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Storia della Pastorale Giovanile /3. L'Età Moderna


Agostino Favale

(Da: Dizionario di pastorale giovanile, Elledici 1989)


Gli studi sulla storia della pastorale dalla metà del Cinquecento alla fine dell’Ottocento sono tuttora abbastanza frammentari. Solo con la crescita delle ricerche sulla vita della Chiesa nelle singole diocesi e parrocchie e sul contributo dato all’attività della Chiesa dagli Istituti religiosi maschili e femminili, sorti in quei secoli nelle varie aree geografiche, sarà possibile tentare una sintesi più completa. Occorre anche ricordare che in questi secoli si parla di apostolato e di cura d’anime; la pastorale come disciplina teologica comincerà a fare i suoi primi passi verso la fine del Settecento. Si noti, poi, che in una voce di dizionario, soggetta a spazi limitati, ci si dovrà accontentare di poche annotazioni orientatrici, la cui scelta può variare in rapporto al soggetto che ha ricevuto l’incarico di redigerle. In queste annotazioni, pertanto, premesso un cenno ad alcuni documenti del magistero della Chiesa sull’importanza della istruzione religiosa, soprattutto dei fanciulli e dei giovani, sarà presentato soltanto l’uno o l’altro aspetto del tema come risulta: dallo sviluppo della catechesi che costituisce una componente preliminare e inderogabile della missione pastorale della comunità cristiana; dall’apporto dato dai Chierici regolari e dalle nuove Congregazioni religiose clericali e dalle nuove Congregazioni laicali, maschili e femminili; infine, dal contributo degli Oratori, luoghi di incontro a scopo educativo e formativo-religioso.


1. PREOCCUPAZIONE DIFFUSA E DOCUMENTATA NEL MAGISTERO


Il magistero della Chiesa ha sempre considerato suo compito primario quello di curare la formazione cristiana o, come si preferisce dire oggi, l’educazione alla fede delle giovani generazioni. Questo trova conferma anche nel periodo storico che prendiamo in esame. Basti richiamare alla memoria: 1) la prima parte del decreto di riforma del Concilio Lateranense V (Sessione XI, 19 dicembre 1516) sulla predicazione; 2) il canone settimo del decreto di riforma del Concilio di Trento (Sessione XXIV, 11 novembre 1563), dove si raccomandava ai parroci il dovere di una appropriata catechesi sacramentaria; 3) lo schema di costituzione di un unico catechismo (=De parvo catechismo) del Concilio Vaticano I, approvato il 4 maggio 1870 con 491 sì, 56 no e 44 iuxta modum, ma non promulgato a causa dell’improvvisa sospensione dell’assise ecumenica provocata dall’occupazione di Roma da parte delle truppe italiane; 4) i numerosi richiami dei papi, da Pio V (+ 1572) a Leone XIII (+ 1903); 5) i vari decreti di sinodi provinciali - si leggano, ad esempio, gli Acta Ecclesiae Mediolanensis diffusi in edizione completa a partire dal 1599 - e di numerosi sinodi diocesani; 7) le direttive di assemblee di vescovi o di singoli presuli, specie in occasione delle visite pastorali. Questi interventi erano concordi nell’affermare che fin dalla «tenera età» il graduale approfondimento delle verità cristiane rappresenta un efficace antidoto contro l’ignoranza in materia di religione, assicura una genuina pratica religiosa e serve a indirizzare verso la costruzione di una vita onesta. Per questo gli interventi, di cui sopra, insistevano perché i vescovi, i parroci e gli altri preti designati dagli Ordinari del luogo prendessero sul serio il loro compito di istruire il popolo con la predicazione delle sacre Scritture e dei comandamenti di Dio almeno tutte le domeniche e nelle feste solenni, durante l’avvento e la quaresima tutti i giorni o almeno tre volte alla settimana, e in ogni altra circostanza quando ne vedessero l’urgenza e l’utilità. Sollecitavano, inoltre, i vescovi a provvedere e a vigilare perché ogni domenica e negli altri giorni festivi in tutte le parrocchie i fanciulli e gli adolescenti fossero diligentemente istruiti, da chi ne aveva il dovere nelle cose che riguardano la religione, come i comandamenti di Dio, gli articoli della fede, gli inni sacri, la vita dei santi, l’obbedienza ai genitori e i precetti della Chiesa, e dov’era possibile lo si facesse anche nei giorni feriali in privato o in pubblico. Per ultimo, raccomandavano che nell’attività catechistica prendessero parte anche i maestri, i precettori, i membri delle scuole della Dottrina Cristiana, gli stessi genitori e quanti fossero in grado di poterlo fare. A tutti loro venivano concesse particolari indulgenze per indurli ad impegnarsi in questa preziosa attività pastorale. L’istituzione di Visitatori diocesani, incaricati di controllare e promuovere l’istruzione religiosa, da parte dei vescovi, testimoniava la loro volontà di evitare il pericolo che i fedeli, di qualunque età e condizione, accedessero ai sacramenti senza la dovuta preparazione. Rileggendo le direttive del magistero tridentino e posttridentino, risulta che tra le varie forme di attività pastorale proposte - come l’annunzio della parola di Dio, la celebrazioni dei sacramenti, il servizio ministeriale, l’azione caritativa -, esso abbia dato un particolare rilievo alla cura dell’istruzione religiosa nella sua duplice espressione di catechesi e di predicazione che dovevano avere una fondamentale impronta biblica. D’altra parte, i decreti di riforma del Concilio di Trento avevano impresso una svolta nell’esercizio del ministero pastorale dei vescovi e dei preti. Scelto per idoneità e competenza, e non per motivi politici o di casato, con l’obbligo di risiedere nella propria diocesi, il vescovo recuperò il suo vero ruolo di pastore come animatore e responsabile principale dell’azione pastorale diocesana da realizzare con la collaborazione dei parroci e degli altri preti senza escludere la cooperazione dei laici. A loro volta, i seminari eretti nelle diverse diocesi per la formazione dei candidati al presbiterato, contribuirono a preparare nuove generazioni di preti, dediti totalmente al servizio pastorale delle popolazioni loro affidate.


2. PASTORALE CENTRATA PREVALENTEMENTE SULLA CATECHESI

Gli interventi del magistero a favore di una istruzione religiosa più aggiornata e consona all’evolversi dei tempi, non solo per gli adulti ma anche per i fanciulli e i giovani, trovarono ascolto. Crebbe infatti l’interesse per la composizione di nuove sintesi dottrinali e di nuovi catechismi, il cui contenuto doveva essere spiegato ai fedeli non solo per contrastare la diffusione delle dottrine dei riformatori, ma anche per ridare slancio apostolico e una rinnovata capacità testimoniante alle comunità cristiane.

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Pastorale catechetica durante la riforma cattolica (seconda metà del 1500)

Di fronte al successo della predicazione e dei catechismi di Lutero, di Calvino e di altri riformatori protestanti, anche i cattolici, in concomitanza o al seguito del Concilio di Trento che aveva richiamato l’attenzione sull’urgenza della rivitalizzazione dell’istruzione religiosa e aveva fatto la proposta di un catechismo, elaborarono una serie di testi catechistici. Bastino alcune esemplificazioni.

2.1.1. Scuole domenicali e festive di catechismo

Ideatore ed iniziatore di questo genere di scuole fu nel 1536 Castellino da Castello (+ 1566), un prete comasco. Impressionato della situazione di abbandono morale e religioso in cui viveva la maggioranza dei ragazzi in città, egli fondò la «Compagnia della Reformatione in Charità», detta poi «Compagnia de’ Servi de’ Puttini in Carità», quindi «Compagnia della Dottrina Cristiana» (1539), i cui membri, preti e laici, nei giorni festivi si dedicavano all’insegnamento religioso dei fanciulli e «delle fanciulle. Nel 1537 Castellino da Castello redasse un catechismo dal titolo Interrogatorio del Maestro al discipulo per instruir i fanciulli, et quelli che non sanno, nella vita di Dio. Il testo originale è andato perduto ma esistono edizioni posteriori, edite dalla «Compagnia della Dottrina Cristiana». Con un linguaggio semplice e pratico l’Interrogatorio spiegava chi è il cristiano, che cosa significa credere, i comandamenti di Dio e le opere di misericordia, il Padre nostro e la salutazione angelica rivolta a Maria, e gli elementi fondamentali della vita cristiana (i doni di natura e di grazia, le beatitudini, i digiuni e le feste, i precetti della Chiesa, il comportamento esterno del cristiano, i sacramenti, i peccati, le virtù, i sensi del corpo e le potenze dell’anima, il rito del battesimo e il modo di santificare le feste). Le scuole della dottrina cristiana del Castellino si diffusero in varie diocesi italiane e si arricchirono di alcune pubblicazioni, tra le quali il Sommario della vita cristiana insegnata ai fanciulli. Quando Carlo Borromeo fece il suo ingresso come arcivescovo di Milano nel 1563, in città esistevano già 28 scuole festive di catechismo. Egli le riorganizzò e le estese alle parrocchie, istituendo in ognuna di esse la «Compagnia della Dottrina Cristiana». Alla sua morte nel 1584 le scuole festive della dottrina cristiana erano più di 700 nel milanese.
L’istruzione catechistica si teneva il pomeriggio della domenica in chiesa. Le lezioni erano organizzate in forma di scuola, dove i ragazzi erano separati dalle ragazze. Le classi erano di tre tipi: la prima per i piccoli, la seconda per i più grandicelli e la terza per i più grandi. Responsabile della catechesi era il parroco che si faceva aiutare da catechisti e catechiste, il cui compito era quello di insegnare ai ragazzi a pregare, a imparare le verità fondamentali della fede e a ripetere ciò che avevano appreso per ritenerlo a memoria. La comunicazione era orale. Le lezioni, che iniziavano e si concludevano con la preghiera, erano intercalate da canti, da dispute tra i ragazzi più preparati e, a volte, anche da gare alla presenza dei genitori ai quali si ricordava il dovere di mandare figli al catechismo. Per incoraggiare i ragazzi a parteciparvi venivano distribuite medaglie, immaginette, libretti di pietà e rosari.

I tre catechismi del Canisio

Una grande risonanza ebbero non solo nei territori di lingua tedesca, ma anche altrove, i tre catechismi dal padre gesuita Pietro Canisio (+1597). Nel 1555 egli pubblicò a Vienna la Summa doctrinae christianae…, destinata alle classi superiori dei collegi e agli studenti universitari, dove cercava di riassumere la dottrina della fede cattolica con domande e risposte chiare e sufficientemente esaurienti. Partendo da questo compendio, Canisio diede alle stampe nel 1556, a Colonia, il Cathechismus Minimus per la prima istruzione religiosa da offrire ai fanciulli e agli analfabeti; e nel 1559, il Parvus Cathechismus Catholicorum per gli studenti del liceo classico. Quest’ultimo comprendeva un calendario liturgico e 124 domande e risposte, illustrate con incisioni ed espresse con un linguaggio dal tono controversistico per fare presa sui lettori. I temi trattati nei tre catechismi erano quelli tradizionali: la fede e gli articoli del Credo; la speranza, il Padre nostro e l’Ave Maria; la carità e i dieci comandamenti; i sacramenti; la giustificazione con gli argomenti connessi del peccato da evitare e le buone opere da compiere, tra cui la preghiera, il digiuno e l’elemosina; le confessioni di fede, ossia il simbolo niceno e quello costantinopolitano per verificare, approfondire e consolidare la propria vita cristiana. I catechismi del Canisio furono subito tradotti in tedesco e poi in quasi tutte le altre principali lingue. Per questo essi conservarono una specie di monopolio fino alla fine dell’1800 e furono ancora utilizzati nel 1900.

2.1.2. Il «Catechismo romano»

Nelle Congregazioni generali del Concilio di Trento del 5 e 15 aprile del 1545 e nella Congregazione generale del 13 aprile dello stesso anno alcuni Padri, nei loro interventi, sottolinearono l’urgenza di redigere un catechismo per i giovani e gli indotti e un’introduzione alla sacra Scrittura per le persone culturalmente più preparate. In seguito fu deciso che era meglio offrire ai parroci e ai predicatori una sicura sintesi teologica che nell’esercizio del loro ministero pastorale essi dovevano presentare al popolo per istruirlo nella sana dottrina, tenendo conto dell’età e del livello religioso, morale e culturale degli uditori. La redazione fu iniziata, ma non giunse a compimento. Nell’ultima sessione conciliare del 4 dicembre 1563 i Padri approvarono il progetto del catechismo e affidarono al Papa il compito di provvedere alla sua stesura.
Il Catechismus ex Decreto Concilii Tridentini ad Parochos, più noto come il Catechismo romano, fu pubblicato nel 1566 e tradotto nelle lingue europee più diffuse. La struttura dell’opera, che ha una marcata impronta biblica e patristica, è fondamentalmente cristologica visto che il suo contenuto s’impernia sulla salvezza operata da Cristo. La materia, suddivisa in quattro parti, espone le verità che riguardano il Credo, i sacramenti, i comandamenti e la preghiera. In polemica con i protestanti il testo dava risalto agli aspetti visibili (gerarchici) e cultuali (sacramenti) della Chiesa. In una epoca di controversie con i protestanti, il Catechismo romano diventò un sussidio indispensabile per l’aggiornamento teologico-pastorale del clero e del popolo. Tuttavia, vi furono anche autori i quali, stimolati dall’ambiente in cui operavano, redassero sintesi dottrinali più accessibili alle varie categorie di persone.

2.1.4. L’opera del padre Auger

Il padre gesuita Edmond Auger (+ 1591), constatando con amarezza durante le sue peregrinazioni di predicatore nel sud della Francia come il «Formulaire» o «Catechismo» di Calvino si diffondesse soprattutto tra i giovani, elaborò nel 1563 un opuscolo anticalvinista dal titolo Cathéchisme et sommaire de la doctrine, indirizzato alla gioventù. Nel corso delle sue numerose edizioni esso si andò articolando: 1) in un Grand Catéchisme sotto forma di domande e risposte, destinato agli adolescenti e agli adulti, con un formulario per la confessione per le diverse categorie di persone: clero, nobiltà, giuristi, letterati, commercianti, artigiani, coniugi, fanciulli e inservienti; in un Bref recueil per i poco istruiti e gli analfabeti; in un Petit catéchisme per i fanciulli delle classi inferiori. Redasse pure un catechismo in latino e in greco per le classi nobili e il clero letterato. In polemica con Calvino, Auger sviluppò i temi della fede, della legge, della preghiera e dei sacramenti. L’opera fu tradotta in spagnolo, italiano e olandese, raggiunse le 22 edizioni in Francia ed ebbe la sua maggior diffusione nei collegi della Compagna di Gesù.

I due testi di catechesi di S. Roberto Bellarmino

Fra le molte altre, in Italia, assunsero una particolare importanza i due scritti catechistici di S. Roberto Bellarmino (+ 1621), professore di Controversie nel Collegio Romano. Il primo scritto s’intitola: Dottrina cristiana breve perché si possa imparare a mente (1597); essa è presentata ai fanciulli e alle persone semplici in 96 domande-risposte sotto forma di dialogo tra il maestro e gli interlocutori. Il secondo scritto è la Dichiarazione più copiosa della Dottrina Cristiana (1598). Come viene spiegato nello stesso titolo questo scritto è indirizzato a coloro che insegnano ai fanciulli e ad altre persone semplici, cioè ai sacerdoti, ai maestri e ai catechisti. Il contenuto, che comprende i temi: Credo-fede, preghiera-speranza,, comandamenti-carità, sacramenti, è esposto in forma dialogale e comprende il susseguirsi di 273 domande fatte dal discepolo cui segue l’immediata risposta del maestro. I due scritti di catechesi del Bellarmino furono approvati dal papa Clemente VIII, che dal 1595 lo aveva scelto come teologo. Fino all’inizio del ‘900, essi furono i testi più usati nelle parrocchie italiane. Furono tradotti in 58 lingue e ebbero intorno alle 500 edizioni.

2.1.6. Le «Dottrine» di Arete, Ripalda e Acosta

Nei paesi di lingua spagnola, sia in Europa che nelle Indie occidentali, più tardi America Latina, e nelle Filippine, ebbero una larga diffusione le «Dottrine» dei padri gesuiti Jerónimo Martínez de Ripalda (+ 1618) e di Gaspar Astete (+ 1601). Al 1591 risale la pubblicazione della Doctrina Christiana con una exposición breve di Ripalda, invece la Doctrina Christiana y documentos de crianza di Astete pare sia stata pubblicata nel 1599. Il contenuto delle due opere segue lo schema tradizionale: Credo, preghiera, sacramenti, comandamenti. L’esposizione di Ripalda è fondamentalmente teologica, quindi non facilmente memorizzabile e assimilabile da parte dei fanciulli e degli adulti; quello di Astete è più nozionistico ed elementare con una forte tendenza a catalogare o numerare ciò che dice. Nonostante questi limiti le due opere ebbero, col tempo, numerosissime edizioni. Alla fine del 1800 la «Doctrina» di Astete aveva raggiunto le 600 edizioni.
Una menzione particolare merita anche il primo catechismo stampato nell’America del Sud a Lima nel 1583. Si tratta della Dottrina cristiana e catechismo per l’istruzione degli indiani e delle altre persone…, redatto dal missionario gesuita José de Acosta su richiesta del terzo Concilio di Lima, convocato da S. Toribio Alfonso de Mogrovejo (+ 1606), il quale volle anche che fosse preparato un Catechismo minino per ragazzi, detto più tardi «Catechismo sinodale». La «Dottrina» di Acosta teneva conto delle sopravvivenze del paganesimo tra le popolazioni indiane e cercava di correggere ciò che poteva indurre a interpretare arbitrariamente le verità cristiane.

2.1.7. Le «Instruction familières» de César de Bus

In Francia un apporto originale alla causa dell’insegnamento religioso e della prassi pastorale fu recato da César de Bus. Egli iniziò la sua attività pastorale in Provenza, lavorando per il recupero cristiano del popolo a cominciare dai fanciulli e dalle fanciulle. Il contatto con la gente, gli suggerì la compilazione di una serie di lezioni catechistiche, riunite più tardi sotto il titolo di Instructions familières, che consegnò ai preti perché se ne servissero nella evangelizzazione del popolo. Raccolse, inoltre, un gruppo di giovani, fece loro imparare a memoria le sue composizioni catechistiche, strutturate intorno al credo, ai comandamenti, al Padre nostro, ai vizi capitali e ai sacramenti, e li mandò nelle borgate e nei cascinali a portare alla gente il messaggio di Cristo. Di ritorno i giovani catechisti itineranti riferivano sul loro operato e prendevano accordi per ulteriori iniziative. Nel 1592 César de Bus fondò la Congregazione della Dottrina Cristiana, formata da preti e laici di vita comune con voti, il cui compito principale era quello di insegnare la «Dottrina piccola, media e alta» secondo un metodo prestabilito e appropriato alle diverse categorie di persone con una speciale attenzione rivolta ai ragazzi e ai giovani.
In breve. I catechismi ricordati, cui si è ispirata l’istruzione religiosa, la predicazione e la prassi pastorale, furono considerati i primi catechismi della storia moderna. Alcuni di questi catechismi furono ideati e scritti per i fanciulli o anche per i giovani avviati allo studio. Essi si diversificavano dai precedenti quanto al modo e al metodo di fare catechesi. Prima della invenzione della stampa l’istruzione religiosa era trasmessa al popolo nella catechesi o mediante la predicazione in modo orale e continuativo. Ad essa non era sempre possibile prestare la dovuta attenzione e, anche quando il contenuto era poi sintetizzato in formule brevi da ricordarsi a memoria, non era sempre facile ritenerle. Dopo l’invenzione della stampa, i catechismi furono scritti in lingua volgare, generalmente in forma di domanda e risposta, stampati e messi a disposizione dei ragazzi e degli adulti, i quali potevano rileggerli e riflettere più a lungo sul contenuto, passando da una conoscenza semplicemente conoscitiva della verità a un impegno di vita. Il successo editoriale che quei catechismi ebbero era legato sia alla invenzione della stampa sia all’interesse che suscitarono tra i credenti. Inoltre, il fatto stesso d’essere stampati, indusse gli autori a delineare con più precisione e in modo più organico e completo le verità fondamentali della fede. Tutto questo contribuì non solo a diffondere il contenuto della dottrina cristiana, ma servì pure a liberare molti ragazzi e adulti da un diffuso analfabetismo e dall’ignoranza religiosa, a creare comunità ecclesiali più vive e attive e a consolidare nel popolo cristiano una più forte coscienza di appartenenza alla Chiesa e di coinvolgimento nella sua azione pastorale. Dopo il Concilio di Trento che sanzionò l’obbligo di residenza per i vescovi, cominciò a maturare la concezione della diocesi come perno o centro motore dell’attività pastorale delle chiese particolari, e una più solida preparazione dei preti contribuì, sia pur tra lentezze e incoerenze nella prassi, a trasformare la parrocchia in una cellula fondamentale per la catechesi dei giovani e degli adulti sulle principali verità della fede, la celebrazione dei sacramenti, in particolare dell’eucaristia e della penitenza, la preghiera personale e comunitaria.

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2.2. Pastorale catechetica nel 1600 e nella prima metà del 1700

È un periodo storico in cui s’affermò in Europa l’idea di nazionalità sotto il regime dell’assolutismo regio che spesso, sotto forme diverse come il gallicanesimo e le controversie delle regalie in Francia, il febronianesimo nell’impero ausburgico e il regalismo in altri territori sovrani, fece pesare le sue intromissioni nella vita delle comunità ecclesiali del proprio Stato con il rischio di trasformarle in chiese nazionali, come era avvenuto nei territori protestanti in forza del principio sancito nella pace di Westfalia del 1648 – cuius regio, eius et religio – per cui il principe poteva scegliere liberamente la sua religione e imporla ai sudditi, salvo restando il diritto di emigrare per chi non volesse sottostarvi. Malgrado queste intromissioni, le intolleranze che ne sono seguite e gli attacchi contro il papato, nel 1600 e nella prima metà del 1700 nei paesi rimasti fedeli al cattolicesimo fu realizzata una vasta opera di cristianizzazione e di rinascita spirituale a partire dalla Francia. La catechesi come prassi pastorale divenne l’attività prioritaria delle diocesi e delle parrocchie. Essa continuò ad ispirarsi sostanzialmente a quella del secolo XVI e alle direttive del Concilio di Trento e ai catechismi ricordati sopra. Tuttavia vi furono anche tentativi di andare oltre alla pura e semplice adozione dei catechismi precedenti per elaborane dei nuovi, come si può dedurre da questi cenni fatti per la Francia e l’Italia.

2.2.1. In Francia

Il rinnovamento religioso che fiorì in Francia nel seicento e nella prima metà del settecento ebbe i suoi inizi in istituzioni, centri e gruppi che intesero rinnovare la pratica religiosa nelle parrocchie, potenziando la preparazione biblica, teologica, spirituale e pastorale dei futuri preti. Si mossero in questa direzione, oltre i seminari diocesani, gli Oratoriani di Pierre de Bérulle (+ 1629), il centro di Saint-Nicolas du Chardonnet a Parigi con Adrien Bourdoise (+ 1665), i Sulpiziani con Jean–Jacques Olier (+ 1657), i Preti della Missione o Lazzaristi con Saint-Vincent de Paul (+ 1660) e gli Eudisti con Saint-Jean Eudes (+ 1680). Questi «nuovi preti», che risiedevano nelle loro parrocchie, possedevano un certo livello di cultura per essere stati formati in seminari e condividevano la vita della gente, insieme ai missionari itineranti, inaugurarono una sistematica opera di catechesi, di predicazione, di animazione e di sacramentalizzazione che riportò le popolazioni verso una pratica religiosa più regolare. Nell’istruzione religiosa, si potevano distinguere, come era già successo anche nel 1500, due forme differenziate: la prima, più elementare, breve ed essenziale, offerta ai fanciulli e ai meno istruiti nelle domeniche e nei giorni festivi, utilizzava la recita di formule mnemoniche e la diffusione di libretti di pietà e di dottrina cristiana; la seconda, più erudita, ampia ed organica, era presentata alle persone di un certo livello di cultura. Una via di mezzo tra queste due forme di catechesi era quella delle «piccole scuole» popolari, sviluppatesi in Spagna, Germania e soprattutto in Francia. In queste scuole, oltre la dottrina cristiana, s’insegnava anche l’abc, cioè a leggere e a scrivere.
I vescovi francesi, più attenti e sensibili a innovazioni pastorali, espressero anch’essi il loro zelo offrendo ai loro preti e ai fedeli sintesi dottrinali anche mediante fogli volanti che furono poi raccolti in volume come, ad esempio, la Déclaration de la doctrine chrétienne per la scuola domenicale. Jacques-Bégnine Bossuet, buon conoscitore della Bibbia e della patristica, che già nel 1671 aveva redatto un esposto sulla fede cattolica dal titolo Exposition de la doctrine de l’Église catholique sur les matières des controverses, fatto vescovo scrisse nel 1687 il Catéchisme du dioèse de Meaux, il cui influsso superò i confini della sua diocesi. Esso era articolato praticamente in tre catechismi. Premesse le preghiere che i genitori dovevano insegnare ai figli, il primo catechismo sviluppava i quattro temi tradizionali: Credo, Padre nostro, comandamenti e sacramenti. Il secondo, più sistematico, cominciava con otto lezioni sulla storia sacra, seguite da altre cinque sulla caduta dell’uomo e la redenzione in Cristo, per poi terminare con la presentazione delle virtù della fede, speranza e carità e dei sacramenti. Il terzo proponeva riflessioni sulla domenica e sulle feste del Signore, della Vergine e dei Santi. Il vescovo di Meaux era interessato ad esporre in modo graduale e discorsivo ai fanciulli, agli adolescenti e ai giovani i misteri di Cristo come sono descritti nella sacra Scrittura e come venivano attualizzati nella liturgia e nei sacramenti della Chiesa. François de Salignac de la Motte-Fénelon (+ 1715), arcivescovo di Cambrai, uomo di robusta spiritualità ed esperto pedagogo, non elaborò propria- mente un catechismo, ma in un suo scritto De l’éducation des filles, partendo esplicitamente dal De cathechizandis rudibus di S. Agostino, faceva osservare che la catechesi postridentina, troppo dottrinale e astratta, era difficilmente assimilabile da parte dei bambini, ragioni pedagogiche consigliavano perciò l’inserimento del messaggio di Cristo in un più ampio contesto della storia della salvezza. Una certa notorietà ebbero pure in Francia il catechismo di ispirazione giansenista e rigorista di mons. Charles Joachim Colbert, vescovo di Montpellier (+ 1738), composto nel 1702 dall’oratoriano François–Aimé Pouget e condannato da Roma nel 1721, e quello dei «tre Enrici» chiamato così dal nome dei suoi tre editori, i vescovi di Luçon, Anger e La Rochelle. Il tentativo di sostituire la catechesi dottrinale con una catechesi storico-biblica, cioè di tipo narrativo basata sulla storia della salvezza come era stata utilizzata dai Padri della Chiesa, fu realizzata dal sacerdote Claude Fleury (+ 1723) nel suo Catéchisme historique (1683). Dopo aver spiegato nel «Prologo» lo scopo dell’opera e l’uso che se ne doveva fare, la suddivise in due catechismi: il Piccolo e il Grande. Il Piccolo descriveva in 52 lezioni la storia della salvezza dalla creazione fino all’ottenimento della libertà della Chiesa da parte dell’imperatore Costantino e all’origine del monachesimo; il Grande esponeva le principali verità della fede, assegnando un largo spazio al racconto sacro nell’insegnamento della dottrina. Con Fleury si apriva il dibattito se la storia biblica dovesse essere considerata solo come una dimensione essenziale della catechesi oppure se l’intera catechesi dovesse essere riformulata a partire dalla storia biblica.

2.2.2. In Italia

In Italia, sebbene i testi bellarminiani continuassero ad essere largamente usati, furono stampati alcuni catechismi rivolti all’istruzione dei fanciulli/e e dei ragazzi/e. Si possono ricordare gli scritti di Ottavio Imberti (+1731), autore di una Dottrina cristiana per ragazzi e per «fanciulli più teneri» (Viterbo 1710), e Giuseppe Domenico Boriglioni (+ 1735) che diede alle stampe tre opere distinte: una Dottrina cristiana per adulti e famiglie, un Compendio, e un Compendiolo per li Figliuoli. Per la sua importanza e gli sviluppi successivi, si deve dare rilievo al Compendio della Dottrina Cristiana che il vescovo di Mondovì Michele Casati fece redigere e pubblicare nel 1765. Dopo alcuni brevi «Avvertimenti», il Compendio comprendeva quattro testi: il primo per i «teneri fanciulli» che non erano ancora tenuti a partecipare alle funzioni di Chiesa; il secondo, per i fanciulli che si preparavano alla prima comunione; il terzo, per i giovinetti che dovevano disporsi a ricevere la comunione o l’avevano già ricevuta; il quarto per gli adulti. Nel 1894 il Compendio del Casati fu adottato, con qualche modifica, in Piemonte e in Lombardia e, nel 1903, in Liguria ed Emilia. Per ultimo, lo stesso Pio X lo raccomandò alle diocesi della provincia di Roma e alle altre diocesi d’Itali e, nel 1905, lo fece pubblicare con alcuni adattamenti.

2.2.3. La «Confraternita» della dottrina cristiana

Tra i movimenti ecclesiali di base che, a partire dalla seconda metà del ‘500, concorsero maggiormente, a sviluppare un’istruzione religiosa e una azione pastorale più attenta a cogliere i bisogni religiosi del popolo, oltre la Compagnia e le Scuole della Dottrina Cristiana riorganizzate in modo uniforme da S. Carlo Borromeo, si deve annoverare anche la Confraternita o Congregazione della Dottrina Cristiana, inaugurata a Roma fin dal 1562«da alcune pie persone, sacerdoti e laici», le quali s’impegnavano a insegnare, privatamente nei giorni feriali e pubblicamente nei giorni festivi, le principali verità della fede ai ragazzi. Arricchita del titolo di Arciconfraternita (1607) da Paolo V, più tardi il papa Benedetto XIV le elargì aiuti economici e le affidò la Congregazione o Compagnia degli adolescenti sotto il titolo e l’invocazione della beata Vergine Maria. Questa Compagnia era formata da un numero limitato di ragazzi che, nelle domeniche e solennità della Madonna, si riunivano per approfondire la dottrina cristiana ed esercitarsi in opere di apostolato. Queste Compagnie, Scuole e Confraternite della Dottrina cristiana si diffusero in tutta l’Europa con risultati positivi.
Il diffuso impegno pastorale nell’istruzione religiosa dei giovani e degli adulti intensificatosi nel periodo della controriforma, sebbene con alcuni suoi limiti di natura rigorista, fiscale e coattiva nei confronti dei cristiani renitenti, portò le popolazioni ad una pratica religiosa generalizzata trasmettendo alle comunità cristiane una innovatrice carica evangelica che ne rinnovò il volto. Non riuscì, tuttavia, a sradicare del tutto certi abusi ed esagerazioni che erano presenti nella pietà popolare, nei pellegrinaggi e nel culto dei santi, frutto a volte di un superficiale conformismo religioso consuetudinario. Non stupisce, perciò, che un erudito come Ludovico Antonio Muratori (+ 1750) auspicasse nuovi metodi e criteri nell’azione pastorale per condurre il popolo ad una più «regolata devozione».

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2.3. Pastorale catechetica di fronte all’insorgere del razionalismo e del processo di scristianizzazione in Europa (metà del 1700 e nel 1800)

2.3.1. Aperture nuove alla catechesi e all’azione pastorale negli stati cattolici di lingua tedesca sotto l’influsso illuministico

L’illuminismo, affermatosi in Inghilterra verso la fine del secolo XVII con i liberi pensatori e diffusosi in Francia nel secolo seguente sotto l’influsso dell’enciclopedismo, trovò rapidamente, in Europa e fuori, numerosi seguaci nel campo della cultura e della borghesia. I suoi tratti salienti erano: una smisurata fiducia nella validità della ragione umana, ritenuta non più soltanto come dedutrice e apportatrice di cognizioni, bensì quale misura di tutte le cose, norma unica e suprema della vita; l’insofferenza verso ogni verità rivelata, se non addirittura per ogni verità assoluta; l’ardita progettazione di un mondo più felice, mediante la trasposizione sul terreno puramente umano e razionale di ciò che prima era stato inteso e sentito in connessione con la dottrina cristiana; la sostituzione della religione rivelata con la religione naturale, basata unicamente su principi di ragione e considerata come puro strumento di moralizzazione dell’uomo (= Sittenlehre). Si avviò così la costruzione di una civiltà moderna, sganciata dalla fede, non priva tuttavia di alcuni pregi come il risveglio dell’intelligenza e della ricerca, l’incremento delle scienze sperimentali, l’accresciuto senso di solidarietà, la difesa dei diritti innati alla persona e la realizzazione di un vasto riformismo sociale.
Negli stati tedeschi, dove l’illuminismo non aveva assunto i toni polemici anticristiani di quello francese, vi fu da parte di alcuni cattolici il tentativo di mediare e distinguere tra le istanze laiciste e razionalistiche dell’illuminismo inaccettabili, e le sollecitazioni che ne potevano derivare per un rinnovamento del cristianesimo sul piano religioso e sociale. Nacque così la «Katholische Aufklarung», che esercitò un suo influsso, nella catechesi, nella pastorale e nel campo educativo. La struttura dei catechismi, elaborati da fautori dell’illuminismo cattolico come, ad esempio, B. Statler (+1797) e V. A. Winter (+ 1814), si articolava in modo diverso dai precedenti. Si partiva dalla dottrina della religione (naturale) per passare poi alla dottrina morale per concludere con la presentazione della vita e della dottrina di Gesù.
Uno posto di rilievo in questo tentativo di ricerca di vie nuove nel rinnovamento della catechesi va attribuito al canonico agostiniano Johannes Ignaz von Felbiger (+1788), ideatore del «metodo Sagan» adottato nelle scuole cattoliche della Slesia e introdotto anche in Austria. Questo metodo prevedeva tre ore settimanali per l’istruzione religiosa nelle scuole: la prima doveva essere fatta da prete; le altre due, dal maestro; e un’altra ora settimanale da tenersi in parrocchia, la domenica. Felbiger, uomo aperto a talune istanze dell’illuminismo cattolico, ma ben radicato nella cultura biblica e patristica e nell’ortodossia cattolica, pubblicò due catechismi cui il confratello Benedikt Strauch (+ 1803) aggiunse un terzo più sviluppato. Nel 1766 i tre catechismi uscirono in un unico volume dal titolo Römisch-Katholischer Katechismus zum Gebrauche der Sclesischen Schulen con una lunga Vorrede (= premessa) di Felbiger. Il primo catechismo era destinato ai bimbi prima dei 7 anni e aveva lo scopo di aiutarli ad apprendere a memoria le principali verità della fede attraverso la forma a domande e risposte. Il secondo era stato redatto per i fanciulli dai 7 ai 10 anni, seguiva la struttura del «Parvus catechisumus» del Caniso e mirava a risvegliare la capacità dell’intelligenza nella comprensione delle verità cristiane. Il terzo, redatto da Strauch, era stato concepito come un libro di lettura da indirizzarsi agli adolescenti dagli 11 anni in avanti. Per gli alunni più grandi Felbiger diede alle stampe nel 1774 il Lesebuch für der Schülern der deutschen Schulen in den K.K. Staaten. Il libro si componeva di due parti. La prima parte era suddivisa in tre sessioni, di cui la prima conteneva una esposizione sistematica della dottrina cristiana; la seconda, un compendio di storia sacra; la terza, un prontuario di dottrina morale intorno: 1) al bene e al male in generale; 2) ai doveri verso Dio, verso se stessi, verso il prossimo e in alcune speciali circostanze. La seconda parte del libro proponeva norme e raccomandazioni sulle buone maniere. Un altro convinto promotore dell’integrazione della storia sacra nella catechesi dei fanciulli e dei giovani fu anche il già ricordato, Benedikt Strauch, autore di una storia sacra ad uso scolastico nella Germania cattolica. In Italia la storia sacra nelle scuole per fanciulli fu introdotta da Ferrante Aporti (+ 1858).
L’imperatrice Maria Teresa, che fin dal 1772 aveva richiesto per l’Austria e la Boemia l’adozione dei catechismi di Sagan, con la collaborazione di Felbiger e del vescovo C. A. Migazzi, concorse a far redigere il catechismo unitario austriaco dal titolo Einheitskatechismus con i testi per le varie classi, lo promulgò nel 1777 e ordinò che fosse usato sia nelle scuole dell’impero sia nella catechesi parrocchiale. Nel Lombardo_Veneto, soggetto allora alla casa degli Ausburgo, si giunse più tardi ad un compromesso. Il catechismo unitario fu adottato nelle scuole, mentre nella catechesi parrocchiale fu utilizzata l’Esposizione della Dottrina Cristiana cavata dal Catechismo Romano (1789) dell’arcivescovo di Milano, mons. Filippo Maria Visconti.
Durante la riforma degli studi ecclesiastici patrocinata dall’imperatrice Maria Teresa (+ 1780) e dal figlio Giuseppe II (+ 1790), l’abate benedettino Franz Stephan Rautenstrauch (+ 1785), che di essa fu uno dei principali organizzatori e promotori, con il suo Tabellarischer Grundris der Pastoral theologie eresse la teologia pastorale a scienza autonoma, incorporandovi la catechetica in base ai tre fondamentali compiti assegnati al pastore: insegnare, dispensare la grazia mediante i sacramenti, edificare la comunità. Creò così le basi per l’istituzione delle prime cattedre di teologia pastorale inaugurate nelle facoltà teologiche e nei seminari dell’impero austriaco nel 1777.
Nella seconda metà del 1700, sebbene il luogo preferibile per la catechesi continuasse ad essere la parrocchia e il metodo mnemonico restasse prevalente nell’apprendimento delle formule del catechismo, cominciarono ad emergere alcune novità richieste dalla riforme introdotte nel campo scolastico. Nei catechismi scritti soprattutto negli Stati cattolici della Germania si cercò di sostituire il preesistente metodo catechistico deduttivo, legato alle verità rivelate espresse in formule da imparare a memoria, con il metodo «socratico» che faceva leva sul dialogo e con quello induttivo che utilizzava anche nella catechesi il ricorso alla storia sacra e a quella ecclesiastica. Si introdussero pure nell’insegnamento della religione e nell’azione pastorale taluni accorgimenti di pedagogia didattica, come una più attenta divisione dei ragazzi in classe secondo l’età, il livello di istruzione e di vita sociale, e il ricorso a strumenti capaci di suscitare l’interesse e il protagonismo degli interlocutori. Alla catechesi ecclesiale s’aggiunse anche quella scolastica negli Stati dove fu introdotta come materia obbligatoria al pari delle altre materie, che i fanciulli dovevano frequentare. L’obbligo della catechesi scolastica fu accolto con favore dalle varie comunità ecclesiali. Sembra, però, che esse non abbiano subito avvertito che la sostituzione della memorizzazione delle verità rivelate con il metodo «socratico» del dialogo basato sull’analisi minuta dei testi sacri e il primato dato ad una forma di morale, autonoma dalla dottrina della fede intesa a formare l’uomo e l’onesto cittadino, avrebbero portato a un depauperamento del contenuto misterico e teologico delle verità cristiane, e la convinzione della sufficienza dell’insegnamento religioso scolastico avrebbe messo in second’ordine la catechesi familiare ed ecclesiastica. Infine, l’incorporamento della catechetica nella teologia pastorale e l’insistenza sul primato della dottrina morale in funzione dell’agire cristiano si risolsero a scapito del dogma.

2.3.2. Pastorale catechetica tra continuità e innovazione nel 1800

2.3.2.1. Un secolo attraversato da grandi sconvolgimenti

L’800 fu un secolo di grandi trasformazioni che hanno interessato il campo politico con il passaggio dalle varie forme di monarchie agli Stati costituzionali liberali; il campo sociale con la fuga di parte della popolazione contadina verso le città in cerca di fortuna, l’affermarsi del proletariato, la crescita della popolazione europea, compresa la Russia, dai 180/190 milioni all’inizio del secolo ai 4001 milioni alla fine; il campo del pensiero acristiano con il suo indirizzo idealista e quello anticristiano con l’indirizzo scientista sviluppatosi nella sua triplice matrice positivistica, evoluzionistica e materialistica: nel campo religioso con la crescita della scristianizzazione. Tra i cultori delle scienze ecclesiastiche vi furono incertezze e deviazioni come nel caso del tradizionalismo rigido incline a sminuire il valore della ragione anche nell’ambito delle verità naturali, e l’ontologismo che faceva leva su una conoscenza diretta e immediata di Dio. Tra gli stessi cattolici affiorarono inquietudini e scelte differenziate di fronte alle novità politiche e sociali. La teologia, la catechesi e l’azione pastorale della Chiesa ebbero difficoltà a interpretare questi rivolgimenti. Tuttavia, pur continuando a ispirarsi al passato quanto ai metodi, ai contenuti e agli strumenti della evangelizzazione, non mancarono spinte innovative nel campo della Bibbia, della liturgia, degli studi patristici e della stessa pastorale che incorpora anche la catechesi.

2.3.2.2. Principali correnti catechistiche

Un cenno merita il catechismo imperiale del 1806, voluto da Napoleone, la cui struttura tripartita in riferimento al testo di Bossuet prese il sopravvento nei catechismi francesi dell’800. Dopo un «Breve abbozzo di storia sacra», dalla creazione alla vittoria di Costantino, il catechismo imperiale tripartito dedicava: 19 lezioni al dogma; 19 lezioni alla morale di cui 13 ai comandamenti di Dio e della Chiesa; 25 lezioni al culto divino.
In Francia un nuovo slancio alla catechesi parrocchiale fa data dal sulpiziano Jacques-André Emery (+ 1811) e da Antoine Félix Dupanloup (+ 1878), vescovo di Orléans, il cui Méthode générale du Catéchisme recueillie des ouvrages des Péres et Docteurs de l’Église e des catèchistes le plus celèbres (1862) e l’Oeuvre pour excellence ou Entrétiens sur le Catéchisme (1869) ebbero una grande risonanza.
Lasciati da parte altri numerosi catechismi elaborati nelle varie diocesi europee, due furono le principali correnti catechetiche emerse nell’800. La prima aveva un indirizzo storico-biblico-teologico; la seconda, un indirizzo dottrinale o neoscolastico.
Il primo indirizzo s’ispirava alle scuole di teologia e di pastorale di Monaco e di Tubinga, che avevano valorizzato la storia biblica sia per il suo valore morale sia per il suo significato teologico-salvifico, sostenevano la creatività nella liturgia, apprezzavano le istanze religiose del romanticismo e non erano avversi alle idee migliori dell’illuminismo cattolico. Pionieri di questo indirizzo furono Johan Michael Sailer (1731-1832) e Johann Baptist Hirsher (1788-1835). Come a volte può succedere in questi casi, Sailer ed Hirscher, per alcune loro intemperanze di linguaggio e critiche ai catechismi del passato, provocarono reazioni negative negli ambienti cattolici e per Hirscher anche richiami da parte dell’autorità ecclesiastica.
Prima di diventare vescovo di Rottenburg nel 1829, Sailer aveva insegnato teologia pastorale ed etica sociale nelle università di Dillingen e di Landshut. La più nota delle sue opere sono i tre volumi di «Teologia pastorale». Quest’opera, sebbene priva di una sua propria originalità, in quanto si riportava alle fonti della Scrittura e dei Padri antichi sulla scia dei professori dell’università di Tubinga Johann Sebastian Drey (+ 1835) e Johann Adam Mölher (+ 1838), cultori della teologia positiva e della storia della Chiesa, esercitò una considerevole influenza. Nel secondo volume della «Teologia pastorale» Sailer presentava la fondazione biblico-teologica della catechesi, sottolineava il carattere storico del messaggio cristiano che ha come tema centrale il «Regno di Dio», proponeva che la sua trasmissione fosse fatta in modo dialogico e narrativo su misura del destinatario. A parte alcune sue esagerate reazioni nei confronti della catechesi posttridentina, considerata apodittica e astratta, il suo costante richiamo alla Bibbia servì ad avviare il rinnovamento biblico, i cui frutti si raccolsero più tardi. Hirscher, discepolo di Sailer e poi professore a Tubinga e a Friburgo, riprese e sviluppò le idee del maestro, pubblicando nel 1831 la sua Catechetica. Egli era del parere che l’azione pastorale a favore dei fanciulli e dei giovani doveva ispirarsi al metodo della Bibbia e della storia della salvezza che hanno come punto di riferimento centrale il «Regno di Dio». Da questo riferimento devono scaturire le decisioni che il cristiano deve prendere. Nel 1842, Hirscher scrisse un catechismo con una chiara impostazione biblica per i ragazzi e le ragazze dagli 11 anni in avanti, cui aggiunse nel 1845, con la collaborazione di Alban Stolz, un altro per i più piccoli. I temi del catechismo erano così articolati: 1. Dio Padre, creatore onnipotente del cielo e della terra; 2. Dio Figlio e Spirito Santo, Salvatore e santificatore di tutti gli uomini; 3. La giustificazione; 4. Lo vita dell’uomo nello stato di santificazione; 5. La salvezza e la santificazione nella sua perenne durata mediante la Chiesa; 6. L’opera della liberazione dal peccato, della santificazione e della beatificazione dell’umanità, nel suo svolgersi nel suo compimento finale. Quest’indirizzo, come appare dagli scritti dei suoi pionieri e da altri loro seguaci, insisteva sull’aspetto biblico-storico-salvifico della fede cristiana e sulla necessità di nutrirsi della parola di Dio, distanziandosi dalle strettoie del concettualismo sistematico abbastanza diffuso nella catechesi precedente. In questa direzione operò anche John Henry Newman (+ 1890), il quale diceva che nell’esposizione della dottrina cristiana occorreva distinguere tre momenti: la presentazione del testo biblico, la comunicazione sintetica del suo contenuto religioso e l’applicazione alle mutate condizioni dei destinatari. In Italia, un tentativo di integrare nella catechesi Bibbia, storia e teologia, è stato fatto da Antonio Rosmini (+ 1855), uomo di grande cultura e parroco di Rovereto, nel suo Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee del 1838.
Di fronte, però, alle crescenti controversie nel campo politico, sociale e culturale, provocate dal laicismo liberal-borghese avverso all’insegnamento religioso nelle scuole d’obbligo, in Italia e in Francia, e all’inarrestabile processo di scristianizzazione, si accentuò nella Chiesa la tendenza verso un orientamento più unitario sul piano giuridico, organizzativo, teologico e pastorale. La rinascita della teologia neoscolastica e del neotomismo verso la metà del 1800 concorsero, a loro volta, a dare all’istruzione religiosa un indirizzo dottrinale o neoscolastico. Promotori di questo secondo indirizzo furono i gesuiti Giovanni Perrone (+ 1876), professore di teologia alla Gregoriana, con le sue Praelectiones dogmaticae (1835-1842); e Joseph Kleutgen (+ 1883), professore nel Collegio germanico di Roma, nelle sue opere: Teologia del passatoFilosofia del passato. Ad un annuncio cristiano basato sulla Bibbia e sulla storia, essi preferivano un annuncio cristiano essenziale, sistematico e apologetico fondato sul metodo della teologia scolastica. A questo indirizzo aderirono in Germania i centri teologici di Mainz e di Würzburg. Ma fu il gesuita Joseph Deharbe (+ 1871) a dargli una propria struttura. Dopo essere stato per alcuni anni professore all’università di Lucerna (Svizzera), si convinse che per ridare vitalità al cristianesimo bisognava ripartire dalla catechesi, cui dedicò tutte le sue doti di mente e di cuore. Nel 1847 redasse il Catechismo cattolico ossia della dottrina, con un breve riassunto della storia della religione dall’inizio del mondo fino al nostro tempo. Per i giovani e adulti. Lo scritto, che conteneva oltre 1000 domande e risposte, uscì anonimo. Alla prima edizione seguirono altre edizioni ridotte e tradotte in varie lingue. Il«Catechismo» di Deharbe fu adottato in Svizzera, in Baviera, in altri stati germanici e fu introdotto anche nell’arcidiocesi di Cincinnati (Stati Uniti). La materia era così distribuita: il riassunto di storia della religione comprendeva tre periodi: Prima di Cristo, vita di Cristo, dopo l’Ascensione; l’esposizione dottrinale si rifaceva alla divisione tripartita del catechismo del Bellarmino: credo, comandamenti, sacramenti e preghiera. Il linguaggio di Deharbe è chiaro, preciso e armonico ma, allo stesso tempo, astratto, polemico e tecnico in quanto ricalca lo stile di quello della neoscolastica del tempo da cui trae il contenuto del Catechismo. Quest’indirizzo dottrinale o neoscolastico, pur con i suoi limiti, trovò largo consenso nella seconda metà del 1800.
Durante tutto l’800 una delle preoccupazioni principali delle parrocchie fu quella di organizzare la catechesi domenicale dei ragazzi e delle ragazze nei giorni festivi ed anche feriali - nei tempi dell’avvento e della quaresima -, con la collaborazione dei laici per supplire sia all’insufficienza della catechesi scolastica là dove era obbligatoria nelle scuole statali sia per assumersene la piena responsabilità in quegli Stati, come la Francia e l’Italia, dove la catechesi scolastica era stata in seguito soppressa. Anche per gli adulti si provvide a offrire loro catechismi e libri di pietà e di edificazione, nonché l’istruzione religiosa nei pomeriggi delle domeniche, nelle omelie festive e in altre particolari occasioni di incontri religiosi. Tuttavia, la intraprendenza e la buona volontà di numerosi ecclesiastici e laici e la vivacità del risveglio religioso che si manifestarono in Europa lungo l’800 - come risulta dalla moltiplicazione delle opere caritative e sociali, dalla proliferazione delle congre- gazioni religiose maschili e femminili e dalla espansione missio- naria -, non bastarono a incidere più efficacemente in un mondo e in una società che si sganciavano sempre più dall’influsso della religione. Ciò è accaduto per cause diverse. Sembra, però, che gli uomini di Chiesa non abbiano subito avvertito che il modello di azione pastorale che era stato applicato in precedenza in una società, prevalentemente contadina considerata cristiana, aveva urgenza d’essere rivisto, reinterpretato e aggiornato di fronte alla molteplicità dei rivolgimenti che avevano cambiato il volto dell’Europa.


3. RUOLO DEI RELIGIOSI NELLA PASTORALE GIOVANILE


In rapporto alla rilevanza dei religiosi nella pastorale giovanile è sufficiente evidenziare questi tre aspetti, ossia il contributo da loro dato: 1° con la formazione umana e cristiana dei fanciulli e dei giovani sia con l’insegnamento sia con la catechesi; 2° con la cura dei fedeli in generale con l’assistenza spirituale e caritativa e la predicazione; 3° con le missioni popolari. Ciò che si dirà sulle nuove istituzioni religiose, potrà anche essere riferito, fatte le debite distinzioni, ad alcuni Ordini monastici e agli Ordini mendicanti.

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Chierici regolari e Congregazioni clericali

3.1.1. Insegnamento scolastico e catechesi

Fin dalle loro prime origini, come risulta dalle loro «Regole» e «Costituzioni», i «Chierici regolari» sorti nel 1500, come i Gesuiti, i Barnabiti, i Somaschi, gli Scolopi, gli Oratoriani, i Teatini, i Dottrinari; e le numerose«Congregazioni clericali», diffusesi nel 1700 e nel 1800, nate soprattutto in Italia, Spagna e Francia, fecero dell’insegnamento e dell’istruzione religiosa della gioventù una delle loro finalità primarie. Tra i religiosi impegnati nell’educazione la Compagnia di Gesù, in ordine di tempo, rappresentò un’esperienza significativa, quasi paradigmatica, con i suoi collegi. In essi s’insegnava grammatica, umanità e retorica. L’ultima ora del venerdì era riservata alla catechesi che veniva recitata a memoria con il metodo della disputa, seguendo i catechismi del Canisio, del Bellarmino e dell’Auger. Si valorizzavano anche le feste liturgiche e si utilizzava la storia sacra. Al termine delle lezioni del sabato seguiva il «sermoncino» di contenuto religioso.
Nell’insegnamento scolastico i religiosi dovettero adottare i programmi che a poco a poco gli Stati nazionali proposero per le scuole, sia in Europa che nei territori di missione, ma non tralasciarono di dare spazio all’istruzione religiosa catechistica, sia prima dell’inizio della scuola con la preghiera e il «pensierino» sia con le lezioni di catechismo stabilite sia con la presenza educativa in mezzo agli allievi per sollecitarli a comportarsi in modo corretto, ad aiutarli in momenti di particolari difficoltà e a incoraggiarli al bene. Il loro contributo pastorale di maturazione umana e cristiana dei fanciulli e dei giovani andava ben oltre l’insegnamento umanistico e professionale, e la presenza animatrice in mezzo a loro durante la scuola, o al recupero di ragazzi sbandati o emarginati. Essi provvidero, in forme diverse, alla loro assistenza e direzione spirituale; all’animazione delle celebrazioni liturgiche, con una particolare attenzione rivolta all’eucaristia e al sacramento della riconciliazione; all’istituzione di «Pie Unioni» (si pensi, ad esempio, alle «Congregazioni Mariane», nate nel 1563 per aiutare i soci «a fare profitto sì nelle lettere come nello spirito»; alla creazione di nuovi Sodalizi, Confraternite e Compagnie per favorire l’incontro, l’amicizia, la fraternità, l’approfondimento delle verità della fede e l’apostolato; gli esercizi spirituali secondo il metodo ignaziano o altri metodi; l’avvio al lavoro; la preparazione ai candidati al sacerdozio.

3.1.2. «Cura d’anime» e predicazione

I Chierici regolari e le Congregazioni clericali, sviluppatesi tra il 1500 e il 1800, oltre che pensare all’educazione e all’istruzione religiosa dei fanciulli e dei giovani, svolsero pure un’ampia e fruttuosa «cura d’anime», secondo la terminologia del tempo, nelle chiese che erano state loro affidate e anche in altre dove erano invitati a prestare un servizio. Questa loro cura pastorale era diretta a tutte le persone di qualunque età o condizione sociale. Essa consisteva nella formazione cristiana dei fedeli durante tutto l’anno liturgico e, con più intensità, in occasione delle grandi solennità e durante l’avvento, la quaresima e il tempo pasquale. Come era realizzata questa cura pastorale generale? Attraverso la predicazione e la catechesi dirette a far conoscere ai credenti i misteri della fede, a riprendere la pratica cristiana e a prepararli all’incontro con Cristo. Quest’incontro avveniva soprattutto nella celebrazione della Messa, cui il popolo aveva l’obbligo di parteciparvi tutte le domeniche e nei giorni festivi, e nel sacramento della penitenza con il precetto di riceverlo almeno una volta all’anno ma con la raccomandazione rivolta con insistenza ai credenti, specie se giovani, di accedervi più di frequente. Purtroppo, la celebrazione della Messa continuò a rimanere, come in precedenza, quasi un «monopolio» dei preti mentre il popolo si limitava ad «ascoltarla», inserendovi magari altre preghiere come il «rosario». Tra le manifestazioni esteriori delle pietà popolare, la cura pastorale valorizzò: l’adorazione al SS.mo Sacramento; la diffusione delle devozioni alla Vergine Maria e ai santi; le novene, le processioni e i pellegrinaggi; l’istituzione di «confraternite» di vario genere; gli esercizi spirituali e la direzione spirituale per categorie di persone più impegnate: la pubblicazione e la distribuzione di libri di preghiere e di riflessioni spirituali. A parte la critica fatta ad esagerazioni a volte affiorate in alcune di queste forme di pietà popolare, bisogna riconoscere che per mezzo loro i religiosi e i preti diocesani in generale con la loro saggezza pedagogica hanno offerto a tutti, colti e incolti, la possibilità di vivere il cristianesimo anche nelle sue istanze più esigenti. Non a caso, di fronte ad una vita cristiana tiepida e legata a forme di pietà troppo esteriori, i Gesuiti, e non solo loro, si fecero promotori convinti del frequente ricevimento dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, trovando una certa resistenza da parte di coloro che erano propensi a considerarla più un premio per i buoni che un aiuto necessario per diventare tali. Va pure ricordata la vasta opera di evangelizzazione avviata e portata avanti con grande spirito di sacrificio da numerosi membri dei Chierici regolari e delle Congregazioni clericali. Quest’opera fu sempre accompagnata da una ricca varietà di iniziative religiose, assistenziali, caritative, sociali e culturali che riguardavano non soltanto l’annunzio del messaggio cristiano, ma anche la promozione umana e la difesa dei neoevangelizzati dallo sfruttamento dei colonizzatori.
Non si deve poi dimenticare il fatto che buona parte dei sussidi ad uso dei predicatori, dei prontuari per i confessori e della letteratura edificante per le varie categorie di persone fu scritta da religiosi. Alla materia predicabile di natura scritturistica, patristica, teologica ed esortativa dei secoli precedenti, essi aggiunsero, dalla metà del 1500 alla fine del 1800, una serie di pubblicazioni molto varie per stile e valore contenutistico. Queste pubblicazioni erano: sia di natura dottrinale, diretta a presentare l’integrità delle verità della fede e il loro influsso sul vivere cristiano; sia di natura controversistica, nata dall’esigenza di opporsi alla propagazione degli errori protestanti; sia di natura moralistico-casistica, richiesta dall’urgenza di contrastare correnti di pensiero rigoriste di ispirazione giansenista, lassiste, quietiste ed altre, difficilmente riconducibili nell’alveo dell’ortodossia; sia di natura parenetica, interessata ad incoraggiare i credenti nel loro impegno cristiano; sia di natura etico-umanistica, attenta a cogliere le istanze scaturite dal pensiero illuminista; sia, infine, di natura apologetico-erudita per sostenere gli uomini colti nel loro confronto con le correnti di pensiero acristiane e anticristiane di impronta razionalistica.

3.1.3. Missioni popolari

Una menzione particolare si deve fare per le missioni popolari, realizzate generalmente dai religiosi secondo propri metodi pastorali in rapporto alle varie situazioni locali e categorie di persone. Queste missioni iniziarono sotto forme nuove intorno alla metà del 1500. Ne furono pionieri i Gesuiti e i Cappuccini, che fin dalle loro origini si dedicarono alla istruzione religiosa dei fanciulli, dei giovani e degli adulti. Esse miravano a risvegliare e a rinvigorire la fede tra le popolazioni di un determinato luogo o di un’intera zona di città o di campagna. Se lo scopo era quello di infervorare i credenti nella vita cristiana e nella riforma dei costumi, gli strumenti utilizzati erano i seguenti: catechesi dottrinali e morali riguardanti la vita, morte e passione di Gesù Cristo; predicazioni sui comandamenti di Dio, i novissimi, i sacramenti della confessione e della comunione, le pratiche di orazione e di penitenza; gli esercizi spirituali. Dal punto di vista del metodo e della presentazione del contenuto si potevano distinguere almeno due forme principali di missioni popolari con una molteplicità di varianti secondo i luoghi e i predicatori. La prima, più diffusa in Spagna e in Italia, faceva leva sugli aspetti spettacolari, impressionistici ed emotivi della predicazione. La seconda, che predominava in Francia e in Germania, era più organica, profonda e persuasiva. Le missioni popolari, che tra il 1500 e il 1700 raggiunsero una loro più armonica sistemazione e sviluppo, furono predicate in tutte le nazioni d’Europa. Qui basteranno l’una o l’altra esemplificazioni riguardante l’Italia e la Francia.
In Italia le missioni popolari dei Gesuiti, che duravano da pochi giorni ad una settimana o anche più a lungo secondo i casi, si svolsero nel regno di Napoli, in Sicilia, a Modena e a Faenza , in Piemonte e a Roma. La loro struttura comprendeva: al mattino, la celebrazione della Messa, una iniziazione alla meditazione e una istruzione catechistica; al pomeriggio, il «catechismo grande» e la «predica di massima». Vi erano anche le processioni penitenziali degli uomini da una chiesa all’altra con travi, corde e corone di spine, le scenografie con il rogo di libri o di altre cose che potevano condurre al peccato, la presentazione di teschi o l’evocazione di figure di defunti. Un risalto particolare veniva dato alla preparazione dei fanciulli alla prima comunione o anche alla recezione di altri sacramenti. Il tutto si concludeva con la confessione e la comunione generale, le promesse di perseveranza nel bene, la creazione di confraternite, la fondazione di scuole e di opere pie, l’introduzione della pratica religiosa e della vita devota. Come predicatori delle missioni popolari si distinsero i gesuiti Paolo Segneri senior (+ 1694), Paolo Segneri iunior (+ 1713), il beato Antonio Baldinucci (+ 1717). Il gesuita Pietro Gravina (+ 1658), invece, è ricordato per aver inaugurato a Roma la «missione urbana», tenuta ogni domenica durante un mese in una chiesa per poi spostarsi successivamente in altre chiese fino a concluderla con la confessione e la comunione generale nell’ultima domenica dell’anno liturgico. Nel passaggio dal 1600 al 1700 i cappuccini S. Giuseppe da Leonessa (+ 1612), il ven. Antonio da Olivardi (+ 1720) e il beato Angelo da Acri (+ 1739) commossero gli uditori per la loro predicazione semplice e «con infuocata parola» diretta a portarli alla conversione.
Le missioni popolari in Francia costituirono il perno della ripresa religiosa tra il popolo e del rinnovamento del clero nel 1600. Per la loro realizzazione venivano redatti appositi catechismi con una impostazione chiara, lineare e costruttiva e si prevedeva il ritorno periodico dei missionari. Originale fu l’esperienza del missionario Michel Le Nobletz (+ 1652) presso i Bretoni. Egli si servì di tavole dipinte dove venivano presentate le principali verità della fede, i sacramenti e le virtù e compose canti popolari per aiutare gli ascoltatori a memorizzare ciò che poteva orientare bene la loro vita. Nella spiegazione della dottrina cristiana e nella predica dialogata coinvolse pure ausiliarie laiche. Il suo successore, il beato Giulien Maunoir (+ 1683), gesuita, sollecitò la collaborazione dei preti diocesani, valorizzò i corsi degli esercizi spirituali ignaziani e introdusse la rinnovazione delle promesse battesimali come atto conclusivo della «missione». Promotori assidui delle missioni popolari furono in Francia anche gli Oratoriani di Pierre de Bérulle, i Sulpiziani, gli Eudisti, ma in particolare i Preti della Missione o Lazzaristi di S. Vincent de Paul. Nelle loro missioni i Lazzaristi si rivolgevano ai poveri delle campagne per riconvertire coloro che dal cattolicesimo erano passati al calvinismo e per istruire e alfabetizzare le popolazioni cattoliche lasciate nell’abbandono. Le loro missioni duravano non meno di 15 giorni. Si servivano di un linguaggio accessibile, evitavano la spettacolarità delle processioni penitenziali e del canto popolare preferendo il canto gregoriano, provvedevano alla formazione dei maestri e del clero con conferenze di contenuto morale, liturgico e spirituale, e concludevano la missione con la fondazione della «Confraternita della carità» per l’assistenza ai bisognosi della parrocchia. Qualche novità nella missioni popolari fu introdotta da S. Louis Grignion de Montfort (+ 1716), fondatore della Compagnia di Maria (= Montfortani). Intuendo il bisogno di incontro e di festa, presente nelle popolazioni, i Montfortani fecero anche sette processioni per «missione» e chiesero l’aiuto della gente per il loro sostentamento. Essi attuavano le missioni in piccoli centri, avvaloravano la pietà popolare e le concludevano con le promesse battesimali e la consacrazione alla Madonna.
Nel 1700 le missioni popolari si arricchirono di alcune nuove esperienze in Italia. San Leonardo da Porto Maurizio (+ 1751) seguì una via di mezzo tra il metodo dei Gesuiti e quello dei Lazzaristi. La sua missione durava da 13 a 18 giorni ed era accompagnata, secondo le circostanze, da prediche per tutti o per categorie di persone, da esercizi spirituali, da visite ai malati e ai carcerati, da processioni penitenziali e dalla diffusione del pio esercizio della Via crucis. I Passionisti di S. Paolo della Croce (+ 1775), sull’esempio del loro fondatore, impostavano la loro predicazione sulla gravità del peccato e sulla fiducia nel perdono con frequenti richiami alla Passione di Gesù. Tra gli esercizi caratteristici della missione passionista vi erano gli «Oratori di penitenza» e il suono lugubre delle campane per invitare alla recita di cinque Pater e Ave in onore delle cinque piaghe di Cristo. Per S. Alfonso Maria de’ liguori (+ 1787) e i Redentoristi le missioni popolari (10-12 giorni per i centri più piccoli, 3 settimane per i centri più grandi) dovevano portare i partecipanti alla conversione e al consolidamento della vita cristiana tramite un’organica istruzione sui misteri principali della fede, sui sacramenti e sui comandamenti. Per incoraggiare i fedeli a perseverare nella vita virtuosa S. Alfonso suggeriva questi mezzi pratici: la fuga del peccato, l’amore a Gesù crocifisso, la devozione alla Vergine, la preghiera, l’esercizio della carità verso il prossimo.
Nella prima metà del 1800 le missioni popolari ripresero vigore, ma si attenuarono nei predicatori le gesticolazioni e le rappresentazioni di stile «barocco». Le tematiche sul decalogo, i novissimi e la Passione di Gesù furono integrate da altre su Dio rivelatore, su Gesù Cristo redentore, sulla Chiesa, sul significato e il valore dei sacramenti, sul rapporto tra fede e scienza, ecc. Nelle questioni morali i missionari si attenevano in genere all’insegnamento del Liguori. Maggior spazio fu dato alle conferenze per categoria: uomini, donne, persone colte, fanciulli, adolescenti, giovani. Furono anche promosse le associazioni giovanili come le Congregazioni mariane, l’Associazione delle Figlie di Maria, la Compagnia degli amici di Gesù, le Congregazioni del sacro Cuore di Gesù, la Confraternita del SS.mo Sacramento, ecc. In Italia, accanto alle forze precedenti ne sorsero di nuove: i Sacerdoti del Preziosissimo Sangue di S. Gaspare del Bufalo (+ 1837), dediti alla predicazione degli esercizi spirituali e delle missioni popolari e alla creazione di una fitta rete di associazioni estese a tutte le categorie di fedeli allo scopo di immetterli nel movimento dell’apostolato laicale alle dipendenze della gerarchia; la Società dell’Apostolato Cattolico di S. Vincenzo Pallotti (+ 1850), i cui membri sono destinati a impegnarsi nella formazione di apostoli laici con la diffusione della buona stampa e la predicazione missionaria; gli Oblati di Maria Vergine di Pio Bruno Lanteri (+ 1830), consacrati ad un apostolato pastorale e missionario nelle zone rurali più abbandonate e nei sobborghi operai delle grandi città. Dopo le violenze perpetrate dalla rivoluzione, in Francia le missioni popolari s’ispirarono a propositi di pacificazione e di riconciliazione, al recupero degli adulti allontanatisi dalla pratica cristiana, all’approfondimento delle verità della fede e al miglioramento dei costumi. Nella predicazione e nelle manifestazioni religiose emerse ancora, a volte, una certa ricerca dello spettacolare che suscitò la critica e l’irrisione da parte di coloro che avevano aderito alle idee razionalistiche e volteriane. Nella predicazione missionaria popolare affiorò qua e là una certa nostalgia per la restaurazione di una monarchia sul tipo di quella dell’Ancien Régime, sorretta dalla convinzione che con quella forma di governo la religione cattolica avrebbe potuto riacquistare maggior prestigio e fare da supporto all’ordine sociale. Tra le nuove istituzioni che si interessarono anche delle missioni popolari si possono ricordare: la Società del Cuore di Gesù di Pierre Joseph de Cloriviére ( +1820); la Congregzione dei Sacri Cuori (= Picpus) di Pierre Coudrin (+ 1837); gli Oblati di Maria Immacolata di J. Eugéne de Mazenod (+ 1861).
Nella seconda metà del 1800 il potenziale qualitativo delle missioni popolari si richiamò sostanzialmente al precedente, nonostante l’ulteriore incremento geografico delle medesime e l’evolversi del contesto socio-culturale. Si deve notare, però, che la predicazione missionaria, più che rivolgersi alla conquista personale e collettiva degli increduli e degli agnostici, sebbene non sia stata esclusa, si orientò di preferenza a salvaguardare e a rinvigorire le convinzioni di fede dei credenti che, principalmente nelle città, vivevano a contatto con un crescente numero di persone indifferenti od ostili verso il cristianesimo.

3.2. Congregazioni laicali maschili e femminili

Dalla seconda metà del 1600 fino a tutto il 1800, nei paesi cattolici dell’Europa crebbe il numero delle Congregazioni laicali, maschili e femminili. La loro caratteristica principale fu quella d’aver concepito la vita consacrata in funzione di una più diretta finalità apostolica e di formazione umana e cristiana, che si sviluppò in opere di insegnamento e di educazione dei fanciulli e dei giovani; di assistenza ai poveri, agli sfruttati e agli emarginati; di servizio caritativo e sociale agli orfani, agli invalidi, ai vecchi e ai malati; di attività missionaria e promozionale tra i popoli pagani. Le loro Costituzioni presentavano alcune novità rispetto a quelle precedenti, perché erano state redatte in vista della prosecuzione di un fine apostolico. I fondatori e le fondatrici, spinti da bisogni pressanti nella società in cui erano immersi e illuminati dallo Spirito Santo, diedero vita, sia pur tra difficoltà e incomprensioni, a istituzioni che seppero testimoniare come l’amore di Dio sia inseparabile da una doverosa attenzione alle necessità materiali del prossimo. Quest’attenzione, però, non ha mai distolto i laici consacrati e le consacrate dall’attendere anche all’educazione alla fede delle persone, cui offrivano il loro servizio, attraverso la catechesi e sotto altre forme nella fedeltà dinamica al carisma dei propri Istituti. Le congregazioni dedite all’insegnamento provvidero non soltanto a organizzare la catechesi nelle loro scuole e a coltivarla nei loro ambienti, ma offrirono anche il proprio contributo nelle catechesi domenicali delle parrocchie. Ad esempio, S. Jean Baptist de la Salle (+ 1719), fondatore della Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, istituì un seminario specializzato per la formazione degli insegnanti stabilì allo scopo di prepararli ad esercitare il compito di catechisti nelle scuole, dal momento che come cristiani erano chiamati ad annunziare il Vangelo.


4. «ORATORI»

Il denominatore comune degli Oratori festivi e quotidiani, nella varietà delle loro concretizzazioni storiche differenziate, fu quello d’aver rivolto un’attenzione particolare verso i fanciulli, gli adolescenti e i giovani e aver provveduto alla loro cura pastorale. Ad essi risale la progressiva delineazione di una pastorale giovanile in gran parte ancora da esplorare. Le lontane origini degli Oratori furono intraviste nelle esperienze delle Congregazioni mariane dei Gesuiti e nell’attività pastorale svolta da S. Filippo Neri (+ 1595). Fu, però, nel contesto delle Scuole della Dottrina Cristiana di Castellino da Castello (+ 1566), rese obbligatorie da S. Carlo Borromeo (+ 1584), che gli Oratori posero le loro solide radici. Il card. Federico Borromeo (+ 1631) con l’istituzione delle «Scuole dei Giovani della Madonna» o del «Bellarmino», dal testo del catechismo adottato, inaugurò una innovazione pastorale. Tra il 1606 e il 1610 egli fondò nove Oratori (ridotti poi a sei), dislocati nelle varie zone della città dove i ragazzi, terminata la scuola elementare, avevano la possibilità di frequentare un nuovo corso d’istruzione religiosa, che riguardava sia l’approfondimento delle verità della fede sia il potenziamento della vita spirituale dei giovani con la pietà mariana ed altri mezzi in vista di un loro inserimento incisivo e apostolico nella società come cristiani. Federico Borromeo raccomandò al clero l’Istituzione della Dottrina Cristiana per i Giovani, redasse un manualetto catechistico di facile lettura da consegnare o far pervenire ai giovani in servizio militare, creò un «Oratorio» per i giovani delle famiglie mercantili più facoltose, e s’interessò perché venissero pubblicati sussidi per la formazione dei giovani. Al 1608 risale la pubblicazione di Giambattista Faggi, di Desio, intitolata: Ghirlanda: albero di ammaestramento per i giovani; di autore ignoto è l’Esortazione del giovane cristiano per fuggire la strada del mondo e convertirsi a Dio; di Federico Borromeo è, invece, il famosoPhilargios, sive de amore virtutis libri duodecim del 1623. Sebbene scritto in latino, esso servì come punto di riferimento per la composizione di vari altri opuscoli divulgativi. Conoscendo la sensibilità dei giovani, Federico Borromeo non si stancò di presentare loro dei modelli di vita e di promuovere il teatro popolare con la produzione di testi di argomento biblico, apologetico ed esortativo, idonei ad attirare l’attenzione degli spettatori. L’iniziativa oratoriana del Borromeo, insieme ad altre esperienze analoghe destinate sia al servizio della dottrina cristiana sia all’attività culturale e ricreativa dei ragazzi e dei giovani (= Oratori di massa) si svilupparono e si estesero in seguito con gli adattamenti richiesti dalle situazioni in numerose parrocchie e Istituti religiosi dell’arcidiocesi di Milano e anche altrove.
Nel 1800 si moltiplicarono le opere parrocchiale ed altre ad esse sussidiarie in favore dell’istruzione religiosa e della formazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani come, ad esempio, «Les Oevreus de Junesse» di J. Timon-David, la cui attività era più specificamente religiosa (catechesi, vita sacramentale, direzione spirituale), e gli «Oratori festivi e quotidiani», dove l’istruzione e la formazione cristiana andavano di pari passo con la promozione umana, culturale e professionale. In questa direzione si mossero a Verona, S. Giuseppe Bertoni con l’Oratorio-ricreatorio iniziato nel 1802; e a Brescia, Ludovico Pavoni che fin dal 1812 cominciò a raccogliere la gioventù abbandonata, offrendo loro gli oratori e le scuole della dottrina. Con le sue varie espressioni di vita giovanile (ricreative, educative, sociali e religiose), l’«Opera degli Oratori» ebbe, a Torino, in S. Giovanni Bosco (1815-1888) un geniale e instancabile animatore. Con la fondazione della Società di S, Francesco di Sales e dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, unitamente ai Cooperatori salesiani, egli impresse a tale istituzione una dimensione mondiale, e con il suo stile educativo e la sua prassi pedagogico-pastorale, ispirati alla socialità e al dialogo, portò gli adolescenti e i giovani alla riflessione, all’educazione alla fede e alla celebrazione dei sacramenti, all’incontro con Cristo, all’impegno apostolico e professionale. Dal ‘600 alla fine dell’800, gli Oratori, oltre ad essere stati centri di educazione civica, di promozione umana e di formazione religiosa mediante una loro propria attività pastorale, si sono rivelati luoghi di dialogo, di amicizia e di fraternità adatti a sottrarre non pochi giovani al pericolo di sbandamenti morali, dello sfruttamento e dell’emarginazione.

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