Esorcizzare il tempo

La sindrome di Peter Pan

Antonio Bertazzo


Non è difficile poter vedere fianco a fianco genitori e figli, madri o padri, ragazzi o ragazze, vestiti quasi allo stesso modo e con portamenti molto rassomiglianti. Le differenze tra giovani e adulti tendono a essere minime. Moda e usanze degli ultimi tempi appaiono, spesso, uguali per generazioni di età diverse, come una forma di appiattimento non solo nei comportamenti o nel modo di fare o parlare, o nella scelta dei gusti, ma anche nell'affrontare le questioni difficili, le decisioni importanti e, talvolta, anche le problematiche affettive o relazionali.
Le differenze tra generazioni non sono più stabilite da assunzioni di responsabilità e passaggi di competenze o ruoli, in cui si deve dimostrare la capacità di superare limiti e difficoltà con un senso di maturità ed equilibrio crescente. Tempi che vanno e tempi che non scorrono. Se non si tratta di un vero rovesciamento, si constata comunque un rallentamento dello sviluppo delle fasi di vita e dei tempi di maturazione.
Questi fenomeni di tipo sociale e culturale, avvengono in un contesto in cui, almeno in Europa, la situazione economica e dell'occupazione sembra aver avuto un'influenza determinante sui costumi e sulle modalità di gestire i tempi di passaggio generazionale. Lo spostamento dei tempi di distacco dalla famiglia di origine per raggiunta autonomia e responsabilità, hanno creato attese e distanziamenti non prevedibili. Infatti, se alcuni decenni fa si poteva ipotizzare un'età media di raggiungimento di una certa autonomia personale e sociale, attualmente ciò non sembra possibile. I tempi della fine adolescenza sembrano essersi dilatati e il passaggio alla fase adulta si sono spostati [1].

1. Una sindrome adolescenziale con qualche conseguenza

Mentre si va in cerca di responsabilità, constatiamo il fenomeno: gli adulti si comportano da adolescenti. Non un semplice fenomeno isolato, ma una sindrome che sembra caratterizzare i nostri tempi: la sindrome di Peter Pan. Con questo nome si fa riferimento a un insieme di comportamenti. P. un termine coniato da uno psicologo junghiano, Dan Kiley, che pubblicò nel 1984 un testo che porta il titolo: Gli uomini che hanno paura di crescere. La sindrome di Peter Pan [2].
Prendendo spunto dall'attualità della tematica specifica, le cui coordinate psicologiche e pedagogiche sono già state esposte in altre fonti [3], si intende porre l'attenzione sul tema delle fasi della vita o stagioni della vita: esse sono delle categorie mediante le quali cogliamo il fluire del tempo. La fissazione all'interno di una fase della vita – di cui appunto la sindrome di Peter Pan è un esempio –, produce una distorsione della percezione del tempo e, in ultima analisi, non permette di esprimere l'esperienza del tempo come flusso di vita.
Soffermandomi su un tema strettamente antropologico, come quello delle età della vita, descriverò, in senso generale, alcune modalità o strategie con le quali l'individuo vive il tempo, prende consapevolezza del tempo passato, di quello presente e di quello che attende, lo cavalca, tenta di sfuggire ai cambiamenti possibili, si fissa nelle varie fasi.
Perché è importante parlare delle età della vita, o delle stagioni della vita? Si dice che «i tempi cambiano e noi cambiamo con essi». Sembrerebbe scontata questa affermazione. Tuttavia, si deve constatare che proprio grazie al «cambiamento» l'esperienza del tempo giunge a consapevolezza.

2. La consapevolezza del tempo

Nelle società (che si tratti del mondo occidentale od orientale o di mezzo... non ha importanza nel contesto globalizzato) che pervengono a uno sviluppo economico o simile, si ha una ridefinizione della percezione del tempo. Si constata, infatti, che la presenza di fenomeni di distorsione del modo di vivere il tempo nelle diverse età, sia un fenomeno che non dipende dalla cultura, dalle tradizioni e/o dalla religione, pur riconoscendo che il livello economico elevato raggiunto sia un elemento che vi contribuisce. Quali fenomeni si verificano? Due in particolare:
– il primo è l'allungamento delle fasi della vita: l'adolescenza prolungata si allarga nella fase adulta;
– il secondo, apparentemente opposto, è dato quando non si rispettano i tempi evolutivi, cosicché si restringono le fasi della vita: all'infanzia, quando si chiede ai bambini di diventare grandi o li si educa a un «adultismo» di responsabilità o di apparenza; ai soggetti di età avanzata, quando, nella debolezza della loro fase, si relegano in quanto non più efficienti, accelerando la loro uscita.
Fissarsi su una determinata fase della vita, della quale si citerà come esempio la sindrome di Peter Pan, così come la distorsione o la negazione delle varie fasi, non rappresenta un semplice fenomeno di tendenza, ma esprime un disagio, una ricerca, una perdita di orientamento e dei simboli fondamentali di riferimento, come sono ad esempio la figura dell'autorità, del volto della sapienza, dell'innocenza, il fine ultimo dell'esistenza.
Sottolineando altri aspetti di questi fenomeni di fissazione o di negazione o di invasione di campo, rinvio a un testo di Irene Bernardini, pedagogista, terapeuta, che propone una descrizione del fenomeno relazionale adulto-bambino in un testo che porta il titolo Bambini
e basta [4]. In questo testo ripropone la questione attuale dell'adulto, che sembra aver perso la propria capacità dell'esercizio educativo, cosicché egli sembra chiedere in modo implicito la conferma della sua adultità, ai bambini, figli o soggetti di educazione che siano.
Parliamo allora delle fasi della vita e di alcune distorsioni, per parlare della concreta esperienza del tempo, così come vissuto da ogni soggetto. L'essere «gettati nel tempo» assume la consistenza di una responsabilità del tempo.

3. Tempo e fasi della vita

Il tempo è percepito in senso dinamico dal nostro vivere e, considerando le diverse fasi della vita, può essere descritto come un progresso da cui non ci può sottrarre. Tempo che passa, età diverse, «ritorni di fiamma» che talvolta fanno dire con una nota nostalgica: «L'età che si vorrebbe avere rovina quella che si ha».
Quando parliamo di «tempo» in riferimento all'uomo concreto nel suo stare in esso, non possiamo mettere da parte quelle descrizioni con cui egli parla del suo modo di percepirsi lungo l'arco del suo vissuto. Sono le diverse fasi della vita, o età della vita in cui confluisce anche il confronto tra generazioni, luogo particolare della consapevolezza del cambiamento.
Le diverse fasi, per precisare meglio, sono distinte in quanto sono segnate da trasformazioni, da occasioni di esperienze diverse del vivere e, in senso individuale, da differenti modi di vedere, di considerare e di valutare la realtà delle cose e delle persone.
Si parla, appunto, di evoluzioni della vita, di trasformazioni, di generazioni. In questo caso, poiché si tratta dell'uomo e del suo vissuto, ci risulta, talvolta limitato fissare in modo rigido le caratteristiche antropologiche, psicologiche, sapienziali e valoriali per ogni età o stagione della vita.
La tassonomia rigida, alla pari di altri esseri viventi, non si adatta in modo completo per l'uomo. Infatti, possiamo ritrovare elementi o dinamiche proprie attese in una determinata fase di vita, come ad esempio comportamenti di dipendenza relazionale, o forme di regressione emotiva proprie dell'età infantile, anche nella fase adulta o dell'anzianità. Oppure, come ulteriore esempio, l'immagine dell'adulto, così esaltata da tanta letteratura antica [5] o romantica, non trova chiarezza di definizione o di confini nella cultura di oggi, in particolare nelle società occidentali.
Da qualche anno si parla di crisi dell'adulto, ma anche di crisi dell'autorità, di crisi della paternità o della figura del padre [6], definendo così una non ben chiara distinzione delle fasi.
Come vediamo, quando si tratta di età della vita, s'intende indicare la modalità concreta del vivere e del misurare il tempo in senso cronologico ed esistenziale.
Da notare, in modo di sintesi, che il tempo e l'identità personale sono i due elementi che si fondono: quando parliamo di tempo per il soggetto, ciò è strettamente unito al vissuto della consapevolezza e all'esperienza di identità. Di questa identità si intende ribadire la «continuità», grazie alla quale si fa presente un continuum dalle origini all'attualità, insieme alla «discontinuità» che è garanzia del movimento, del cambiamento, dell'evoluzione.
Parlando di tempo, in riferimento all'evoluzione dell'esistenza, così come già ribadito, si indicano le età della vita e, in ultima analisi, il rapporto tra generazioni. Nel suo testo Generazioni, Remo Bodei si esprime così:

Tra gioventù e vecchiaia esiste una simmetria inversa: i giovani hanno poco passato alle spalle e tanto futuro davanti; i vecchi, al contrario, hanno tanto passato alle spalle e poco futuro davanti. Ai giovani si schiudono le speranze, ai vecchi non restano che i ricordi. Ai primi l'avvenire si apre al possibile e nell'immaginazione si popola di aspettative e di desideri; nei secondi il passato sovrasta le altre dimensioni del tempo, mentre il presente scivola, necessariamente e con moto accelerato, verso un futuro prossimo in cui il mondo proseguirà senza di loro [7].

Secondo una modalità tradizionale, si è soliti dividere il ciclo di esistenza umana in infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia. Tale scansione richiama la naturale esperienza quotidiana del nascere del Sole, del mezzogiorno e della sera.
Certo, la preferenza viene data alla giovinezza, poiché rappresenta il punto alto di un arco posto in equilibrio tra la memoria del passato e la proiezione nell'avvenire. Essa è il tempo in cui non sembra possibile rinunciare mai a ulteriori cambiamenti.
L'esperienza del tempo è un movimento veloce, frettoloso in cui si investono tutte le energie possibili.
Il confronto sulla percezione del tempo nella fase della giovinezza rispetto a quella dell'anzianità è intenso: la giovinezza è una continua conquista dei beni, mentre gli anziani vivono «la paura di perdere tutto, come una inarrestabile emorragia di vita», così come si esprime il salmo:

Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le mie forze (Sal 71,9).

Anche se la vecchiaia, nelle culture tradizionali, è considerata come un luogo della saggezza, essa si presenta come il tempo del rimpianto, quando vengono a mancare le forze e la lucidità e il corpo fa sentire la sua debolezza con segnali chiari. È il tempo in cui si può constatare che

Ogni anziano porta dentro di sé, seminascosto sotto il cumulo degli anni, un giovane incredulo dinanzi alla propria età [8].

Questa suddivisione delle età della vita (infanzia - giovinezza - maturità - vecchiaia) è rimasta immutata per secoli.
Quando alla fine delle grandi epidemie, verso il 1600, la popolazione europea ha iniziato ad aumentare e la mortalità infantile diminuì, solo in questo tempo l'infanzia iniziò a differenziarsi e ad affermarsi come specifica età [9], rispetto all'epoca antica in cui questa fase di vita non veniva presa in considerazione.
Anche nella fase post-industriale, l'infanzia, non più considerata unicamente come forza lavoro alla pari dell'età degli adulti, fu una categoria presa in considerazione. Si giunge, quindi, alla metà del secolo XIX, quando il rapporto infanzia - adulti venne segnato da una considerazione positiva, quasi idealizzata dell'infanzia. Il bambino e l'innocenza furono categorie collegate direttamente.
Successivamente – siamo agli inizi del Novecento – con l'avvento dell'interpretazione analitica freudiana, l'infanzia non venne più considerata come luogo dell'innocenza oppure del paradiso perduto,
ma essa venne descritta come luogo delle lacerazioni e dei conflitti interiori.
Oggi, in molti paesi e culture, l'infanzia si è allungata nel tempo. Tuttavia sono presenti delle contraddizioni. Al bambino, da una parte, viene chiesto di non crescere in fretta e di rimanere tale, dall'altra assistiamo al fatto che si vede il bambino come adulto. Un fenomeno diffuso è la moda che sta vestendo da adulto il bambino; oppure il bambino che deve divenire presto autonomo per sostenere, talvolta, le crisi degli adulti nella loro mancanza di responsabilità.
In questo rapporto tra il tempo dell'infanzia e il tempo dell'adulto, si evidenzia la questione dell'identità.

4. La fase dell'adulto, tra confusione e ricerca

In un testo di Francesco Stoppa, La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni [10], si afferma che gli adulti tendono a non diventarlo mai, creando un'incapacità di «passare il testimone», alla generazione che viene. I tempi del passaggio generazionale si sono allungati o non maturano. L'autore constata che adolescenza e giovi-
nezza si sono, a loro volta, protratte, invadendo il periodo riservato all'età adulta.
Così come la vecchiaia, soprattutto nella cultura occidentale, viene presentata non più come sinonimo di declino, ma come green old age: si è cioè allungata verso un'età ancora produttiva, riscoprendo per essa le caratteristiche dell'espressione libera e gradevole, della
soddisfazione dei desideri, allontanandosi anche dalla figura della saggezza.

Inseguire l'efficienza, la prestanza, l'evitare disagi del corpo (prevenzione), sembrano rappresentare gli elementi che abitano le intenzioni di molti, soprattutto in Occidente e provocare una forma di linea di demarcazione tra una prolungata maturità e il momento dell'accettazione della propria avanzata età» [11].

In generale, si può dire che il tempo, quello cronologico, non viene rispettato, ponendo delle questioni circa la classificazione delle età della vita e l'ambiente culturale ha creato fasce di espansione e sovrapposizione delle diverse età di fronte alle quali si può rimanere sorpresi. Si pensa che tutto questo sia anche l'effetto di una società - in particolare occidentale, ma non solo - che ha garantito la vita e l'assistenza materiale, il benessere psicofisico, mediante una politica sociale di garanzia dei diritti, il cosiddetto welfare state.
A motivo di questo si sono sfalsate, ad esempio, le modalità grazie alle quali i bisogni all'interno di una famiglia erano corrisposti per la presenza di giovani rivolti agli anziani. Chi non riusciva più a vivere in una propria autonomia, veniva aiutato all'interno del contesto familiare, dai più giovani, potendo, così, differenziare le generazioni più giovani, rispetto alle generazioni più mature.

5. Il significato di generazione

Il termine «generazione» non può essere limitato solo utilizzando il criterio cronologico. Infatti, ciascuno di noi nascendo, costituisce una novità inimitabile e inizia una nuova storia. Incontrando una realtà già fatta, condivide con i coetanei e contemporanei le vicende del suo tempo. Ogni persona si fa carico del suo tempo in modo simile a quello degli altri componenti della sua generazione.
Quindi, vanno distinte le generazioni in senso biologico come distanze temporali tra genitori e figli, e generazioni come insieme di coetanei che condividono determinate esperienze sociali.
Non si contano le generazioni solo in senso cronologico di tre o quattro per ogni secolo, ma il cambio generazionale avviene ogni quindici anni, cioè questo è il periodo di condivisione di esperienze relativamente omogenee, elaborate durante gli anni di formazione: un corredo di vissuti riconosciuto omogeneo nella fascia di età vicina [12].
Quali esperienze formano una generazione?

... una generazione è rappresentata non solo da coloro che hanno vissuto una guerra, una rivoluzione o la nascita e crollo di un regime, eventi traumatici e gioiosi. Ma anche da quanti hanno in comune gli anni in cui campeggiavano famosi personaggi, erano in voga canzoni o particolari modi di dire [13].

È chiaro che il legame fisico tra le generazioni è dato dai genitori, cioè da coloro che lasciano la prima e decisiva impronta, ma la distanza storica è segnata da molteplici fattori tra cui il principale è quello di non saper garantire ai loro figli un futuro che non fosse quello della loro vita trascorsa.
In questo senso stiamo assistendo oggi, forse dal dopoguerra in poi - e il cosidetto «'68» ne rappresenta un emblema -, a una demarcazione tra generazioni tale che sembra allargarsi sempre di più: dalla generazione del '68, con il rifiuto netto di un precedente bagaglio di valori, dalla generazione punk, dalla shampoo generation degli anni '80, in cui padri e madri erano contestatori e i figli conformisti, all'attuale generation me, cioè quella dei reality show, in cui assistiamo a una vera rottura tra generazioni.
In questo contesto è presente l'incapacità dei genitori di accettare la propria funzione di tramite, nonché della loro incapacità di rivestire il ruolo di anelli di congiunzione con la generazione successiva.
Gli eventi sociali ci descrivono una conclamata rottura tra generazioni, il mancato passaggio di testimone, la perdita di autorità delle figure degli adulti.
Un fenomeno che viene, poi, associato anche alla figura di una famiglia che sempre di più diviene nel mondo occidentale, un ammortizzatore in mezzo alla crisi del welfare state, delle crisi finanziarie, delle mancanza di lavoro.
È la generazione boomerang, per cui i giovani sono costretti a rimanere in casa per più tempo, aumentano le coppie che vivono senza sposarsi, cioè senza perdere i diritti individuali acquisiti e altri fenomeni che descrivono il rallentamento di un'evoluzione sociale nel tempo.
Da queste analisi si rileva come siano presenti situazioni di diverso genere che inducono a comprendere il tempo come un'esperienza non dinamica, incapace dell'immaginazione del futuro, caratterizzata da sovrapposizione di generazioni, da età che in qualche modo non si
riescono a pensare distinte e definibili come età della vita, con una propria e specifica continuità, nonché dalla difficoltà di maturare una propria identità.
Non sono fuori luogo alcune domande in merito alle diverse stagioni della vita: «Dov'è finita l'infanzia?», oppure «dove finisce e inizia l'infanzia?», oppure ancora «che figura sono gli adulti sempre giovani?».

6. La sindrome di Peter Pan

Un fenomeno che tenta di descrivere la fatica del crescere, di modificarsi, di vivere il tempo secondo l'inesorabilità del suo avanzare ed evolversi, porta il nome di sindrome di Peter Pan. È una «sindrome», cioè un insieme di manifestazioni riconducibili a un contesto unitario [14]. Di cosa si tratta?
È il rifiuto di crescere. Un fenomeno in espansione anche dal punto di vista generazionale, tanto da occupare l'intero arco della vita dell'uomo.
Questa situazione di «stallo interiore», di impossibilità di passare alla fase adulta della vita, è stata, come detto, recentemente ratificata anche come categoria psicologica (sindrome di Peter Pan, appunto), ad opera dello psicologo junghiano Dan Kiley, che si ispira al celebre romanzo di James Barrie Peter and Wendy, pubblicato nel 1911, anche se poi ha acquistato maggiore celebrità il titolo scelto per la sua rappresentazione teatrale del 1904: Peter Pan o il ragazzo che non volle mai crescere.
Peter Pan è un ritratto del nostro tempo in cui si può considerare la categoria dell'adolescenza (fase della vita in cui ci si prepara a diventare adulti, capaci di generare ed educare altri esseri per renderli autonomi e responsabili) come una condizione in cui si vorrebbe rimanere ancorati per tutto il corso dell'esistenza.
È un sintomo di generale crisi della civiltà, segnata, in particolare dalla scomparsa dell'adulto, della sua figura di riferimento.
Un esempio all'insegna della paura di crescere è quello riportato dal testo di Giovanni Cucci, dove si descrive un dialogo tra una madre e il proprio figlio:

- Su Filippo, svegliati, sono le 7, la colazione è pronta, i vestiti puliti sono sulla sedia, ti ho spazzolato le scarpe e preparato la cartella: sbrigati altrimenti arriverai in ritardo a scuola, come al solito.
- Mamma, non voglio andare a scuola! Mi annoio da morire, le merendine al bar sono disgustose e tutti i bambini mi prendono in giro.
- Smettila di protestare e preparati per uscire. Hai tre buoni motivi per farlo. Primo, perché è tuo dovere; secondo perché hai 50 anni e terzo perché sei il preside [15]

Il dialogo descrive una perdita di attrazione e, quindi, di valore verso la crescita e il raggiungimento dell'età adulta. In questo contesto molti sono gli elementi del disagio. La mancanza di capacità di misurarsi con il tempo, di viverlo come luogo del dinamismo aperto verso un futuro, viene detto anche come effetto della mancanza del padre. A questa figura si richiama un ruolo educativo, una figura di riferimento e di sicurezza necessaria, di simbolo del divenire. Dal rifiuto del padre-padrone alla sua mancata sostituzione, di cui la scomparsa progressiva di una significativa dimensione della religione dallo scenario culturale, rappresenta una fondamentale parte.
Il puer aeternus che vive nel potente miraggio di prendere il volo e sfuggire all'opprimente realtà, racconta una crisi di credibilità non forse di valori, ma di coloro che sono chiamati a trasmetterli. Quando il puer aeternus si confronta e scontra con i limiti e le responsabilità, diviene insicuro circa il suo valore e le sue capacità, mettendo in dubbio se ce la farà.
Da questo deriva il ricorso alla fantasia e lo sfuggire dalla realtà per un mondo costruito su fantasie di onnipotenza infantile. Ne consegue il blocco dello sviluppo, le insoddisfazioni, i comportamenti a rischio, le fughe varie comprese quelle del suicidio. Qualche autore afferma che tutto questo è una conseguenza della paura del futuro [16]. Infatti la sanità psicologica mostra un'apertura e una disponibilità al futuro, differenziandola con la depressione, quale tendenza a rimanere raccolti nel passato e atteggiamento maniacale concentrato nel presente.
Quando il futuro chiude le porte, le iniziative sfuggono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce e l'energia vitale implode.
In genere tutto questo si presenta come un'invocazione di aiuto, che chiede di essere ascoltata. In questo quadro trovo una definizione dell'esperienza del tempo, per cui il rapporto tra generazioni esprime la concretezza di tale esperienza.
La definizione chiara della figura paterna, il non sconfinamento delle identità poste in fasi diverse, questo può essere una garanzia di crescita, evitando la fissazione nelle varie e differenti fasi, nonché l'assicurazione nel definire la propria personale identità e la capacità educativa di ogni generazione nell'accompagnare a dare vita.
L'adulto che definisce simbolicamente la figura paterna dovrà essere capace di accompagnare il figlio verso l'età adulta, con la propria benedizione che è un insieme di autorità e tenerezza. La benedizione del padre è un bisogno anche tipico del figlio, ma anche del padre stesso. Se viene a mancare, il bisogno rimane insoddisfatto.
L'identità di Peter Pan è un ritratto del nostro tempo: giovani, adulti, adolescenti che vivono in un contesto di mancanza apparente di norme e di limiti, dove tutto sembra un diritto, un dovuto, rifiutando la fase dell'esistenza in cui si è chiamati ad assumere le proprie responsabilità. In qualche modo si può dire che ciò è immagine di un contesto senza l'adulto che è capace di paternità. Questo lo vediamo in vari esempi: qual è l'immagine della figura dell'adulto?
Quello de-responsabilizzato delle soap opera, dei telefilm, alla ricerca di avventure, dimezzato, dell'esasperazione del sentimento. In figure mass-mediatiche ci sono adulti che non lavorano, non allevano bambini, non fanno politica, non hanno tradizione e non hanno la capacità di pensare al futuro. Una forma di infantilismo. Si sta perdendo una generazione, un'occasione di vita, per dare vita.

7. Conclusione

Ho cercato di cogliere la categoria del tempo, componendola con le dimensioni della vita, espressa nelle varie fasi delle età della vita. Al di là di ogni divisione cronologica, grazie alle quali possiamo parlare di diversità, di consapevolezza di tempi diversificati, di passaggi di stagione, di fine e di inizio di cambiamenti, si fa presente l'elemento della continuità. Cambiamento e continuità. Diversità di fasi e unità di consapevolezza.
In questo contesto vorrei declinare alcuni parametri a partire dalla concreta esistenza in cui la vita prende forma.
1. Il tempo è «l'indicibile» espresso nella manifestazione delle esperienze e del fluire di esse. Esso è uno spazio in cui si verifica continuità e novità, stabilità e cambiamento.
2. Il tempo è il luogo della definizione della nostra identità, intesa come unità e pluralità. Ogni fase della vita ha il proprio carattere e il proprio valore e non si lascia dedurre né da quello presente, né da quello seguente. Eppure ogni fase della vita è inserita nella totalità, ottenendo senso se inserita nel tutto. Non considerare la tipicità di ogni fase o creare invasioni di campo può essere causa e occasione di disagio. Il tempo della nostra esistenza va considerata come un tutto [17].
3. La cristallizzazione in una stagione della vita, così come abbiamo cercato di descrivere, assume i caratteri della rinuncia. Si tratta di una fissazione dell'identità. Con la negazione del divenire, con la dissociazione da se stessi, si nega la propria umanità, che può essere definibile solo mediante i cambiamenti.
4. Tempo e generatività sono categorie inscindibili. È dato un tempo per poter generare, per divenire capaci di dare vita. Si potrebbe dire che viviamo il tempo quando generiamo ad altra vita. Anche nell'ambito educativo offriamo significati, donando orientamento nel tempo. In particolare l'adulto è tale se genera altra vita, cioè se genera la capacità di stare nel tempo. La consistenza dell'adulto è nella responsabilità che permette all'altro di alimentare in sé la capacità di stare dentro la vita.
5. Come adulto, infine, generare significa rimanere nel coraggio della fedeltà al tempo che non è dato per dare continuità a se stessi, ma a nuova vita. Questa è anche la benedizione.

NOTE

1 Cf. M. RECALCATI, Dove sono finiti gli adulti?, in «la Repubblica», 19 febbraio 2012.
2 D. KILEY, The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown up, Avon Books, New York 1984 (tr. it. Rizzoli, Milano 1985).
3 Ad es. M. GAUCHET, Il figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica, Vita e Pensiero, Milano 2010; A. OLIVERIO FERRARIS, La Sindrome Lolita. Perché i nostri figli crescono troppo in fretta, Rizzoli, Milano 2008; F. LADAME, Gli eterni adolescenti, Salani, Milano 2004; EM. CATALUCCIO, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Einaudi, Torino 2004; A. PHILIPS, I «no» che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 1999; J.P. BOUTINET, L'immaturité de la vie adulte, PUF, Paris 1998; N. POSTMAN, La scomparsa dell'infanzia, Armando, Roma 1984.
4 I. BERNARDINI, Bambini e basta. Perché non dobbiamo dimenticare che i grandi siamo noi, Mondadori, Milano 2012.
5 ARISTOTELE, Rethorica, II, 12-14, 1388 b-1390 b (ed. it. Retorica, a cura di M. DONATI, Mondadori, Milano 1996). Mentre la giovinezza pecca per eccesso e la vecchiaia per difetto: «Tutte le qualità utili che la giovinezza e la vecchiaia posseggono separatamente, gli uomini maturi le hanno entrambe; e, per quanto riguarda gli eccessi e i difetti, essi li hanno nella misura adatta e conveniente».
6 Si veda, ad es., M. RECALCATI, Cosa resta del padre? La paternità nell'epoca iperrnoderna, Raffaello Cortina, Milano 2011; C. RISÉ, Il padre. L'assente inaccettabile, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003.
7 R. BODEI, Generazioni. Età della vita, età delle cose, Laterza, Roma-Bari 2014, 5.
8 G. SORIANO, Malomondo, Fazi Editore, Roma 2013.
9 Cf. BODEI, Generazioni, 15.
10 F. STOPPA, La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, Feltrinelli, Milano 2013.
11 BODEI, Generazioni, 19.
12 Cf. ibid., 47.
13 Ibid., 50-51.
14 Cf. RECALCATI, Dove sono finiti gli adulti?
15 G. CUCCI, La crisi dell'adulto. La sindrome di Peter Pan, Cittadella, Assisi 2012, 6, che riporta un testo presente in T. RADCLIFFE, Perché andare in chiesa? Il dramma dell'eucaristia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, 9.
16 Cf. M. BENASAYAG - G. SCHMIT, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2005.
17 Cf. R. GUARDINI, Le età della vita. Loro significato educativo-morale, Vita e Pensiero, Milano 1986, 88-89.


(Da: Credere oggi 35 (2/2015) n. 206, 45-58)