Stampa
PDF

 

José Saramago

Tra storia, visionarietà e intemperanze

Ferdinando Castelli

 

Nel romanzo La zattera di pietra José Saramago immagina che la penisola iberica si stacchi dal continente europeo e diventi un isolotto vagante tra l'Oceano Atlantico e l'America del Sud. L'immagine esprime una duplice idea dello scrittore portoghese (notoriamente antieuropeo): che «occorre tirare l'Europa verso il Sud. Tutta l'Europa», e che il Portogallo è un Paese isolato e dimenticato dall'Europa. L'assegnazione del Nobel 1998 per la letteratura a Saramago ha inteso - crediamo - attirare l'attenzione su un Paese ricco non solo di storia ma anche di tradizione letteraria. E il Nobel «riparatore» è stato accolto con generale approvazione. In realtà, la letteratura portoghese contemporanea dispone di narratori e di poeti di tutto rispetto. Basti ricordare Antonio Ramos Rosa, Herberto Helder, Eugenio de Andrade, Sofia de Mello Breyner, Joào Cabral de Melo Meto, Antonio Lobo Antunes.
Non siamo in grado di sostenere che la scelta di Saramago sia la più giusta; siamo però certi di trovarci dinanzi a uno scrittore nuovo, dalle molte corde, meritevole, sotto l'aspetto letterario, del Nobel. Diciamo sotto l'aspetto letterario, perché sul contenuto dei suoi scritti è doveroso fare delle riserve. Sia chiaro comunque che il valore letterario di un autore va giudicato dalla sua opera e non dal suo credo, religioso o politico. Data la complessa personalità di Saramago, l'assegnazione del Nobel ha suscitato reazioni contrastanti: di approvazione (Jorge Amado, Mario Rigoni Stern, Vincenzo Consolo) e di dissenso (Czeslaw Milosz). Naturalmente in Portogallo la soddisfazione è stata generale perché il Nobel a Saramago è - secondo quanto ha dichiarato il presidente della Repubblica Jorge Sampaio - la «consacrazione definitiva della lingua portoghese» e un omaggio al creatore di «un'opera universale». Per Mario Soares, ex presidente della Repubblica, il Nobel a Saramago è un atto di giustizia «reso alla letteratura portoghese e al più conosciuto e più letto dei suoi scrittori».
Nato nel 1922 ad Azinhaga, nel Ribatejo portoghese, in una modesta famiglia contadina, José Saramago fu costretto a interrompere gli studi e ad intraprendere vari mestieri per motivi economici. Assunto come redattore del giornale Diario de notíczas di Lisbona, e poi come traduttore e condirettore, nel 1947 pubblicò un romanzo, Terra do pecado, sulla miseria dei contadini della sua terra (romanzo successivamente da lui rifiutato). Dopo un ventennio di silenzio pubblicò una raccolta di poesie, Os poemas possíveis, e volumi di cronaca. Soltanto negli anni Ottanta, da scrittore sconosciuto, è balzato alla notorietà, nazionale e internazionale, fino al Nobel. Oggi è tra gli scrittori più letti, su scala mondiale, come lo è stato García Márquez ai tempi di Cent'anni di solitudine; generalmente osannato, qualche volta anche contestato a motivo delle sue posizioni ideologiche sia politiche sia storiche e religiose. Un fatto è incontestabile: dinanzi a opere come Memorial do convento, O Evangelho segundo Jesus Cristo, Ensaio sobre a Cegueira e Todos os Nomes è difficile mantenersi neutrali poiché interpellano ed esigono una presa di posizione [1]. Dopo una breve esposizione del suo «stile orale» e di alcune sue idee ricorrenti, esamineremo più a fondo alcune sue opere rappresentative.

Uno «stile orale» per raccontare la condizione umana

La caratteristica dell'opera di Saramago è il ricorso a uno stile narrativo da lui definito «orale». Consiste nell'immettere nel discorso, eliminando interpunzioni e virgolette, le battute dei personaggi e del narratore, in un continuum di domande, risposte, interventi e considerazioni di un io-narrante che non è sempre lo stesso. È come se lo scrittore registrasse una conversazione a più voci, in cui gli interventi degli interlocutori, immediati e talvolta sconnessi, si susseguono su ritmi diversi, in un diluvio di parole e in un intrico di storia, visionarietà, parabole e proverbi, scanditi da una semplice virgola cui segue una maiuscola. Alla domanda se, in tale contesto, si possa parlare di stile, Saramago ha risposto: «Il fascino proprio della letteratura orale non è incompatibile con lo stile. Due persone che raccontano non sono uguali: ognuna di esse ha il proprio stile. Portando il flusso della narrativa orale nella scrittura si crea una narrativa mista, per così dire: il processo della narrativa orale feconda il processo della narrativa scritta, rendendolo più ricco, più fantasioso, più plastico, prossimo al modo naturale di comunicare, che è quello parlato» [2]. Molte pagine di questo «stile orale» - bisogna riconoscerlo - raggiungono una notevóle capacità espressiva e rappresentativa. A lungo andare, però, perdono di vigore e stancano, anche perché Saramago indulge alla prolissità e alla ridondanza. La sobrietà gli è estranea.
Un elemento portante della filosofia dello scrittore portoghese è la relatività della storia. Questa è sempre invenzione, dunque falsificazione. Su tale convincimento ha costruito il romanzo Storia dell'assedio di Lisbona. Piuttosto che di verità - a suo parere - bisogna parlare di simultaneità della storia, poiché il tempo «non è un punto luminoso lungo una linea. È piuttosto una presenza costante su quella linea» [3]. In altre parole, la storia è un ammasso di eventi, di volti e di nomi che si mescolano tra loro e raffigurano tutto sotto aspetti cangianti e relativi. Su questo ammasso soffia un gelido vento di pessimismo e di nichilismo, che intristisce e irretisce la vita. Di relativismo, però, di pessimismo e di nichilismo non si può vivere. Se n'è accorto lo stesso Saramago, che, nelle ultime opere, soprattutto in Cecità insiste sull'impegno etico. La sola persona preservata dalla cecità è una figura femminile che vince il buio e rende testimonianza alla luce, cioè alla speranza e all'amore.

«Una terra chiamata Alentejo»

Il titolo originale del romanzo è Levantado do Chão (Sollevato dal suolo). Chi è che si solleva dal suolo? È il bracciante dell'Alentejo, la regione portoghese a sud del Tago, che si solleva contro il potere dei latifondisti, in nome della giustizia e della dignità umana. I protagonisti del romanzo sono, appunto, il latifondista e il bracciante: il potere e la sua vittima. Nelle prime pagine Saramago descrive, in termini duri e sarcastici, il latifondo. E un moloc che si aggira sulle terre per divorare e impinguarsi. Si estende «su per cocuzzoli e giù per pianura fin dove arriva lo sguardo» (p. 10); è una «madre dalle mammelle grosse, per bocche grandi e avide, terra concessa dal maggiore al grande, o con più gusto annessa dal grande al maggiore, diciamo, per acquisto, o per alleanza, o per abile furto, o terribile delitto, eredità dei nonni e del mio caro padre, che Dio abbia in gloria. Ci sono voluti secoli per arrivare a questo, chi può dubitare che rimarrà così fino alla fine dei secoli?» (p. 11).
In questo regno della sopraffazione, conquistato anche con la connivenza della Chiesa e popolato anche con stupri o galanterie dei padroni («Crescete e moltiplicatevi, dice il latifondo»), è morale quanto fruttifica per il padrone, immorale quanto lo danneggia o ne mette in dubbio il predominio. E il bracciante, chi è? «Sangue di bestie», «piscio di padrone», «uomo da comprare e vendere». Le armi del padrone sono tre: la religione, perché predica l'obbedienza e la sottomissione, altrimenti c'è l'Inferno; il fattore, perché «è il frustino che mette ordine nella muta. È un cane che si nasconde tra i cani per mordere i cani [...], colui che ha tradito i propri simili in cambio di un po' di potere e di qualche tozzo di pane in più» (p. 63). Ma «la grande e decisiva arma è l'ignoranza [...]. Che loro non sappiano nulla, né leggere né scrivere, né far di conto né pensare, che credano e accettino che il mondo non si può cambiare» (ivi).
Su questo sfondo, attraverso le vicende di tre generazioni, il romanzo narra l'affermarsi graduale della coscienza di classe e il conseguente impulso rivoluzionario. Dopo decenni di fame, di umiliazione e di soprusi, spunta il «giorno di riscatto e di gloria» (p. 307); il recuperato senso della dignità umana e della giustizia ha dato ai braccianti il coraggio di ribellarsi. Capostipite delle tre generazioni - siamo agli inizi del Novecento - è Mau-Tempo (Mal-Tempo), un povero ciabattino perdigiorno che s'impiccherà per disperazione; ma i suoi nipoti, braccianti dell'Alentejo, saluteranno l'alba della rinascita. Il 25 aprile 1974, la «Rivoluzione dei garofani» rovescerà la dittatura instaurata da Salazar e ristabilirà le libertà democratiche.
Una terra chiamata Alentejo (pubblicato nel 1980) ha portato il suo autore alla ribalta della notorietà. Ricorda I Malavoglia (I Mau-Tempo) di Verga, perché epopea dei «vinti», e Fontamara di Silone, perché denuncia contro il latifondo e le sue nefandezze. La validità letteraria del testo va ricercata nella sua coralità, nel ritmo epico, nella fusione di storia, visionarietà e allegoria. Nel portare sulla scena teorie di gente di ogni tempo e condizione al fine di rappresentare, visualmente e oralmente, la storia, Saramago è un maestro. Il limite del romanzo sta nella semplificazione di stampo ideologico marxista della storia, che smorza l'ispirazione creativa.

Il «Memoriale del convento»

Memoriale del convento (1982) riprende e sviluppa i temi di Una terra chiamata Alentejo. Gli sfondi qui sono più vasti, la tecnica stilistica più accentuata, la carica ironica, sarcastica e irriverente, più violenta. Dà l'idea di un fiume in piena che travolge uomini e cose, in un fragore di voci, dí urla e di echi. Siamo nel regno della demenza, che fiorisce sull'orgoglio, sulla religione e sull'ignoranza. Il Portogallo è «un paese in cui la pazzia è dilagata» (p. 182), si afferma riferendosi al Settecento; ma sappiamo che per Saramago passato, presente e futuro si confondono. Non è il Settecento ad essere colpito dalla pazzia, è la storia tutta che è una pazzia, governata com'è da un destino beffardo, che «arriva sempre» (p. 163).
Giovanni V, re del Portogallo, aspetta l'erede, che non viene. Un frate francescano assicura che l'evento si verificherà qualora sua maestà prometta di erigere un convento nella città di Mafra. «Come lo sapete, e frate Antonio disse, Lo so, non so come son venuto a saperlo, io sono solo la bocca di cui la verità si serve per parlare» (p. 14). Viene l'erede e vengono altri figli. La promessa del re è sacra: si costruisca il convento. Soltanto il convento? Giovanni V ha un'illuminazione: «È mia volontà che sia costruita nelmio regno una chiesa come quella di San Pietro di Roma» ( p. 244). Un'altra San Pietro è impossibile, spiega l'architetto, ma un tempio che garantisca per i secoli la gloria a sua maestà, sì.
La narrazione del Memoriale prende l'avvio dalla nascita dell'erede (1713) e si conclude con un autodafé nel quale sono giustiziate undici persone (1739), alcune storiche (il commediografo Antonio José da Silva), altre immaginarie. Le storie narrate si svolgono entro queste due date. Saramago, però, da autentico mago dell'affabulazione, travalica i dati storici e introduce sulla scena personaggi di ogni tempo, nobili e plebei, i quali ci riferiscono sulle vicende che hanno segnato la storia del Settecento portoghese. La Storia e la storia. Questa seconda è più sapida, più colorita, più viva, perché raccontata da testimoni diretti; è anche più vera, perché spoglia di retorica e d'ipocrisia.
Tra la folla di personaggi, alcuni emergono in maniera particolare. Giovanni V, tronfio, ipocrita, re-padrone; da «reale e instancabile stallone», si ridurrà a un «appassito e spento omettino» (p. 100). Padre Bartolomeu Lourengo de Gusmào, intellettuale eccentrico, tutto preso dalla costruzione dell'«uccellaccio» (l'aerostato) che avrebbe glorificato il re e la nazione. Braccato dall'Inquisizione perché accusato di giudaismo, morrà a Toledo, pazzo. Collaboratori di Padre Lourengo sono Balthasar Mateus, detto il Sette-Soli, monco della mano destra, ruvido, selvatico, e Blimunda, sua compagna, capace di vedere «ciò che è dentro ai corpi», perché dotata di poteri magici. Lui finirà sul rogo, lei svanirà magicamente accanto al suo uomo. Domenico Scarlatti, giunto da Londra per insegnare musica all'infanta, «è nato a Napoli trentacinque anni fa, E la forza della vita» (p. 141).
Attorno a questi personaggi pullula una folla policroma, che conferisce al romanzo coralità epica, potenza evocativa e rappresentativa. Il riso si confonde col pianto, la realtà con la fantasia, il racconto diretto è interrotto da monologhi interiori, singoli e collettivi, l'io narrante cambia continuamente e non sempre si riesce a individuarlo. Tale confusione di elementi fa sì che gli eventi storici siano compresi nei loro aspetti più vari e più reconditi, poiché ciò che il re e la sua corte non possono vedere né capire, lo vede e lo comprende la povera gente, che sperimenta in prima persona le magagne della Storia.
Il Memoriale si sviluppa attorno a tre blocchi narrativi. Innanzitutto la costruzione del convento e della basilica. Saramago punta il dito per denunziare un'opera che è espressione dell'orgoglio del re e della superstizione religiosa, costruita con scandaloso dispendio di denaro, col sacrificio di vite umane e con l'impoverimento del Paese. C'è poi l'ideazione e la costruzione dell'«uccellaccio» «per andare per aere nella stessa maniera che per terra o per mare». A motivo di tale prospettiva, Padre LourenQo (il «Volatore») è guardato con sospetto dal Sant'Uffizio. Quando l'«uccellaccio» s'innalza e sorvola Mafra, si forma una processione «a ringraziare per il prodigio che Dio si era degnato di compiere, facendo volare sull'opera della basilica il suo Spirito Santo» (p. 181). Terzo blocco, la celebrazione degli autodafé, le processioni religiose e la miseria morale, spirituale e intellettuale della Chiesa.
Su alcuni punti - pecche, devianze e abusi dello Stato e della Chiesa - si può essere d'accordo con Saramago. La denunzia è lecita, anzi doverosa. Ma il nostro scrittore trascende ogni limite, generalizza, interpreta la storia secondo schemi preconcetti e inaccettabili, è sordo e refrattario a ogni comprensione del cristianesimo, irride tutto e tutti, in ogni manifestazione della fede vede riflessi freudiani, ignoranza e follia. La sua teologia (ma si può parlare di teologia?) è un coacervo di battute insulse più che irriverenti. A leggere certe pagine (le più caratteristiche sono quelle in cui è «rappresentata» la processione del Corpus Domini) vien da pensare che siano soprattutto riflesso di astio e di mania dissacratrice del loro Autore. La filosofia che scaturisce dal Memoriale è espressa dalla maga Blimunda, in un colloquio col suo uomo: «Che cosa senti dentro di te, Che nessuno si salva, che nessuno si perde, È peccato pensare così, Il peccato non esiste, c'è solo morte e vita» (p. 290).

Siamo tutti ciechi

Col passare degli anni la produzione di Saramago diventa meno tumultuosa, ma più profonda e percorsa da una maggiore attenzione alla dimensione etica. L'anno della morte di Ricardo Reis (1984) ha come protagonista un eteronimo di Fernando Pessoa; da Rio de Janeiro, sbarca a Lisbona in quel nefando 1936, assiste allo spettacolo del mondo lusitano ed europeo e si trincera nella convinzione del grottesco della vita, dell'ambiguità della storia, della viltà e della solitudine cui tutti si è condannati. Lui, Ricardo Reis, è metafora della miseria morale e dell'ipocrisia degli uomini.
Cecità (1995) è un romanzo che richiama alla mente La peste di Camus: stessa ispirazione e stesso spessore etico. In una città indefinita, un guidatore, in attesa che scatti il verde del semaforo, diventa improvvisamente cieco. Presto tutta la popolazione è colpita dalla cecità. I ciechi sono rinchiusi in un ex manicomio e abbandonati al dispotismo di coloro che non sono ancora contagiati dal male. Ma anche tra i ciechi regna la violenza e la sopraffazione. In un'atmosfera dominata dal buio, esterno e interno, in nome della sopravvivenza, si afferma il regno dell'indifferenza e dell'egoismo, che si traduce in azioni di violenza. Una sola donna è preservata dalla cecità, inspiegabilmente. Perché? Forse perché si renda conto della miseria morale degli uomini e degli orrori che ne conseguono, e risvegli, con la sua testimonianza, la necessità dell'amore per il prossimo, oltre che il senso di responsabilità. E sia un segno di speranza per tutti.
Lo sfondi di Cecità è tinto di amaro pessimismo. Nell'ultima pagina c'è il succo del romanzo: «Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono» (p. 315) [4].

«Tutti i nomi»

Con Tutti i nomi Saramago raggiunge la pienezza dell'arte. È un romanzo sapientemente strutturato, compatto pur nella varietà di temi e di ritmi, soffuso di poesia, nutrito di pensiero, privo di escandescenze anticattoliche. Saramago ha affermato di essersi formato sui classici portoghesi del XVII secolo e di non subire influenze di scrittori del nostro tempo. E c'è da credergli. È difficile però inoltrarsi nella lettura di Tutti i nomi senza avvertire la presenza di Pirandello, di Kafka, di Borges, dí García Máquez e anche di Gogol: frantumazione della personalità, regno del sogno, dell'immaginario, atmosfere ossessive e surreali, esistenze grigie in balia di forze misteriose e beffarde, insignificanza di quanto crediamo storia e verità. A tutto ciò Saramago aggiunge una suggestiva tecnica da thriller, che conferisce alla vicenda sapore poliziesco; quando si crede di aver raggiunto una conclusione, un elemento impensato immette il lettore in una nuova serie di eventi che rilanciano l'azione fino alla frantumazione di tutto.
In esergo al romanzo è riportata un'affermazione dal Libro delle Evidenze: «Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai». Si vuol dire che la nostra vera realtà ci sfugge; sappiamo ciò che di noi appare e si pensa, non ciò che siamo in realtà. Chi siamo, in realtà? E l'interrogativo che serpeggia lungo tutta la vicenda narrata. La risposta? E nel titolo: Tutti i nomi. Siamo nomi: tutti registrati all'anagrafe e tutti destinati al cimitero (i due poli del romanzo). E la vita, che cos'è? È un sogno, un'illusione, un'apparizione «situata fra il nulla e il nulla» (p. 195): il nulla dell'anagrafe (nomi e dati) e il nulla del cimitero (nomi - o numeri - e polvere) [5].
Tutti i nomi è un romanzo metaforico, come tutta l'opera di Saramago, poiché, a suo parere, «la metafora è sempre stato il miglior modo di spiegare le cose» (p. 241). Le sue metafore sono suggestive e significative, ma richiedono attenzione poiché non di rado si camuffano o si nascondono. Chi sa, per esempio, che il soffitto è metafora dell'occhio di Dio - l'«occhio multiplo di Dio» (p. 223) - e che colloquiare con esso equivale a colloquiare con Dio? Quale valore metaforico può avere la ricerca di una donna sconosciuta? Che cosa si vuol significare quando si dice che un tale è uscito o entrato da una porta? (p. 241). In questo

Tra «scaffalature cariche di vivi e di morti»

Protagonista del romanzo è il Signor José, l'unico personaggio ad avere un nome. Cinquantenne, scapolo addomesticato, «testa senza metafisica» e spirito senza ambizioni, impiegato presso la Conservatoria Generale dell'Anagrafe in una città indefinita. Deve lavorare tutto il giorno, «sedersi e alzarsi, sempre di corsa fra il tavolo e il bancone, fra il bancone e gli schedari, fra gli schedari e l'archivio» (p. 4). A furia di schedare i vivi e i morti, e di trasferire i vivi tra i morti, secondo disposizioni precise, ha finito per confondere vivi e morti. Impiegato metodico e devoto, a tutto rassegnato, anche a utilizzare un'altissima scala per raggiungere le scaffalature superiori, lui che soffre di vertigini o - come si dice - di «attrazione dell'abisso». A una sola soddisfazione non sa rinunciare: collezionare ritagli di giornali e di riviste con notizie e immagini di persone celebri.
Una notte il Signor José ha un'illuminazione che gli cambierà la vita. Per completare un modulo della sua collezione, penetra abusivamente nella Conservatoria, torcia in mano, trova quanto cerca, le mani che gli sudano, i brividi alla schiena. Senza saper come, si trova tra le mani il modulo di una donna, 36 anni, sposata e divorziata. Chi è? Dove abita? Che cosa fa? Decide di rispondere agli interrogativi. Decide? «Penso di non averla presa io la decisione, dev'essere stata lei a prendermi» (p. 31). Così «preso», subordina tutto alla ricerca della donna sconosciuta: lavoro, riposo, rispettabilità, dovere. Diventa un altro, quasi l'antitesi di ciò che era.
La ricerca assume i ritmi dell'ossessione e lo catapulta in una sequenza di avventure, orchestrate - si direbbe - da un fato burlone. Chi avrebbe potuto supporre che un timido e devoto impiegato dell'Anagrafe si sarebbe trasformato in un audace arrampicatore e scassinatore? Per avere notizie della donna sconosciuta, di notte, sotto una pioggia scrosciante, s'introduce come un ladro nella scuola da lei frequentata. Fradicio e febbricitante, una corda alla caviglia per non smarrirsi, la torcia in mano, si muove in una specie di sogno alla ricerca non soltanto delle schede e delle foto della sua donna, ma anche di cibo (la fame lo pungola), di medicine (le ginocchia gli sanguinano per la caduta da un muro), di una coperta in cui avvolgersi (trema e suda).
Quando all'alba, trascinandosi come un lugubre fantasma, raggiunge il suo appartamento, si chiede se è lui o un altro. «Sono ridotto uno straccio, pensò, ed era vero, un povero animale umano febbricitante, disteso su un povero letto di una povera casa, con i vestiti sporchi del delitto nascosti e una macchia di umidità per terra che non si asciuga mai» (p. 114). Delira, dialoga con i fantasmi, irretito dalla paura che si venga a sapere della sua avventura. Paura ragionevole a causa delle subdole domande che gli ha rivolto l'infermiere inviatogli dal Conservatore, capo supremo della Conservatoria. Sarebbe la fine, se costui venisse a sapere. In verità, le infrazioni del Signor José sono gravi: ha falsificato una credenziale che lo autorizza a interrogare persone, visitare luoghi, appurare quanto è relativo alla donna sconosciuta; e l'ha firmata falsificando anche la grafia del Conservatore.

Le amare rivelazioni del cimitero

In un immaginario dialogo (il romanzo ne rigurgita) tra la ragione e l'angoscia, questa afferma che il caso governa la vita e che conseguentemente tutto può accadere (p. 37). E il caso spinge il Signor José in un intrico di eventi sorprendenti. Dopo affannose ricerche, apprende che la donna sconosciuta è morta. Tutto concluso? Sembrerebbe. Il caso però lo conduce al cimitero per vedere la tomba della signora. La narrazione di questa visita è tra le pagine più felici del romanzo. L'atmosfera del cimitero, il silenzio e i fuochi fatui, il senso della paura che altera la realtà, gli incubi di un sogno incalzante, le rivelazioni che stordiscono lo spirito: tutto è reso alla perfezione, in una successione di quadri reali e surreali. L'insieme è vivificato da un sottofondo di idee che costituiscono l'ossatura del romanzo.
«Osservato dall'alto, il Cimitero Generale sembra un albero sdraiato, enorme, con un tronco corto e grosso, costituito dal nucleo di tombe originarie, da cui partono quattro possenti rami, contigui alla nascita, ma che poi, in biforcazioni successive, si estendono a perdita d'occhio, formando, nelle parole di un poeta ispirato, una frondosa cima in cui la vita e la morte si confondono» (p. 192). Per l'incessante premere dei morti, sono state abbattute le mura di cinta, il portone d'ingresso non si usa più: i cortei funebri entrano da ogni parte sì che città e cimitero sembra si vogliano abbracciare. Abbracciare? A desiderare tale abbraccio non è la città, ma il cimitero, «polpo smisurato [...] che distende all'esterno i suoi otto, sedici, trentadue, settantaquattro tentacoli, come se volesse finire per abbracciare il mondo» (p. 193). Come succede anche nella Conservatoria. Del resto i due complessi -cimitero e anagrafe - hanno un'identica facciata, quasi per ricordare il loro identico scopo.
Con una falsa giustificazione il Signor José chiede di visitare la tomba della sua signora. «È fra i suicidi». La rivelazione gli procura «una repentina contrazione alla bocca dello stomaco». Si riprende e s'inoltra nella metropoli dei morti. «Sono milioni, ha mormorato, allora pensa all'enorme quantità di spazio che si poteva risparmiare se i morti fossero stati sepolti in piedi, fianco a fianco, in-formazione serrata, come un esercito sull'attenti» (p. 204). Dopo un interminabile camminare, trova la tomba della donna sconosciuta, identificabile soltanto da un numero. È sera, gli alberi rumoreggiano, la luna emana un chiaro misterioso, la paura avanza. Se questo «consesso di suicidi», questo «raggruppamento di silenzi», si mettesse a urlare? Ma è come se urlasse: «contro la morte non si può niente», «nessuno s'è alzato quando l'ha udito passare, nessuno l'ha implorato di aiutarlo a riunire la polvere sparsa della carne con le ossa staccatesi dai loro incastri, nessuno gli ha chiesto, Vieni a soffiarmi negli occhi l'alito della vita» (p. 210). Con la paura, il Signor José avverte anche un'angoscia che gli stringe la gola e un'inquietudine che gli dà un senso di smarrimento. Che cosa fare? Si rannicchia nella cavità di un tronco, in attesa del sonno e del giorno.
Conclusa, ora, la sua avventura? La donna sconosciuta è morta, suicida, e qui è la sua tomba. «Ma il Signor José non riesce a liberarsi da un'idea fissa, quella che nessun altro, al di fuori di lui, potrà muovere l'ultima pedina che è rimasta sulla scacchiera, la pedina definitiva, quella che, se mossa nella direzione giusta, finirà per dare significato reale al gioco, con il pericolo, se non lo facesse, di lasciarlo bloccato per l'eternità» (p. 211). La magica mossa gli sarà suggerita, al risveglio del mattino, da un pastore che gli si avvicina, lasciando che le pecore bruchino tranquillamente nel cimitero. Costui gli rivela che la tomba della donna ricercata non è questa che lui crede. Ogni mattina, lui, il pastore, si diverte a scambiare i nomi e i numeri dei morti. «Sono tutti scambiati». Perché li scambia? Perché la morte annulla ogni cosa. Nomi, numeri, date; tutto una menzogna. Il Signor José «si avvicinò a una tomba e vi si fermò davanti, come qualcuno che stesse meditando profondamente sull'irrimediabile precarietà dell'esistenza" sulla vanità di tutti i sogni e di tutte le speranze, sulla fragilità assoluta delle glorie mondane e divine» (p. 218).
Mentre è assorto in queste verità, arrivano alcune persone che accompagnano un funerale. Il Signor José non si muove: «Non si mosse fino a quando rimase solo. Poi andò a prendere il numero che corrispondeva alla donna sconosciuta e lo collocò sulla tomba nuova. E il numero di quest'ultima andò a prendere il posto dell'altro. Lo scambio era fatto, la verità era divenuta menzogna» (p. 219). Chissà che, domattina, il pastore non scambi, a sua volta, i nomi e che la menzogna non torni ad essere verità.

«L'assurdità del separare i morti dai vivi»

Gli ultimi sussulti della ricerca - interrogatorio dei genitori della donna e del direttore della scuola dove lei ha insegnato, ispezione della sua casa nel tentativo di trovare un cenno di addio - si perdono nel nulla. Ma la verità che l'avventura del Signor José vuol consegnarci ormai s'impone con evidenza.
Innanzitutto, «l'assurdità del separare i morti dai vivi» (p. 252). Lo ha capito bene il capo della Conservatoria: ha seguito le peripezie del suo impiegato e ha letto il suo quaderno di appunti, senza farsene accorgere. In conseguenza, ha ordinato l'abolizione di ogni separazione dei vivi e dei morti. Siamo tutti imbarcati sulla stessa nave che svanisce nel nulla. L'unica certezza che abbiamo è che «eravamo, siamo e saremo polvere» (p. 82). Nessuna speranza di sopravvivenza? «Quel che c'è al di là della morte, nessuno l'ha mai visto né lo vedrà, dei tanti che ci sono stati, non uno è mai tornato qua» (p. 227). Possiamo godere soltanto di una vita cartacea qualora il modulo della nostra morte si smarrisca o venga distrutto. È questa la vita che pare voglia dare alla donna sconosciuta il Signor José, a conclusione di tutto.
Non solo si approda al nulla, ma la vita è governata dal nonsenso. «Niente al mondo ha senso» (p. 247): l'espressione ricorre più volte come un ritornello funebre. «Tutto finisce nella spazzatura» (p. 238), afferma il Signor José, «senza capire se stava pensando al-le glorie perdute o alla sua collezione» (ivi). Prima di finire nella spazzatura, quante stranezze del caso, o del destino, dobbiamo subire; quante contraddizioni avvertire nello spirito, dato che «esso» è il luogo prediletto delle contraddizioni» (p. 242).
Altre verità il Signor José non sa darci, né potrebbe, poiché l'universo è reti() dal caos. Ed è per l'incapacità di «sopportare l'idea del caos come principio unico che regge l'universo» (p. 13) che talune persone si mettono a collezionare oggetti: francobolli, monete, fiammiferi, bottiglie. Il Signor José, non eccelso di mente, non soffre di «angosce metafisiche» causate dall'idea del caos, ma d'insofferenza per la monotonia della sua vita, sì. Anche lui, pertanto, evade collezionando notizie sulle celebrità del suo Paese. Quel modulo della donna sconosciuta, capitatogli per caso tra le mani, ha frantumato il suo castello di carta, e si è trovato in compagnia dell'inconsistenza di ogni cosa.
José Saramago ha narrato la storia del Signor José con molta pietà e con una certa simpatia, anche per una sua particolare intuizione: che la ricerca del Signor José non era, in fondo, che una ricerca d'amore (p. 223) [6].

* * *

Il lettore che ci ha seguito fin qui sarà rimasto sorpreso. Sul best-seller di Saramago, Il Vangelo secondo Gesù, «il libro dello scandalo», neppure una parola? Nulla da dire? Tutt'altro. Ne diremo in un prossimo articolo.

NOTE

1 Bibliografia di Saramago: Os Poemas Possíveis, 1966 (poesia); Provavelmente Alegria, 1970 (poesia); Deste Mundo e do Outro, 1971 (cronache); A bagagem do Viajante, 1973; As Opinióes que o DL teve, 1974; O Ano de 1993, 1975; Os apontamentos, 1976; Manual de Pintura e Caligrafia, 1977 (romanzo); Objecto Quase, 1978 (racconti); Poética dos Cinco Sentidos. O Ouvido, 1979; A Noite, 1979 (teatro); Levantado do Chão, 1980 (romanzo) [tr. it. di Rita Desti, Una terra chiamata Alentejo, Milano, Bompiani, 1992]; Que farei com este Livro?, 1980 (teatro); Viagem a Portugal, 1981 (guida sentimentale); Memorial do Convento, 1982 (romanzo) [tr. it. di Rita Desti e Carmen M. Radulet, Memoriale del convento, Milano, Feltrinelli, 1984, da cui il maestro Azio Gorghi ha tratto l'opera lirica Blimunda, rappresentata al teatro alla Scala di Milano nel 1990]; O Ano da Morte de Ricardo Reis, 1984 (romanzo) [tr. it. di Rita Desti, L'anno della morte di Ricardo Reis, Milano, Feltrinelli, 1985]; A Jangada de Pedra, 1987 (romanzo) [trad. it. di Rita Desti, La zattera di pietra, Milano, Feltrinelli, 1988]; A Segunda Vida de Francisco de Assis, 1987 (teatro) [tr. it. di Giulia Lanciani, La seconda vita di Francesco d'Assisi, Milano, Ricordi, 1991]; História do Cerco de Lisboa, 1989 [tr. it. di Rita Desti, Storia dell'assedio di Lisbona, Milano, Bompiani, 1990]; O Evangelho segundo Jesus Cristo, 1991 [tr. it. di Rita Desti, Il Vangelo secondo Gesù, Milano, Bompiani, 1993]; In nomine Dei, 1993 (teatro); Ensajo sobre a Ceguejra, 1995 (romanzo) [tr. it. di Rita Desti, Cecità, Torino, Einaudi, 1996]; Todos os Nomes, 1997 (romanzo) [tr. it. di Rita Desti Tutti i nomi, Torino, Einaudi, 1998]. Il volume Teatro, Torino, Einaudi, raccoglie la traduzione delle quattro opere teatrali nella traduzione di Rita Desti e Giulia Lanciani: La notte, Cosa ne farò di questo libro?, La seconda vita di Francesco d'Assisi, In Nomine Dei. I libri di J. Saramago sono stati quasi tutti pubblicati o ripubblicati dall'Editorial Caminho di Lisbona.
2 In Il Messaggero, 12 maggio 1985, 7.
3 In La Stampa, 13 giugno 1992, 16.
4 Riportiamo un brano di un'intervista concessa da Saramago a Marco Neirotti e pubblicato su La Stampa (13 giugno 1996).
D.: La metafora della cecità cí porta in un mondo livellato da un handicap: tutti uguali, con le stesse possibilità. Eppure neanche lì si riesce a creare una convivenza diversa.
R.: «Come non essere pessimisti? La loro cecità rappresenta quella della mente, è inevitabile che si ricreino le uniche regole che si conoscono».

D.: Di contro c'è l'altra violenza, quella del potere che rinchiude i diversi.
R.: «Rinchiudere è un tentativo di frenaré. Ma inutile. Oggi c'è il problema degli anziani, ma non serve rinchiuderli: fuori, i giovani continuano a invecchiare».

D.: Lei ha sempre colpito ogni forma di potere. L'unica alternativa è l'anarchia?
R.: «Potrebbe essere un'anarchia che non prescinde da una presa di coscienza. L'anarchia può essere un altro nome dell'armonia. L'armonia è il nome corretto della felicità. La differenza sta in questo: la felicità è l'obiettivo del singolo, l'armonia è un insieme di felicità che si rispettano e tutelano fra loro» [...].

D.: Tutta la sua narrativa è legata all'impegno. Esiste un dovere civile dello scrittore?
R.: «La letteratura non ha doveri. Li abbiamo come cittadini. Nel mio caso c'è la confluenza fra due anime. La strada che prende il cittadino la imbocca anche lo scrittore».

5 In proposito, si può ricordare Il nome della rosa di Umberto Eco. L'idea sulla quale lo scrittore portoghese costruisce il suo romanzo è scandita in un esametro latino riportato nell'ultimapagina del libro di Eco: Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (L'antica rosa (Dio] esiste come nome; abbiamo soltanto nudi nomi). In altre parole, siamo tutti soltanto parole, nomi, cioè nulla. Anche Dio è un puro nulla. In questo puro nominalismo, in Eco come in Saramago, svanisce ogni consistenza e ogni valore.gioco di metafore Saramago si diverte un mondo, e anche il lettore con lui quando riesce a comprenderne il gioco. Un divertimento, in verità, amaro, anzi funereo, poiché si gioca tra scaffalature impolverate, camere spettrali e tombe del cimitero.
6 L'intuizione che la folle ricerca di una donna sconosciuta da parte del signor José sia soltanto una ricerca d'amore conferisce al romanzo un tocco di profondità psicologica. Anche se siamo puri nomi, votati al nulla, abbiamo bisogno d'amore per un'esistenza che non sia soltanto amarezza e insignificanza.

(La Civiltà Cattolica 3572 / 1999, pp. 148-161)

Newsletter
Dicembre 2018
NLdic18

Verso Panama 
XXXIV GMG
  

logo panama

Sinodo sui giovani 
Un osservatorio
Commenti. riflessioni, proposte  

logo-SINODO-GIOVANI-colori-295x300

Giovani 
nel digitale
Esercizi di discernimento  

iphone mano

Newsletter NPG



Ricevi HTML?

invetrina2

Laboratorio
dei talenti 2.0
Una rubrica FOI

rubrica oratorio ridotta

No balconear 
Rubrica ispirata al/dal Papa
 

lostintranslation 1

Sulle spalle... 
dei giganti

giganti

Temi di PU 
(pastorale universitaria)

temi di PU

rubriche

 Il Vangelo
del giorno
(Monastero di Bose)

Lezionario 1

Storia "artistica"
della salvezza 

agnolo bronzino discesa di cristo al limbo 1552 dettaglio2

I cammini 
Una proposta-esperienza
per i giovani
e materiali utili

vie

Bellezza, arte 
e PG
(e lettere dal mondo)

arteepg

Etty Hillesum 
una spiritualità
per i giovani

 Etty

Semi di
spiritualità
Il senso nei frammenti

spighe

 

Società, giovani 
e ragazzi
Aspetti socio-psico-pedagogici  

ragazziegiovani

LIVE

Contattaci

Note di pastorale giovanile
via Marsala 42
00185 Roma

Telefono: 06 49 40 442

Fax: 06 44 63 614

Email

Il numero di NPG 
in corso
Dicembre 2018

400 dic 18

Il numero di NPG 
precedente
Novembre 2018

NPG novembre 2018

Post It

1. In spedizione e on line la Newsletter di dicembre, con il dossier sulla SCUOLA e la Via Amerina come cammino proposto e "commentato"

2. Sul sito, il più completo RAPPORTO SUL SINODO esistente on line

3. In homepage materiali relativi alla prossima GMG di Panama

4. Abbiamo inserito nel sito tutta l'annata NPG del 2014. Ecco la ragione per cui tra gli "ultimi articoli inseriti" compaiono anche scritti di quell'anno

Le ANNATE di NPG 
1967-2019 

annateNPG

I DOSSIER di NPG 
(dall'ultimo ai primi) 
 

dossier

Le RUBRICHE NPG 
(in ordine alfabetico)
Alcune ancora da completare 
 

Rubriche

Gli AUTORI di NPG
ieri e oggi 

pennapennino

Gli EDITORIALI NPG 
1967-2019 

editorialeRIDOTTO

INDICI NPG
50 ANNI
 
Voci tematiche - Autori - Dossier

search

VOCI TEMATICHE 
di NPG
(in ordine alfabetico) 
 

dizionario

I LIBRI di NPG 
Giovani e ragazzi,
educazione, pastorale
 

libriNPG

I «QUADERNI» 
dell'animatore

quaderni

 

Alcuni PERCORSI 
educativo-pastorali in NPG
 

percorsi

I SEMPREVERDI 
I migliori DOSSIER di NPG 
 

vite N1

NOTE'S GRAFFITI 
Materiali di lavoro
con gruppi di ragazzi e adolescenti 
 

medium

Di animazione,
animatori
e altre questioni
NPG e «animazione culturale»

animatori

Sussidi e materiali 
x l'animatore in gruppo 
 

cassetta

webtvpic

SOCIAL AREA

 
socialareaok2 r1_c1_s1 socialareaok2 r1_c2_s1 socialareaok2 r1_c3_s1 socialareaok2 r1_c4_s1