sí accorda con Satana al quale è legato da una Ime di vita-. «Il berle che io [Dio] sono non esisterebbe senza il male che sei tu (Satana), un bene che dovesse esistere senza di te sarebbe talmente inconcepibileche neppure io riesco a immaginarlo, insomma, se tu finisci, finisco anch'io, perché io sia il bene, è necessario che tu continui a essere il male, se il Diavolo non sussiste come Diavolo, Dio non esiste come Dio, la morte di uno sarebbe la morte dell'altro» (p. 305).
Che cosa fa Dio nell'alto dei cieli? «Aspira, compiaciuto, gli odori del carname» (p. 194), cioè degli animali uccisi in suo onore nel Tempio di Gerusalemme. «Un'anima normale troverà difficile capire come Dio possa sentirsi felice in mezzo a una simile carneficina» (p. 78). Il suo impegno? «Guidare la mano del pugnale assassino», assicura Satana (p. 181), e colpire i ribelli con spietatezza, senza «mai perdonare i peccati che ordina di commettere» (p. 125).
Gesù è un povero disgraziato ragazzo, egoista e presuntuoso come i suoi coetanei (p. 172), non «proprio un'aquila quanto a perspicacia né un portento in fatto d'intelligenza» (p. 154), incompreso da sua madre e dai suoi fratelli, inseguito da sogni spaventosi. A diciotto anni, ha, sì, la sua parte di godimento, grazie all'incontro con Maria di Magdala, ma la sua anima è sempre dilacerata dall'incombere della colpa del padre (Giuseppe) e della volontà del Padre (celeste) che lo vuole vittima sacrificale. Muore in croce, tradito da Dio.
Giuseppe, il falegname dí Nazaret, dopo essersi fatto complice della strage dei bambini di Betlemme, si riduce a uno straccio, in balia del destino. Maria, sua sposa, condivide gli incubi del marito e del figlio. La sua vita è una sequenza di sofferenza, di miseria e di inganni. Anche il suo destino è implacabile, in quanto sposa di Giuseppe e madre dí Gesù. Satana (nel romanzo appare sempre con la maiuscola, il Demonio) interviene nella vicenda più volte, sotto diverse sembianze. È, nello stesso tempo, alleato e avversario di Dio, secondo le circostanze, suo «conoscente e intimo di lunga data» (p. 304).

Un rimedio all'insoddisfazione di Dio

Il significato del romanzo ha la sua sintesi nel colloquio tra Dio, Gesù e Satana, Dio confessa di soffrire per un'insoddisfazione che, lungo i secoli, sí è fatta sempre «più intensa, più pressante, più inappagabile». Il motivo è semplice. «Dopo quattromila anni di fatidie e di preoccupazioni, ché í sacrifici sugli altari, per quanto abbondanti e vari siano, non ti ripagheranno mai, sei sempre il Dio di un popolo piccolissimo che vive in una parte minuscola del mondo che tu hai creato con tutto quello che c'è sopra, dimmi tu, figlio mio, se posso vivere soddisfatto avendo, per così dire, questa dimostrazione frustrante davanti agli occhi tutti i giorni» (p. 287). La decisione è presa: occorre estendere i confini del regno, «allargare la mia influenza, essere il Dio di molta più gente». A tale scopo, Dio sceglie Gesù come realizzatore del suo progetto. E glielo espone.
Gli farà credere di essere figlio suo, cioè di Dio, dunque operatore di miracoli, profeta. Dovrà allora convincere gli uomini che sono peccatori e bisognosi di perdono. Non basterà però dir loro: «Pentitevi, pentitevi, pentitevi». Occorrerà «qualcosa capace di colpire la sensibilità e di scuotere i sentimenti». Ecco, «un figlio di Dio sulla croce». Allora si presterà fede a tutto ciò che Gesù racconterà, ricorrendo alla fantasia, raccontando «storie, parabole, esempi morali». Non importa se dovrà «forzare un po' la Legge», anzi sovvertirla (p. 293). Per asservire a sé gli uomini la morte di Gesù sulla croce è, pertanto, decisiva. Quando Dio asserisce: «È questa la mia volontà», Gesù guarda Satana: «Questi aveva un'espressione assente, come se stesse contemplando un momento del futuro e faticasse a credere quanto vedevano i suoi occhi».
Gli occhi di Satana vedevano l'estensione del suo regno e del regno di Dio, grazie alle «storie» raccontate da Gesù: la Chiesa, con i suoi dogmi e la sua morale, la vita eterna, le beatitudini. Così «si edificherà l'assemblea di cui ti ho parlato - dice Dio a Gesù - ma le sue fosse, per essere ben salde, dovranno essere scavate nella carne, e le sue fondamenta composte da un cemento di rinunce, lacrime, dolori, torture, di tutte le morti oggi immaginabili e di altre che solo nel futuro si conosceranno» (p. 296). Un po' suggestionato dalle prospettive future, un po' perché costretto, Gesù accetta la proposta: «Sia fatta allora in me la Tua volontà».
Sulla croce comprende di essere stato ingannato. Dio gli ha fatto credere di essere suo figlio, mentre è solo un poveruomo, destinato a scontare il peccato del padre e ad assecondare l'ingordigia di Dio-padrone. Il racconto di tale inganno è tra le fantasie più scadenti, oltre che di pessimo gusto, del romanzo. L'angelo (cioè il Diavolo) rivela a Maria che un giorno il Signore passava per caso da Nazaret; «notò che tu e Giuseppe eravate sani e robusti, e allora, se ancora ti ricordi come si manifestano questi bisogni, gli venne la voglia, e il risultato, nove mesi dopo, fu Gesù» (p. 242). Più chiaramente e, peggio ancora: «Sappi, o Maria, che il Signore ha mischiato il Suo seme con quello di Giuseppe nella mattina in cui concepisti per la prima volta e che, di conseguenza, è dal Suo seme, cioè da quello del Signore, e non dal germine di tuo marito, benché legittimo, che è stato generato tuo figlio Gesù» (ivi).

Un inganno fatale

Gesù scopre l'inganno, ma i suoi discepoli, no. Ritenendolo veramente figlio di Dio e salvatore, accoglieranno il suo vangelo che si può così sintetizzare: per ottenere il perdono dei peccati e salvarci dobbiamo credergli e seguire i suoi insegnamenti, costi quello che costi, anche la morte, se necessario. La Chiesa è stata da lui fondata per conservare e annunziare il suo vangelo, concedere il perdono e assicurare la salvezza. Grazie a tale miraggio, la sua affermazione e la sua durata nel tempo sono assicurate, nonostante la disumanità dei suoi metodi.
A questo punto Saramago offre al suo lettore una ricca carrellata sulla storia della Chiesa per fargli comprendere il prezzo della salvezza delle anime: discordie e persecuzioni, guerre e carceri, torture e penitenze, suppliche e preghiere, martìri subiti e cercati. Una menzione particolare la riserva all'Inquisizione. Così Dio la illustra a Gesù:

«L'Inquisizione, detta anche tribunale del Santo Uffizio, è il male necessario, è lo strumento crudelissimo con cui debelleremo l'infezione che un giorno, e per lungo tempo, si insinuerà nel corpo della tua Chiesa tramite le nefande eresie [...]. L'Inquisizione è una polizia e un tribunale, perciò dovrà arrestare, giudicare e condannare come fanno i tribunali e le polizie, Condannare a che cosa, Al carcere, all'esilio, al rogo, Al rogo, dici, Sì, nel futuro moriranno bruciati migliaia e migliaia di uomini e di donne» (p. 303 s).

Un'altra menzione particolare è riservata alle vittime della penitenza corporale. «Offenderanno il corpo anche con dolore, sangue e un mucchio di schifezze, e tante altre penitenze, portando cilici e flagellandosi, ci sarà pure chi non si laverà per tutta la vita, o quasi, chi si precipiterà nelle foreste e si rivolterà nella neve per placare le brame della carne suscitate dal Diavolo» (p. 300). Dopo questa visione, la voce di Dio si fa più bassa, anzi si smorza. Perché? «Dio contemplava adesso una sfilza interminabile di gente, migliaia e migliaia, migliaia di migliaia di uomini e donne, in tutto il globo, che entravano in conventi e monasteri, qualche rustica costruzione, molti palazzi splendidi. Si ritirano lì per servirci, me e te, dalla mattina alla sera, con veglie e preghiere, e, tutti con lo stesso scopo e il medesimo destino, per adorarci e morire con i nostri nomi sulle labbra» (p. 301).
In queste pagine il romanzo assume le movenze di una danza macabra e funebre: la vita cristiana è un corteggiare la morte [4], andarle incontro cantando e danzando. Saramago ha cura di fornire i nomi di alcune categorie di ballerini: «benedettini, bernardini, certosini, agostiniani, gilbertini, trinitari, francescani, domenicani, cappuccini, carmelitani, gesuiti, tanti, tanti, tanti» (ivi). Tutti vittime di un'illusione.

«Uomini, perdonatelo»

Riepiloghiamo. Dio è un despota, Satana un dio minore, Gesù una vittima sacrificale, Giuseppe e Maria due disgraziati, la Chiesa un'espressione del potere. E l'uomo chi è? «È un semplice balocco nelle mani di Dio, eternamente soggetto a fare solo quello che a Dio piaccia, sia quando crede di obbedirgli in tutto sia quando in tutto suppone di contrariarlo» (p. 170); «È libero soltanto per poter essere castigato» (ivi); è la pedina di un gioco, abbandonata al proprio destino; Dio la osserva ma lascia «che gli eventi seguano naturalmente il loro corso, riservandosi di dare, quando sia necessario, un tocco appropriato con la punta del mignolo, affinché un gesto o un pensiero fuori rotta non infrangano l'implacabile armonia dei destini» (p. 241). Siamo tutti «niente» (p. 104); «altro non siamo che diversi nomi dell'illusione» (p. 110).
Su questi sfondi, dominati dal nichilismo e dal pessimismo, la verità sfuma, il male e il bene si confondono, la realtà si sbriciola, la vita è una farsa priva di senso nella quale l'uomo è, nello stesso tempo, lupo, boia e becchino di se stesso (p. 134). Proprio perché

«Gesù le disse, Tuo fratello risorgerà, e Marta rispose, So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno. Gesù si alzò, sentì che una forza infinita gli trascinava lo spirito, in quel momento supremo poteva attuare qualsiasi cosa, compiere tutto, scacciare la morte da questo corpo, restituirgli l'esistenza e l'essere [...], ci mancava solo che Gesù, guardando il corpo abbandonato dall'anima, tendesse verso di lui le braccia [...] e dicesse, Lazzaro, alzati, e Lazzaro si sarebbe alzato perché questo sarebbe stato il volere di Dio, ma in quell'istante, ultimo e finale, Maria di Magdala posa una mano sulla spalla di Gesù e dice, Nessuno ha compiuto tanti peccati in vita per meritare di morire due volte, a quel punto Gesù lasciò cadere le braccia e si allontanò per piangere» (p. 333).

Se la vita è una condanna, che fare? Maledire Dio che ce l'ha data? Gesù, che è un uomo buono, preferisce invocare per lui il perdono. Prima che muoia (poiché «Gesù muore, muore») «il cielo sopra il suo capo si spalanca e appare Dio, vestito come sulla barca, e la Sua voce risuona per tutta la terra, Tu sei il mio diletto figlio, in te ho riposto la mia gratificazione. Allora Gesù capì di essere stato portato all'inganno [...] e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo, dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto» (p. 346).

Un «kitsch» e uno scambio di persone

È lecita un'operazione letteraria come questa di Saramago? Si dice che l'opera letteraria è aperta a una infinità di letture possibili; si dice anche che il romanzo non è storia ma fiction. Tutto vero. Ma le letture e la fiction devono essere dilatazione e interpretazione dei dati storici, devono colmare i vuoti di un testo, non contraffarlo o violentarlo; devono integrarsi e armonizzarsi con la storia, non contraddirla, come ha fatto lo scrittore portoghese. I personaggi del suo Vangelo sono creazioni della sua fantasia alterata, in totale contrasto con la realtà biblica. Anche Dostoevskij ha riscritto - nei Karamazov - le tentazioni di Gesù nel deserto, ma la sua operazione letteraria dilata e approfondisce la scena evangelica, non la contraddice.
Saramago nella Bibbia trova soltanto quanto vuole trovare; la legge e la comprende secondo gli schemi marxisti, con sconfinamenti nel freudismo; è totalmente sprovvisto di cultura per quanto concerne la teologia dogmatica e ascetica; la sua raffigurazione di Dio è banale e scipita, anche letterariamente; il suo Gesù, anche sotto il profilo umano, è figura mediocre, dai tratti burattineschi; l'origine e lo sviluppo del cristianesimo come egli li raffigura, sono trovate cervellotiche per mettere addosso a un evento, che ha cambiato il corso della storia, un abito ridicolo perché la gente ne rida e ne pianga.
Si legge che Saramago sia ateo. Ma come fa un ateo ad accanirsi tanto contro un Dio che non esiste? Si dice che egli abbia scritto il Vangelo per denunziare e colpire la Chiesa-potere. È vero. Soprattutto è vero il suo tentativo di colpire la Chiesa nelle sue fondamenta. Qualcuno parla anche di «religiosità» del romanzo. Se il dissennato accanirsi contro Dio e contro il cristianesimo è segno di lacerazione interiore per il vuoto di fede, sì, il romanzo è religioso, ma in negativo.
Saramago può denunziare i peccati della cristianità. Anche il Papa li denunzia. Ma non confonda la Chiesa con le miserie dei cristiani. Ha il diritto di ricordare talune esagerazioni e degenerazioni ascetiche, ma ha anche il dovere d'informarsi sulla theologia crucis per comprendere il significato cristiano della sofferenza e del martirio.
Concludendo: romanzo blasfemo? dissacratorio? Lo diremmo piuttosto un Kitsch e un malaugurato scambio di persone: Dio scambiato per un despota e Gesù-Salvatore per la vittima di un inganno. Perciò la sua è soltanto una storia «secondo José Saramago».

NOTE

1 J. SARAMAGO, Il vangelo secondo Gesù, Milano, Bompiani, 1993, 346, L. 29.000. Per un'informazione sull'opera di J. Saramago cfr Civ. Catt. 1999 II 148-161, dove si trova anche una bibliografia dello scrittore portoghese.
2 «Se ne sta lì, seduto sopra un sasso L..], Sono nato qui, pensava, ho dormito in quella mangiatoia, sopra il sasso su cui sono assiso si sedettero mio padre e mia madre, qui.siamo rimasti nascosti mentre in paese í soldati di Erode andavano a uccidere gli innocenti, per quanto possa fare non riuscirò a udire il grido di vita che ho emesso nascendo, e tanto meno sento le urla di morte dei bambini e dei genitori che li vedevano morire, niente viene a rompere il silenzio di questa grotta in cui si sono uniti un principio e una fine, pagano i padri per le colpe che hanno, i figli per quelle che avranno, ma se la vita è una sentenza e la morte una giustizia, allora non è mai esistita al mondo gente più innocente di quella di Betlemme, di quei bambini morti senza colpa e di quei padri che quella responsabilità non hanno avuto, né dev'esserci stata gente più colpevole di mio padre, che tacque quando avrebbe dovuto parlare, e adesso io, cui la vita fu risparmiata perché conoscessi il delitto che mi ha salvato, anche se non avrò altre colpe, questa mi ucciderà» (p. 172 s).
3 Alla p. 275 e seguenti si riferisce dei diavoli che, scacciati dall'indemoniato per opera di Gesù, chiedono di entrare nei porci. «E quando arrivò la risposta, Sì, potete entrare nei maiali, all'unisono lanciarono un grido sfacciato di gioia e, violentemente, penetrarono nei porci. Vuoi per la sorpresa del colpo, vuoi perché i maiali non erano abituati ad avere i demoni dentro, il risultato fu che impazzirono all'improvviso e si lanciarono dal precipizio, tutt'e duemila quanti erano, finendo in mare, dove morirono annegati». Ma la sembianza di porco pare che al diavolo non dispiaccia.
4 A proposito dei cristiani, soprattutto dei religiosi, che per salvarsi corteggiano la morte, il diavolo dice a Gesù: «Vi sono due maniere per perdere la vita, una con il martirio, l'altra con la rinuncia, non basta che debbano morire quando arriva l'ora, c'è bisogno che, in un momento o nell'altro, le corrano pure incontro, crocifissi, sbudellati, decollati, scuoiati, incornati, seppelliti, segati, ammazzati a colpi di lancia e di frecce, oppure, dentro e fuori le celle, i capitoli e i chiostri, castigandosi per essere nati con il corpo che Dio ha dato loro e senza Il non saprebbero dove porre Ponimi, tormenti simili non li ha inventati questo Diavolo che ti sta parlando» (p. 301).consapevole di ciò, Gesù rinuncia, dietro suggerimento della Maddalena, a far risorgere Lazzaro.

(La Civiltà Cattolica 3574 / 1999, pp. 338-350)

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